• “Abbiamo ucciso ragazzini, bambini e anziani disarmati. Al primo cenno di rimorso i comandanti ci spingevano a sputare sui cadaveri".
    Le confessioni dei soldati riservisti israeliani di ritorno da Gaza,raccolte dal giornale israeliano Haaretz ,raccontano esecuzioni di civili, torture e abusi sistematici:

    "Ero all’inferno, ma non ne ero consapevole. C’erano attacchi aerei ogni singolo minuto. Le bombe da una tonnellata cadevano e ci facevano battere il cuore. Non so quanti palestinesi abbiamo ucciso in quei giorni”. Era il dicembre 2023, periodo in cui l’esercito israeliano era un mattatoio a pieno ritmo: tra il 7 e il 26 dicembre si stima siano stati uccisi circa 29 mila palestinesi (Euro-Med Human Rights Monitor).

    “Ci venivano incontro con le braccia alzate, vestiti di stracci, visibilmente disarmati — racconta un altro dei riservisti. E ogni volta che questo accadeva avevamo l’ordine di sparare. Ci avvicinavamo ai corpi senza vita di ragazzini, donne e anziani senza provare eccessivo rimorso...Se uno di noi mostrava segni di titubanza o di disaccordo, il comandante dell’unità ci mostrava quel che andava fatto scalciando i cadaveri o sputando loro addosso”. E commentando: “Questo è ciò che succede a chi offende Israele”.
    "Abbiamo catturato un palestinese sospettato di essere un agente di Hamas. All’arrivo dell’Unità 504 è stato spogliato interamente e torturato con fascette strette attorno ai genitali”. Le urla erano disumane, racconta. Alla fine deve aver parlato o, più semplicemente, ha ceduto. È stato portato via.
    Da quel giorno le urla non se ne vanno dalla mia testa – racconta Eitan.
    “Hanno distrutto tutto ciò che pensavo dell’esercito, tutto ciò che pensavo di noi, di me. Se siamo in grado di fare qualcosa di così terribile senza che i civili lo sappiano, quali altri segreti stiamo nascondendo?”
    "Mentre ero nella Striscia mi veniva in mente l’Olocausto”
    I soldati riservisti (comunque terroristi...)che hanno testimoniato ad Haaretz sono tutti passati per un reparto psichiatrico.

    "We killed unarmed children, teenagers, and elderly people. At the first sign of remorse, the commanders urged us to spit on the corpses."

    The confessions of Israeli reserve soldiers returning from Gaza, collected by the Israeli newspaper Haaretz, recount civilian executions, torture, and systematic abuse:

    "I was in hell, but I wasn't aware of it. There were airstrikes every single minute. The one-ton bombs fell and made our hearts race. I don't know how many Palestinians we killed in those days." It was December 2023, a period in which the Israeli army was a full-scale slaughterhouse: between December 7 and 26, an estimated 29,000 Palestinians were killed (Euro-Med Human Rights Monitor).

    “They came at us with their arms raised, dressed in rags, visibly unarmed,” another reservist recounts. “And every time this happened, we were ordered to shoot. We approached the lifeless bodies of children, women, and elderly people without feeling too much remorse... If one of us showed signs of hesitation or disagreement, the unit commander would show us what to do by kicking the corpses or spitting on them.” And commenting: “This is what happens to those who offend Israel.”

    “We captured a Palestinian suspected of being a Hamas agent. When Unit 504 arrived, he was stripped completely and tortured with zip ties around his genitals.” The screams were inhuman, he recounts. Eventually, he must have spoken, or more simply, he gave in. He was taken away.

    Since that day, the screams have stuck in my head,” Eitan recounts. “They destroyed everything I thought about the army, everything I thought about us, about myself. If we can do something so terrible without civilians knowing, what other secrets are we hiding?”
    "While I was in the Strip, the Holocaust came to mind."
    The reserve soldiers (terrorists, after all) who testified to Haaretz all spent time in a psychiatric ward.

