• La lectio di Cacciari in tv, «Sono gli ultimi giorni dell’umanità»
    Il fisosofo rilegge «Gli ultimi giorni dell'umanità» di Karl Kraus sabato 13 su Nove: un invito a interrogarsi sul presente attraverso uno dei grandi testimoni della modernità europea...
    https://www.corriere.it/spettacoli/26_giugno_12/la-lectio-di-cacciari-in-tv-sono-gli-ultimi-giorni-dell-umanita-f073d1d6-8e19-44a4-9260-1171545a4xlk_amp.shtml
    La lectio di Cacciari in tv, «Sono gli ultimi giorni dell’umanità» Il fisosofo rilegge «Gli ultimi giorni dell'umanità» di Karl Kraus sabato 13 su Nove: un invito a interrogarsi sul presente attraverso uno dei grandi testimoni della modernità europea... https://www.corriere.it/spettacoli/26_giugno_12/la-lectio-di-cacciari-in-tv-sono-gli-ultimi-giorni-dell-umanita-f073d1d6-8e19-44a4-9260-1171545a4xlk_amp.shtml
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    La lectio di Cacciari in tv, «Sono gli ultimi giorni dell’umanità»
    Il fisosofo rilegge «Gli ultimi giorni dell'umanità» di Karl Kraus sabato 13 su Nove: un invito a interrogarsi sul presente attraverso uno dei grandi testimoni della modernità europea
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  • Dubai Travel Tips


    The best time to visit Dubai is ALL YEAR AROUND

    Whether it's the bloom of spring, the warmth of summer, the cool of autumn, or the mildness of winter – Dubai is your year-round destination, ready to welcome you with its embrace of modernity and traditions, its fusion of cultures, and its promise of unforgettable moments. Discover Dubai's timeless allure, at any time, any season.



    Visit Website:- https://www.bookmybooking.com/
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  • HUMANITAS?
    Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Francis Prevost, critica giustamente alcune attuali derive tecnocapitaliste anticristiane a antiumane. Ma nonostante tutto offre un’analisi spuntata e scarsamente incisiva. Ci sono ovviamente i riferimenti d’obbligo a Dio e a suo Figlio, ma l’impostazione di Prevost é chiaramente antropocentrica.
    Essa contrappone, per semplificare al massimo, l’umanesimo (buono) al transumanesimo (cattivo).
    Quindi la modernità (buona )alla postmodernità e alle sue derive (potenzialmente cattive).

    Come un novello Pico della Mirandola (altro che Sant’Agostino!) Prevost cita il termine “dignità”, in riferimento all’uomo più di 100 volte.
    Decine di volte fa riferimento ai “diritti umani”, confusi del tutto impropriamente con la legge naturale.
    Ad una prima lettura, invece, non vi ho mai trovato il termine “peccato originale”.
    Tutto questo è del resto perfettamente in linea con l’”umanesimo integrale” dei suoi predecessori dal Concilio in poi.
    Orbene è assolutamente ingenuo, diciamo così, pensare come Prevost, che il transumanesimo non sia l’apice dell’umanesimo, del suo spirito originario: profano, borghese, affaristico, secolarizzato, calcolante.
    E’ proprio l’umanesimo che fonda l’idea di un dominio tecnico illimitato sulla natura. E’ proprio l’umanesimo figlio dello spirito borghese acquisitivo, che antepone gradualmente i beni materiali a quelli spirituali. E’ proprio l’umanesimo che illude uomo di essere padrone della vita, sua e altrui. E’ proprio l’umanesimo che posta lo sguardo dal cielo alla terra. E’ proprio l’umanesimo che mettendo al centro l’uomo pone Dio ai margini. E trasforma prima la natura, poi gli esseri umani in oggetti di manipolazione.

    Infine il capitalismo. Tutti i tecno futuristi più importanti, da Musk a Thiel, da Karp ad Andreessen, sono imprenditori miliardari che diventano sempre più ricchi grazie alle loro tecno -diavolerie, robot e intelligenza artificiale compresa. Non sarebbe giunto il momento di mettere in discussione il primato del mercato globale ipertrofico?
    Una tecnica senza limiti è da sempre complementare a un ‘economia senza limiti (il capitalismo) e a un individualismo senza limiti . E’ il modello sociale e antropologico malato dell’anglofera. Anche su questo aspetto l’enciclica non sembra toccare il cuore del problema.

