Laureato nel 2001 al Dams di Bologna ma nato e cresciuto a Milano. Città dove attualmente vivo e lavoro.
Teamplayer e rivendicatore della libertà di espressione fra Politica, Musica e Spettacolo. Sogno una nuova Nouvelle Vague da ricreare a Milano fra una vecchia canzone anni '80 e un goal del... Milan!
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  • REQUIEM

    Possiamo capire tante cose. E possiamo discutere all'infinito dei motivi che costringono a prendere decisioni drastiche nella gestione di attività aperte al pubblico. Dal lockdown di qualche anno fa alle guerre, dall'inflazione che corre al rincaro dell'energia.

    Possiamo parlare di tutto e del suo contrario. Se fosse la prima volta potrei anche, a fatica, ingoiare il boccone e andare avanti. Ma stavolta assistiamo all'ennesimo capitolo di una storia che a Milano si ripete con inquietante regolarità.

    Perché qui, un pezzo alla volta, muoiono sia la Cultura sia il suo spirito di aggregazione. Sfido chiunque a sostenere il contrario mentre la lista dei luoghi perduti continua ad allungarsi. E soprattutto: fino a quando?

    Oggi tocca a un luogo diventato, meritatamente, un simbolo della città e della sua anima popolare. Per l'appunto, lo Spirit de Milan.

    In sintesi: lo Spirit de Milan è stato costretto a interrompere definitivamente la propria attività a causa della scadenza del contratto di affitto e della mancata disponibilità della proprietà a individuare una soluzione che consentisse la prosecuzione del progetto, anche in una fase transitoria. Nato nel 2015 negli spazi riqualificati delle ex Cristallerie Livellara in Bovisa, in dieci anni è diventato uno dei principali punti di riferimento culturali della città, tra musica dal vivo, spettacoli, incontri e valorizzazione delle tradizioni popolari.

    Per quanto tempo continueremo a ricevere notizie come questa
    Saranno anche scelte legittime di soggetti privati. Ma è altrettanto evidente che politica e istituzioni non hanno saputo costruire le condizioni necessarie per garantire a Milano uno sviluppo culturale all'altezza delle sue ambizioni.

    Eppure è proprio la cultura a creare relazioni, dialogo, coesione sociale. È ciò che permette a una comunità di confrontarsi civilmente anche sulle questioni più complesse, dall'economia al commercio, dalla sicurezza alle trasformazioni urbane.
    Perché senza cultura non esiste alcun dialogo civile. E i luoghi di aggregazione non sono un dettaglio folkloristico: sono presìdi sociali che contrastano isolamento, degrado e frammentazione.

    Quando però bisogna fare spazio a un nuovo store, a un centro commerciale o all'ennesimo contenitore per eventi patinati destinati a pochi, il tempo per discutere si trova sempre. Le corsie preferenziali per accordi e operazioni immobiliari sembrano comparire con sorprendente rapidità.
    Questa volta, invece, si chiude. E si chiude in fretta.
    La direzione che si vuole intraprendere è evidentemente un'altra. Ne prendiamo atto.

    Avremo più spazi per consumare. Più vetrine. Più servizi. Ma anche città sempre più sole, atomizzate e incapaci di riconoscersi in una dimensione collettiva. Rifugiati nei nostri salotti, con le app a sostituire progressivamente lo svago, l'incontro e la vita condivisa.

    Vogliamo ancora dare la colpa all'intelligenza artificiale?
    Troppo facile.
    Il problema è che da troppo tempo sta latitando l'intelligenza umana , e a maggior ragione quella politica. E con essa una visione culturale degna di questo nome.

    Serve una reazione. Serve una proposta alternativa. E serve in fretta.
    Non è un lamento.
    È un SOS.
    Mentre scorre nel frattempo un minuto di silenzio per i ricordi gloriosi dei caduti...

    #SpiritDeMilan #Milano #Cultura #RigenerazioneUrbana #politicaculturale
    REQUIEM Possiamo capire tante cose. E possiamo discutere all'infinito dei motivi che costringono a prendere decisioni drastiche nella gestione di attività aperte al pubblico. Dal lockdown di qualche anno fa alle guerre, dall'inflazione che corre al rincaro dell'energia. Possiamo parlare di tutto e del suo contrario. Se fosse la prima volta potrei anche, a fatica, ingoiare il boccone e andare avanti. Ma stavolta assistiamo all'ennesimo capitolo di una storia che a Milano si ripete con inquietante regolarità. Perché qui, un pezzo alla volta, muoiono sia la Cultura sia il suo spirito di aggregazione. Sfido chiunque a sostenere il contrario mentre la lista dei luoghi perduti continua ad allungarsi. E soprattutto: fino a quando? Oggi tocca a un luogo diventato, meritatamente, un simbolo della città e della sua anima popolare. Per l'appunto, lo Spirit de Milan. In sintesi: lo Spirit de Milan è stato costretto a interrompere definitivamente la propria attività a causa della scadenza del contratto di affitto e della mancata disponibilità della proprietà a individuare una soluzione che consentisse la prosecuzione del progetto, anche in una fase transitoria. Nato nel 2015 negli spazi riqualificati delle ex Cristallerie Livellara in Bovisa, in dieci anni è diventato uno dei principali punti di riferimento culturali della città, tra musica dal vivo, spettacoli, incontri e valorizzazione delle tradizioni popolari. Per quanto tempo continueremo a ricevere notizie come questa⁉️ Saranno anche scelte legittime di soggetti privati. Ma è altrettanto evidente che politica e istituzioni non hanno saputo costruire le condizioni necessarie per garantire a Milano uno sviluppo culturale all'altezza delle sue ambizioni. 👉Eppure è proprio la cultura a creare relazioni, dialogo, coesione sociale. È ciò che permette a una comunità di confrontarsi civilmente anche sulle questioni più complesse, dall'economia al commercio, dalla sicurezza alle trasformazioni urbane. Perché senza cultura non esiste alcun dialogo civile. E i luoghi di aggregazione non sono un dettaglio folkloristico: sono presìdi sociali che contrastano isolamento, degrado e frammentazione. Quando però bisogna fare spazio a un nuovo store, a un centro commerciale o all'ennesimo contenitore per eventi patinati destinati a pochi, il tempo per discutere si trova sempre. Le corsie preferenziali per accordi e operazioni immobiliari sembrano comparire con sorprendente rapidità. Questa volta, invece, si chiude. E si chiude in fretta. La direzione che si vuole intraprendere è evidentemente un'altra. Ne prendiamo atto. Avremo più spazi per consumare. Più vetrine. Più servizi. Ma anche città sempre più sole, atomizzate e incapaci di riconoscersi in una dimensione collettiva. Rifugiati nei nostri salotti, con le app a sostituire progressivamente lo svago, l'incontro e la vita condivisa. Vogliamo ancora dare la colpa all'intelligenza artificiale? Troppo facile. Il problema è che da troppo tempo sta latitando l'intelligenza umana , e a maggior ragione quella politica. E con essa una visione culturale degna di questo nome. 👉Serve una reazione. Serve una proposta alternativa. E serve in fretta. Non è un lamento. È un SOS. Mentre scorre nel frattempo un minuto di silenzio per i ricordi gloriosi dei caduti... #SpiritDeMilan #Milano #Cultura #RigenerazioneUrbana #politicaculturale
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  • Continuo a pensare che l'arte e la cultura riescano spesso a raggiungere vette che la politica può soltanto osservare da lontano. A volte basta il tratto essenziale di una tavola disegnata, il dialogo tra bianco e nero, la delicatezza di un'illustrazione per raccontare il mondo con una profondità che sfugge ai discorsi più solenni.

