• LA COERENZA E LA RESISTENZA (QUELLA VERA)

    Non è la “fama” il punto, né la firma mancante (che non rende meno veri i fatti). Il punto è la coerenza, che qui viene sistematicamente aggirata, diluita, giustificata.

    Per anni hai fatto presìdi ogni sabato.
    Per anni hai denunciato i danni da vaccino Covid-19, la narrazione sanitaria imposta, il ricatto del Green Pass, il tradimento della medicina.
    Non a parole, ma mettendoci la faccia e il tempo. Su questo nessuno discute.

    Ed è proprio per questo che oggi la scelta pesa di più.

    Perché non stiamo parlando di “ammazzare i vaccinati” (argomento caricaturale che nessuno ha mai posto), ma di sostenere politicamente un candidato che si dichiara vaccinista, cioè parte integrante di quella visione che per anni hai definito falsa, dannosa e pericolosa.

    La questione non è se si è vaccinato.
    La questione è cosa difende oggi e cosa rappresenta politicamente.

    Dire:
    “Credeva (o crede ancora) che i vaccini Covid siano serviti”

    non è un dettaglio.
    È una linea di frattura politica e morale.

    Perché chi crede che “siano serviti”:
    minimizza o nega i danneggiati
    legittima l’impianto emergenziale
    assolve le responsabilità istituzionali
    considera quegli anni, tutto sommato, giustificabili.

    Questo è vaccinismo, anche se temperato da buone maniere.

    La libertà di scelta terapeutica non è un optional da programma elettorale, né un “paletto” negoziabile come la viabilità o l’urbanistica.
    È il cuore del conflitto che ha mosso la cosiddetta “resistenza”.

    Ed è qui che cade l’argomento dell’“assenza di alternative”.

    Perché quando si dice:
    “Alternative non ce ne sono”

    si sta facendo esattamente ciò che si è sempre rimproverato al sistema: accettare il meno peggio, normalizzare l’inaccettabile, scegliere l’opportunismo al posto del principio.

    Sì, il movimento si è diviso.
    Sì, ci sono state colpe, personalismi, incapacità di sintesi.
    Ma il fallimento di un’aggregazione non autorizza a capovolgere il senso della lotta.

    Passare da:
    “Mai con chi sostiene il sistema sanitario che ci ha colpiti”

    a:

    “Appoggiamo un candidato vaccinista perché è disponibile al dialogo”

    non è realpolitik. È rimozione.

    Dire che “parlando nascono i dubbi in loro” è un’illusione già vista mille volte.
    Il potere non cambia idea dal basso, ma usa il consenso di chi spera di influenzarlo per legittimarsi.

    Tu parli di “lista mista” come strumento per far crescere i dubbi negli altri.
    Ma il rischio reale è un altro:
    che sia la resistenza a sciogliersi dentro una lista che non ne condivide il fondamento.

    E qui torniamo alla leggerezza.

    La vera leggerezza non è non votare.
    È pensare che la storia degli ultimi anni possa essere archiviata con una stretta di mano e qualche punto corretto nel programma.

    La vera resistenza non è “parlare con tutti”.
    È sapere con chi non si può scendere a compromesso.

    Se domani emergerà un candidato realmente coerente, sarete “ben felici di sostenerlo”, dici.
    Ma nel frattempo sostenete chi quella coerenza non ce l’ha.

    Ed è questo il cortocircuito.

    Non è una questione di purezza ideologica.
    È una questione di memoria, responsabilità e schiena dritta.

    Perché chi ha resistito davvero non dimentica.
    E chi non dimentica, non si presta a rendere “accettabile” ciò che per anni ha denunciato come inaccettabile.

    COMBATTENTI per le LIBERTÀ!
    LA COERENZA E LA RESISTENZA (QUELLA VERA) Non è la “fama” il punto, né la firma mancante (che non rende meno veri i fatti). Il punto è la coerenza, che qui viene sistematicamente aggirata, diluita, giustificata. Per anni hai fatto presìdi ogni sabato. Per anni hai denunciato i danni da vaccino Covid-19, la narrazione sanitaria imposta, il ricatto del Green Pass, il tradimento della medicina. Non a parole, ma mettendoci la faccia e il tempo. Su questo nessuno discute. Ed è proprio per questo che oggi la scelta pesa di più. Perché non stiamo parlando di “ammazzare i vaccinati” (argomento caricaturale che nessuno ha mai posto), ma di sostenere politicamente un candidato che si dichiara vaccinista, cioè parte integrante di quella visione che per anni hai definito falsa, dannosa e pericolosa. La questione non è se si è vaccinato. La questione è cosa difende oggi e cosa rappresenta politicamente. Dire: “Credeva (o crede ancora) che i vaccini Covid siano serviti” non è un dettaglio. È una linea di frattura politica e morale. Perché chi crede che “siano serviti”: minimizza o nega i danneggiati legittima l’impianto emergenziale assolve le responsabilità istituzionali considera quegli anni, tutto sommato, giustificabili. Questo è vaccinismo, anche se temperato da buone maniere. La libertà di scelta terapeutica non è un optional da programma elettorale, né un “paletto” negoziabile come la viabilità o l’urbanistica. È il cuore del conflitto che ha mosso la cosiddetta “resistenza”. Ed è qui che cade l’argomento dell’“assenza di alternative”. Perché quando si dice: “Alternative non ce ne sono” si sta facendo esattamente ciò che si è sempre rimproverato al sistema: accettare il meno peggio, normalizzare l’inaccettabile, scegliere l’opportunismo al posto del principio. Sì, il movimento si è diviso. Sì, ci sono state colpe, personalismi, incapacità di sintesi. Ma il fallimento di un’aggregazione non autorizza a capovolgere il senso della lotta. Passare da: “Mai con chi sostiene il sistema sanitario che ci ha colpiti” a: “Appoggiamo un candidato vaccinista perché è disponibile al dialogo” non è realpolitik. È rimozione. Dire che “parlando nascono i dubbi in loro” è un’illusione già vista mille volte. Il potere non cambia idea dal basso, ma usa il consenso di chi spera di influenzarlo per legittimarsi. Tu parli di “lista mista” come strumento per far crescere i dubbi negli altri. Ma il rischio reale è un altro: che sia la resistenza a sciogliersi dentro una lista che non ne condivide il fondamento. E qui torniamo alla leggerezza. La vera leggerezza non è non votare. È pensare che la storia degli ultimi anni possa essere archiviata con una stretta di mano e qualche punto corretto nel programma. La vera resistenza non è “parlare con tutti”. È sapere con chi non si può scendere a compromesso. Se domani emergerà un candidato realmente coerente, sarete “ben felici di sostenerlo”, dici. Ma nel frattempo sostenete chi quella coerenza non ce l’ha. Ed è questo il cortocircuito. Non è una questione di purezza ideologica. È una questione di memoria, responsabilità e schiena dritta. Perché chi ha resistito davvero non dimentica. E chi non dimentica, non si presta a rendere “accettabile” ciò che per anni ha denunciato come inaccettabile. COMBATTENTI per le LIBERTÀ!
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  • LA LEGGEREZZA E LA RESISTENZA

    Elezioni a Milano: chi cambia, chi non dimentica

    "C’è qualcosa di profondamente leggero — nel senso più inquietante del termine — nel modo in cui una parte del mondo Novax affronta la politica. Una leggerezza che rasenta l’inconsapevolezza, quando non la comoda rimozione della realtà.

    Il caso è emblematico: alcuni presunti “amici” Novax sostengono con entusiasmo un candidato sindaco che è un vaccinista convinto e l'ha dichiarato. Non uno tiepido, non uno che ha “dei dubbi”, ma uno che i vaccini li difende, li promuove e li considera uno strumento irrinunciabile della sanità pubblica. Eppure, per questi Novax, non sembra essere un problema. Anzi.

    Qui sta il paradosso: per anni il mantra è stato “mai con chi sostiene il sistema”, “mai con chi obbedisce al potere”, “mai con i complici del pensiero unico sanitario”. Poi, al momento di scegliere, tutto evapora. Resta solo la simpatia personale, il fisico, l’immagine, il personaggio.

    Perché il candidato in questione (che svelerà il suo programma il 27 gennaio) ha indubbiamente delle qualità mediatiche: si presenta bene, incarna l’idea del “tipo in gamba”, si mostra fisicato, novità nel panorama politico. Ha anche un “giocattolo” — un’attività personale di cui va fiero e che viene esibita come prova di competenza universale. Come se il successo in un ambito bastasse a certificare coerenza, autonomia di pensiero e, soprattutto, affidabilità politica.

    Ma la politica non è una palestra, né una vetrina. E governare una città non è un’estensione del proprio ego o del proprio brand personale.

    Il punto più grave, però, non è nemmeno questo. Il punto è che molti di questi Novax sembrano accettare — implicitamente — l’idea che il candidato possa “cambiare posizione” all’occorrenza. Oggi vaccinista, domani possibilmente critico. Oggi allineato, domani — se conviene — improvvisamente “dalla parte del popolo”. Tutto dipende dai voti, o meglio, da ciò che il potere suggerirà in quel momento.

    Ed è qui che l’insostenibile leggerezza diventa pericolosa. Perché se per anni hai denunciato l’opportunismo, l’obbedienza e il trasformismo, ma poi li giustifichi quando ti fanno comodo, il problema non è più il sistema: sei tu.

    Si scambia il carisma per coraggio, l’estetica per etica, la muscolatura per la schiena dritta. Si confonde l’abilità comunicativa con l’indipendenza di giudizio. E soprattutto si dimentica che il potere non si combatte sperando che, una volta eletto, “si comporti bene”.

    La storia recente insegna l’esatto contrario: chi è pronto ad adattarsi una volta, lo farà sempre. Chi costruisce la propria figura sul consenso, non lo metterà mai in discussione per una questione di principio. E chi oggi difende senza esitazioni una certa visione sanitaria, domani non diventerà improvvisamente un paladino della libertà solo perché glielo chiedono i suoi elettori più rumorosi.

    L’insostenibile leggerezza dei Novax — di certi Novax — sta tutta qui: nel credere che le idee contino meno delle simpatie, che la coerenza sia negoziabile, che il potere possa essere ingannato con una stretta di mano e un bel sorriso.

    Ma il potere non si lascia sedurre. Al massimo, seduce lui."


