• CENSURA DEI MEDIA OCCIDENTALI?

    un giornalista della televisione di stato cinese (cctv), presente a tel aviv, ha documentato ingenti danni nel centro della città causati dai missili iraniani.

    dopo appena cinque minuti di riprese sono intervenute le forze di sicurezza israeliane che hanno ordinato alla troupe di interrompere le riprese.
    🔺 CENSURA DEI MEDIA OCCIDENTALI? 🔸 un giornalista della televisione di stato cinese (cctv), presente a tel aviv, ha documentato ingenti danni nel centro della città causati dai missili iraniani. 🔸 dopo appena cinque minuti di riprese sono intervenute le forze di sicurezza israeliane che hanno ordinato alla troupe di interrompere le riprese.
    Angry
    1
    0 Kommentare 0 Geteilt 36 Ansichten 3
  • GRANDISSIMO ANDREA TI ASPETTIAMO TUTTI con IL TUO GRANDE ENTUSIASMO!
    PIETRO STRAMEZZI: "MIO PADRE È USCITO DAL COMA, SULLE CAUSE NON ESCLUDIAMO NULLA"
    Pietro Stramezzi ha annunciato che suo padre, il dottor Andrea Stramezzi, è uscito dal coma. Le sue condizioni rimangono critiche ma risponde agli stimoli verbali mostrando di comprendere ciò che gli viene detto. Poichè il personale medico non è riuscito a formulare una diagnosi sulle cause che hanno determinato il coma, Pietro Stramezzi ha presentato una denuncia per avvelenamento contro ignoti, un passaggio legale indispensabile per consentire ai medici di compiere esami tossicologici più approfonditi. Byoblu lo ha intervistato in esclusiva.

    Source: ByoBlu - La TV dei Cittadini
    https://www.byoblu.com/2026/03/08/pietro-stramezzi-mio-padre-si-e-risvegliato-dal-coma-sulle-cause-non-escludiamo-nulla/


    GRANDISSIMO ANDREA TI ASPETTIAMO TUTTI con IL TUO GRANDE ENTUSIASMO! PIETRO STRAMEZZI: "MIO PADRE È USCITO DAL COMA, SULLE CAUSE NON ESCLUDIAMO NULLA" Pietro Stramezzi ha annunciato che suo padre, il dottor Andrea Stramezzi, è uscito dal coma. Le sue condizioni rimangono critiche ma risponde agli stimoli verbali mostrando di comprendere ciò che gli viene detto. Poichè il personale medico non è riuscito a formulare una diagnosi sulle cause che hanno determinato il coma, Pietro Stramezzi ha presentato una denuncia per avvelenamento contro ignoti, un passaggio legale indispensabile per consentire ai medici di compiere esami tossicologici più approfonditi. Byoblu lo ha intervistato in esclusiva. Source: ByoBlu - La TV dei Cittadini https://www.byoblu.com/2026/03/08/pietro-stramezzi-mio-padre-si-e-risvegliato-dal-coma-sulle-cause-non-escludiamo-nulla/
    Love
    1
    0 Kommentare 0 Geteilt 199 Ansichten
  • IO OBIETTO

    La vera sconfitta è trovarsi nel 2026 a fare ancora gli stessi discorsi e le stesse valutazioni di 30 o 40 anni fa. Dopo tutto ciò che la storia recente ci ha già mostrato in termini di distruzione e perdite umane, siamo ancora qui a discutere di #riarmo, di #difesa e del ritorno di un linguaggio che pensavamo appartenesse al passato. Questo è il vero schifo della situazione.

    Eppure sta accadendo di nuovo.
    Con l’ultima escalation internazionale torna con insistenza il tema della leva militare, spesso riproposta sotto forme apparentemente nuove: volontariato “strutturato”, percorsi pre-militari nelle scuole, programmi presentati come facoltativi ma che rappresentano il primo passo verso un possibile ripristino della coscrizione.

    Nei Paesi nordici migliaia di giovani vengono già richiamati ogni anno: chi rifiuta paga, chi disobbedisce perde diritti.
    Anche in Italia il dibattito si riaccende. Il governo ha già accennato l’intenzione di aumentare l’organico delle forze armate di 10.000 unità, con prospettive che potrebbero arrivare a 30-35.000. La leva obbligatoria, ricordiamolo, non è stata abolita: è semplicemente sospesa e potrebbe essere riattivata con un atto di governo.

    Nel frattempo cresce la presenza dei militari nelle scuole, in nome dell’orientamento o dell’educazione civica. Un fenomeno che molti osservatori leggono come il tentativo di normalizzare la guerra nelle menti dei più giovani, dentro un clima generale segnato da emergenze securitarie, propaganda e costruzione continua di nuovi “nemici”.
    Per questo non sorprende che proprio gli studenti abbiano deciso di mobilitarsi.

    Il 5 marzo, nella Giornata internazionale per la consapevolezza sul disarmo e la non proliferazione istituita dall’ONU, migliaia di giovani sono scesi in piazza in tutta Italia. Presìdi, assemblee e cortei organizzati dalla Rete degli studenti medi e dall’Unione degli universitari per contestare il piano di riarmo europeo e le ipotesi di nuove forme di leva.
    “Le giovani generazioni sono terrorizzate dalla prospettiva della guerra e da una sensazione di incertezza permanente”, ha spiegato Angela Verdecchia, coordinatrice nazionale della Rete degli studenti medi. “Vogliamo una scuola e un’università di pace, libere dalla militarizzazione e dagli interessi dell’industria bellica. Le risorse pubbliche devono andare all’istruzione, alla sanità e al welfare, non alle armi”.
    Gli studenti denunciano anche il rischio che scuole e università diventino spazi di propaganda o bacini di reclutamento. In un contesto globale sempre più instabile — dalle tensioni in Medio Oriente all’apertura di nuovi fronti di conflitto — la risposta politica sembra concentrarsi quasi esclusivamente sull’aumento delle spese militari. Ma, ricordano molti giovani, più armi non significa automaticamente più sicurezza.

    E forse vale la pena ascoltarli.
    Perché la storia ci insegna che le guerre raramente vengono combattute da chi le decide. Al fronte non partono i figli di chi le promuove o ne trae vantaggio economico; partono soprattutto giovani e lavoratori, spesso già segnati da precarietà e mancanza di prospettive.
    È anche per questo che molti ragazzi chiedono semplicemente di essere ascoltati. Chiedono opportunità, istruzione, lavoro dignitoso, una sanità pubblica che funzioni. Chiedono un futuro che non sia definito dall’idea di dover difendere con le armi ciò che la politica non è riuscita a costruire con la giustizia sociale.
    Forse il primo passo non è imporre nuove forme di militarizzazione, ma riaprire uno spazio di confronto reale sulle politiche sociali e giovanili, nelle città e nel Paese. Riconoscere l’incertezza che attraversa questa generazione e provare ad affrontarla con strumenti diversi dalla logica della guerra.

