• Dottor Reiner Fuellmich
    Guarda che grande uomo è!
    Ha combattuto per te!
    Ha smascherato le bugie!
    Ha sfidato la macchina!
    E ora, il sistema che ha cercato di ritenere responsabile lo ha rinchiuso.
    Scrivigli!

    LA GERMANIA NON È PIÙ UNA DEMOCRAZIA, È UN REGIME.

    Dr. Reiner Fuellmich
    Watch what great man he is!
    He fought for you!
    He exposed the lies!
    He challenged the machine!
    And now, the system he tried to hold accountable has locked him away.
    Write him!

    GERMANY IS NO LONGER A DEMOCRACY — IT’S A REGIME.
    Dottor Reiner Fuellmich Guarda che grande uomo è! Ha combattuto per te! Ha smascherato le bugie! Ha sfidato la macchina! E ora, il sistema che ha cercato di ritenere responsabile lo ha rinchiuso. Scrivigli! LA GERMANIA NON È PIÙ UNA DEMOCRAZIA, È UN REGIME. Dr. Reiner Fuellmich ‼️ Watch what great man he is! He fought for you! He exposed the lies! He challenged the machine! And now, the system he tried to hold accountable has locked him away. Write him!📮 🇩🇪GERMANY IS NO LONGER A DEMOCRACY — IT’S A REGIME.
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  • La storia della premio Nobel Narges Mohammadi, simbolo della resistenza al regime, condannata ad altri sette anni di carcere in Iran
    L'attivista per i diritti delle donne e ingegnera è stata condannata da un tribunale iraniano ad altri anni di carcere e un divieto di espatrio di due anni.

    La premio Nobel Narges Mohammadi è stata condannata ad altri sette anni di carcere in Iran. Un accanimento quello del regime iraniano che palesa, in caso ce ne fosse bisogno, la forza e la determinazione dell'ingegnera Narges Mohammadi che oggi ha 53 anni, è una delle voci più autorevoli della società iraniana, simbolo della resistenza femminile al regime. Paga per essersi battuta da sempre a favore dei diritti delle donne e contro l'oppressione del suo Paese, l'Iran, o meglio la Repubblica Islamica. Per il regime si tratta di «propaganda» ed ecco la nuova condanna: il reato contestatole, come ha spiegato all'Afp, il suo avvocato Mostafa Nili è di «associazione e collusione per commettere e reati», una sorta di accusa di cospirazione. È previsto anche un divieto di espatrio di due anni.

    «Sono devastato, è una notizia terribile. Grazie di cuore, non smettete di parlare di lei. Il regime deve rilasciare tutti i prigionieri politici», ha detto al Corriere della Sera, il figlio Ali Rahmani che vive a Parigi. Questa condanna si unisce alle precedenti facendo diventare più di 17 gli anni di carcere a cui la premio Nobel è stata condannata, con 154 frustate. Nell'ultimo anno, da dicembre 2024 a dicembre 2025 era stata scarcerata per motivi di salute e messai ai domiciliari ma il 12 dicembre scorso è stata arrestata nuovamente durante le proteste e da quel momento è stata messa in isolamento. Solo dopo 59 giorni, riferisce il Corriere della Sera tramite la Fondazione della Premio Nobel, ha potuto parlare con il suo avvocato. Successivamente, Mohammadi ha iniziato uno sciopero della fame che pochi giorni dopo ha interrotto a causa delle sue condizioni di salute precarie.
    La giornalista Masih Alinejad che ha affrontato il rappresentante di Teheran all'Onu: «Il regime ha già emesso una condanna a morte nei miei confronti. Questo non m'impedisce di dire la verità: la Repubblica islamica è alla fine»

    L'attivista e dissidente iraniana-americana ha lanciato un duro un attacco al rappresentante dell’Iran durante una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L'intervista
    Masih Alineajd durante il suo intervento all'Onu

