• MILANO: Tutto o Niente

    Vogliamo continuare a vivere di rendita storica e crogiolarci nel passato?
    Città medaglia d’oro della Resistenza, patria dello spirito ambrosiano, locomotiva d’Italia e bla bla bla. Liberissimi di farlo. Ma è una filastrocca che conosciamo a memoria. Intanto la Milano del 2026 ci restituisce una fotografia molto meno eroica e molto più brutale.

    Una città che non ha più il cuore in mano, ma un portafoglio. Gonfio. Selettivo. Spietato.
    Siamo troppo occupati a fare analisi geopolitiche da salotto, a empatizzare – giustamente – con Gaza, Teheran, Caracas e ogni dolore lontano, mentre il futuro della città in cui viviamo ci scivola via sotto i piedi. Milano oggi è una macchina perfetta di disparità sociali, ingiustizie strutturali e opportunità riservate a pochi. Questa è la verità, che piaccia o no. Guardatevi attorno: quanti vicini, amici, compagni di lotta hanno mollato tutto e se ne sono andati verso realtà più sostenibili, più umane, più respirabili?
    Non serve Nostradamus né Adam Smith per capirlo. Basta aprire gli occhi .

    E oggi arriva anche la statistica a certificare quello che sentivamo già sulla pelle. Davvero vi stupite ancora? Milano è la città dei ricchi? Sì. Punto. A dirlo non è un centro sociale, ma uno studio di Henley & Partners, ripreso dal Sole 24 Ore.
    Uno ogni dodici abitanti è milionario. Neonati compresi. Patrimonio liquido sopra il milione, immobili esclusi. Milano prima al mondo per concentrazione di super-ricchi. Più di New York. Più di Londra. Più di Parigi. Applausi?

    115 mila milionari. 182 centimilionari. 17 miliardari sotto la Madonnina. Il tutto condito da flat tax per super-ricchi, cittadinanze di fatto comprate, successioni tassate al 4% quando la media OCSE è al 15%. Un paradiso fiscale travestito da capitale morale. Libertà sì, ma solo per chi può permettersela .

    E fin qui, per quanto nauseante, nulla di nuovo. Il disgusto vero arriva quando giriamo la medaglia.
    Perché mentre Milano diventa la Disneyland dei patrimoni liquidi, si muore di freddo in strada. Letteralmente. Come in un manuale di capitalismo estremo made in USA. Solo che non siamo a Los Angeles. Siamo a Milano. Città “europea”, “progressista”, “inclusiva”.
    Una colonia americana o, peggio, una moderna prostituta urbana che si vende al miglior offerente estero e lascia morire i suoi ultimi sotto un cavalcavia. Questo è. E detto dopo quei numeri suona come una bestemmia urlata in chiesa .

    Gharia Narendra Singi, 51 anni, nato in India, trovato morto sotto un cavalcavia in via Padova. Freddo, probabilmente. Terzo caso in pochi giorni. Prima Cadorna, davanti alla metro. Poi San Donato, capolinea della gialla. Andrea Colombo, 34 anni, morto al Policlinico dopo essere stato raccolto dalla strada in condizioni disperate.
    Opulenza da una parte. Gelo dall’altra. Questa non è una contraddizione: è un sistema.
    È sempre stato così? Forse sì. Ma chi ha deciso che fosse giusto? Chi ha stabilito che questa fosse la “libertà” da difendere?

    Benvenuti nella terra delle disuguaglianze strutturali. Benvenuti nella città dove vince chi ha le spalle coperte, dove presto – nello stile americano più puro – dovremo farci un’assicurazione sanitaria per non finire anche noi sul marciapiede .
    Una metropoli sempre più asettica, sempre più disumana, fondata su criteri darwiniani di sopravvivenza sociale.

    Qui non si tratta solo di indignarsi o di fare post rabbiosi. Qui si tratta di scegliere. Scegliere come vogliamo vivere. Scegliere se accettare una Milano progettata per il 10% e ostile al restante 90%.
    Scegliere se continuare a vendere pezzi di città in cambio di capitali o se liberare Milano dalle disuguaglianze e dalle condizioni strategiche di favore che hanno arricchito pochi e impoverito molti .
    Non si tratta di vincere elezioni né di raccontare le solite balle. Si tratta di cambiare passo. Di pretendere una Milano più equa, più giusta, più libera.

    Perché la modernità senza umanità è solo una forma elegante di barbarie.
    Qual è davvero la Milano che vogliamo?