    FONTE: HTTPS://IT.INSIDEOVER.COM/GUERRA/GAZA-ESECUZIONI-DI-CIVILI-E-TORTURE-LE-CONFESSIONI-DEI-SOLDATI-ISRAELIANI.HTML
    “Abbiamo ucciso ragazzini, bambini e anziani disarmati. Al primo cenno di rimorso i comandanti ci spingevano a sputare sui cadaveri". Le confessioni dei soldati riservisti israeliani di ritorno da Gaza,raccolte dal giornale israeliano Haaretz ,raccontano esecuzioni di civili, torture e abusi sistematici: "Ero all’inferno, ma non ne ero consapevole. C’erano attacchi aerei ogni singolo minuto. Le bombe da una tonnellata cadevano e ci facevano battere il cuore. Non so quanti palestinesi abbiamo ucciso in quei giorni”. Era il dicembre 2023, periodo in cui l’esercito israeliano era un mattatoio a pieno ritmo: tra il 7 e il 26 dicembre si stima siano stati uccisi circa 29 mila palestinesi (Euro-Med Human Rights Monitor). “Ci venivano incontro con le braccia alzate, vestiti di stracci, visibilmente disarmati — racconta un altro dei riservisti. E ogni volta che questo accadeva avevamo l’ordine di sparare. Ci avvicinavamo ai corpi senza vita di ragazzini, donne e anziani senza provare eccessivo rimorso...Se uno di noi mostrava segni di titubanza o di disaccordo, il comandante dell’unità ci mostrava quel che andava fatto scalciando i cadaveri o sputando loro addosso”. E commentando: “Questo è ciò che succede a chi offende Israele”. "Abbiamo catturato un palestinese sospettato di essere un agente di Hamas. All’arrivo dell’Unità 504 è stato spogliato interamente e torturato con fascette strette attorno ai genitali”. Le urla erano disumane, racconta. Alla fine deve aver parlato o, più semplicemente, ha ceduto. È stato portato via. Da quel giorno le urla non se ne vanno dalla mia testa – racconta Eitan. “Hanno distrutto tutto ciò che pensavo dell’esercito, tutto ciò che pensavo di noi, di me. Se siamo in grado di fare qualcosa di così terribile senza che i civili lo sappiano, quali altri segreti stiamo nascondendo?” "Mentre ero nella Striscia mi veniva in mente l’Olocausto” I soldati riservisti (comunque terroristi...)che hanno testimoniato ad Haaretz sono tutti passati per un reparto psichiatrico. "We killed unarmed children, teenagers, and elderly people. At the first sign of remorse, the commanders urged us to spit on the corpses." The confessions of Israeli reserve soldiers returning from Gaza, collected by the Israeli newspaper Haaretz, recount civilian executions, torture, and systematic abuse: "I was in hell, but I wasn't aware of it. There were airstrikes every single minute. The one-ton bombs fell and made our hearts race. I don't know how many Palestinians we killed in those days." It was December 2023, a period in which the Israeli army was a full-scale slaughterhouse: between December 7 and 26, an estimated 29,000 Palestinians were killed (Euro-Med Human Rights Monitor). “They came at us with their arms raised, dressed in rags, visibly unarmed,” another reservist recounts. “And every time this happened, we were ordered to shoot. We approached the lifeless bodies of children, women, and elderly people without feeling too much remorse... If one of us showed signs of hesitation or disagreement, the unit commander would show us what to do by kicking the corpses or spitting on them.” And commenting: “This is what happens to those who offend Israel.” “We captured a Palestinian suspected of being a Hamas agent. When Unit 504 arrived, he was stripped completely and tortured with zip ties around his genitals.” The screams were inhuman, he recounts. Eventually, he must have spoken, or more simply, he gave in. He was taken away. Since that day, the screams have stuck in my head,” Eitan recounts. “They destroyed everything I thought about the army, everything I thought about us, about myself. If we can do something so terrible without civilians knowing, what other secrets are we hiding?” "While I was in the Strip, the Holocaust came to mind." The reserve soldiers (terrorists, after all) who testified to Haaretz all spent time in a psychiatric ward. FONTE: HTTPS://IT.INSIDEOVER.COM/GUERRA/GAZA-ESECUZIONI-DI-CIVILI-E-TORTURE-LE-CONFESSIONI-DEI-SOLDATI-ISRAELIANI.HTML
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  • I SOLITI BASTARDI SIONISTI.

    Flotilla Gaza, Abukeshek e Avila in carcere fino a martedì: Israele ammette uso della forza | Il Fatto Quotidiano.it
    Abukeshek e Avila restano in carcere fino a martedì. Israele nega torture ma ammette l'uso della forza sulla nave "per sedare le proteste"
    https://www.ilfattoquotidiano.it/mondo/live-post/2026/05/03/flotilla-gaza-abukeshek-avila-carcere-notizie/8373422/
    I SOLITI BASTARDI SIONISTI. Flotilla Gaza, Abukeshek e Avila in carcere fino a martedì: Israele ammette uso della forza | Il Fatto Quotidiano.it Abukeshek e Avila restano in carcere fino a martedì. Israele nega torture ma ammette l'uso della forza sulla nave "per sedare le proteste" https://www.ilfattoquotidiano.it/mondo/live-post/2026/05/03/flotilla-gaza-abukeshek-avila-carcere-notizie/8373422/
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    Flotilla Gaza, Abukeshek e Avila in carcere fino a martedì: Israele ammette uso della forza | Il Fatto Quotidiano.it
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  • "Giù le mani dalla Flotilla": le immagini della manifestazione a Bologna
    Centinaia in piazza a Bologna per la Global Sumud Flotilla, intercettata da Israele al largo di Creta...
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/30/flotilla-gaza-manifestazione-bologna-video-immagini/8372075/
    "Giù le mani dalla Flotilla": le immagini della manifestazione a Bologna Centinaia in piazza a Bologna per la Global Sumud Flotilla, intercettata da Israele al largo di Creta... https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/30/flotilla-gaza-manifestazione-bologna-video-immagini/8372075/
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    "Giù le mani dalla Flotilla": le immagini della manifestazione a Bologna
    Centinaia in piazza a Bologna per la Global Sumud Flotilla, intercettata da Israele al largo di Creta
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  • https://toba60.com/milei-in-israele-da-il-peggio-di-se-in-un-discorso-cosi-lontano-dalla-tradizione-argentina-di-pace/
    https://toba60.com/milei-in-israele-da-il-peggio-di-se-in-un-discorso-cosi-lontano-dalla-tradizione-argentina-di-pace/
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    Milei in Israele da il peggio di se in un discorso così lontano dalla tradizione argentina di pace
    Dopo che Milei ha ricevuto la laurea honoris causa dall'Università Bar-Ilan, in Israele, ha fatto sfoggio del peggio di sé per ignoranza e dedizione nei confron
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  • "ANDARSELA A CERCARE (e il senso della mediazione)

    Vorrei starne fuori dalle solite polemiche, ma in Italia sembra praticamente impossibile.
    Provo allora a cercare motivazioni ulteriori in questo 25 Aprile. Porto con me un’esperienza significativa nel Coordinamento per la Pace: anche quest’anno siamo riusciti a mettere in corteo qualcosa che ci appartiene davvero, quel senso di “Resistenza che continua” dentro una modernità in cui certi fascismi non sono mai stati del tutto debellati. Abbiamo chiuso con un comizio alternativo, forse per pochi, forse per molti, ma con parole autentiche: di cuore, oltre che combattive. Ed è questo, alla fine, che conta.

