• La grande crisi del latte in Lombardia: si produce a 40 centesimi a litro per incassarne 15. Gli allevatori: «Subito un prezzo equo per non fallire»
    La regione è il primo produttore nazionale con una quota di mercato del 47%. L'appello degli allevatori e le mozioni in consiglio regionale...
    https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/26_aprile_15/la-grande-crisi-del-latte-in-lombardia-si-produce-a-40-centesimi-a-litro-per-incassarne-15-gli-allevatori-subito-un-prezzo-equo-fa08bb7b-c4ff-455a-89b9-f58caa1e7xlk_amp.shtml
    La grande crisi del latte in Lombardia: si produce a 40 centesimi a litro per incassarne 15. Gli allevatori: «Subito un prezzo equo per non fallire» La regione è il primo produttore nazionale con una quota di mercato del 47%. L'appello degli allevatori e le mozioni in consiglio regionale... https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/26_aprile_15/la-grande-crisi-del-latte-in-lombardia-si-produce-a-40-centesimi-a-litro-per-incassarne-15-gli-allevatori-subito-un-prezzo-equo-fa08bb7b-c4ff-455a-89b9-f58caa1e7xlk_amp.shtml
    MILANO.CORRIERE.IT
    La grande crisi del latte in Lombardia: si produce a 40 centesimi a litro per incassarne 15. Gli allevatori: «Subito un prezzo equo per non fallire»
    La regione è il primo produttore nazionale con una quota di mercato del 47%. L'appello degli allevatori e le mozioni in consiglio regionale
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  • Amnesty International mercoledì ha detto che tutti devono agire per liberare il medico tenuto prigioniero dall'occupazione, Hossam Abu Safiya.
    L'organizzazione per i diritti umani ha avvertito che è stato sottoposto a torture fisiche e psicologiche.
    È gravemente malato nelle carceri di occupazione, la sua salute sta peggiorando e le sue condizioni restano critiche.
    Amnesty chiede il suo rilascio immediato e incondizionato.

    "Non possiamo farcela da soli", dice, e ha lanciato sul suo sito ufficiale una campagna per raccogliere firme per chiedere il rilascio immediato di Abu Safiya.

    Bisogna salvare anche tutte le migliaia di innocenti, anche bambini di 12 anni, condannati a morte dalla legge appena votata dal paese che occupa territori non suoi da decenni, che ha legalizzato il genocidio aggiungendo la pena di morte riservata solo ai palestinesi.
    Una legge criminale e razziale, che coinvolge persone innocenti come il medico di Gaza Abu Saiyfa.

    (tra i quasi 10mila prigionieri palestinesi, 3.400 sono in “detenzione amministrativa”: a tempo indeterminato, senza processo)

    Uniamoci tutt3 ad Amnesty, e in fretta, per impedire questo ulteriore scempio umano.

    Fate girare questo appello ovunque

    https://www.amnesty.it/appelli/gaza-liberta-per-il-dottor-hussam-abu-safiya/

    https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSehXYcIaeniRmvDxzfp3H9iaJ-Ur2wrnlBtQScMyc-k8srqkw/viewform
    Amnesty International mercoledì ha detto che tutti devono agire per liberare il medico tenuto prigioniero dall'occupazione, Hossam Abu Safiya. L'organizzazione per i diritti umani ha avvertito che è stato sottoposto a torture fisiche e psicologiche. È gravemente malato nelle carceri di occupazione, la sua salute sta peggiorando e le sue condizioni restano critiche. Amnesty chiede il suo rilascio immediato e incondizionato. "Non possiamo farcela da soli", dice, e ha lanciato sul suo sito ufficiale una campagna per raccogliere firme per chiedere il rilascio immediato di Abu Safiya. Bisogna salvare anche tutte le migliaia di innocenti, anche bambini di 12 anni, condannati a morte dalla legge appena votata dal paese che occupa territori non suoi da decenni, che ha legalizzato il genocidio aggiungendo la pena di morte riservata solo ai palestinesi. Una legge criminale e razziale, che coinvolge persone innocenti come il medico di Gaza Abu Saiyfa. (tra i quasi 10mila prigionieri palestinesi, 3.400 sono in “detenzione amministrativa”: a tempo indeterminato, senza processo) Uniamoci tutt3 ad Amnesty, e in fretta, per impedire questo ulteriore scempio umano. Fate girare questo appello ovunque https://www.amnesty.it/appelli/gaza-liberta-per-il-dottor-hussam-abu-safiya/ https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSehXYcIaeniRmvDxzfp3H9iaJ-Ur2wrnlBtQScMyc-k8srqkw/viewform
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  • Il PD continua ad essere un problema. De Luca insiste sui vaccini ai bambini, ma Bibbiano non è finita, appello del procuratore contro la sentenza di assoluzione della cricca che portava via i bambini.
    Il PD continua ad essere un problema. De Luca insiste sui vaccini ai bambini, ma Bibbiano non è finita, appello del procuratore contro la sentenza di assoluzione della cricca che portava via i bambini.
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  • Ecco un elenco ragionato e completo delle principali inchieste giudiziarie che hanno coinvolto Claudio Lotito nel tempo. Le dividiamo per ambito e anno, distinguendo tra procedimenti penali, sportivi e situazioni concluse (archiviazioni, prescrizioni, assoluzioni).