    Dire “io obietto” non è uno slogan.
    È l’inizio di una domanda collettiva: quale società vogliamo costruire e quale futuro siamo disposti a immaginare per chi verrà dopo di noi.

    #pace #dirittideigiovani #noallaMilitarizzazione #futuro
    IO OBIETTO ✋ La vera sconfitta è trovarsi nel 2026 a fare ancora gli stessi discorsi e le stesse valutazioni di 30 o 40 anni fa. Dopo tutto ciò che la storia recente ci ha già mostrato in termini di distruzione e perdite umane, siamo ancora qui a discutere di #riarmo, di #difesa e del ritorno di un linguaggio che pensavamo appartenesse al passato. Questo è il vero schifo della situazione. Eppure sta accadendo di nuovo. Con l’ultima escalation internazionale torna con insistenza il tema della leva militare, spesso riproposta sotto forme apparentemente nuove: volontariato “strutturato”, percorsi pre-militari nelle scuole, programmi presentati come facoltativi ma che rappresentano il primo passo verso un possibile ripristino della coscrizione. Nei Paesi nordici migliaia di giovani vengono già richiamati ogni anno: chi rifiuta paga, chi disobbedisce perde diritti. Anche in Italia il dibattito si riaccende. Il governo ha già accennato l’intenzione di aumentare l’organico delle forze armate di 10.000 unità, con prospettive che potrebbero arrivare a 30-35.000. La leva obbligatoria, ricordiamolo, non è stata abolita: è semplicemente sospesa e potrebbe essere riattivata con un atto di governo. Nel frattempo cresce la presenza dei militari nelle scuole, in nome dell’orientamento o dell’educazione civica. Un fenomeno che molti osservatori leggono come il tentativo di normalizzare la guerra nelle menti dei più giovani, dentro un clima generale segnato da emergenze securitarie, propaganda e costruzione continua di nuovi “nemici”. Per questo non sorprende che proprio gli studenti abbiano deciso di mobilitarsi. Il 5 marzo, nella Giornata internazionale per la consapevolezza sul disarmo e la non proliferazione istituita dall’ONU, migliaia di giovani sono scesi in piazza in tutta Italia. Presìdi, assemblee e cortei organizzati dalla Rete degli studenti medi e dall’Unione degli universitari per contestare il piano di riarmo europeo e le ipotesi di nuove forme di leva. “Le giovani generazioni sono terrorizzate dalla prospettiva della guerra e da una sensazione di incertezza permanente”, ha spiegato Angela Verdecchia, coordinatrice nazionale della Rete degli studenti medi. “Vogliamo una scuola e un’università di pace, libere dalla militarizzazione e dagli interessi dell’industria bellica. Le risorse pubbliche devono andare all’istruzione, alla sanità e al welfare, non alle armi”. Gli studenti denunciano anche il rischio che scuole e università diventino spazi di propaganda o bacini di reclutamento. In un contesto globale sempre più instabile — dalle tensioni in Medio Oriente all’apertura di nuovi fronti di conflitto — la risposta politica sembra concentrarsi quasi esclusivamente sull’aumento delle spese militari. Ma, ricordano molti giovani, più armi non significa automaticamente più sicurezza. E forse vale la pena ascoltarli. Perché la storia ci insegna che le guerre raramente vengono combattute da chi le decide. Al fronte non partono i figli di chi le promuove o ne trae vantaggio economico; partono soprattutto giovani e lavoratori, spesso già segnati da precarietà e mancanza di prospettive. È anche per questo che molti ragazzi chiedono semplicemente di essere ascoltati. Chiedono opportunità, istruzione, lavoro dignitoso, una sanità pubblica che funzioni. Chiedono un futuro che non sia definito dall’idea di dover difendere con le armi ciò che la politica non è riuscita a costruire con la giustizia sociale. Forse il primo passo non è imporre nuove forme di militarizzazione, ma riaprire uno spazio di confronto reale sulle politiche sociali e giovanili, nelle città e nel Paese. Riconoscere l’incertezza che attraversa questa generazione e provare ad affrontarla con strumenti diversi dalla logica della guerra. Dire “io obietto” non è uno slogan. È l’inizio di una domanda collettiva: quale società vogliamo costruire e quale futuro siamo disposti a immaginare per chi verrà dopo di noi. #pace #dirittideigiovani #noallaMilitarizzazione #futuro
    Like
    1
    0 Kommentare 0 Geteilt 1KB Ansichten
  • SI È ARRIVATI ANCHE A QUESTO e NOI A QUESTO OMUNCOLO CHE HA STERMINATO UN'INTERA GENERAZIONE FORNIAMO ANCORA MILIARDI!
    VERGOGNA!
    Crisi diplomatica: Zelensky minaccia Orbán e l'UE interviene
    Tensione tra Ucraina e Ungheria dopo le parole di Zelensky contro Orbán. Bruxelles: "Linguaggio inaccettabile"
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/06/crisi-ucraina-ungheria-zelensky-orban-notizie/8315572/
    SI È ARRIVATI ANCHE A QUESTO e NOI A QUESTO OMUNCOLO CHE HA STERMINATO UN'INTERA GENERAZIONE FORNIAMO ANCORA MILIARDI! VERGOGNA! Crisi diplomatica: Zelensky minaccia Orbán e l'UE interviene Tensione tra Ucraina e Ungheria dopo le parole di Zelensky contro Orbán. Bruxelles: "Linguaggio inaccettabile" https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/06/crisi-ucraina-ungheria-zelensky-orban-notizie/8315572/
    WWW.ILFATTOQUOTIDIANO.IT
    Crisi diplomatica: Zelensky minaccia Orbán e l'UE interviene
    Tensione tra Ucraina e Ungheria dopo le parole di Zelensky contro Orbán. Bruxelles: "Linguaggio inaccettabile"
    0 Kommentare 0 Geteilt 302 Ansichten
  • Mercato degli affitti per vacanze: domanda di viaggi in crescita, piattaforme digitali e turismo esperienziale trainano la crescita

    Il mercato degli affitti per vacanze ha registrato una forte crescita negli ultimi anni, trainato dall'aumento del turismo globale, dalla crescente preferenza per esperienze di viaggio personalizzate e dalla rapida espansione delle piattaforme di prenotazione digitali. Gli affitti per vacanze offrono ai viaggiatori opzioni di alloggio flessibili e confortevoli, come appartamenti, ville, cottage e case vacanze, offrendo più spazio, privacy ed esperienze locali rispetto agli hotel tradizionali.

