• MILANO E LA POLITICA DELL’ABITARE
    I numeri non mentono. La politica sì.

    Inutile girarci intorno: la politica dell’abitare è la vera emergenza strutturale di Milano, trasversale a tutte le fasce di reddito.
    E puntualmente, quando si avvicinano le elezioni, gli stessi responsabili del disastro riscoprono improvvisamente la “sensibilità sociale”.

    È un copione già visto.
    Un po’ come la passerella di ieri sera a San Siro: chi per anni ha definito lo stadio “obsoleto” oggi lo celebra come simbolo identitario, senza alcuna autocritica. Coerenza zero, propaganda massima.

    Ma torniamo ai fatti, perché i numeri sull’edilizia pubblica sono impietosi:

    Quota di edilizia pubblica/sociale nelle nuove lottizzazioni:

    Anni ’60–’70: 30–60% (in molti casi fino al 100%)
    Anni ’80–’90: 15–30%
    Giunta Albertini: 10–20%
    Giunta Moratti: 0–5%
    Giunta Pisapia: 8–12%
    Giunta Sala: 5–10%

    Prima: fino al 100% di edilizia pubblica nelle trasformazioni urbane
    Oggi: meno del 10%

    Nel frattempo, i prezzi delle case e degli affitti sono esplosi.

    La conclusione è fin troppo evidente:
    governi diversi, stesso risultato sull’abitare.
    A Milano destra e sinistra non hanno cambiato rotta, né sul diritto alla casa né sulla gestione (o svendita) del patrimonio pubblico.
    Questa è la verità che nessuno vuole dire.

    Adesso basta
    Milano può cambiare, ma solo se ha il coraggio di liberarsi da schemi fallimentari che arricchiscono pochi ed escludono molti.
    Un’alternativa esiste ed è chiara:
    - riportare la casa sociale a gestione pubblica al centro delle politiche urbane
    - ispirarsi a modelli europei vincenti, come Vienna, dove l’housing pubblico è una leva strategica e non un fastidio da ridurre.

    Proposte concrete:
    - creazione di un’Agenzia interamente pubblica per la gestione del patrimonio ERP / ERS
    - istituzione di un Consiglio cittadino per la casa, composto da:
    comitati di quartiere
    sindacati,
    associazioni degli inquilini
    esperti di urbanistica e politiche abitative

    Trasparenza reale, non slogan:
    pubblicazione mensile sul portale del Comune di Milano:
    - stato di avanzamento di tutti i cantieri
    elenco degli alloggi assegnati
    dati aggiornati sul patrimonio abitativo pubblico

    È davvero troppo pretendere trasparenza e diritto alla casa?
    È un’eresia chiedere che uno dei bisogni primari venga trattato come una priorità pubblica?
    No.
    È semplicemente aprire gli occhi sulla realtà.

    Per riportare l’edilizia pubblica al centro
    Per una città accessibile a chi la vive davvero
    Milano deve tornare ai cittadini.

    #Milano #PoliticaDellAbitare #DirittoAllaCasa #EdiliziaPubblica #CasaAMilano #Affitti #Urbanistica #ERP #ERS #PoliticaUrbana #MilanoLibera #MassimilianoLisa #sindaco
    🏙️ MILANO E LA POLITICA DELL’ABITARE 📉 I numeri non mentono. La politica sì. Inutile girarci intorno: la politica dell’abitare è la vera emergenza strutturale di Milano, trasversale a tutte le fasce di reddito. E puntualmente, quando si avvicinano le elezioni, gli stessi responsabili del disastro riscoprono improvvisamente la “sensibilità sociale”. È un copione già visto. Un po’ come la passerella di ieri sera a San Siro: chi per anni ha definito lo stadio “obsoleto” oggi lo celebra come simbolo identitario, senza alcuna autocritica. Coerenza zero, propaganda massima. Ma torniamo ai fatti, perché i numeri sull’edilizia pubblica sono impietosi: 📊 Quota di edilizia pubblica/sociale nelle nuove lottizzazioni: Anni ’60–’70: 30–60% (in molti casi fino al 100%) Anni ’80–’90: 15–30% Giunta Albertini: 10–20% Giunta Moratti: 0–5% Giunta Pisapia: 8–12% Giunta Sala: 5–10% ➡️ Prima: fino al 100% di edilizia pubblica nelle trasformazioni urbane ➡️ Oggi: meno del 10% 💸 Nel frattempo, i prezzi delle case e degli affitti sono esplosi. La conclusione è fin troppo evidente: ⚖️ governi diversi, stesso risultato sull’abitare. A Milano destra e sinistra non hanno cambiato rotta, né sul diritto alla casa né sulla gestione (o svendita) del patrimonio pubblico. Questa è la verità che nessuno vuole dire. 🚫 Adesso basta Milano può cambiare, ma solo se ha il coraggio di liberarsi da schemi fallimentari che arricchiscono pochi ed escludono molti. Un’alternativa esiste ed è chiara: - riportare la casa sociale a gestione pubblica al centro delle politiche urbane - ispirarsi a modelli europei vincenti, come Vienna, dove l’housing pubblico è una leva strategica e non un fastidio da ridurre. 🔑 Proposte concrete: - creazione di un’Agenzia interamente pubblica per la gestione del patrimonio ERP / ERS - istituzione di un Consiglio cittadino per la casa, composto da: comitati di quartiere sindacati, associazioni degli inquilini esperti di urbanistica e politiche abitative 📊 Trasparenza reale, non slogan: pubblicazione mensile sul portale del Comune di Milano: - stato di avanzamento di tutti i cantieri elenco degli alloggi assegnati dati aggiornati sul patrimonio abitativo pubblico È davvero troppo pretendere trasparenza e diritto alla casa? È un’eresia chiedere che uno dei bisogni primari venga trattato come una priorità pubblica? No. È semplicemente aprire gli occhi sulla realtà. 🏙️ Per riportare l’edilizia pubblica al centro 🔑 Per una città accessibile a chi la vive davvero Milano deve tornare ai cittadini. #Milano #PoliticaDellAbitare #DirittoAllaCasa #EdiliziaPubblica #CasaAMilano #Affitti #Urbanistica #ERP #ERS #PoliticaUrbana #MilanoLibera #MassimilianoLisa #sindaco
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  • Rockwall Hobart

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  • People with emotional dysregulation often see life in extremes, leading to unstable emotions and strained relationships. DBT offers a new way of thinking accepting that two opposite truths can coexist. By balancing acceptance and change, clients learn healthier coping skills and move beyond black-and-white thinking. This guide breaks down what dialectics in DBT really mean, how they work, and how to use them.
    Read More Here-: https://shorturl.at/o6cpB

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  • DEMOCRAZIA DROGATA

    Ci sono centinaia di temi e sottotemi politici per cui scannarsi come tifoserie allo stadio. Questioni interne, questioni internazionali, bandiere da sventolare per dividere puntualmente opinioni, sensibilità e schieramenti.