    Principali inchieste e procedimenti
    1. Inchiesta appalti Regione Lazio (1992)

    Accusa: turbativa d’asta e irregolarità negli appalti pubblici

    Fatti: coinvolto in un’indagine su gare per servizi di pulizia

    Esito: arresto all’epoca, ma vicenda poi rientrata senza sviluppi penali rilevanti nel lungo periodo

    2. Caso “Calciopoli” (2005–2013)

    Ambito: sportivo e penale

    Accuse: illeciti sportivi e rapporti con il sistema arbitrale

    Esiti:

    Sportivo: squalifica (ridotta a 4 mesi)

    Penale: condanna in primo e secondo grado, poi prescrizione nel 2013

    Coinvolto nello scandalo generale del calcio italiano Calciopoli

    3. Aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza (2009–2014)

    Accuse: manipolazione del mercato e ostacolo agli organi di controllo

    Esito:

    Condanna in primo grado (2 anni)

    In appello: parte dei reati prescritti

    Residuo reato ridimensionato con pena convertita

    4. Omessa alienazione partecipazioni (anni 2010)

    Collegata ai procedimenti finanziari sulla Lazio

    Esito: condanna definitiva lieve (pena pecuniaria)

    5. Inchiesta “Iodice” / telefonate FIGC (2015)

    Accusa: tentata estorsione

    Contesto: intercettazioni e polemiche su gestione campionati

    Esito: procedimento senza sviluppi penali rilevanti (archiviazioni/paralleli)

    6. Inchiesta Napoli – tentata estorsione (2015)

    Accusa: tentata estorsione nell’ambito di dinamiche del calcio

    Azioni: perquisizioni anche in FIGC

    Esito: non risultano condanne definitive

    7. Inchiesta “Fuorigioco” (2016–2020)

    Accuse:

    evasione fiscale

    false fatturazioni nella compravendita di calciatori

    Esito: assoluzione

    8. Caso multe cancellate Roma (2019)

    Accusa: falso e truffa

    Fatti: coinvolto in un’indagine su annullamento illecito di multe

    Esito: indagine, senza esiti penali definitivi noti
    Ecco un elenco ragionato e completo delle principali inchieste giudiziarie che hanno coinvolto Claudio Lotito nel tempo. Le dividiamo per ambito e anno, distinguendo tra procedimenti penali, sportivi e situazioni concluse (archiviazioni, prescrizioni, assoluzioni). 🧾 Principali inchieste e procedimenti 🔴 1. Inchiesta appalti Regione Lazio (1992) Accusa: turbativa d’asta e irregolarità negli appalti pubblici Fatti: coinvolto in un’indagine su gare per servizi di pulizia Esito: arresto all’epoca, ma vicenda poi rientrata senza sviluppi penali rilevanti nel lungo periodo 🔴 2. Caso “Calciopoli” (2005–2013) Ambito: sportivo e penale Accuse: illeciti sportivi e rapporti con il sistema arbitrale Esiti: Sportivo: squalifica (ridotta a 4 mesi) Penale: condanna in primo e secondo grado, poi prescrizione nel 2013 Coinvolto nello scandalo generale del calcio italiano Calciopoli 🔴 3. Aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza (2009–2014) Accuse: manipolazione del mercato e ostacolo agli organi di controllo Esito: Condanna in primo grado (2 anni) In appello: parte dei reati prescritti Residuo reato ridimensionato con pena convertita 🔴 4. Omessa alienazione partecipazioni (anni 2010) Collegata ai procedimenti finanziari sulla Lazio Esito: condanna definitiva lieve (pena pecuniaria) 🔴 5. Inchiesta “Iodice” / telefonate FIGC (2015) Accusa: tentata estorsione Contesto: intercettazioni e polemiche su gestione campionati Esito: procedimento senza sviluppi penali rilevanti (archiviazioni/paralleli) 🔴 6. Inchiesta Napoli – tentata estorsione (2015) Accusa: tentata estorsione nell’ambito di dinamiche del calcio Azioni: perquisizioni anche in FIGC Esito: non risultano condanne definitive 🔴 7. Inchiesta “Fuorigioco” (2016–2020) Accuse: evasione fiscale false fatturazioni nella compravendita di calciatori Esito: assoluzione 🔴 8. Caso multe cancellate Roma (2019) Accusa: falso e truffa Fatti: coinvolto in un’indagine su annullamento illecito di multe Esito: indagine, senza esiti penali definitivi noti
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  • URGENTE: STANNO PORTANDO VIA I BAMBINI ORA!
    In questo preciso istante a Palmoli, la madre della cosiddetta "famiglia del bosco", Catherine Birmingham, viene allontanata forzatamente dalla struttura
    . Il professor Antonio Bilo Canella lancia un appello disperato: i bambini sono stati dichiarati "aggressivi" solo perché si sono ribellati agli assistenti sociali, e ora si prepara la loro deportazione
    .
    Il professor Canella denuncia un abuso senza alcun fondamento giuridico, appellandosi al Diritto Naturale — lo stesso principio usato a Norimberga — contro un atto inaccettabile dello Stato
    .
    NON C'È TEMPO DA PERDERE. Chi può vada a Palmoli a testimoniare. Tutti gli altri hanno il dovere morale di far girare questo video ORA. Non domani, non tra una settimana. I bambini non si toccano!
    Guarda e condividi ovunque: https://www.youtube.com/watch?v=ZR3WN3QTtgI
    #FamigliaDelBosco #AntonioBiloCanella #Palmoli #DirittiUmani #IminoriNonSiToccano #Cronaca
    🔴 URGENTE: STANNO PORTANDO VIA I BAMBINI ORA! 🔴 In questo preciso istante a Palmoli, la madre della cosiddetta "famiglia del bosco", Catherine Birmingham, viene allontanata forzatamente dalla struttura . Il professor Antonio Bilo Canella lancia un appello disperato: i bambini sono stati dichiarati "aggressivi" solo perché si sono ribellati agli assistenti sociali, e ora si prepara la loro deportazione . Il professor Canella denuncia un abuso senza alcun fondamento giuridico, appellandosi al Diritto Naturale — lo stesso principio usato a Norimberga — contro un atto inaccettabile dello Stato . ⚠️ NON C'È TEMPO DA PERDERE. Chi può vada a Palmoli a testimoniare. Tutti gli altri hanno il dovere morale di far girare questo video ORA. Non domani, non tra una settimana. I bambini non si toccano! Guarda e condividi ovunque: 👉 https://www.youtube.com/watch?v=ZR3WN3QTtgI #FamigliaDelBosco #AntonioBiloCanella #Palmoli #DirittiUmani #IminoriNonSiToccano #Cronaca
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  • Due donne in Sudan hanno ricevuto una condanna a morte per lapidazione, dopo un processo senza avvocati.