    Leggi il rapporto sul mercato degli affitti per vacanze oggi stesso: https://www.skyquestt.com/report/vacation-rental-market
    Mercato degli affitti per vacanze: domanda di viaggi in crescita, piattaforme digitali e turismo esperienziale trainano la crescita Il mercato degli affitti per vacanze ha registrato una forte crescita negli ultimi anni, trainato dall'aumento del turismo globale, dalla crescente preferenza per esperienze di viaggio personalizzate e dalla rapida espansione delle piattaforme di prenotazione digitali. Gli affitti per vacanze offrono ai viaggiatori opzioni di alloggio flessibili e confortevoli, come appartamenti, ville, cottage e case vacanze, offrendo più spazio, privacy ed esperienze locali rispetto agli hotel tradizionali. Leggi il rapporto sul mercato degli affitti per vacanze oggi stesso: https://www.skyquestt.com/report/vacation-rental-market
    WWW.SKYQUESTT.COM
    Vacation Rental Market Intelligence 2033
    Vacation Rental Market size is valued at $103.38 billion (2025) and will expand to $201.51 billion by 2033, CAGR 8.7%.
    0 Kommentare 0 Geteilt 186 Ansichten
  • A​desso hai capito perchè l'America ha attaccato il Venezuela qualche mese fa?
    C’è una narrazione che racconta come se tutto ciò che accade nel mondo sia frutto di coincidenze:

    – gli Stati Uniti si infiltrano in Venezuela per caso;
    – il Venezuela ha enormi risorse di petrolio per caso;
    – l’America finisce a controllare quei giacimenti per caso;
    – l’Iran blocca rotte e risponde con colpi di scena per caso;
    – Stati Uniti e Israele attaccano l’Iran a fine febbraio sempre per caso.

    E la narrativa ufficiale ci dice che tutto questo è una coincidenza storica.
    Ma fermiamoci un attimo e guardiamo i fatti reali.

    All’alba del 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno lanciato un massiccio attacco militare contro il Venezuela. Era un’operazione da tempo in preparazione, con centinaia di assetti e forze speciali coinvolte. L’obiettivo dichiarato? Catturare il presidente Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores e trasferirli negli USA, accusati di narcotraffico, terrorismo e traffico d’armi.

    Quella notte, esplosioni hanno scosso Caracas e diverse basi militari venezuelane, mentre le forze statunitensi hanno portato via il leader venezuelano insieme alla sua compagna, ora detenuti a New York in attesa di processo.

    Non è stato un semplice raid: è stata un’operazione di regime change con trasporto forzato del capo di Stato.

    Come sappiamo da anni, il Venezuela siede su alcuni dei giacimenti petroliferi più vasti del pianeta. Ma non è solo geologia: è potere.

    Negli ultimi mesi prima dell’attacco, gli USA avevano già iniziato:
    – sequestri di petroliere venezuelane sospettate di aggirare sanzioni;
    – blocco navale per fermare le esportazioni di greggio;
    – pressione diplomatica e sanzioni crescenti.

    Tutto preparava il terreno per l’assalto definitivo del 3 gennaio: un passo dopo l’altro, calcolato, pianificato, e non certo casuale.

    Da parte sua, l’Iran non è rimasto in silenzio. Dopo mesi di tensioni crescenti con Washington, e con la situazione globale più instabile che mai, alla fine di febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno coordinato un attacco militare contro obiettivi iraniani. Secondo i resoconti più recenti, il raid di fine febbraio ha colpito dirigenti e infrastrutture strategiche di Teheran, tra cui la figura di spicco della leadership iraniana, dando il via a una nuova fase di conflitto e ritorsioni.

    È significativo che questo attacco sia avvenuto subito dopo che gli Stati Uniti avevano consolidato il controllo su enormi risorse energetiche in Venezuela — risorse che possono dare potere e leva economica in un eventuale confronto con Teheran.

    La reazione dell’Iran è stata netta e strategica: blocco di traffico marittimo in aree chiave, attacchi a rotte petrolifere, e una serie di contrattacchi che hanno ulteriormente innalzato i costi geopolitici dell’energia globale. Non è stato un gesto emotivo o improvvisato, ma una risposta ponderata alla pressione militare e alle minacce.

    Dietro queste grandi mosse non c’è caos.
    Non ci sono “accidenti storici” isolati.
    Non esiste un piano basato su coincidenze.

    Ci sono:

    pianificazioni di mesi;

    preparazioni di anni;

    esperti geopolitici che leggono scenari;

    strateghi energetici che sanno che controllare il petrolio significa avere potere politico;

    think tank che simulano ogni possibile reazione avversaria.

    Ci sono uomini e donne seduti in stanze con mappe gigantesche e calcoli che nessuno vede, decidendo come usare il potere per influenzare il mondo.

    E mentre la gente continua a dire “tutto è per caso”, la realtà è che ogni capa di petrolio, ogni attacco, ogni mossa militare è già stata pensata, calcolata e prevista.

    Questa volta non si tratta di destino, né di coincidenza storica.
    È strategia, è potere, e gli scenari sono stati studiati in anticipo.
    Chi pensa che sia tutto un caso… non sta guardando la partita reale.

    ​e tu cosa pensi? è tutto per caso?

