• Milano, gli ultimi giorni della Hoepli, il fuori tutto e l'assalto dei lettori (muniti di trolley) per l'addio al tempio milanese dei libri
    Libri a metà prezzo fino al 25 maggio. La libreria chiude dopo 156 anni. Il futuro dell'edificio ancora incerto. Le cause legali tra gli eredi Hoepli...
    https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/26_maggio_17/milano-gli-ultimi-giorni-della-hoepli-il-fuori-tutto-e-l-assalto-dei-lettori-muniti-di-trolley-per-l-addio-al-tempio-milanese-b88deeb2-5cf8-4085-aa20-513e684c6xlk_amp.shtml
    Milano, gli ultimi giorni della Hoepli, il fuori tutto e l'assalto dei lettori (muniti di trolley) per l'addio al tempio milanese dei libri Libri a metà prezzo fino al 25 maggio. La libreria chiude dopo 156 anni. Il futuro dell'edificio ancora incerto. Le cause legali tra gli eredi Hoepli... https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/26_maggio_17/milano-gli-ultimi-giorni-della-hoepli-il-fuori-tutto-e-l-assalto-dei-lettori-muniti-di-trolley-per-l-addio-al-tempio-milanese-b88deeb2-5cf8-4085-aa20-513e684c6xlk_amp.shtml
    MILANO.CORRIERE.IT
    Milano, gli ultimi giorni della Hoepli, il fuori tutto e l'assalto dei lettori (muniti di trolley) per l'addio al tempio milanese dei libri
    Libri a metà prezzo fino al 25 maggio. La libreria chiude dopo 156 anni. Il futuro dell'edificio ancora incerto. Le cause legali tra gli eredi Hoepli
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  • https://toba60.com/in-rotta-verso-la-schiavitu-verso-un-futuro-infernale-fatto-di-punteggi-di-credito-sociale-transumanoidi-e-menti-alveari/
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    In rotta verso la schiavitù verso un futuro infernale fatto di punteggi di credito sociale, transumanoidi e menti alveari
    Le élite non stanno facendo proprio nulla, mentre chi mi rompe i coglioni tutto il santo giorno sono coloro che eseguono ossequiosamente tutto quello che essi g
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  • 𝗔 𝗖𝗔𝗥𝗧𝗘 𝗦𝗖𝗢𝗣𝗘𝗥𝗧𝗘

    È stato un weekend positivo fra confronto pubblico e mobilitazioni di piazza, in un sabato che ha quasi saputo illuderci con un caldo pre-estivo La pioggia di questa domenica invece ci riconsegna inevitabilmente alle riflessioni.

    E a mente fredda credo si possa dire senza mezzi termini che qui a Milano, politicamente parlando, si percepisce ancora troppa confusione. Troppe divisioni ideologiche, troppi piccoli recinti, troppi rivoli civici e personalismi vari. Non proprio il massimo per chi sostiene di voler ribaltare il tavolo dopo almeno dieci anni di una gestione amministrativa locale che definire inadeguata sarebbe persino un eufemismo.

    Credo sinceramente che in questa fase serva superare più di qualche pregiudizio mentale, così come le dinamiche di simpatia e antipatia personale, quando si prova a costruire qualcosa di realmente alternativo agli schieramenti principali.

    La domanda infatti è molto semplice: vogliamo continuare a votare i soliti volti noti, i soliti gruppi e i soliti equilibri… per poi ritrovarci puntualmente a lamentarci per altri cinque anni? Perché se è così allora accomodiamoci pure.

    Ma se la risposta è diversa, allora forse è arrivato il momento di giocare davvero “a carte scoperte” e chiarire una volta per tutte quali siano gli intenti, le priorità e soprattutto la visione di città che vogliamo costruire.
    Anche perché è ora di smetterla con una politica che parla sempre e soltanto al futuro come fosse una dimensione astratta. Il futuro è adesso. E chi oggi decide di ripartire deve avere anche il coraggio di rompere certi schemi, riaffermando una base sociale capace di dettare l’agenda politica, non semplicemente di farsela dettare.

    In tal senso le teorie di Colin Crouch nel libro “Postdemocracy” possono aiutarci a fare chiarezza. Le nostre istituzioni formalmente restano democratiche, ma sempre più spesso appaiono svuotate e condizionate da reti economiche e finanziarie che finiscono inevitabilmente per allontanarsi dal bene comune e dagli interessi reali dei cittadini.
    Per questo oggi la sfida deve superare la vecchia dialettica fra destra e sinistra. Il punto centrale diventa la qualità democratica del potere, che deve tornare a essere indipendente, leggibile, verificabile e vicino ai territori.
    Non possiamo più limitarci né all’anti-politica da slogan né al mito deresponsabilizzante dell’“uno vale uno”. Serve invece una democrazia delle competenze responsabili. La leadership può anche esistere, ma deve avere una visione di lungo periodo e soprattutto rispondere dei risultati attraverso strumenti pubblici, dati trasparenti e controllo civico diffuso.

    L’obiettivo deve essere evitare tre derive ormai sotto gli occhi di tutti: • l’oligarchia economico-finanziaria che trasforma la città in un mercato immobiliare anziché in una comunità abitata; • la tecnocrazia opaca dei processi decisionali calati dall’alto; • il populismo permanente che urla contro i problemi senza mai costruire istituzioni efficienti.

