• IL GENOCIDIO PIÙ GRANDE DELLA STORIA NON HA MAI AVUTO UN GIORNO DI MEMORIA

    Oggi è il 27 gennaio.
    Oggi ricordiamo la Shoah.
    Ed è giusto. È necessario. È sacro.

    Ma la memoria, se è vera, non può essere un recinto.
    Non può fermarsi dove è comoda.
    Non può ricordare solo ciò che è stato riconosciuto, processato, monumentalizzato.

    Perché esiste un genocidio che non ha mai avuto un giorno.
    Mai avuto un tribunale.
    Mai avuto una narrazione onesta.

    Un genocidio più grande per numeri, più lungo nel tempo, più profondo nella rimozione.

    Quello dei Popoli Indigeni delle Americhe.

    50 milioni.
    70 milioni.
    90 milioni.
    Alcuni studi arrivano a 110 milioni di vite spezzate.

    Non in un campo.
    In un continente.
    Non in pochi anni.
    In quattro secoli.

    Non è stato un errore.
    Non è stato solo il vaiolo.
    Non è stato un incidente della storia.

    È stato un sistema.

    Un sistema fatto di conquista, deportazione, fame, conversioni forzate, distruzione culturale, cancellazione dell’identità.
    Un genocidio lento, strutturale, coloniale.
    Un genocidio che non ha avuto bisogno di camere a gas, perché aveva qualcosa di più efficace: tempo, potere e silenzio.

    E soprattutto propaganda.

    Perché questo genocidio non è stato solo commesso.
    È stato raccontato.

    I popoli nativi sono stati dipinti come “selvaggi”.
    Non è un termine indigeno.
    È un termine del conquistatore.

    Selvaggi perché non si piegavano.
    Selvaggi perché non parlavano la lingua del dominio.
    Selvaggi perché avevano una spiritualità diversa, una relazione diversa con la terra, un’idea diversa di mondo.

    Mai descritti come popoli complessi.
    Mai come civiltà.
    Mai come esseri umani pieni.

    Il conquistatore è diventato eroe.
    La conquista è diventata scoperta.
    Lo sterminio è diventato inevitabile.

    Qui sta la verità più scomoda.

    La Shoah è stata negata, ma non è mai stata glorificata.
    Il genocidio dei popoli indigeni, invece, è stato giustificato, normalizzato, insegnato come progresso.

    E ciò che viene giustificato non finisce mai davvero.

    Il colonialismo non è scomparso.
    Ha solo cambiato linguaggio.

    Oggi non dice più “vi conquistiamo”.
    Oggi dice “vi portiamo la civiltà”, “vi portiamo la democrazia”, “vi portiamo lo sviluppo”.

    Stessa logica.
    Stesso disprezzo.
    Stessa disumanizzazione.

    E oggi, senza vergogna, c’è chi lo rivendica.
    Chi lo difende.
    Chi lo rimpiange.
    Come se il problema non fosse stato il massacro, ma il fatto che non fosse stato abbastanza efficace.

    La memoria selettiva è una forma di violenza.

    Ricordare solo ciò che è già riconosciuto è il modo più elegante per continuare a cancellare.
    Se un genocidio non ha un giorno ufficiale, non ha tribunali, non ha immagini simbolo, allora diventa dimenticabile.
    E ciò che è dimenticabile è ripetibile.

    Il genocidio più efficace non è quello che fa più rumore.
    È quello che diventa normale.
    Quello che entra nei libri come “epoca storica”.
    Quello che si studia senza tremare.
    Quello che non scandalizza più.

    Ed è proprio per questo che esistono popoli che devono essere ricordati anche in una data scomoda.
    Non perché si tolga spazio a chi ha una memoria riconosciuta, ma perché ce ne sono altri che non l’hanno mai avuta.

    Perché ricordarli in un giorno qualsiasi significherebbe lasciarli invisibili.
    E ricordarli in un giorno “giusto” non è possibile, perché nessuno ha mai voluto istituirlo.

    Ammetterlo vorrebbe dire guardare in faccia una verità che l’Occidente non ha mai davvero accettato:
    che l’uomo bianco, mentre si proclamava esportatore di verità, civiltà e progresso, è stato ed è soprattutto esportatore del proprio pensiero.

    Non perché più giusto.
    Ma perché più forte.

    E ha avuto la forza non solo di vincere,
    ma anche di far dimenticare.

    Dimenticare i popoli cancellati.
    Dimenticare le terre rubate.
    Dimenticare le culture distrutte.
    Dimenticare che, molto spesso, il male non era dall’altra parte.

    Ci sono genocidi che gridano.
    E genocidi che vengono sepolti sotto la parola “storia”.

    Quelli senza monumenti.
    Senza processi.
    Senza date.

    Ricordarli oggi non è una provocazione.
    È un atto di onestà.

    Perché una civiltà che ricorda solo i crimini subiti
    e non quelli commessi
    non sta facendo memoria.

    Sta costruendo una menzogna comoda.

    E finché quella menzogna regge,
    il colonialismo non è passato.

    Ha solo cambiato nome.

    - Valerio Barsacchi -

    THE LARGEST GENOCIDE IN HISTORY HAS NEVER HAD A DAY OF REMEMBRANCE

    Today is January 27th.
    Today we remember the Holocaust.
    And it is right. It is necessary. It is sacred.

    But memory, if it is true, cannot be a fence.
    It cannot stop where it is convenient.
    It cannot remember only what has been recognized, tried, and monumentalized.

    Because there is a genocide that has never had a day.
    Never had a court.
    Never had an honest narrative.

    A genocide greater in numbers, longer in time, more profound in its repression.

    That of the Indigenous Peoples of the Americas.

    50 million.
    70 million.
    90 million.
    Some studies put the number of lives lost at 110 million.

    Not in a camp.
    On a continent.
    Not in a few years.
    Over four centuries.

    It wasn't a mistake.
    It wasn't just smallpox.
    It wasn't an accident of history.

    It was a system.

    A system of conquest, deportation, starvation, forced conversions, cultural destruction, erasure of identity.
    A slow, structural, colonial genocide.
    A genocide that didn't need gas chambers, because it had something more effective: time, power, and silence.

    And above all, propaganda.

    Because this genocide wasn't just committed.
    It was told.

    The native peoples were portrayed as "savages."
    It's not an indigenous term.
    It's a conqueror's term.

    Savages because they didn't submit.
    Savages because they didn't speak the language of domination.
    Savages because they had a different spirituality, a different relationship with the land, a different idea of ​​the world.

    Never described as complex peoples.
    Never as civilizations.
    Never as full human beings.

    The conqueror has become a hero.
    The conquest has become a discovery.
    The extermination has become inevitable.

    Here lies the most uncomfortable truth.

    The Holocaust was denied, but it was never glorified.

    The genocide of indigenous peoples, on the other hand, was justified, normalized, taught as progress.

    And what is justified never truly ends.

    Colonialism hasn't disappeared.

    It's just changed language.

    Today it no longer says "we conquer you."
    Today it says "we bring you civilization," "we bring you democracy," "we bring you development."

    Same logic.
    Same contempt.
    Same dehumanization.

    And today, without shame, there are those who claim it.
    Those who defend it.
    Those who mourn it.
    As if the problem wasn't the massacre, but the fact that it wasn't effective enough.

    Selective memory is a form of violence.

    Remembering only what is already recognized is the most elegant way to continue erasing.
    If a genocide has no official day, no courts, no symbolic images, then it becomes forgettable.
    And what is forgettable is repeatable.

    The most effective genocide is not the one that makes the most noise.
    It is the one that becomes normal.
    The one that enters books as a "historical era."
    The one that is studied without trembling.
    The one that no longer scandalizes.

    And it is precisely for this reason that there are peoples who must be remembered even on an inconvenient date.
    Not because it takes away space from those who have a recognized memory, but because there are others who never had one.

    Because remembering them on any given day would mean leaving them invisible.
    And remembering them on a "correct" day is not possible, because no one ever wanted to establish it.

    Admitting it would mean facing a truth the West has never truly accepted:
    that the white man, while proclaiming himself the exporter of truth, civilization, and progress, was and is above all an exporter of his own thought.

    Not because he was more just.
    But because he was stronger.

    And he had the strength not only to win,
    but also to make people forget.

    Forgetting the erased peoples.
    Forgetting the stolen lands.
    Forgetting the destroyed cultures.
    Forgetting that, very often, evil was not on the other side.

    There are genocides that cry out.
    And genocides that are buried under the word "history."

    Those without monuments.
    Without trials.
    Without dates.

    Remembering them today is not a provocation.
    It is an act of honesty.

    Because a civilization that remembers only the crimes suffered
    and not those committed
    is not remembering.

    It is constructing a convenient lie.

    And as long as that lie holds,
    colonialism hasn't passed.

    It's just changed its name.