    Per questo la notizia della scomparsa di Marjane Satrapi colpisce con una forza particolare. Non soltanto perché se ne va un'artista di straordinario talento, ma perché viene a mancare una delle voci più lucide e originali nel raccontare l'anima complessa dell'Iran contemporaneo.
    Satrapi ha saputo trasformare il fumetto, il cinema e la narrazione autobiografica in strumenti di conoscenza. Attraverso il suo sguardo abbiamo attraversato rivoluzioni, contraddizioni, restrizioni e speranze; abbiamo conosciuto un Paese spesso ridotto a slogan e semplificazioni, riscoprendone invece la ricchezza culturale, la vitalità intellettuale e la profonda umanità.

    Rimane immortale Persepolis, il capolavoro che ha segnato la storia della graphic novel contemporanea. Un'opera che parte dall'esperienza personale per diventare racconto universale. La crescita di una ragazza si trasforma nell'analisi di una società in trasformazione; la memoria individuale diventa una riflessione sul rapporto tra libertà e potere, tra identità e appartenenza, tra oppressione e desiderio di emancipazione.

    La grandezza di Satrapi risiedeva proprio in questo: raccontare temi enormi senza perdere la leggerezza dello sguardo. Non attraverso proclami, ma attraverso storie. Non con la rabbia come unico linguaggio, ma con l'intelligenza, l'ironia e la capacità di osservare l'essere umano nelle sue fragilità e nei suoi slanci.
    In un tempo in cui il dibattito pubblico sembra spesso incapace di ascoltare e comprendere la complessità, Marjane Satrapi ci lascia una lezione preziosa. Ci insegna che si può resistere senza rinunciare alla sensibilità, che si può denunciare senza smettere di amare, che perfino nei contesti più difficili resta possibile coltivare il sogno, la cultura e la libertà.
    Le sue tavole in bianco e nero continueranno a parlare a generazioni diverse, attraversando confini geografici e culturali.

    Perché le grandi opere , come si sa, non appartengono soltanto al tempo in cui vengono create: diventano patrimonio collettivo.
    E forse è proprio questa la forma più autentica dell'immortalità artistica.
    Adieu, Marjane...

    #MarjaneSatrapi #persepolis
    Continuo a pensare che l'arte e la cultura riescano spesso a raggiungere vette che la politica può soltanto osservare da lontano. A volte basta il tratto essenziale di una tavola disegnata, il dialogo tra bianco e nero, la delicatezza di un'illustrazione per raccontare il mondo con una profondità che sfugge ai discorsi più solenni. Per questo la notizia della scomparsa di Marjane Satrapi colpisce con una forza particolare. Non soltanto perché se ne va un'artista di straordinario talento, ma perché viene a mancare una delle voci più lucide e originali nel raccontare l'anima complessa dell'Iran contemporaneo. Satrapi ha saputo trasformare il fumetto, il cinema e la narrazione autobiografica in strumenti di conoscenza. Attraverso il suo sguardo abbiamo attraversato rivoluzioni, contraddizioni, restrizioni e speranze; abbiamo conosciuto un Paese spesso ridotto a slogan e semplificazioni, riscoprendone invece la ricchezza culturale, la vitalità intellettuale e la profonda umanità. Rimane immortale Persepolis, il capolavoro che ha segnato la storia della graphic novel contemporanea. Un'opera che parte dall'esperienza personale per diventare racconto universale. La crescita di una ragazza si trasforma nell'analisi di una società in trasformazione; la memoria individuale diventa una riflessione sul rapporto tra libertà e potere, tra identità e appartenenza, tra oppressione e desiderio di emancipazione. La grandezza di Satrapi risiedeva proprio in questo: raccontare temi enormi senza perdere la leggerezza dello sguardo. Non attraverso proclami, ma attraverso storie. Non con la rabbia come unico linguaggio, ma con l'intelligenza, l'ironia e la capacità di osservare l'essere umano nelle sue fragilità e nei suoi slanci. In un tempo in cui il dibattito pubblico sembra spesso incapace di ascoltare e comprendere la complessità, Marjane Satrapi ci lascia una lezione preziosa. Ci insegna che si può resistere senza rinunciare alla sensibilità, che si può denunciare senza smettere di amare, che perfino nei contesti più difficili resta possibile coltivare il sogno, la cultura e la libertà. Le sue tavole in bianco e nero continueranno a parlare a generazioni diverse, attraversando confini geografici e culturali. Perché le grandi opere , come si sa, non appartengono soltanto al tempo in cui vengono create: diventano patrimonio collettivo. E forse è proprio questa la forma più autentica dell'immortalità artistica. Adieu, Marjane... #MarjaneSatrapi #persepolis
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  • MILANO - Giovani & Coltelli

    C'è un fenomeno che si sta estendendo a macchia d'olio ben oltre i confini del nostro Municipio. E non è un fenomeno che può lasciarci indifferenti.
    Le notizie di queste ore, con episodi ravvicinati di aggressioni e accoltellamenti, non possono essere archiviate come semplice cronaca.
    Una cronaca che comunque ci parla di una città che sta vivendo un disagio diffuso.
    Ci parla di giovani che sempre più spesso si trovano coinvolti in dinamiche di violenza che nascono in luoghi ordinari, nelle strade che percorriamo ogni giorno, nei quartieri che chiamiamo "casa".

    Nella notte tra il 3 e il 4 giugno, a Cologno Monzese, tre giovani sono rimasti coinvolti in una violenta aggressione in via XXV Aprile. Due ragazzi di 22 e 23 anni sono stati feriti con un'arma da taglio e trasportati al San Raffaele in codice giallo. Un diciannovenne ha riportato contusioni e ferite più lievi.
    Poche ore prima, a Milano, un uomo di 29 anni era stato soccorso in gravissime condizioni dopo essere stato accoltellato in via Civitavecchia e trasportato in codice rosso all'ospedale Niguarda.

    Due episodi distinti. Ma un'unica domanda.
    Che cosa sta accadendo alla nostra capacità di convivere
    È giusto dirlo senza ambiguità: la sicurezza è una priorità assoluta. Alla stessa stregua della casa, del lavoro, della mobilità e della qualità della vita.
    Ma sarebbe un errore fermarsi soltanto all'aspetto repressivo.

    Le forze dell'ordine devono avere strumenti adeguati per intervenire e garantire la sicurezza dei cittadini. Tuttavia, limitarsi a curare i sintomi senza affrontarne le cause significherebbe inseguire il problema senza mai risolverlo.
    Perché il coltello, oggi, non rappresenta soltanto un'arma.
    È un indicatore.
    Indica una crescente incapacità di gestire il conflitto, una fragilità relazionale sempre più diffusa, una perdita di riferimenti e di senso del limite. E quando questo accade tra i più giovani, non siamo più davanti a una semplice questione di ordine pubblico.
    Siamo davanti a una questione di tenuta sociale.