    La democrazia può ancora evolversi in una forma più repubblicana e civica: un modello in cui il potere resta visibile, comprensibile e correggibile dai cittadini. Una visione dove il cittadino non è suddito di oligarchie economiche o burocrazie impersonali, ma torna finalmente al centro dell’azione pubblica. Un nuovo umanesimo civico e post-ideologico che forse potrebbe persino aiutarci a uscire dalla crisi democratica che stiamo vivendo.
    Se qualcuno vuole parlarne seriamente, confrontarsi o anche semplicemente capire meglio dove vogliamo andare, ci sarà tempo e modo di farlo. Magari già dal 25 Maggio in avanti.
    Perché poi arriva sempre il momento del fare. E quello, prima o poi, riguarda tutti

    #Milano #Politica #Civismo #Democrazia #partecipazione
    𝗔 𝗖𝗔𝗥𝗧𝗘 𝗦𝗖𝗢𝗣𝗘𝗥𝗧𝗘 È stato un weekend positivo fra confronto pubblico e mobilitazioni di piazza, in un sabato che ha quasi saputo illuderci con un caldo pre-estivo ☀️ La pioggia di questa domenica invece ci riconsegna inevitabilmente alle riflessioni. E a mente fredda credo si possa dire senza mezzi termini che qui a Milano, politicamente parlando, si percepisce ancora troppa confusione. Troppe divisioni ideologiche, troppi piccoli recinti, troppi rivoli civici e personalismi vari. Non proprio il massimo per chi sostiene di voler ribaltare il tavolo dopo almeno dieci anni di una gestione amministrativa locale che definire inadeguata sarebbe persino un eufemismo. Credo sinceramente che in questa fase serva superare più di qualche pregiudizio mentale, così come le dinamiche di simpatia e antipatia personale, quando si prova a costruire qualcosa di realmente alternativo agli schieramenti principali. ❓La domanda infatti è molto semplice: vogliamo continuare a votare i soliti volti noti, i soliti gruppi e i soliti equilibri… per poi ritrovarci puntualmente a lamentarci per altri cinque anni? Perché se è così allora accomodiamoci pure. Ma se la risposta è diversa, allora forse è arrivato il momento di giocare davvero “a carte scoperte” ♠️ e chiarire una volta per tutte quali siano gli intenti, le priorità e soprattutto la visione di città che vogliamo costruire. Anche perché è ora di smetterla con una politica che parla sempre e soltanto al futuro come fosse una dimensione astratta. Il futuro è adesso. E chi oggi decide di ripartire deve avere anche il coraggio di rompere certi schemi, riaffermando una base sociale capace di dettare l’agenda politica, non semplicemente di farsela dettare. In tal senso le teorie di Colin Crouch nel libro “Postdemocracy” possono aiutarci a fare chiarezza. Le nostre istituzioni formalmente restano democratiche, ma sempre più spesso appaiono svuotate e condizionate da reti economiche e finanziarie che finiscono inevitabilmente per allontanarsi dal bene comune e dagli interessi reali dei cittadini. Per questo oggi la sfida deve superare la vecchia dialettica fra destra e sinistra. Il punto centrale diventa la qualità democratica del potere, che deve tornare a essere indipendente, leggibile, verificabile e vicino ai territori. Non possiamo più limitarci né all’anti-politica da slogan né al mito deresponsabilizzante dell’“uno vale uno”. Serve invece una democrazia delle competenze responsabili. La leadership può anche esistere, ma deve avere una visione di lungo periodo e soprattutto rispondere dei risultati attraverso strumenti pubblici, dati trasparenti e controllo civico diffuso. L’obiettivo deve essere evitare tre derive ormai sotto gli occhi di tutti: • l’oligarchia economico-finanziaria che trasforma la città in un mercato immobiliare anziché in una comunità abitata; • la tecnocrazia opaca dei processi decisionali calati dall’alto; • il populismo permanente che urla contro i problemi senza mai costruire istituzioni efficienti. La democrazia può ancora evolversi in una forma più repubblicana e civica: un modello in cui il potere resta visibile, comprensibile e correggibile dai cittadini. Una visione dove il cittadino non è suddito di oligarchie economiche o burocrazie impersonali, ma torna finalmente al centro dell’azione pubblica. Un nuovo umanesimo civico e post-ideologico che forse potrebbe persino aiutarci a uscire dalla crisi democratica che stiamo vivendo. Se qualcuno vuole parlarne seriamente, confrontarsi o anche semplicemente capire meglio dove vogliamo andare, ci sarà tempo e modo di farlo. Magari già dal 25 Maggio in avanti. Perché poi arriva sempre il momento del fare. E quello, prima o poi, riguarda tutti 🌧️ #Milano #Politica #Civismo #Democrazia #partecipazione
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  • Mosca e il “Giorno della Vittoria”: si riapre lo scontro sulla memoria

    Tra celebrazioni e nuove tensioni con l’Europa, il 9 maggio torna a mettere al centro il ruolo dell’Urss nella sconfitta del nazismo e la disputa su simboli e memoria sovietica

    di Piero De Ruvo

    Mentre Mosca, con misure di sicurezza eccezionali, celebra il trionfo sul nazismo, emerge con forza il ricordo di un contributo umano senza eguali che l’Europa, sembra, oggi voler ridimensionare. Ma proprio su questo terreno si innesta una frattura sempre più evidente tra memorie storiche divergenti.