    ​forse essere pronti a quanto sta succedendo nel mondo non è poi una cosa così folle...
    A​desso hai capito perchè l'America ha attaccato il Venezuela qualche mese fa? C’è una narrazione che racconta come se tutto ciò che accade nel mondo sia frutto di coincidenze: – gli Stati Uniti si infiltrano in Venezuela per caso; – il Venezuela ha enormi risorse di petrolio per caso; – l’America finisce a controllare quei giacimenti per caso; – l’Iran blocca rotte e risponde con colpi di scena per caso; – Stati Uniti e Israele attaccano l’Iran a fine febbraio sempre per caso. E la narrativa ufficiale ci dice che tutto questo è una coincidenza storica. Ma fermiamoci un attimo e guardiamo i fatti reali. All’alba del 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno lanciato un massiccio attacco militare contro il Venezuela. Era un’operazione da tempo in preparazione, con centinaia di assetti e forze speciali coinvolte. L’obiettivo dichiarato? Catturare il presidente Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores e trasferirli negli USA, accusati di narcotraffico, terrorismo e traffico d’armi. Quella notte, esplosioni hanno scosso Caracas e diverse basi militari venezuelane, mentre le forze statunitensi hanno portato via il leader venezuelano insieme alla sua compagna, ora detenuti a New York in attesa di processo. Non è stato un semplice raid: è stata un’operazione di regime change con trasporto forzato del capo di Stato. Come sappiamo da anni, il Venezuela siede su alcuni dei giacimenti petroliferi più vasti del pianeta. Ma non è solo geologia: è potere. Negli ultimi mesi prima dell’attacco, gli USA avevano già iniziato: – sequestri di petroliere venezuelane sospettate di aggirare sanzioni; – blocco navale per fermare le esportazioni di greggio; – pressione diplomatica e sanzioni crescenti. Tutto preparava il terreno per l’assalto definitivo del 3 gennaio: un passo dopo l’altro, calcolato, pianificato, e non certo casuale. Da parte sua, l’Iran non è rimasto in silenzio. Dopo mesi di tensioni crescenti con Washington, e con la situazione globale più instabile che mai, alla fine di febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno coordinato un attacco militare contro obiettivi iraniani. Secondo i resoconti più recenti, il raid di fine febbraio ha colpito dirigenti e infrastrutture strategiche di Teheran, tra cui la figura di spicco della leadership iraniana, dando il via a una nuova fase di conflitto e ritorsioni. È significativo che questo attacco sia avvenuto subito dopo che gli Stati Uniti avevano consolidato il controllo su enormi risorse energetiche in Venezuela — risorse che possono dare potere e leva economica in un eventuale confronto con Teheran. La reazione dell’Iran è stata netta e strategica: blocco di traffico marittimo in aree chiave, attacchi a rotte petrolifere, e una serie di contrattacchi che hanno ulteriormente innalzato i costi geopolitici dell’energia globale. Non è stato un gesto emotivo o improvvisato, ma una risposta ponderata alla pressione militare e alle minacce. Dietro queste grandi mosse non c’è caos. Non ci sono “accidenti storici” isolati. Non esiste un piano basato su coincidenze. Ci sono: pianificazioni di mesi; preparazioni di anni; esperti geopolitici che leggono scenari; strateghi energetici che sanno che controllare il petrolio significa avere potere politico; think tank che simulano ogni possibile reazione avversaria. Ci sono uomini e donne seduti in stanze con mappe gigantesche e calcoli che nessuno vede, decidendo come usare il potere per influenzare il mondo. E mentre la gente continua a dire “tutto è per caso”, la realtà è che ogni capa di petrolio, ogni attacco, ogni mossa militare è già stata pensata, calcolata e prevista. Questa volta non si tratta di destino, né di coincidenza storica. È strategia, è potere, e gli scenari sono stati studiati in anticipo. Chi pensa che sia tutto un caso… non sta guardando la partita reale. ​e tu cosa pensi? è tutto per caso? ​forse essere pronti a quanto sta succedendo nel mondo non è poi una cosa così folle...
    Angry
    1
    0 Kommentare 0 Geteilt 2KB Ansichten
  • «In Iran una situazione tragica, migliaia di morti e nessuno si interessa» - 13 Feb 2026

    di Emanuele Paccher
    Il racconto di uno studente iraniano che ora vive in Trentino: «Ho perso due amici, la mia famiglia è ancora lì»

    Dal 28 dicembre 2025 in Iran sono scoppiate le proteste contro il regime della Repubblica Islamica, guidato dalla guida suprema Ali Khamenei. Le manifestazioni nelle piazze, cominciate per motivi economici – inflazione dei prezzi, svalutazione della moneta, crisi economica –, sono ben presto esplose e tramutate in motivi politici. Ciò che gran parte della popolazione sogna, infatti, è un cambio di regime. Le manifestazioni pacifiche hanno, però, avuto vita breve: dopo aver bloccato l’accesso a internet e ai servizi telefonici, tra l’8 e il 9 gennaio 2026 il regime iraniano ha compiuto un vero e proprio massacro verso i propri cittadini. Le stime sono discordanti, ma variano dalle tremila persone uccise (come dichiarato da Teheran) a più di trentamila. Anche il numero dei feriti non è certo, ma sembra attestarsi tra i 300.000 e i 360.000. Molti di questi sarebbero stati accecati dalle forze di sicurezza. Le reazioni globali non sono mancate. Di recente l’Unione Europea, per il tramite del Consiglio Affari Esteri, ha inserito il Corpo delle Guardie della rivoluzione iraniana (i cosiddetti Pasdaran) nella lista dei terroristi. Ancora più forte è stata la reazione degli Stati Uniti. A parole il presidente Donald Trump ha minacciato a più riprese un intervento armato, nei fatti ha aumentato – e in modo notevole – la presenza militare statunitense nella regione. La popolazione iraniana come sta vivendo tutto questo? Com’è visto realmente il regime di Khamenei? Queste domande le abbiamo poste a un giovane studente iraniano attualmente in Trentino, che per motivi di sicurezza teniamo anonimo. Per agevolare la lettura, lo chiameremo Ali Mohammadi. La visione del giovane iraniano è netta: non può esistere un futuro di libertà finché la Repubblica Islamica rimarrà al potere. E un cambio di regime, purtroppo, non può prescindere da un intervento armato straniero. Per questo, la popolazione iraniana sta aspettando, con speranza, l’intervento degli Stati Uniti d’America.

    Ali Mohammadi, può dirci quali sono i suoi legami con l’Iran?

    «Sono nato in Iran e lì ci sono rimasto finché sono giunto in Italia per studiare. Attualmente in Iran ho entrambi i genitori, precisamente nella città di Tabriz, mentre mia sorella si trova a Teheran. Ora che la connessione internet è tornata, seppure in modo non stabile, ci sentiamo tutti i giorni. In Iran tutti i social più noti, come Instagram, YouTube, Twitter sono inaccessibili. Per connetterci è necessario utilizzare la Vpn, impostando un indirizzo IP da un Paese europeo o dagli Stati Uniti».

    Com’è visto il regime di Khamenei dalla popolazione iraniana?