    Ma qui il punto non è dividersi ancora. Qui il punto è che la politica, se vuole dirsi tale, dovrebbe muoversi dentro parametri minimi di equità, correttezza e rispetto delle regole. Quando questi parametri saltano, allora sì: abbiamo un problema serio. Un problema di democrazia.

    Per questo non mi interessa concentrarmi sulla figura di chi governa, né sul solito teatrino pro o contro qualcuno. Il nodo è il "merito". E nel merito, oggi, il quadro è evidente: la democrazia è sotto stress, e non da ieri. Se continuiamo su questa traiettoria, nessuna tornata elettorale – a qualsiasi livello – potrà dirsi davvero corretta. E a quel punto l’astensionismo non è disimpegno: diventa l’unica forma di coerenza verso se stessi, la propria intelligenza e il proprio senso civico.

    Come se non bastasse, questa settimana è arrivata un’altra mazzata. Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso del Comitato dei 15, che chiedeva lo slittamento delle urne contestando i tempi imposti da Palazzo Chigi. L’obiezione era tecnica: il referendum sarebbe stato indetto senza attendere i tre mesi canonici per la raccolta firme dei cittadini, avviata il 22 dicembre.
    La risposta dei giudici, però, è stata insieme procedurale e politica: una volta che la richiesta referendaria è stata attivata da un quinto dei parlamentari (18 novembre), la macchina diventa un treno in corsa irreversibile. “Non conta chi chiede il referendum, ma che il referendum sia stato comunque chiesto”. Punto. Data blindata.

    Poi, due giorni dopo, la beffa finale. Nel silenzio generale. Un silenzio che inquieta più di mille dichiarazioni. Ci siamo forse assuefatti alle scorrettezze? Forse sì. Ma è proprio questo il problema.
    Dopo una sperimentazione alle Europee 2024 (limitata agli studenti) e l’estensione ai lavoratori nei referendum del giugno 2025, oggi il voto ai fuorisede sparisce. Cancellato. Il governo Meloni e la sua maggioranza hanno deciso che, per il referendum sulla riforma della giustizia, studenti e lavoratori temporaneamente lontani dalla residenza non voteranno nel comune di domicilio. Il decreto sulle consultazioni elettorali non lo prevede, e la Commissione Affari Costituzionali della Camera ha bocciato tutti gli emendamenti delle opposizioni.
    La motivazione? Ancora più esile, oltre che inquietante: secondo la sottosegretaria Wanda Ferro, ci sarebbero stati “problemi tecnici dovuti ai tempi”. Tempi che, guarda caso, diventano sempre un ostacolo solo quando il diritto di voto rischia di allargarsi.

    Come vogliamo chiamarla questa pratica
    Democrazia di comodo
    Cambio di regole in corsa per chi governa
    Se i pronostici non ci danno vincenti, portiamo via la palla e non si gioca piùNo, peggio: si cambiano le regole mentre la partita è in corso, come ultima mossa di disperazione.

    E lo ribadisco con forza: non sto facendo l’ennesimo discorso da curva ideologica. Questo è un ragionamento a favore di qualunque consultazione democratica degna di questo nome. Qui siamo davanti a una contaminazione progressiva del sistema, che non fa altro che allontanare le persone da una disciplina tanto nobile quanto necessaria come la politica.
    Va bene mobilitarsi oggi contro l’arrivo dell’ICE a Milano per i giochi invernali.

    Ma di questa democrazia che ci stanno sfilando sotto il naso, perché non ci indigniamo davvero
    Vogliamo accontentarci di una democrazia a metà?
    Di una democrazia drogata da interessi, calcoli e convenienze?

    Forse è tempo di avviare una disintossicazione democratica.
    Almeno dal basso.
    Almeno a livello locale.

    #DemocraziaDrogata #Referendum #DirittiCivili #Voto #Fuorisede #Costituzione #Partecipazione #Politica #StatoDiDiritto #democraziadiretta
    🗳️ DEMOCRAZIA DROGATA💉 Ci sono centinaia di temi e sottotemi politici per cui scannarsi come tifoserie allo stadio. Questioni interne, questioni internazionali, bandiere da sventolare per dividere puntualmente opinioni, sensibilità e schieramenti. Ma qui il punto non è dividersi ancora. Qui il punto è che la politica, se vuole dirsi tale, dovrebbe muoversi dentro parametri minimi di equità, correttezza e rispetto delle regole. Quando questi parametri saltano, allora sì: abbiamo un problema serio. Un problema di democrazia. Per questo non mi interessa concentrarmi sulla figura di chi governa, né sul solito teatrino pro o contro qualcuno. Il nodo è il "merito". E nel merito, oggi, il quadro è evidente: la democrazia è sotto stress, e non da ieri. Se continuiamo su questa traiettoria, nessuna tornata elettorale – a qualsiasi livello – potrà dirsi davvero corretta. E a quel punto l’astensionismo non è disimpegno: diventa l’unica forma di coerenza verso se stessi, la propria intelligenza e il proprio senso civico. Come se non bastasse, questa settimana è arrivata un’altra mazzata. Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso del Comitato dei 15, che chiedeva lo slittamento delle urne contestando i tempi imposti da Palazzo Chigi. L’obiezione era tecnica: il referendum sarebbe stato indetto senza attendere i tre mesi canonici per la raccolta firme dei cittadini, avviata il 22 dicembre. La risposta dei giudici, però, è stata insieme procedurale e politica: una volta che la richiesta referendaria è stata attivata da un quinto dei parlamentari (18 novembre), la macchina diventa un treno in corsa irreversibile. “Non conta chi chiede il referendum, ma che il referendum sia stato comunque chiesto”. Punto. Data blindata. 👉Poi, due giorni dopo, la beffa finale. Nel silenzio generale. Un silenzio che inquieta più di mille dichiarazioni. Ci siamo forse assuefatti alle scorrettezze? Forse sì. Ma è proprio questo il problema. Dopo una sperimentazione alle Europee 2024 (limitata agli studenti) e l’estensione ai lavoratori nei referendum del giugno 2025, oggi il voto ai fuorisede sparisce. Cancellato. Il governo Meloni e la sua maggioranza hanno deciso che, per il referendum sulla riforma della giustizia, studenti e lavoratori temporaneamente lontani dalla residenza non voteranno nel comune di domicilio. Il decreto sulle consultazioni elettorali non lo prevede, e la Commissione Affari Costituzionali della Camera ha bocciato tutti gli emendamenti delle opposizioni. La motivazione? Ancora più esile, oltre che inquietante: secondo la sottosegretaria Wanda Ferro, ci sarebbero stati “problemi tecnici dovuti ai tempi”. Tempi che, guarda caso, diventano sempre un ostacolo solo quando il diritto di voto rischia di allargarsi. Come vogliamo chiamarla questa pratica❓ Democrazia di comodo❓ Cambio di regole in corsa per chi governa❓ Se i pronostici non ci danno vincenti, portiamo via la palla e non si gioca più❓No, peggio: si cambiano le regole mentre la partita è in corso, come ultima mossa di disperazione. E lo ribadisco con forza: non sto facendo l’ennesimo discorso da curva ideologica. Questo è un ragionamento a favore di qualunque consultazione democratica degna di questo nome. Qui siamo davanti a una contaminazione progressiva del sistema, che non fa altro che allontanare le persone da una disciplina tanto nobile quanto necessaria come la politica. Va bene mobilitarsi oggi contro l’arrivo dell’ICE a Milano per i giochi invernali. Ma di questa democrazia che ci stanno sfilando sotto il naso, perché non ci indigniamo davvero⁉️ Vogliamo accontentarci di una democrazia a metà? Di una democrazia drogata da interessi, calcoli e convenienze? Forse è tempo di avviare una disintossicazione democratica. Almeno dal basso. Almeno a livello locale. #DemocraziaDrogata #Referendum #DirittiCivili #Voto #Fuorisede #Costituzione #Partecipazione #Politica #StatoDiDiritto #democraziadiretta
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  • LA COERENZA E LA RESISTENZA (QUELLA VERA)