    Per il resto, dispiace — ancora una volta — assistere, direttamente o per interposta cronaca, ai soliti siparietti tra Brigata Ebraica, ANPI ed esponenti politici nazionali, dopo l’allontanamento e la contestazione della Brigata dal corteo. Uno spettacolo che si ripete ciclicamente e che, in un contesto geopolitico come quello attuale — tra guerre di procura e accuse di genocidio — difficilmente poteva avere un esito diverso. Cosa ci si aspettava, davvero?

    Se il 25 Aprile resta, e deve restare, una festa di tutti — con il diritto di ciascuno di essere presente in piazza — è altrettanto evidente che negli anni abbia assunto tratti ibridi, a metà tra rave, sagra e passerella social (e qui, laissons tomber). Ma proprio per questo non possiamo sorprenderci di un finale già scritto, ora alimentato da botta e risposta tra Walker Meghnagi e l’ANPI, fino alle vie legali.

    A Milano, peraltro, le tensioni erano nell’aria già da settimane. E non ha certo aiutato una certa “sfrontatezza” da parte della Brigata Ebraica: presentarsi con simboli, bandiere e perfino immagini percepite come vicine all’establishment israelo-statunitense, in questo clima, equivale — piaccia o no — ad andarsela a cercare

    Quando si occupa una posizione così esposta, il basso profilo non è solo una questione di opportunità o dignità (ammesso che qualcuno voglia ancora parlarne), ma diventa persino una questione di "incolumità".

    Ed è forse per questo che oggi, 26 aprile, mi sento più vicino a posizioni lucide, razionali, come quelle di chi la Shoah l’ha vissuta e ne custodisce il senso più profondo. Chi conosce davvero il valore dei diritti umani e il significato autentico di una ricorrenza che rischiamo di svuotare.
    Non è democristiano, né ignavo, provare a leggere le cose in modo mediano — come suggerisce Edith Bruck. È, al contrario, uno degli interventi più onesti e centrati emersi in mezzo al rumore:

    - “Il 25 aprile riguarda la liberazione dell’Italia dal fascismo. Che c’entrano Israele e la sua bandiera?”
    E ancora: “Sfilino con la bandiera italiana quelli della Brigata ebraica e ringrazino il cielo di essere stati liberati dal fascismo. Nella piazza del 25 aprile doveva esserci posto solo per i simboli della liberazione e dell’antifascismo. Invece, sia da una parte che dall’altra, ne hanno approfittato per portare alla ribalta questioni del tutto fuori luogo.”

    -“Tutti pensano di fare una cosa giusta per la loro causa infilandosi al corteo del 25 aprile”.
    E chiude: “Finché sarà in corso il conflitto con i palestinesi, l’odio potrà solo crescere e avvelenare l’intera società. Le azioni del governo Netanyahu rappresentano un danno per tutti gli ebrei del mondo e aumentano l’antisemitismo. Al corteo bisognava portare la bandiera della pace”.

    C’è poco da aggiungere, in un contesto già saturo di tensione. La polemica continuerà, tra carte bollate e titoli gridati, come da copione.

    Resta, forse, solo una necessità: tornare a concentrarsi sulle esigenze reali di una città come Milano, che sul piano sociale non può più permettersi di perdere tempo. Nemmeno per indignarsi.