    «Premetto che, secondo me, il regime della Repubblica Islamica non è da considerare legittimo e neppure iraniano. Perché gli iraniani che uccidono la loro stessa gente non sono considerabili iraniani. È come se, in Italia, Giorgia Meloni facesse uccidere 50.000 italiani in due giorni. La considerereste la legittima rappresentante degli italiani? No, la considerereste come un animale. Io, come tutti gli iraniani, siamo sconcertati da ciò che ha posto in essere il regime della Repubblica Islamica. Le proteste delle persone erano pacifiche e sono state soppresse con il sangue. La mia percezione è che più del 90% della popolazione vorrebbe un cambiamento radicale nel Paese. Nella Repubblica attuale le votazioni sono quasi una mera formalità, perché chi comanda è il leader supremo, non eleggibile dalla popolazione».

    La risposta del regime alle proteste è stata disumana. Oltre ai morti e ai feriti, numerose persone sono detenute illegalmente. Com’è la situazione da questo punto di vista?

    «La situazione è tragica. Molte persone sono detenute e sottoposte a torture. Anche per i morti non c’è pace: il governo chiede denaro alle famiglie per poter riavere i corpi indietro. Stanno vendendo i corpi chiedendo oltretutto alle famiglie di dichiarare che erano dei sostenitori del governo. Ti ricattano: se vuoi riavere il corpo indietro, paga e dichiara questo. Poi molti corpi vengono restituiti mutilati. Alle donne viene estratto l’utero per non lasciare traccia delle violenze a cui sono state sottoposte».

    Come pensa che potrebbero cambiare le cose?

    «L’unico scenario possibile per sovvertire la Repubblica Islamica è un intervento militare dall’esterno. So che questo può suonare come strano, perché chi è che vorrebbe una guerra nel proprio Paese? Ma la triste realtà è che non c’è altra soluzione. Un intervento militare esterno ci aiuterebbe moltissimo, perché cambiare il regime da soli, dall’interno, è quasi impossibile. Pensiamo al 1945, alla Germania soggiogata da Hitler: la popolazione come avrebbe potuto liberarsi del proprio dittatore senza un aiuto esterno? Era difficilissimo. E onestamente non ci sono differenze tra Hitler e la Repubblica Islamica. Anzi, per me la Repubblica Islamica è molto peggiore: Hitler non uccideva i tedeschi con questa intensità».

    Pensa che un intervento militare degli Stati Uniti, magari coordinato con Israele, sarebbe accolto favorevolmente dalla popolazione?

    «Sì, le persone lo stanno sperando, anche se tutti gli iraniani sanno che né Trump né Netanyahu si interessano davvero delle persone che sono state uccise. Ciò di cui si interessano è del petrolio iraniano, del fatto che la Repubblica Islamica non si doti di armi nucleari e di missili balistici, della possibilità di eliminare i proxy della Repubblica Islamica in giro per il mondo. Ma noi, come iraniani, non abbiamo bisogno né di missili, né di armi nucleari, né di terroristi. Il nostro Paese è molto ricco: potremmo utilizzare le nostre risorse per costruire scuole, industrie. Armi nucleari, missili, terroristi: sono tutte cose che originano dall’ideologia malata della Repubblica Islamica. Per questo, gli iraniani sperano in un intervento congiunto di Stati Uniti e Israele. Se accadrà, le persone torneranno nelle piazze per ottenere il cambio di regime».

    Ha perso degli amici in queste proteste?

    «Purtroppo sì. Due miei amici iraniani che studiavano in Italia, uno all’Università di Bologna e un altro all’università di Messina, sono tornati in Iran per fare visita alle loro famiglie. In quei giorni sono scoppiate le proteste. Hanno deciso di scendere in piazza per la libertà del loro Paese. In risposta, gli hanno sparato nel petto».

    Qualcuno nelle piazze inneggiava al ritorno dello Shah, sperando in una transizione di potere guidata dal principe Reza Pahlavi, figlio di Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo Shah iraniano. Lo vede come uno scenario auspicabile?

    Personalmente è ciò che spero per il mio Paese. È vero che con lo Shah non c’era una democrazia, che anche con Mohammad Reza Pahlavi il Paese era autocratico, ma la Repubblica Islamica si pone su un livello totalmente differente. Attualmente in Iran sono presenti due corpi militari: quello ordinario, che è debole, e quello della Repubblica Islamica, ossia il Corpo delle Guardie della Rivoluzione. Quest’ultimo corpo è pensato unicamente per proteggere l’islam radicale. In questo scenario, la speranza di tanti iraniani è di ottenere una transizione del potere attraverso la guida dello Shah Reza Pahlavi. Il suo piano è quello di far votare la popolazione su diversi punti: per la monarchia o la repubblica, per il Parlamento, per la Costituzione».

    Com’è vista la situazione dell’intero Medio Oriente dalla prospettiva della popolazione iraniana?

    «Prendiamo come esempio il 7 ottobre 2023: cos’è successo? È accaduto che la Repubblica Islamica ha addestrato le persone di Hamas che hanno commesso il massacro. Se ciò non fosse accaduto, non sarebbe avvenuto tutto ciò che è accaduto a Gaza. La responsabilità principale è della Repubblica Islamica, che è un vero cancro non soltanto per l’Iran, non soltanto per il Medio Oriente, ma per tutto il mondo. Attualmente i proxy del regime iraniano sono diffusi: gli Houthi in Yemen, Hashd al-Shaabi in Iraq, Hamas in Palestina. Se riuscissimo a eradicare la Repubblica Islamica, il Medio Oriente potrebbe veramente svoltare pagina».

    Pensa che l’Italia e l’Unione europea intera stiano facendo abbastanza per l’Iran?

    «L’aver inserito il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica nella lista dei terroristi è stata sicuramente una cosa positiva. Ciò che auspico è che l’Italia recida tutte le relazioni con la Repubblica Islamica. In questo altri Paesi europei si sono mossi con più tempismo, mentre Giorgia Meloni sta attendendo».

    E il resto del mondo come sta reagendo?

    «L’Iran, rispetto a ciò che è avvenuto a Gaza, non ha ricevuto quasi nessun supporto dal mondo e dall’Onu. Non voglio degradare ciò che è accaduto a Gaza: prego per loro tutti i giorni. Ciò che voglio dire è che in due settimane la Repubblica Islamica ha ucciso più persone di quelle morte a Gaza in due anni. Questa carenza di attenzione internazionale è dovuta principalmente al fatto che le persone odiano Trump e Israele. A rimetterci, però, sono gli iraniani”.