    Non è la “fama” il punto, né la firma mancante (che non rende meno veri i fatti). Il punto è la coerenza, che qui viene sistematicamente aggirata, diluita, giustificata.

    Per anni hai fatto presìdi ogni sabato.
    Per anni hai denunciato i danni da vaccino Covid-19, la narrazione sanitaria imposta, il ricatto del Green Pass, il tradimento della medicina.
    Non a parole, ma mettendoci la faccia e il tempo. Su questo nessuno discute.

    Ed è proprio per questo che oggi la scelta pesa di più.

    Perché non stiamo parlando di “ammazzare i vaccinati” (argomento caricaturale che nessuno ha mai posto), ma di sostenere politicamente un candidato che si dichiara vaccinista, cioè parte integrante di quella visione che per anni hai definito falsa, dannosa e pericolosa.

    La questione non è se si è vaccinato.
    La questione è cosa difende oggi e cosa rappresenta politicamente.

    Dire:
    “Credeva (o crede ancora) che i vaccini Covid siano serviti”

    non è un dettaglio.
    È una linea di frattura politica e morale.

    Perché chi crede che “siano serviti”:
    minimizza o nega i danneggiati
    legittima l’impianto emergenziale
    assolve le responsabilità istituzionali
    considera quegli anni, tutto sommato, giustificabili.

    Questo è vaccinismo, anche se temperato da buone maniere.

    La libertà di scelta terapeutica non è un optional da programma elettorale, né un “paletto” negoziabile come la viabilità o l’urbanistica.
    È il cuore del conflitto che ha mosso la cosiddetta “resistenza”.

    Ed è qui che cade l’argomento dell’“assenza di alternative”.

    Perché quando si dice:
    “Alternative non ce ne sono”

    si sta facendo esattamente ciò che si è sempre rimproverato al sistema: accettare il meno peggio, normalizzare l’inaccettabile, scegliere l’opportunismo al posto del principio.

    Sì, il movimento si è diviso.
    Sì, ci sono state colpe, personalismi, incapacità di sintesi.
    Ma il fallimento di un’aggregazione non autorizza a capovolgere il senso della lotta.

    Passare da:
    “Mai con chi sostiene il sistema sanitario che ci ha colpiti”

    a:

    “Appoggiamo un candidato vaccinista perché è disponibile al dialogo”

    non è realpolitik. È rimozione.

    Dire che “parlando nascono i dubbi in loro” è un’illusione già vista mille volte.
    Il potere non cambia idea dal basso, ma usa il consenso di chi spera di influenzarlo per legittimarsi.

    Tu parli di “lista mista” come strumento per far crescere i dubbi negli altri.
    Ma il rischio reale è un altro:
    che sia la resistenza a sciogliersi dentro una lista che non ne condivide il fondamento.

    E qui torniamo alla leggerezza.

    La vera leggerezza non è non votare.
    È pensare che la storia degli ultimi anni possa essere archiviata con una stretta di mano e qualche punto corretto nel programma.

    La vera resistenza non è “parlare con tutti”.
    È sapere con chi non si può scendere a compromesso.

    Se domani emergerà un candidato realmente coerente, sarete “ben felici di sostenerlo”, dici.
    Ma nel frattempo sostenete chi quella coerenza non ce l’ha.

    Ed è questo il cortocircuito.

    Non è una questione di purezza ideologica.
    È una questione di memoria, responsabilità e schiena dritta.

    Perché chi ha resistito davvero non dimentica.
    E chi non dimentica, non si presta a rendere “accettabile” ciò che per anni ha denunciato come inaccettabile.