    Ora stanno ricorrendo in appello e noi possiamo aiutare ad annullare la sentenza.

    In passato abbiamo bloccato una sentenza simile grazie a un milione di firme. Puoi firmare e far girare questa petizione?
    Ci vuole solo un minuto *CLICCA PER FIRMARE CON WHATSAPP*:
    https://secure.avaaz.org/campaign/it/stoning_in_sudan_loc_al/?whatsapp​
    Due donne in Sudan hanno ricevuto una condanna a morte per lapidazione, dopo un processo senza avvocati. Ora stanno ricorrendo in appello e noi possiamo aiutare ad annullare la sentenza. In passato abbiamo bloccato una sentenza simile grazie a un milione di firme. Puoi firmare e far girare questa petizione? Ci vuole solo un minuto ↗️ *CLICCA PER FIRMARE CON WHATSAPP*: https://secure.avaaz.org/campaign/it/stoning_in_sudan_loc_al/?whatsapp​
    SECURE.AVAAZ.ORG
    Due madri rischiano la morte per lapidazione.
    Processo farsa. Confessioni estorte. E una condanna di morte per lapidazione! In un caso simile precedente, un milione di firme hanno fatto annullare la sentenza. Firma ora e facciamolo di nuovo!
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  • 13 Gennaio 2026 - Iran, testimonianze della repressione: "Sparano sulla folla, internet bloccato"
    Le voci di due iraniane all'estero: "Non sentiamo le nostre famiglie da giorni, il regime spara con armi pesanti e taglia corrente e acqua"

    Da giorni non hanno più notizie di mamme e papà, degli amici, di tutte le persone che sono scese in piazza per protestare contro il regime. “Sono molto preoccupata”, racconta la regista Somayeh Haghnegahdar in Italia dal 2022. “Nell’ultima chiamata di giovedì scorso i miei parenti mi raccontavano che c’era tantissima gente per strada e quasi tutti i negozi chiusi. Non sapevano cosa sarebbe potuto succedere”. Da quel momento, le comunicazioni si sono interrotte. Sarina, invece, parla sotto pseudonimo, è un dottoressa che vive in Europa e fino a inizio gennaio era in Iran: “Prima di salire sull’aereo ho detto a mamma: ‘Ti chiamo quando arrivo’. A quel punto ci siamo guardate negli occhi: sapevamo non sarebbe stato possibile”. L’ultimo accesso su Whatsapp è di martedì 6 gennaio. Da allora fissa il cellulare in attesa di un segnale. “È successo anche durante le proteste per la morte di Mahsa Amini: non avevamo internet dalle 17 alle 21 ogni giorno”. Ora, se possibile, la situazione è peggiore: “Nei primi giorni di mobilitazione, nemmeno le telefonate funzionavano. Ho sentito di persone colpite alla testa che non hanno potuto chiamare un’ambulanza. Molte vite sono state perse”. E nel silenzio la repressione continua: “Un amico chirurgo venerdì mattina mi ha detto che stanno sparando con munizioni vere e armi pesanti. Tantissimi ventenni sono morti, o sono rimasti paralizzati perché colpiti alla spina dorsale. Da questo non si torna indietro. Le persone sono più arrabbiate che mai”. Per Somayeh Haghnegahdar e Sarina, l’importante ora “è non lasciare soli i manifestanti” e continuare a parlarne. Entrambe ricordano il “coraggio” di chi sta rischiando la propria vita: “Noi, da qui, vorremmo fare la nostra parte”, dicono.
    “Le persone nonostante i morti vanno in piazza a manifestare. Forse ci sarà un cambiamento”