    - Valerio Barsacchi -

    @follower
    American Indian Genocide Museum
    Indigenous Peoples Rights International
    Native American Rights Fund
    Indigenous Peoples Movement
    IL GENOCIDIO PIÙ GRANDE DELLA STORIA NON HA MAI AVUTO UN GIORNO DI MEMORIA Oggi è il 27 gennaio. Oggi ricordiamo la Shoah. Ed è giusto. È necessario. È sacro. Ma la memoria, se è vera, non può essere un recinto. Non può fermarsi dove è comoda. Non può ricordare solo ciò che è stato riconosciuto, processato, monumentalizzato. Perché esiste un genocidio che non ha mai avuto un giorno. Mai avuto un tribunale. Mai avuto una narrazione onesta. Un genocidio più grande per numeri, più lungo nel tempo, più profondo nella rimozione. Quello dei Popoli Indigeni delle Americhe. 50 milioni. 70 milioni. 90 milioni. Alcuni studi arrivano a 110 milioni di vite spezzate. Non in un campo. In un continente. Non in pochi anni. In quattro secoli. Non è stato un errore. Non è stato solo il vaiolo. Non è stato un incidente della storia. È stato un sistema. Un sistema fatto di conquista, deportazione, fame, conversioni forzate, distruzione culturale, cancellazione dell’identità. Un genocidio lento, strutturale, coloniale. Un genocidio che non ha avuto bisogno di camere a gas, perché aveva qualcosa di più efficace: tempo, potere e silenzio. E soprattutto propaganda. Perché questo genocidio non è stato solo commesso. È stato raccontato. I popoli nativi sono stati dipinti come “selvaggi”. Non è un termine indigeno. È un termine del conquistatore. Selvaggi perché non si piegavano. Selvaggi perché non parlavano la lingua del dominio. Selvaggi perché avevano una spiritualità diversa, una relazione diversa con la terra, un’idea diversa di mondo. Mai descritti come popoli complessi. Mai come civiltà. Mai come esseri umani pieni. Il conquistatore è diventato eroe. La conquista è diventata scoperta. Lo sterminio è diventato inevitabile. Qui sta la verità più scomoda. La Shoah è stata negata, ma non è mai stata glorificata. Il genocidio dei popoli indigeni, invece, è stato giustificato, normalizzato, insegnato come progresso. E ciò che viene giustificato non finisce mai davvero. Il colonialismo non è scomparso. Ha solo cambiato linguaggio. Oggi non dice più “vi conquistiamo”. Oggi dice “vi portiamo la civiltà”, “vi portiamo la democrazia”, “vi portiamo lo sviluppo”. Stessa logica. Stesso disprezzo. Stessa disumanizzazione. E oggi, senza vergogna, c’è chi lo rivendica. Chi lo difende. Chi lo rimpiange. Come se il problema non fosse stato il massacro, ma il fatto che non fosse stato abbastanza efficace. La memoria selettiva è una forma di violenza. Ricordare solo ciò che è già riconosciuto è il modo più elegante per continuare a cancellare. Se un genocidio non ha un giorno ufficiale, non ha tribunali, non ha immagini simbolo, allora diventa dimenticabile. E ciò che è dimenticabile è ripetibile. Il genocidio più efficace non è quello che fa più rumore. È quello che diventa normale. Quello che entra nei libri come “epoca storica”. Quello che si studia senza tremare. Quello che non scandalizza più. Ed è proprio per questo che esistono popoli che devono essere ricordati anche in una data scomoda. Non perché si tolga spazio a chi ha una memoria riconosciuta, ma perché ce ne sono altri che non l’hanno mai avuta. Perché ricordarli in un giorno qualsiasi significherebbe lasciarli invisibili. E ricordarli in un giorno “giusto” non è possibile, perché nessuno ha mai voluto istituirlo. Ammetterlo vorrebbe dire guardare in faccia una verità che l’Occidente non ha mai davvero accettato: che l’uomo bianco, mentre si proclamava esportatore di verità, civiltà e progresso, è stato ed è soprattutto esportatore del proprio pensiero. Non perché più giusto. Ma perché più forte. E ha avuto la forza non solo di vincere, ma anche di far dimenticare. Dimenticare i popoli cancellati. Dimenticare le terre rubate. Dimenticare le culture distrutte. Dimenticare che, molto spesso, il male non era dall’altra parte. Ci sono genocidi che gridano. E genocidi che vengono sepolti sotto la parola “storia”. Quelli senza monumenti. Senza processi. Senza date. Ricordarli oggi non è una provocazione. È un atto di onestà. Perché una civiltà che ricorda solo i crimini subiti e non quelli commessi non sta facendo memoria. Sta costruendo una menzogna comoda. E finché quella menzogna regge, il colonialismo non è passato. Ha solo cambiato nome. - Valerio Barsacchi - THE LARGEST GENOCIDE IN HISTORY HAS NEVER HAD A DAY OF REMEMBRANCE Today is January 27th. Today we remember the Holocaust. And it is right. It is necessary. It is sacred. But memory, if it is true, cannot be a fence. It cannot stop where it is convenient. It cannot remember only what has been recognized, tried, and monumentalized. Because there is a genocide that has never had a day. Never had a court. Never had an honest narrative. A genocide greater in numbers, longer in time, more profound in its repression. That of the Indigenous Peoples of the Americas. 50 million. 70 million. 90 million. Some studies put the number of lives lost at 110 million. Not in a camp. On a continent. Not in a few years. Over four centuries. It wasn't a mistake. It wasn't just smallpox. It wasn't an accident of history. It was a system. A system of conquest, deportation, starvation, forced conversions, cultural destruction, erasure of identity. A slow, structural, colonial genocide. A genocide that didn't need gas chambers, because it had something more effective: time, power, and silence. And above all, propaganda. Because this genocide wasn't just committed. It was told. The native peoples were portrayed as "savages." It's not an indigenous term. It's a conqueror's term. Savages because they didn't submit. Savages because they didn't speak the language of domination. Savages because they had a different spirituality, a different relationship with the land, a different idea of ​​the world. Never described as complex peoples. Never as civilizations. Never as full human beings. The conqueror has become a hero. The conquest has become a discovery. The extermination has become inevitable. Here lies the most uncomfortable truth. The Holocaust was denied, but it was never glorified. The genocide of indigenous peoples, on the other hand, was justified, normalized, taught as progress. And what is justified never truly ends. Colonialism hasn't disappeared. It's just changed language. Today it no longer says "we conquer you." Today it says "we bring you civilization," "we bring you democracy," "we bring you development." Same logic. Same contempt. Same dehumanization. And today, without shame, there are those who claim it. Those who defend it. Those who mourn it. As if the problem wasn't the massacre, but the fact that it wasn't effective enough. Selective memory is a form of violence. Remembering only what is already recognized is the most elegant way to continue erasing. If a genocide has no official day, no courts, no symbolic images, then it becomes forgettable. And what is forgettable is repeatable. The most effective genocide is not the one that makes the most noise. It is the one that becomes normal. The one that enters books as a "historical era." The one that is studied without trembling. The one that no longer scandalizes. And it is precisely for this reason that there are peoples who must be remembered even on an inconvenient date. Not because it takes away space from those who have a recognized memory, but because there are others who never had one. Because remembering them on any given day would mean leaving them invisible. And remembering them on a "correct" day is not possible, because no one ever wanted to establish it. Admitting it would mean facing a truth the West has never truly accepted: that the white man, while proclaiming himself the exporter of truth, civilization, and progress, was and is above all an exporter of his own thought. Not because he was more just. But because he was stronger. And he had the strength not only to win, but also to make people forget. Forgetting the erased peoples. Forgetting the stolen lands. Forgetting the destroyed cultures. Forgetting that, very often, evil was not on the other side. There are genocides that cry out. And genocides that are buried under the word "history." Those without monuments. Without trials. Without dates. Remembering them today is not a provocation. It is an act of honesty. Because a civilization that remembers only the crimes suffered and not those committed is not remembering. It is constructing a convenient lie. And as long as that lie holds, colonialism hasn't passed. It's just changed its name. - Valerio Barsacchi - @follower American Indian Genocide Museum Indigenous Peoples Rights International Native American Rights Fund Indigenous Peoples Movement
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  • NON C’È PACE PER IL MIC

    Non mi sorprende più – lo dico con un misto di rassegnazione e tenerezza – quanto velocemente un tema culturale sparisca dal radar del popolo italiano. Forse è persino comprensibile, considerando la qualità sempre più modesta degli esempi che arrivano dall’alto: un campionario di scivoloni, leggerezze e improvvisazioni che non meritavamo .

    Non che “prima” fosse l’età dell’oro, certo. Ma agli esponenti del centrodestra attualmente al governo tocca prendersi oneri e onori, visibilità e responsabilità. E il bilancio, mi spiace, continua a precipitare: tra parenti, amici, gaffe di palazzo e teatrini da rotocalco. Prima Sangiuliano, poi Giuli, poi comprimari assortiti… un cast ormai avviato verso il proprio inevitabile quarto d’ora di vergogna.