    COMBATTENTI per le LIBERTÀ!
    LA COERENZA E LA RESISTENZA (QUELLA VERA) Non è la “fama” il punto, né la firma mancante (che non rende meno veri i fatti). Il punto è la coerenza, che qui viene sistematicamente aggirata, diluita, giustificata. Per anni hai fatto presìdi ogni sabato. Per anni hai denunciato i danni da vaccino Covid-19, la narrazione sanitaria imposta, il ricatto del Green Pass, il tradimento della medicina. Non a parole, ma mettendoci la faccia e il tempo. Su questo nessuno discute. Ed è proprio per questo che oggi la scelta pesa di più. Perché non stiamo parlando di “ammazzare i vaccinati” (argomento caricaturale che nessuno ha mai posto), ma di sostenere politicamente un candidato che si dichiara vaccinista, cioè parte integrante di quella visione che per anni hai definito falsa, dannosa e pericolosa. La questione non è se si è vaccinato. La questione è cosa difende oggi e cosa rappresenta politicamente. Dire: “Credeva (o crede ancora) che i vaccini Covid siano serviti” non è un dettaglio. È una linea di frattura politica e morale. Perché chi crede che “siano serviti”: minimizza o nega i danneggiati legittima l’impianto emergenziale assolve le responsabilità istituzionali considera quegli anni, tutto sommato, giustificabili. Questo è vaccinismo, anche se temperato da buone maniere. La libertà di scelta terapeutica non è un optional da programma elettorale, né un “paletto” negoziabile come la viabilità o l’urbanistica. È il cuore del conflitto che ha mosso la cosiddetta “resistenza”. Ed è qui che cade l’argomento dell’“assenza di alternative”. Perché quando si dice: “Alternative non ce ne sono” si sta facendo esattamente ciò che si è sempre rimproverato al sistema: accettare il meno peggio, normalizzare l’inaccettabile, scegliere l’opportunismo al posto del principio. Sì, il movimento si è diviso. Sì, ci sono state colpe, personalismi, incapacità di sintesi. Ma il fallimento di un’aggregazione non autorizza a capovolgere il senso della lotta. Passare da: “Mai con chi sostiene il sistema sanitario che ci ha colpiti” a: “Appoggiamo un candidato vaccinista perché è disponibile al dialogo” non è realpolitik. È rimozione. Dire che “parlando nascono i dubbi in loro” è un’illusione già vista mille volte. Il potere non cambia idea dal basso, ma usa il consenso di chi spera di influenzarlo per legittimarsi. Tu parli di “lista mista” come strumento per far crescere i dubbi negli altri. Ma il rischio reale è un altro: che sia la resistenza a sciogliersi dentro una lista che non ne condivide il fondamento. E qui torniamo alla leggerezza. La vera leggerezza non è non votare. È pensare che la storia degli ultimi anni possa essere archiviata con una stretta di mano e qualche punto corretto nel programma. La vera resistenza non è “parlare con tutti”. È sapere con chi non si può scendere a compromesso. Se domani emergerà un candidato realmente coerente, sarete “ben felici di sostenerlo”, dici. Ma nel frattempo sostenete chi quella coerenza non ce l’ha. Ed è questo il cortocircuito. Non è una questione di purezza ideologica. È una questione di memoria, responsabilità e schiena dritta. Perché chi ha resistito davvero non dimentica. E chi non dimentica, non si presta a rendere “accettabile” ciò che per anni ha denunciato come inaccettabile. COMBATTENTI per le LIBERTÀ!
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  • LA LEGGEREZZA E LA RESISTENZA

    Elezioni a Milano: chi cambia, chi non dimentica

    "C’è qualcosa di profondamente leggero — nel senso più inquietante del termine — nel modo in cui una parte del mondo Novax affronta la politica. Una leggerezza che rasenta l’inconsapevolezza, quando non la comoda rimozione della realtà.

    Il caso è emblematico: alcuni presunti “amici” Novax sostengono con entusiasmo un candidato sindaco che è un vaccinista convinto e l'ha dichiarato. Non uno tiepido, non uno che ha “dei dubbi”, ma uno che i vaccini li difende, li promuove e li considera uno strumento irrinunciabile della sanità pubblica. Eppure, per questi Novax, non sembra essere un problema. Anzi.

    Qui sta il paradosso: per anni il mantra è stato “mai con chi sostiene il sistema”, “mai con chi obbedisce al potere”, “mai con i complici del pensiero unico sanitario”. Poi, al momento di scegliere, tutto evapora. Resta solo la simpatia personale, il fisico, l’immagine, il personaggio.

    Perché il candidato in questione (che svelerà il suo programma il 27 gennaio) ha indubbiamente delle qualità mediatiche: si presenta bene, incarna l’idea del “tipo in gamba”, si mostra fisicato, novità nel panorama politico. Ha anche un “giocattolo” — un’attività personale di cui va fiero e che viene esibita come prova di competenza universale. Come se il successo in un ambito bastasse a certificare coerenza, autonomia di pensiero e, soprattutto, affidabilità politica.

    Ma la politica non è una palestra, né una vetrina. E governare una città non è un’estensione del proprio ego o del proprio brand personale.

    Il punto più grave, però, non è nemmeno questo. Il punto è che molti di questi Novax sembrano accettare — implicitamente — l’idea che il candidato possa “cambiare posizione” all’occorrenza. Oggi vaccinista, domani possibilmente critico. Oggi allineato, domani — se conviene — improvvisamente “dalla parte del popolo”. Tutto dipende dai voti, o meglio, da ciò che il potere suggerirà in quel momento.

    Ed è qui che l’insostenibile leggerezza diventa pericolosa. Perché se per anni hai denunciato l’opportunismo, l’obbedienza e il trasformismo, ma poi li giustifichi quando ti fanno comodo, il problema non è più il sistema: sei tu.

    Si scambia il carisma per coraggio, l’estetica per etica, la muscolatura per la schiena dritta. Si confonde l’abilità comunicativa con l’indipendenza di giudizio. E soprattutto si dimentica che il potere non si combatte sperando che, una volta eletto, “si comporti bene”.

    La storia recente insegna l’esatto contrario: chi è pronto ad adattarsi una volta, lo farà sempre. Chi costruisce la propria figura sul consenso, non lo metterà mai in discussione per una questione di principio. E chi oggi difende senza esitazioni una certa visione sanitaria, domani non diventerà improvvisamente un paladino della libertà solo perché glielo chiedono i suoi elettori più rumorosi.

    L’insostenibile leggerezza dei Novax — di certi Novax — sta tutta qui: nel credere che le idee contino meno delle simpatie, che la coerenza sia negoziabile, che il potere possa essere ingannato con una stretta di mano e un bel sorriso.

    Ma il potere non si lascia sedurre. Al massimo, seduce lui."