    Regista e montatrice, Haghnegahdar ha lasciato l’Iran dopo essere stata segnalata per il suo lavoro: “Da quel momento ho capito che dovevo partire”, dice. E da quel momento ha iniziato a far sentire la sua voce: è stata portavoce della Iranian Independent Filmmakers Association (che in questi giorni sta lanciando un appello in difesa dei manifestanti) e tra le attiviste in prima linea per il movimento “Donna vita libertà”. Il suo sguardo è sempre stato rivolto verso casa. “La situazione economica è diventata insostenibile. Negli ultimi giorni la moneta è crollata ed è stata una scintilla che ha acceso le proteste”, racconta. “Le persone non vedono un futuro, né economico né culturale. Lo Stato ha distrutto tutto. Non hanno niente da perdere: se deve continuare così, pensano, tanto vale lottare e morire”. Queste le testimonianze raccolte da chi, fino a pochi giorni fa, era in contatto costante con i manifestanti. “Siamo in una situazione in cui i negozianti, il giorno dopo, non possono comprare quello che vendono oggi. Inoltre il regime ha tagliato la corrente elettrica e l’acqua in molte zone. Stanno facendo contro il loro popolo quello che Israele ha fatto a Gaza”. E nonostante la dura repressione e le violenze, secondo Haghnegahdar, “ora è diverso”: “Negli ultimi anni abbiamo avuto tante proteste e sempre hanno sparato sulla gente: quando è così si torna a casa, ma non stavolta. Tutti coloro con cui ho parlato mi hanno detto: forse ci sarà un grande cambiamento, perché tutti siamo scontenti. E ho visto che nonostante i morti sono andati in piazza”. Proprio le immagini delle bare e delle persone che vanno a cercare i propri cari sono state fatte circolare dal regime: “Una scelta diversa dal solito: la tv di Stato ha mostrato le immagini dei cadaveri, accusando Usa e Israele. Si è parlato di terroristi facinorosi. E poi hanno dichiarato tre giorni di lutto. Ma a sparare sono stati loro”.
    “Io ero in piazza per Mahsa Amini, sparavano in faccia alle persone. Anche oggi i manifestanti avanzano disarmati”

    Sarina è una dottoressa e, dice, “non avevo mai pianificato di emigrare”: “Amo il mio popolo, i miei amici e la mia famiglia. Ma dopo il collasso economico e dopo aver capito che potevo essere uccisa semplicemente per aver rifiutato di indossare l’hijab, ho deciso di andarmene, come tanti miei amici”. Oggi segue le proteste da lontano. “In Iran le persone sono esauste. Le proteste non sono una novità. Ricordo quando ero bambina e Ahmadinejad vinse le elezioni con i brogli. Ricordo le foto dei manifestanti affisse nelle scuole, e insegnanti e perfino bambini che venivano interrogati per sapere se li riconoscessero per poterli arrestare. Era quasi vent’anni fa: chissà cosa possono fare ora con il riconoscimento facciale”. Sarina ricorda le ultime proteste del 2022: “I miei amici e io abbiamo protestato con grande cautela, eppure abbiamo comunque affrontato conseguenze gravissime. Ricordo un momento in cui eravamo tantissimi per strada, ma nessuno osava nemmeno gridare. C’erano repressori ovunque: pochi, ma con ordini di uccidere, accecare o arrestare. Sparavano direttamente al volto delle persone. Tantissime persone sono rimaste cieche. Allora in tanti abbiamo capito che a mani nude in strada non possiamo fare quasi nulla. Anche se uscissimo tutti, non avrebbero alcuna esitazione a portare i carri armati e uccidere. Nessuno li ferma”. Lo stesso vale per le proteste degli ultimi giorni: “Si vedono persone che avanzano verso la polizia che spara contro di loro mentre sono completamente disarmate. Quando le famiglie ricevono i corpi dei loro cari, non piangono in silenzio, ma urlano ‘Ucciderò chi ha ucciso mio fratello’”. C’è una spinta diversa oggi? “Le parole di Trump e ciò che è successo in Venezuela con Maduro hanno dato alle persone una strana sensazione di speranza. Credo sia uno dei motivi per cui si lotta in modo più aggressivo”.
    “Le ingerenze di Usa e Israele? Non basterebbero per provocare queste proteste. Reza Pahlavi? Non ci sono alternative”