    Lettera aperta di attivisti e cittadini milanesi con richiesta di pubblicazione

    Source: https://t.me/movimentoperleliberta
    gruppo Milano (seguici sui nostri social)
    LA LEGGEREZZA E LA RESISTENZA Elezioni a Milano: chi cambia, chi non dimentica "C’è qualcosa di profondamente leggero — nel senso più inquietante del termine — nel modo in cui una parte del mondo Novax affronta la politica. Una leggerezza che rasenta l’inconsapevolezza, quando non la comoda rimozione della realtà. Il caso è emblematico: alcuni presunti “amici” Novax sostengono con entusiasmo un candidato sindaco che è un vaccinista convinto e l'ha dichiarato. Non uno tiepido, non uno che ha “dei dubbi”, ma uno che i vaccini li difende, li promuove e li considera uno strumento irrinunciabile della sanità pubblica. Eppure, per questi Novax, non sembra essere un problema. Anzi. Qui sta il paradosso: per anni il mantra è stato “mai con chi sostiene il sistema”, “mai con chi obbedisce al potere”, “mai con i complici del pensiero unico sanitario”. Poi, al momento di scegliere, tutto evapora. Resta solo la simpatia personale, il fisico, l’immagine, il personaggio. Perché il candidato in questione (che svelerà il suo programma il 27 gennaio) ha indubbiamente delle qualità mediatiche: si presenta bene, incarna l’idea del “tipo in gamba”, si mostra fisicato, novità nel panorama politico. Ha anche un “giocattolo” — un’attività personale di cui va fiero e che viene esibita come prova di competenza universale. Come se il successo in un ambito bastasse a certificare coerenza, autonomia di pensiero e, soprattutto, affidabilità politica. Ma la politica non è una palestra, né una vetrina. E governare una città non è un’estensione del proprio ego o del proprio brand personale. Il punto più grave, però, non è nemmeno questo. Il punto è che molti di questi Novax sembrano accettare — implicitamente — l’idea che il candidato possa “cambiare posizione” all’occorrenza. Oggi vaccinista, domani possibilmente critico. Oggi allineato, domani — se conviene — improvvisamente “dalla parte del popolo”. Tutto dipende dai voti, o meglio, da ciò che il potere suggerirà in quel momento. Ed è qui che l’insostenibile leggerezza diventa pericolosa. Perché se per anni hai denunciato l’opportunismo, l’obbedienza e il trasformismo, ma poi li giustifichi quando ti fanno comodo, il problema non è più il sistema: sei tu. Si scambia il carisma per coraggio, l’estetica per etica, la muscolatura per la schiena dritta. Si confonde l’abilità comunicativa con l’indipendenza di giudizio. E soprattutto si dimentica che il potere non si combatte sperando che, una volta eletto, “si comporti bene”. La storia recente insegna l’esatto contrario: chi è pronto ad adattarsi una volta, lo farà sempre. Chi costruisce la propria figura sul consenso, non lo metterà mai in discussione per una questione di principio. E chi oggi difende senza esitazioni una certa visione sanitaria, domani non diventerà improvvisamente un paladino della libertà solo perché glielo chiedono i suoi elettori più rumorosi. L’insostenibile leggerezza dei Novax — di certi Novax — sta tutta qui: nel credere che le idee contino meno delle simpatie, che la coerenza sia negoziabile, che il potere possa essere ingannato con una stretta di mano e un bel sorriso. Ma il potere non si lascia sedurre. Al massimo, seduce lui." Lettera aperta di attivisti e cittadini milanesi con richiesta di pubblicazione 🏴󠁧󠁢󠁥󠁮󠁧󠁿Source: https://t.me/movimentoperleliberta gruppo Milano (seguici sui nostri social)
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  • Questa donna si chiama Tillie Martinussen, è groenlandese, membro del Cooperation Party che ha contributo a fondare.

    E in queste ore ha tenuto un discorso memorabile - letteralmente memorabile - che è forse la miglior risposta mai data a Donald Trump e alla sua idea di America.

    Un atto di Resistenza culturale e di dignità, prima ancora che politico, che tutti i novelli trumpini, le cheerleader trumpiane di casa nostra dovrebbero leggere e mandare a memoria.

    “Penso che Trump non conosca affatto il popolo groenlandese. Noi non diamo particolare valore ai soldi, alle labbra alla Kardashian e a quel tipo di cose. In Groenlandia, tra l’altro, non si può nemmeno possedere la terra: puoi ottenere un lotto per costruire la tua casa e possiedi la casa sopra il terreno, ma la terra in sé no.

    Perché i groenlandesi non credono che la terra appartenga a una persona sola: appartiene a tutti. E lo stesso vale per il mare e per le ricchezze che contiene.
    Per questo è un enorme errore di calcolo pensare che i groenlandesi possano essere comprati con il denaro. Non è così. E anche se ci dicessero: “100.000 dollari a persona”, non rinunceremmo mai alla sanità gratuita, non rinunceremmo all’istruzione gratuita, non rinunceremmo a far parte dell’Europa, non rinunceremmo alla nostra sovranità, che prima o poi è comunque il nostro obiettivo.

    Non vogliamo essere ricchi come gli americani. Basta vedere quanto sono avidi: arrivano persino a sparare contro i loro amici o a invadere i loro amici per pura avidità. Sappiamo che nel nostro sottosuolo potrebbero esserci minerali e petrolio, e che valgono enormemente più di qualunque cifra. Ma anche se non ci fossero, non ci lasceremmo comunque comprare.

    Qui tutti conoscono la storia degli Inuit in Alaska e di tutte le popolazioni native, i popoli indigeni, gli Indiani d’America. Le loro terre sono state sottratte e non sono stati trattati bene negli Stati Uniti. E sappiamo che Trump si circonda in larga parte di persone legate al suprematismo bianco.
    Noi non siamo bianchi. Come potete vedere, siamo persone di colore. E quindi sappiamo che probabilmente i nostri diritti ci verrebbero tolti.

    Sappiamo anche che, insieme alla Danimarca, stiamo bene così come siamo. Come dicevo prima, abbiamo sanità gratuita, istruzione gratuita: qualunque cosa tu voglia studiare, puoi farlo senza pagare nulla e, anzi, il governo ti dà anche una borsa di studio, dei soldi mentre studi. Tutto questo non lo scambieremmo mai: lo Stato sociale, il welfare. Non lo scambieremmo con nulla che venga dall’America.

    (…) Non importa cosa sia successo in passato tra Danimarca e Groenlandia: ce la risolveremo tra noi. Così come siamo ora, va bene. E se un giorno vorremo l’indipendenza, dovranno essere i groenlandesi a deciderlo, non una superpotenza che fa pressione da lontano.

    Sappiamo benissimo che, se diventassimo indipendenti domani, lui ci invaderebbe subito, perché non avrebbe problemi né con la Nato, né con l’Europa. Per questo credo che stia scommettendo in modo profondamente insultante sull’idea che i groenlandesi siano persone stupide, non istruite, che non seguono le notizie del mondo. Ma non è così. È esattamente il contrario.

    Noi saremo qui per centinaia di anni dopo Donald Trump. Anche se ci invadesse, credo che lo aspetteremmo semplicemente come si fa con il cattivo tempo. Qui tutti sanno che è il meteo a decidere: se arriva una tempesta, ci rintaniamo per un giorno o due. Potremmo rintanarci per un anno, per due anni, o anche per dieci o vent’anni, e poi torneremmo alla Danimarca non appena Trump e quelli come lui se ne saranno andati”.

    Novanta minuti di applausi.

    This woman's name is Tillie Martinussen, she's Greenlandic, and a member of the Cooperation Party, which she helped found.

    And just a few hours ago, she gave a memorable speech—literally memorable—that is perhaps the best response ever given to Donald Trump and his vision of America.

    An act of cultural and dignity resistance, even before a political one, that all our Trump supporters and Trump cheerleaders should read and memorize.

    I think Trump doesn't know the Greenlandic people at all. We don't particularly value money, Kardashian-esque lips, or that kind of thing. In Greenland, by the way, you can't even own land: you can get a plot of land to build your house on, and you own the house on the land, but you don't own the land itself.

    Because Greenlanders don't believe that land belongs to just one person: it belongs to everyone. And the same goes for the sea and the riches it contains.
    That's why it's a huge miscalculation to think that Greenlanders can be bought with money. That's not the case. And even if they told us, "$100,000 per person," we would never give up free healthcare, we would never give up free education, we would never give up being part of Europe, we would never give up our sovereignty, which is our goal sooner or later anyway.

    We don't want to be as rich as the Americans. Just look at how greedy they are: they even go as far as to shoot their friends or invade their friends out of sheer greed. We know that there could be minerals and oil in our subsoil, and that they're worth far more than any amount of money. But even if they didn't, we still wouldn't let them buy us.

    Everyone here knows the story of the Inuit in Alaska and all the native populations, the indigenous peoples, the American Indians. Their lands were stolen, and they weren't treated well in the United States. And we know that Trump largely surrounds himself with people linked to white supremacy.

    We're not white. As you can see, we're people of color. And so we know that our rights would probably be taken away.

    We also know that, along with Denmark, we're fine just the way we are. As I said before, we have free healthcare, free education: whatever you want to study, you can do it without paying anything, and, in fact, the government even gives you a scholarship, money while you study. We would never trade all of this: the welfare state, the social security system. We wouldn't trade it for anything that comes from America.

    (…) It doesn't matter what happened in the past between Denmark and Greenland: we'll sort it out between ourselves. The way we are now, that's fine. And if one day we want independence, it should be the Greenlanders who decide, not a superpower pushing from afar.

    We know full well that if we became independent tomorrow, he would invade us immediately, because he wouldn't have any problems with NATO or Europe. That's why I think he's betting, in a deeply insulting way, on the idea that Greenlanders are stupid, uneducated people who don't follow world news. But that's not the case. It's exactly the opposite.

    We'll be here for hundreds of years after Donald Trump. Even if he invaded, I think we'd simply wait it out like we do with bad weather. Here, everyone knows that the weather decides: if a storm comes, we hole up for a day or two. We could hole up for a year, two years, or even ten or twenty years, and then We'll go back to Denmark as soon as Trump and his ilk are gone."