    Lettera aperta di attivisti e cittadini milanesi con richiesta di pubblicazione

    Source: https://t.me/movimentoperleliberta
    gruppo Milano (seguici sui nostri social)
    LA LEGGEREZZA E LA RESISTENZA Elezioni a Milano: chi cambia, chi non dimentica "C’è qualcosa di profondamente leggero — nel senso più inquietante del termine — nel modo in cui una parte del mondo Novax affronta la politica. Una leggerezza che rasenta l’inconsapevolezza, quando non la comoda rimozione della realtà. Il caso è emblematico: alcuni presunti “amici” Novax sostengono con entusiasmo un candidato sindaco che è un vaccinista convinto e l'ha dichiarato. Non uno tiepido, non uno che ha “dei dubbi”, ma uno che i vaccini li difende, li promuove e li considera uno strumento irrinunciabile della sanità pubblica. Eppure, per questi Novax, non sembra essere un problema. Anzi. Qui sta il paradosso: per anni il mantra è stato “mai con chi sostiene il sistema”, “mai con chi obbedisce al potere”, “mai con i complici del pensiero unico sanitario”. Poi, al momento di scegliere, tutto evapora. Resta solo la simpatia personale, il fisico, l’immagine, il personaggio. Perché il candidato in questione (che svelerà il suo programma il 27 gennaio) ha indubbiamente delle qualità mediatiche: si presenta bene, incarna l’idea del “tipo in gamba”, si mostra fisicato, novità nel panorama politico. Ha anche un “giocattolo” — un’attività personale di cui va fiero e che viene esibita come prova di competenza universale. Come se il successo in un ambito bastasse a certificare coerenza, autonomia di pensiero e, soprattutto, affidabilità politica. Ma la politica non è una palestra, né una vetrina. E governare una città non è un’estensione del proprio ego o del proprio brand personale. Il punto più grave, però, non è nemmeno questo. Il punto è che molti di questi Novax sembrano accettare — implicitamente — l’idea che il candidato possa “cambiare posizione” all’occorrenza. Oggi vaccinista, domani possibilmente critico. Oggi allineato, domani — se conviene — improvvisamente “dalla parte del popolo”. Tutto dipende dai voti, o meglio, da ciò che il potere suggerirà in quel momento. Ed è qui che l’insostenibile leggerezza diventa pericolosa. Perché se per anni hai denunciato l’opportunismo, l’obbedienza e il trasformismo, ma poi li giustifichi quando ti fanno comodo, il problema non è più il sistema: sei tu. Si scambia il carisma per coraggio, l’estetica per etica, la muscolatura per la schiena dritta. Si confonde l’abilità comunicativa con l’indipendenza di giudizio. E soprattutto si dimentica che il potere non si combatte sperando che, una volta eletto, “si comporti bene”. La storia recente insegna l’esatto contrario: chi è pronto ad adattarsi una volta, lo farà sempre. Chi costruisce la propria figura sul consenso, non lo metterà mai in discussione per una questione di principio. E chi oggi difende senza esitazioni una certa visione sanitaria, domani non diventerà improvvisamente un paladino della libertà solo perché glielo chiedono i suoi elettori più rumorosi. L’insostenibile leggerezza dei Novax — di certi Novax — sta tutta qui: nel credere che le idee contino meno delle simpatie, che la coerenza sia negoziabile, che il potere possa essere ingannato con una stretta di mano e un bel sorriso. Ma il potere non si lascia sedurre. Al massimo, seduce lui." Lettera aperta di attivisti e cittadini milanesi con richiesta di pubblicazione 🏴󠁧󠁢󠁥󠁮󠁧󠁿Source: https://t.me/movimentoperleliberta gruppo Milano (seguici sui nostri social)
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  • Donald Trump andrà a Davos, e le élite sanno esattamente perché è importante.

    Davos si sta preparando per la 56a riunione annuale del World Economic Forum, che si terrà dal 19 al 23 gennaio, e quest'anno c'è una cosa che incombe su quella montagna come una nube temporalesca: Donald Trump arriverà.

    Si prevede che arriverà all'inizio della settimana e il suo intervento è previsto per il 21 gennaio, proprio nel bel mezzo del forum, non nascosto in una stanza laterale, non in collegamento, ma di fronte a coloro che credono di governare il mondo.

    La tempistica non è casuale.

    Questo non è solo l'ennesimo discorso in un'agenda fitta di impegni. È Donald Trump che entra nell'assemblea più isolata e autocelebrativa del pianeta e fa l'unica cosa che Davos odia di più: mettere in discussione la legittimità della sala stessa.

    Davos è il luogo in cui il potere non eletto si riunisce per rassicurarsi di sapere più degli elettori. È il luogo in cui le politiche globali vengono discusse da persone che non devono mai bussare alle porte, non devono mai spiegare l'inflazione a una famiglia al supermercato, non devono mai giustificare perché la vita continua a diventare più difficile per tutti gli altri mentre volano su jet privati per parlare di "sacrificio condiviso".
    Trump non ha mai finto di rispettare questa cultura.

    Se è coerente, e lo è sempre, non elogierà la governance globale o la gestione tecnocratica. Non si piegherà al consenso internazionale. Dirà, senza mezzi termini, che gli stati nazionali contano più delle istituzioni globali, che i governi sono responsabili nei confronti dei propri cittadini, non di forum, commissioni o organi consultivi che non rispondono a nessuno.
    Questo da solo farà rabbrividire la sala.

    Probabilmente dirà ciò che nessuno a Davos vuole sentirsi dire ad alta voce: che il globalismo ha funzionato spettacolarmente bene per le persone sedute in quelle poltrone, e spettacolarmente male per le persone che non sono state invitate. Che le fabbriche non sono scomparse per caso. Che le classi medie non si sono svuotate per caso. Che le scelte politiche siano state fatte deliberatamente e che la gente comune ne abbia pagato il prezzo.
    Parlerà di confini quando loro vorranno parlare di quadri normativi. Parlerà di sovranità quando loro vorranno parlare di coordinamento. Parlerà di elettori quando loro vorranno parlare di parti interessate.

    E quando si parla di energia, non giocherà al gioco della performance morale. La inquadrerà come sempre, come una questione di accessibilità economica, sicurezza e sopravvivenza nazionale. Non obiettivi teorici. Non astrazioni a lungo termine. Costi reali, pagati da persone reali, che non possono rinunciare.

    Questo è profondamente sgradevole in una stanza dove le conseguenze vengono sempre esternalizzate.
    Ma la parte più dura di ciò che Trump probabilmente dirà non sarà la politica. Sarà la colpa.

    Ha sempre sostenuto che il populismo non nasce dall'ignoranza, ma dal tradimento. Da élite che si sono isolate dalle conseguenze delle loro decisioni, per poi agire scioccate quando la fiducia è crollata. Da istituzioni che esigevano obbedienza senza offrire nulla che assomigliasse a una qualche forma di responsabilità.