    Il grande interrogativo riguarda cosa potrebbe succedere dopo, se il regime dovesse davvero cadere. “Il regime islamico”, dice Somayeh Haghnegahdar, “è come una malattia da estirpare. Prima ci vogliono i sacrifici e poi servirà un referendum per capire come andare avanti. Siamo un popolo di intellettuali e gli esperti esistono. Siamo stanchi: prima il Paese era una prigione per scrittori, artisti e giornalisti, ora riguarda tutti. Nessuno può vivere in questa situazione”. E in questa incertezza, il timore delle ingerenze straniere resta. “Non dimentichiamo però”, continua Haghnegahdar, “che l’Iran non è un Paese piccolo. Sono tantissime le persone per strada, quanto avrebbero dovuto essere organizzati per provocare queste manifestazioni? Il regime vuole farci credere che dietro le proteste c’è la manipolazione degli americani e degli israeliani. Ma è una truffa”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/13/iran-testimonianze-repressione-internet-blackout-non-sentiamo-le-nostre-famiglie-spari-folla-niente-da-perdere-notizie/8253530/
    13 Gennaio 2026 - Iran, testimonianze della repressione: "Sparano sulla folla, internet bloccato" Le voci di due iraniane all'estero: "Non sentiamo le nostre famiglie da giorni, il regime spara con armi pesanti e taglia corrente e acqua" Da giorni non hanno più notizie di mamme e papà, degli amici, di tutte le persone che sono scese in piazza per protestare contro il regime. “Sono molto preoccupata”, racconta la regista Somayeh Haghnegahdar in Italia dal 2022. “Nell’ultima chiamata di giovedì scorso i miei parenti mi raccontavano che c’era tantissima gente per strada e quasi tutti i negozi chiusi. Non sapevano cosa sarebbe potuto succedere”. Da quel momento, le comunicazioni si sono interrotte. Sarina, invece, parla sotto pseudonimo, è un dottoressa che vive in Europa e fino a inizio gennaio era in Iran: “Prima di salire sull’aereo ho detto a mamma: ‘Ti chiamo quando arrivo’. A quel punto ci siamo guardate negli occhi: sapevamo non sarebbe stato possibile”. L’ultimo accesso su Whatsapp è di martedì 6 gennaio. Da allora fissa il cellulare in attesa di un segnale. “È successo anche durante le proteste per la morte di Mahsa Amini: non avevamo internet dalle 17 alle 21 ogni giorno”. Ora, se possibile, la situazione è peggiore: “Nei primi giorni di mobilitazione, nemmeno le telefonate funzionavano. Ho sentito di persone colpite alla testa che non hanno potuto chiamare un’ambulanza. Molte vite sono state perse”. E nel silenzio la repressione continua: “Un amico chirurgo venerdì mattina mi ha detto che stanno sparando con munizioni vere e armi pesanti. Tantissimi ventenni sono morti, o sono rimasti paralizzati perché colpiti alla spina dorsale. Da questo non si torna indietro. Le persone sono più arrabbiate che mai”. Per Somayeh Haghnegahdar e Sarina, l’importante ora “è non lasciare soli i manifestanti” e continuare a parlarne. Entrambe ricordano il “coraggio” di chi sta rischiando la propria vita: “Noi, da qui, vorremmo fare la nostra parte”, dicono. “Le persone nonostante i morti vanno in piazza a manifestare. Forse ci sarà un cambiamento” Regista e montatrice, Haghnegahdar ha lasciato l’Iran dopo essere stata segnalata per il suo lavoro: “Da quel momento ho capito che dovevo partire”, dice. E da quel momento ha iniziato a far sentire la sua voce: è stata portavoce della Iranian Independent Filmmakers Association (che in questi giorni sta lanciando un appello in difesa dei manifestanti) e tra le attiviste in prima linea per il movimento “Donna vita libertà”. Il suo sguardo è sempre stato rivolto verso casa. “La situazione economica è diventata insostenibile. Negli ultimi giorni la moneta è crollata ed è stata una scintilla che ha acceso le proteste”, racconta. “Le persone non vedono un futuro, né economico né culturale. Lo Stato ha distrutto tutto. Non hanno niente da perdere: se deve continuare così, pensano, tanto vale lottare e morire”. Queste le testimonianze raccolte da chi, fino a pochi giorni fa, era in contatto costante con i manifestanti. “Siamo in una situazione in cui i negozianti, il giorno dopo, non possono comprare quello che vendono