    #25Aprile #Resistenza #Milano #PoliticaItaliana #dirittiumani
    "ANDARSELA A CERCARE (e il senso della mediazione) Vorrei starne fuori dalle solite polemiche, ma in Italia sembra praticamente impossibile. Provo allora a cercare motivazioni ulteriori in questo 25 Aprile. Porto con me un’esperienza significativa nel Coordinamento per la Pace: anche quest’anno siamo riusciti a mettere in corteo qualcosa che ci appartiene davvero, quel senso di “Resistenza che continua” dentro una modernità in cui certi fascismi non sono mai stati del tutto debellati. Abbiamo chiuso con un comizio alternativo, forse per pochi, forse per molti, ma con parole autentiche: di cuore, oltre che combattive. Ed è questo, alla fine, che conta. Per il resto, dispiace — ancora una volta — assistere, direttamente o per interposta cronaca, ai soliti siparietti tra Brigata Ebraica, ANPI ed esponenti politici nazionali, dopo l’allontanamento e la contestazione della Brigata dal corteo. Uno spettacolo che si ripete ciclicamente e che, in un contesto geopolitico come quello attuale — tra guerre di procura e accuse di genocidio — difficilmente poteva avere un esito diverso. Cosa ci si aspettava, davvero? Se il 25 Aprile resta, e deve restare, una festa di tutti — con il diritto di ciascuno di essere presente in piazza — è altrettanto evidente che negli anni abbia assunto tratti ibridi, a metà tra rave, sagra e passerella social (e qui, laissons tomber). Ma proprio per questo non possiamo sorprenderci di un finale già scritto, ora alimentato da botta e risposta tra Walker Meghnagi e l’ANPI, fino alle vie legali. A Milano, peraltro, le tensioni erano nell’aria già da settimane. E non ha certo aiutato una certa “sfrontatezza” da parte della Brigata Ebraica: presentarsi con simboli, bandiere e perfino immagini percepite come vicine all’establishment israelo-statunitense, in questo clima, equivale — piaccia o no — ad andarsela a cercare ❌ Quando si occupa una posizione così esposta, il basso profilo non è solo una questione di opportunità o dignità (ammesso che qualcuno voglia ancora parlarne), ma diventa persino una questione di "incolumità". Ed è forse per questo che oggi, 26 aprile, mi sento più vicino a posizioni lucide, razionali, come quelle di chi la Shoah l’ha vissuta e ne custodisce il senso più profondo. Chi conosce davvero il valore dei diritti umani e il significato autentico di una ricorrenza che rischiamo di svuotare. Non è democristiano, né ignavo, provare a leggere le cose in modo mediano — come suggerisce Edith Bruck. È, al contrario, uno degli interventi più onesti e centrati emersi in mezzo al rumore: - “Il 25 aprile riguarda la liberazione dell’Italia dal fascismo. Che c’entrano Israele e la sua bandiera?” E ancora: “Sfilino con la bandiera italiana quelli della Brigata ebraica e ringrazino il cielo di essere stati liberati dal fascismo. Nella piazza del 25 aprile doveva esserci posto solo per i simboli della liberazione e dell’antifascismo. Invece, sia da una parte che dall’altra, ne hanno approfittato per portare alla ribalta questioni del tutto fuori luogo.” -“Tutti pensano di fare una cosa giusta per la loro causa infilandosi al corteo del 25 aprile”. E chiude: “Finché sarà in corso il conflitto con i palestinesi, l’odio potrà solo crescere e avvelenare l’intera società. Le azioni del governo Netanyahu rappresentano un danno per tutti gli ebrei del mondo e aumentano l’antisemitismo. Al corteo bisognava portare la bandiera della pace”. C’è poco da aggiungere, in un contesto già saturo di tensione. La polemica continuerà, tra carte bollate e titoli gridati, come da copione. Resta, forse, solo una necessità: tornare a concentrarsi sulle esigenze reali di una città come Milano, che sul piano sociale non può più permettersi di perdere tempo. Nemmeno per indignarsi. #25Aprile #Resistenza #Milano #PoliticaItaliana #dirittiumani
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  • GUERRE in video.
    La Russia ha ANNIENTATO un complesso sotterraneo ucraino.
    Il Libano bombardato da Israele nonostante la nuova tregua.
    34 petroliere iraniane hanno attraversato Hormuz nonostante il blocco USA

    WARS in Video. Russia WIPED Ukraine Underground Complex.
    Lebanon Bombed by IDF despite new Truce.
    34 Iranian Tankers Crossed Hormuz despite US Blockade

    https://gospanews.net/en/2026/04/24/middle-east-ukraine-wars-news-in-video-iran-and-china-ready-to-naval-battle-vs-15-us-warships-in-hormuz-russia-infantry-wiped-kiev-hotspots/
    GUERRE in video. La Russia ha ANNIENTATO un complesso sotterraneo ucraino. Il Libano bombardato da Israele nonostante la nuova tregua. 34 petroliere iraniane hanno attraversato Hormuz nonostante il blocco USA WARS in Video. Russia WIPED Ukraine Underground Complex. Lebanon Bombed by IDF despite new Truce. 34 Iranian Tankers Crossed Hormuz despite US Blockade https://gospanews.net/en/2026/04/24/middle-east-ukraine-wars-news-in-video-iran-and-china-ready-to-naval-battle-vs-15-us-warships-in-hormuz-russia-infantry-wiped-kiev-hotspots/
    GOSPANEWS.NET
    WARS in Video. Russia WIPED Ukraine Underground Complex. Lebanon Bombed by IDF despite new Truce. 34 Iranian Tankers Crossed Hormuz.
    By Gospa News Editorial StaffVERSIONE SINTETICA IN ITALIANOFor over a month, Gospa News International has published daily updates in its Daily Summary on the horrific war in Iran and the Middle East unleashed by the Zionist criminals Benjamin Netanyahu, Prime Minister of Israel, and Donald T
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  • Quattro giorni fa Haaretz, unico giornale d’opposizione in Israele, ha pubblicato un articolo dal titolo “I Felt I Was a Monster” (17/04/2026). L’articolo parte dalla presentazione di un soldato israeliano psicologicamente tormentato e che afferma di temere più di tutto la vendetta. Nel corso dell’articolo vengono ricordati attraverso testimonianze o documenti alcuni fatti avvenuti durante la demolizione della striscia di Gaza (una goccia nel mare di quelli noti, ma comunque).