    Doveva essere un fiore all’occhiello del Paese. Ora siamo al “Tata-fiore”.
    Un’altra vedette che aggiunge un tassello al mosaico tragicomico di un dicastero ormai percepito come zimbello, tre anni segnati da dimissioni che sembrano l’ultimo gesto minimo di dignità.

    Venerdì Piero Tatafiore, portavoce del ministro della Cultura Alessandro Giuli, si è dimesso. Le opposizioni avevano protestato dopo la pubblicazione, sul sito ufficiale del MIC, di tre comunicati legati alla campagna elettorale per le Regionali in Campania. Comunicati in cui si riportavano dichiarazioni del ministro a sostegno del candidato della destra, Edmondo Cirielli (Fratelli d’Italia), definito addirittura «la personificazione della cultura di governo».

    I deputati campani del PD avevano denunciato lo scivolone istituzionale: utilizzare canali dello Stato per fare propaganda politica non è solo inopportuno — è proprio un confine che non andrebbe mai superato.

    Così, davanti alle polemiche, Tatafiore ha annunciato le sue dimissioni:
    «Ho appena comunicato […] le mie immediate e irrevocabili dimissioni dall’incarico di capoufficio stampa del MIC. L’utilizzo di strumenti istituzionali per comunicazioni di natura politica è stato da parte mia un errore improprio di cui mi scuso».

    Fine della storia? Quasi.
    Perché l’episodio, di per sé, non sposterà una virgola sulle Regionali campane. È già stato inghiottito dal silenzio generale. L’ennesima notizia che evaporerà nel disinteresse: perché quando un’istituzione perde credibilità, perde anche ascolto. E il MIC, oggi, ha ben poco da offrire oltre una lunga striscia di tagli ingiustificati, retorica stanca e simboli vuoti.

    Eppure — ed è qui il punto — mentre tutto sembra sfaldarsi, resta uno spiraglio di speranza: la consapevolezza che la cultura non muore per colpa di un ministero mediocre. Resta nell’impegno di chi continua a studiare, a creare, a custodire ciò che conta. Non è una chiamata alle armi: è un promemoria, quasi intimo, che la cultura sopravvive anche quando viene maltrattata.

    Non mi scandalizza più la disaffezione degli italiani verso la cultura se i suoi rappresentanti istituzionali sono di questa caratura. Ma, proprio per questo, non smetto di pensare che sia tutto da rifare — davvero tutto.

    Guardando al 2027, spero che tra le innumerevoli urgenze del Paese ci sia ancora qualcuno capace di restituire alla Cultura la serietà e l’onore che merita. E, lo dico chiaramente, il colore politico qui conta zero se manca la sostanza: una formazione autenticamente umanistica, quella che oggi latita e lascia spazio a figure senza sottotesto, senza visione, senza profondità .

    Per ora possiamo solo prendere atto dell’ovvio: senza credibilità, nessuna promessa vale — né oggi, né domani.

    #MIC #CulturaItaliana #PoliticaCulturale #Dimissioni #Tatafiore #CulturaCheResiste #Italia2027 #CredibilitàIstituzionale #SarcasmoCulturale
    NON C’È PACE PER IL MIC Non mi sorprende più – lo dico con un misto di rassegnazione e tenerezza – quanto velocemente un tema culturale sparisca dal radar del popolo italiano. Forse è persino comprensibile, considerando la qualità sempre più modesta degli esempi che arrivano dall’alto: un campionario di scivoloni, leggerezze e improvvisazioni che non meritavamo 🍌. Non che “prima” fosse l’età dell’oro, certo. Ma agli esponenti del centrodestra attualmente al governo tocca prendersi oneri e onori, visibilità e responsabilità. E il bilancio, mi spiace, continua a precipitare: tra parenti, amici, gaffe di palazzo e teatrini da rotocalco. Prima Sangiuliano, poi Giuli, poi comprimari assortiti… un cast ormai avviato verso il proprio inevitabile quarto d’ora di vergogna. Doveva essere un fiore all’occhiello del Paese. Ora siamo al “Tata-fiore”. Un’altra vedette che aggiunge un tassello al mosaico tragicomico di un dicastero ormai percepito come zimbello, tre anni segnati da dimissioni che sembrano l’ultimo gesto minimo di dignità. Venerdì Piero Tatafiore, portavoce del ministro della Cultura Alessandro Giuli, si è dimesso. Le opposizioni avevano protestato dopo la pubblicazione, sul sito ufficiale del MIC, di tre comunicati legati alla campagna elettorale per le Regionali in Campania. Comunicati in cui si riportavano dichiarazioni del ministro a sostegno del candidato della destra, Edmondo Cirielli (Fratelli d’Italia), definito addirittura «la personificazione della cultura di governo». I deputati campani del PD avevano denunciato lo scivolone istituzionale: utilizzare canali dello Stato per fare propaganda politica non è solo inopportuno — è proprio un confine che non andrebbe mai superato. Così, davanti alle polemiche, Tatafiore ha annunciato le sue dimissioni: «Ho appena comunicato […] le mie immediate e irrevocabili dimissioni dall’incarico di capoufficio stampa del MIC. L’utilizzo di strumenti istituzionali per comunicazioni di natura politica è stato da parte mia un errore improprio di cui mi scuso». Fine della storia? Quasi. Perché l’episodio, di per sé, non sposterà una virgola sulle Regionali campane. È già stato inghiottito dal silenzio generale. L’ennesima notizia che evaporerà nel disinteresse: perché quando un’istituzione perde credibilità, perde anche ascolto. E il MIC, oggi, ha ben poco da offrire oltre una lunga striscia di tagli ingiustificati, retorica stanca e simboli vuoti. Eppure — ed è qui il punto — mentre tutto sembra sfaldarsi, resta uno spiraglio di speranza: la consapevolezza che la cultura non muore per colpa di un ministero mediocre. Resta nell’impegno di chi continua a studiare, a creare, a custodire ciò che conta. Non è una chiamata alle armi: è un promemoria, quasi intimo, che la cultura sopravvive anche quando viene maltrattata. Non mi scandalizza più la disaffezione degli italiani verso la cultura se i suoi rappresentanti istituzionali sono di questa caratura. Ma, proprio per questo, non smetto di pensare che sia tutto da rifare — davvero tutto. Guardando al 2027, spero che tra le innumerevoli urgenze del Paese ci sia ancora qualcuno capace di restituire alla Cultura la serietà e l’onore che merita. E, lo dico chiaramente, il colore politico qui conta zero se manca la sostanza: una formazione autenticamente umanistica, quella che oggi latita e lascia spazio a figure senza sottotesto, senza visione, senza profondità 🎭. Per ora possiamo solo prendere atto dell’ovvio: senza credibilità, nessuna promessa vale — né oggi, né domani. #MIC #CulturaItaliana #PoliticaCulturale #Dimissioni #Tatafiore #CulturaCheResiste #Italia2027 #CredibilitàIstituzionale #SarcasmoCulturale
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  • Quando ⁦@repubblica⁩ riportava la verità sullo sterminio degli ucraini del #Donbass da parte del governo di #Kiev. E quasi si scandalizzava del fatto che #Putin non intervenisse a fronte delle richieste disperate di aiuto dei leader delle Repubbliche di #Donetsk e Lugansk.