    #Milano #Disuguaglianze #Libertà #GiustiziaSociale #Milano2026 #CittàPerPochi #Diritti #Umanità #Politica #Attivismo #milanolibera
    MILANO: Tutto o Niente 💸❄️ Vogliamo continuare a vivere di rendita storica e crogiolarci nel passato? Città medaglia d’oro della Resistenza, patria dello spirito ambrosiano, locomotiva d’Italia e bla bla bla. Liberissimi di farlo. Ma è una filastrocca che conosciamo a memoria. Intanto la Milano del 2026 ci restituisce una fotografia molto meno eroica e molto più brutale. Una città che non ha più il cuore in mano, ma un portafoglio. Gonfio. Selettivo. Spietato. Siamo troppo occupati a fare analisi geopolitiche da salotto, a empatizzare – giustamente – con Gaza, Teheran, Caracas e ogni dolore lontano, mentre il futuro della città in cui viviamo ci scivola via sotto i piedi. Milano oggi è una macchina perfetta di disparità sociali, ingiustizie strutturali e opportunità riservate a pochi. Questa è la verità, che piaccia o no. Guardatevi attorno: quanti vicini, amici, compagni di lotta hanno mollato tutto e se ne sono andati verso realtà più sostenibili, più umane, più respirabili? Non serve Nostradamus né Adam Smith per capirlo. Basta aprire gli occhi 👀. E oggi arriva anche la statistica a certificare quello che sentivamo già sulla pelle. Davvero vi stupite ancora? Milano è la città dei ricchi? Sì. Punto. A dirlo non è un centro sociale, ma uno studio di Henley & Partners, ripreso dal Sole 24 Ore. Uno ogni dodici abitanti è milionario. Neonati compresi. Patrimonio liquido sopra il milione, immobili esclusi. Milano prima al mondo per concentrazione di super-ricchi. Più di New York. Più di Londra. Più di Parigi. Applausi? 👏 115 mila milionari. 182 centimilionari. 17 miliardari sotto la Madonnina. Il tutto condito da flat tax per super-ricchi, cittadinanze di fatto comprate, successioni tassate al 4% quando la media OCSE è al 15%. Un paradiso fiscale travestito da capitale morale. Libertà sì, ma solo per chi può permettersela 💼. E fin qui, per quanto nauseante, nulla di nuovo. Il disgusto vero arriva quando giriamo la medaglia. Perché mentre Milano diventa la Disneyland dei patrimoni liquidi, si muore di freddo in strada. Letteralmente. Come in un manuale di capitalismo estremo made in USA. Solo che non siamo a Los Angeles. Siamo a Milano. Città “europea”, “progressista”, “inclusiva”. Una colonia americana o, peggio, una moderna prostituta urbana che si vende al miglior offerente estero e lascia morire i suoi ultimi sotto un cavalcavia. Questo è. E detto dopo quei numeri suona come una bestemmia urlata in chiesa ⛪. Gharia Narendra Singi, 51 anni, nato in India, trovato morto sotto un cavalcavia in via Padova. Freddo, probabilmente. Terzo caso in pochi giorni. Prima Cadorna, davanti alla metro. Poi San Donato, capolinea della gialla. Andrea Colombo, 34 anni, morto al Policlinico dopo essere stato raccolto dalla strada in condizioni disperate. Opulenza da una parte. Gelo dall’altra. Questa non è una contraddizione: è un sistema. È sempre stato così? Forse sì. Ma chi ha deciso che fosse giusto? Chi ha stabilito che questa fosse la “libertà” da difendere? Benvenuti nella terra delle disuguaglianze strutturali. Benvenuti nella città dove vince chi ha le spalle coperte, dove presto – nello stile americano più puro – dovremo farci un’assicurazione sanitaria per non finire anche noi sul marciapiede ❄️. Una metropoli sempre più asettica, sempre più disumana, fondata su criteri darwiniani di sopravvivenza sociale. Qui non si tratta solo di indignarsi o di fare post rabbiosi. Qui si tratta di scegliere. Scegliere come vogliamo vivere. Scegliere se accettare una Milano progettata per il 10% e ostile al restante 90%. Scegliere se continuare a vendere pezzi di città in cambio di capitali o se liberare Milano dalle disuguaglianze e dalle condizioni strategiche di favore che hanno arricchito pochi e impoverito molti 🔓. Non si tratta di vincere elezioni né di raccontare le solite balle. Si tratta di cambiare passo. Di pretendere una Milano più equa, più giusta, più libera. Perché la modernità senza umanità è solo una forma elegante di barbarie. Qual è davvero la Milano che vogliamo? #Milano #Disuguaglianze #Libertà #GiustiziaSociale #Milano2026 #CittàPerPochi #Diritti #Umanità #Politica #Attivismo #milanolibera
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  • SUCCEDE anche QUESTO nel SILENZIO GENERALE!
    Iran, 17enne ucciso durante le proteste: la storia di Amir nuovo simbolo della resistenza
    Colpito al cuore e pestato a morte durante le proteste in Iran. Il regime parla di "caduta", ma i familiari denunciano la verità



    “È stato colpito al cuore e, mentre esalava l’ultimo respiro, lo hanno pestato alla testa con il calcio di una pistola, così tante volte che il suo cervello si è sparso a terra”. Così è stato ammazzato Amir dagli sgherri del regime iraniano, secondo il racconto dei suoi cari

    Si muore a Teheran e non solo, a causa delle contestazioni alla dittatura degli ayatollah, ma nelle grandi città europee questo sacrificio attira poco: non ci sono cortei o bandiere ai balconi per sostenere un popolo stanco della repressione, non ci sono scritte sui muri o raduni che chiedano la liberazione di questo o quel prigioniero. Eppure, i simboli di questa resistenza si moltiplicano con il passare dei giorni e con il numero delle vittime in aumento. Uno di questi simboli è Amir. Aveva 17 anni e di certo, alla sua età, ne avrebbe fatto a meno. Ma il racconto dei suoi parenti sta circolando, grazie alla testimonianza del cugino di Amir – Diako Haydari – raccolta da Sky News.

    Diako vive a Cardiff, in Galles, e ai giornalisti ha raccontato che Amir è stato ucciso la scorsa settimana, picchiato e colpito a morte a Kermanshah, nell’Iran occidentale. Amir aveva deciso di partecipare alle manifestazioni, giovedì scorso, assieme ai compagni di classe: la sua scelta è risultata fatale. La famiglia sostiene di aver ricevuto una spiegazione diversa dalle autorità: il diciassettenne sarebbe “caduto da una grande altezza”. Quel giorno Amir non è stato il solo a perdere la vita: “Due suoi amici sono in coma, altri li hanno uccisi. Gli hanno sparato”, ha detto Diako.

    Avere fonti indipendenti che possano confortare con più testimonianze quanto avviene in Iran è difficile: il governo ha bloccato Internet e chi riesce si collega grazie ai satelliti di Starlink per mandare i video delle manifestazioni. In uno di questi, proprio da Kermanshah, mostrato da Sky News, si vedono poliziotti in borghese sparare sui manifestanti. In altri video girati nel centro forense di Kahrizak, alla periferia di Teheran, vengono mostrati i sacchi neri di plastica per chiudere i cadaveri che ricoprivano il pavimento di un grande magazzino. Uomini e donne si muovono tra file di corpi per cercare di identificare i propri cari.