    Si parla di soldati che urinano su un detenuto legato e bendato, ridendo e scherzando. Si parla di interrogatori dove i detenuti vengono torturati stringendo fascette di plastica intorno ai loro genitali. Si parla di un ufficiale che giustizia un palestinese disarmato che si era arreso con le mani alzate, per poi insabbiare l’episodio facendo credere fosse un "terrorista armato". Si parla di un carro armato che spara e uccide cinque civili palestinesi che attraversano una linea, seguito da un bulldozer D9 che seppellisce i corpi nella sabbia. Si parla di innumerevoli casi di soldati dell’IDF che aprono il fuoco su civili disarmati, compresi coloro che cercano cibo durante la carestia causata dal blocco imposto dal governo israeliano. Si parla del saccheggio di case palestinesi, di interni bruciati, piscio sugli oggetti personali delle famiglie sfrattate, per il divertimento collettivo.

    La tesi di fondo che sostiene l’articolo è che i soldati israeliani stiano soffrendo di gravi traumi per ciò che hanno fatto o che hanno visto fare ai propri commilitoni.

    Due osservazioni mi paiono opportune.

    La prima deve partire dalla constatazione che le atrocità ricordate nell’articolo sono solo una piccola parte, e non la più ributtante, di quanto fatto dall’esercito israeliano. (Non mi risulta ci siano precedenti altrove nel mondo di stupri e sevizie sui prigionieri, accertati con filmati giunti al pubblico internazionale, e seguiti da un’assoluzione in tribunale dei torturatori.) Detto questo, comunque, gli eventi ricordati su Haaretz, sono parte di un repertorio che ricalca in maniera impressionante alcuni dei momenti più abietti del nazifascismo.

    E l’unico modo che Haaretz ha per presentare questi eventi al pubblico israeliano (all’esigua minoranza critica) è di presentarlo invocando la pietà umana per i soldati traumatizzati dallo schifo cui hanno partecipato. Ecco, già questo impianto narrativo ci dice come nella società israeliana si sia introiettata senza resti l’idea che l’unico soggetto umano del cui sguardo val la pena curarsi è un ebreo israeliano. Se tortura e uccide innocenti, la vittima resta fuori scena, mentre chiediamo compassione per le ripercussioni psicologiche sul carnefice. Questo, temo, sia il problema di fondo, da cui tutto il resto discende.

    La seconda osservazione deriva dallo scandalo suscitato recentemente dall’immagine di un soldato dell’IDF, nel sud del Libano, che distrugge a colpi di mazza una statua di Gesù Cristo in croce. L’immagine ha fatto il giro del mondo, ha suscitato reazioni politiche e ha persino costretto, credo per la prima volta, il primo ministro israeliano Netanyahu a prendere le distanze e a promettere un intervento sanzionatorio nei confronti del soldato.

    Ora, per chiunque abbia un’idea, anche limitata, del messaggio cristiano, non può che risultare incredibile che nessuna cancelleria europea si muova per migliaia di crimini di guerra documentati, stupri, torture, assassini a sangue freddo di cittadini inermi, fucilate sui bambini, bombardamenti incendiari sui campi profughi, ecc. (di cui molti ammessi e ripresi dai media israeliani), per poi sollevare rimostranze di fronte alla dissacrazione di un’immagine.