    Per fortuna siamo sempre più persone ad essere convinte che il contrasto al fenomeno del Knife Crime debba svilupparsi su più livelli.

    -Da una parte occorre una strategia coordinata che coinvolga istituzioni, scuole, servizi sociali, sanità e forze dell'ordine, capace di individuare i territori più esposti e intervenire con rapidità.
    -Dall'altra serve una presenza concreta nei quartieri: spazi pubblici vissuti, educatori di strada, figure di mediazione, luoghi di aggregazione sani e una rete sociale che sappia intercettare il disagio prima che diventi violenza.

    ❗️Ma soprattutto serve un vero cambio di paradigma.
    Milano deve tornare a praticare l'umanità ogni giorno.
    Nelle scuole. Nei cortili. Nei centri sportivi. Nelle associazioni. Nei luoghi di lavoro. Nella politica stessa, ovviamente.

    Perché nessuna telecamera, nessun presidio e nessuno strumento potranno mai sostituire una comunità che si conosce, si ascolta e si prende cura di sé stessa.

    Continuerò a sostenere l'idea di una città più sicura, ma anche più vicina alle persone. Una città che non si limita a intervenire quando accade il peggio, ma che lavora ogni giorno affinché quel peggio accada sempre meno. Cercando di superare quella frenesia meneghina che tanto ci contraddistingue.
    Ripartire dai quartieri e dal dialogo.
    Perché una città si misura dalla capacità di un ascolto che poi diventa automaticamente protezione.

    Ma questo è un percorso. Non una misura emergenziale. E forse è proprio questo che dovremmo ricordarci ogni volta che la cronaca ci costringe a indignarci per qualche giorno, salvo poi dimenticare tutto fino all'episodio successivo.

    #MilanoLibera #KnifeCrimeMilano #SicurezzaPartecipata #GiovaniEMilano #cittàcheascolta
    🕯️ MILANO - Giovani & Coltelli C'è un fenomeno che si sta estendendo a macchia d'olio ben oltre i confini del nostro Municipio. E non è un fenomeno che può lasciarci indifferenti. Le notizie di queste ore, con episodi ravvicinati di aggressioni e accoltellamenti, non possono essere archiviate come semplice cronaca. Una cronaca che comunque ci parla di una città che sta vivendo un disagio diffuso. Ci parla di giovani che sempre più spesso si trovano coinvolti in dinamiche di violenza che nascono in luoghi ordinari, nelle strade che percorriamo ogni giorno, nei quartieri che chiamiamo "casa". 📌 Nella notte tra il 3 e il 4 giugno, a Cologno Monzese, tre giovani sono rimasti coinvolti in una violenta aggressione in via XXV Aprile. Due ragazzi di 22 e 23 anni sono stati feriti con un'arma da taglio e trasportati al San Raffaele in codice giallo. Un diciannovenne ha riportato contusioni e ferite più lievi. Poche ore prima, a Milano, un uomo di 29 anni era stato soccorso in gravissime condizioni dopo essere stato accoltellato in via Civitavecchia e trasportato in codice rosso all'ospedale Niguarda. Due episodi distinti. Ma un'unica domanda. Che cosa sta accadendo alla nostra capacità di convivere⁉️ È giusto dirlo senza ambiguità: la sicurezza è una priorità assoluta. Alla stessa stregua della casa, del lavoro, della mobilità e della qualità della vita. Ma sarebbe un errore fermarsi soltanto all'aspetto repressivo. Le forze dell'ordine devono avere strumenti adeguati per intervenire e garantire la sicurezza dei cittadini. Tuttavia, limitarsi a curare i sintomi senza affrontarne le cause significherebbe inseguire il problema senza mai risolverlo. Perché il coltello, oggi, non rappresenta soltanto un'arma. È un indicatore. Indica una crescente incapacità di gestire il conflitto, una fragilità relazionale sempre più diffusa, una perdita di riferimenti e di senso del limite. E quando questo accade tra i più giovani, non siamo più davanti a una semplice questione di ordine pubblico. Siamo davanti a una questione di tenuta sociale. Per fortuna siamo sempre più persone ad essere convinte che il contrasto al fenomeno del Knife Crime debba svilupparsi su più livelli. -Da una parte occorre una strategia coordinata che coinvolga istituzioni, scuole, servizi sociali, sanità e forze dell'ordine, capace di individuare i territori più esposti e intervenire con rapidità. -Dall'altra serve una presenza concreta nei quartieri: spazi pubblici vissuti, educatori di strada, figure di mediazione, luoghi di aggregazione sani e una rete sociale che sappia intercettare il disagio prima che diventi violenza. ❗️Ma soprattutto serve un vero cambio di paradigma. Milano deve tornare a praticare l'umanità ogni giorno. Nelle scuole. Nei cortili. Nei centri sportivi. Nelle associazioni. Nei luoghi di lavoro. Nella politica stessa, ovviamente. Perché nessuna telecamera, nessun presidio e nessuno strumento potranno mai sostituire una comunità che si conosce, si ascolta e si prende cura di sé stessa. Continuerò a sostenere l'idea di una città più sicura, ma anche più vicina alle persone. Una città che non si limita a intervenire quando accade il peggio, ma che lavora ogni giorno affinché quel peggio accada sempre meno. Cercando di superare quella frenesia meneghina che tanto ci contraddistingue. Ripartire dai quartieri e dal dialogo. Perché una città si misura dalla capacità di un ascolto che poi diventa automaticamente protezione. Ma questo è un percorso. Non una misura emergenziale. E forse è proprio questo che dovremmo ricordarci ogni volta che la cronaca ci costringe a indignarci per qualche giorno, salvo poi dimenticare tutto fino all'episodio successivo. #MilanoLibera #KnifeCrimeMilano #SicurezzaPartecipata #GiovaniEMilano #cittàcheascolta
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  • D'ISTRUZIONE PUBBLICA
    Sabato 6 giugno 2026 | Ore 18:00
    Villa Viva – Viale Affori 21, Milano

    Ci sono serate in cui il cinema smette di essere intrattenimento e diventa specchio — uno specchio che non puoi evitare di guardare.
    Sabato sarò a Milano per questo, insieme agli amici di Multipopolare e Meta-Educazione: la proiezione di D'Istruzione Pubblica, il film-inchiesta di Federico Greco e Mirko Melchiorre che racconta qualcosa che ci riguarda tutti, profondamente.

    La scuola pubblica. Il sapere come bene comune. E quello che rischiamo di perdere — o che stiamo già perdendo — quando la conoscenza diventa merce e l'istruzione si piega alle logiche del mercato.
    Il cinema, quando è davvero cinema, riesce a fare quello che i dati e le analisi spesso non riescono: ci fa sentire la realtà, ci mette dentro le cose, ci obbliga a stare con ciò che è scomodo. E in un paese che ha bisogno di essere rifondato dalle fondamenta — a partire proprio dalla cultura e dall'educazione — avere uno strumento come questo è già un atto politico.
    Vi aspetto lì. Per guardare, ascoltare, e poi parlarne insieme.