    Dirlo ovunque attira l'attenzione. Dirlo a Davos, agli stessi artefici e beneficiari del sistema, è uno scontro diretto.
    Il tema di quest'anno è "Uno spirito di dialogo". La presenza di Trump mette in luce quanto sia vuota questa frase. Perché il vero dialogo significa ascoltare voci che rifiutano completamente i presupposti della sala. E Davos non è mai stata brava in questo.
    Trump non rappresenta il consenso. Rappresenta il rifiuto del consenso. Rappresenta milioni di persone che credono che l'ordine globale sia stato costruito senza il loro consenso e mantenuto senza il loro beneficio.

    Ecco perché questo discorso è importante.

    Non perché convertirà le élite, non lo farà. Ma perché, per una volta, le persone che fanno la predica al mondo su legittimità, inclusione e fiducia dovranno restare in silenzio mentre qualcuno dice loro, in faccia, che l'hanno persa.

    E nessuna quantità di pannelli, slogan o comunicati accuratamente formulati potrà far scomparire quel momento.
    Donald Trump andrà a Davos, e le élite sanno esattamente perché è importante. Davos si sta preparando per la 56a riunione annuale del World Economic Forum, che si terrà dal 19 al 23 gennaio, e quest'anno c'è una cosa che incombe su quella montagna come una nube temporalesca: Donald Trump arriverà. Si prevede che arriverà all'inizio della settimana e il suo intervento è previsto per il 21 gennaio, proprio nel bel mezzo del forum, non nascosto in una stanza laterale, non in collegamento, ma di fronte a coloro che credono di governare il mondo. La tempistica non è casuale. Questo non è solo l'ennesimo discorso in un'agenda fitta di impegni. È Donald Trump che entra nell'assemblea più isolata e autocelebrativa del pianeta e fa l'unica cosa che Davos odia di più: mettere in discussione la legittimità della sala stessa. Davos è il luogo in cui il potere non eletto si riunisce per rassicurarsi di sapere più degli elettori. È il luogo in cui le politiche globali vengono discusse da persone che non devono mai bussare alle porte, non devono mai spiegare l'inflazione a una famiglia al supermercato, non devono mai giustificare perché la vita continua a diventare più difficile per tutti gli altri mentre volano su jet privati per parlare di "sacrificio condiviso". Trump non ha mai finto di rispettare questa cultura. Se è coerente, e lo è sempre, non elogierà la governance globale o la gestione tecnocratica. Non si piegherà al consenso internazionale. Dirà, senza mezzi termini, che gli stati nazionali contano più delle istituzioni globali, che i governi sono responsabili nei confronti dei propri cittadini, non di forum, commissioni o organi consultivi che non rispondono a nessuno. Questo da solo farà rabbrividire la sala. Probabilmente dirà ciò che nessuno a Davos vuole sentirsi dire ad alta voce: che il globalismo ha funzionato spettacolarmente bene per le persone sedute in quelle poltrone, e spettacolarmente male per le persone che non sono state invitate. Che le fabbriche non sono scomparse per caso. Che le classi medie non si sono svuotate per caso. Che le scelte politiche siano state fatte deliberatamente e che la gente comune ne abbia pagato il prezzo. Parlerà di confini quando loro vorranno parlare di quadri normativi. Parlerà di sovranità quando loro vorranno parlare di coordinamento. Parlerà di elettori quando loro vorranno parlare di parti interessate. E quando si parla di energia, non giocherà al gioco della performance morale. La inquadrerà come sempre, come una questione di accessibilità economica, sicurezza e sopravvivenza nazionale. Non obiettivi teorici. Non astrazioni a lungo termine. Costi reali, pagati da persone reali, che non possono rinunciare. Questo è profondamente sgradevole in una stanza dove le conseguenze vengono sempre esternalizzate. Ma la parte più dura di ciò che Trump probabilmente dirà non sarà la politica. Sarà la colpa. Ha sempre sostenuto che il populismo non nasce dall'ignoranza, ma dal tradimento. Da élite che si sono isolate dalle conseguenze delle loro decisioni, per poi agire scioccate quando la fiducia è crollata. Da istituzioni che esigevano obbedienza senza offrire nulla che assomigliasse a una qualche forma di responsabilità. Dirlo ovunque attira l'attenzione. Dirlo a Davos, agli stessi artefici e beneficiari del sistema, è uno scontro diretto. Il tema di quest'anno è "Uno spirito di dialogo". La presenza di Trump mette in luce quanto sia vuota questa frase. Perché il vero dialogo significa ascoltare voci che rifiutano completamente i presupposti della sala. E Davos non è mai stata brava in questo. Trump non rappresenta il consenso. Rappresenta il rifiuto del consenso. Rappresenta milioni di persone che credono che l'ordine globale sia stato costruito senza il loro consenso e mantenuto senza il loro beneficio. Ecco perché questo discorso è importante. Non perché convertirà le élite, non lo farà. Ma perché, per una volta, le persone che fanno la predica al mondo su legittimità, inclusione e fiducia dovranno restare in silenzio mentre qualcuno dice loro, in faccia, che l'hanno persa. E nessuna quantità di pannelli, slogan o comunicati accuratamente formulati potrà far scomparire quel momento.
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  • How Big Will the Global Coextruded Multilayer Films Market Grow by 2032?

    Coextruded multilayer films represent a technological leap in packaging materials, combining polymers like PA, EVOH, and polyethylene to achieve customized performance characteristics.

    Download FREE Sample Report: https://www.24chemicalresearch.com/download-sample/283181/global-coextruded-multilayer-films-market-2025-2032-282
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    Sample Report: Coextruded Multilayer Films Market Research Report 2026,Global Forecast to 2033
    Download Sample Report PDF : Global Coextruded Multilayer Films market was valued at USD 2310.60 million in 2023 and is projected to reach USD 3741.08 million by 2032, at a CAGR of 5.50%.
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  • UNO DEI POCHI CHE DICE LE COSE COME STANNO.

    Vannacci sfida il governo Meloni: “Continuare a mandare armi all’Ucraina è follia, l’esercito russo avanza e noi paghiamo il conto”
    "Continuare a cedere armi e fondi infiniti all’Ucraina è follia. Se vogliamo essere coerenti con l’approccio bellicistico, dobbiamo entrare in guerra con la Russia. Ma allora il governo dica agli italiani che andranno a versare il loro sangue per Kiev.