    Infatti, se c’è una cosa per cui il messaggio cristiano si erge in contrasto polemico fortissimo verso la precedente tradizione ebraica è proprio il rigetto del formalismo, del legalismo, del culto dell’apparenza esteriore rispetto alla pietà umana.
    “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità.” (Matteo, 23, 27-28)
    Quattro giorni fa Haaretz, unico giornale d’opposizione in Israele, ha pubblicato un articolo dal titolo “I Felt I Was a Monster” (17/04/2026). L’articolo parte dalla presentazione di un soldato israeliano psicologicamente tormentato e che afferma di temere più di tutto la vendetta. Nel corso dell’articolo vengono ricordati attraverso testimonianze o documenti alcuni fatti avvenuti durante la demolizione della striscia di Gaza (una goccia nel mare di quelli noti, ma comunque). Si parla di soldati che urinano su un detenuto legato e bendato, ridendo e scherzando. Si parla di interrogatori dove i detenuti vengono torturati stringendo fascette di plastica intorno ai loro genitali. Si parla di un ufficiale che giustizia un palestinese disarmato che si era arreso con le mani alzate, per poi insabbiare l’episodio facendo credere fosse un "terrorista armato". Si parla di un carro armato che spara e uccide cinque civili palestinesi che attraversano una linea, seguito da un bulldozer D9 che seppellisce i corpi nella sabbia. Si parla di innumerevoli casi di soldati dell’IDF che aprono il fuoco su civili disarmati, compresi coloro che cercano cibo durante la carestia causata dal blocco imposto dal governo israeliano. Si parla del saccheggio di case palestinesi, di interni bruciati, piscio sugli oggetti personali delle famiglie sfrattate, per il divertimento collettivo. La tesi di fondo che sostiene l’articolo è che i soldati israeliani stiano soffrendo di gravi traumi per ciò che hanno fatto o che hanno visto fare ai propri commilitoni. Due osservazioni mi paiono opportune. La prima deve partire dalla constatazione che le atrocità ricordate nell’articolo sono solo una piccola parte, e non la più ributtante, di quanto fatto dall’esercito israeliano. (Non mi risulta ci siano precedenti altrove nel mondo di stupri e sevizie sui prigionieri, accertati con filmati giunti al pubblico internazionale, e seguiti da un’assoluzione in tribunale dei torturatori.) Detto questo, comunque, gli eventi ricordati su Haaretz, sono parte di un repertorio che ricalca in maniera impressionante alcuni dei momenti più abietti del nazifascismo. E l’unico modo che Haaretz ha per presentare questi eventi al pubblico israeliano (all’esigua minoranza critica) è di presentarlo invocando la pietà umana per i soldati traumatizzati dallo schifo cui hanno partecipato. Ecco, già questo impianto narrativo ci dice come nella società israeliana si sia introiettata senza resti l’idea che l’unico soggetto umano del cui sguardo val la pena curarsi è un ebreo israeliano. Se tortura e uccide innocenti, la vittima resta fuori scena, mentre chiediamo compassione per le ripercussioni psicologiche sul carnefice. Questo, temo, sia il problema di fondo, da cui tutto il resto discende. La seconda osservazione deriva dallo scandalo suscitato recentemente dall’immagine di un soldato dell’IDF, nel sud del Libano, che distrugge a colpi di mazza una statua di Gesù Cristo in croce. L’immagine ha fatto il giro del mondo, ha suscitato reazioni politiche e ha persino costretto, credo per la prima volta, il primo ministro israeliano Netanyahu a prendere le distanze e a promettere un intervento sanzionatorio nei confronti del soldato. Ora, per chiunque abbia un’idea, anche limitata, del messaggio cristiano, non può che risultare incredibile che nessuna cancelleria europea si muova per migliaia di crimini di guerra documentati, stupri, torture, assassini a sangue freddo di cittadini inermi, fucilate sui bambini, bombardamenti incendiari sui campi profughi, ecc. (di cui molti ammessi e ripresi dai media israeliani), per poi sollevare rimostranze di fronte alla dissacrazione di un’immagine. Infatti, se c’è una cosa per cui il messaggio cristiano si erge in contrasto polemico fortissimo verso la precedente tradizione ebraica è proprio il rigetto del formalismo, del legalismo, del culto dell’apparenza esteriore rispetto alla pietà umana. “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità.” (Matteo, 23, 27-28)
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  • COME VOLEVASI DIMOSTRARE!
    Il bluff di Meloni sul patto Ue-Israele: no alla revoca
    Leggi su Il Fatto Quotidiano l'articolo in edicola "Il bluff di Meloni sul patto Ue-Israele: no alla revoca" pubblicato il 21 Aprile 2026 a firma di Wanda Marra
    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/04/21/il-bluff-di-meloni-sul-patto-ue-israele-no-alla-revoca/8361473/
    COME VOLEVASI DIMOSTRARE! Il bluff di Meloni sul patto Ue-Israele: no alla revoca Leggi su Il Fatto Quotidiano l'articolo in edicola "Il bluff di Meloni sul patto Ue-Israele: no alla revoca" pubblicato il 21 Aprile 2026 a firma di Wanda Marra https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/04/21/il-bluff-di-meloni-sul-patto-ue-israele-no-alla-revoca/8361473/
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    Il bluff di Meloni sul patto Ue-Israele: no alla revoca
    Leggi su Il Fatto Quotidiano l'articolo in edicola "Il bluff di Meloni sul patto Ue-Israele: no alla revoca" pubblicato il 21 Aprile 2026 a firma di Wanda Marra
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  • Tra le macerie di Tallet al-Khayat, a Beirut, l'8 aprile 2026, è stato ritrovato il corpo della poetessa libanese Khatun Salma, insieme a quello del marito Muhammad Karasht. Non lontano da loro, una copia sfregiata di Ventiquattro ore nella vita di una donna di Stefan Zweig.

    Qualcuno ha visto. Qualcuno ha capito subito. E ha diffuso le due immagini insieme - il corpo e il libro strappato - come si diffonde una verità che non ha bisogno di didascalie.

    Khatun Salma aveva scritto:
    قد أكون الضحيّة / الشهيدة إن شاؤوا
    في الصدع فأس / في الصدر جرح
    أمدّ يدي اليمنى / تليها اليسرى / ربّما معاً ننجو
    Potrei essere la vittima / la martire, se così vogliono
    nella fessura un'ascia / nel petto una ferita
    tendo la mano destra / poi la sinistra / forse insieme sopravviviamo

    Non sono sopravvissuti insieme.

    Forse stava leggendo Zweig quella sera. Forse cercava in quelle pagine una chiave per capire l'oscurità del fascismo di ieri e riconoscere meglio quella di oggi. Il fascismo l'ha raggiunta mentre leggeva. È entrato in casa sua senza chiedere il permesso, come fa sempre, come ha sempre fatto.

    L'operazione si chiama “Oscurità Eterna”. Cinquanta caccia, centosessanta bombe, cento obiettivi, dieci minuti. Nessuno cercava lei in particolare. Non serve cercare un poeta per ucciderlo, basta decidere che lo spazio in cui vive è sacrificabile. Con tutto ciò che contiene: corpi, voci, libri, versi.

    Zweig si era suicidato in Brasile nel febbraio del 1942, in fuga da un'Europa che aveva smesso di essere abitabile per chi pensava e scriveva. Ottant'anni dopo, i libanesi che hanno diffuso quelle due immagini stavano facendo la stessa cosa che faceva lui: cercare di dare un nome a ciò che li sta distruggendo. Con gli stessi strumenti culturali che vengono distrutti insieme a loro.