    Source: https://x.com/ladyonorato/status/1987093298763178137?t=H1fj6DY3g-2HPzMYFkfgwg&s=19
    Quando ⁦@repubblica⁩ riportava la verità sullo sterminio degli ucraini del #Donbass da parte del governo di #Kiev. E quasi si scandalizzava del fatto che #Putin non intervenisse a fronte delle richieste disperate di aiuto dei leader delle Repubbliche di #Donetsk e Lugansk. Source: https://x.com/ladyonorato/status/1987093298763178137?t=H1fj6DY3g-2HPzMYFkfgwg&s=19
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  • PER NON DIMENTICARE e FARE UN PO' di CHIAREZZA!
    L’ENIGMA RANUCCI: IL GIORNALISTA SCOMODO CHE NON DISTURBA IL POTERE!
    Sempre solidale con chiunque subisca ogni tipo di intimidazione, compreso il soggetto in questione, vi propongo questi interessanti e condivisibili post sulla figura di Sigfrido Ranucci, il giornalista che durante la pandemia pubblicizzava senza farsi alcuna domanda i sieri sperimentali che continuano tutt’oggi a mietere vittime anche fra i suoi colleghi e proponeva imperdibili inchieste della durata di un’ora sull’evoluzione della pizza in Italia, con un inedito focus sulla mangiata dell’ex presidente Bill Clinton in una pizzeria di Napoli…tutto questo nel periodo in cui tutti i diritti fondamentali dell’uomo venivano calpestati da un banchiere criminale nel silenzio di (quasi) tutte le trasmissioni televisive, fra cui la sua.
    Buona lettura.
    Post 1
    Sigfrido Ranucci viene presentato da anni come simbolo del giornalismo d’inchiesta italiano, “voce scomoda” contro i poteri forti. Eppure, se si osserva con attenzione la linea editoriale di Report, emerge un quadro molto diverso da quello percepito dal grande pubblico.
    I servizi del programma non toccano mai le questioni centrali del potere reale: il ruolo dell’Unione Europea e della BCE nell’impoverimento economico del Paese, le responsabilità politiche nella gestione pandemica, i rapporti fra magistratura e intelligence, l’impatto delle politiche migratorie sulla sicurezza e sull’identità sociale.
    Temi di questa portata vengono costantemente evitati. Si preferisce orientare l’attenzione verso fenomeni di corruzione secondaria, conflitti di interesse marginali o presunti scandali a basso rischio politico.
    In questo senso, Report svolge una funzione precisa: incanalare l’indignazione pubblica verso bersagli innocui.
    Il risultato è duplice: da un lato si alimenta l’immagine del giornalismo “libero”, dall’altro si impedisce che l’opinione pubblica concentri la propria attenzione sui veri centri di potere.
    Non è un caso che Ranucci, pur dichiarandosi “in pericolo”, goda di massima copertura istituzionale, sia da parte del Quirinale che dell’Unione Europea, che ne difendono costantemente l’operato in nome della “libertà di stampa”.
    È difficile considerare realmente scomodo chi opera all’interno del servizio pubblico e gode di protezione politica trasversale.
    In un Paese dove giornalisti indipendenti vengono querelati, censurati o isolati, l’immagine del “cronista coraggioso sotto scorta” funziona come una narrazione utile al sistema: serve a dare credibilità a un’informazione che, in realtà, si muove entro confini molto ben definiti.
    Post 2 – L’ATTENTATO IMPOSSIBILE: UNA NARRAZIONE COSTRUITA?
    Dal 2021 Sigfrido Ranucci vive sotto scorta. Ciò significa che la sua abitazione, i suoi spostamenti e la sua vettura rientrano in protocolli di sicurezza estremamente rigidi.
    Ogni ingresso, parcheggio e itinerario è monitorato. Per questo motivo, la notizia secondo cui qualcuno sarebbe riuscito a collocare un ordigno esplosivo nella sua auto appare tecnicamente poco plausibile, se non impossibile, a meno di gravi complicità interne.
    L’attentato, così come raccontato, presenta quindi una doppia anomalia: o i protocolli di protezione sono falliti in modo clamoroso — cosa che dovrebbe comportare immediate dimissioni di funzionari e scorte — oppure la vicenda ha una forte componente scenica e comunicativa.
    Il tempismo mediatico lo conferma: subito dopo la notizia, esponenti politici di tutti i partiti hanno espresso solidarietà, il Quirinale ha ribadito il valore del “giornalismo libero”, e i media hanno rilanciato la narrazione dell’Italia come “paese pericoloso per chi fa informazione”.
    Ma di quale informazione si parla?
    Ranucci non ha mai prodotto inchieste che mettessero realmente in crisi i vertici del potere politico o finanziario. Non ha mai toccato temi come l’adesione incondizionata dell’Italia alla NATO, la gestione opaca dei fondi del PNRR, o le pressioni sovranazionali in materia sanitaria ed energetica.
    Eppure viene presentato come simbolo della libertà di parola.
    L’ipotesi più coerente è che l’“attentato” serva a consolidare una narrativa utile al mainstream: quella del giornalista eroico minacciato da forze oscure, che deve essere difeso dal potere politico stesso.
    Un paradosso perfetto: chi dovrebbe essere il bersaglio diventa, in realtà, l’attore principale di una messa in scena che rafforza il sistema che finge di combattere.
    Post 3 – IL RUOLO DI SISTEMA DEL GIORNALISTA “SOTTO ATTACCO”
    In ogni momento di crisi di fiducia verso i media, il sistema reagisce in modo prevedibile: rilancia figure come Ranucci per ridare legittimità morale alla stampa istituzionale.
    Quando il pubblico inizia a percepire la manipolazione dell’informazione, serve un simbolo di “verità perseguitata”.
    Ranucci diventa così il protagonista perfetto di una sceneggiatura politica: un giornalista “coraggioso” che affronta “minacce anonime”, protetto dalle istituzioni e celebrato dalle stesse forze di potere che dice di denunciare.
    È un meccanismo studiato.
    Il potere sa che per sopravvivere deve simulare al proprio interno una quota di conflitto controllato: apparire diviso per essere più credibile.
    In realtà, la funzione del dissenso istituzionalizzato è proprio neutralizzare il vero dissenso.
    Mentre l’attenzione del pubblico viene dirottata su un presunto attacco a Report, restano fuori dall’agenda mediatica i dossier realmente scomodi: i rapporti fra politica e finanza, l’influenza delle multinazionali sui media, il ruolo delle intelligence nei processi giudiziari, e la progressiva erosione della sovranità nazionale.
    Il risultato è che il “giornalista minacciato” diventa uno scudo narrativo per l’establishment.
    L’intera vicenda rafforza l’idea che chi critica i media ufficiali sia un potenziale pericolo per la democrazia.
    E così, mentre il potere si autoassolve celebrando la propria “libertà di stampa”, il vero giornalismo d’inchiesta — quello che indaga davvero su chi comanda — resta invisibile, marginalizzato, e privo di voce.

    Source: https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=10229586144179377&id=1276122023&post_id=1276122023_10229586144179377&rdid=By0LdSJgnVcqb30V
    PER NON DIMENTICARE e FARE UN PO' di CHIAREZZA! L’ENIGMA RANUCCI: IL GIORNALISTA SCOMODO CHE NON DISTURBA IL POTERE! Sempre solidale con chiunque subisca ogni tipo di intimidazione, compreso il soggetto in questione, vi propongo questi interessanti e condivisibili post sulla figura di Sigfrido Ranucci, il giornalista che durante la pandemia pubblicizzava senza farsi alcuna domanda i sieri sperimentali che continuano tutt’oggi a mietere vittime anche fra i suoi colleghi e proponeva imperdibili inchieste della durata di un’ora sull’evoluzione della pizza in Italia, con un inedito focus sulla mangiata dell’ex presidente Bill Clinton in una pizzeria di Napoli…tutto questo nel periodo in cui tutti i diritti fondamentali dell’uomo venivano calpestati da un banchiere criminale nel silenzio di (quasi) tutte le trasmissioni televisive, fra cui la sua. Buona lettura. Post 1 Sigfrido Ranucci viene presentato da anni come simbolo del giornalismo d’inchiesta italiano, “voce scomoda” contro i poteri forti. Eppure, se si osserva con attenzione la linea editoriale di Report, emerge un quadro molto diverso da quello percepito dal grande pubblico. I servizi del programma non toccano mai le questioni centrali del potere reale: il ruolo dell’Unione Europea e della BCE nell’impoverimento economico del Paese, le responsabilità politiche nella gestione pandemica, i rapporti fra magistratura e intelligence, l’impatto delle politiche migratorie sulla sicurezza e sull’identità sociale. Temi di questa portata vengono costantemente evitati. Si preferisce orientare l’attenzione verso fenomeni di corruzione secondaria, conflitti di interesse marginali o presunti scandali a basso rischio politico. In questo senso, Report svolge una funzione precisa: incanalare l’indignazione pubblica verso bersagli innocui. Il risultato è duplice: da un lato si alimenta l’immagine del giornalismo “libero”, dall’altro si impedisce che l’opinione pubblica concentri la propria attenzione sui veri centri di potere. Non è un caso che Ranucci, pur dichiarandosi “in pericolo”, goda di massima copertura istituzionale, sia da parte del Quirinale che dell’Unione Europea, che ne difendono costantemente l’operato in nome della “libertà di stampa”. È difficile considerare realmente scomodo chi opera all’interno del servizio pubblico e gode di protezione politica trasversale. In un Paese dove giornalisti indipendenti vengono querelati, censurati o isolati, l’immagine del “cronista coraggioso sotto scorta” funziona come una narrazione utile al sistema: serve a dare credibilità a un’informazione che, in realtà, si muove entro confini molto ben definiti. Post 2 – L’ATTENTATO IMPOSSIBILE: UNA NARRAZIONE COSTRUITA? Dal 2021 Sigfrido Ranucci vive sotto scorta. Ciò significa che la sua abitazione, i suoi spostamenti e la sua vettura rientrano in protocolli di sicurezza estremamente rigidi. Ogni ingresso, parcheggio e itinerario è monitorato. Per questo motivo, la notizia secondo cui qualcuno sarebbe riuscito a collocare un ordigno esplosivo nella sua auto appare tecnicamente poco plausibile, se non impossibile, a meno di gravi complicità interne. L’attentato, così come raccontato, presenta quindi una doppia anomalia: o i protocolli di protezione sono falliti in modo clamoroso — cosa che dovrebbe comportare immediate dimissioni di funzionari e scorte — oppure la vicenda ha una forte componente scenica e comunicativa. Il tempismo mediatico lo conferma: subito dopo la notizia, esponenti politici di tutti i partiti hanno espresso solidarietà, il Quirinale ha ribadito il valore del “giornalismo libero”, e i media hanno rilanciato la narrazione dell’Italia come “paese pericoloso per chi fa informazione”. Ma di quale informazione si parla? Ranucci non ha mai prodotto inchieste che mettessero realmente in crisi i vertici del potere politico o finanziario. Non ha mai toccato temi come l’adesione incondizionata dell’Italia alla NATO, la gestione opaca dei fondi del PNRR, o le pressioni sovranazionali in materia sanitaria ed energetica. Eppure viene presentato come simbolo della libertà di parola. L’ipotesi più coerente è che l’“attentato” serva a consolidare una narrativa utile al mainstream: quella del giornalista eroico minacciato da forze oscure, che deve essere difeso dal potere politico stesso. Un paradosso perfetto: chi dovrebbe essere il bersaglio diventa, in realtà, l’attore principale di una messa in scena che rafforza il sistema che finge di combattere. Post 3 – IL RUOLO DI SISTEMA DEL GIORNALISTA “SOTTO ATTACCO” In ogni momento di crisi di fiducia verso i media, il sistema reagisce in modo prevedibile: rilancia figure come Ranucci per ridare legittimità morale alla stampa istituzionale. Quando il pubblico inizia a percepire la manipolazione dell’informazione, serve un simbolo di “verità perseguitata”. Ranucci diventa così il protagonista perfetto di una sceneggiatura politica: un giornalista “coraggioso” che affronta “minacce anonime”, protetto dalle istituzioni e celebrato dalle stesse forze di potere che dice di denunciare. È un meccanismo studiato. Il potere sa che per sopravvivere deve simulare al proprio interno una quota di conflitto controllato: apparire diviso per essere più credibile. In realtà, la funzione del dissenso istituzionalizzato è proprio neutralizzare il vero dissenso. Mentre l’attenzione del pubblico viene dirottata su un presunto attacco a Report, restano fuori dall’agenda mediatica i dossier realmente scomodi: i rapporti fra politica e finanza, l’influenza delle multinazionali sui media, il ruolo delle intelligence nei processi giudiziari, e la progressiva erosione della sovranità nazionale. Il risultato è che il “giornalista minacciato” diventa uno scudo narrativo per l’establishment. L’intera vicenda rafforza l’idea che chi critica i media ufficiali sia un potenziale pericolo per la democrazia. E così, mentre il potere si autoassolve celebrando la propria “libertà di stampa”, il vero giornalismo d’inchiesta — quello che indaga davvero su chi comanda — resta invisibile, marginalizzato, e privo di voce. Source: https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=10229586144179377&id=1276122023&post_id=1276122023_10229586144179377&rdid=By0LdSJgnVcqb30V
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  • IMPRESSIONI DI SETTEMBRE /
    URBANISTICA – IL DOCENTE COLPISCE ANCORA
    Sosteniamo il nuovo appello dei 200 Docenti universitari