    Nuovo fronte di tensione nella maggioranza di governo sul sostegno militare all’Ucraina. A riaccendere il dibattito è Roberto Vannacci, europarlamentare della Lega ed ex generale dell’Esercito, intervenuto a Battitori Liberi, su Radio Cusano Campus, dove ha ribadito la sua fermissima contrarietà al decreto armi approvato dal governo Meloni a fine dicembre 2025, che proroga fino al 2026 gli aiuti militari a Kiev. In Aula, i leghisti Sasso e Ziello hanno votato no su risoluzioni collegate, in linea con la posizione dello stesso Vannacci.

    L’ex generale rivendica la linea dura e sottolinea come il dissenso non sia rimasto isolato: “Mi dà soddisfazione che non solo due parlamentari della Lega abbiano votato no in Aula, ma molti di più. Il mio appello era rivolto a tutti perché ritengo che trovare una pace a questo conflitto sia un interesse nazionale. Questa guerra non ha portato nulla di buono all’Italia. Ha portato a meno commercio, a meno ricchezza, a meno benessere, a un caro vita eccessivo e a un prezzo dell’energia salito alle stelle, oltre a tantissimi imprenditori italiani che non possono più esportare i loro beni in Russia”.
    Nel suo intervento, l’europarlamentare leghista cita anche il dato dei disertori ucraini per rafforzare la tesi dell’inutilità della strategia occidentale: “Solo nel 2025 ci sono stati 180mila ucraini che sono scappati per non andare al fronte. Non è più una guerra che il popolo ucraino vuole portare avanti, perché quattro anni di cessione continua di armi e fondi infiniti non hanno portato ai risultati sperati, mentre l’esercito russo continua ad avanzare”.
    A riguardo, cita Einstein sulla follia di ripetere sempre le stesse azioni aspettandosi esiti diversi: “Per non essere dei folli dobbiamo cambiare strategia e usare altri strumenti, oppure, se vogliamo essere coerenti con l’approccio bellicistico, dobbiamo entrare in guerra con la Russia insieme a Unione europea e Nato, ma dobbiamo anche dirlo chiaramente agli italiani e spiegare che i nostri figli e nipoti andranno a versare il loro sangue per Kiev”.

    Al giornalista Savino Balzano che cita le parole del segretario generale della Nato, Mark Rutte, sulla necessità di prepararsi alla guerra, Vannacci replica tranchant, anche con una frecciata alla maggioranza di governo: “Gli psicopatici sono tanti, ma non credo che gli italiani siano d’accordo. E siccome io credo che la sovranità appartenga al popolo e che il Parlamento sia là proprio per garantire che questa sovranità rimanga ancorata al popolo, una decisione del genere deve essere sposata da tutti quanti. Io mi auguro – ribadisce – che si cambino gli strumenti e che si arrivi a una pace oggi, che ci costerà sicuramente, ma costerà meno della pace di domani, perché il trend dell’invasione russa non sta cambiando. Questi sono dati reali e oggettivi”.

    L’ex generale sposta poi l’attenzione sulle priorità interne: “Questo Paese ha bisogno di maggiore attenzione sulla sicurezza, sull’immigrazione fuori controllo, sull’islamizzazione estremamente allarmante della nostra patria, sul prezzo dell’energia e su salari bassi e sanità che si sta sgretolando. Queste sono le priorità degli italiani – continua, giudicando inaccettabile destinare fondi a Kiev mentre famiglie e imprese faticano a fine mese – Ci sono 50 milioni di euro nella manovra che dovranno andare all’Ucraina e un fondo di debito comune europeo da 90 miliardi che qualcuno dovrà restituire, perché gli ucraini non lo faranno mai”.

    Alla domanda sulle ripercussioni politiche delle sue posizioni, Vannacci rivendica la propria autonomia: “Io faccio i miei appelli, mi interessa quello che pensano gli altri, ma non mi faccio condizionare. Anche se colleghi di partito o di maggioranza non fossero d’accordo, la forza di una coalizione sta nella pluralità delle espressioni. Io voto a Bruxelles e posso dire con coscienza di avere sempre votato in maniera coerente per uno stop alla cessione di armi e fondi illimitati all’Ucraina, perché ritengo che questa strategia sia fallimentare”.