    Source: https://www.iltquotidiano.it/articoli/in-iran-una-situazione-tragica-migliaia-di-morti-e-nessuno-si-interessa/
    «In Iran una situazione tragica, migliaia di morti e nessuno si interessa» - 13 Feb 2026 di Emanuele Paccher Il racconto di uno studente iraniano che ora vive in Trentino: «Ho perso due amici, la mia famiglia è ancora lì» Dal 28 dicembre 2025 in Iran sono scoppiate le proteste contro il regime della Repubblica Islamica, guidato dalla guida suprema Ali Khamenei. Le manifestazioni nelle piazze, cominciate per motivi economici – inflazione dei prezzi, svalutazione della moneta, crisi economica –, sono ben presto esplose e tramutate in motivi politici. Ciò che gran parte della popolazione sogna, infatti, è un cambio di regime. Le manifestazioni pacifiche hanno, però, avuto vita breve: dopo aver bloccato l’accesso a internet e ai servizi telefonici, tra l’8 e il 9 gennaio 2026 il regime iraniano ha compiuto un vero e proprio massacro verso i propri cittadini. Le stime sono discordanti, ma variano dalle tremila persone uccise (come dichiarato da Teheran) a più di trentamila. Anche il numero dei feriti non è certo, ma sembra attestarsi tra i 300.000 e i 360.000. Molti di questi sarebbero stati accecati dalle forze di sicurezza. Le reazioni globali non sono mancate. Di recente l’Unione Europea, per il tramite del Consiglio Affari Esteri, ha inserito il Corpo delle Guardie della rivoluzione iraniana (i cosiddetti Pasdaran) nella lista dei terroristi. Ancora più forte è stata la reazione degli Stati Uniti. A parole il presidente Donald Trump ha minacciato a più riprese un intervento armato, nei fatti ha aumentato – e in modo notevole – la presenza militare statunitense nella regione. La popolazione iraniana come sta vivendo tutto questo? Com’è visto realmente il regime di Khamenei? Queste domande le abbiamo poste a un giovane studente iraniano attualmente in Trentino, che per motivi di sicurezza teniamo anonimo. Per agevolare la lettura, lo chiameremo Ali Mohammadi. La visione del giovane iraniano è netta: non può esistere un futuro di libertà finché la Repubblica Islamica rimarrà al potere. E un cambio di regime, purtroppo, non può prescindere da un intervento armato straniero. Per questo, la popolazione iraniana sta aspettando, con speranza, l’intervento degli Stati Uniti d’America. Ali Mohammadi, può dirci quali sono i suoi legami con l’Iran? «Sono nato in Iran e lì ci sono rimasto finché sono giunto in Italia per studiare. Attualmente in Iran ho entrambi i genitori, precisamente nella città di Tabriz, mentre mia sorella si trova a Teheran. Ora che la connessione internet è tornata, seppure in modo non stabile, ci sentiamo tutti i giorni. In Iran tutti i social più noti, come Instagram, YouTube, Twitter sono inaccessibili. Per connetterci è necessario utilizzare la Vpn, impostando un indirizzo IP da un Paese europeo o dagli Stati Uniti». Com’è visto il regime di Khamenei dalla popolazione iraniana? «Premetto che, secondo me, il regime della Repubblica Islamica non è da considerare legittimo e neppure iraniano. Perché gli iraniani che uccidono la loro stessa gente non sono considerabili iraniani. È come se, in Italia, Giorgia Meloni facesse uccidere 50.000 italiani in due giorni. La considerereste la legittima rappresentante degli italiani? No, la considerereste come un animale. Io, come tutti gli iraniani, siamo sconcertati da ciò che ha posto in essere il regime della Repubblica Islamica. Le proteste delle persone erano pacifiche e sono state soppresse con il sangue. La mia percezione è che più del 90% della popolazione vorrebbe un cambiamento radicale nel Paese. Nella Repubblica attuale le votazioni sono quasi una mera formalità, perché chi comanda è il leader supremo, non eleggibile dalla popolazione». La risposta del regime alle proteste è stata disumana. Oltre ai morti e ai feriti, numerose persone sono detenute illegalmente. Com’è la situazione da questo punto di vista? «La situazione è tragica. Molte persone sono detenute e sottoposte a torture. Anche per i morti non c’è pace: il governo chiede denaro alle famiglie per poter riavere i corpi indietro. Stanno vendendo i corpi chiedendo oltretutto alle famiglie di dichiarare che erano dei sostenitori del governo. Ti ricattano: se vuoi riavere il corpo indietro, paga e dichiara questo. Poi molti corpi vengono restituiti mutilati. Alle donne viene estratto l’utero per non lasciare traccia delle violenze a cui sono state sottoposte». Come pensa che potrebbero cambiare le cose? «L’unico scenario possibile per sovvertire la Repubblica Islamica è un intervento militare dall’esterno. So che questo può suonare come strano, perché chi è che vorrebbe una guerra nel proprio Paese? Ma la triste realtà è che non c’è altra soluzione. Un intervento militare esterno ci aiuterebbe moltissimo, perché cambiare il regime da soli, dall’interno, è quasi impossibile. Pensiamo al 1945, alla Germania soggiogata da Hitler: la popolazione come avrebbe potuto liberarsi del proprio dittatore senza un aiuto esterno? Era difficilissimo. E onestamente non ci sono differenze tra Hitler e la Repubblica Islamica. Anzi, per me la Repubblica Islamica è molto peggiore: Hitler non uccideva i tedeschi con questa intensità». Pensa che un intervento militare degli Stati Uniti, magari coordinato con Israele, sarebbe accolto favorevolmente dalla popolazione? «Sì, le persone lo stanno sperando, anche se tutti gli iraniani sanno che né Trump né Netanyahu si interessano davvero delle persone che sono state uccise. Ciò di cui si interessano è del petrolio iraniano, del fatto che la Repubblica Islamica non si doti di armi nucleari e di missili balistici, della possibilità di eliminare i proxy della Repubblica Islamica in giro per il mondo. Ma noi, come iraniani, non abbiamo bisogno né di missili, né di armi nucleari, né di terroristi. Il nostro Paese è molto ricco: potremmo utilizzare le nostre risorse per costruire scuole, industrie. Armi nucleari, missili, terroristi: sono tutte cose che originano dall’ideologia malata della Repubblica Islamica. Per questo, gli iraniani sperano in un intervento congiunto di Stati Uniti e Israele. Se accadrà, le persone torneranno nelle piazze per ottenere il cambio di regime». Ha perso degli amici in queste proteste? «Purtroppo sì. Due miei amici iraniani che studiavano in Italia, uno all’Università di Bologna e un altro all’università di Messina, sono tornati in Iran per fare visita alle loro famiglie. In quei giorni sono scoppiate le proteste. Hanno deciso di scendere in piazza per la libertà del loro Paese. In risposta, gli hanno sparato nel petto». Qualcuno nelle piazze inneggiava al ritorno dello Shah, sperando in una transizione di potere guidata dal principe Reza Pahlavi, figlio di Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo Shah iraniano. Lo vede come uno scenario auspicabile? Personalmente è ciò che spero per il mio Paese. È vero che con lo Shah non c’era una democrazia, che anche con Mohammad Reza Pahlavi il Paese era autocratico, ma la Repubblica Islamica si pone su un livello totalmente differente. Attualmente in Iran sono presenti due corpi militari: quello ordinario, che è debole, e quello della Repubblica Islamica, ossia il Corpo delle Guardie della Rivoluzione. Quest’ultimo corpo è pensato unicamente per proteggere l’islam radicale. In questo scenario, la speranza di tanti iraniani è di ottenere una transizione del potere attraverso la guida dello Shah Reza Pahlavi. Il suo piano è quello di far votare la popolazione su diversi punti: per la monarchia o la repubblica, per il Parlamento, per la Costituzione». Com’è vista la situazione dell’intero Medio Oriente dalla prospettiva della popolazione iraniana? «Prendiamo come esempio il 7 ottobre 2023: cos’è successo? È accaduto che la Repubblica Islamica ha addestrato le persone di Hamas che hanno commesso il massacro. Se ciò non fosse accaduto, non sarebbe avvenuto tutto ciò che è accaduto a Gaza. La responsabilità principale è della Repubblica Islamica, che è un vero cancro non soltanto per l’Iran, non soltanto per il Medio Oriente, ma per tutto il mondo. Attualmente i proxy del regime iraniano sono diffusi: gli Houthi in Yemen, Hashd al-Shaabi in Iraq, Hamas in Palestina. Se riuscissimo a eradicare la Repubblica Islamica, il Medio Oriente potrebbe veramente svoltare pagina». Pensa che l’Italia e l’Unione europea intera stiano facendo abbastanza per l’Iran? «L’aver inserito il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica nella lista dei terroristi è stata sicuramente una cosa positiva. Ciò che auspico è che l’Italia recida tutte le relazioni con la Repubblica Islamica. In questo altri Paesi europei si sono mossi con più tempismo, mentre Giorgia Meloni sta attendendo». E il resto del mondo come sta reagendo? «L’Iran, rispetto a ciò che è avvenuto a Gaza, non ha ricevuto quasi nessun supporto dal mondo e dall’Onu. Non voglio degradare ciò che è accaduto a Gaza: prego per loro tutti i giorni. Ciò che voglio dire è che in due settimane la Repubblica Islamica ha ucciso più persone di quelle morte a Gaza in due anni. Questa carenza di attenzione internazionale è dovuta principalmente al fatto che le persone odiano Trump e Israele. A rimetterci, però, sono gli iraniani”. Source: https://www.iltquotidiano.it/articoli/in-iran-una-situazione-tragica-migliaia-di-morti-e-nessuno-si-interessa/
    Angry
    1
    0 Kommentare 0 Geteilt 3KB Ansichten
  • Studente tornato dall'Iran racconta le violenze in piazza. 19 Gennaio 2026.