    Martino Mora
    HUMANITAS? Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Francis Prevost, critica giustamente alcune attuali derive tecnocapitaliste anticristiane a antiumane. Ma nonostante tutto offre un’analisi spuntata e scarsamente incisiva. Ci sono ovviamente i riferimenti d’obbligo a Dio e a suo Figlio, ma l’impostazione di Prevost é chiaramente antropocentrica. Essa contrappone, per semplificare al massimo, l’umanesimo (buono) al transumanesimo (cattivo). Quindi la modernità (buona )alla postmodernità e alle sue derive (potenzialmente cattive). Come un novello Pico della Mirandola (altro che Sant’Agostino!) Prevost cita il termine “dignità”, in riferimento all’uomo più di 100 volte. Decine di volte fa riferimento ai “diritti umani”, confusi del tutto impropriamente con la legge naturale. Ad una prima lettura, invece, non vi ho mai trovato il termine “peccato originale”. Tutto questo è del resto perfettamente in linea con l’”umanesimo integrale” dei suoi predecessori dal Concilio in poi. Orbene è assolutamente ingenuo, diciamo così, pensare come Prevost, che il transumanesimo non sia l’apice dell’umanesimo, del suo spirito originario: profano, borghese, affaristico, secolarizzato, calcolante. E’ proprio l’umanesimo che fonda l’idea di un dominio tecnico illimitato sulla natura. E’ proprio l’umanesimo figlio dello spirito borghese acquisitivo, che antepone gradualmente i beni materiali a quelli spirituali. E’ proprio l’umanesimo che illude uomo di essere padrone della vita, sua e altrui. E’ proprio l’umanesimo che posta lo sguardo dal cielo alla terra. E’ proprio l’umanesimo che mettendo al centro l’uomo pone Dio ai margini. E trasforma prima la natura, poi gli esseri umani in oggetti di manipolazione. Infine il capitalismo. Tutti i tecno futuristi più importanti, da Musk a Thiel, da Karp ad Andreessen, sono imprenditori miliardari che diventano sempre più ricchi grazie alle loro tecno -diavolerie, robot e intelligenza artificiale compresa. Non sarebbe giunto il momento di mettere in discussione il primato del mercato globale ipertrofico? Una tecnica senza limiti è da sempre complementare a un ‘economia senza limiti (il capitalismo) e a un individualismo senza limiti . E’ il modello sociale e antropologico malato dell’anglofera. Anche su questo aspetto l’enciclica non sembra toccare il cuore del problema. Martino Mora
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  • Discover Sharjah’s unique blend of tradition and modernity with TunzTravel through a comfortable city tour from Dubai. Visit cultural attractions, famous museums, waterfront destinations, and historical landmarks while enjoying smooth travel arrangements and professional guidance for a memorable sightseeing experience in Sharjah.

    Visit here:- https://tunztravel.com/tour/sharjah-city-tour-from-dubai/
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    Sharjah City Tour from Dubai 2026
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  • "ANDARSELA A CERCARE (e il senso della mediazione)

    Vorrei starne fuori dalle solite polemiche, ma in Italia sembra praticamente impossibile.
    Provo allora a cercare motivazioni ulteriori in questo 25 Aprile. Porto con me un’esperienza significativa nel Coordinamento per la Pace: anche quest’anno siamo riusciti a mettere in corteo qualcosa che ci appartiene davvero, quel senso di “Resistenza che continua” dentro una modernità in cui certi fascismi non sono mai stati del tutto debellati. Abbiamo chiuso con un comizio alternativo, forse per pochi, forse per molti, ma con parole autentiche: di cuore, oltre che combattive. Ed è questo, alla fine, che conta.

    Per il resto, dispiace — ancora una volta — assistere, direttamente o per interposta cronaca, ai soliti siparietti tra Brigata Ebraica, ANPI ed esponenti politici nazionali, dopo l’allontanamento e la contestazione della Brigata dal corteo. Uno spettacolo che si ripete ciclicamente e che, in un contesto geopolitico come quello attuale — tra guerre di procura e accuse di genocidio — difficilmente poteva avere un esito diverso. Cosa ci si aspettava, davvero?

    Se il 25 Aprile resta, e deve restare, una festa di tutti — con il diritto di ciascuno di essere presente in piazza — è altrettanto evidente che negli anni abbia assunto tratti ibridi, a metà tra rave, sagra e passerella social (e qui, laissons tomber). Ma proprio per questo non possiamo sorprenderci di un finale già scritto, ora alimentato da botta e risposta tra Walker Meghnagi e l’ANPI, fino alle vie legali.