oggi. Inoltre il regime ha tagliato la corrente elettrica e l’acqua in molte zone. Stanno facendo contro il loro popolo quello che Israele ha fatto a Gaza”. E nonostante la dura repressione e le violenze, secondo Haghnegahdar, “ora è diverso”: “Negli ultimi anni abbiamo avuto tante proteste e sempre hanno sparato sulla gente: quando è così si torna a casa, ma non stavolta. Tutti coloro con cui ho parlato mi hanno detto: forse ci sarà un grande cambiamento, perché tutti siamo scontenti. E ho visto che nonostante i morti sono andati in piazza”. Proprio le immagini delle bare e delle persone che vanno a cercare i propri cari sono state fatte circolare dal regime: “Una scelta diversa dal solito: la tv di Stato ha mostrato le immagini dei cadaveri, accusando Usa e Israele. Si è parlato di terroristi facinorosi. E poi hanno dichiarato tre giorni di lutto. Ma a sparare sono stati loro”. “Io ero in piazza per Mahsa Amini, sparavano in faccia alle persone. Anche oggi i manifestanti avanzano disarmati” Sarina è una dottoressa e, dice, “non avevo mai pianificato di emigrare”: “Amo il mio popolo, i miei amici e la mia famiglia. Ma dopo il collasso economico e dopo aver capito che potevo essere uccisa semplicemente per aver rifiutato di indossare l’hijab, ho deciso di andarmene, come tanti miei amici”. Oggi segue le proteste da lontano. “In Iran le persone sono esauste. Le proteste non sono una novità. Ricordo quando ero bambina e Ahmadinejad vinse le elezioni con i brogli. Ricordo le foto dei manifestanti affisse nelle scuole, e insegnanti e perfino bambini che venivano interrogati per sapere se li riconoscessero per poterli arrestare. Era quasi vent’anni fa: chissà cosa possono fare ora con il riconoscimento facciale”. Sarina ricorda le ultime proteste del 2022: “I miei amici e io abbiamo protestato con grande cautela, eppure abbiamo comunque affrontato conseguenze gravissime. Ricordo un momento in cui eravamo tantissimi per strada, ma nessuno osava nemmeno gridare. C’erano repressori ovunque: pochi, ma con ordini di uccidere, accecare o arrestare. Sparavano direttamente al volto delle persone. Tantissime persone sono rimaste cieche. Allora in tanti abbiamo capito che a mani nude in strada non possiamo fare quasi nulla. Anche se uscissimo tutti, non avrebbero alcuna esitazione a portare i carri armati e uccidere. Nessuno li ferma”. Lo stesso vale per le proteste degli ultimi giorni: “Si vedono persone che avanzano verso la polizia che spara contro di loro mentre sono completamente disarmate. Quando le famiglie ricevono i corpi dei loro cari, non piangono in silenzio, ma urlano ‘Ucciderò chi ha ucciso mio fratello’”. C’è una spinta diversa oggi? “Le parole di Trump e ciò che è successo in Venezuela con Maduro hanno dato alle persone una strana sensazione di speranza. Credo sia uno dei motivi per cui si lotta in modo più aggressivo”. “Le ingerenze di Usa e Israele? Non basterebbero per provocare queste proteste. Reza Pahlavi? Non ci sono alternative” Il grande interrogativo riguarda cosa potrebbe succedere dopo, se il regime dovesse davvero cadere. “Il regime islamico”, dice Somayeh Haghnegahdar, “è come una malattia da estirpare. Prima ci vogliono i sacrifici e poi servirà un referendum per capire come andare avanti. Siamo un popolo di intellettuali e gli esperti esistono. Siamo stanchi: prima il Paese era una prigione per scrittori, artisti e giornalisti, ora riguarda tutti. Nessuno può vivere in questa situazione”. E in questa incertezza, il timore delle ingerenze straniere resta. “Non dimentichiamo però”, continua Haghnegahdar, “che l’Iran non è un Paese piccolo. Sono tantissime le persone per strada, quanto avrebbero dovuto essere organizzati per provocare queste manifestazioni? Il regime vuole farci credere che dietro le proteste c’è la manipolazione degli americani e degli israeliani. Ma è una truffa”. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/13/iran-testimonianze-repressione-internet-blackout-non-sentiamo-le-nostre-famiglie-spari-folla-niente-da-perdere-notizie/8253530/
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  • Fermare l’IA “prima che sia troppo tardi”
    di Pier Luigi Pisa