    In questo contesto, la morte di uno studente diventa il simbolo di una tragedia: c’è il racconto dei familiari e la versione opposta del governo, mentre sullo sfondo cresce la rabbia in un Paese in piena crisi economica ma con una leadership che non intende farsi da parte e una opposizione spesso frammentata. La fine di Amir racconta la voglia dei ragazzi di vivere in un Iran differente: un desiderio spezzato con la violenza legalizzata dagli ayatollah.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/13/proteste-iran-amir-ucciso-17-anni-notizie/8254305/
    SUCCEDE anche QUESTO nel SILENZIO GENERALE! Iran, 17enne ucciso durante le proteste: la storia di Amir nuovo simbolo della resistenza Colpito al cuore e pestato a morte durante le proteste in Iran. Il regime parla di "caduta", ma i familiari denunciano la verità “È stato colpito al cuore e, mentre esalava l’ultimo respiro, lo hanno pestato alla testa con il calcio di una pistola, così tante volte che il suo cervello si è sparso a terra”. Così è stato ammazzato Amir dagli sgherri del regime iraniano, secondo il racconto dei suoi cari Si muore a Teheran e non solo, a causa delle contestazioni alla dittatura degli ayatollah, ma nelle grandi città europee questo sacrificio attira poco: non ci sono cortei o bandiere ai balconi per sostenere un popolo stanco della repressione, non ci sono scritte sui muri o raduni che chiedano la liberazione di questo o quel prigioniero. Eppure, i simboli di questa resistenza si moltiplicano con il passare dei giorni e con il numero delle vittime in aumento. Uno di questi simboli è Amir. Aveva 17 anni e di certo, alla sua età, ne avrebbe fatto a meno. Ma il racconto dei suoi parenti sta circolando, grazie alla testimonianza del cugino di Amir – Diako Haydari – raccolta da Sky News. Diako vive a Cardiff, in Galles, e ai giornalisti ha raccontato che Amir è stato ucciso la scorsa settimana, picchiato e colpito a morte a Kermanshah, nell’Iran occidentale. Amir aveva deciso di partecipare alle manifestazioni, giovedì scorso, assieme ai compagni di classe: la sua scelta è risultata fatale. La famiglia sostiene di aver ricevuto una spiegazione diversa dalle autorità: il diciassettenne sarebbe “caduto da una grande altezza”. Quel giorno Amir non è stato il solo a perdere la vita: “Due suoi amici sono in coma, altri li hanno uccisi. Gli hanno sparato”, ha detto Diako. Avere fonti indipendenti che possano confortare con più testimonianze quanto avviene in Iran è difficile: il governo ha bloccato Internet e chi riesce si collega grazie ai satelliti di Starlink per mandare i video delle manifestazioni. In uno di questi, proprio da Kermanshah, mostrato da Sky News, si vedono poliziotti in borghese sparare sui manifestanti. In altri video girati nel centro forense di Kahrizak, alla periferia di Teheran, vengono mostrati i sacchi neri di plastica per chiudere i cadaveri che ricoprivano il pavimento di un grande magazzino. Uomini e donne si muovono tra file di corpi per cercare di identificare i propri cari. In questo contesto, la morte di uno studente diventa il simbolo di una tragedia: c’è il racconto dei familiari e la versione opposta del governo, mentre sullo sfondo cresce la rabbia in un Paese in piena crisi economica ma con una leadership che non intende farsi da parte e una opposizione spesso frammentata. La fine di Amir racconta la voglia dei ragazzi di vivere in un Iran differente: un desiderio spezzato con la violenza legalizzata dagli ayatollah. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/13/proteste-iran-amir-ucciso-17-anni-notizie/8254305/
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  • Grandissima. Tutto il mondo deve sostenere queste donne coraggiose
    Con una sigaretta brucia la foto di Khamenei: il gesto di protesta dell'attivista iraniana - Video
    L'attivista conosciuta su X come "Morticia Addams" dà fuoco all'immagine dell'Ayatollah: un simbolo di resistenza femminile al regime iraniano
    MASSIMA DIFFUSIONE!
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/12/protesta-khamenei-sigaretta-attivista-iraniana-news/8252889/
    Grandissima. Tutto il mondo deve sostenere queste donne coraggiose Con una sigaretta brucia la foto di Khamenei: il gesto di protesta dell'attivista iraniana - Video L'attivista conosciuta su X come "Morticia Addams" dà fuoco all'immagine dell'Ayatollah: un simbolo di resistenza femminile al regime iraniano MASSIMA DIFFUSIONE! https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/12/protesta-khamenei-sigaretta-attivista-iraniana-news/8252889/
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  • La tempesta perfetta: l’IA sta uccidendo i PC desktop e prepara la strada per il computer in abbonamento
    La crisi strutturale dei prezzi delle memorie e l'insaziabile domanda di potenza da parte dell'intelligenza artificiale stanno spingendo il mondo dei PC verso quella rivoluzione cloud che in passato è stata tentata più volte, ma senza successo per la resistenza...
    https://www.dday.it/redazione/55386/la-tempesta-perfetta-lia-sta-uccidendo-i-pc-desktop-e-prepara-la-strada-per-il-computer-in-abbonamento
    La tempesta perfetta: l’IA sta uccidendo i PC desktop e prepara la strada per il computer in abbonamento La crisi strutturale dei prezzi delle memorie e l'insaziabile domanda di potenza da parte dell'intelligenza artificiale stanno spingendo il mondo dei PC verso quella rivoluzione cloud che in passato è stata tentata più volte, ma senza successo per la resistenza... https://www.dday.it/redazione/55386/la-tempesta-perfetta-lia-sta-uccidendo-i-pc-desktop-e-prepara-la-strada-per-il-computer-in-abbonamento
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    La tempesta perfetta: l’IA sta uccidendo i PC desktop e prepara la strada per il computer in abbonamento
    La crisi strutturale dei prezzi delle memorie e l'insaziabile domanda di potenza da parte dell'intelligenza artificiale stanno spingendo il mondo dei PC verso quella rivoluzione cloud che in passato è stata tentata più volte, ma senza successo per la resistenza degli utenti. L'acquisto e la manutenzione di un PC desktop potrebbe diventare, a certi prezzi, una scelta economicamente insostenibile e razionalmente obsoleta.
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  • NO OTHER LAND
    *Prima visione 15/11 - Rai3*

    Lasciamo che sia il cinema – quello che non ha paura di sporcare la pellicola con la realtà – a parlare per noi. Per una sera abbassiamo il volume delle polemiche, sospendiamo slogan e contrapposizioni, e concediamoci il tempo necessario per guardare dritto negli occhi una storia che non appartiene “a loro”, ma a tutti noi.

