"ANDARSELA A CERCARE (e il senso della mediazione)
Vorrei starne fuori dalle solite polemiche, ma in Italia sembra praticamente impossibile.
Provo allora a cercare motivazioni ulteriori in questo 25 Aprile. Porto con me un’esperienza significativa nel Coordinamento per la Pace: anche quest’anno siamo riusciti a mettere in corteo qualcosa che ci appartiene davvero, quel senso di “Resistenza che continua” dentro una modernità in cui certi fascismi non sono mai stati del tutto debellati. Abbiamo chiuso con un comizio alternativo, forse per pochi, forse per molti, ma con parole autentiche: di cuore, oltre che combattive. Ed è questo, alla fine, che conta.
Per il resto, dispiace — ancora una volta — assistere, direttamente o per interposta cronaca, ai soliti siparietti tra Brigata Ebraica, ANPI ed esponenti politici nazionali, dopo l’allontanamento e la contestazione della Brigata dal corteo. Uno spettacolo che si ripete ciclicamente e che, in un contesto geopolitico come quello attuale — tra guerre di procura e accuse di genocidio — difficilmente poteva avere un esito diverso. Cosa ci si aspettava, davvero?
Se il 25 Aprile resta, e deve restare, una festa di tutti — con il diritto di ciascuno di essere presente in piazza — è altrettanto evidente che negli anni abbia assunto tratti ibridi, a metà tra rave, sagra e passerella social (e qui, laissons tomber). Ma proprio per questo non possiamo sorprenderci di un finale già scritto, ora alimentato da botta e risposta tra Walker Meghnagi e l’ANPI, fino alle vie legali.
A Milano, peraltro, le tensioni erano nell’aria già da settimane. E non ha certo aiutato una certa “sfrontatezza” da parte della Brigata Ebraica: presentarsi con simboli, bandiere e perfino immagini percepite come vicine all’establishment israelo-statunitense, in questo clima, equivale — piaccia o no — ad andarsela a cercare
Quando si occupa una posizione così esposta, il basso profilo non è solo una questione di opportunità o dignità (ammesso che qualcuno voglia ancora parlarne), ma diventa persino una questione di "incolumità".
Ed è forse per questo che oggi, 26 aprile, mi sento più vicino a posizioni lucide, razionali, come quelle di chi la Shoah l’ha vissuta e ne custodisce il senso più profondo. Chi conosce davvero il valore dei diritti umani e il significato autentico di una ricorrenza che rischiamo di svuotare.
Non è democristiano, né ignavo, provare a leggere le cose in modo mediano — come suggerisce Edith Bruck. È, al contrario, uno degli interventi più onesti e centrati emersi in mezzo al rumore:
- “Il 25 aprile riguarda la liberazione dell’Italia dal fascismo. Che c’entrano Israele e la sua bandiera?”
E ancora: “Sfilino con la bandiera italiana quelli della Brigata ebraica e ringrazino il cielo di essere stati liberati dal fascismo. Nella piazza del 25 aprile doveva esserci posto solo per i simboli della liberazione e dell’antifascismo. Invece, sia da una parte che dall’altra, ne hanno approfittato per portare alla ribalta questioni del tutto fuori luogo.”
-“Tutti pensano di fare una cosa giusta per la loro causa infilandosi al corteo del 25 aprile”.
E chiude: “Finché sarà in corso il conflitto con i palestinesi, l’odio potrà solo crescere e avvelenare l’intera società. Le azioni del governo Netanyahu rappresentano un danno per tutti gli ebrei del mondo e aumentano l’antisemitismo. Al corteo bisognava portare la bandiera della pace”.
C’è poco da aggiungere, in un contesto già saturo di tensione. La polemica continuerà, tra carte bollate e titoli gridati, come da copione.
Resta, forse, solo una necessità: tornare a concentrarsi sulle esigenze reali di una città come Milano, che sul piano sociale non può più permettersi di perdere tempo. Nemmeno per indignarsi.