    Il 9 maggio il cuore di Mosca batte al ritmo del “Den’ Pobedy”, il Giorno della Vittoria. Non è solo una parata militare sulla Piazza Rossa; è la rievocazione di quello che la storiografia russa definisce il contributo decisivo dell’Unione Sovietica nella sconfitta di Hitler. Mentre gran parte del mondo occidentale commemora la fine del conflitto, la Russia rivendica il suo ruolo centrale celebrando la resa tedesca firmata davanti al maresciallo Georgij Žukov a Berlino.

    Questo orgoglio affonda le radici in un dato tragico e inoppugnabile: l’Unione Sovietica ha pagato sul campo di battaglia il prezzo più alto della storia, sacrificando per l’Europa circa 28 milioni di vite. Nelle scuole e nella percezione comune russa, la “Grande Guerra Patriottica” non è solo un capitolo della Seconda Guerra Mondiale, ma lo scontro esistenziale che ha salvato il continente.

    In questo senso, il sacrificio sovietico è visto come lo scudo che ha permesso all’Europa di sopravvivere alla tirannia nazista, difendendo di fatto la possibilità stessa di un futuro basato su valori di giustizia. Per i cittadini russi, la vittoria del 1945 è rimasta l’unica parte del XX secolo ad aver conservato un valore condiviso e universalmente riconosciuto, rappresentando un motivo di orgoglio nazionale che unisce il Paese in un sentimento di unità e appartenenza collettiva.

    Tuttavia, questa memoria si confronta oggi con un clima di crescente amarezza.

    Per la stragrande maggioranza dei russi, la Vittoria costituisce un momento fondativo di unità nazionale e di autostima collettiva difficilmente messo in discussione. In questo contesto, il progressivo distacco dell’Europa dalle celebrazioni di Mosca e la rimozione o la reinterpretazione di numerosi monumenti sovietici nel continente vengono spesso percepiti come un segnale di ingratitudine verso il sacrificio umano e il “mare di sangue” versato nella guerra contro il nazismo.

    L’eredità della vittoria sovietica non vive solo nei libri di storia o nelle cerimonie ufficiali, ma anche in una fitta rete di monumenti disseminati in tutta l’Europa orientale e centrale, ma anche a Milano, Torino, Serina (BG), Brescia, Novara, Emilia e diverse località montuose del Nord. Queste strutture, dai cippi ai monumenti imponenti e carichi di simbolismo, rappresentano per Mosca la materializzazione concreta del sacrificio dell’Armata Rossa.

    Tra i più emblematici vi è il Memoriale sovietico di Treptower Park, che si trova a Berlino, dove una statua monumentale di un soldato sovietico che tiene in braccio una bambina tedesca domina il paesaggio, simbolo di liberazione e protezione. A Parco della Vittoria, in Lettonia, invece, il complesso memoriale celebra la vittoria con una monumentalità che fonde memoria, orgoglio e identità nazionale.

    Tuttavia, proprio questi monumenti sono oggi al centro di accesi dibattiti: per alcuni rappresentano la liberazione, per altri segnano l’inizio di una nuova forma di dominio politico. Negli ultimi anni, diversi Paesi dell’Europa orientale hanno avviato politiche di rimozione o ricollocazione, interpretandoli non più come simboli di libertà, ma come eredità ingombranti di un passato sovietico percepito come oppressivo.