    Ninety minutes of applause.
    Questa donna si chiama Tillie Martinussen, è groenlandese, membro del Cooperation Party che ha contributo a fondare. E in queste ore ha tenuto un discorso memorabile - letteralmente memorabile - che è forse la miglior risposta mai data a Donald Trump e alla sua idea di America. Un atto di Resistenza culturale e di dignità, prima ancora che politico, che tutti i novelli trumpini, le cheerleader trumpiane di casa nostra dovrebbero leggere e mandare a memoria. “Penso che Trump non conosca affatto il popolo groenlandese. Noi non diamo particolare valore ai soldi, alle labbra alla Kardashian e a quel tipo di cose. In Groenlandia, tra l’altro, non si può nemmeno possedere la terra: puoi ottenere un lotto per costruire la tua casa e possiedi la casa sopra il terreno, ma la terra in sé no. Perché i groenlandesi non credono che la terra appartenga a una persona sola: appartiene a tutti. E lo stesso vale per il mare e per le ricchezze che contiene. Per questo è un enorme errore di calcolo pensare che i groenlandesi possano essere comprati con il denaro. Non è così. E anche se ci dicessero: “100.000 dollari a persona”, non rinunceremmo mai alla sanità gratuita, non rinunceremmo all’istruzione gratuita, non rinunceremmo a far parte dell’Europa, non rinunceremmo alla nostra sovranità, che prima o poi è comunque il nostro obiettivo. Non vogliamo essere ricchi come gli americani. Basta vedere quanto sono avidi: arrivano persino a sparare contro i loro amici o a invadere i loro amici per pura avidità. Sappiamo che nel nostro sottosuolo potrebbero esserci minerali e petrolio, e che valgono enormemente più di qualunque cifra. Ma anche se non ci fossero, non ci lasceremmo comunque comprare. Qui tutti conoscono la storia degli Inuit in Alaska e di tutte le popolazioni native, i popoli indigeni, gli Indiani d’America. Le loro terre sono state sottratte e non sono stati trattati bene negli Stati Uniti. E sappiamo che Trump si circonda in larga parte di persone legate al suprematismo bianco. Noi non siamo bianchi. Come potete vedere, siamo persone di colore. E quindi sappiamo che probabilmente i nostri diritti ci verrebbero tolti. Sappiamo anche che, insieme alla Danimarca, stiamo bene così come siamo. Come dicevo prima, abbiamo sanità gratuita, istruzione gratuita: qualunque cosa tu voglia studiare, puoi farlo senza pagare nulla e, anzi, il governo ti dà anche una borsa di studio, dei soldi mentre studi. Tutto questo non lo scambieremmo mai: lo Stato sociale, il welfare. Non lo scambieremmo con nulla che venga dall’America. (…) Non importa cosa sia successo in passato tra Danimarca e Groenlandia: ce la risolveremo tra noi. Così come siamo ora, va bene. E se un giorno vorremo l’indipendenza, dovranno essere i groenlandesi a deciderlo, non una superpotenza che fa pressione da lontano. Sappiamo benissimo che, se diventassimo indipendenti domani, lui ci invaderebbe subito, perché non avrebbe problemi né con la Nato, né con l’Europa. Per questo credo che stia scommettendo in modo profondamente insultante sull’idea che i groenlandesi siano persone stupide, non istruite, che non seguono le notizie del mondo. Ma non è così. È esattamente il contrario. Noi saremo qui per centinaia di anni dopo Donald Trump. Anche se ci invadesse, credo che lo aspetteremmo semplicemente come si fa con il cattivo tempo. Qui tutti sanno che è il meteo a decidere: se arriva una tempesta, ci rintaniamo per un giorno o due. Potremmo rintanarci per un anno, per due anni, o anche per dieci o vent’anni, e poi torneremmo alla Danimarca non appena Trump e quelli come lui se ne saranno andati”. Novanta minuti di applausi. This woman's name is Tillie Martinussen, she's Greenlandic, and a member of the Cooperation Party, which she helped found. And just a few hours ago, she gave a memorable speech—literally memorable—that is perhaps the best response ever given to Donald Trump and his vision of America. An act of cultural and dignity resistance, even before a political one, that all our Trump supporters and Trump cheerleaders should read and memorize. I think Trump doesn't know the Greenlandic people at all. We don't particularly value money, Kardashian-esque lips, or that kind of thing. In Greenland, by the way, you can't even own land: you can get a plot of land to build your house on, and you own the house on the land, but you don't own the land itself. Because Greenlanders don't believe that land belongs to just one person: it belongs to everyone. And the same goes for the sea and the riches it contains. That's why it's a huge miscalculation to think that Greenlanders can be bought with money. That's not the case. And even if they told us, "$100,000 per person," we would never give up free healthcare, we would never give up free education, we would never give up being part of Europe, we would never give up our sovereignty, which is our goal sooner or later anyway. We don't want to be as rich as the Americans. Just look at how greedy they are: they even go as far as to shoot their friends or invade their friends out of sheer greed. We know that there could be minerals and oil in our subsoil, and that they're worth far more than any amount of money. But even if they didn't, we still wouldn't let them buy us. Everyone here knows the story of the Inuit in Alaska and all the native populations, the indigenous peoples, the American Indians. Their lands were stolen, and they weren't treated well in the United States. And we know that Trump largely surrounds himself with people linked to white supremacy. We're not white. As you can see, we're people of color. And so we know that our rights would probably be taken away. We also know that, along with Denmark, we're fine just the way we are. As I said before, we have free healthcare, free education: whatever you want to study, you can do it without paying anything, and, in fact, the government even gives you a scholarship, money while you study. We would never trade all of this: the welfare state, the social security system. We wouldn't trade it for anything that comes from America. (…) It doesn't matter what happened in the past between Denmark and Greenland: we'll sort it out between ourselves. The way we are now, that's fine. And if one day we want independence, it should be the Greenlanders who decide, not a superpower pushing from afar. We know full well that if we became independent tomorrow, he would invade us immediately, because he wouldn't have any problems with NATO or Europe. That's why I think he's betting, in a deeply insulting way, on the idea that Greenlanders are stupid, uneducated people who don't follow world news. But that's not the case. It's exactly the opposite. We'll be here for hundreds of years after Donald Trump. Even if he invaded, I think we'd simply wait it out like we do with bad weather. Here, everyone knows that the weather decides: if a storm comes, we hole up for a day or two. We could hole up for a year, two years, or even ten or twenty years, and then We'll go back to Denmark as soon as Trump and his ilk are gone." Ninety minutes of applause.
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  • ROBERT ROSENTHAL - LE PIÙ GRANDI BUGIE SIONISTE DI TUTTI I TEMPI

    Di Robert Rosenthal - 29 novembre 2025

    Il Sionismo si è sempre basato su miti, distorsioni e falsità per mantenere il sostegno del pubblico occidentale. Le falsità Sioniste hanno tenuto generazioni di Sionisti ebrei e sostenitori non ebrei di quel Progetto Razzista completamente disinformati.

    Dopo due anni di Genocidio trasmesso in diretta video su internet, abbiamo visto cosa succede quando ebrei con menti e cuori aperti, che il Sionismo non ha ancora indurito, affrontano finalmente la realtà di quel movimento disonesto, Razzista, violento e moralmente fallito: tendono ad andarsene. E una volta andati via, raramente tornano.

    Sono stato introdotto al Sionismo in giovane età, quando generalmente credevo a ciò che mi dicevano le figure autoritarie. Come ebreo del Baby Boom (1946-1964), non ho avuto facile accesso a informazioni veritiere sulla Palestina e Israele. Non abbiamo mai sentito voci palestinesi e non ricordo di aver mai parlato con un ebreo antisionista. L'insegnamento che ho ricevuto era completamente fazioso, unilaterale e, a posteriori, profondamente offensivo.

    A causa della persuasività della Propaganda Sionista, ho trascorso più di metà della mia vita a difendere Israele. Quando finalmente ho scoperto la vera storia, sono rimasto sconvolto e furioso.

    Dopo anni passati a cercare scuse per quelli che ora so essere i Crimini Contro l'Umanità di Israele, voglio contribuire a mettere le cose in chiaro. Quelle che seguono sono quelle che considero le più grandi bugie Sioniste mai raccontate, in ordine inverso, con la n. 1 come menzogna più distruttiva, la falsità che ha causato più danni.

    17 – "Ebrei e arabi sono in guerra tra loro da migliaia di anni".

    Questo è un bell'esempio di pigrizia intellettuale. Tratta un moderno (e anacronistico) Progetto Colonialista-Insediativo come se fosse una faida senza tempo nel deserto che giustifica magicamente qualsiasi azione di Israele oggi, perché "Ehi, si sono sempre odiati". In realtà, ebrei, musulmani e cristiani hanno vissuto insieme, principalmente in pace, in quella Regione per secoli. La situazione attuale affonda le sue radici in un movimento etnico-nazionalista-politico, non in un antico rancore codificato nel DNA. Il mito dell'"odio antico" è comodo perché dice ai Sionisti che lo status quo è eterno e che nulla potrà mai cambiare veramente nell'oppressione israeliana dei palestinesi, quindi perché preoccuparsi di condannarlo o addirittura metterlo in discussione?

    16 – "Gli ebrei hanno fatto fiorire il deserto".

    È una bella favola che cancella generazioni di contadini palestinesi che già coltivavano olive, agrumi, cereali e altro, molto prima che Theodor Herzl prendesse in mano una penna. Prende manodopera, terra e acqua palestinesi, li scredita come lande desolate e poi esige applausi quando il Colonizzatore installa gli irrigatori. Questo non è "far fiorire il deserto"; è rubare il giardino di qualcuno e definirsi un genio. Nascosto in tutto questo c'è il classico stereotipo Razzista Sionista secondo cui l'arabo "barbaro" era troppo arretrato per coltivare adeguatamente la terra e aveva bisogno del nuovo arrivato, presumibilmente "civilizzato", per redimerla, un copione coloniale vecchio come il mondo.

    15 – "I palestinesi sono un popolo inventato".

    Guardate ogni mappa del Medio Oriente stampata prima del 1947 e vedrete questa parola: "PALESTINA". Ogni nazione è "inventata" nel senso che le identità si sviluppano nel tempo. Ma in qualche modo, solo ai palestinesi viene detto che non esistono. Questa menzogna permette ai Sionisti di trattare un intero popolo come un errore burocratico invece che come una nazione con una ricca storia, una splendida cultura, una lingua e diritti legali. Se riesci a convincere il mondo che i palestinesi sono inventati, diventa molto più facile far sparire le loro città, i loro villaggi, le loro case e i loro corpi. Da bambino, sentivo raramente la parola "palestinesi". Li chiamavano "arabi", il che era proprio il punto: togli loro il nome, elimina la loro identità, e diventa più facile cancellare i loro diritti.

    14 – "Gli israeliani sono i veri abitanti nativi di quella terra".

    Il Sionismo prende un legame teologico e diasporico con un luogo e cerca di trasformarlo in un assegno in bianco per il Dominio permanente sulle persone che vi abitano. Essere indigeni non significa "i miei antenati avevano vissuto su questo posto 2000 anni fa". Significa presenza continua, tutela e appartenenza, non paracadutarsi con un passaporto europeo e un fucile. E certamente non significa fare l'Aliyah (immigrare) dopo aver vissuto a Brooklyn per tutta la vita e non avere alcun legame tracciabile con quella terra. Sì, gli ebrei avevano un'antica presenza in Palestina, insieme a musulmani e cristiani. L'unica risposta etica in Palestina-Israele è che tutti vivano da pari, non che un gruppo rivendichi un titolo esclusivo ed eterno di proprietà terriera.

    13 – "Israele era una terra senza popolo per un popolo senza terra".

    Ogni album di foto di famiglia palestinese, ogni cimitero e ogni chiave appesa a una collana rappresentano una confutazione diretta di questa menzogna. Lo slogan è stato propaganda fin dal primo giorno, concepito per Cancellare milioni di palestinesi in una sola frase. Non c'è bisogno di inventare una terra vuota, a meno che non si intenda svuotarla a propria volta. Almeno 750.000 palestinesi subirono una Pulizia Etnica durante la Nakba originale; intere città furono letteralmente Cancellate dalla mappa e più di 400 villaggi furono distrutti. Considero la negazione della Nakba disgustosa quanto la negazione dell'Olocausto, ed entrambe mirano a cancellare il trauma di un popolo per poter continuare a maltrattarlo senza sensi di colpa.

    12 – "Nel 1948, i palestinesi abbandonarono volontariamente le loro case".

    Certo, e le persone se ne vanno "volontariamente" quando le milizie sparano sopra le loro teste, nei villaggi vicini si verificano Massacri e viene detto loro che se oltrepassano una certa linea saranno uccise. Definire questo "volontario" è come chiamare una rapina "donazione caritatevole". La Nakba non è stata un revisione della Terra Santa; Si trattava di un'espulsione di massa sostenuta dalla violenza organizzata. Crescendo, mi è stato detto che ai demoniaci palestinesi era stato ordinato di andarsene temporaneamente mentre gli eserciti arabi spingevano tutti gli ebrei in mare, e che le trasmissioni radiofoniche esortavano gli arabi che odiavano gli ebrei ad andarsene per un breve periodo mentre i loro leader facevano il loro lavoro. Ho controllato e ricontrollato, ma non ho mai trovato prove credibili a sostegno di questa affermazione. È una storia inventata usata dai Razzisti per spacciare le vittime della Pulizia Etnica per odiosi custodi di case. Negare ai rifugiati palestinesi il Diritto al Ritorno è crudele, immorale e non ebreo.

    11 – "Rifiutando il Piano di Partizione delle Nazioni Unite, i palestinesi hanno segnato il loro destino".