    Proiezione + aperitivo + dibattito con il regista Federico Greco

    Ingresso ad offerta libera
    multipopolaremilano@gmail.com

    "Perché la rivoluzione è il contrario della solitudine."
    — Federico Greco

    Ci vediamo sabato.

    #DistruzionePubblica #ScuolaPubblica #FedericoGreco #MultipopolareMilano #milanoeventi
    🎬 D'ISTRUZIONE PUBBLICA 📅 Sabato 6 giugno 2026 | 🕕 Ore 18:00 📍 Villa Viva – Viale Affori 21, Milano Ci sono serate in cui il cinema smette di essere intrattenimento e diventa specchio — uno specchio che non puoi evitare di guardare. Sabato sarò a Milano per questo, insieme agli amici di Multipopolare e Meta-Educazione: la proiezione di D'Istruzione Pubblica, il film-inchiesta di Federico Greco e Mirko Melchiorre che racconta qualcosa che ci riguarda tutti, profondamente. La scuola pubblica. Il sapere come bene comune. E quello che rischiamo di perdere — o che stiamo già perdendo — quando la conoscenza diventa merce e l'istruzione si piega alle logiche del mercato. Il cinema, quando è davvero cinema, riesce a fare quello che i dati e le analisi spesso non riescono: ci fa sentire la realtà, ci mette dentro le cose, ci obbliga a stare con ciò che è scomodo. E in un paese che ha bisogno di essere rifondato dalle fondamenta — a partire proprio dalla cultura e dall'educazione — avere uno strumento come questo è già un atto politico. Vi aspetto lì. Per guardare, ascoltare, e poi parlarne insieme. Proiezione + aperitivo + dibattito con il regista Federico Greco 🎟️ Ingresso ad offerta libera 📩 multipopolaremilano@gmail.com "Perché la rivoluzione è il contrario della solitudine." — Federico Greco Ci vediamo sabato. 🙏 #DistruzionePubblica #ScuolaPubblica #FedericoGreco #MultipopolareMilano #milanoeventi
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  • RES PUBLICA
    (La traduzione più comune è "Repubblica". Quella più corretta, forse, è: ciò che riguarda tutti).

    Oggi celebriamo la Festa della Repubblica e, come accade per molte ricorrenze, il rischio è che il significato della giornata finisca per essere assorbito dalla dimensione più pratica: un giorno di pausa, un'occasione per partire, per concedersi un ponte o semplicemente per staccare dalla routine quotidiana. E non c'è nulla di sbagliato in questo. Anzi, buon viaggio a chi è in partenza. Ma, mentre ci prepariamo a vivere questa giornata, mi viene spontaneo augurare anche un buon viaggio all'Italia.

    Perché rispetto a quel 2 giugno del 1946 sono cambiate molte cose. Alcune in meglio, altre meno. E forse il punto non è nemmeno fare un bilancio tra ciò che funziona e ciò che non funziona. Quello che mi interessa davvero è chiedermi se sia rimasto vivo lo spirito che rese possibile quella scelta. Non tanto la scelta tra monarchia e repubblica, quanto il coraggio di assumersi una responsabilità collettiva e di immaginare un futuro diverso da quello che si aveva davanti.

    Per questo, più che guardare a ciò che accadde allora, mi piace chiedermi una cosa diversa: se la Repubblica dovesse essere votata oggi, vincerebbe ancora?

    Non intendo come forma di Stato. Quella è una questione ormai consegnata alla storia. Mi riferisco alla Repubblica come progetto comune, come idea che esista qualcosa che ci riguarda tutti e che meriti il nostro impegno. Vincerebbe ancora la convinzione che una comunità possa essere più della somma dei singoli interessi? Vincerebbe ancora l'idea che partecipare sia meglio che limitarsi a osservare? Vincerebbe ancora la fiducia che, pur nelle differenze, esista un destino condiviso?

    Ho l'impressione che negli ultimi anni sia diventato sempre più facile rifugiarsi nel proprio spazio personale, concentrarsi sulle proprie priorità, proteggere il proprio piccolo perimetro di certezze. Ed è comprensibile. Viviamo in un tempo che spesso premia l'individualismo e alimenta la sensazione che ognuno debba cavarsela da solo.

    Eppure una Repubblica esiste proprio per ricordarci che ci sono questioni che non possono essere affrontate individualmente e che il "bene comune" non è una formula astratta buona per i libri di educazione civica.

    La Repubblica non vive nelle celebrazioni ufficiali, nelle parate o nella scritta impressa su un passaporto. Vive nella qualità dei nostri comportamenti quotidiani, nella capacità di rispettare ciò che è pubblico come se fosse davvero nostro, nella disponibilità ad ascoltare chi la pensa diversamente, nel senso di responsabilità che mettiamo nelle scelte di ogni giorno.

    Vive quando smettiamo di considerare i problemi del Paese come qualcosa che riguarda sempre qualcun altro.
    Per questo credo che il modo migliore per onorare il 2 giugno non sia guardare al passato con nostalgia o limitarci a ricordare una decisione presa quasi ottant'anni fa. Credo sia chiederci quale contributo siamo disposti a dare oggi, nel nostro piccolo, per rendere più forte la comunità di cui facciamo parte.

    Perché le grandi trasformazioni raramente iniziano dai grandi proclami: molto più spesso nascono da ciò che accade nei luoghi che frequentiamo ogni giorno, nelle relazioni che costruiamo e nelle responsabilità che scegliamo di assumerci.
    E forse, alla fine, il senso più autentico della cittadinanza sta proprio qui: nella consapevolezza che non basta appartenere a una Repubblica per farla esistere davvero.

    Come scriveva Antonio Gramsci:
    "Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza."

    Parole scritte in un'altra epoca, ma che continuano a ricordarci che il futuro di una comunità non dipende soltanto dalle istituzioni. Dipende anche da ciò che ciascuno di noi decide di fare, ogni giorno, nel proprio metro quadrato di realtà.