    NON DIMENTICHIAMO cosa HA FATTO Ali Khamenei solo POCHE SETTIMANE FA a MIGLIAIA di STUDENTI IRANIANI che PROTESTAVANO pacificamente nelle STRADE di NUMEROSE CITTA' in IRAN!
    Sentiamo la testimonianza di uno studente che ha vissuto le proteste ed è riuscito a SALVARSI.

    Source: https://www.facebook.com/SkyTG24/videos/studente-tornato-dalliran-racconta-le-violenze-in-piazza/860503583622775/

    Approfondimenti:
    1. Dall’Iran mi scrivono: quei sacchi neri coi cadaveri ‘parlano di noi’. La nazione ridotta a mattatoio
    Tiziana Ciavardini

    Pensavamo che il tempo in cui un essere umano venisse identificato con un numero fosse finito con i campi di sterminio nel secolo scorso. Invece, nel 2026, la Repubblica Islamica ci riporta esattamente lì
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/30/repressione-iran-sacchi-neri-manifestazione-roma-notizie/8273329/

    2. Iran, il video che mostra decine di cadaveri nei sacchi neri fuori dall’obitorio di Kahrizak: lo strazio dei familiari: https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/12/repressione-iran-proteste-kahrizak-video-notizie/8252644/

    3. Negoziare con l’Iran sarebbe codardia pura: se il regime non cade ora, il domani sarà ancora più buio
    Tiziana Ciavardini

    La storia ci insegna che tra le parole e i fatti c'è di mezzo un oceano di interessi geopolitici. Non si può e non si deve negoziare con gli assassini

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/13/proteste-iran-repressione-manifestanti-news/8255111/
    Studente tornato dall'Iran racconta le violenze in piazza. 19 Gennaio 2026. NON DIMENTICHIAMO cosa HA FATTO Ali Khamenei solo POCHE SETTIMANE FA a MIGLIAIA di STUDENTI IRANIANI che PROTESTAVANO pacificamente nelle STRADE di NUMEROSE CITTA' in IRAN! Sentiamo la testimonianza di uno studente che ha vissuto le proteste ed è riuscito a SALVARSI. Source: https://www.facebook.com/SkyTG24/videos/studente-tornato-dalliran-racconta-le-violenze-in-piazza/860503583622775/ Approfondimenti: 1. Dall’Iran mi scrivono: quei sacchi neri coi cadaveri ‘parlano di noi’. La nazione ridotta a mattatoio Tiziana Ciavardini Pensavamo che il tempo in cui un essere umano venisse identificato con un numero fosse finito con i campi di sterminio nel secolo scorso. Invece, nel 2026, la Repubblica Islamica ci riporta esattamente lì https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/30/repressione-iran-sacchi-neri-manifestazione-roma-notizie/8273329/ 2. Iran, il video che mostra decine di cadaveri nei sacchi neri fuori dall’obitorio di Kahrizak: lo strazio dei familiari: https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/12/repressione-iran-proteste-kahrizak-video-notizie/8252644/ 3. Negoziare con l’Iran sarebbe codardia pura: se il regime non cade ora, il domani sarà ancora più buio Tiziana Ciavardini La storia ci insegna che tra le parole e i fatti c'è di mezzo un oceano di interessi geopolitici. Non si può e non si deve negoziare con gli assassini https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/13/proteste-iran-repressione-manifestanti-news/8255111/
    Sad
    1
    1 Kommentare 0 Geteilt 790 Ansichten 6
  • SALVATE IL SOLDATO CROSETTO – OVVERO “LA GRANDE EVACUAZIONE DEI VACANZIERI DI STATO”

    C’è qualcosa di teneramente comico in tutta questa faccenda.
    Il ministro della Difesa Guido Crosetto bloccato a Dubai mentre nella regione volano missili, basi colpite, spazi aerei chiusi.