    Questa è la storia originale del "hanno avuto la loro occasione", raccontata come se i palestinesi avessero sprecato incautamente un buon affare e ne avessero pagato il prezzo da allora. Il Piano di Partizione delle Nazioni Unite del 1947 fu redatto da un comitato di 11 Paesi senza rappresentanza araba e proponeva di trasformare circa il 55% della Palestina storica in uno "Stato Ebraico", in un'epoca in cui gli ebrei rappresentavano circa un terzo della popolazione e possedevano meno del 7% del territorio. Ai palestinesi, le cui famiglie avevano vissuto e lavorato su quella terra per secoli, fu detto che uno "Stato Ebraico" sostenuto dall'estero per coloni europei e altri ebrei della Diaspora sarebbe stato costruito su quella che era stata in gran parte terra araba e che una raccomandazione non vincolante avrebbe dovuto prevalere sul loro diritto all'autodeterminazione. Non erano ingenui; i palestinesi erano consapevoli, dalla storia recente in luoghi come l'Algeria, il Sudafrica e in tutte le Americhe, di ciò che il Colonialismo d'Insediamento provoca ai popoli nativi: espropriazione, gerarchia razziale e Cancellazione culturale. Se la situazione fosse stata invertita e ai Sionisti fosse stato detto di accettare un accordo simile sulla maggior parte delle loro terre, non ho dubbi che lo avrebbero rifiutato anche loro. Definire il rifiuto dei palestinesi di questo orribile accordo come "un sigillo al loro destino" è solo un altro modo per dire che i popoli colonizzati devono accettare la propria espropriazione o rinunciare per sempre ai propri diritti.

    10 – "Ai palestinesi è stato ripetutamente offerto uno Stato proprio, ma l'hanno sempre rifiutato".

    Questo è il discorso di vendita infernale: spartirsi la loro terra, privare lo "Stato" di confini, esercito, acqua e vera sovranità, e poi fingere di essere scioccati perché non hanno firmato sulla linea tratteggiata. Quella che è stata spacciata per una "generosa offerta" era un ghetto. Dire "hanno rifiutato la pace" significa semplicemente che si sono rifiutati di legalizzare la propria gabbia. Ai palestinesi non è mai stata offerta una sovranità piena e autentica sul proprio territorio, e ai rifugiati palestinesi non è mai stato offerto il Diritto essenziale al Ritorno garantito dal Diritto Internazionale. Rifiutare un falso "Stato" che ratifica la propria espropriazione non significa rifiutare la pace; significa rifiutarsi di approvare automaticamente la propria sottomissione permanente.

    9 – "Israele ha smesso di occupare Gaza nel 2005".

    A quanto pare, i Sionisti pensano che si possa controllare lo spazio aereo, il mare, i confini e le infrastrutture di base e continuare a giurare di non essere un Occupante. Gaza è un caso di studio di "Occupazione a Controllo remoto": nessun colono all'interno della recinzione, ma controllo totale su chi e cosa entra o esce, intervallato da regolari Campagne di Bombardamenti. Se questa non è Occupazione, la parola non ha alcun significato. Secondo il Diritto Internazionale, un territorio rimane occupato quando una potenza straniera mantiene il controllo effettivo sulla sua terra, mare e aria, e ogni organismo legale serio che ha esaminato Gaza ha continuato a classificarla come Territorio Occupato. Il fatto che i Sionisti non vogliano sentirselo dire non cambia magicamente la realtà per le persone intrappolate lì.

    8 – "Il problema è iniziato il 7 ottobre".

    Questa è la menzogna che cerca di premere il pulsante "Azzera" sulla storia. Finge che tutto ciò che è accaduto prima del 7 ottobre 2023, la Nakba, l'Occupazione, l'Apartheid, l'Assedio, decenni di Massacri ed espulsioni, fosse solo rumore di fondo, e che "il conflitto" sia iniziato magicamente in quel giorno terribile. Cancellate quasi ottant'anni di violenza e spoliazioni israeliane e potrete ribattezzare il Genocidio come "autodifesa". Il 6 ottobre, Gaza era già ampiamente conosciuta come "la più grande prigione a cielo aperto del mondo", l'ONU l'aveva classificata come "invivibile" e il pluripremiato giornalista israeliano Gideon Levy la definiva un "Campo di Concentramento". Un diciottenne di Gaza non sarebbe in grado di ricordare un momento in cui non fosse stato confinato con la forza all'interno di quella recinzione in condizioni subumane per il "crimine" di esistere come palestinese. Fingere che quell'inferno fosse una pacifica normalità il giorno prima è un'operazione di manipolazione di portata Genocida.

    7 – "Israele è l'unica democrazia in Medio Oriente".

    Democrazia per chi? Un Regime che privilegia apertamente un gruppo etnico-religioso nella legge, controlla milioni di sudditi privati ​​dei diritti civili sotto il Regime Militare e approva una legge sullo Stato-Nazione che dichiara l'autodeterminazione "esclusiva" degli ebrei non è un esempio lampante di nient'altro che Apartheid. I Sionisti amano affermare che i cittadini arabi/palestinesi di Israele godano di pari diritti, ma organizzazioni come Adalah hanno documentato più di 60 leggi israeliane che li discriminano direttamente o indirettamente in termini di territorio, cittadinanza, partecipazione politica, risorse e diritti civili fondamentali. Definire questa una "democrazia" è più un insulto all'intero concetto di democrazia che un complimento a Israele. Trovo offensivo appiccicare la parola "democrazia" a uno Stato di Apartheid che nega ad almeno metà delle persone sotto il suo controllo il diritto di votare per i funzionari che decidono se vivono, muoiono o possono vedere un medico.

    6 – "Il Sionismo riguarda semplicemente l'autodeterminazione ebraica".

    A prima vista, sembra ragionevole. Come tutti gli altri, gli ebrei meritano sicurezza, libertà e dignità. Ma in pratica, il Sionismo non è mai stato semplicemente una questione di sicurezza, libertà e dignità ebraica; è stato un progetto politico per garantire uno Stato a maggioranza ebraica in una terra che era già a stragrande maggioranza palestinese. "Autodeterminazione ebraica", nell'accezione Sionista, è un eufemismo per uno Stato che rivendica il diritto di opprimere i palestinesi per garantire il Dominio ebraico permanente. Il discorso non riguarda mai l'autodeterminazione per tutti tra il fiume e il mare; riguarda il presunto "diritto" all'autodeterminazione di un gruppo usato come carta vincente (senza alcun gioco di parole) per negare lo stesso diritto alle persone che già vi vivono e per presentare qualsiasi richiesta di uguaglianza palestinese come un attacco all'esistenza ebraica stessa. Quando i Sionisti avvertono che la parità di diritti per i palestinesi "distruggerà" Israele, stanno confessando che la loro versione di Israele come Stato etnico con diritti esclusivi per gli "eletti" esiste solo se i palestinesi vengono mantenuti ineguali.

    5 – "L'antisionismo è antisemitismo e criticare Israele è una forma di odio verso gli ebrei".

    Questo è il bavaglio mascherato da protezione. Insiste sul fatto che un'ideologia politica del 19°-20° secolo e l'attuale Stato di Apartheid siano in qualche modo fusi con il nucleo dell'identità ebraica, quindi qualsiasi critica seria al Sionismo o a Israele si trasforma automaticamente in odio verso gli ebrei. In pratica, è stato utilizzato per mettere a tacere i palestinesi, punire i dissidenti ebrei e mettere a tacere movimenti non violenti come il BDS. Peggio ancora, insistendo sul fatto che Israele parli e uccida "per gli ebrei", in realtà aumenta il rischio per gli ebrei comuni in tutto il mondo, per poi additare la reazione negativa che ha contribuito a creare come prova del fatto che gli ebrei "hanno bisogno" del Sionismo. L'idea che gli ebrei "buoni" sostengano l'oppressione è di per sé antisemita, e con un numero crescente di ebrei che si identificano apertamente come antisionisti, l'affermazione che l'antisionismo o la critica tagliente di Israele equivalgano all'odio per gli ebrei appare ogni giorno più assurda, e disperata.

    4 – "I palestinesi sono creature naturalmente violente che praticano il terrorismo o lo sostengono".

    Questo è il rovescio della medaglia della Supremazia: se gli ebrei vengono dipinti come vittime eternamente razionali e civili, i palestinesi devono essere inquadrati come creature barbare e irrazionali che o imbracciano la pistola o tifano per chi lo fa. Non importa che i palestinesi abbiano un'immensa e documentata storia di resistenza non violenta, boicottaggi, scioperi, marce, comitati popolari, di fronte a una forza schiacciante. Se si etichetta un intero popolo come terrorista congenito, allora ogni posto di blocco, ogni attentato, ogni bambino ucciso nel proprio letto diventa "sicurezza preventiva". Crescendo, sono stato portato a credere che gli "arabi" odiassero gli ebrei per il fatto di essere ebrei e che, se ne avessero avuto la possibilità, ci avrebbero uccisi tutti. È lo stesso copione utilizzato da ogni progetto di Colonialismo di Insediamento, dal chiamare "selvaggi" i popoli indigeni al descrivere gli africani schiavizzati come intrinsecamente pericolosi. A differenza delle Forze di Occupazione Israeliane e dei coloni israeliani illegali che si dedicano costantemente alla violenza, incluso il terrorismo, la stragrande maggioranza dei palestinesi ha risposto in modo non violento a oltre 77 anni di violenza dello Stato israeliano.

    3 – "I palestinesi meritano tutte le punizioni che hanno ricevuto dallo 'Stato Ebraico'".

    Questa è la forma più pura di vittimizzazione del Sionismo: decenni di umiliazioni, espropriazioni, assedi, bombardamenti, prigionia e fame vengono riformulati come una sorta di problema cosmico di servizio al cliente che i palestinesi si sono procurati da soli per non essere stati sufficientemente silenziosi, grati o morti. Ogni atrocità diventa una "conseguenza" della loro presunta barbarie piuttosto che una scelta fatta da uno Stato estremamente potente che ha deciso di governare un altro popolo con la forza. È la logica dell'abusatore: qualunque cosa ti faccia è colpa tua per avermi costretto a farlo. E, come ogni accusa alla vittima, esiste per lenire la coscienza dell'oppressore e per dire al resto del mondo che la giustizia sarebbe pericolosa, mentre la crudeltà continua è semplicemente "l'ordine naturale delle cose".

    2 – "Le IDF sono l'esercito più morale del mondo".

    Niente grida più "Morale" come bombardare ospedali, scuole e moschee; far morire di fame una popolazione prigioniera; e distruggere interi quartieri, il tutto ripreso in video e trasmesso in diretta in tutto il pianeta. Questo slogan esiste per una sola ragione: per prevenire qualsiasi atrocità. Se si accetta la premessa che le Forze di Occupazione Israeliane siano unicamente morali, allora, qualsiasi cosa facciano, comprese le Uccisioni di Massa, deve in qualche modo essere accettabile. Questa non è etica; Si tratta di un movimento che assomiglia a una setta. Dal 7 ottobre 2023, nella guerra israeliana contro i bambini, le donne e gli uomini di Gaza sono stati uccisi più giornalisti che in qualsiasi altro conflitto o Paese al mondo in un periodo di tempo comparabile, rendendolo il conflitto più mortale per i giornalisti mai registrato. Un "esercito moralmente superiore" non continua a uccidere le persone il cui compito è mostrare al mondo cosa sta facendo.

    1 – "Israele non ha commesso un Genocidio".