    #ResPublica
    RES PUBLICA (La traduzione più comune è "Repubblica". Quella più corretta, forse, è: ciò che riguarda tutti). Oggi celebriamo la Festa della Repubblica e, come accade per molte ricorrenze, il rischio è che il significato della giornata finisca per essere assorbito dalla dimensione più pratica: un giorno di pausa, un'occasione per partire, per concedersi un ponte o semplicemente per staccare dalla routine quotidiana. E non c'è nulla di sbagliato in questo. Anzi, buon viaggio a chi è in partenza. Ma, mentre ci prepariamo a vivere questa giornata, mi viene spontaneo augurare anche un buon viaggio all'Italia. Perché rispetto a quel 2 giugno del 1946 sono cambiate molte cose. Alcune in meglio, altre meno. E forse il punto non è nemmeno fare un bilancio tra ciò che funziona e ciò che non funziona. Quello che mi interessa davvero è chiedermi se sia rimasto vivo lo spirito che rese possibile quella scelta. Non tanto la scelta tra monarchia e repubblica, quanto il coraggio di assumersi una responsabilità collettiva e di immaginare un futuro diverso da quello che si aveva davanti. Per questo, più che guardare a ciò che accadde allora, mi piace chiedermi una cosa diversa: se la Repubblica dovesse essere votata oggi, vincerebbe ancora? Non intendo come forma di Stato. Quella è una questione ormai consegnata alla storia. Mi riferisco alla Repubblica come progetto comune, come idea che esista qualcosa che ci riguarda tutti e che meriti il nostro impegno. Vincerebbe ancora la convinzione che una comunità possa essere più della somma dei singoli interessi? Vincerebbe ancora l'idea che partecipare sia meglio che limitarsi a osservare? Vincerebbe ancora la fiducia che, pur nelle differenze, esista un destino condiviso? Ho l'impressione che negli ultimi anni sia diventato sempre più facile rifugiarsi nel proprio spazio personale, concentrarsi sulle proprie priorità, proteggere il proprio piccolo perimetro di certezze. Ed è comprensibile. Viviamo in un tempo che spesso premia l'individualismo e alimenta la sensazione che ognuno debba cavarsela da solo. Eppure una Repubblica esiste proprio per ricordarci che ci sono questioni che non possono essere affrontate individualmente e che il "bene comune" non è una formula astratta buona per i libri di educazione civica. La Repubblica non vive nelle celebrazioni ufficiali, nelle parate o nella scritta impressa su un passaporto. Vive nella qualità dei nostri comportamenti quotidiani, nella capacità di rispettare ciò che è pubblico come se fosse davvero nostro, nella disponibilità ad ascoltare chi la pensa diversamente, nel senso di responsabilità che mettiamo nelle scelte di ogni giorno. Vive quando smettiamo di considerare i problemi del Paese come qualcosa che riguarda sempre qualcun altro. Per questo credo che il modo migliore per onorare il 2 giugno non sia guardare al passato con nostalgia o limitarci a ricordare una decisione presa quasi ottant'anni fa. Credo sia chiederci quale contributo siamo disposti a dare oggi, nel nostro piccolo, per rendere più forte la comunità di cui facciamo parte. Perché le grandi trasformazioni raramente iniziano dai grandi proclami: molto più spesso nascono da ciò che accade nei luoghi che frequentiamo ogni giorno, nelle relazioni che costruiamo e nelle responsabilità che scegliamo di assumerci. E forse, alla fine, il senso più autentico della cittadinanza sta proprio qui: nella consapevolezza che non basta appartenere a una Repubblica per farla esistere davvero. Come scriveva Antonio Gramsci: "Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza." Parole scritte in un'altra epoca, ma che continuano a ricordarci che il futuro di una comunità non dipende soltanto dalle istituzioni. Dipende anche da ciò che ciascuno di noi decide di fare, ogni giorno, nel proprio metro quadrato di realtà. #ResPublica
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  • VITAMINA E(go)

    Ci sono sere in cui i pensieri non bussano alla porta. Entrano. Si siedono accanto a noi e pretendono ascolto.
    Sono quelle notti in cui ci si interroga sul senso delle cose che stiamo costruendo, sulle persone che incontriamo lungo il cammino e, soprattutto, su ciò che ciascuno di noi porta dentro.
    La politica, in fondo, non è tutta la vita. Ma è una parte importante della vita. È uno dei luoghi in cui le persone si rivelano, si mettono a nudo, mostrano il meglio e talvolta il peggio di sé. E forse è proprio questo che continua a sorprendermi.
    A 48 anni posso dire di non avere grosse paure. Di schifezze ne ho viste già abbastanza per sentirmi "sverginato" ma c'è una forza che forse mi inquieta più di tutte e che non è controllabile da nessun sistema elettorale o regolamento esistente.

    Una forza che nessuna norma può davvero governare. Si chiama natura umana. E spesso prende la forma dell'ego.
    Per molto tempo ho pensato che l'ego fosse soltanto una zavorra. Una palla al piede che rallenta il cammino comune. Oggi non la vedo più così.
    Oggi penso che l'ego sia una vitamina.
    Serve.
    È quella scintilla che ci fa alzare dal letto quando tutto sembra complicato. È la fiducia che ci permette di affrontare le sconfitte, di sopportare i pesi, di credere nelle nostre capacità quando il dubbio vorrebbe paralizzarci.
    Senza un po' di ego, probabilmente, non avremmo il coraggio di iniziare nulla.

    Ma le vitamine, per definizione, funzionano soltanto nelle giuste dosi.
    Quando diventano eccessive smettono di nutrire e iniziano a intossicare.

    Accade allora qualcosa di sottile. L'io diventa più importante dell'obiettivo. Il riconoscimento più importante del risultato. La visibilità più importante del servizio.
    E senza quasi accorgercene smettiamo di vedere chi ci cammina accanto.
    L'ego eccessivo è una lente deformante: ingrandisce noi stessi e rimpicciolisce il resto del mondo.
    Così il compagno di viaggio diventa un concorrente. La differenza diventa una minaccia. Il successo collettivo perde valore se non porta anche una gratificazione personale.

    Eppure le cose più belle che ho visto nascere non sono mai state il frutto di un singolo protagonista.
    Sono nate quando più persone hanno scelto di mettere il proprio talento al servizio di qualcosa di più grande.
    Quando tanti "io" hanno accettato di diventare un "NOI".

    Forse è questa la sfida più difficile. Non vincere una competizione. Non conquistare una posizione. Ma costruire un equilibrio.
    Allora se è rimasto ancora un motivo valido per cui soffrire e spendersi in una competizione politica, non è quello di raggiungere il gradino più alto del podio , internamente o esternamente ma raggiungere quel senso di rispetto e di equilibrio all'interno di un gruppo dove sappiamo che tutti e tutte siamo speciali e importanti solo per il fatto di esistere e poterci parlare con i nostri pregi, manie , difetti e le nostre stranezze...

    Domani avrò un altro quesito e richiesta da rivolgere a qualcuno di superiore e non riguarda sicuramente il denaro né la vanità, che di per sé dura il tempo di un battito di ciglia.
    Ma è il miracolo di assistere e contribuire alla creazione di un gruppo coeso dove la voce di tanti IO si fonde a quella più ampia di un NOI.
    E dove tanti ego controllati sanno ritrovarsi nella forza più elevata di un collettivo dove c'è spazio per la sapienza e la peculiarità di ognuno.

    Se sapremo superare il muro del solo Ego allora avremo già fatto un passo importante verso la prossima fase. Quella chiamata comunità.
    Ci credo. Ci spero. Per l'ennesima volta.
    E mentre cerco risposte nel mondo, questa sera ricomincio da una domanda più semplice.
    Quella che rivolgo a me stesso...