    “NO OTHER LAND” è molto più di un documentario: è un atto di resistenza visiva. Un film nato da cinque anni di registrazioni sul campo, dal 2019 al 2024, durante i quali l’attivista palestinese Basel Adra ha filmato, abitazione dopo abitazione, la progressiva demolizione delle case considerate “abusive” dal governo israeliano. Un lavoro che diventa ancora più potente nell’incontro con lo sguardo del giornalista israeliano Yuval Abraham, e con quello dei co-registi Hamdan Ballal e Rachel Szor.

    Quattro voci, quattro sensibilità, quattro sguardi che si intrecciano in un’opera che non cerca il sensazionalismo ma la verità, anche quando è scomoda, anche quando fa male. Un racconto duro, necessario, che mostra la violenza e la resistenza ma anche una rara e fragile possibilità di alleanza umana oltre le divisioni storiche e politiche.

    Un merito enorme a questo gruppo di autori che dimostra – con un film e non con proclami – che l’arte può davvero diventare un terreno comune, un ponte reale in un paesaggio di muri.

    Sostenuto da Amnesty International nella distribuzione e accompagnato da Medici Senza Frontiere, “No Other Land” ci consegna immagini che restano impresse come cicatrici, e parole che aprono spiragli. Un'opera che non pretende di dare risposte, ma ci invita con forza a non distogliere lo sguardo.


    SABATO 15 NOVEMBRE – ORE 21:20 – RAI 3 (prima visione)


    E allora sì: questa sera non dobbiamo mancare. Perché certe storie non si guardano soltanto — si attraversano insieme.


    #NoOtherLand #Documentario #DirittiUmani #Rai3 #Attivismo #CinemaDelReale #Palestina #Israele
    🎬NO OTHER LAND🎬 *Prima visione 15/11 - Rai3* Lasciamo che sia il cinema – quello che non ha paura di sporcare la pellicola con la realtà – a parlare per noi. Per una sera abbassiamo il volume delle polemiche, sospendiamo slogan e contrapposizioni, e concediamoci il tempo necessario per guardare dritto negli occhi una storia che non appartiene “a loro”, ma a tutti noi. “NO OTHER LAND” è molto più di un documentario: è un atto di resistenza visiva. Un film nato da cinque anni di registrazioni sul campo, dal 2019 al 2024, durante i quali l’attivista palestinese Basel Adra ha filmato, abitazione dopo abitazione, la progressiva demolizione delle case considerate “abusive” dal governo israeliano. Un lavoro che diventa ancora più potente nell’incontro con lo sguardo del giornalista israeliano Yuval Abraham, e con quello dei co-registi Hamdan Ballal e Rachel Szor. Quattro voci, quattro sensibilità, quattro sguardi che si intrecciano in un’opera che non cerca il sensazionalismo ma la verità, anche quando è scomoda, anche quando fa male. Un racconto duro, necessario, che mostra la violenza e la resistenza ma anche una rara e fragile possibilità di alleanza umana oltre le divisioni storiche e politiche. Un merito enorme a questo gruppo di autori che dimostra – con un film e non con proclami – che l’arte può davvero diventare un terreno comune, un ponte reale in un paesaggio di muri. Sostenuto da Amnesty International nella distribuzione e accompagnato da Medici Senza Frontiere, “No Other Land” ci consegna immagini che restano impresse come cicatrici, e parole che aprono spiragli. Un'opera che non pretende di dare risposte, ma ci invita con forza a non distogliere lo sguardo. 📌 📺 SABATO 15 NOVEMBRE – ORE 21:20 – RAI 3 (prima visione) E allora sì: questa sera non dobbiamo mancare. Perché certe storie non si guardano soltanto — si attraversano insieme. #NoOtherLand #Documentario #DirittiUmani #Rai3 #Attivismo #CinemaDelReale #Palestina #Israele
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  • QUESTA FOLLE GUERRANFONDAI vuole PORTARCI alla TERZA GUERRA MONDIALE.
    La guerra Kiev l'ha già persa da mesi.
    In UCRAINA la generazione di ragazzi dai 18 ai 30 anni non esiste più. Sono stati tutti sterminati!
    Von der Leyen prosegue sulla linea della guerra armando Kiev: "L'Europa continuerà a sostenere la resistenza e Putin fallirà la sua offensiva di inverno" - Il Fatto Quotidiano
    La presidente della Commissione Ue: "Diamo a Kiev altri 6 miliardi". Zelensky: "Situazione a Pokrovsk difficile, il ritiro spetta ai militari"
    https://www.ilfattoquotidiano.it/live-post/2025/11/13/von-der-leyen-guerra-putin-offensiva-diretta-news/8194601/
    QUESTA FOLLE GUERRANFONDAI vuole PORTARCI alla TERZA GUERRA MONDIALE. La guerra Kiev l'ha già persa da mesi. In UCRAINA la generazione di ragazzi dai 18 ai 30 anni non esiste più. Sono stati tutti sterminati! Von der Leyen prosegue sulla linea della guerra armando Kiev: "L'Europa continuerà a sostenere la resistenza e Putin fallirà la sua offensiva di inverno" - Il Fatto Quotidiano La presidente della Commissione Ue: "Diamo a Kiev altri 6 miliardi". Zelensky: "Situazione a Pokrovsk difficile, il ritiro spetta ai militari" https://www.ilfattoquotidiano.it/live-post/2025/11/13/von-der-leyen-guerra-putin-offensiva-diretta-news/8194601/
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  • 𝗢𝗴𝗴𝗶 𝗲̀ 𝗦𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮, 𝗣𝘂𝘁𝗶𝗻 𝗳𝗶𝗿𝗺𝗮 𝗹’𝗮𝗰𝗰𝗼𝗿𝗱𝗼 𝗺𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗖𝘂𝗯𝗮, 𝗻𝗮𝘀𝗰𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗲𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗻𝗲𝗹 𝗰𝘂𝗼𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗖𝗮𝗿𝗮𝗶𝗯𝗶

    Oggi, 15 ottobre 2025 il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha firmato la legge che ratifica un accordo di cooperazione militare tra il governo russo e il governo della Repubblica di Cuba.