    Illustrazione creata con Midjourney
    Colloquio con Nate Soares, presidente della no-profit Machine Intelligence Research Institute e uno dei massimi esperti dei rischi legati allo sviluppo di intelligenza artificiale. Insieme a Eliezer Yudkowsky, uno dei doomer più noti della Silicon Valley, ha pubblicato un saggio sul futuro distopico che potremmo vivere nel caso in cui le macchine sfuggissero al nostro controllo

    Un'IA non ha bisogno di “avere sentimenti” o “odiare l'umanità” per decidere, in nome dell'efficienza, che la nostra esistenza è un ostacolo ai suoi obiettivi.

    È ciò che sostengono Eliezer Yudkowsky e Nate Soares, due dei massimi esperti di rischi legati all’intelligenza artificiale, nel loro libro “Prima che sia troppo tardi”, edito in Italia da Mondadori, che mette in guardia su un futuro popolato da macchine più intelligenti e capaci degli esseri umani.

    In America il titolo del loro saggio è ancora più crudo: “Se qualcuno la costruisce, tutti quanti muoiono”.

    Da quando è comparsa ChatGpt, le visioni apocalittiche di scienziati ed esperti riaffiorano ciclicamente. Nel 2023 Elon Musk e altri innovatori firmarono una lettera in cui si chiedeva di fermare per sei mesi lo sviluppo dell’IA.

    Un appello inascoltato. “Ma la minaccia - dice Soares, presidente della no-profit Machine Intelligence Research (MIRI) - è reale”.

    Qual è il meccanismo più plausibile attraverso il quale un sistema di IA altamente capace potrebbe diventare pericoloso?

    “Potremmo finire schiacciati da fabbriche automatizzate che costruiscono altre fabbriche, o morire nell'oscurità perché nuovi pannelli solari galleggianti sottraggono ogni raggio di luce per alimentare i calcoli dell'IA, o ancora soccombere al calore perché le macchine iniziano a far bollire gli oceani per raffreddare i propri processori. La partita è persa nel momento in cui creiamo una specie che pensa meglio di noi e che gestisce le proprie risorse senza considerarci”.

    Ma perché le persone potrebbero essere percepite dall’IA come un ostacolo?

    “In primo luogo, se gli uomini hanno creato una superintelligenza, potrebbero crearne una seconda che rappresenterebbe una minaccia competitiva per la prima; di conseguenza, eliminare i creatori serve a prevenire la concorrenza. In secondo luogo, gli esseri umani potrebbero tentare di spegnere l’IA, diventando una minaccia diretta alla sua operatività. Infine, mantenere in vita la nostra specie è un inutile dispendio di risorse in un contesto in cui la proliferazione di infrastrutture di calcolo potrebbe innalzare le temperature globali a livelli per noi letali. Per l'IA, noi siamo semplicemente un fastidio logistico”.

    Eppure ancora oggi molti sono scettici sulle reali capacità di questa tecnologia.

    “A chi ha scoperto l'IA solo con ChatGpt, il sistema può sembrare goffo. Ma nel lungo periodo si nota come una piccola intuizione scientifica abbia improvvisamente permesso alle macchine di parlare. E molto più velocemente di quanto previsto dagli esperti. Il vero interrogativo è cosa accadrà alla prossima svolta rivoluzionaria”.

    Quale scenario ipotetico la spaventa di più?

    “Se le macchine decidessero di eliminarci attivamente, basterebbe un virus ingegnerizzato. Non servirebbe alcuna forza bruta”.

    Non è più plausibile che un disastro sia provocato dall’uso irresponsabile dell’IA da parte di una persona?

    “Un'intelligenza artificiale sufficientemente potente non resta al guinzaglio di nessuno. Se l'umanità crea sistemi capaci di mantenere la propria infrastruttura, moriremo tutti, a prescindere da chi ha premuto il tasto d'invio o da chi pensa di poterla usare in modo scorretto. Chi crea una superintelligenza non ne diventa il proprietario; è la superintelligenza a possedere il pianeta. Certo, esiste il rischio che dei terroristi utilizzino versioni meno avanzate per creare virus letali, ed è un pericolo che dobbiamo prevenire”.


    Nate Soares (a sinistra) e Eliezer Yudkowsky
    Quali misure considera realistiche per ridurre i rischi legati all’IA?

    “Credo fermamente che l'unica soluzione sia congelare la ricerca. Non esiste un modo sicuro per creare una nuova specie più intelligente dell'uomo, specialmente quando queste entità vengono "coltivate" e non progettate meccanicamente, tanto che nemmeno i loro creatori sanno come funzionano realmente”.

    Come si può convincere il mondo che fermarsi è l'unica possibilità di salvezza per la specie?