    #ego #noi #rispetto #comunità
    VITAMINA E(go) Ci sono sere in cui i pensieri non bussano alla porta. Entrano. Si siedono accanto a noi e pretendono ascolto. Sono quelle notti in cui ci si interroga sul senso delle cose che stiamo costruendo, sulle persone che incontriamo lungo il cammino e, soprattutto, su ciò che ciascuno di noi porta dentro. La politica, in fondo, non è tutta la vita. Ma è una parte importante della vita. È uno dei luoghi in cui le persone si rivelano, si mettono a nudo, mostrano il meglio e talvolta il peggio di sé. E forse è proprio questo che continua a sorprendermi. A 48 anni posso dire di non avere grosse paure. Di schifezze ne ho viste già abbastanza per sentirmi "sverginato" ma c'è una forza che forse mi inquieta più di tutte e che non è controllabile da nessun sistema elettorale o regolamento esistente. Una forza che nessuna norma può davvero governare. Si chiama natura umana. E spesso prende la forma dell'ego. Per molto tempo ho pensato che l'ego fosse soltanto una zavorra. Una palla al piede che rallenta il cammino comune. Oggi non la vedo più così. Oggi penso che l'ego sia una vitamina. Serve. È quella scintilla che ci fa alzare dal letto quando tutto sembra complicato. È la fiducia che ci permette di affrontare le sconfitte, di sopportare i pesi, di credere nelle nostre capacità quando il dubbio vorrebbe paralizzarci. Senza un po' di ego, probabilmente, non avremmo il coraggio di iniziare nulla. Ma le vitamine, per definizione, funzionano soltanto nelle giuste dosi. Quando diventano eccessive smettono di nutrire e iniziano a intossicare. Accade allora qualcosa di sottile. L'io diventa più importante dell'obiettivo. Il riconoscimento più importante del risultato. La visibilità più importante del servizio. E senza quasi accorgercene smettiamo di vedere chi ci cammina accanto. L'ego eccessivo è una lente deformante: ingrandisce noi stessi e rimpicciolisce il resto del mondo. Così il compagno di viaggio diventa un concorrente. La differenza diventa una minaccia. Il successo collettivo perde valore se non porta anche una gratificazione personale. Eppure le cose più belle che ho visto nascere non sono mai state il frutto di un singolo protagonista. Sono nate quando più persone hanno scelto di mettere il proprio talento al servizio di qualcosa di più grande. Quando tanti "io" hanno accettato di diventare un "NOI". Forse è questa la sfida più difficile. Non vincere una competizione. Non conquistare una posizione. Ma costruire un equilibrio. Allora se è rimasto ancora un motivo valido per cui soffrire e spendersi in una competizione politica, non è quello di raggiungere il gradino più alto del podio , internamente o esternamente ma raggiungere quel senso di rispetto e di equilibrio all'interno di un gruppo dove sappiamo che tutti e tutte siamo speciali e importanti solo per il fatto di esistere e poterci parlare con i nostri pregi, manie , difetti e le nostre stranezze... Domani avrò un altro quesito e richiesta da rivolgere a qualcuno di superiore e non riguarda sicuramente il denaro né la vanità, che di per sé dura il tempo di un battito di ciglia. Ma è il miracolo di assistere e contribuire alla creazione di un gruppo coeso dove la voce di tanti IO si fonde a quella più ampia di un NOI. E dove tanti ego controllati sanno ritrovarsi nella forza più elevata di un collettivo dove c'è spazio per la sapienza e la peculiarità di ognuno. Se sapremo superare il muro del solo Ego allora avremo già fatto un passo importante verso la prossima fase. Quella chiamata comunità. Ci credo. Ci spero. Per l'ennesima volta. E mentre cerco risposte nel mondo, questa sera ricomincio da una domanda più semplice. Quella che rivolgo a me stesso... #ego #noi #rispetto #comunità
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  • SCHIAVI MODERNI NELLA ZONA FRANCA
    Milano fra moderni schiavi e assuefazione

    A Milano ci siamo abituati a tutto.
    Ci siamo abituati alle colate di cemento vendute come rigenerazione urbana. Ci siamo abituati agli appalti che sollevano più domande che certezze. Ci siamo abituati alla violenza che cresce e ai comunicati che la raccontano come fosse meteo. Ci siamo abituati soprattutto a una pericolosa forma di anestesia collettiva.

    Sappiamo bene che l'Italia vive da decenni dentro equilibri geopolitici dove il peso degli Stati Uniti è tutt'altro che marginale. Ma il punto non è questo. Il punto è chiedersi se consolati e ambasciate presenti sul nostro territorio debbano trasformarsi in una sorta di zona franca, dove certe dinamiche vengono tollerate con una leggerezza che altrove farebbe scattare ben altri allarmi.

    Perché la vicenda del nuovo Consolato USA nell'area dell'ex Tiro a Segno di Piazzale Accursio racconta qualcosa che va oltre la cronaca giudiziaria. Un progetto da 200 milioni di dollari, centinaia di lavoratori impiegati, uno dei cantieri simbolo della Milano che cresce e si espande. Poi arrivano le accuse della Procura: operai reclutati in India attraverso intermediari senza scrupoli, migliaia di euro versati per ottenere un posto di lavoro, famiglie indebitate, salari trattenuti, minacce, turni massacranti e condizioni che gli inquirenti descrivono come una forma di para schiavismo.

    Ed è qui che emerge la domanda più scomoda. Non come si interviene adesso, perché l'inchiesta sta facendo il suo corso. Ma come sia stato possibile arrivare fino a questo punto
    Come sia stato possibile accettare determinati giochi e determinate imposizioni che, pur provenendo da soggetti esteri, si sviluppano comunque dentro il tessuto della nostra città e nel rapporto inevitabile con il Paese che li ospita.
    Quali giustificazioni dovrebbero arrivare adesso? Quali controlli sono mancati? E soprattutto: davvero qualcuno pensa che il prestigio di un'opera o il peso di chi la commissiona possano rappresentare una deroga implicita ai principi di trasparenza e legalità

    Per anni abbiamo guardato a città come Dubai come al simbolo di uno sviluppo che non guarda in faccia nessuno. Grattacieli scintillanti costruiti sulle spalle di lavoratori invisibili. Oggi scopriamo che certe logiche possono affacciarsi anche qui, nella Milano delle conferenze sulla sostenibilità, dei diritti e delle grandi narrazioni internazionali.

    Adesso questo scenario è a Milano.
    E allora la questione non è più politica, ideologica o propagandistica. È la realtà stessa che ci parla di una città dove troppo spesso la scorrettezza viene praticata alla luce del sole e metabolizzata con una rapidità disarmante.

    Forse è arrivato il momento di costruire una risposta strutturale. Un presidio o meglio Assessorato permanente sulla trasparenza e sulla legalità delle grandi operazioni urbane. Un sistema che controlli tutto e tutti, senza differenze tra soggetti privati, multinazionali o istituzioni estere. Fosse anche Mr. Trump in persona a chiedere strada libera nel moderno Risiko delle città e delle economie da assoggettare.

    Perché a tutto c'è un limite.
    E il problema non è soltanto chi quel limite lo supera. Il problema è una città che, un pezzo alla volta, rischia di non accorgersene più.
    La realtà ci sta chiedendo una nuova disciplina civile e istituzionale. Regole uguali per tutti. Senza eccezioni, senza sudditanze e senza zone franche.

    Perché la dignità del lavoro non può diventare una voce negoziabile nel bilancio di nessuno.