    Ora rientra con un volo militare. Dice che pagherà “il triplo”.
    Triplo di cosa? Di un biglietto Ryanair? O del carburante di un velivolo dell’Aeronautica?
    Comunque tranquilli: paga lui. Con che? Con lo stipendio che paghiamo noi.

    Ma la vera domanda non è il costo del volo.
    La vera domanda è un’altra.

    Come fa il MINISTRO DELLA DIFESA di un Paese NATO a trovarsi in vacanza in una zona che sta per diventare teatro di escalation militare…
    senza sapere nulla?

    Gli alleati decidono bombardamenti.
    Gli spazi aerei si chiudono.
    La regione si incendia.

    E lui?
    Sotto l’ombrellone.

    Ora, delle due l’una:

    1️⃣ O sapeva, ed è partito lo stesso per Dubai mentre si preparava un’operazione militare di cui l’Italia sarebbe stata inevitabilmente coinvolta.
    2️⃣ Oppure NON sapeva. E questo è ancora peggio.

    Perché se il ministro della Difesa italiana non è informato in anticipo delle mosse dei suoi alleati strategici, allora la parola “alleanza” significa solo che noi veniamo informati dopo.
    A cose fatte.
    Magari mentre siamo in piscina.

    E mentre migliaia di italiani restano bloccati nei terminal, il ministro rientra con un volo militare.
    Tempestivo. Sicuro. Prioritario.

    La scena è perfetta:
    il capo della Difesa evacuato come in un film di guerra…
    da una guerra che non aveva visto arrivare.

    Forse la vera domanda non è “quanto costa il volo”.
    La vera domanda è:
    quanto costa NON CONTARE NULLA?

    seguici anche su TELEGRAM dove troverai contenuti censurabili su FB: https://t.me/donchisciotte667

    Don Chisciotte

    #SALVATEILSOLDATOCROSETTO #DubaiGate #MinistroDellaDifesa #NATO #GovernoItaliano #PoliticaItaliana #SpesePubbliche #Escalation
    🔥SALVATE IL SOLDATO CROSETTO – OVVERO “LA GRANDE EVACUAZIONE DEI VACANZIERI DI STATO” C’è qualcosa di teneramente comico in tutta questa faccenda. Il ministro della Difesa Guido Crosetto bloccato a Dubai mentre nella regione volano missili, basi colpite, spazi aerei chiusi. Ora rientra con un volo militare. Dice che pagherà “il triplo”. Triplo di cosa? Di un biglietto Ryanair? O del carburante di un velivolo dell’Aeronautica? Comunque tranquilli: paga lui. Con che? Con lo stipendio che paghiamo noi. Ma la vera domanda non è il costo del volo. La vera domanda è un’altra. Come fa il MINISTRO DELLA DIFESA di un Paese NATO a trovarsi in vacanza in una zona che sta per diventare teatro di escalation militare… senza sapere nulla? Gli alleati decidono bombardamenti. Gli spazi aerei si chiudono. La regione si incendia. E lui? Sotto l’ombrellone. Ora, delle due l’una: 1️⃣ O sapeva, ed è partito lo stesso per Dubai mentre si preparava un’operazione militare di cui l’Italia sarebbe stata inevitabilmente coinvolta. 2️⃣ Oppure NON sapeva. E questo è ancora peggio. Perché se il ministro della Difesa italiana non è informato in anticipo delle mosse dei suoi alleati strategici, allora la parola “alleanza” significa solo che noi veniamo informati dopo. A cose fatte. Magari mentre siamo in piscina. E mentre migliaia di italiani restano bloccati nei terminal, il ministro rientra con un volo militare. Tempestivo. Sicuro. Prioritario. La scena è perfetta: il capo della Difesa evacuato come in un film di guerra… da una guerra che non aveva visto arrivare. Forse la vera domanda non è “quanto costa il volo”. La vera domanda è: quanto costa NON CONTARE NULLA? 🔥seguici anche su TELEGRAM dove troverai contenuti censurabili su FB: https://t.me/donchisciotte667 Don Chisciotte #SALVATEILSOLDATOCROSETTO #DubaiGate #MinistroDellaDifesa #NATO #GovernoItaliano #PoliticaItaliana #SpesePubbliche #Escalation
    0 Kommentare 0 Geteilt 2KB Ansichten
  • C'è un delfino solitario nella laguna di Venezia, lo hanno soprannominato Mimmo e non ha affatto bisogno delle nostre attenzioni
    Da giugno scorso un giovane tursiope ha preso residenza nel bacino di San Marco. Come portare avanti una convivenza rispettosa? Ecco il vademecum dell’Università di Padova
    https://www.wired.it/article/delfino-solitario-laguna-di-venezia-soprannominato-mimmo-non-ha-affatto-bisogno-delle-nostre-attenzioni/
    C'è un delfino solitario nella laguna di Venezia, lo hanno soprannominato Mimmo e non ha affatto bisogno delle nostre attenzioni Da giugno scorso un giovane tursiope ha preso residenza nel bacino di San Marco. Come portare avanti una convivenza rispettosa? Ecco il vademecum dell’Università di Padova https://www.wired.it/article/delfino-solitario-laguna-di-venezia-soprannominato-mimmo-non-ha-affatto-bisogno-delle-nostre-attenzioni/
    WWW.WIRED.IT
    C'è un delfino solitario nella laguna di Venezia, lo hanno soprannominato Mimmo e non ha affatto bisogno delle nostre attenzioni
    Da giugno scorso un giovane tursiope ha preso residenza nel bacino di San Marco. Come portare avanti una convivenza rispettosa? Ecco il vademecum dell’Università di Padova
    Love
    1
    0 Kommentare 0 Geteilt 221 Ansichten
Weitere Ergebnisse