    Quando si uccide, si mutila, si affama e si sradica sistematicamente una popolazione intrappolata mentre i capi politici e militari parlano apertamente di volerla Sterminare, non si tratta di un tragico incidente di guerra; è un Progetto di Distruzione. Negare il Genocidio nel mezzo di un Massacro trasmesso in diretta video non è una posizione neutrale; è Complicità. Una delle digressioni Sioniste più popolari è: "Hamas si nasconde nelle aree civili", come se questo rendesse in qualche modo ogni casa, ospedale, scuola, moschea e condominio di Gaza un bersaglio legittimo. Gaza è uno dei luoghi più densamente popolati del mondo, non esiste una "zona non civile", e il Diritto Internazionale non dice: "Se ci sono combattenti nelle vicinanze, siete liberi di radere al suolo interi quartieri e far morire di fame tutti i superstiti". Anche nella guerriglia urbana, un esercito deve distinguere tra combattenti e civili, usare la forza in modo proporzionato ed evitare Punizioni Collettive. E se posizionare infrastrutture militari vicino ai civili rendesse automaticamente questi ultimi sacrificabili, gli israeliani potrebbero voler spiegare perché il quartier generale delle IDF, il complesso di Kirya, il "Pentagono" israeliano, si trova nel cuore di Tel Aviv, circondato da uffici, centri commerciali, grattacieli residenziali e una densa vita civile. Bombardare campi profughi, prendere di mira giornalisti e medici e tagliare cibo, acqua e medicine a due milioni di persone non è autodifesa; è la deliberata distruzione della capacità di vivere di un popolo. Importanti organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, una Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite e B'Tselem, l'organizzazione israeliana per i diritti umani, hanno concluso che Israele sta commettendo un Genocidio o atti che rientrano nella definizione legale di Genocidio a Gaza, e la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto per il Primo Ministro israeliano per aver usato la fame come arma contro i civili. Negare che tutto ciò stia accadendo significa negare la realtà che i palestinesi sopportano ogni singolo giorno.