    #Milano #Legalità #Trasparenza #DirittiDeiLavoratori #PoliticaLocale
    SCHIAVI MODERNI NELLA ZONA FRANCA Milano fra moderni schiavi e assuefazione A Milano ci siamo abituati a tutto. Ci siamo abituati alle colate di cemento vendute come rigenerazione urbana. Ci siamo abituati agli appalti che sollevano più domande che certezze. Ci siamo abituati alla violenza che cresce e ai comunicati che la raccontano come fosse meteo. Ci siamo abituati soprattutto a una pericolosa forma di anestesia collettiva. Sappiamo bene che l'Italia vive da decenni dentro equilibri geopolitici dove il peso degli Stati Uniti è tutt'altro che marginale. Ma il punto non è questo. Il punto è chiedersi se consolati e ambasciate presenti sul nostro territorio debbano trasformarsi in una sorta di zona franca, dove certe dinamiche vengono tollerate con una leggerezza che altrove farebbe scattare ben altri allarmi. Perché la vicenda del nuovo Consolato USA nell'area dell'ex Tiro a Segno di Piazzale Accursio racconta qualcosa che va oltre la cronaca giudiziaria. Un progetto da 200 milioni di dollari, centinaia di lavoratori impiegati, uno dei cantieri simbolo della Milano che cresce e si espande. Poi arrivano le accuse della Procura: operai reclutati in India attraverso intermediari senza scrupoli, migliaia di euro versati per ottenere un posto di lavoro, famiglie indebitate, salari trattenuti, minacce, turni massacranti e condizioni che gli inquirenti descrivono come una forma di para schiavismo. 👉Ed è qui che emerge la domanda più scomoda. Non come si interviene adesso, perché l'inchiesta sta facendo il suo corso. Ma come sia stato possibile arrivare fino a questo punto⁉️ Come sia stato possibile accettare determinati giochi e determinate imposizioni che, pur provenendo da soggetti esteri, si sviluppano comunque dentro il tessuto della nostra città e nel rapporto inevitabile con il Paese che li ospita. Quali giustificazioni dovrebbero arrivare adesso? Quali controlli sono mancati? E soprattutto: davvero qualcuno pensa che il prestigio di un'opera o il peso di chi la commissiona possano rappresentare una deroga implicita ai principi di trasparenza e legalità⁉️ Per anni abbiamo guardato a città come Dubai come al simbolo di uno sviluppo che non guarda in faccia nessuno. Grattacieli scintillanti costruiti sulle spalle di lavoratori invisibili. Oggi scopriamo che certe logiche possono affacciarsi anche qui, nella Milano delle conferenze sulla sostenibilità, dei diritti e delle grandi narrazioni internazionali. Adesso questo scenario è a Milano. E allora la questione non è più politica, ideologica o propagandistica. È la realtà stessa che ci parla di una città dove troppo spesso la scorrettezza viene praticata alla luce del sole e metabolizzata con una rapidità disarmante. Forse è arrivato il momento di costruire una risposta strutturale. Un presidio o meglio Assessorato permanente sulla trasparenza e sulla legalità delle grandi operazioni urbane. Un sistema che controlli tutto e tutti, senza differenze tra soggetti privati, multinazionali o istituzioni estere. Fosse anche Mr. Trump in persona a chiedere strada libera nel moderno Risiko delle città e delle economie da assoggettare. Perché a tutto c'è un limite. E il problema non è soltanto chi quel limite lo supera. Il problema è una città che, un pezzo alla volta, rischia di non accorgersene più. La realtà ci sta chiedendo una nuova disciplina civile e istituzionale. Regole uguali per tutti. Senza eccezioni, senza sudditanze e senza zone franche. Perché la dignità del lavoro non può diventare una voce negoziabile nel bilancio di nessuno. #Milano #Legalità #Trasparenza #DirittiDeiLavoratori #PoliticaLocale
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  • Presidio PISCINA SCARIONI Milano , 28/05/26
    Sotto la pioggia, dalla parte del bene comune

    Post completo:
    https://www.facebook.com/share/1H5juerEyU/

    #PiscinaScarioni #Milano #BeneComune #DifendiamoIlPubblico #AttivismoCivico
    Presidio PISCINA SCARIONI Milano , 28/05/26 Sotto la pioggia, dalla parte del bene comune Post completo: https://www.facebook.com/share/1H5juerEyU/ #PiscinaScarioni #Milano #BeneComune #DifendiamoIlPubblico #AttivismoCivico
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  • Teatro Bruno Munari, Milano • 25 maggio 2025 ore 18.30
    Seconda Conferenza pubblica di presentazione della Lista Civica “MILANO LIBERA”

    Ieri sera al Teatro Munari abbiamo fatto un primo passo.
    Con emozione, con tensione, ma soprattutto con tante persone che hanno scelto di esserci.
    Non è stata solo una presentazione pubblica.
    È stato un incontro tra storie, esperienze, età e sensibilità diverse che hanno deciso di sedersi dalla stessa parte: quella del “NOI".
    Perché non esiste una distanza tra chi parla e chi ascolta.

    Esiste soltanto un collettivo che prova a costruire qualcosa insieme, senza formule perfette e senza verità confezionate e che un giorno ci auguriamo diventi presto "comunità".

    Ci sono ancora molte idee da sviluppare, tanto lavoro da fare e tante voci da accogliere.
    Ma forse la cosa più bella di ieri è stata vedere nascere un’armonia inattesa, come una band che ricomincia a suonare dopo tanto tempo.
    E già questo, oggi, sembra una piccola vittoria.
    Non so dove ci porterà questo percorso.
    So però che ieri, in quella sala, si è accesa una possibilità.
    E vale la pena crederci.

    #MilanoLibera #Milano #TeatroMunari
    Teatro Bruno Munari, Milano • 25 maggio 2025 ore 18.30 Seconda Conferenza pubblica di presentazione della Lista Civica “MILANO LIBERA” ✨ Ieri sera al Teatro Munari abbiamo fatto un primo passo. Con emozione, con tensione, ma soprattutto con tante persone che hanno scelto di esserci. Non è stata solo una presentazione pubblica. È stato un incontro tra storie, esperienze, età e sensibilità diverse che hanno deciso di sedersi dalla stessa parte: quella del “NOI". Perché non esiste una distanza tra chi parla e chi ascolta. Esiste soltanto un collettivo che prova a costruire qualcosa insieme, senza formule perfette e senza verità confezionate e che un giorno ci auguriamo diventi presto "comunità". Ci sono ancora molte idee da sviluppare, tanto lavoro da fare e tante voci da accogliere. Ma forse la cosa più bella di ieri è stata vedere nascere un’armonia inattesa, come una band che ricomincia a suonare dopo tanto tempo. E già questo, oggi, sembra una piccola vittoria. Non so dove ci porterà questo percorso. So però che ieri, in quella sala, si è accesa una possibilità. E vale la pena crederci. #MilanoLibera #Milano #TeatroMunari
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  • PRESA DI COSCIENZA (a giochi fatti)

    Sono passati 34 anni da una strage che non è facile dimenticare. E forse non sarebbe nemmeno giusto farlo.
    Quello che personalmente continua a colpirmi è comprendere come certi valori, certe lezioni profondamente morali, riescano a passare solo attraverso il dolore e la perdita di qualcuno.