    A Milano, peraltro, le tensioni erano nell’aria già da settimane. E non ha certo aiutato una certa “sfrontatezza” da parte della Brigata Ebraica: presentarsi con simboli, bandiere e perfino immagini percepite come vicine all’establishment israelo-statunitense, in questo clima, equivale — piaccia o no — ad andarsela a cercare

    Quando si occupa una posizione così esposta, il basso profilo non è solo una questione di opportunità o dignità (ammesso che qualcuno voglia ancora parlarne), ma diventa persino una questione di "incolumità".

    Ed è forse per questo che oggi, 26 aprile, mi sento più vicino a posizioni lucide, razionali, come quelle di chi la Shoah l’ha vissuta e ne custodisce il senso più profondo. Chi conosce davvero il valore dei diritti umani e il significato autentico di una ricorrenza che rischiamo di svuotare.
    Non è democristiano, né ignavo, provare a leggere le cose in modo mediano — come suggerisce Edith Bruck. È, al contrario, uno degli interventi più onesti e centrati emersi in mezzo al rumore:

    - “Il 25 aprile riguarda la liberazione dell’Italia dal fascismo. Che c’entrano Israele e la sua bandiera?”
    E ancora: “Sfilino con la bandiera italiana quelli della Brigata ebraica e ringrazino il cielo di essere stati liberati dal fascismo. Nella piazza del 25 aprile doveva esserci posto solo per i simboli della liberazione e dell’antifascismo. Invece, sia da una parte che dall’altra, ne hanno approfittato per portare alla ribalta questioni del tutto fuori luogo.”

    -“Tutti pensano di fare una cosa giusta per la loro causa infilandosi al corteo del 25 aprile”.
    E chiude: “Finché sarà in corso il conflitto con i palestinesi, l’odio potrà solo crescere e avvelenare l’intera società. Le azioni del governo Netanyahu rappresentano un danno per tutti gli ebrei del mondo e aumentano l’antisemitismo. Al corteo bisognava portare la bandiera della pace”.

    C’è poco da aggiungere, in un contesto già saturo di tensione. La polemica continuerà, tra carte bollate e titoli gridati, come da copione.

    Resta, forse, solo una necessità: tornare a concentrarsi sulle esigenze reali di una città come Milano, che sul piano sociale non può più permettersi di perdere tempo. Nemmeno per indignarsi.

    #25Aprile #Resistenza #Milano #PoliticaItaliana #dirittiumani
    "ANDARSELA A CERCARE (e il senso della mediazione) Vorrei starne fuori dalle solite polemiche, ma in Italia sembra praticamente impossibile. Provo allora a cercare motivazioni ulteriori in questo 25 Aprile. Porto con me un’esperienza significativa nel Coordinamento per la Pace: anche quest’anno siamo riusciti a mettere in corteo qualcosa che ci appartiene davvero, quel senso di “Resistenza che continua” dentro una modernità in cui certi fascismi non sono mai stati del tutto debellati. Abbiamo chiuso con un comizio alternativo, forse per pochi, forse per molti, ma con parole autentiche: di cuore, oltre che combattive. Ed è questo, alla fine, che conta. Per il resto, dispiace — ancora una volta — assistere, direttamente o per interposta cronaca, ai soliti siparietti tra Brigata Ebraica, ANPI ed esponenti politici nazionali, dopo l’allontanamento e la contestazione della Brigata dal corteo. Uno spettacolo che si ripete ciclicamente e che, in un contesto geopolitico come quello attuale — tra guerre di procura e accuse di genocidio — difficilmente poteva avere un esito diverso. Cosa ci si aspettava, davvero? Se il 25 Aprile resta, e deve restare, una festa di tutti — con il diritto di ciascuno di essere presente in piazza — è altrettanto evidente che negli anni abbia assunto tratti ibridi, a metà tra rave, sagra e passerella social (e qui, laissons tomber). Ma proprio per questo non possiamo sorprenderci di un finale già scritto, ora alimentato da botta e risposta tra Walker Meghnagi e l’ANPI, fino alle vie legali. A Milano, peraltro, le tensioni erano nell’aria già da settimane. E non ha certo aiutato una certa “sfrontatezza” da parte della Brigata Ebraica: presentarsi con simboli, bandiere e perfino immagini percepite come vicine all’establishment israelo-statunitense, in questo clima, equivale — piaccia o no — ad andarsela a cercare ❌ Quando si occupa una posizione così esposta, il basso profilo non è solo una questione di opportunità o dignità (ammesso che qualcuno voglia ancora parlarne), ma diventa persino una questione di "incolumità". Ed è forse per questo che oggi, 26 aprile, mi sento più vicino a posizioni lucide, razionali, come quelle di chi la Shoah l’ha vissuta e ne custodisce il senso più profondo. Chi conosce davvero il valore dei diritti umani e il significato autentico di una ricorrenza che rischiamo di svuotare. Non è democristiano, né ignavo, provare a leggere le cose in modo mediano — come suggerisce Edith Bruck. È, al contrario, uno degli interventi più onesti e centrati emersi in mezzo al rumore: - “Il 25 aprile riguarda la liberazione dell’Italia dal fascismo. Che c’entrano Israele e la sua bandiera?” E ancora: “Sfilino con la bandiera italiana quelli della Brigata ebraica e ringrazino il cielo di essere stati liberati dal fascismo. Nella piazza del 25 aprile doveva esserci posto solo per i simboli della liberazione e dell’antifascismo. Invece, sia da una parte che dall’altra, ne hanno approfittato per portare alla ribalta questioni del tutto fuori luogo.” -“Tutti pensano di fare una cosa giusta per la loro causa infilandosi al corteo del 25 aprile”. E chiude: “Finché sarà in corso il conflitto con i palestinesi, l’odio potrà solo crescere e avvelenare l’intera società. Le azioni del governo Netanyahu rappresentano un danno per tutti gli ebrei del mondo e aumentano l’antisemitismo. Al corteo bisognava portare la bandiera della pace”. C’è poco da aggiungere, in un contesto già saturo di tensione. La polemica continuerà, tra carte bollate e titoli gridati, come da copione. Resta, forse, solo una necessità: tornare a concentrarsi sulle esigenze reali di una città come Milano, che sul piano sociale non può più permettersi di perdere tempo. Nemmeno per indignarsi. #25Aprile #Resistenza #Milano #PoliticaItaliana #dirittiumani
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  • Buy Luxury Flats in Birla Arika Sector 31 Gurugram.