    Traduzione: La Zona Grigia

    Fonte: https://theprogressivejew.substack.com/p/biggest-zionist-lies-of-all-time?
    ROBERT ROSENTHAL - LE PIÙ GRANDI BUGIE SIONISTE DI TUTTI I TEMPI Di Robert Rosenthal - 29 novembre 2025 Il Sionismo si è sempre basato su miti, distorsioni e falsità per mantenere il sostegno del pubblico occidentale. Le falsità Sioniste hanno tenuto generazioni di Sionisti ebrei e sostenitori non ebrei di quel Progetto Razzista completamente disinformati. Dopo due anni di Genocidio trasmesso in diretta video su internet, abbiamo visto cosa succede quando ebrei con menti e cuori aperti, che il Sionismo non ha ancora indurito, affrontano finalmente la realtà di quel movimento disonesto, Razzista, violento e moralmente fallito: tendono ad andarsene. E una volta andati via, raramente tornano. Sono stato introdotto al Sionismo in giovane età, quando generalmente credevo a ciò che mi dicevano le figure autoritarie. Come ebreo del Baby Boom (1946-1964), non ho avuto facile accesso a informazioni veritiere sulla Palestina e Israele. Non abbiamo mai sentito voci palestinesi e non ricordo di aver mai parlato con un ebreo antisionista. L'insegnamento che ho ricevuto era completamente fazioso, unilaterale e, a posteriori, profondamente offensivo. A causa della persuasività della Propaganda Sionista, ho trascorso più di metà della mia vita a difendere Israele. Quando finalmente ho scoperto la vera storia, sono rimasto sconvolto e furioso. Dopo anni passati a cercare scuse per quelli che ora so essere i Crimini Contro l'Umanità di Israele, voglio contribuire a mettere le cose in chiaro. Quelle che seguono sono quelle che considero le più grandi bugie Sioniste mai raccontate, in ordine inverso, con la n. 1 come menzogna più distruttiva, la falsità che ha causato più danni. 17 – "Ebrei e arabi sono in guerra tra loro da migliaia di anni". Questo è un bell'esempio di pigrizia intellettuale. Tratta un moderno (e anacronistico) Progetto Colonialista-Insediativo come se fosse una faida senza tempo nel deserto che giustifica magicamente qualsiasi azione di Israele oggi, perché "Ehi, si sono sempre odiati". In realtà, ebrei, musulmani e cristiani hanno vissuto insieme, principalmente in pace, in quella Regione per secoli. La situazione attuale affonda le sue radici in un movimento etnico-nazionalista-politico, non in un antico rancore codificato nel DNA. Il mito dell'"odio antico" è comodo perché dice ai Sionisti che lo status quo è eterno e che nulla potrà mai cambiare veramente nell'oppressione israeliana dei palestinesi, quindi perché preoccuparsi di condannarlo o addirittura metterlo in discussione? 16 – "Gli ebrei hanno fatto fiorire il deserto". È una bella favola che cancella generazioni di contadini palestinesi che già coltivavano olive, agrumi, cereali e altro, molto prima che Theodor Herzl prendesse in mano una penna. Prende manodopera, terra e acqua palestinesi, li scredita come lande desolate e poi esige applausi quando il Colonizzatore installa gli irrigatori. Questo non è "far fiorire il deserto"; è rubare il giardino di qualcuno e definirsi un genio. Nascosto in tutto questo c'è il classico stereotipo Razzista Sionista secondo cui l'arabo "barbaro" era troppo arretrato per coltivare adeguatamente la terra e aveva bisogno del nuovo arrivato, presumibilmente "civilizzato", per redimerla, un copione coloniale vecchio come il mondo. 15 – "I palestinesi sono un popolo inventato". Guardate ogni mappa del Medio Oriente stampata prima del 1947 e vedrete questa parola: "PALESTINA". Ogni nazione è "inventata" nel senso che le identità si sviluppano nel tempo. Ma in qualche modo, solo ai palestinesi viene detto che non esistono. Questa menzogna permette ai Sionisti di trattare un intero popolo come un errore burocratico invece che come una nazione con una ricca storia, una splendida cultura, una lingua e diritti legali. Se riesci a convincere il mondo che i palestinesi sono inventati, diventa molto più facile far sparire le loro città, i loro villaggi, le loro case e i loro corpi. Da bambino, sentivo raramente la parola "palestinesi". Li chiamavano "arabi", il che era proprio il punto: togli loro il nome, elimina la loro identità, e diventa più facile cancellare i loro diritti. 14 – "Gli israeliani sono i veri abitanti nativi di quella terra". Il Sionismo prende un legame teologico e diasporico con un luogo e cerca di trasformarlo in un assegno in bianco per il Dominio permanente sulle persone che vi abitano. Essere indigeni non significa "i miei antenati avevano vissuto su questo posto 2000 anni fa". Significa presenza continua, tutela e appartenenza, non paracadutarsi con un passaporto europeo e un fucile. E certamente non significa fare l'Aliyah (immigrare) dopo aver vissuto a Brooklyn per tutta la vita e non avere alcun legame tracciabile con quella terra. Sì, gli ebrei avevano un'antica presenza in Palestina, insieme a musulmani e cristiani. L'unica risposta etica in Palestina-Israele è che tutti vivano da pari, non che un gruppo rivendichi un titolo esclusivo ed eterno di proprietà terriera. 13 – "Israele era una terra senza popolo per un popolo senza terra". Ogni album di foto di famiglia palestinese, ogni cimitero e ogni chiave appesa a una collana rappresentano una confutazione diretta di questa menzogna. Lo slogan è stato propaganda fin dal primo giorno, concepito per Cancellare milioni di palestinesi in una sola frase. Non c'è bisogno di inventare una terra vuota, a meno che non si intenda svuotarla a propria volta. Almeno 750.000 palestinesi subirono una Pulizia Etnica durante la Nakba originale; intere città furono letteralmente Cancellate dalla mappa e più di 400 villaggi furono distrutti. Considero la negazione della Nakba disgustosa quanto la negazione dell'Olocausto, ed entrambe mirano a cancellare il trauma di un popolo per poter continuare a maltrattarlo senza sensi di colpa. 12 – "Nel 1948, i palestinesi abbandonarono volontariamente le loro case". Certo, e le persone se ne vanno "volontariamente" quando le milizie sparano sopra le loro teste, nei villaggi vicini si verificano Massacri e viene detto loro che se oltrepassano una certa linea saranno uccise. Definire questo "volontario" è come chiamare una rapina "donazione caritatevole". La Nakba non è stata un revisione della Terra Santa; Si trattava di un'espulsione di massa sostenuta dalla violenza organizzata. Crescendo, mi è stato detto che ai demoniaci palestinesi era stato ordinato di andarsene temporaneamente mentre gli eserciti arabi spingevano tutti gli ebrei in mare, e che le trasmissioni radiofoniche esortavano gli arabi che odiavano gli ebrei ad andarsene per un breve periodo mentre i loro leader facevano il loro lavoro. Ho controllato e ricontrollato, ma non ho mai trovato prove credibili a sostegno di questa affermazione. È una storia inventata usata dai Razzisti per spacciare le vittime della Pulizia Etnica per odiosi custodi di case. Negare ai rifugiati palestinesi il Diritto al Ritorno è crudele, immorale e non ebreo. 11 – "Rifiutando il Piano di Partizione delle Nazioni Unite, i palestinesi hanno segnato il loro destino". Questa è la storia originale del "hanno avuto la loro occasione", raccontata come se i palestinesi avessero sprecato incautamente un buon affare e ne avessero pagato il prezzo da allora. Il Piano di Partizione delle Nazioni Unite del 1947 fu redatto da un comitato di 11 Paesi senza rappresentanza araba e proponeva di trasformare circa il 55% della Palestina storica in uno "Stato Ebraico", in un'epoca in cui gli ebrei rappresentavano circa un terzo della popolazione e possedevano meno del 7% del territorio. Ai palestinesi, le cui famiglie avevano vissuto e lavorato su quella terra per secoli, fu detto che uno "Stato Ebraico" sostenuto dall'estero per coloni europei e altri ebrei della Diaspora sarebbe stato costruito su quella che era stata in gran parte terra araba e che una raccomandazione non vincolante avrebbe dovuto prevalere sul loro diritto all'autodeterminazione. Non erano ingenui; i palestinesi erano consapevoli, dalla storia recente in luoghi come l'Algeria, il Sudafrica e in tutte le Americhe, di ciò che il Colonialismo d'Insediamento provoca ai popoli nativi: espropriazione, gerarchia razziale e Cancellazione culturale. Se la situazione fosse stata invertita e ai Sionisti fosse stato detto di accettare un accordo simile sulla maggior parte delle loro terre, non ho dubbi che lo avrebbero rifiutato anche loro. Definire il rifiuto dei palestinesi di questo orribile accordo come "un sigillo al loro destino" è solo un altro modo per dire che i popoli colonizzati devono accettare la propria espropriazione o rinunciare per sempre ai propri diritti. 10 – "Ai palestinesi è stato ripetutamente offerto uno Stato proprio, ma l'hanno sempre rifiutato". Questo è il discorso di vendita infernale: spartirsi la loro terra, privare lo "Stato" di confini, esercito, acqua e vera sovranità, e poi fingere di essere scioccati perché non hanno firmato sulla linea tratteggiata. Quella che è stata spacciata per una "generosa offerta" era un ghetto. Dire "hanno rifiutato la pace" significa semplicemente che si sono rifiutati di legalizzare la propria gabbia. Ai palestinesi non è mai stata offerta una sovranità piena e autentica sul proprio territorio, e ai rifugiati palestinesi non è mai stato offerto il Diritto essenziale al Ritorno garantito dal Diritto Internazionale. Rifiutare un falso "Stato" che ratifica la propria espropriazione non significa rifiutare la pace; significa rifiutarsi di approvare automaticamente la propria sottomissione permanente. 9 – "Israele ha smesso di occupare Gaza nel 2005". A quanto pare, i Sionisti pensano che si possa controllare lo spazio aereo, il mare, i confini e le infrastrutture di base e continuare a giurare di non essere un Occupante. Gaza è un caso di studio di "Occupazione a Controllo remoto": nessun colono all'interno della recinzione, ma controllo totale su chi e cosa entra o esce, intervallato da regolari Campagne di Bombardamenti. Se questa non è Occupazione, la parola non ha alcun significato. Secondo il Diritto Internazionale, un territorio rimane occupato quando una potenza straniera mantiene il controllo effettivo sulla sua terra, mare e aria, e ogni organismo legale serio che ha esaminato Gaza ha continuato a classificarla come Territorio Occupato. Il fatto che i Sionisti non vogliano sentirselo dire non cambia magicamente la realtà per le persone intrappolate lì. 8 – "Il problema è iniziato il 7 ottobre". Questa è la menzogna che cerca di premere il pulsante "Azzera" sulla storia. Finge che tutto ciò che è accaduto prima del 7 ottobre 2023, la Nakba, l'Occupazione, l'Apartheid, l'Assedio, decenni di Massacri ed espulsioni, fosse solo rumore di fondo, e che "il conflitto" sia iniziato magicamente in quel giorno terribile. Cancellate quasi ottant'anni di violenza e spoliazioni israeliane e potrete ribattezzare il Genocidio come "autodifesa". Il 6 ottobre, Gaza era già ampiamente conosciuta come "la più grande prigione a cielo aperto del mondo", l'ONU l'aveva classificata come "invivibile" e il pluripremiato giornalista israeliano Gideon Levy la definiva un "Campo di Concentramento". Un diciottenne di Gaza non sarebbe in grado di ricordare un momento in cui non fosse stato confinato con la forza all'interno di quella recinzione in condizioni subumane per il "crimine" di esistere come palestinese. Fingere che quell'inferno fosse una pacifica normalità il giorno prima è un'operazione di manipolazione di portata Genocida. 7 – "Israele è l'unica democrazia in Medio Oriente". Democrazia per chi? Un Regime che privilegia apertamente un gruppo etnico-religioso nella legge, controlla milioni di sudditi privati ​​dei diritti civili sotto il Regime Militare e approva una legge sullo Stato-Nazione che dichiara l'autodeterminazione "esclusiva" degli ebrei non è un esempio lampante di nient'altro che Apartheid. I Sionisti amano affermare che i cittadini arabi/palestinesi di Israele godano di pari diritti, ma organizzazioni come Adalah hanno documentato più di 60 leggi israeliane che li discriminano direttamente o indirettamente in termini di territorio, cittadinanza, partecipazione politica, risorse e diritti civili fondamentali. Definire questa una "democrazia" è più un insulto all'intero concetto di democrazia che un complimento a Israele. Trovo offensivo appiccicare la parola "democrazia" a uno Stato di Apartheid che nega ad almeno metà delle persone sotto il suo controllo il diritto di votare per i funzionari che decidono se vivono, muoiono o possono vedere un medico. 6 – "Il Sionismo riguarda semplicemente l'autodeterminazione ebraica". A prima vista, sembra ragionevole. Come tutti gli altri, gli ebrei meritano sicurezza, libertà e dignità. Ma in pratica, il Sionismo non è mai stato semplicemente una questione di sicurezza, libertà e dignità ebraica; è stato un progetto politico per garantire uno Stato a maggioranza ebraica in una terra che era già a stragrande maggioranza palestinese. "Autodeterminazione ebraica", nell'accezione Sionista, è un eufemismo per uno Stato che rivendica il diritto di opprimere i palestinesi per garantire il Dominio ebraico permanente. Il discorso non riguarda mai l'autodeterminazione per tutti tra il fiume e il mare; riguarda il presunto "diritto" all'autodeterminazione di un gruppo usato come carta vincente (senza alcun gioco di parole) per negare lo stesso diritto alle persone che già vi vivono e per presentare qualsiasi richiesta di uguaglianza palestinese come un attacco all'esistenza ebraica stessa. Quando i Sionisti avvertono che la parità di diritti per i palestinesi "distruggerà" Israele, stanno confessando che la loro versione di Israele come Stato etnico con diritti esclusivi per gli "eletti" esiste solo se i palestinesi vengono mantenuti ineguali. 5 – "L'antisionismo è antisemitismo e criticare Israele è una forma di odio verso gli ebrei". Questo è il bavaglio mascherato da protezione. Insiste sul fatto che un'ideologia politica del 19°-20° secolo e l'attuale Stato di Apartheid siano in qualche modo fusi con il nucleo dell'identità ebraica, quindi qualsiasi critica seria al Sionismo o a Israele si trasforma automaticamente in odio verso gli ebrei. In pratica, è stato utilizzato per mettere a tacere i palestinesi, punire i dissidenti ebrei e mettere a tacere movimenti non violenti come il BDS. Peggio ancora, insistendo sul fatto che Israele parli e uccida "per gli ebrei", in realtà aumenta il rischio per gli ebrei comuni in tutto il mondo, per poi additare la reazione negativa che ha contribuito a creare come prova del fatto che gli ebrei "hanno bisogno" del Sionismo. L'idea che gli ebrei "buoni" sostengano l'oppressione è di per sé antisemita, e con un numero crescente di ebrei che si identificano apertamente come antisionisti, l'affermazione che l'antisionismo o la critica tagliente di Israele equivalgano all'odio per gli ebrei appare ogni giorno più assurda, e disperata. 4 – "I palestinesi sono creature naturalmente violente che praticano il terrorismo o lo sostengono". Questo è il rovescio della medaglia della Supremazia: se gli ebrei vengono dipinti come vittime eternamente razionali e civili, i palestinesi devono essere inquadrati come creature barbare e irrazionali che o imbracciano la pistola o tifano per chi lo fa. Non importa che i palestinesi abbiano un'immensa e documentata storia di resistenza non violenta, boicottaggi, scioperi, marce, comitati popolari, di fronte a una forza schiacciante. Se si etichetta un intero popolo come terrorista congenito, allora ogni posto di blocco, ogni attentato, ogni bambino ucciso nel proprio letto diventa "sicurezza preventiva". Crescendo, sono stato portato a credere che gli "arabi" odiassero gli ebrei per il fatto di essere ebrei e che, se ne avessero avuto la possibilità, ci avrebbero uccisi tutti. È lo stesso copione utilizzato da ogni progetto di Colonialismo di Insediamento, dal chiamare "selvaggi" i popoli indigeni al descrivere gli africani schiavizzati come intrinsecamente pericolosi. A differenza delle Forze di Occupazione Israeliane e dei coloni israeliani illegali che si dedicano costantemente alla violenza, incluso il terrorismo, la stragrande maggioranza dei palestinesi ha risposto in modo non violento a oltre 77 anni di violenza dello Stato israeliano. 3 – "I palestinesi meritano tutte le punizioni che hanno ricevuto dallo 'Stato Ebraico'". Questa è la forma più pura di vittimizzazione del Sionismo: decenni di umiliazioni, espropriazioni, assedi, bombardamenti, prigionia e fame vengono riformulati come una sorta di problema cosmico di servizio al cliente che i palestinesi si sono procurati da soli per non essere stati sufficientemente silenziosi, grati o morti. Ogni atrocità diventa una "conseguenza" della loro presunta barbarie piuttosto che una scelta fatta da uno Stato estremamente potente che ha deciso di governare un altro popolo con la forza. È la logica dell'abusatore: qualunque cosa ti faccia è colpa tua per avermi costretto a farlo. E, come ogni accusa alla vittima, esiste per lenire la coscienza dell'oppressore e per dire al resto del mondo che la giustizia sarebbe pericolosa, mentre la crudeltà continua è semplicemente "l'ordine naturale delle cose". 2 – "Le IDF sono l'esercito più morale del mondo". Niente grida più "Morale" come bombardare ospedali, scuole e moschee; far morire di fame una popolazione prigioniera; e distruggere interi quartieri, il tutto ripreso in video e trasmesso in diretta in tutto il pianeta. Questo slogan esiste per una sola ragione: per prevenire qualsiasi atrocità. Se si accetta la premessa che le Forze di Occupazione Israeliane siano unicamente morali, allora, qualsiasi cosa facciano, comprese le Uccisioni di Massa, deve in qualche modo essere accettabile. Questa non è etica; Si tratta di un movimento che assomiglia a una setta. Dal 7 ottobre 2023, nella guerra israeliana contro i bambini, le donne e gli uomini di Gaza sono stati uccisi più giornalisti che in qualsiasi altro conflitto o Paese al mondo in un periodo di tempo comparabile, rendendolo il conflitto più mortale per i giornalisti mai registrato. Un "esercito moralmente superiore" non continua a uccidere le persone il cui compito è mostrare al mondo cosa sta facendo. 1 – "Israele non ha commesso un Genocidio". Quando si uccide, si mutila, si affama e si sradica sistematicamente una popolazione intrappolata mentre i capi politici e militari parlano apertamente di volerla Sterminare, non si tratta di un tragico incidente di guerra; è un Progetto di Distruzione. Negare il Genocidio nel mezzo di un Massacro trasmesso in diretta video non è una posizione neutrale; è Complicità. Una delle digressioni Sioniste più popolari è: "Hamas si nasconde nelle aree civili", come se questo rendesse in qualche modo ogni casa, ospedale, scuola, moschea e condominio di Gaza un bersaglio legittimo. Gaza è uno dei luoghi più densamente popolati del mondo, non esiste una "zona non civile", e il Diritto Internazionale non dice: "Se ci sono combattenti nelle vicinanze, siete liberi di radere al suolo interi quartieri e far morire di fame tutti i superstiti". Anche nella guerriglia urbana, un esercito deve distinguere tra combattenti e civili, usare la forza in modo proporzionato ed evitare Punizioni Collettive. E se posizionare infrastrutture militari vicino ai civili rendesse automaticamente questi ultimi sacrificabili, gli israeliani potrebbero voler spiegare perché il quartier generale delle IDF, il complesso di Kirya, il "Pentagono" israeliano, si trova nel cuore di Tel Aviv, circondato da uffici, centri commerciali, grattacieli residenziali e una densa vita civile. Bombardare campi profughi, prendere di mira giornalisti e medici e tagliare cibo, acqua e medicine a due milioni di persone non è autodifesa; è la deliberata distruzione della capacità di vivere di un popolo. Importanti organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, una Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite e B'Tselem, l'organizzazione israeliana per i diritti umani, hanno concluso che Israele sta commettendo un Genocidio o atti che rientrano nella definizione legale di Genocidio a Gaza, e la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto per il Primo Ministro israeliano per aver usato la fame come arma contro i civili. Negare che tutto ciò stia accadendo significa negare la realtà che i palestinesi sopportano ogni singolo giorno. Traduzione: La Zona Grigia Fonte: https://theprogressivejew.substack.com/p/biggest-zionist-lies-of-all-time?
    THEPROGRESSIVEJEW.SUBSTACK.COM
    The Biggest Zionist Lies of All Time
    Zionism has always relied on myths, distortions, and falsehoods to maintain support among Western audiences.
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  • MILANO: Tutto o Niente

    Vogliamo continuare a vivere di rendita storica e crogiolarci nel passato?
    Città medaglia d’oro della Resistenza, patria dello spirito ambrosiano, locomotiva d’Italia e bla bla bla. Liberissimi di farlo. Ma è una filastrocca che conosciamo a memoria. Intanto la Milano del 2026 ci restituisce una fotografia molto meno eroica e molto più brutale.

    Una città che non ha più il cuore in mano, ma un portafoglio. Gonfio. Selettivo. Spietato.
    Siamo troppo occupati a fare analisi geopolitiche da salotto, a empatizzare – giustamente – con Gaza, Teheran, Caracas e ogni dolore lontano, mentre il futuro della città in cui viviamo ci scivola via sotto i piedi. Milano oggi è una macchina perfetta di disparità sociali, ingiustizie strutturali e opportunità riservate a pochi. Questa è la verità, che piaccia o no. Guardatevi attorno: quanti vicini, amici, compagni di lotta hanno mollato tutto e se ne sono andati verso realtà più sostenibili, più umane, più respirabili?
    Non serve Nostradamus né Adam Smith per capirlo. Basta aprire gli occhi .