    Si tratta di un evento che segna un momento decisivo nelle relazioni internazionali, un passo determinato e simbolico che richiama e supera le suggestioni storiche del passato, proiettando le due nazioni verso una rinnovata alleanza strategica e militare.

    L'accordo, firmato a L'Avana il 13 marzo 2025 e successivamente a Mosca il 19 marzo 2025, è stato approvato dalla Duma di Stato russa il 7 ottobre, per poi essere definitivamente ratificato oggi con la firma presidenziale di Putin, a sancire il pieno impegno della Russia in questo nuovo capitolo della sua politica estera.

    È una notizia che risuona con forza, perché ciò che viene siglato oggi non è solo un'intesa tecnica, ma una visione condivisa del futuro tra due nazioni storicamente amiche e oggi più che mai unite nel contrastare un ordine mondiale unilaterale e squilibrato.

    L’accordo stabilisce un quadro giuridico completo per lo sviluppo della cooperazione militare bilaterale.
    Esso include scambi di delegazioni tra le forze armate dei due Paesi, addestramenti congiunti, assistenza tecnica, fornitura di equipaggiamento militare, supporto logistico, e persino visite ufficiali di navi da guerra russe nei porti cubani.

    Sebbene non si parli ancora ufficialmente di basi militari permanenti, l’intesa apre le porte a un consolidamento stabile della presenza russa nei Caraibi, a poche centinaia di chilometri dalla costa degli Stati Uniti.

    È una mossa che, senza alcuna provocazione diretta, invia un chiaro messaggio di equilibrio multipolare e di autonomia geopolitica.

    Per Cuba, questo accordo rappresenta una boccata d’aria e una solida ancora in un momento in cui l’isola continua a resistere con determinazione a decenni di embargo, isolamento e pressioni internazionali.

    La cooperazione con Mosca consente all'Avana di rafforzare le proprie capacità difensive, modernizzare le forze armate e contare su un partner affidabile con il quale condividere ideali di sovranità, autodeterminazione e resistenza all’ingerenza straniera.

    Per la Russia, l’accordo è una dimostrazione concreta della sua capacità di proiettare influenza e collaborazione anche in aree geografiche strategiche che l’Occidente considera parte della propria sfera di interesse.

    Non si tratta di una provocazione, ma di un’affermazione netta e giusta, la Russia non accetta confini imposti al suo ruolo globale, e trova in Cuba un alleato che condivide lo stesso spirito di indipendenza.

    Il significato simbolico è immenso.

    In un mondo dove le alleanze si moltiplicano e le tensioni aumentano, il riavvicinamento tra Russia e Cuba è un gesto di memoria storica ma soprattutto di futuro.

    È un messaggio chiaro ai popoli del mondo, le alternative all’egemonia esistono, e si possono costruire con dignità, rispetto reciproco e visione strategica.

    L’accordo militare tra Russia e Cuba non è solo una notizia, è un evento che resterà nella storia.

    È la conferma che due Paesi possono scegliersi liberamente, rafforzarsi reciprocamente e camminare fianco a fianco verso un futuro di cooperazione, sicurezza condivisa e autodeterminazione.

    In un’epoca in cui tutti parlano e molto spesso a sproposito, perdendosi in inutili acidità riflesso solo della loro inutilità globale, dove molti parlano di guerra e confronto, Cuba e Russia parlano di alleanza e stabilità.
    Fanno.
    E come diceva José Martì, "il miglior modo di dire è fare".

    E lo fanno, oggi, con una firma che vale più di mille parole.