    Questo processo ha accentuato la frattura simbolica tra la memoria russa e quella europea: per Mosca, la loro rimozione è letta come un tentativo di riscrivere la storia e cancellare il sacrificio di milioni di soldati sovietici, ma anche come un attacco a una verità storica che Mosca ritiene di dover difendere, persino a costo di restare isolata nella propria narrazione.
    Mosca e il “Giorno della Vittoria”: si riapre lo scontro sulla memoria Tra celebrazioni e nuove tensioni con l’Europa, il 9 maggio torna a mettere al centro il ruolo dell’Urss nella sconfitta del nazismo e la disputa su simboli e memoria sovietica di Piero De Ruvo Mentre Mosca, con misure di sicurezza eccezionali, celebra il trionfo sul nazismo, emerge con forza il ricordo di un contributo umano senza eguali che l’Europa, sembra, oggi voler ridimensionare. Ma proprio su questo terreno si innesta una frattura sempre più evidente tra memorie storiche divergenti. Il 9 maggio il cuore di Mosca batte al ritmo del “Den’ Pobedy”, il Giorno della Vittoria. Non è solo una parata militare sulla Piazza Rossa; è la rievocazione di quello che la storiografia russa definisce il contributo decisivo dell’Unione Sovietica nella sconfitta di Hitler. Mentre gran parte del mondo occidentale commemora la fine del conflitto, la Russia rivendica il suo ruolo centrale celebrando la resa tedesca firmata davanti al maresciallo Georgij Žukov a Berlino. Questo orgoglio affonda le radici in un dato tragico e inoppugnabile: l’Unione Sovietica ha pagato sul campo di battaglia il prezzo più alto della storia, sacrificando per l’Europa circa 28 milioni di vite. Nelle scuole e nella percezione comune russa, la “Grande Guerra Patriottica” non è solo un capitolo della Seconda Guerra Mondiale, ma lo scontro esistenziale che ha salvato il continente. In questo senso, il sacrificio sovietico è visto come lo scudo che ha permesso all’Europa di sopravvivere alla tirannia nazista, difendendo di fatto la possibilità stessa di un futuro basato su valori di giustizia. Per i cittadini russi, la vittoria del 1945 è rimasta l’unica parte del XX secolo ad aver conservato un valore condiviso e universalmente riconosciuto, rappresentando un motivo di orgoglio nazionale che unisce il Paese in un sentimento di unità e appartenenza collettiva. Tuttavia, questa memoria si confronta oggi con un clima di crescente amarezza. Per la stragrande maggioranza dei russi, la Vittoria costituisce un momento fondativo di unità nazionale e di autostima collettiva difficilmente messo in discussione. In questo contesto, il progressivo distacco dell’Europa dalle celebrazioni di Mosca e la rimozione o la reinterpretazione di numerosi monumenti sovietici nel continente vengono spesso percepiti come un segnale di ingratitudine verso il sacrificio umano e il “mare di sangue” versato nella guerra contro il nazismo. L’eredità della vittoria sovietica non vive solo nei libri di storia o nelle cerimonie ufficiali, ma anche in una fitta rete di monumenti disseminati in tutta l’Europa orientale e centrale, ma anche a Milano, Torino, Serina (BG), Brescia, Novara, Emilia e diverse località montuose del Nord. Queste strutture, dai cippi ai monumenti imponenti e carichi di simbolismo, rappresentano per Mosca la materializzazione concreta del sacrificio dell’Armata Rossa. Tra i più emblematici vi è il Memoriale sovietico di Treptower Park, che si trova a Berlino, dove una statua monumentale di un soldato sovietico che tiene in braccio una bambina tedesca domina il paesaggio, simbolo di liberazione e protezione. A Parco della Vittoria, in Lettonia, invece, il complesso memoriale celebra la vittoria con una monumentalità che fonde memoria, orgoglio e identità nazionale. Tuttavia, proprio questi monumenti sono oggi al centro di accesi dibattiti: per alcuni rappresentano la liberazione, per altri segnano l’inizio di una nuova forma di dominio politico. Negli ultimi anni, diversi Paesi dell’Europa orientale hanno avviato politiche di rimozione o ricollocazione, interpretandoli non più come simboli di libertà, ma come eredità ingombranti di un passato sovietico percepito come oppressivo. Questo processo ha accentuato la frattura simbolica tra la memoria russa e quella europea: per Mosca, la loro rimozione è letta come un tentativo di riscrivere la storia e cancellare il sacrificio di milioni di soldati sovietici, ma anche come un attacco a una verità storica che Mosca ritiene di dover difendere, persino a costo di restare isolata nella propria narrazione.
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  • https://youtu.be/cqhCL80uDWA?is=G8jlECZFjmnTbD2Z
    Da ascoltare, come la comunicazione ha imposto l'idea di non avere figli dagli anni 70 ad oggi.
    Questo è il problema più grande del nostro futuro.
    https://youtu.be/cqhCL80uDWA?is=G8jlECZFjmnTbD2Z Da ascoltare, come la comunicazione ha imposto l'idea di non avere figli dagli anni 70 ad oggi. Questo è il problema più grande del nostro futuro.
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  • https://toba60.com/lagenda-la-tua-visione-il-tuo-futuro/
    https://toba60.com/lagenda-la-tua-visione-il-tuo-futuro/
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  • Ecco la trascrizione riga per riga il più fedele possibile:


    ---

    VALLE D’AOSTA - UN INVITO A RAGIONARE

    INGANNO GLOBALE

    OBIETTIVI PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE

    INVECE SONO…

    OBIETTIVI PER IL CONTROLLO GLOBALE

    L’AGENDA 2030 è stata CREATA dall’ONU (Organizzazione Nazioni Unite) nel 2015 e viene CONCRETIZZATA su scala globale dal WEF (World Economic Forum),
    DETENTORI DEL POTERE ECONOMICO e POLITICO MONDIALE (es. BIG TECH & BIG PHARMA).
    In pratica DECIDONO LA NOSTRA VITA e IL NOSTRO FUTURO
    SENZA IL NOSTRO CONSENSO,
    SENZA IL CONSENSO DEI POPOLI.

    AGENDA 2030

    ENZO PENNETTA

    GOALS

    I PASSI VERSO LA CATASTROFE

    SECONDA EDIZIONE AMPLIATA E AGGIORNATA

    LETTURA CONSIGLIATA

    Questo libro affronta una REALTÀ che RIGUARDA TUTTI, che se non si è consapevoli
    o no, è un testo che è stato pensato per essere una lettura di informazione sulla realtà del progetto dell’ONU denominato AGENDA 2030.

    La struttura del libro prevede un capitolo iniziale nel quale viene affrontata la storia e le implicazioni di questo programma delle Nazioni Unite che viene IMPOSTO, in misura maggiore o minore, a tutti i paesi del mondo.

    Conclude con considerazioni generali su come AFFRONTARE E CONTRASTARE questa Agenda che è un programma per affermare la GLOBALIZZAZIONE e la QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE.

    Consigliamo inoltre un’altra lettura

    Estratto dal libro “PALLOTTOLE”

    L’ombra del monolite

    Sudditi soffocati da una VERITÀ DISTOPICA
    rinchiusi nella gabbia dell’omologazione
    intruppati sulla carreggiata a senso unico
    del pensiero dominante.