#25Aprile #Resistenza #Milano #PoliticaItaliana #dirittiumani
Vorrei starne fuori dalle solite polemiche, ma in Italia sembra praticamente impossibile.
Provo allora a cercare motivazioni ulteriori in questo 25 Aprile. Porto con me un’esperienza significativa nel Coordinamento per la Pace: anche quest’anno siamo riusciti a mettere in corteo qualcosa che ci appartiene davvero, quel senso di “Resistenza che continua” dentro una modernità in cui certi fascismi non sono mai stati del tutto debellati. Abbiamo chiuso con un comizio alternativo, forse per pochi, forse per molti, ma con parole autentiche: di cuore, oltre che combattive. Ed è questo, alla fine, che conta.
Per il resto, dispiace — ancora una volta — assistere, direttamente o per interposta cronaca, ai soliti siparietti tra Brigata Ebraica, ANPI ed esponenti politici nazionali, dopo l’allontanamento e la contestazione della Brigata dal corteo. Uno spettacolo che si ripete ciclicamente e che, in un contesto geopolitico come quello attuale — tra guerre di procura e accuse di genocidio — difficilmente poteva avere un esito diverso. Cosa ci si aspettava, davvero?
Se il 25 Aprile resta, e deve restare, una festa di tutti — con il diritto di ciascuno di essere presente in piazza — è altrettanto evidente che negli anni abbia assunto tratti ibridi, a metà tra rave, sagra e passerella social (e qui, laissons tomber). Ma proprio per questo non possiamo sorprenderci di un finale già scritto, ora alimentato da botta e risposta tra Walker Meghnagi e l’ANPI, fino alle vie legali.
A Milano, peraltro, le tensioni erano nell’aria già da settimane. E non ha certo aiutato una certa “sfrontatezza” da parte della Brigata Ebraica: presentarsi con simboli, bandiere e perfino immagini percepite come vicine all’establishment israelo-statunitense, in questo clima, equivale — piaccia o no — ad andarsela a cercare
Quando si occupa una posizione così esposta, il basso profilo non è solo una questione di opportunità o dignità (ammesso che qualcuno voglia ancora parlarne), ma diventa persino una questione di "incolumità".
Ed è forse per questo che oggi, 26 aprile, mi sento più vicino a posizioni lucide, razionali, come quelle di chi la Shoah l’ha vissuta e ne custodisce il senso più profondo. Chi conosce davvero il valore dei diritti umani e il significato autentico di una ricorrenza che rischiamo di svuotare.
Non è democristiano, né ignavo, provare a leggere le cose in modo mediano — come suggerisce Edith Bruck. È, al contrario, uno degli interventi più onesti e centrati emersi in mezzo al rumore:
- “Il 25 aprile riguarda la liberazione dell’Italia dal fascismo. Che c’entrano Israele e la sua bandiera?”
E ancora: “Sfilino con la bandiera italiana quelli della Brigata ebraica e ringrazino il cielo di essere stati liberati dal fascismo. Nella piazza del 25 aprile doveva esserci posto solo per i simboli della liberazione e dell’antifascismo. Invece, sia da una parte che dall’altra, ne hanno approfittato per portare alla ribalta questioni del tutto fuori luogo.”
-“Tutti pensano di fare una cosa giusta per la loro causa infilandosi al corteo del 25 aprile”.
E chiude: “Finché sarà in corso il conflitto con i palestinesi, l’odio potrà solo crescere e avvelenare l’intera società. Le azioni del governo Netanyahu rappresentano un danno per tutti gli ebrei del mondo e aumentano l’antisemitismo. Al corteo bisognava portare la bandiera della pace”.
C’è poco da aggiungere, in un contesto già saturo di tensione. La polemica continuerà, tra carte bollate e titoli gridati, come da copione.
Resta, forse, solo una necessità: tornare a concentrarsi sulle esigenze reali di una città come Milano, che sul piano sociale non può più permettersi di perdere tempo. Nemmeno per indignarsi.