    The Birla Arika, a reputed developer assuring ultra-luxury living in the prime region of Sector 31, this project by Birla Estates comes with elegance, comfort, and world-class amenities, making it a perfect choice for modern homebuyers and investors. Birla Arika Gurgaon circulates approximately 13 acres and offers spacious 4 BHK luxury residences designed for high-end living. In this project there are only two flats per floor; that ensures privacy and modernity for its residents. Through 50% open green area and attractive landscaped gardens, a kids' playing area that's assuring a peaceful lifestyle, Birla Arika Sector 31 Gurgaon owns a superb connectivity with NH-48, Huda City Centre Metro Station, Cyber City, and IGI Airport, making transportation easy and convenient.
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    Birla Arika Sector 31 Gurugram | 4BHK Apartments prices List
    Birla Arika Sector 31 Gurugram offers luxury 4BHK apartments with modern amenities, prime location, and premium living. Check latest prices, floor plans, and details.
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  • https://author.bg/industrialna-precziznost-v-kuhnyata-kak-modernite-mashini-za-obrabotka-na-hrana-transformirat-proizvodstvoto.html
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    Индустриална прецизност в кухнята: Как модерните машини за обработка на храна трансформират производството - Author.bg - гост авторство
    В съвременния кетъринг и ресторантьорство скоростта и безопасността са също толкова важни, колкото и вкусът…
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  • Birla Arika Sector 31, Gurugram | 4BHK Apartments.


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    Birla Arika Sector 31, Gurugram | 4BHK Apartments. The Birla Arika, a reputed developer assuring ultra-luxury living in the prime region of Sector 31, this project by Birla Estates comes with elegance, comfort, and world-class amenities, making it a perfect choice for modern homebuyers and investors. Birla Arika Gurgaon circulates approximately 13 acres and offers spacious 4 BHK luxury residences designed for high-end living. In this project there are only two flats per floor; that ensures privacy and modernity for its residents. Through 50% open green area and attractive landscaped gardens, a kids' playing area that's assuring a peaceful lifestyle, Birla Arika Sector 31 Gurgaon owns a superb connectivity with NH-48, Huda City Centre Metro Station, Cyber City, and IGI Airport, making transportation easy and convenient. If we talk about the price of Birla Arika, this project offers residences starting from ₹9.49 Cr onwards, depending on size and configuration. The apartments range between 4200 sq. ft. and 4900 sq. ft., providing ample space for luxurious living. The Birla Arika floor plans are carefully structured with ample bedrooms, modern kitchens, large balconies, and servant quarters that guarantee comfort and functionality. https://moneytreerealty.com/real-estate-projects/birla-arika-sector-31-gurugram
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  • NON È SOLO UN’APP
    (A fare la differenza)

    Qualcuno potrà storcere il naso o mugugnare che si tratti solo di “materia nazionale”.