    Costretti a uniformarci.
    Globalizzazione, meticciato, accoglienza e sradicamento
    minacciano la specificità dei popoli,
    abbattono l’albero della tradizione.

    RIBELLIAMOCI al tragico destino di servitù e decadenza
    ordito contro di noi.

    Occorre un SEGNALE DI RIVOLTA
    almeno un riverbero umano
    sulla “terra desolata” del declino.

    Per sostenere le nostre azioni: Ass. MICROAIUTO VDA
    IBAN: IT04F0538701201000047649200
    CAUSALE: DONAZIONE PER MANIFESTI ED EVENTI INFORMATIVI

    manifestazioniperlalibertavda@gmail.com
    -------------
    VALLE D’AOSTA – AN INVITATION TO THINK

    GLOBAL DECEPTION

    GOALS FOR SUSTAINABLE DEVELOPMENT

    INSTEAD THEY ARE…

    GOALS FOR GLOBAL CONTROL

    AGENDA 2030 was CREATED by the UN (United Nations Organization) in 2015 and is IMPLEMENTED globally by the WEF (World Economic Forum),
    HOLDERS OF GLOBAL ECONOMIC and POLITICAL POWER (e.g. BIG TECH & BIG PHARMA).
    In practice THEY DECIDE OUR LIFE and OUR FUTURE
    WITHOUT OUR CONSENT,
    WITHOUT THE CONSENT OF THE PEOPLES.

    AGENDA 2030

    ENZO PENNETTA

    GOALS

    THE STEPS TOWARD CATASTROPHE

    SECOND EXPANDED AND UPDATED EDITION

    RECOMMENDED READING

    This book addresses a REALITY that CONCERNS EVERYONE, which, whether one is aware of it or not,
    is a text designed to provide informative reading about the reality of the UN project called AGENDA 2030.

    The structure of the book includes an initial chapter that examines the history and implications of this United Nations program, which is IMPOSED, to a greater or lesser extent, on all countries of the world.

    It concludes with general considerations on how to FACE AND COUNTER this Agenda, which is a program to promote GLOBALIZATION and the FOURTH INDUSTRIAL REVOLUTION.

    We also recommend another reading

    Excerpt from the book “BULLETS”

    The shadow of the monolith

    Subjects suffocated by a DYSTOPIAN TRUTH
    locked in the cage of homogenization
    lined up on the one-way roadway
    of dominant thought.

    Forced to conform.
    Globalization, mixing of peoples, immigration and uprooting
    threaten the specificity of peoples,
    tear down the tree of tradition.

    LET US REBEL against the tragic destiny of servitude and decline
    plotted against us.

    A SIGNAL OF REVOLT is needed
    at least a human echo
    on the “wasteland” of decline.

    To support our actions: Ass. MICROAIUTO VDA
    IBAN: IT04F0538701201000047649200
    PURPOSE: DONATION FOR POSTERS AND INFORMATIONAL EVENTS