    Mi rendo conto che la #politica e le forze politiche non siano più “di moda” quando a parlare di città, di spazi, di futuro sono proprio loro: le personalità che quella materia l’hanno studiata, vissuta, insegnata e difesa.

    La conoscono con la stessa passione e determinazione del guerrigliero vietcong che difende la propria foresta dall’invasore. So che il paragone è duro, specie in un tempo già attraversato da guerre e tensioni, ma rende l’idea. Ed è giusto che sia così.

    Per questo oggi ringrazio i 200 docenti universitari e accademici che ci stanno impartendo una vera lezione di politica. Perché fare politica, almeno per me, significa dare voce e spazio alle categorie coinvolte. Significa costruire sinergie reali. Non ridurre tutto a uno slogan da campagna elettorale. Non vi sembra?
    Le impressioni di settembre, questa volta, non hanno nulla di romantico: sono roventi . Non parliamo del clima, ma della nostra Milano.

    Dopo mesi di inchieste e scandali sull’urbanistica milanese, è arrivato un nuovo appello per una vera svolta. A firmarlo sono oltre 200 professori universitari di tutta Italia: urbanisti, architetti, giuristi, sociologi, antropologi, filosofi.
    Gli stessi che già si erano opposti con forza alla legge Salva Milano. Ora tornano in campo, rivolgendosi direttamente a sindaco, giunta e consiglieri comunali di Milano, alla Regione Lombardia, al Parlamento, al Governo e persino ai partiti e ai sindacati.

    Il documento è chiaro: le indagini giudiziarie hanno mostrato che “il governo della città è opaco, non democratico, profondamente ingiusto sul piano della redistribuzione delle risorse e dannoso per lo sviluppo economico italiano”.

    Da qui, tre proposte concrete:

    1️⃣ Fermare i grandi e medi progetti in corso a Milano e aprire un nuovo ciclo trasparente e partecipativo.
    2️⃣ Rivoluzionare il Piano Casa, privilegiando l’Edilizia Residenziale Pubblica invece dell’Housing Sociale.
    3️⃣ Respingere ogni deregolamentazione della normativa urbanistica nazionale, approvando invece la legge sulla Rigenerazione urbana e un nuovo Testo Unico dell’Edilizia.

    Non è poesia. È un atto politico e morale.
    Questa volta il segnale arriva da chi conosce la materia e ha scelto di parlare al cuore e alla mente dei cittadini.
    Basta leggere uno dei passaggi più duri e lucidi dell’appello:

    “A Milano si è considerato normale trasformare la città per frammenti, senza un quadro strategico di visione e gestione pubblica: si è costruito all’interno degli isolati e nei cortili edifici di dimensioni incongrue, spesso al posto di laboratori, parcheggi, piccole residenze, giardini o aree che la natura aveva riconquistato.”

    Ecco lo schiaffo morale: una moderna Banda Bassotti che ha speculato sulla città, mentre la politica, complici istituzioni supine e paralizzate dal timore di perdere consensi, ha taciuto.
    E allora? Facciamo tesoro di questo appello, diamogli voce, diamogli fiato, diamogli forza.
    Perché il docente “doce”, sì. Ma non tace.
    E noi con lui.

    Leggi il testo integrale dell’appello qui:
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/29/urbanistica-milano-appello-docenti-san-siro-notizie/8108716/

    #Milano #Urbanistica #RigenerazioneUrbana #Politica #Partecipazione #BeneComune #Docenti #Appello
    IMPRESSIONI DI SETTEMBRE / URBANISTICA – IL DOCENTE COLPISCE ANCORA 💪📢 Sosteniamo il nuovo appello dei 200 Docenti universitari ✍️ Mi rendo conto che la #politica e le forze politiche non siano più “di moda” quando a parlare di città, di spazi, di futuro sono proprio loro: le personalità che quella materia l’hanno studiata, vissuta, insegnata e difesa. La conoscono con la stessa passione e determinazione del guerrigliero vietcong che difende la propria foresta dall’invasore. So che il paragone è duro, specie in un tempo già attraversato da guerre e tensioni, ma rende l’idea. Ed è giusto che sia così. Per questo oggi ringrazio i 200 docenti universitari e accademici che ci stanno impartendo una vera lezione di politica. Perché fare politica, almeno per me, significa dare voce e spazio alle categorie coinvolte. Significa costruire sinergie reali. Non ridurre tutto a uno slogan da campagna elettorale. Non vi sembra? Le impressioni di settembre, questa volta, non hanno nulla di romantico: sono roventi 🔥. Non parliamo del clima, ma della nostra Milano. Dopo mesi di inchieste e scandali sull’urbanistica milanese, è arrivato un nuovo appello per una vera svolta. A firmarlo sono oltre 200 professori universitari di tutta Italia: urbanisti, architetti, giuristi, sociologi, antropologi, filosofi. Gli stessi che già si erano opposti con forza alla legge Salva Milano. Ora tornano in campo, rivolgendosi direttamente a sindaco, giunta e consiglieri comunali di Milano, alla Regione Lombardia, al Parlamento, al Governo e persino ai partiti e ai sindacati. Il documento è chiaro: le indagini giudiziarie hanno mostrato che “il governo della città è opaco, non democratico, profondamente ingiusto sul piano della redistribuzione delle risorse e dannoso per lo sviluppo economico italiano”. Da qui, tre proposte concrete: 1️⃣ Fermare i grandi e medi progetti in corso a Milano e aprire un nuovo ciclo trasparente e partecipativo. 2️⃣ Rivoluzionare il Piano Casa, privilegiando l’Edilizia Residenziale Pubblica invece dell’Housing Sociale. 3️⃣ Respingere ogni deregolamentazione della normativa urbanistica nazionale, approvando invece la legge sulla Rigenerazione urbana e un nuovo Testo Unico dell’Edilizia. Non è poesia. È un atto politico e morale. Questa volta il segnale arriva da chi conosce la materia e ha scelto di parlare al cuore e alla mente dei cittadini. Basta leggere uno dei passaggi più duri e lucidi dell’appello: “A Milano si è considerato normale trasformare la città per frammenti, senza un quadro strategico di visione e gestione pubblica: si è costruito all’interno degli isolati e nei cortili edifici di dimensioni incongrue, spesso al posto di laboratori, parcheggi, piccole residenze, giardini o aree che la natura aveva riconquistato.” Ecco lo schiaffo morale: una moderna Banda Bassotti che ha speculato sulla città, mentre la politica, complici istituzioni supine e paralizzate dal timore di perdere consensi, ha taciuto. E allora? Facciamo tesoro di questo appello, diamogli voce, diamogli fiato, diamogli forza. Perché il docente “doce”, sì. Ma non tace. E noi con lui. 💥 👉 Leggi il testo integrale dell’appello qui: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/29/urbanistica-milano-appello-docenti-san-siro-notizie/8108716/ #Milano #Urbanistica #RigenerazioneUrbana #Politica #Partecipazione #BeneComune #Docenti #Appello
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  • LEONKA – Distruggendo & Distraendo

    E niente… ovviamente non potevamo farci mancare nulla in questa estate milanese . Giusto per gradire, perché non rispolverare un vecchio refrein anni ’90 in versione remix 2025? Tra un interrogatorio di Catella e una chat di Tancredi, passando per dichiarazioni deliranti in salsa piddina, ecco servito il grande classico: “sgombero al Leonkavallo”.