    Nel 2023, mentre si trovava in carcere, le è stato conferito il premio Nobel per la Pace, «per la sua battaglia contro l'oppressione delle donne in Iran e per promuovere diritti umani e libertà per tutti». A ritirare il premio e a leggere il discorso di ringraziamento scritto dalla madre sono stati i figli gemelli, Kiana e Ali, di 17 anni, che vivono in esilio a Parigi con il padre. Un riconoscimento che non le è valso nessuna tutela giudiziaria. Secondo le organizzazioni internazionali, quest'ultima condanna s'inserisce in una strategia più ampia d'intimidazione contro le figure simbolo del dissenso interno. Dal carcere ha continuato a far arrivare all'esterno lettere e messaggi in cui denunciava la violenza sistematica contro le donne e i manifestanti, pagando tutto questo con l'isolamento, il diniego di cure mediche e la separazione forzata dalla sua famiglia e dai suoi figli.

    In un'intervista al Il Manifesto ha sottolineato: «L’uccisione dei manifestanti e dei dissidenti politici per le strade è altrettanto terribile e sconvolgente dell’omicidio di civili innocenti sotto bombe e missili. Il regime della Repubblica islamica è aggressivo, ostile ai diritti fondamentali del popolo iraniano e non rispetta nemmeno le sue leggi. Morire per mano di forze occupanti è guerra, mentre morire per mano di un regime oppressivo e autoritario che governa da 45 anni cos’è? Come donna che vede e subisce l’apartheid sessuale nel proprio paese penso che finché questo apartheid esisterà la pace duratura sarà impossibile. Allo stesso modo, in assenza dei diritti fondamentali delle donne in Medio Oriente, e in presenza di dominio, discriminazione e repressione, la democrazia, la libertà e l’uguaglianza nel mondo sono prive di significato. Sono come ferite infette e nauseanti sulla coscienza dell’umanità».