    E oggi arriva anche la statistica a certificare quello che sentivamo già sulla pelle. Davvero vi stupite ancora? Milano è la città dei ricchi? Sì. Punto. A dirlo non è un centro sociale, ma uno studio di Henley & Partners, ripreso dal Sole 24 Ore.
    Uno ogni dodici abitanti è milionario. Neonati compresi. Patrimonio liquido sopra il milione, immobili esclusi. Milano prima al mondo per concentrazione di super-ricchi. Più di New York. Più di Londra. Più di Parigi. Applausi?

    115 mila milionari. 182 centimilionari. 17 miliardari sotto la Madonnina. Il tutto condito da flat tax per super-ricchi, cittadinanze di fatto comprate, successioni tassate al 4% quando la media OCSE è al 15%. Un paradiso fiscale travestito da capitale morale. Libertà sì, ma solo per chi può permettersela .

    E fin qui, per quanto nauseante, nulla di nuovo. Il disgusto vero arriva quando giriamo la medaglia.
    Perché mentre Milano diventa la Disneyland dei patrimoni liquidi, si muore di freddo in strada. Letteralmente. Come in un manuale di capitalismo estremo made in USA. Solo che non siamo a Los Angeles. Siamo a Milano. Città “europea”, “progressista”, “inclusiva”.
    Una colonia americana o, peggio, una moderna prostituta urbana che si vende al miglior offerente estero e lascia morire i suoi ultimi sotto un cavalcavia. Questo è. E detto dopo quei numeri suona come una bestemmia urlata in chiesa .

    Gharia Narendra Singi, 51 anni, nato in India, trovato morto sotto un cavalcavia in via Padova. Freddo, probabilmente. Terzo caso in pochi giorni. Prima Cadorna, davanti alla metro. Poi San Donato, capolinea della gialla. Andrea Colombo, 34 anni, morto al Policlinico dopo essere stato raccolto dalla strada in condizioni disperate.
    Opulenza da una parte. Gelo dall’altra. Questa non è una contraddizione: è un sistema.
    È sempre stato così? Forse sì. Ma chi ha deciso che fosse giusto? Chi ha stabilito che questa fosse la “libertà” da difendere?

    Benvenuti nella terra delle disuguaglianze strutturali. Benvenuti nella città dove vince chi ha le spalle coperte, dove presto – nello stile americano più puro – dovremo farci un’assicurazione sanitaria per non finire anche noi sul marciapiede .
    Una metropoli sempre più asettica, sempre più disumana, fondata su criteri darwiniani di sopravvivenza sociale.

    Qui non si tratta solo di indignarsi o di fare post rabbiosi. Qui si tratta di scegliere. Scegliere come vogliamo vivere. Scegliere se accettare una Milano progettata per il 10% e ostile al restante 90%.
    Scegliere se continuare a vendere pezzi di città in cambio di capitali o se liberare Milano dalle disuguaglianze e dalle condizioni strategiche di favore che hanno arricchito pochi e impoverito molti .
    Non si tratta di vincere elezioni né di raccontare le solite balle. Si tratta di cambiare passo. Di pretendere una Milano più equa, più giusta, più libera.

    Perché la modernità senza umanità è solo una forma elegante di barbarie.
    Qual è davvero la Milano che vogliamo?

    #Milano #Disuguaglianze #Libertà #GiustiziaSociale #Milano2026 #CittàPerPochi #Diritti #Umanità #Politica #Attivismo #milanolibera
    MILANO: Tutto o Niente 💸❄️ Vogliamo continuare a vivere di rendita storica e crogiolarci nel passato? Città medaglia d’oro della Resistenza, patria dello spirito ambrosiano, locomotiva d’Italia e bla bla bla. Liberissimi di farlo. Ma è una filastrocca che conosciamo a memoria. Intanto la Milano del 2026 ci restituisce una fotografia molto meno eroica e molto più brutale. Una città che non ha più il cuore in mano, ma un portafoglio. Gonfio. Selettivo. Spietato. Siamo troppo occupati a fare analisi geopolitiche da salotto, a empatizzare – giustamente – con Gaza, Teheran, Caracas e ogni dolore lontano, mentre il futuro della città in cui viviamo ci scivola via sotto i piedi. Milano oggi è una macchina perfetta di disparità sociali, ingiustizie strutturali e opportunità riservate a pochi. Questa è la verità, che piaccia o no. Guardatevi attorno: quanti vicini, amici, compagni di lotta hanno mollato tutto e se ne sono andati verso realtà più sostenibili, più umane, più respirabili? Non serve Nostradamus né Adam Smith per capirlo. Basta aprire gli occhi 👀. E oggi arriva anche la statistica a certificare quello che sentivamo già sulla pelle. Davvero vi stupite ancora? Milano è la città dei ricchi? Sì. Punto. A dirlo non è un centro sociale, ma uno studio di Henley & Partners, ripreso dal Sole 24 Ore. Uno ogni dodici abitanti è milionario. Neonati compresi. Patrimonio liquido sopra il milione, immobili esclusi. Milano prima al mondo per concentrazione di super-ricchi. Più di New York. Più di Londra. Più di Parigi. Applausi? 👏 115 mila milionari. 182 centimilionari. 17 miliardari sotto la Madonnina. Il tutto condito da flat tax per super-ricchi, cittadinanze di fatto comprate, successioni tassate al 4% quando la media OCSE è al 15%. Un paradiso fiscale travestito da capitale morale. Libertà sì, ma solo per chi può permettersela 💼. E fin qui, per quanto nauseante, nulla di nuovo. Il disgusto vero arriva quando giriamo la medaglia. Perché mentre Milano diventa la Disneyland dei patrimoni liquidi, si muore di freddo in strada. Letteralmente. Come in un manuale di capitalismo estremo made in USA. Solo che non siamo a Los Angeles. Siamo a Milano. Città “europea”, “progressista”, “inclusiva”. Una colonia americana o, peggio, una moderna prostituta urbana che si vende al miglior offerente estero e lascia morire i suoi ultimi sotto un cavalcavia. Questo è. E detto dopo quei numeri suona come una bestemmia urlata in chiesa ⛪. Gharia Narendra Singi, 51 anni, nato in India, trovato morto sotto un cavalcavia in via Padova. Freddo, probabilmente. Terzo caso in pochi giorni. Prima Cadorna, davanti alla metro. Poi San Donato, capolinea della gialla. Andrea Colombo, 34 anni, morto al Policlinico dopo essere stato raccolto dalla strada in condizioni disperate. Opulenza da una parte. Gelo dall’altra. Questa non è una contraddizione: è un sistema. È sempre stato così? Forse sì. Ma chi ha deciso che fosse giusto? Chi ha stabilito che questa fosse la “libertà” da difendere? Benvenuti nella terra delle disuguaglianze strutturali. Benvenuti nella città dove vince chi ha le spalle coperte, dove presto – nello stile americano più puro – dovremo farci un’assicurazione sanitaria per non finire anche noi sul marciapiede ❄️. Una metropoli sempre più asettica, sempre più disumana, fondata su criteri darwiniani di sopravvivenza sociale. Qui non si tratta solo di indignarsi o di fare post rabbiosi. Qui si tratta di scegliere. Scegliere come vogliamo vivere. Scegliere se accettare una Milano progettata per il 10% e ostile al restante 90%. Scegliere se continuare a vendere pezzi di città in cambio di capitali o se liberare Milano dalle disuguaglianze e dalle condizioni strategiche di favore che hanno arricchito pochi e impoverito molti 🔓. Non si tratta di vincere elezioni né di raccontare le solite balle. Si tratta di cambiare passo. Di pretendere una Milano più equa, più giusta, più libera. Perché la modernità senza umanità è solo una forma elegante di barbarie. Qual è davvero la Milano che vogliamo? #Milano #Disuguaglianze #Libertà #GiustiziaSociale #Milano2026 #CittàPerPochi #Diritti #Umanità #Politica #Attivismo #milanolibera
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  • SUCCEDE anche QUESTO nel SILENZIO GENERALE!
    Iran, 17enne ucciso durante le proteste: la storia di Amir nuovo simbolo della resistenza
    Colpito al cuore e pestato a morte durante le proteste in Iran. Il regime parla di "caduta", ma i familiari denunciano la verità



    “È stato colpito al cuore e, mentre esalava l’ultimo respiro, lo hanno pestato alla testa con il calcio di una pistola, così tante volte che il suo cervello si è sparso a terra”. Così è stato ammazzato Amir dagli sgherri del regime iraniano, secondo il racconto dei suoi cari

    Si muore a Teheran e non solo, a causa delle contestazioni alla dittatura degli ayatollah, ma nelle grandi città europee questo sacrificio attira poco: non ci sono cortei o bandiere ai balconi per sostenere un popolo stanco della repressione, non ci sono scritte sui muri o raduni che chiedano la liberazione di questo o quel prigioniero. Eppure, i simboli di questa resistenza si moltiplicano con il passare dei giorni e con il numero delle vittime in aumento. Uno di questi simboli è Amir. Aveva 17 anni e di certo, alla sua età, ne avrebbe fatto a meno. Ma il racconto dei suoi parenti sta circolando, grazie alla testimonianza del cugino di Amir – Diako Haydari – raccolta da Sky News.

    Diako vive a Cardiff, in Galles, e ai giornalisti ha raccontato che Amir è stato ucciso la scorsa settimana, picchiato e colpito a morte a Kermanshah, nell’Iran occidentale. Amir aveva deciso di partecipare alle manifestazioni, giovedì scorso, assieme ai compagni di classe: la sua scelta è risultata fatale. La famiglia sostiene di aver ricevuto una spiegazione diversa dalle autorità: il diciassettenne sarebbe “caduto da una grande altezza”. Quel giorno Amir non è stato il solo a perdere la vita: “Due suoi amici sono in coma, altri li hanno uccisi. Gli hanno sparato”, ha detto Diako.

    Avere fonti indipendenti che possano confortare con più testimonianze quanto avviene in Iran è difficile: il governo ha bloccato Internet e chi riesce si collega grazie ai satelliti di Starlink per mandare i video delle manifestazioni. In uno di questi, proprio da Kermanshah, mostrato da Sky News, si vedono poliziotti in borghese sparare sui manifestanti. In altri video girati nel centro forense di Kahrizak, alla periferia di Teheran, vengono mostrati i sacchi neri di plastica per chiudere i cadaveri che ricoprivano il pavimento di un grande magazzino. Uomini e donne si muovono tra file di corpi per cercare di identificare i propri cari.