    Versione aggiornata: “sgombero n.134”. Perché tanto, quando c’è da cavalcare il tema caldo dello “sgombero selvaggio”, il governo di centrodestra non si tira mai indietro .
    E pensare che correva il 1993, quando da studente delle superiori seguivo Formentini nella sua crociata contro il Leonka… e ora eccoci di nuovo qui, trent’anni dopo, con la stessa litania.

    Giovedì 21 agosto : scatta lo sgombero in via Watteau.
    Che fosse oggi o a settembre non cambiava granché: le rogne restano rogne.

    Stiamo parlando di uno dei centri sociali storici di Milano, che ha ospitato band come i Casino Royale, i 99 Posse, serate di musica, cene sociali, momenti di aggregazione a prezzi popolari .
    Ma resta il fatto: occupazione illegale. Ed è qui che scatta la solita pantomima politica.

    Da un lato la destra che esulta (“finalmente legalità!” ).
    Dall’altro la sinistra che piange (“attacco alla cultura popolare!” ).
    E intanto, qualcuno si dimentica che fino a vent’anni fa alcuni leader che oggi sbraitano erano ospiti fissi del Leonka… sì, proprio loro. Indovinate chi? Non è difficile.

    Il punto vero? Questo sgombero è più distrazione che soluzione.
    Si distrugge un patrimonio di aggregazione e cultura popolare e, nello stesso tempo, si distrae l’opinione pubblica da scandali ben più pesanti: Cementopoli 2.0, appalti, affari veri .

    È la solita “manovra di rottura”: un diversivo da dare in pasto ai media, mentre il resto scivola sotto silenzio.
    Manco fossimo davvero dei rincoglioniti totali, vero?

    Eppure, il vero dilemma resta insoluto: legalità vs offerta culturale.
    Milano continua a preferire solo luoghi “radical chic approved” – MUDEC, BASE, spazi patinati con cocktail da 12 euro – e relega la cultura popolare al margine, fino a criminalizzarla.

    Forse la soluzione sta in una “terza via”:
    spazi culturali regolari, accessibili e popolari, assegnati tramite bandi trasparenti e canoni calmierati.
    Perché se la burocrazia chiude tutte le porte, l’occupazione diventa l’unica via di sopravvivenza.

    La domanda è: vogliamo davvero trovare una mediazione che unisca legalità e cultura, o continueremo a giocare al teatrino degli sgomberi?
    Io, sinceramente, la risposta non l’ho ancora vista. Ma spero di sbagliarmi.

    #Leonkavallo #Milano2025 #Sgombero #CulturaPopolare #Legalità #DistruzioneEDistrazione #PoliticaItaliana #UrbanCulture
    LEONKA – Distruggendo & Distraendo 🚧🎭 E niente… ovviamente non potevamo farci mancare nulla in questa estate milanese 🌞🍉. Giusto per gradire, perché non rispolverare un vecchio refrein anni ’90 in versione remix 2025? Tra un interrogatorio di Catella e una chat di Tancredi, passando per dichiarazioni deliranti in salsa piddina, ecco servito il grande classico: “sgombero al Leonkavallo”. Versione aggiornata: “sgombero n.134”. Perché tanto, quando c’è da cavalcare il tema caldo dello “sgombero selvaggio”, il governo di centrodestra non si tira mai indietro 💥. E pensare che correva il 1993, quando da studente delle superiori seguivo Formentini nella sua crociata contro il Leonka… e ora eccoci di nuovo qui, trent’anni dopo, con la stessa litania. Giovedì 21 agosto ✍️: scatta lo sgombero in via Watteau. Che fosse oggi o a settembre non cambiava granché: le rogne restano rogne. Stiamo parlando di uno dei centri sociali storici di Milano, che ha ospitato band come i Casino Royale, i 99 Posse, serate di musica, cene sociali, momenti di aggregazione a prezzi popolari 🥘🎶. Ma resta il fatto: occupazione illegale. Ed è qui che scatta la solita pantomima politica. Da un lato la destra che esulta (“finalmente legalità!” 👮). Dall’altro la sinistra che piange (“attacco alla cultura popolare!” 🎭). E intanto, qualcuno si dimentica che fino a vent’anni fa alcuni leader che oggi sbraitano erano ospiti fissi del Leonka… sì, proprio loro. Indovinate chi? Non è difficile. Il punto vero? Questo sgombero è più distrazione che soluzione. Si distrugge un patrimonio di aggregazione e cultura popolare e, nello stesso tempo, si distrae l’opinione pubblica da scandali ben più pesanti: Cementopoli 2.0, appalti, affari veri 💸. È la solita “manovra di rottura”: un diversivo da dare in pasto ai media, mentre il resto scivola sotto silenzio. Manco fossimo davvero dei rincoglioniti totali, vero? 🙃 Eppure, il vero dilemma resta insoluto: legalità vs offerta culturale. Milano continua a preferire solo luoghi “radical chic approved” – MUDEC, BASE, spazi patinati con cocktail da 12 euro 🍸 – e relega la cultura popolare al margine, fino a criminalizzarla. Forse la soluzione sta in una “terza via”: 👉 spazi culturali regolari, accessibili e popolari, assegnati tramite bandi trasparenti e canoni calmierati. Perché se la burocrazia chiude tutte le porte, l’occupazione diventa l’unica via di sopravvivenza. La domanda è: vogliamo davvero trovare una mediazione che unisca legalità e cultura, o continueremo a giocare al teatrino degli sgomberi? Io, sinceramente, la risposta non l’ho ancora vista. Ma spero di sbagliarmi. #Leonkavallo #Milano2025 #Sgombero #CulturaPopolare #Legalità #DistruzioneEDistrazione #PoliticaItaliana #UrbanCulture
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  • Il documentario che non vedrete mai in tv

    Cosa succede quando la salute pubblica viene sacrificata sull'altare del profitto?
    “Sistema Malato" è un viaggio senza filtri nel lato oscuro della sanità italiana e internazionale. Un racconto documentato che svela scandali, conflitti d’interesse e connivenze tra politica, industria farmaceutica e istituzioni sanitarie.
    Attraverso immagini di repertorio, testimonianze e dati ufficiali, il documentario ricostruisce decenni di abusi e silenzi: dal caso Poggiolini-De Lorenzo negli anni ’90 alla gestione del Covid-19, passando per il decreto Lorenzin, il ruolo di GAVI e il peso crescente delle lobby farmaceutiche.
    Un’inchiesta che non si limita a denunciare, ma invita lo spettatore a riflettere: chi decide davvero sulle nostre cure? Possiamo ancora fidarci del sistema sanitario? E soprattutto: esiste una via d’uscita? ⛔️

    È da circa 6 mesi che lavoro a questo documentario. Ora è vostro!

    L'avevo promesso: non ci fermeremo finché non verrà fatta Verità e Giustizia.

    https://www.youtube.com/watch?v=pDRMmNZ1qL8
    Il documentario che non vedrete mai in tv 📺 ❌ Cosa succede quando la salute pubblica viene sacrificata sull'altare del profitto? “Sistema Malato" è un viaggio senza filtri nel lato oscuro della sanità italiana e internazionale. Un racconto documentato che svela scandali, conflitti d’interesse e connivenze tra politica, industria farmaceutica e istituzioni sanitarie. Attraverso immagini di repertorio, testimonianze e dati ufficiali, il documentario ricostruisce decenni di abusi e silenzi: dal caso Poggiolini-De Lorenzo negli anni ’90 alla gestione del Covid-19, passando per il decreto Lorenzin, il ruolo di GAVI e il peso crescente delle lobby farmaceutiche. Un’inchiesta che non si limita a denunciare, ma invita lo spettatore a riflettere: chi decide davvero sulle nostre cure? Possiamo ancora fidarci del sistema sanitario? E soprattutto: esiste una via d’uscita? ⛔️ È da circa 6 mesi che lavoro a questo documentario. Ora è vostro! L'avevo promesso: non ci fermeremo finché non verrà fatta Verità e Giustizia. 📌 https://www.youtube.com/watch?v=pDRMmNZ1qL8
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  • 11 SETTEMBRE: COLPO DI STATO SIONISTA CONTRO IL VECCHIO MONDO !