    Ma quando si parla di lavoro, una città come Milano non può tirarsi fuori dal dibattito politico né sottrarsi al peso della propria istituzione.
    Negli ultimi anni le istituzioni hanno spesso scelto la neutralità, che è una forma elegante di "assenza".
    E mentre Milano celebrava la sua crescita, nelle sue strade si consolidava un modello fatto di consegne pagate pochi euro, turni infiniti, nessuna tutela reale.

    Proprio questo ultimo sabato di febbraio, nel silenzio generale, i rider sono scesi in piazza per rivendicare condizioni più umane.
    Come ha ribadito l’avvocata giuslavorista Giulia Druetta:
    “Le leggi ci sono. Ma puntualmente nessuno le fa rispettare.”

    Non è una questione ideologica.
    È una questione di dignità.
    Una metropoli che ambisce a guidare l’innovazione non può farlo comprimendo i diritti.
    La modernità non può essere misurata con il parametro della precarietà permanente.
    Qui entra in gioco una responsabilità che è anche comunale.

    Il Comune non firma i contratti nazionali, è vero.
    Ma può scegliere che città essere.
    Può promuovere protocolli con le piattaforme.
    Può pretendere trasparenza negli appalti.
    Può vincolare concessioni pubbliche al rispetto di standard minimi di tutela.
    Può aprire tavoli permanenti sul lavoro (digitale e non).
    Può decidere davvero di stare dalla delle persone. E il sogno di una "Milano Libera" nasce proprio da questo concetto:
    la crescita economica deve essere compatibile con la giustizia sociale.
    Perché non esiste innovazione senza responsabilità, come non esiste progresso finché le disparità restano evidenti.

    Il tema dei rider non è una parentesi, ma lo specchio di una città che rischia di diventare sempre più veloce…
    e sempre meno umana.
    Quando parliamo di “città in 15 minuti”, dovremmo chiederci:
    si intende il tempo massimo consentito per consegnare un pasto dal punto A al punto B tramite la corsa pericolosa di un moderno "schiavo"?!

    Da come Milano risponde a queste istanze si capisce se vuole essere solo efficiente…
    o anche giusta.

    #MilanoLibera
    #DignitàDelLavoro
    #MilanoReale
    #PoliticaCivica
    #LavoroDigitale
    NON È SOLO UN’APP 🚲 (A fare la differenza) Qualcuno potrà storcere il naso o mugugnare che si tratti solo di “materia nazionale”. Ma quando si parla di lavoro, una città come Milano non può tirarsi fuori dal dibattito politico né sottrarsi al peso della propria istituzione. Negli ultimi anni le istituzioni hanno spesso scelto la neutralità, che è una forma elegante di "assenza". E mentre Milano celebrava la sua crescita, nelle sue strade si consolidava un modello fatto di consegne pagate pochi euro, turni infiniti, nessuna tutela reale. Proprio questo ultimo sabato di febbraio, nel silenzio generale, i rider sono scesi in piazza per rivendicare condizioni più umane. Come ha ribadito l’avvocata giuslavorista Giulia Druetta: “Le leggi ci sono. Ma puntualmente nessuno le fa rispettare.” Non è una questione ideologica. È una questione di dignità. Una metropoli che ambisce a guidare l’innovazione non può farlo comprimendo i diritti. La modernità non può essere misurata con il parametro della precarietà permanente. Qui entra in gioco una responsabilità che è anche comunale. Il Comune non firma i contratti nazionali, è vero. Ma può scegliere che città essere. Può promuovere protocolli con le piattaforme. Può pretendere trasparenza negli appalti. Può vincolare concessioni pubbliche al rispetto di standard minimi di tutela. Può aprire tavoli permanenti sul lavoro (digitale e non). Può decidere davvero di stare dalla delle persone. E il sogno di una "Milano Libera" nasce proprio da questo concetto: la crescita economica deve essere compatibile con la giustizia sociale. Perché non esiste innovazione senza responsabilità, come non esiste progresso finché le disparità restano evidenti. Il tema dei rider non è una parentesi, ma lo specchio di una città che rischia di diventare sempre più veloce… e sempre meno umana. Quando parliamo di “città in 15 minuti”, dovremmo chiederci: si intende il tempo massimo consentito per consegnare un pasto dal punto A al punto B tramite la corsa pericolosa di un moderno "schiavo"?! Da come Milano risponde a queste istanze si capisce se vuole essere solo efficiente… o anche giusta. #MilanoLibera #DignitàDelLavoro #MilanoReale #PoliticaCivica #LavoroDigitale
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