    In questo contesto, la morte di uno studente diventa il simbolo di una tragedia: c’è il racconto dei familiari e la versione opposta del governo, mentre sullo sfondo cresce la rabbia in un Paese in piena crisi economica ma con una leadership che non intende farsi da parte e una opposizione spesso frammentata. La fine di Amir racconta la voglia dei ragazzi di vivere in un Iran differente: un desiderio spezzato con la violenza legalizzata dagli ayatollah.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/13/proteste-iran-amir-ucciso-17-anni-notizie/8254305/
    SUCCEDE anche QUESTO nel SILENZIO GENERALE! Iran, 17enne ucciso durante le proteste: la storia di Amir nuovo simbolo della resistenza Colpito al cuore e pestato a morte durante le proteste in Iran. Il regime parla di "caduta", ma i familiari denunciano la verità “È stato colpito al cuore e, mentre esalava l’ultimo respiro, lo hanno pestato alla testa con il calcio di una pistola, così tante volte che il suo cervello si è sparso a terra”. Così è stato ammazzato Amir dagli sgherri del regime iraniano, secondo il racconto dei suoi cari Si muore a Teheran e non solo, a causa delle contestazioni alla dittatura degli ayatollah, ma nelle grandi città europee questo sacrificio attira poco: non ci sono cortei o bandiere ai balconi per sostenere un popolo stanco della repressione, non ci sono scritte sui muri o raduni che chiedano la liberazione di questo o quel prigioniero. Eppure, i simboli di questa resistenza si moltiplicano con il passare dei giorni e con il numero delle vittime in aumento. Uno di questi simboli è Amir. Aveva 17 anni e di certo, alla sua età, ne avrebbe fatto a meno. Ma il racconto dei suoi parenti sta circolando, grazie alla testimonianza del cugino di Amir – Diako Haydari – raccolta da Sky News. Diako vive a Cardiff, in Galles, e ai giornalisti ha raccontato che Amir è stato ucciso la scorsa settimana, picchiato e colpito a morte a Kermanshah, nell’Iran occidentale. Amir aveva deciso di partecipare alle manifestazioni, giovedì scorso, assieme ai compagni di classe: la sua scelta è risultata fatale. La famiglia sostiene di aver ricevuto una spiegazione diversa dalle autorità: il diciassettenne sarebbe “caduto da una grande altezza”. Quel giorno Amir non è stato il solo a perdere la vita: “Due suoi amici sono in coma, altri li hanno uccisi. Gli hanno sparato”, ha detto Diako. Avere fonti indipendenti che possano confortare con più testimonianze quanto avviene in Iran è difficile: il governo ha bloccato Internet e chi riesce si collega grazie ai satelliti di Starlink per mandare i video delle manifestazioni. In uno di questi, proprio da Kermanshah, mostrato da Sky News, si vedono poliziotti in borghese sparare sui manifestanti. In altri video girati nel centro forense di Kahrizak, alla periferia di Teheran, vengono mostrati i sacchi neri di plastica per chiudere i cadaveri che ricoprivano il pavimento di un grande magazzino. Uomini e donne si muovono tra file di corpi per cercare di identificare i propri cari. In questo contesto, la morte di uno studente diventa il simbolo di una tragedia: c’è il racconto dei familiari e la versione opposta del governo, mentre sullo sfondo cresce la rabbia in un Paese in piena crisi economica ma con una leadership che non intende farsi da parte e una opposizione spesso frammentata. La fine di Amir racconta la voglia dei ragazzi di vivere in un Iran differente: un desiderio spezzato con la violenza legalizzata dagli ayatollah. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/13/proteste-iran-amir-ucciso-17-anni-notizie/8254305/
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    Iran, 17enne ucciso durante le proteste: la storia di Amir nuovo simbolo della resistenza
    Colpito al cuore e pestato a morte durante le proteste in Iran. Il regime parla di "caduta", ma i familiari denunciano la verità
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  • Grandissima. Tutto il mondo deve sostenere queste donne coraggiose
    Con una sigaretta brucia la foto di Khamenei: il gesto di protesta dell'attivista iraniana - Video
    L'attivista conosciuta su X come "Morticia Addams" dà fuoco all'immagine dell'Ayatollah: un simbolo di resistenza femminile al regime iraniano
    MASSIMA DIFFUSIONE!
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/12/protesta-khamenei-sigaretta-attivista-iraniana-news/8252889/
    Grandissima. Tutto il mondo deve sostenere queste donne coraggiose Con una sigaretta brucia la foto di Khamenei: il gesto di protesta dell'attivista iraniana - Video L'attivista conosciuta su X come "Morticia Addams" dà fuoco all'immagine dell'Ayatollah: un simbolo di resistenza femminile al regime iraniano MASSIMA DIFFUSIONE! https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/12/protesta-khamenei-sigaretta-attivista-iraniana-news/8252889/
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  • La tempesta perfetta: l’IA sta uccidendo i PC desktop e prepara la strada per il computer in abbonamento
    La crisi strutturale dei prezzi delle memorie e l'insaziabile domanda di potenza da parte dell'intelligenza artificiale stanno spingendo il mondo dei PC verso quella rivoluzione cloud che in passato è stata tentata più volte, ma senza successo per la resistenza...
    https://www.dday.it/redazione/55386/la-tempesta-perfetta-lia-sta-uccidendo-i-pc-desktop-e-prepara-la-strada-per-il-computer-in-abbonamento
    La tempesta perfetta: l’IA sta uccidendo i PC desktop e prepara la strada per il computer in abbonamento La crisi strutturale dei prezzi delle memorie e l'insaziabile domanda di potenza da parte dell'intelligenza artificiale stanno spingendo il mondo dei PC verso quella rivoluzione cloud che in passato è stata tentata più volte, ma senza successo per la resistenza... https://www.dday.it/redazione/55386/la-tempesta-perfetta-lia-sta-uccidendo-i-pc-desktop-e-prepara-la-strada-per-il-computer-in-abbonamento
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    La tempesta perfetta: l’IA sta uccidendo i PC desktop e prepara la strada per il computer in abbonamento
    La crisi strutturale dei prezzi delle memorie e l'insaziabile domanda di potenza da parte dell'intelligenza artificiale stanno spingendo il mondo dei PC verso quella rivoluzione cloud che in passato è stata tentata più volte, ma senza successo per la resistenza degli utenti. L'acquisto e la manutenzione di un PC desktop potrebbe diventare, a certi prezzi, una scelta economicamente insostenibile e razionalmente obsoleta.
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  • NO OTHER LAND
    *Prima visione 15/11 - Rai3*

    Lasciamo che sia il cinema – quello che non ha paura di sporcare la pellicola con la realtà – a parlare per noi. Per una sera abbassiamo il volume delle polemiche, sospendiamo slogan e contrapposizioni, e concediamoci il tempo necessario per guardare dritto negli occhi una storia che non appartiene “a loro”, ma a tutti noi.

    “NO OTHER LAND” è molto più di un documentario: è un atto di resistenza visiva. Un film nato da cinque anni di registrazioni sul campo, dal 2019 al 2024, durante i quali l’attivista palestinese Basel Adra ha filmato, abitazione dopo abitazione, la progressiva demolizione delle case considerate “abusive” dal governo israeliano. Un lavoro che diventa ancora più potente nell’incontro con lo sguardo del giornalista israeliano Yuval Abraham, e con quello dei co-registi Hamdan Ballal e Rachel Szor.

    Quattro voci, quattro sensibilità, quattro sguardi che si intrecciano in un’opera che non cerca il sensazionalismo ma la verità, anche quando è scomoda, anche quando fa male. Un racconto duro, necessario, che mostra la violenza e la resistenza ma anche una rara e fragile possibilità di alleanza umana oltre le divisioni storiche e politiche.

    Un merito enorme a questo gruppo di autori che dimostra – con un film e non con proclami – che l’arte può davvero diventare un terreno comune, un ponte reale in un paesaggio di muri.

    Sostenuto da Amnesty International nella distribuzione e accompagnato da Medici Senza Frontiere, “No Other Land” ci consegna immagini che restano impresse come cicatrici, e parole che aprono spiragli. Un'opera che non pretende di dare risposte, ma ci invita con forza a non distogliere lo sguardo.


    SABATO 15 NOVEMBRE – ORE 21:20 – RAI 3 (prima visione)


    E allora sì: questa sera non dobbiamo mancare. Perché certe storie non si guardano soltanto — si attraversano insieme.


    #NoOtherLand #Documentario #DirittiUmani #Rai3 #Attivismo #CinemaDelReale #Palestina #Israele
    🎬NO OTHER LAND🎬 *Prima visione 15/11 - Rai3* Lasciamo che sia il cinema – quello che non ha paura di sporcare la pellicola con la realtà – a parlare per noi. Per una sera abbassiamo il volume delle polemiche, sospendiamo slogan e contrapposizioni, e concediamoci il tempo necessario per guardare dritto negli occhi una storia che non appartiene “a loro”, ma a tutti noi. “NO OTHER LAND” è molto più di un documentario: è un atto di resistenza visiva. Un film nato da cinque anni di registrazioni sul campo, dal 2019 al 2024, durante i quali l’attivista palestinese Basel Adra ha filmato, abitazione dopo abitazione, la progressiva demolizione delle case considerate “abusive” dal governo israeliano. Un lavoro che diventa ancora più potente nell’incontro con lo sguardo del giornalista israeliano Yuval Abraham, e con quello dei co-registi Hamdan Ballal e Rachel Szor. Quattro voci, quattro sensibilità, quattro sguardi che si intrecciano in un’opera che non cerca il sensazionalismo ma la verità, anche quando è scomoda, anche quando fa male. Un racconto duro, necessario, che mostra la violenza e la resistenza ma anche una rara e fragile possibilità di alleanza umana oltre le divisioni storiche e politiche. Un merito enorme a questo gruppo di autori che dimostra – con un film e non con proclami – che l’arte può davvero diventare un terreno comune, un ponte reale in un paesaggio di muri. Sostenuto da Amnesty International nella distribuzione e accompagnato da Medici Senza Frontiere, “No Other Land” ci consegna immagini che restano impresse come cicatrici, e parole che aprono spiragli. Un'opera che non pretende di dare risposte, ma ci invita con forza a non distogliere lo sguardo. 📌 📺 SABATO 15 NOVEMBRE – ORE 21:20 – RAI 3 (prima visione) E allora sì: questa sera non dobbiamo mancare. Perché certe storie non si guardano soltanto — si attraversano insieme. #NoOtherLand #Documentario #DirittiUmani #Rai3 #Attivismo #CinemaDelReale #Palestina #Israele
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  • QUESTA FOLLE GUERRANFONDAI vuole PORTARCI alla TERZA GUERRA MONDIALE.
    La guerra Kiev l'ha già persa da mesi.
    In UCRAINA la generazione di ragazzi dai 18 ai 30 anni non esiste più. Sono stati tutti sterminati!
    Von der Leyen prosegue sulla linea della guerra armando Kiev: "L'Europa continuerà a sostenere la resistenza e Putin fallirà la sua offensiva di inverno" - Il Fatto Quotidiano
    La presidente della Commissione Ue: "Diamo a Kiev altri 6 miliardi". Zelensky: "Situazione a Pokrovsk difficile, il ritiro spetta ai militari"
    https://www.ilfattoquotidiano.it/live-post/2025/11/13/von-der-leyen-guerra-putin-offensiva-diretta-news/8194601/
    QUESTA FOLLE GUERRANFONDAI vuole PORTARCI alla TERZA GUERRA MONDIALE. La guerra Kiev l'ha già persa da mesi. In UCRAINA la generazione di ragazzi dai 18 ai 30 anni non esiste più. Sono stati tutti sterminati! Von der Leyen prosegue sulla linea della guerra armando Kiev: "L'Europa continuerà a sostenere la resistenza e Putin fallirà la sua offensiva di inverno" - Il Fatto Quotidiano La presidente della Commissione Ue: "Diamo a Kiev altri 6 miliardi". Zelensky: "Situazione a Pokrovsk difficile, il ritiro spetta ai militari" https://www.ilfattoquotidiano.it/live-post/2025/11/13/von-der-leyen-guerra-putin-offensiva-diretta-news/8194601/
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    Von der Leyen prosegue sulla linea della guerra armando Kiev: "L'Europa continuerà a sostenere la resistenza e Putin fallirà la sua offensiva di inverno" - Il Fatto Quotidiano
    La presidente della Commissione Ue: "Diamo a Kiev altri 6 miliardi". Zelensky: "Situazione a Pokrovsk difficile, il ritiro spetta ai militari"
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