    Non è la prima volta. A Gaza, il 6 dicembre 2023, Israele ha bombardato chirurgicamente l'appartamento in cui si trovava il poeta Refaat Alareer, uccidendo lui, suo fratello, sua sorella e tre nipoti. Poche settimane prima aveva scritto: “Se devo morire, che sia un racconto”. Con lui sono stati uccisi la poetessa Heba Abu Nada, il romanziere Omar Abu Shawish, la pittrice Heba Zaqout, la scrittrice Halima Al Kahlout e decine di altri artisti e intellettuali di cui i nomi rischiano di restare sepolti sotto le statistiche. Prima di loro, nel 1972, Ghassan Kanafani - scrittore, drammaturgo, voce della resistenza palestinese - era stato assassinato a Beirut da un'autobomba del Mossad.

    C'è una linea che attraversa i decenni. Il fascismo, in tutte le sue forme, ha sempre saputo che i poeti sono pericolosi non perché imbracciano armi, ma perché nominano le cose. E nominare le cose è il primo atto di resistenza. Per questo li cerca, li bombarda, li seppellisce sotto le macerie con o senza nome.

    “Se devo morire, che sia un racconto”, aveva scritto Alareer.

    Khatun Salma è diventata un racconto. Come Refaat. Come tutti quelli che il fascismo vuole ridurre a numero e riesce invece a trasformare in voce.

    Di Tahar Lamri

    On April 8, 2026, the body of Lebanese poet Khatun Salma was found in the rubble of Tallet al-Khayat, Beirut, along with that of her husband Muhammad Karasht. Not far from them was a defaced copy of Stefan Zweig's Twenty-Four Hours in the Life of a Woman.

    Someone saw. Someone understood immediately. And they shared the two images together—the body and the torn book—like a truth that needs no caption.

    Khatun Salma had written:
    قد أكون الضحيّة / الشهيدة إن شاؤوا
    في الصدع فأس / في الصدر جرح
    أمدّ يدي اليمنى / تليها اليسرى / ربّما معاً ننجو
    I could be the victim/martyr if they so choose
    in the crack an ax / in the chest a wound
    I hold out my right hand / then my left / maybe together We survive

    They didn't survive together.

    Perhaps she was reading Zweig that evening. Perhaps she was searching in those pages for a key to understanding the darkness of fascism yesterday and better recognizing that of today. Fascism caught up with her while she was reading. It entered her home without asking permission, as it always does, as it always has.

    The operation is called "Eternal Darkness." Fifty fighters, one hundred and sixty bombs, one hundred targets, ten minutes. No one was looking for her in particular. There's no need to look for a poet to kill him, just decide that the space she lives in is expendable. With everything it contains: bodies, voices, books, verses.

    Zweig committed suicide in Brazil in February 1942, fleeing a Europe that had ceased to be habitable for those who thought and wrote. Eighty years later, the Lebanese who spread those two images were doing the same thing he was doing: trying to give a name to what is destroying them. With the same cultural tools that are being destroyed along with them.

    It's not the first time. In Gaza, on December 6, 2023, Israel surgically bombed the apartment where poet Refaat Alareer was staying, killing him, his brother, his sister, and three nephews. A few weeks earlier, he had written: "If I must die, let it be a story." Killed along with him were poet Heba Abu Nada, novelist Omar Abu Shawish, painter Heba Zaqout, writer Halima Al Kahlout, and dozens of other artists and intellectuals whose names risk being buried under statistics. Before them, in 1972, Ghassan Kanafani—writer, playwright, voice of the Palestinian resistance—was assassinated in Beirut by a Mossad car bomb.

    There's a line that runs through the decades. Fascism, in all its forms, has always known that poets are dangerous not because they bear arms, but because they name things. And naming things is the first act of resistance. That's why it seeks them out, bombs them, buries them under rubble, with or without a name.

    "If I must die, let it be a story," Alareer wrote.

    Khatun Salma has become a story. Like Refaat. Like all those whom fascism seeks to reduce to a number and instead succeeds in transforming into a voice.