    Non è teoria. È operazione. Non è odio.
    È verità. Il giorno in cui l’umanità è stata messa in catene digitali si chiama 11 settembre 2001. Non fu un attacco subito: fu un colpo di Stato interno, progettato, eseguito e coperto dall’élite sionista globale.

    - COSA ACCADDE DAVVERO?

    Le Torri Gemelle non crollarono per gli aerei. Crollarono a caduta libera, simmetricamente, come da demolizione controllata. WTC 7, il terzo grattacielo, crollò senza essere colpito da nulla.
    Zero intercettazioni aeree, nonostante esercitazioni militari in corso.
    Gli impianti di sicurezza gestiti da una società legata a… Marvin Bush, fratello del presidente.
    Tonnellate di documenti distrutti: su frodi miliardarie, insider trading e inchieste sulla spesa militare scomparsi in fumo.

    CHI C’ERA DAVVERO DIETRO ? I NOMI 👇🏻

    • ARCHITETTI STRATEGICI

    - Richard Perle, Paul Wolfowitz, Douglas Feith, Elliott Abrams: neocon sionisti, autori del “Project for the New American Century” (PNAC). Scrissero che ci voleva “un nuovo Pearl Harbor” per rilanciare il dominio USA-Israele.

    - Zbigniew Brzezinski (mentore di Obama e stratega NATO): teorizzava il controllo dell’Eurasia tramite shock.

    • FINANZIATORI E PROFITTATORI

    - Larry Silverstein: acquistò le Torri 6 mesi prima, le assicurò contro attacchi terroristici. Incassò oltre 7 miliardi di dollari.

    - Frank Lowy: co-proprietario del World Trade Center, sionista legato all’intelligence israeliana.

    • SERVIZI SEGRETI E APPARATI

    - Mossad: presente a New York tramite la Urban Moving Systems, copertura usata da 5 “israeliani danzanti” che filmarono il crollo festeggiando.

    - CIA e NSA: consapevoli, complici, e presenti in ogni snodo critico.

    • COPERTURA MEDIATICA

    Michael Bloomberg, Mort Zuckerman, Sumner Redstone (Rothstein), Rupert Murdoch: oligarchi dell’informazione filo-sionista che hanno zittito ogni voce dissidente.

    Alan Dershowitz: giurista e difensore pubblico dell’élite sionista negli scandali Epstein, 9/11 e oltre.

    • ISTITUZIONI DI COPERTURA

    - AIPAC: lobby israeliana che comanda il Congresso USA.

    - B’nai B’rith, ADL: gruppi di copertura per etichettare ogni voce critica come “antisemita”.

    - Council on Foreign Relations, Trilateral Commission, Skull and Bones, logge massoniche legate a Israele.

    • COSA HANNO OTTENUTO :

    - Patriot Act: legalizzata la sorveglianza di massa.

    - Guerre infinite: Iraq, Afghanistan, Siria, Libia... tutte in funzione degli interessi israeliani.

    - Controllo totale: biometria, droni, dati, passaporti sanitari. Tutto parte da quel giorno.

    - Distruzione del dissenso: ogni oppositore è terrorista, ogni verità è “cospirazionismo”.

    • NON È ANTISEMITISMO:
    È GUERRA AL POTERE !

    L’ebraismo religioso non c’entra. Il popolo ebraico è stato usato, manipolato, e sacrificato anch’esso.
    Il nemico è il sionismo apolide, globalista, elitario.
    Una rete che si infiltra, si mimetizza e sfrutta ogni tragedia per guadagnare potere.

    IN CONCLUSIONE.....

    L' 11 settembre è il momento in cui il Mondo è stato messo sotto regime.
    Da allora siamo in guerra.
    Una guerra invisibile, digitale, psicologica.
    E finché non chiameremo i colpevoli con nome e cognome, saremo schiavi.
    Il silenzio è complicità.
    La verità è la prima forma di resistenza.
    E ora, sai dove colpire.
    11 SETTEMBRE: COLPO DI STATO SIONISTA CONTRO IL VECCHIO MONDO ! Non è teoria. È operazione. Non è odio. È verità. Il giorno in cui l’umanità è stata messa in catene digitali si chiama 11 settembre 2001. Non fu un attacco subito: fu un colpo di Stato interno, progettato, eseguito e coperto dall’élite sionista globale. - COSA ACCADDE DAVVERO? Le Torri Gemelle non crollarono per gli aerei. Crollarono a caduta libera, simmetricamente, come da demolizione controllata. WTC 7, il terzo grattacielo, crollò senza essere colpito da nulla. Zero intercettazioni aeree, nonostante esercitazioni militari in corso. Gli impianti di sicurezza gestiti da una società legata a… Marvin Bush, fratello del presidente. Tonnellate di documenti distrutti: su frodi miliardarie, insider trading e inchieste sulla spesa militare scomparsi in fumo. CHI C’ERA DAVVERO DIETRO ? I NOMI 👇🏻 • ARCHITETTI STRATEGICI - Richard Perle, Paul Wolfowitz, Douglas Feith, Elliott Abrams: neocon sionisti, autori del “Project for the New American Century” (PNAC). Scrissero che ci voleva “un nuovo Pearl Harbor” per rilanciare il dominio USA-Israele. - Zbigniew Brzezinski (mentore di Obama e stratega NATO): teorizzava il controllo dell’Eurasia tramite shock. • FINANZIATORI E PROFITTATORI - Larry Silverstein: acquistò le Torri 6 mesi prima, le assicurò contro attacchi terroristici. Incassò oltre 7 miliardi di dollari. - Frank Lowy: co-proprietario del World Trade Center, sionista legato all’intelligence israeliana. • SERVIZI SEGRETI E APPARATI - Mossad: presente a New York tramite la Urban Moving Systems, copertura usata da 5 “israeliani danzanti” che filmarono il crollo festeggiando. - CIA e NSA: consapevoli, complici, e presenti in ogni snodo critico. • COPERTURA MEDIATICA Michael Bloomberg, Mort Zuckerman, Sumner Redstone (Rothstein), Rupert Murdoch: oligarchi dell’informazione filo-sionista che hanno zittito ogni voce dissidente. Alan Dershowitz: giurista e difensore pubblico dell’élite sionista negli scandali Epstein, 9/11 e oltre. • ISTITUZIONI DI COPERTURA - AIPAC: lobby israeliana che comanda il Congresso USA. - B’nai B’rith, ADL: gruppi di copertura per etichettare ogni voce critica come “antisemita”. - Council on Foreign Relations, Trilateral Commission, Skull and Bones, logge massoniche legate a Israele. • COSA HANNO OTTENUTO : - Patriot Act: legalizzata la sorveglianza di massa. - Guerre infinite: Iraq, Afghanistan, Siria, Libia... tutte in funzione degli interessi israeliani. - Controllo totale: biometria, droni, dati, passaporti sanitari. Tutto parte da quel giorno. - Distruzione del dissenso: ogni oppositore è terrorista, ogni verità è “cospirazionismo”. • NON È ANTISEMITISMO: È GUERRA AL POTERE ! L’ebraismo religioso non c’entra. Il popolo ebraico è stato usato, manipolato, e sacrificato anch’esso. Il nemico è il sionismo apolide, globalista, elitario. Una rete che si infiltra, si mimetizza e sfrutta ogni tragedia per guadagnare potere. IN CONCLUSIONE..... L' 11 settembre è il momento in cui il Mondo è stato messo sotto regime. Da allora siamo in guerra. Una guerra invisibile, digitale, psicologica. E finché non chiameremo i colpevoli con nome e cognome, saremo schiavi. Il silenzio è complicità. La verità è la prima forma di resistenza. E ora, sai dove colpire.
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  • LA QUESTIONE SI FA SEMPRE PIÙ INTRICATA.
    Garlasco, la teoria degli abusi al Santuario della Bozzola. Latitante confessa: «Chiara aveva scoperto il giro». Chi è don Vitali, il silenzio per 250mila euro
    Chiara Poggi aveva scoperto un giro di scandali sessuali legati al Santuario della Madonna della Bozzola, per questo sarebbe stata uccisa. Lo sostiene un latitante in un documento...
    https://www.ilmessaggero.it/AMP/persone/garlasco_santuario_della_bozzola_abusi_chiara_poggi_don_gregorio_vitali_oggi_chi_e_dove_si_trova_cosa_e_successo-8859661.html
    LA QUESTIONE SI FA SEMPRE PIÙ INTRICATA. Garlasco, la teoria degli abusi al Santuario della Bozzola. Latitante confessa: «Chiara aveva scoperto il giro». Chi è don Vitali, il silenzio per 250mila euro Chiara Poggi aveva scoperto un giro di scandali sessuali legati al Santuario della Madonna della Bozzola, per questo sarebbe stata uccisa. Lo sostiene un latitante in un documento... https://www.ilmessaggero.it/AMP/persone/garlasco_santuario_della_bozzola_abusi_chiara_poggi_don_gregorio_vitali_oggi_chi_e_dove_si_trova_cosa_e_successo-8859661.html
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    Garlasco, la teoria degli abusi al Santuario della Bozzola. Latitante confessa: «Chiara aveva scoperto il giro». Chi è don Vitali, il silenzio per 250mila euro
    Chiara Poggi aveva scoperto un giro di scandali sessuali legati al Santuario della Madonna della Bozzola, per questo sarebbe stata uccisa. Lo sostiene un latitante in un documento...
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  • Elio Lannutti:

    URSULA LA NAZI GUERRAFONDAIA, UNA BREVE CRONISTORIA DELL'ASCESA.