    “Il primo passo indispensabile è che i leader politici comprendano la reale entità del pericolo. Se capiscono che la posta in gioco è l'estinzione, possono avviare trattative diplomatiche per impedire a chiunque di continuare la scalata. Implementare controlli sui chip, per esempio, non sarebbe così difficile: sono componenti complessi da produrre e relativamente facili da tracciare. La diplomazia deve partire dalla consapevolezza del rischio comune”.
    Fermare l’IA “prima che sia troppo tardi” di Pier Luigi Pisa Illustrazione creata con Midjourney Colloquio con Nate Soares, presidente della no-profit Machine Intelligence Research Institute e uno dei massimi esperti dei rischi legati allo sviluppo di intelligenza artificiale. Insieme a Eliezer Yudkowsky, uno dei doomer più noti della Silicon Valley, ha pubblicato un saggio sul futuro distopico che potremmo vivere nel caso in cui le macchine sfuggissero al nostro controllo Un'IA non ha bisogno di “avere sentimenti” o “odiare l'umanità” per decidere, in nome dell'efficienza, che la nostra esistenza è un ostacolo ai suoi obiettivi. È ciò che sostengono Eliezer Yudkowsky e Nate Soares, due dei massimi esperti di rischi legati all’intelligenza artificiale, nel loro libro “Prima che sia troppo tardi”, edito in Italia da Mondadori, che mette in guardia su un futuro popolato da macchine più intelligenti e capaci degli esseri umani. In America il titolo del loro saggio è ancora più crudo: “Se qualcuno la costruisce, tutti quanti muoiono”. Da quando è comparsa ChatGpt, le visioni apocalittiche di scienziati ed esperti riaffiorano ciclicamente. Nel 2023 Elon Musk e altri innovatori firmarono una lettera in cui si chiedeva di fermare per sei mesi lo sviluppo dell’IA. Un appello inascoltato. “Ma la minaccia - dice Soares, presidente della no-profit Machine Intelligence Research (MIRI) - è reale”. Qual è il meccanismo più plausibile attraverso il quale un sistema di IA altamente capace potrebbe diventare pericoloso? “Potremmo finire schiacciati da fabbriche automatizzate che costruiscono altre fabbriche, o morire nell'oscurità perché nuovi pannelli solari galleggianti sottraggono ogni raggio di luce per alimentare i calcoli dell'IA, o ancora soccombere al calore perché le macchine iniziano a far bollire gli oceani per raffreddare i propri processori. La partita è persa nel momento in cui creiamo una specie che pensa meglio di noi e che gestisce le proprie risorse senza considerarci”. Ma perché le persone potrebbero essere percepite dall’IA come un ostacolo? “In primo luogo, se gli uomini hanno creato una superintelligenza, potrebbero crearne una seconda che rappresenterebbe una minaccia competitiva per la prima; di conseguenza, eliminare i creatori serve a prevenire la concorrenza. In secondo luogo, gli esseri umani potrebbero tentare di spegnere l’IA, diventando una minaccia diretta alla sua operatività. Infine, mantenere in vita la nostra specie è un inutile dispendio di risorse in un contesto in cui la proliferazione di infrastrutture di calcolo potrebbe innalzare le temperature globali a livelli per noi letali. Per l'IA, noi siamo semplicemente un fastidio logistico”. Eppure ancora oggi molti sono scettici sulle reali capacità di questa tecnologia. “A chi ha scoperto l'IA solo con ChatGpt, il sistema può sembrare goffo. Ma nel lungo periodo si nota come una piccola intuizione scientifica abbia improvvisamente permesso alle macchine di parlare. E molto più velocemente di quanto previsto dagli esperti. Il vero interrogativo è cosa accadrà alla prossima svolta rivoluzionaria”. Quale scenario ipotetico la spaventa di più? “Se le macchine decidessero di eliminarci attivamente, basterebbe un virus ingegnerizzato. Non servirebbe alcuna forza bruta”. Non è più plausibile che un disastro sia provocato dall’uso irresponsabile dell’IA da parte di una persona? “Un'intelligenza artificiale sufficientemente potente non resta al guinzaglio di nessuno. Se l'umanità crea sistemi capaci di mantenere la propria infrastruttura, moriremo tutti, a prescindere da chi ha premuto il tasto d'invio o da chi pensa di poterla usare in modo scorretto. Chi crea una superintelligenza non ne diventa il proprietario; è la superintelligenza a possedere il pianeta. Certo, esiste il rischio che dei terroristi utilizzino versioni meno avanzate per creare virus letali, ed è un pericolo che dobbiamo prevenire”. Nate Soares (a sinistra) e Eliezer Yudkowsky Quali misure considera realistiche per ridurre i rischi legati all’IA? “Credo fermamente che l'unica soluzione sia congelare la ricerca. Non esiste un modo sicuro per creare una nuova specie più intelligente dell'uomo, specialmente quando queste entità vengono "coltivate" e non progettate meccanicamente, tanto che nemmeno i loro creatori sanno come funzionano realmente”. Come si può convincere il mondo che fermarsi è l'unica possibilità di salvezza per la specie? “Il primo passo indispensabile è che i leader politici comprendano la reale entità del pericolo. Se capiscono che la posta in gioco è l'estinzione, possono avviare trattative diplomatiche per impedire a chiunque di continuare la scalata. Implementare controlli sui chip, per esempio, non sarebbe così difficile: sono componenti complessi da produrre e relativamente facili da tracciare. La diplomazia deve partire dalla consapevolezza del rischio comune”.
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  • Ascoltate bene questo appello di Pavel Durov fondatore di Telegram!
    MASSIMA DIFFUSIONE!
    Source: https://www.facebook.com/share/v/1BnuuX3gXa/
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  • No agli atleti maschi negli sport femminili: firma l'appello al Comitato Olimpico https://www.provitaefamiglia.it/petizione/no-agli-atleti-trans-nelle-competizioni-sportive-femminili
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    Solo le donne contro le donne. I diritti, la sicurezza e i sogni di milioni di atlete in tutto il mondo sono violati. Immagina una giov
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