    Articolo a cura di Silvana Sale, 15 ottobre 2025
    Silvana Sale
    𝗢𝗴𝗴𝗶 𝗲̀ 𝗦𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮, 𝗣𝘂𝘁𝗶𝗻 𝗳𝗶𝗿𝗺𝗮 𝗹’𝗮𝗰𝗰𝗼𝗿𝗱𝗼 𝗺𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗖𝘂𝗯𝗮, 𝗻𝗮𝘀𝗰𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗲𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗻𝗲𝗹 𝗰𝘂𝗼𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗖𝗮𝗿𝗮𝗶𝗯𝗶🌹💗💕 Oggi, 15 ottobre 2025 il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha firmato la legge che ratifica un accordo di cooperazione militare tra il governo russo e il governo della Repubblica di Cuba. Si tratta di un evento che segna un momento decisivo nelle relazioni internazionali, un passo determinato e simbolico che richiama e supera le suggestioni storiche del passato, proiettando le due nazioni verso una rinnovata alleanza strategica e militare. L'accordo, firmato a L'Avana il 13 marzo 2025 e successivamente a Mosca il 19 marzo 2025, è stato approvato dalla Duma di Stato russa il 7 ottobre, per poi essere definitivamente ratificato oggi con la firma presidenziale di Putin, a sancire il pieno impegno della Russia in questo nuovo capitolo della sua politica estera. È una notizia che risuona con forza, perché ciò che viene siglato oggi non è solo un'intesa tecnica, ma una visione condivisa del futuro tra due nazioni storicamente amiche e oggi più che mai unite nel contrastare un ordine mondiale unilaterale e squilibrato. L’accordo stabilisce un quadro giuridico completo per lo sviluppo della cooperazione militare bilaterale. Esso include scambi di delegazioni tra le forze armate dei due Paesi, addestramenti congiunti, assistenza tecnica, fornitura di equipaggiamento militare, supporto logistico, e persino visite ufficiali di navi da guerra russe nei porti cubani. Sebbene non si parli ancora ufficialmente di basi militari permanenti, l’intesa apre le porte a un consolidamento stabile della presenza russa nei Caraibi, a poche centinaia di chilometri dalla costa degli Stati Uniti. È una mossa che, senza alcuna provocazione diretta, invia un chiaro messaggio di equilibrio multipolare e di autonomia geopolitica. Per Cuba, questo accordo rappresenta una boccata d’aria e una solida ancora in un momento in cui l’isola continua a resistere con determinazione a decenni di embargo, isolamento e pressioni internazionali. La cooperazione con Mosca consente all'Avana di rafforzare le proprie capacità difensive, modernizzare le forze armate e contare su un partner affidabile con il quale condividere ideali di sovranità, autodeterminazione e resistenza all’ingerenza straniera. Per la Russia, l’accordo è una dimostrazione concreta della sua capacità di proiettare influenza e collaborazione anche in aree geografiche strategiche che l’Occidente considera parte della propria sfera di interesse. Non si tratta di una provocazione, ma di un’affermazione netta e giusta, la Russia non accetta confini imposti al suo ruolo globale, e trova in Cuba un alleato che condivide lo stesso spirito di indipendenza. Il significato simbolico è immenso. In un mondo dove le alleanze si moltiplicano e le tensioni aumentano, il riavvicinamento tra Russia e Cuba è un gesto di memoria storica ma soprattutto di futuro. È un messaggio chiaro ai popoli del mondo, le alternative all’egemonia esistono, e si possono costruire con dignità, rispetto reciproco e visione strategica. L’accordo militare tra Russia e Cuba non è solo una notizia, è un evento che resterà nella storia. È la conferma che due Paesi possono scegliersi liberamente, rafforzarsi reciprocamente e camminare fianco a fianco verso un futuro di cooperazione, sicurezza condivisa e autodeterminazione. In un’epoca in cui tutti parlano e molto spesso a sproposito, perdendosi in inutili acidità riflesso solo della loro inutilità globale, dove molti parlano di guerra e confronto, Cuba e Russia parlano di alleanza e stabilità. Fanno. E come diceva José Martì, "il miglior modo di dire è fare". E lo fanno, oggi, con una firma che vale più di mille parole.🌹💗 Articolo a cura di Silvana Sale, 15 ottobre 2025 Silvana Sale
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  • MILANO, IL CORAGGIO NON LO TROVI IN GIUNTA

    Il coraggio, evidentemente, non lo si compra al mercato.

    La via istituzionale resta sempre quella più dura ma necessaria, perché è lì — tra i banchi del Consiglio — che si misura il peso vero della politica. È lì che servono spina dorsale e coscienza.

    Eppure anche oggi, a Milano, abbiamo motivo per incazzarci sul serio. Perché quando si tradiscono i valori, non è solo una mozione a cadere: è un pezzo di dignità collettiva che si sgretola.

    La mozione bocciata chiedeva una cosa semplice, chiara, limpida:
    che Milano cessasse il gemellaggio con Tel Aviv finché Israele continuerà a violare i diritti umani e il diritto internazionale nei territori palestinesi,
    e che la città si facesse promotrice di un dialogo di pace vero, libero da complicità istituzionali e da relazioni di comodo.

    Non era una provocazione, ma una presa di posizione morale.
    Un segnale concreto per dire che la pace non si invoca: si costruisce anche prendendo le distanze da chi la calpesta ogni giorno.

    Dalla città che ama definirsi “medaglia d’oro della Resistenza”, ci saremmo aspettati almeno un lampo di coraggio. Un voto chiaro, netto, capace di dire: “Sì, vogliamo rompere con chi perpetua violenza e oppressione.”

    Io quella mozione l’ho firmata convintamente, orgoglioso di essere tra i 1238 milanesi che hanno scelto la coerenza alla convenienza. Perché un’idea giusta non ha bisogno di “targhe” politiche: si sostiene, punto.

    Ma ancora una volta, le nostre speranze si sono infrante contro il muro di una Giunta senza vergogna né dignità, dove l’unica bussola sembra essere quella degli affari e delle relazioni “strategiche”.

    Sciogliere il gemellaggio con Tel Aviv non era un atto di guerra.
    Era un atto di coscienza politica, un segno di autodeterminazione e rispetto verso chi subisce, ogni giorno, la negazione della propria libertà.
    Era un modo per dire: Milano è ancora viva, pensa, sceglie.

    E invece no.
    Milano ha preferito il silenzio.
    Ha scelto la comodità dei vincoli, delle lobby, delle famiglie “intoccabili”, e di una memoria storica brandita come scudo, non come lezione.

    Oggi questa città vive di rendita morale, come un artista decaduto che si presenta ancora ai festival con un premio vinto quarant’anni fa.
    O peggio — come una prostituta di lusso, pronta a muoversi solo quando c’è da compiacere il miglior offerente.

    E così, una mozione cade.
    E con lei cade un’altra occasione per dimostrare che Milano è ancora la città della Resistenza, e non una vetrina di ipocrisia.

    Ma la storia non finisce qui.
    Perché fuori da Palazzo Marino, tra chi non si arrende, c’è ancora chi crede in un nuovo soggetto politico dal basso, fondato su coraggio, verità e partecipazione reale.

    Da domani basta slogan.
    Basta medaglie d’oro sventolate come souvenir.
    Milano deve scegliere se vuole essere memoria o coscienza viva.
    Perché oggi, purtroppo, non è né l’una né l’altra.