    manifestazioniperlalibertavda@gmail.com


    Ecco la trascrizione riga per riga il più fedele possibile: --- VALLE D’AOSTA - UN INVITO A RAGIONARE INGANNO GLOBALE OBIETTIVI PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE INVECE SONO… OBIETTIVI PER IL CONTROLLO GLOBALE L’AGENDA 2030 è stata CREATA dall’ONU (Organizzazione Nazioni Unite) nel 2015 e viene CONCRETIZZATA su scala globale dal WEF (World Economic Forum), DETENTORI DEL POTERE ECONOMICO e POLITICO MONDIALE (es. BIG TECH & BIG PHARMA). In pratica DECIDONO LA NOSTRA VITA e IL NOSTRO FUTURO SENZA IL NOSTRO CONSENSO, SENZA IL CONSENSO DEI POPOLI. AGENDA 2030 ENZO PENNETTA GOALS I PASSI VERSO LA CATASTROFE SECONDA EDIZIONE AMPLIATA E AGGIORNATA LETTURA CONSIGLIATA Questo libro affronta una REALTÀ che RIGUARDA TUTTI, che se non si è consapevoli o no, è un testo che è stato pensato per essere una lettura di informazione sulla realtà del progetto dell’ONU denominato AGENDA 2030. La struttura del libro prevede un capitolo iniziale nel quale viene affrontata la storia e le implicazioni di questo programma delle Nazioni Unite che viene IMPOSTO, in misura maggiore o minore, a tutti i paesi del mondo. Conclude con considerazioni generali su come AFFRONTARE E CONTRASTARE questa Agenda che è un programma per affermare la GLOBALIZZAZIONE e la QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE. Consigliamo inoltre un’altra lettura Estratto dal libro “PALLOTTOLE” L’ombra del monolite Sudditi soffocati da una VERITÀ DISTOPICA rinchiusi nella gabbia dell’omologazione intruppati sulla carreggiata a senso unico del pensiero dominante. Costretti a uniformarci. Globalizzazione, meticciato, accoglienza e sradicamento minacciano la specificità dei popoli, abbattono l’albero della tradizione. RIBELLIAMOCI al tragico destino di servitù e decadenza ordito contro di noi. Occorre un SEGNALE DI RIVOLTA almeno un riverbero umano sulla “terra desolata” del declino. Per sostenere le nostre azioni: Ass. MICROAIUTO VDA IBAN: IT04F0538701201000047649200 CAUSALE: DONAZIONE PER MANIFESTI ED EVENTI INFORMATIVI manifestazioniperlalibertavda@gmail.com ------------- VALLE D’AOSTA – AN INVITATION TO THINK GLOBAL DECEPTION GOALS FOR SUSTAINABLE DEVELOPMENT INSTEAD THEY ARE… GOALS FOR GLOBAL CONTROL AGENDA 2030 was CREATED by the UN (United Nations Organization) in 2015 and is IMPLEMENTED globally by the WEF (World Economic Forum), HOLDERS OF GLOBAL ECONOMIC and POLITICAL POWER (e.g. BIG TECH & BIG PHARMA). In practice THEY DECIDE OUR LIFE and OUR FUTURE WITHOUT OUR CONSENT, WITHOUT THE CONSENT OF THE PEOPLES. AGENDA 2030 ENZO PENNETTA GOALS THE STEPS TOWARD CATASTROPHE SECOND EXPANDED AND UPDATED EDITION RECOMMENDED READING This book addresses a REALITY that CONCERNS EVERYONE, which, whether one is aware of it or not, is a text designed to provide informative reading about the reality of the UN project called AGENDA 2030. The structure of the book includes an initial chapter that examines the history and implications of this United Nations program, which is IMPOSED, to a greater or lesser extent, on all countries of the world. It concludes with general considerations on how to FACE AND COUNTER this Agenda, which is a program to promote GLOBALIZATION and the FOURTH INDUSTRIAL REVOLUTION. We also recommend another reading Excerpt from the book “BULLETS” The shadow of the monolith Subjects suffocated by a DYSTOPIAN TRUTH locked in the cage of homogenization lined up on the one-way roadway of dominant thought. Forced to conform. Globalization, mixing of peoples, immigration and uprooting threaten the specificity of peoples, tear down the tree of tradition. LET US REBEL against the tragic destiny of servitude and decline plotted against us. A SIGNAL OF REVOLT is needed at least a human echo on the “wasteland” of decline. To support our actions: Ass. MICROAIUTO VDA IBAN: IT04F0538701201000047649200 PURPOSE: DONATION FOR POSTERS AND INFORMATIONAL EVENTS manifestazioniperlalibertavda@gmail.com
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  • Attualità

    L’ESECUZIONE MIRATA DI AMAL KHALIL

    Libano, uccisa giornalista Amal Khalil
    indagini sull’attacco nel sud del Paese

    Uccisa a sud di Tiro la giornalista Amal Khalil: indagini in corso sull’attacco in Libano che ha colpito operatori dell’informazione durante il conflitto

    di Piero De Ruvo

    L’uccisione della giornalista libanese Amal Khalil, avvenuta il 22 aprile 2026 in un villaggio vicino Tiro, non può essere derubricata a tragico errore o a “effetto collaterale”, ma se confermata dalle autorità che stanno indagando, si potrebbe configurare come una vera e propria esecuzione deliberata. Amal Khalil, esperta corrispondente del quotidiano Al-Akhbar, è stata braccata dai droni israeliani mentre cercava semplicemente di fare il suo lavoro, documentando le devastazioni nel sud del Libano. La dinamica dell’attacco rivela una ferocia mirata: dopo che un primo raid ha colpito il veicolo che precedeva la sua auto, Khalil e la fotografa Zeinab Faraj hanno cercato riparo in un’abitazione civile.

    È stato in quel momento che l’IDF ha sferrato il colpo fatale, bombardando intenzionalmente la casa dove le giornaliste avevano trovato rifugio. Non contenti di averla sepolta sotto le macerie, i militari israeliani hanno messo in atto un criminale ostruzionismo dei soccorsi, aprendo il fuoco contro le ambulanze e lanciando granate stordenti per impedire alla Croce Rossa di raggiungerla. Amal Khalil è morta dissanguata dopo ore di agonia, intrappolata tra i detriti, mentre l’esercito israeliano impediva ogni missione umanitaria. Questo omicidio era stato annunciato.

    Nel settembre 2024, Khalil aveva ricevuto agghiaccianti minacce di morte direttamente sul proprio numero WhatsApp da un’utenza israeliana, messaggi che le intimavano di lasciare il Libano e cambiare mestiere se voleva che la sua “testa restasse attaccata alle spalle”. Queste minacce, denunciate dai sindacati dei giornalisti, dimostrano che Amal era un obiettivo prioritario per un esercito che non tollera testimoni scomodi. Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha parlato apertamente di crimini di guerra, sottolineando come l’attacco fosse chiaramente identificabile e impegnate in compiti civili.

    La verità è che Amal Khalil è stata uccisa perché vedeva troppo e raccontava ciò che il mondo non deve sapere sulla distruzione sistematica dei villaggi libanesi. Chiunque cerchi di documentare la verità sotto le bombe israeliane sa ora di avere un mirino puntato addosso. L’IDF ha deciso che la libera informazione è un nemico da abbattere.

    Il caso di Amal Khalil si inserisce in un contesto già fortemente critico. Organizzazioni internazionali per la libertà di stampa, come Reporters Without Borders, denunciano da tempo un aumento significativo dei rischi per i giornalisti nelle zone di conflitto, soprattutto quelle in cui è coinvolto l’esercito israeliano, sottolineando come la distinzione tra obiettivi militari e civili venga sempre più spesso messa in discussione sul campo.