    Chi è ursula von der merden? La donna che desidera così disperatamente la continuazione della guerra in Ucraina? Kapetta della cleptonazistocratica Europa corrotta?

    Nata in una famiglia privilegiata, la sua ascesa puzza di nepotismo, con scandali che ha cercato di nascondere ai media.

    Suo padre, Ernst Albrecht, un politico della CDU (lo stesso partito che ha appena preso il potere in Germania) e ministro/presidente della Bassa Sassonia dal 1976 al 1990, ha utilizzato un'enorme ricchezza aristocratica ereditata per assicurarsi incarichi nella Comunità economica europea, regalando a Ursula scuole d'élite, radici a Bruxelles e accesso privilegiato.

    Proprio come sua figlia, il suo mantra anti-russo era standard della Guerra Fredda, pro-NATO, anti-Mosca.

    Suo nonno, Carl Albrecht, un famoso psicologo benestante, viveva delle ricchezze del cotone di Brema e dei legami con le piantagioni. Con una famiglia che prosperava all'ombra di Hitler, trasmettendo a Ursula un nome carico di significato. Sposò Heiko von der Leyen nel 1986, unendosi a una nobile dinastia della seta con tenute come il castello di Bloemersheim.

    Un parente nazista, Joachim Freiherr von der Leyen probabilmente non è l'unico oscuro segreto del periodo.

    La sua ricchezza da parte di padre è il denaro contante di Albrecht, la terra di von der merden, più uno stipendio
    € 300.000 UE, il tutto per mantenere i suoi sette figli nel lusso. Nessuno dei quali vedrà mai un campo di battaglia.

    È ferocemente anti-russa, spinge per espandere l'esercito tedesco e la NATO come ministro della Difesa (2013-2019), poi soffoca la Russia con sanzioni come capo della Commissione.

    Il suo mandato alla difesa è stato una fogna: lo "scandalo dei consulenti" ha incanalato € 150 milioni verso McKinsey e amici come Katrin Suder, infrangendo le regole con solo € 2,9 milioni dichiarati. Due telefoni cellulari di quell'epoca, citati in giudizio nel 2019, sono stati ripuliti "per sicurezza" mentre scappava nell'UE. Una palese copertura che parlamentari come Tobias Lindner e Alexander Müller hanno definito criminale.

    La ristrutturazione della nave Gorch Fock è salita da € 10 milioni a € 135 milioni, spreco che ha scrollato di dosso mentre le truppe si esercitavano con manici di scopa. Poi "Pfizergate": nel 2021, ha mandato un messaggio al CEO di Pfizer per un accordo sul vaccino da € 35 miliardi, 1,8 miliardi di dosi, nessuna supervisione. I messaggi? "Persi", dice.

    L'Ombudsman dell'UE ha indagato, l'EPPO indaga sulla corruzione e € 4 miliardi di dosi marciscono inutilizzate.

    È intoccabile, ha plagiato la sua tesi, ma questo viene ignorato, le revisioni contabili sepolte, le prove bruciate.
    La carriera di Ursula è la corruzione incarnata.

    Lei è al vertice grazie a un vasto privilegio e all'influenza di suo padre, ai soldi di suo nonno, al titolo di suo marito che l'hanno issata in alto. Sangue anti-russo, non cervello.

    La sua ricchezza? Ereditata, non creata. Scandali, furti alla difesa, telefoni scomparsi e truffe sui vaccini dimostrano tutti che è una truffatrice, protetta dalla discendenza.

    L'Europa è paralizzata da un aristocratico marcio come "leader"

    Nessuno dei suoi ricchi parenti o amici dell'élite politica morirà nella guerra che desiderano tanto disperatamente iniziare contro la Russia.

    Per oltre alle prebende un ingente stipendi, che gli pagano gli europei.

    Source:
    https://x.com/itsmeback_/status/1916061209368920289?t=KaiE1jJ8w0fRj3pwiMfSYw&s=19
    Elio Lannutti: URSULA LA NAZI GUERRAFONDAIA, UNA BREVE CRONISTORIA DELL'ASCESA. Chi è ursula von der merden? La donna che desidera così disperatamente la continuazione della guerra in Ucraina? Kapetta della cleptonazistocratica Europa corrotta? Nata in una famiglia privilegiata, la sua ascesa puzza di nepotismo, con scandali che ha cercato di nascondere ai media. Suo padre, Ernst Albrecht, un politico della CDU (lo stesso partito che ha appena preso il potere in Germania) e ministro/presidente della Bassa Sassonia dal 1976 al 1990, ha utilizzato un'enorme ricchezza aristocratica ereditata per assicurarsi incarichi nella Comunità economica europea, regalando a Ursula scuole d'élite, radici a Bruxelles e accesso privilegiato. Proprio come sua figlia, il suo mantra anti-russo era standard della Guerra Fredda, pro-NATO, anti-Mosca. Suo nonno, Carl Albrecht, un famoso psicologo benestante, viveva delle ricchezze del cotone di Brema e dei legami con le piantagioni. Con una famiglia che prosperava all'ombra di Hitler, trasmettendo a Ursula un nome carico di significato. Sposò Heiko von der Leyen nel 1986, unendosi a una nobile dinastia della seta con tenute come il castello di Bloemersheim. Un parente nazista, Joachim Freiherr von der Leyen probabilmente non è l'unico oscuro segreto del periodo. La sua ricchezza da parte di padre è il denaro contante di Albrecht, la terra di von der merden, più uno stipendio € 300.000 UE, il tutto per mantenere i suoi sette figli nel lusso. Nessuno dei quali vedrà mai un campo di battaglia. È ferocemente anti-russa, spinge per espandere l'esercito tedesco e la NATO come ministro della Difesa (2013-2019), poi soffoca la Russia con sanzioni come capo della Commissione. Il suo mandato alla difesa è stato una fogna: lo "scandalo dei consulenti" ha incanalato € 150 milioni verso McKinsey e amici come Katrin Suder, infrangendo le regole con solo € 2,9 milioni dichiarati. Due telefoni cellulari di quell'epoca, citati in giudizio nel 2019, sono stati ripuliti "per sicurezza" mentre scappava nell'UE. Una palese copertura che parlamentari come Tobias Lindner e Alexander Müller hanno definito criminale. La ristrutturazione della nave Gorch Fock è salita da € 10 milioni a € 135 milioni, spreco che ha scrollato di dosso mentre le truppe si esercitavano con manici di scopa. Poi "Pfizergate": nel 2021, ha mandato un messaggio al CEO di Pfizer per un accordo sul vaccino da € 35 miliardi, 1,8 miliardi di dosi, nessuna supervisione. I messaggi? "Persi", dice. L'Ombudsman dell'UE ha indagato, l'EPPO indaga sulla corruzione e € 4 miliardi di dosi marciscono inutilizzate. È intoccabile, ha plagiato la sua tesi, ma questo viene ignorato, le revisioni contabili sepolte, le prove bruciate. La carriera di Ursula è la corruzione incarnata. Lei è al vertice grazie a un vasto privilegio e all'influenza di suo padre, ai soldi di suo nonno, al titolo di suo marito che l'hanno issata in alto. Sangue anti-russo, non cervello. La sua ricchezza? Ereditata, non creata. Scandali, furti alla difesa, telefoni scomparsi e truffe sui vaccini dimostrano tutti che è una truffatrice, protetta dalla discendenza. L'Europa è paralizzata da un aristocratico marcio come "leader" Nessuno dei suoi ricchi parenti o amici dell'élite politica morirà nella guerra che desiderano tanto disperatamente iniziare contro la Russia. Per oltre alle prebende un ingente stipendi, che gli pagano gli europei. Source: https://x.com/itsmeback_/status/1916061209368920289?t=KaiE1jJ8w0fRj3pwiMfSYw&s=19
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