    By Tahar Lamri
    Tra le macerie di Tallet al-Khayat, a Beirut, l'8 aprile 2026, è stato ritrovato il corpo della poetessa libanese Khatun Salma, insieme a quello del marito Muhammad Karasht. Non lontano da loro, una copia sfregiata di Ventiquattro ore nella vita di una donna di Stefan Zweig. Qualcuno ha visto. Qualcuno ha capito subito. E ha diffuso le due immagini insieme - il corpo e il libro strappato - come si diffonde una verità che non ha bisogno di didascalie. Khatun Salma aveva scritto: قد أكون الضحيّة / الشهيدة إن شاؤوا في الصدع فأس / في الصدر جرح أمدّ يدي اليمنى / تليها اليسرى / ربّما معاً ننجو Potrei essere la vittima / la martire, se così vogliono nella fessura un'ascia / nel petto una ferita tendo la mano destra / poi la sinistra / forse insieme sopravviviamo Non sono sopravvissuti insieme. Forse stava leggendo Zweig quella sera. Forse cercava in quelle pagine una chiave per capire l'oscurità del fascismo di ieri e riconoscere meglio quella di oggi. Il fascismo l'ha raggiunta mentre leggeva. È entrato in casa sua senza chiedere il permesso, come fa sempre, come ha sempre fatto. L'operazione si chiama “Oscurità Eterna”. Cinquanta caccia, centosessanta bombe, cento obiettivi, dieci minuti. Nessuno cercava lei in particolare. Non serve cercare un poeta per ucciderlo, basta decidere che lo spazio in cui vive è sacrificabile. Con tutto ciò che contiene: corpi, voci, libri, versi. Zweig si era suicidato in Brasile nel febbraio del 1942, in fuga da un'Europa che aveva smesso di essere abitabile per chi pensava e scriveva. Ottant'anni dopo, i libanesi che hanno diffuso quelle due immagini stavano facendo la stessa cosa che faceva lui: cercare di dare un nome a ciò che li sta distruggendo. Con gli stessi strumenti culturali che vengono distrutti insieme a loro. Non è la prima volta. A Gaza, il 6 dicembre 2023, Israele ha bombardato chirurgicamente l'appartamento in cui si trovava il poeta Refaat Alareer, uccidendo lui, suo fratello, sua sorella e tre nipoti. Poche settimane prima aveva scritto: “Se devo morire, che sia un racconto”. Con lui sono stati uccisi la poetessa Heba Abu Nada, il romanziere Omar Abu Shawish, la pittrice Heba Zaqout, la scrittrice Halima Al Kahlout e decine di altri artisti e intellettuali di cui i nomi rischiano di restare sepolti sotto le statistiche. Prima di loro, nel 1972, Ghassan Kanafani - scrittore, drammaturgo, voce della resistenza palestinese - era stato assassinato a Beirut da un'autobomba del Mossad. C'è una linea che attraversa i decenni. Il fascismo, in tutte le sue forme, ha sempre saputo che i poeti sono pericolosi non perché imbracciano armi, ma perché nominano le cose. E nominare le cose è il primo atto di resistenza. Per questo li cerca, li bombarda, li seppellisce sotto le macerie con o senza nome. “Se devo morire, che sia un racconto”, aveva scritto Alareer. Khatun Salma è diventata un racconto. Come Refaat. Come tutti quelli che il fascismo vuole ridurre a numero e riesce invece a trasformare in voce. Di Tahar Lamri On April 8, 2026, the body of Lebanese poet Khatun Salma was found in the rubble of Tallet al-Khayat, Beirut, along with that of her husband Muhammad Karasht. Not far from them was a defaced copy of Stefan Zweig's Twenty-Four Hours in the Life of a Woman. Someone saw. Someone understood immediately. And they shared the two images together—the body and the torn book—like a truth that needs no caption. Khatun Salma had written: قد أكون الضحيّة / الشهيدة إن شاؤوا في الصدع فأس / في الصدر جرح أمدّ يدي اليمنى / تليها اليسرى / ربّما معاً ننجو I could be the victim/martyr if they so choose in the crack an ax / in the chest a wound I hold out my right hand / then my left / maybe together We survive They didn't survive together. Perhaps she was reading Zweig that evening. Perhaps she was searching in those pages for a key to understanding the darkness of fascism yesterday and better recognizing that of today. Fascism caught up with her while she was reading. It entered her home without asking permission, as it always does, as it always has. The operation is called "Eternal Darkness." Fifty fighters, one hundred and sixty bombs, one hundred targets, ten minutes. No one was looking for her in particular. There's no need to look for a poet to kill him, just decide that the space she lives in is expendable. With everything it contains: bodies, voices, books, verses. Zweig committed suicide in Brazil in February 1942, fleeing a Europe that had ceased to be habitable for those who thought and wrote. Eighty years later, the Lebanese who spread those two images were doing the same thing he was doing: trying to give a name to what is destroying them. With the same cultural tools that are being destroyed along with them. It's not the first time. In Gaza, on December 6, 2023, Israel surgically bombed the apartment where poet Refaat Alareer was staying, killing him, his brother, his sister, and three nephews. A few weeks earlier, he had written: "If I must die, let it be a story." Killed along with him were poet Heba Abu Nada, novelist Omar Abu Shawish, painter Heba Zaqout, writer Halima Al Kahlout, and dozens of other artists and intellectuals whose names risk being buried under statistics. Before them, in 1972, Ghassan Kanafani—writer, playwright, voice of the Palestinian resistance—was assassinated in Beirut by a Mossad car bomb. There's a line that runs through the decades. Fascism, in all its forms, has always known that poets are dangerous not because they bear arms, but because they name things. And naming things is the first act of resistance. That's why it seeks them out, bombs them, buries them under rubble, with or without a name. "If I must die, let it be a story," Alareer wrote. Khatun Salma has become a story. Like Refaat. Like all those whom fascism seeks to reduce to a number and instead succeeds in transforming into a voice. By Tahar Lamri
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  • I SIONISTI non DEMORDONO!
    Israele demolisce i villaggi del sud Libano e applica il "modello Gaza"
    L'esercito israeliano ha definito una zona cuscinetto nel sud del Libano, demolendo oltre 50 villaggi e impedendo il ritorno di 600mila sfollati
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/20/israele-demolizione-villaggi-libano-news/8360729/
    I SIONISTI non DEMORDONO! Israele demolisce i villaggi del sud Libano e applica il "modello Gaza" L'esercito israeliano ha definito una zona cuscinetto nel sud del Libano, demolendo oltre 50 villaggi e impedendo il ritorno di 600mila sfollati https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/20/israele-demolizione-villaggi-libano-news/8360729/
    WWW.ILFATTOQUOTIDIANO.IT
    Israele demolisce i villaggi del sud Libano e applica il "modello Gaza"
    L'esercito israeliano ha definito una zona cuscinetto nel sud del Libano, demolendo oltre 50 villaggi e impedendo il ritorno di 600mila sfollati
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