    La morte di Amal Khalil riapre così un tema centrale: in guerra, il racconto dei fatti è protetto o diventa un bersaglio? La risposta a questa domanda non riguarda solo un singolo episodio, ma il futuro stesso del diritto all’informazione nei teatri di conflitto. In un contesto già segnato da escalation militari e tensioni regionali, episodi come questo rischiano di contribuire a un clima in cui documentare la realtà diventa sempre più pericoloso. E quando i testimoni vengono meno, anche la possibilità di accertare i fatti si fa più fragile.

    Current Events

    THE TARGETED EXECUTION OF AMAL KHALIL

    Lebanon, journalist Amal Khalil killed
    investigations underway into the attack in the south of the country

    Journalist Amal Khalil killed south of Tyre: investigations underway into the attack in Lebanon that targeted media workers during the conflict

    by Piero De Ruvo

    The killing of Lebanese journalist Amal Khalil, which occurred on April 22, 2026, in a village near Tyre, cannot be dismissed as a tragic mistake or a "collateral effect," but if confirmed by the investigating authorities, it could constitute a deliberate execution. Amal Khalil, a veteran correspondent for the daily Al-Akhbar, was hunted by Israeli drones while simply trying to do her job, documenting the devastation in southern Lebanon. The attack's dynamics reveal targeted ferocity: after an initial strike hit the vehicle in front of his car, Khalil and photographer Zeinab Faraj sought shelter in a civilian home.

    It was then that the IDF struck the fatal blow, intentionally bombing the house where the journalists had taken refuge. Not content with burying her under rubble, the Israeli military criminally obstructed rescue efforts, opening fire on ambulances and throwing stun grenades to prevent the Red Cross from reaching her. Amal Khalil bled to death after hours of agony, trapped in the debris, while the Israeli army prevented all humanitarian missions. This murder had been announced.

    In September 2024, Khalil received chilling death threats directly on her WhatsApp number from an Israeli user, messages urging her to leave Lebanon and change profession if she wanted her "head to stay on top of things." These threats, denounced by journalists' unions, demonstrate that Amal was a priority target for an army that tolerates no inconvenient witnesses. Lebanese Prime Minister Nawaf Salam has openly spoken of war crimes, emphasizing that the attack was clearly identifiable and that they were engaged in civilian duties.

    The truth is that Amal Khalil was killed because she saw too much and reported what the world must not know about the systematic destruction of Lebanese villages. Anyone trying to document the truth under Israeli bombs now knows they have a crosshair trained on them. The IDF has decided that free information is an enemy that must be destroyed.

    Amal Khalil's case comes amidst an already highly critical context. International press freedom organizations such as Reporters Without Borders have long been denouncing a significant increase in risks for journalists in conflict zones, especially those involving the Israeli army, emphasizing how the distinction between military and civilian targets is increasingly being questioned on the ground.