    Sul piano internazionale, l’europarlamentare affronta anche il caso Iran, invitando a evitare letture selettive: “È una situazione complessa, c’è una dittatura che opprime un popolo, ma non è l’unica nell’area. Ci sono tanti altri Stati con cui l’Occidente intrattiene ottime relazioni pur non essendo democrazie liberali“. E menziona il Qatar, l’Arabia Saudita e recenti accordi commerciali del governo Meloni.
    E sulla Siria aggiunge: “Al-Jolani è stato ricevuto dalla signora Ursula von der Leyen, ricordo che era un terrorista di Al-Qaeda”.
    Netta anche la bocciatura dell’idea di esportare la democrazia con le armi: “Ne ho visto gli effetti di persona. Sono stato in Somalia, Iraq, Libia e Afghanistan. Prima si stava male perché c’era una dittatura, ma si viveva meglio. Oggi c’è il caos totale e si vive peggio”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/16/vannacci-meloni-ucraina-armi-iran-russia-lega/8258668/
    UNO DEI POCHI CHE DICE LE COSE COME STANNO. Vannacci sfida il governo Meloni: “Continuare a mandare armi all’Ucraina è follia, l’esercito russo avanza e noi paghiamo il conto” "Continuare a cedere armi e fondi infiniti all’Ucraina è follia. Se vogliamo essere coerenti con l’approccio bellicistico, dobbiamo entrare in guerra con la Russia. Ma allora il governo dica agli italiani che andranno a versare il loro sangue per Kiev. Nuovo fronte di tensione nella maggioranza di governo sul sostegno militare all’Ucraina. A riaccendere il dibattito è Roberto Vannacci, europarlamentare della Lega ed ex generale dell’Esercito, intervenuto a Battitori Liberi, su Radio Cusano Campus, dove ha ribadito la sua fermissima contrarietà al decreto armi approvato dal governo Meloni a fine dicembre 2025, che proroga fino al 2026 gli aiuti militari a Kiev. In Aula, i leghisti Sasso e Ziello hanno votato no su risoluzioni collegate, in linea con la posizione dello stesso Vannacci. L’ex generale rivendica la linea dura e sottolinea come il dissenso non sia rimasto isolato: “Mi dà soddisfazione che non solo due parlamentari della Lega abbiano votato no in Aula, ma molti di più. Il mio appello era rivolto a tutti perché ritengo che trovare una pace a questo conflitto sia un interesse nazionale. Questa guerra non ha portato nulla di buono all’Italia. Ha portato a meno commercio, a meno ricchezza, a meno benessere, a un caro vita eccessivo e a un prezzo dell’energia salito alle stelle, oltre a tantissimi imprenditori italiani che non possono più esportare i loro beni in Russia”. Nel suo intervento, l’europarlamentare leghista cita anche il dato dei disertori ucraini per rafforzare la tesi dell’inutilità della strategia occidentale: “Solo nel 2025 ci sono stati 180mila ucraini che sono scappati per non andare al fronte. Non è più una guerra che il popolo ucraino vuole portare avanti, perché quattro anni di cessione continua di armi e fondi infiniti non hanno portato ai risultati sperati, mentre l’esercito russo continua ad avanzare”. A riguardo, cita Einstein sulla follia di ripetere sempre le stesse azioni aspettandosi esiti diversi: “Per non essere dei folli dobbiamo cambiare strategia e usare altri strumenti, oppure, se vogliamo essere coerenti con l’approccio bellicistico, dobbiamo entrare in guerra con la Russia insieme a Unione europea e Nato, ma dobbiamo anche dirlo chiaramente agli italiani e spiegare che i nostri figli e nipoti andranno a versare il loro sangue per Kiev”. Al giornalista Savino Balzano che cita le parole del segretario generale della Nato, Mark Rutte, sulla necessità di prepararsi alla guerra, Vannacci replica tranchant, anche con una frecciata alla maggioranza di governo: “Gli psicopatici sono tanti, ma non credo che gli italiani siano d’accordo. E siccome io credo che la sovranità appartenga al popolo e che il Parlamento sia là proprio per garantire che questa sovranità rimanga ancorata al popolo, una decisione del genere deve essere sposata da tutti quanti. Io mi auguro – ribadisce – che si cambino gli strumenti e che si arrivi a una pace oggi, che ci costerà sicuramente, ma costerà meno della pace di domani, perché il trend dell’invasione russa non sta cambiando. Questi sono dati reali e oggettivi”. L’ex generale sposta poi l’attenzione sulle priorità interne: “Questo Paese ha bisogno di maggiore attenzione sulla sicurezza, sull’immigrazione fuori controllo, sull’islamizzazione estremamente allarmante della nostra patria, sul prezzo dell’energia e su salari bassi e sanità che si sta sgretolando. Queste sono le priorità degli italiani – continua, giudicando inaccettabile destinare fondi a Kiev mentre famiglie e imprese faticano a fine mese – Ci sono 50 milioni di euro nella manovra che dovranno andare all’Ucraina e un fondo di debito comune europeo da 90 miliardi che qualcuno dovrà restituire, perché gli ucraini non lo faranno mai”. Alla domanda sulle ripercussioni politiche delle sue posizioni, Vannacci rivendica la propria autonomia: “Io faccio i miei appelli, mi interessa quello che pensano gli altri, ma non mi faccio condizionare. Anche se colleghi di partito o di maggioranza non fossero d’accordo, la forza di una coalizione sta nella pluralità delle espressioni. Io voto a Bruxelles e posso dire con coscienza di avere sempre votato in maniera coerente per uno stop alla cessione di armi e fondi illimitati all’Ucraina, perché ritengo che questa strategia sia fallimentare”. Sul piano internazionale, l’europarlamentare affronta anche il caso Iran, invitando a evitare letture selettive: “È una situazione complessa, c’è una dittatura che opprime un popolo, ma non è l’unica nell’area. Ci sono tanti altri Stati con cui l’Occidente intrattiene ottime relazioni pur non essendo democrazie liberali“. E menziona il Qatar, l’Arabia Saudita e recenti accordi commerciali del governo Meloni. E sulla Siria aggiunge: “Al-Jolani è stato ricevuto dalla signora Ursula von der Leyen, ricordo che era un terrorista di Al-Qaeda”. Netta anche la bocciatura dell’idea di esportare la democrazia con le armi: “Ne ho visto gli effetti di persona. Sono stato in Somalia, Iraq, Libia e Afghanistan. Prima si stava male perché c’era una dittatura, ma si viveva meglio. Oggi c’è il caos totale e si vive peggio”. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/16/vannacci-meloni-ucraina-armi-iran-russia-lega/8258668/
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    Vannacci sfida il governo Meloni: “Continuare a mandare armi all’Ucraina è follia, l’esercito russo avanza e noi paghiamo il conto”
    "Continuare a cedere armi e fondi infiniti all’Ucraina è follia. Se vogliamo essere coerenti con l’approccio bellicistico, dobbiamo entrare in guerra con la Russia. Ma allora il governo dica agli italiani che andranno a versare il loro sangue per Kiev". Vannacci rivendica il no alle armi all'Ucraina - Guarda il video
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  • The Presidency International School stands out as a top coed ICSE school in Dehradun, offering a balanced blend of academic excellence and holistic development. With experienced faculty, well-planned ICSE curriculum, and modern learning facilities, the school focuses on building strong concepts, critical thinking, and confidence in students. Equal opportunities in academics, sports, arts, and leadership activities help children grow together in a respectful and inclusive environment. The school’s emphasis on values, discipline, and creativity ensures students are well prepared for future challenges while enjoying a supportive and engaging learning journey.
    Visit: https://thepresidencyschool.com/top-5-icse-schools-in-dehradun-for-admissions/
    The Presidency International School stands out as a top coed ICSE school in Dehradun, offering a balanced blend of academic excellence and holistic development. With experienced faculty, well-planned ICSE curriculum, and modern learning facilities, the school focuses on building strong concepts, critical thinking, and confidence in students. Equal opportunities in academics, sports, arts, and leadership activities help children grow together in a respectful and inclusive environment. The school’s emphasis on values, discipline, and creativity ensures students are well prepared for future challenges while enjoying a supportive and engaging learning journey. Visit: https://thepresidencyschool.com/top-5-icse-schools-in-dehradun-for-admissions/
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    Top 5 ICSE Schools in Dehradun 2026 - 2027
    Here are the list of Top 5 ICSE Schools in Dehradun 2026-2027. These ICSE schools in Dehradun is dedicated to providing...
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