    In questo caso Giovanni Falcone. E, appena poche settimane dopo, Paolo Borsellino.
    Nel 1992 probabilmente non avevo ancora gli strumenti per capire fino in fondo cosa rappresentasse davvero la strage di Capaci. Con il tempo si cresce, si cambia — spero in meglio — e arriva una presa di coscienza più netta: esistono parametri enormi che legano l’attività politica alla nostra vita quotidiana. A come esci di casa, vai al lavoro, fai la spesa o ti siedi a bere una birra con gli amici.

    Quei parametri fondamentali, per me, restano due. Sono forse i più difficili da praticare davvero, ma anche gli unici che possono rendere una società giusta, credibile e persino più serena. Si chiamano Trasparenza e Legalità.
    Due parole spesso abusate, svuotate o ridotte a slogan, ma che dovrebbero invece convergere dentro un’unica cornice: la Giustizia.

    Sono valori che questo Paese, negli anni, ha progressivamente indebolito. Ed è anche per questo che troppo spesso l’Italia sembra diventare più una destinazione da cartolina che una patria in cui costruire futuro, fiducia e senso di appartenenza.

    La lezione di Capaci però non è stata dimenticata. E credo sia giusto riconoscere il lavoro di tante associazioni, comitati, realtà civiche e cittadini che in ogni parte del Paese hanno continuato a difendere questi principi, andando oltre il semplice rito commemorativo o il memoriale annuale.

    Eppure penso che oggi serva un passo ulteriore. Perché altrimenti continueremo ogni anno a indignarci, a commuoverci, a ripetere parole giuste senza però trasformarle in pratica quotidiana.

    La cultura della legalità non può esistere solo nelle celebrazioni istituzionali. Deve partire dal proprio metro quadrato di responsabilità.
    Dalla fila rispettata in un ufficio pubblico. Dal rapporto corretto tra colleghi. Dal modo in cui si gestiscono ruoli, incarichi, risorse e denaro. Dalla capacità di pretendere chiarezza amministrativa, controlli reali, valutazione dei risultati e un rapporto diretto tra istituzioni e cittadini.

    La politica, se vuole recuperare credibilità, deve ripartire proprio da qui: da processi trasparenti, dalla prevenzione della corruzione, dall’ascolto continuo delle persone, dalla rendicontazione pubblica delle scelte e dalla capacità di confrontarsi con le migliori pratiche adottate altrove, senza arroganza e senza autoreferenzialità.

    Per queste ragioni ho deciso ancora una volta di rimettermi in gioco, insieme ad altre persone che credono in un’idea precisa di amministrazione e di impegno civico. Non penso esistano programmi perfetti o salvatori della patria. Ma credo esistano pilastri etici che fanno la differenza nel modo in cui si governa una città, un quartiere, una comunità.

    È sempre duro prendere coscienza “a giochi fatti”. Ma penso che nella vita conti soprattutto capire che c’è ancora tempo per invertire una rotta sbagliata e provare a ricostruire le regole del vivere comune con una dose equilibrata di realismo e idealismo.
    Quello che basta per continuare a immaginare qualcosa di migliore per sé stessi e per gli altri.

    Ci stiamo provando. Con piccoli passi, ma concreti.
    E non per propaganda, ma per una scelta di vita e per un’idea chiara di impegno politico.
    Altrimenti resteremo sempre soltanto quelli bravi a ricordare.
    Forse è arrivato il momento di affiancare alle parole “scegliere” e “ricordare” anche un’altra parola: “agire”.

    #GiovanniFalcone #PaoloBorsellino #Legalità #Trasparenza #ImpegnoCivico
    PRESA DI COSCIENZA (a giochi fatti) Sono passati 34 anni da una strage che non è facile dimenticare. E forse non sarebbe nemmeno giusto farlo. Quello che personalmente continua a colpirmi è comprendere come certi valori, certe lezioni profondamente morali, riescano a passare solo attraverso il dolore e la perdita di qualcuno. In questo caso Giovanni Falcone. E, appena poche settimane dopo, Paolo Borsellino. Nel 1992 probabilmente non avevo ancora gli strumenti per capire fino in fondo cosa rappresentasse davvero la strage di Capaci. Con il tempo si cresce, si cambia — spero in meglio — e arriva una presa di coscienza più netta: esistono parametri enormi che legano l’attività politica alla nostra vita quotidiana. A come esci di casa, vai al lavoro, fai la spesa o ti siedi a bere una birra con gli amici. Quei parametri fondamentali, per me, restano due. Sono forse i più difficili da praticare davvero, ma anche gli unici che possono rendere una società giusta, credibile e persino più serena. Si chiamano Trasparenza e Legalità. Due parole spesso abusate, svuotate o ridotte a slogan, ma che dovrebbero invece convergere dentro un’unica cornice: la Giustizia. Sono valori che questo Paese, negli anni, ha progressivamente indebolito. Ed è anche per questo che troppo spesso l’Italia sembra diventare più una destinazione da cartolina che una patria in cui costruire futuro, fiducia e senso di appartenenza. La lezione di Capaci però non è stata dimenticata. E credo sia giusto riconoscere il lavoro di tante associazioni, comitati, realtà civiche e cittadini che in ogni parte del Paese hanno continuato a difendere questi principi, andando oltre il semplice rito commemorativo o il memoriale annuale. 🙏 Eppure penso che oggi serva un passo ulteriore. Perché altrimenti continueremo ogni anno a indignarci, a commuoverci, a ripetere parole giuste senza però trasformarle in pratica quotidiana. La cultura della legalità non può esistere solo nelle celebrazioni istituzionali. Deve partire dal proprio metro quadrato di responsabilità. Dalla fila rispettata in un ufficio pubblico. Dal rapporto corretto tra colleghi. Dal modo in cui si gestiscono ruoli, incarichi, risorse e denaro. Dalla capacità di pretendere chiarezza amministrativa, controlli reali, valutazione dei risultati e un rapporto diretto tra istituzioni e cittadini. La politica, se vuole recuperare credibilità, deve ripartire proprio da qui: da processi trasparenti, dalla prevenzione della corruzione, dall’ascolto continuo delle persone, dalla rendicontazione pubblica delle scelte e dalla capacità di confrontarsi con le migliori pratiche adottate altrove, senza arroganza e senza autoreferenzialità. Per queste ragioni ho deciso ancora una volta di rimettermi in gioco, insieme ad altre persone che credono in un’idea precisa di amministrazione e di impegno civico. Non penso esistano programmi perfetti o salvatori della patria. Ma credo esistano pilastri etici che fanno la differenza nel modo in cui si governa una città, un quartiere, una comunità. È sempre duro prendere coscienza “a giochi fatti”. Ma penso che nella vita conti soprattutto capire che c’è ancora tempo per invertire una rotta sbagliata e provare a ricostruire le regole del vivere comune con una dose equilibrata di realismo e idealismo. Quello che basta per continuare a immaginare qualcosa di migliore per sé stessi e per gli altri. Ci stiamo provando. Con piccoli passi, ma concreti. E non per propaganda, ma per una scelta di vita e per un’idea chiara di impegno politico. Altrimenti resteremo sempre soltanto quelli bravi a ricordare. Forse è arrivato il momento di affiancare alle parole “scegliere” e “ricordare” anche un’altra parola: “agire”. ⚖️ #GiovanniFalcone #PaoloBorsellino #Legalità #Trasparenza #ImpegnoCivico
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