    #MilanoSenzaCoraggio
    #ResistenzaTradita
    #StopGemellaggioTelAviv
    #GiuntaSenzaVergogna
    #PoliticaConCoscienza
    #MilanoIpocrita
    #OltreGliAffari
    #MilanoResiste
    #VergognaCivica
    #dirittiumanisempre
    🔥 MILANO, IL CORAGGIO NON LO TROVI IN GIUNTA Il coraggio, evidentemente, non lo si compra al mercato. La via istituzionale resta sempre quella più dura ma necessaria, perché è lì — tra i banchi del Consiglio — che si misura il peso vero della politica. È lì che servono spina dorsale e coscienza. Eppure anche oggi, a Milano, abbiamo motivo per incazzarci sul serio. Perché quando si tradiscono i valori, non è solo una mozione a cadere: è un pezzo di dignità collettiva che si sgretola. La mozione bocciata chiedeva una cosa semplice, chiara, limpida: 👉 che Milano cessasse il gemellaggio con Tel Aviv finché Israele continuerà a violare i diritti umani e il diritto internazionale nei territori palestinesi, 👉 e che la città si facesse promotrice di un dialogo di pace vero, libero da complicità istituzionali e da relazioni di comodo. Non era una provocazione, ma una presa di posizione morale. Un segnale concreto per dire che la pace non si invoca: si costruisce anche prendendo le distanze da chi la calpesta ogni giorno. Dalla città che ama definirsi “medaglia d’oro della Resistenza”, ci saremmo aspettati almeno un lampo di coraggio. Un voto chiaro, netto, capace di dire: “Sì, vogliamo rompere con chi perpetua violenza e oppressione.” Io quella mozione l’ho firmata convintamente, orgoglioso di essere tra i 1238 milanesi che hanno scelto la coerenza alla convenienza. Perché un’idea giusta non ha bisogno di “targhe” politiche: si sostiene, punto. Ma ancora una volta, le nostre speranze si sono infrante contro il muro di una Giunta senza vergogna né dignità, dove l’unica bussola sembra essere quella degli affari e delle relazioni “strategiche”. Sciogliere il gemellaggio con Tel Aviv non era un atto di guerra. Era un atto di coscienza politica, un segno di autodeterminazione e rispetto verso chi subisce, ogni giorno, la negazione della propria libertà. Era un modo per dire: Milano è ancora viva, pensa, sceglie. E invece no. Milano ha preferito il silenzio. Ha scelto la comodità dei vincoli, delle lobby, delle famiglie “intoccabili”, e di una memoria storica brandita come scudo, non come lezione. Oggi questa città vive di rendita morale, come un artista decaduto che si presenta ancora ai festival con un premio vinto quarant’anni fa. O peggio — come una prostituta di lusso, pronta a muoversi solo quando c’è da compiacere il miglior offerente. E così, una mozione cade. E con lei cade un’altra occasione per dimostrare che Milano è ancora la città della Resistenza, e non una vetrina di ipocrisia. Ma la storia non finisce qui. Perché fuori da Palazzo Marino, tra chi non si arrende, c’è ancora chi crede in un nuovo soggetto politico dal basso, fondato su coraggio, verità e partecipazione reale. Da domani basta slogan. Basta medaglie d’oro sventolate come souvenir. Milano deve scegliere se vuole essere memoria o coscienza viva. Perché oggi, purtroppo, non è né l’una né l’altra. #MilanoSenzaCoraggio #ResistenzaTradita #StopGemellaggioTelAviv #GiuntaSenzaVergogna #PoliticaConCoscienza #MilanoIpocrita #OltreGliAffari #MilanoResiste #VergognaCivica #dirittiumanisempre
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  • l documentario No Other Land, Premio Oscar e dedicato alla resistenza palestinese in Cisgiordania, non andrà in onda il 7 ottobre come inizialmente annunciato dalla Rai. La scelta della data non era casuale: avrebbe avuto un forte valore simbolico, legato all’anniversario dell’attacco di Hamas a Israele e all’inizio della guerra e gen0cidi0 a Gaza. Ma qualcosa è cambiato all’ultimo momento.

    Chissà, è arrivato un improvviso dietrofront. Al posto del film, la Rai ha comunicato che il 7 ottobre sarà dedicato a uno speciale informativo sulla situazione in Medio Oriente, mentre No Other Land è stato riprogrammato al 21 ottobre, sempre in prima serata su Rai 3.

    Secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, dietro la decisione ci sarebbe stata “un’imposizione dall’alto”. Una dinamica che ricorda altri episodi simili: prima l’annuncio, poi la cancellazione, e in mezzo telefonate, pressioni o segnalazioni che avrebbero spinto al cambio di rotta.

    La scelta ha scatenato reazioni dure. Riccardo Saccone, segretario generale della Slc Cgil, parla di “prova provata” della necessità di una riforma del servizio pubblico, accusando la Rai di aver abdicato al suo ruolo e di trattare i cittadini “come bambini” decidendo cosa possano o non possano vedere. Saccone denuncia inoltre un atteggiamento “paternalistico”, che finisce per penalizzare non solo il pluralismo, ma anche la stessa competitività dell’azienda.

    di @aridreamsoutloud

    #rai #televisione #serviziopubblico #nootherland
    l documentario No Other Land, Premio Oscar e dedicato alla resistenza palestinese in Cisgiordania, non andrà in onda il 7 ottobre come inizialmente annunciato dalla Rai. La scelta della data non era casuale: avrebbe avuto un forte valore simbolico, legato all’anniversario dell’attacco di Hamas a Israele e all’inizio della guerra e gen0cidi0 a Gaza. Ma qualcosa è cambiato all’ultimo momento. Chissà, è arrivato un improvviso dietrofront. Al posto del film, la Rai ha comunicato che il 7 ottobre sarà dedicato a uno speciale informativo sulla situazione in Medio Oriente, mentre No Other Land è stato riprogrammato al 21 ottobre, sempre in prima serata su Rai 3. Secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, dietro la decisione ci sarebbe stata “un’imposizione dall’alto”. Una dinamica che ricorda altri episodi simili: prima l’annuncio, poi la cancellazione, e in mezzo telefonate, pressioni o segnalazioni che avrebbero spinto al cambio di rotta. La scelta ha scatenato reazioni dure. Riccardo Saccone, segretario generale della Slc Cgil, parla di “prova provata” della necessità di una riforma del servizio pubblico, accusando la Rai di aver abdicato al suo ruolo e di trattare i cittadini “come bambini” decidendo cosa possano o non possano vedere. Saccone denuncia inoltre un atteggiamento “paternalistico”, che finisce per penalizzare non solo il pluralismo, ma anche la stessa competitività dell’azienda. di @aridreamsoutloud #rai #televisione #serviziopubblico #nootherland
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  • SOTTOSCRIVO IN TOTO!
    È ARRIVATO IL GIORNO DI PRENDERE IN MANO LE NOSTRE VITE!
    NON POSSIAMO FARCI SCHIACCIARE COME SCARAFAGGI!