#25Aprile #Resistenza #Milano #PoliticaItaliana #dirittiumani
"ANDARSELA A CERCARE (e il senso della mediazione)
Vorrei starne fuori dalle solite polemiche, ma in Italia sembra praticamente impossibile.
Provo allora a cercare motivazioni ulteriori in questo 25 Aprile. Porto con me un’esperienza significativa nel Coordinamento per la Pace: anche quest’anno siamo riusciti a mettere in corteo qualcosa che ci appartiene davvero, quel senso di “Resistenza che continua” dentro una modernità in cui certi fascismi non sono mai stati del tutto debellati. Abbiamo chiuso con un comizio alternativo, forse per pochi, forse per molti, ma con parole autentiche: di cuore, oltre che combattive. Ed è questo, alla fine, che conta.
Per il resto, dispiace — ancora una volta — assistere, direttamente o per interposta cronaca, ai soliti siparietti tra Brigata Ebraica, ANPI ed esponenti politici nazionali, dopo l’allontanamento e la contestazione della Brigata dal corteo. Uno spettacolo che si ripete ciclicamente e che, in un contesto geopolitico come quello attuale — tra guerre di procura e accuse di genocidio — difficilmente poteva avere un esito diverso. Cosa ci si aspettava, davvero?
Se il 25 Aprile resta, e deve restare, una festa di tutti — con il diritto di ciascuno di essere presente in piazza — è altrettanto evidente che negli anni abbia assunto tratti ibridi, a metà tra rave, sagra e passerella social (e qui, laissons tomber). Ma proprio per questo non possiamo sorprenderci di un finale già scritto, ora alimentato da botta e risposta tra Walker Meghnagi e l’ANPI, fino alle vie legali.
A Milano, peraltro, le tensioni erano nell’aria già da settimane. E non ha certo aiutato una certa “sfrontatezza” da parte della Brigata Ebraica: presentarsi con simboli, bandiere e perfino immagini percepite come vicine all’establishment israelo-statunitense, in questo clima, equivale — piaccia o no — ad andarsela a cercare ❌
Quando si occupa una posizione così esposta, il basso profilo non è solo una questione di opportunità o dignità (ammesso che qualcuno voglia ancora parlarne), ma diventa persino una questione di "incolumità".
Ed è forse per questo che oggi, 26 aprile, mi sento più vicino a posizioni lucide, razionali, come quelle di chi la Shoah l’ha vissuta e ne custodisce il senso più profondo. Chi conosce davvero il valore dei diritti umani e il significato autentico di una ricorrenza che rischiamo di svuotare.
Non è democristiano, né ignavo, provare a leggere le cose in modo mediano — come suggerisce Edith Bruck. È, al contrario, uno degli interventi più onesti e centrati emersi in mezzo al rumore:
- “Il 25 aprile riguarda la liberazione dell’Italia dal fascismo. Che c’entrano Israele e la sua bandiera?”
E ancora: “Sfilino con la bandiera italiana quelli della Brigata ebraica e ringrazino il cielo di essere stati liberati dal fascismo. Nella piazza del 25 aprile doveva esserci posto solo per i simboli della liberazione e dell’antifascismo. Invece, sia da una parte che dall’altra, ne hanno approfittato per portare alla ribalta questioni del tutto fuori luogo.”
-“Tutti pensano di fare una cosa giusta per la loro causa infilandosi al corteo del 25 aprile”.
E chiude: “Finché sarà in corso il conflitto con i palestinesi, l’odio potrà solo crescere e avvelenare l’intera società. Le azioni del governo Netanyahu rappresentano un danno per tutti gli ebrei del mondo e aumentano l’antisemitismo. Al corteo bisognava portare la bandiera della pace”.
C’è poco da aggiungere, in un contesto già saturo di tensione. La polemica continuerà, tra carte bollate e titoli gridati, come da copione.
Resta, forse, solo una necessità: tornare a concentrarsi sulle esigenze reali di una città come Milano, che sul piano sociale non può più permettersi di perdere tempo. Nemmeno per indignarsi.
#25Aprile #Resistenza #Milano #PoliticaItaliana #dirittiumani
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