    Amal Khalil's death thus reopens a central issue: in war, is reporting protected or is it targeted? The answer to this question concerns not just a single incident, but the very future of the right to information in conflict zones. In a context already marked by military escalations and regional tensions, incidents like this risk contributing to a climate in which documenting reality becomes increasingly dangerous. And when witnesses are missing, the possibility of establishing facts also becomes more fragile.
    Attualità L’ESECUZIONE MIRATA DI AMAL KHALIL Libano, uccisa giornalista Amal Khalil indagini sull’attacco nel sud del Paese Uccisa a sud di Tiro la giornalista Amal Khalil: indagini in corso sull’attacco in Libano che ha colpito operatori dell’informazione durante il conflitto di Piero De Ruvo L’uccisione della giornalista libanese Amal Khalil, avvenuta il 22 aprile 2026 in un villaggio vicino Tiro, non può essere derubricata a tragico errore o a “effetto collaterale”, ma se confermata dalle autorità che stanno indagando, si potrebbe configurare come una vera e propria esecuzione deliberata. Amal Khalil, esperta corrispondente del quotidiano Al-Akhbar, è stata braccata dai droni israeliani mentre cercava semplicemente di fare il suo lavoro, documentando le devastazioni nel sud del Libano. La dinamica dell’attacco rivela una ferocia mirata: dopo che un primo raid ha colpito il veicolo che precedeva la sua auto, Khalil e la fotografa Zeinab Faraj hanno cercato riparo in un’abitazione civile. È stato in quel momento che l’IDF ha sferrato il colpo fatale, bombardando intenzionalmente la casa dove le giornaliste avevano trovato rifugio. Non contenti di averla sepolta sotto le macerie, i militari israeliani hanno messo in atto un criminale ostruzionismo dei soccorsi, aprendo il fuoco contro le ambulanze e lanciando granate stordenti per impedire alla Croce Rossa di raggiungerla. Amal Khalil è morta dissanguata dopo ore di agonia, intrappolata tra i detriti, mentre l’esercito israeliano impediva ogni missione umanitaria. Questo omicidio era stato annunciato. Nel settembre 2024, Khalil aveva ricevuto agghiaccianti minacce di morte direttamente sul proprio numero WhatsApp da un’utenza israeliana, messaggi che le intimavano di lasciare il Libano e cambiare mestiere se voleva che la sua “testa restasse attaccata alle spalle”. Queste minacce, denunciate dai sindacati dei giornalisti, dimostrano che Amal era un obiettivo prioritario per un esercito che non tollera testimoni scomodi. Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha parlato apertamente di crimini di guerra, sottolineando come l’attacco fosse chiaramente identificabile e impegnate in compiti civili. La verità è che Amal Khalil è stata uccisa perché vedeva troppo e raccontava ciò che il mondo non deve sapere sulla distruzione sistematica dei villaggi libanesi. Chiunque cerchi di documentare la verità sotto le bombe israeliane sa ora di avere un mirino puntato addosso. L’IDF ha deciso che la libera informazione è un nemico da abbattere. Il caso di Amal Khalil si inserisce in un contesto già fortemente critico. Organizzazioni internazionali per la libertà di stampa, come Reporters Without Borders, denunciano da tempo un aumento significativo dei rischi per i giornalisti nelle zone di conflitto, soprattutto quelle in cui è coinvolto l’esercito israeliano, sottolineando come la distinzione tra obiettivi militari e civili venga sempre più spesso messa in discussione sul campo. La morte di Amal Khalil riapre così un tema centrale: in guerra, il racconto dei fatti è protetto o diventa un bersaglio? La risposta a questa domanda non riguarda solo un singolo episodio, ma il futuro stesso del diritto all’informazione nei teatri di conflitto. In un contesto già segnato da escalation militari e tensioni regionali, episodi come questo rischiano di contribuire a un clima in cui documentare la realtà diventa sempre più pericoloso. E quando i testimoni vengono meno, anche la possibilità di accertare i fatti si fa più fragile. Current Events THE TARGETED EXECUTION OF AMAL KHALIL Lebanon, journalist Amal Khalil killed investigations underway into the attack in the south of the country Journalist Amal Khalil killed south of Tyre: investigations underway into the attack in Lebanon that targeted media workers during the conflict by Piero De Ruvo The killing of Lebanese journalist Amal Khalil, which occurred on April 22, 2026, in a village near Tyre, cannot be dismissed as a tragic mistake or a "collateral effect," but if confirmed by the investigating authorities, it could constitute a deliberate execution. Amal Khalil, a veteran correspondent for the daily Al-Akhbar, was hunted by Israeli drones while simply trying to do her job, documenting the devastation in southern Lebanon. The attack's dynamics reveal targeted ferocity: after an initial strike hit the vehicle in front of his car, Khalil and photographer Zeinab Faraj sought shelter in a civilian home. It was then that the IDF struck the fatal blow, intentionally bombing the house where the journalists had taken refuge. Not content with burying her under rubble, the Israeli military criminally obstructed rescue efforts, opening fire on ambulances and throwing stun grenades to prevent the Red Cross from reaching her. Amal Khalil bled to death after hours of agony, trapped in the debris, while the Israeli army prevented all humanitarian missions. This murder had been announced. In September 2024, Khalil received chilling death threats directly on her WhatsApp number from an Israeli user, messages urging her to leave Lebanon and change profession if she wanted her "head to stay on top of things." These threats, denounced by journalists' unions, demonstrate that Amal was a priority target for an army that tolerates no inconvenient witnesses. 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  • Cédric Lachat: “Il futuro dell’arrampicata? Dipende da come scegliamo di viverla” - Montagna.TV
    Dalla nascita di The Future of Climbing alle trasformazioni in atto: Lachat riflette su crescita, impatto e responsabilità...
    https://www.montagna.tv/271112/cedric-lachat-il-futuro-dellarrampicata-dipende-da-come-scegliamo-di-viverla/
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  • Questo fine settimana per l'Ungheria è in gioco tutto: o la sottomissione a Bruxelles o la libertà e la sovranità. Per anni, la Commissione europea ha sistematicamente minato la libertà e l'autodeterminazione degli ungheresi, minacciando sanzioni e ritirando i fondi ovunque possibile. Allo stesso tempo, ci sono anche minacce esterne: l'Ucraina, sotto la guida di Zelensky, vede la politica di pace ungherese come una spina nel fianco, e blocchi energetici e minacce sono all'ordine del giorno. L'Ungheria è stretta in una morsa e non sta più combattendo solo per sé stessa, ma per tutti noi. Perché se il candidato preferito da Bruxelles prevarrà in Ungheria questo fine settimana, un futuro governo Kickl si troverà ad affrontare la stessa sorte. Quindi: "Sok szerencsét!" cari ungheresi, buona fortuna!
    Questo fine settimana per l'Ungheria è in gioco tutto: o la sottomissione a Bruxelles o la libertà e la sovranità. Per anni, la Commissione europea ha sistematicamente minato la libertà e l'autodeterminazione degli ungheresi, minacciando sanzioni e ritirando i fondi ovunque possibile. Allo stesso tempo, ci sono anche minacce esterne: l'Ucraina, sotto la guida di Zelensky, vede la politica di pace ungherese come una spina nel fianco, e blocchi energetici e minacce sono all'ordine del giorno. L'Ungheria è stretta in una morsa e non sta più combattendo solo per sé stessa, ma per tutti noi. Perché se il candidato preferito da Bruxelles prevarrà in Ungheria questo fine settimana, un futuro governo Kickl si troverà ad affrontare la stessa sorte. Quindi: "Sok szerencsét!" cari ungheresi, buona fortuna!
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