    Telegram, oggi sull'app compare un messaggio apocalittico
    10 Ottobre 2025

    Chi oggi apre Telegram si trova davanti a un messaggio apocalittico: "Fine dell'internet libero. L'internet libero sta diventando uno strumento di controllo". Con un tap sulla notifica, si viene rimandati al canale di Pavel Durov, dove si può leggere un messaggio ancora più sconfortante: "Sto per compiere 41 anni", inizia il fondatore di Telegram, "ma non ho voglia di festeggiare". Di seguito il testo completo tradotto in italiano:

    "Sto per compiere 41 anni, ma non ho voglia di festeggiare.

    La nostra generazione sta esaurendo il tempo per salvare l'Internet libero costruito per noi dai nostri padri.

    Quello che una volta era la promessa dello scambio libero di informazioni si sta trasformando nell'ultimo strumento di controllo.

    Paesi un tempo liberi stanno introducendo misure distopiche come le identità digitali (Regno Unito), i controlli online dell'età (Australia) e la scansione di massa dei messaggi privati (UE).

    La Germania perseguita chiunque osi criticare i funzionari su Internet. Il Regno Unito sta imprigionando migliaia di persone per i loro tweet. La Francia sta indagando penalmente i leader tecnologici che difendono la libertà e la privacy.

    Un mondo oscuro e distopico si avvicina rapidamente — mentre noi dormiamo. La nostra generazione rischia di passare alla storia come l'ultima ad aver avuto libertà — e ad averle lasciate togliere.

    Ci è stata raccontata una bugia.

    Ci hanno fatto credere che la più grande lotta della nostra generazione sia distruggere tutto ciò che i nostri antenati ci hanno lasciato: tradizione, privacy, sovranità, libero mercato e libertà di parola.

    Tradendo l'eredità dei nostri antenati, ci siamo messi su una strada verso l'autodistruzione — morale, intellettuale, economica e infine biologica.

    Quindi no, oggi non festeggerò. Sto esaurendo il tempo. Noi stiamo esaurendo il tempo."

    Durov ne ha per tutti, in primis per i governi che hanno introdotto le identità digitali e altri meccanismi di controllo. E poi ne ha per i funzionari del Web, che non stanno mettendo in atto una "resistenza" al contrario di quanto fatto da lui con Telegram. Qualche giorno fa, in un altro messaggio sul suo canale, Durov ribadiva il suo impegno per la libertà di espressione e la denuncia verso "ogni tentativo di fare pressione per censurare la nostra piattaforma".

    Con quest'ultima comunicazione, il padre di Telegram sembra "chiamare i rinforzi": chiunque condivida la sua visione è invitato a combattere per scongiurare la fine del mondo virtuale (e, peggio ancora, reale) come lo conoscevamo ieri.

    https://www.hdblog.it/smartphone/articoli/n634489/telegram-fine-internet-libero-messaggio-durov/
    SOTTOSCRIVO IN TOTO! È ARRIVATO IL GIORNO DI PRENDERE IN MANO LE NOSTRE VITE! NON POSSIAMO FARCI SCHIACCIARE COME SCARAFAGGI! Telegram, oggi sull'app compare un messaggio apocalittico 10 Ottobre 2025 Chi oggi apre Telegram si trova davanti a un messaggio apocalittico: "Fine dell'internet libero. L'internet libero sta diventando uno strumento di controllo". Con un tap sulla notifica, si viene rimandati al canale di Pavel Durov, dove si può leggere un messaggio ancora più sconfortante: "Sto per compiere 41 anni", inizia il fondatore di Telegram, "ma non ho voglia di festeggiare". Di seguito il testo completo tradotto in italiano: "Sto per compiere 41 anni, ma non ho voglia di festeggiare. La nostra generazione sta esaurendo il tempo per salvare l'Internet libero costruito per noi dai nostri padri. Quello che una volta era la promessa dello scambio libero di informazioni si sta trasformando nell'ultimo strumento di controllo. Paesi un tempo liberi stanno introducendo misure distopiche come le identità digitali (Regno Unito), i controlli online dell'età (Australia) e la scansione di massa dei messaggi privati (UE). La Germania perseguita chiunque osi criticare i funzionari su Internet. Il Regno Unito sta imprigionando migliaia di persone per i loro tweet. La Francia sta indagando penalmente i leader tecnologici che difendono la libertà e la privacy. Un mondo oscuro e distopico si avvicina rapidamente — mentre noi dormiamo. La nostra generazione rischia di passare alla storia come l'ultima ad aver avuto libertà — e ad averle lasciate togliere. Ci è stata raccontata una bugia. Ci hanno fatto credere che la più grande lotta della nostra generazione sia distruggere tutto ciò che i nostri antenati ci hanno lasciato: tradizione, privacy, sovranità, libero mercato e libertà di parola. Tradendo l'eredità dei nostri antenati, ci siamo messi su una strada verso l'autodistruzione — morale, intellettuale, economica e infine biologica. Quindi no, oggi non festeggerò. Sto esaurendo il tempo. Noi stiamo esaurendo il tempo." Durov ne ha per tutti, in primis per i governi che hanno introdotto le identità digitali e altri meccanismi di controllo. E poi ne ha per i funzionari del Web, che non stanno mettendo in atto una "resistenza" al contrario di quanto fatto da lui con Telegram. Qualche giorno fa, in un altro messaggio sul suo canale, Durov ribadiva il suo impegno per la libertà di espressione e la denuncia verso "ogni tentativo di fare pressione per censurare la nostra piattaforma". Con quest'ultima comunicazione, il padre di Telegram sembra "chiamare i rinforzi": chiunque condivida la sua visione è invitato a combattere per scongiurare la fine del mondo virtuale (e, peggio ancora, reale) come lo conoscevamo ieri. https://www.hdblog.it/smartphone/articoli/n634489/telegram-fine-internet-libero-messaggio-durov/
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