    https://www.vanityfair.it/article/la-storia-della-premio-nobel-narges-mohammadi-condannata-ad-altri-sette-anni-di-carcere-in-iran?utm_source=firefox-newtab-it-it
    La storia della premio Nobel Narges Mohammadi, simbolo della resistenza al regime, condannata ad altri sette anni di carcere in Iran L'attivista per i diritti delle donne e ingegnera è stata condannata da un tribunale iraniano ad altri anni di carcere e un divieto di espatrio di due anni. La premio Nobel Narges Mohammadi è stata condannata ad altri sette anni di carcere in Iran. Un accanimento quello del regime iraniano che palesa, in caso ce ne fosse bisogno, la forza e la determinazione dell'ingegnera Narges Mohammadi che oggi ha 53 anni, è una delle voci più autorevoli della società iraniana, simbolo della resistenza femminile al regime. Paga per essersi battuta da sempre a favore dei diritti delle donne e contro l'oppressione del suo Paese, l'Iran, o meglio la Repubblica Islamica. Per il regime si tratta di «propaganda» ed ecco la nuova condanna: il reato contestatole, come ha spiegato all'Afp, il suo avvocato Mostafa Nili è di «associazione e collusione per commettere e reati», una sorta di accusa di cospirazione. È previsto anche un divieto di espatrio di due anni. «Sono devastato, è una notizia terribile. Grazie di cuore, non smettete di parlare di lei. Il regime deve rilasciare tutti i prigionieri politici», ha detto al Corriere della Sera, il figlio Ali Rahmani che vive a Parigi. Questa condanna si unisce alle precedenti facendo diventare più di 17 gli anni di carcere a cui la premio Nobel è stata condannata, con 154 frustate. Nell'ultimo anno, da dicembre 2024 a dicembre 2025 era stata scarcerata per motivi di salute e messai ai domiciliari ma il 12 dicembre scorso è stata arrestata nuovamente durante le proteste e da quel momento è stata messa in isolamento. Solo dopo 59 giorni, riferisce il Corriere della Sera tramite la Fondazione della Premio Nobel, ha potuto parlare con il suo avvocato. Successivamente, Mohammadi ha iniziato uno sciopero della fame che pochi giorni dopo ha interrotto a causa delle sue condizioni di salute precarie. La giornalista Masih Alinejad che ha affrontato il rappresentante di Teheran all'Onu: «Il regime ha già emesso una condanna a morte nei miei confronti. Questo non m'impedisce di dire la verità: la Repubblica islamica è alla fine» L'attivista e dissidente iraniana-americana ha lanciato un duro un attacco al rappresentante dell’Iran durante una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L'intervista Masih Alineajd durante il suo intervento all'Onu Nel 2023, mentre si trovava in carcere, le è stato conferito il premio Nobel per la Pace, «per la sua battaglia contro l'oppressione delle donne in Iran e per promuovere diritti umani e libertà per tutti». A ritirare il premio e a leggere il discorso di ringraziamento scritto dalla madre sono stati i figli gemelli, Kiana e Ali, di 17 anni, che vivono in esilio a Parigi con il padre. Un riconoscimento che non le è valso nessuna tutela giudiziaria. Secondo le organizzazioni internazionali, quest'ultima condanna s'inserisce in una strategia più ampia d'intimidazione contro le figure simbolo del dissenso interno. Dal carcere ha continuato a far arrivare all'esterno lettere e messaggi in cui denunciava la violenza sistematica contro le donne e i manifestanti, pagando tutto questo con l'isolamento, il diniego di cure mediche e la separazione forzata dalla sua famiglia e dai suoi figli. In un'intervista al Il Manifesto ha sottolineato: «L’uccisione dei manifestanti e dei dissidenti politici per le strade è altrettanto terribile e sconvolgente dell’omicidio di civili innocenti sotto bombe e missili. Il regime della Repubblica islamica è aggressivo, ostile ai diritti fondamentali del popolo iraniano e non rispetta nemmeno le sue leggi. Morire per mano di forze occupanti è guerra, mentre morire per mano di un regime oppressivo e autoritario che governa da 45 anni cos’è? Come donna che vede e subisce l’apartheid sessuale nel proprio paese penso che finché questo apartheid esisterà la pace duratura sarà impossibile. Allo stesso modo, in assenza dei diritti fondamentali delle donne in Medio Oriente, e in presenza di dominio, discriminazione e repressione, la democrazia, la libertà e l’uguaglianza nel mondo sono prive di significato. Sono come ferite infette e nauseanti sulla coscienza dell’umanità». https://www.vanityfair.it/article/la-storia-della-premio-nobel-narges-mohammadi-condannata-ad-altri-sette-anni-di-carcere-in-iran?utm_source=firefox-newtab-it-it
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    La storia della premio Nobel Narges Mohammadi, simbolo della resistenza al regime, condannata ad altri sette anni di carcere in Iran
    L'attivista per i diritti delle donne e ingegnera è stata condannata da un tribunale iraniano ad altri anni di carcere e un divieto di espatrio di due anni
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  • Il monito cinese a chi alza la testa. La condanna a Jimmy Lai relega a ricordo la democrazia di Hong Kong (di M. Lupis)
    Venti anni di carcere per l'imprenditore dei media diventato un simbolo della protesta dell'ex colonia britannica, nonostante il pressing di Regno Unito e Stat…
    https://www.huffingtonpost.it/esteri/2026/02/09/news/cosa_accade_a_chi_alza_la_testa_la_condanna_a_jimmy_lai_relega_a_ricordo_la_democrazia_di_hong_kong-21165297
    Il monito cinese a chi alza la testa. La condanna a Jimmy Lai relega a ricordo la democrazia di Hong Kong (di M. Lupis) Venti anni di carcere per l'imprenditore dei media diventato un simbolo della protesta dell'ex colonia britannica, nonostante il pressing di Regno Unito e Stat… https://www.huffingtonpost.it/esteri/2026/02/09/news/cosa_accade_a_chi_alza_la_testa_la_condanna_a_jimmy_lai_relega_a_ricordo_la_democrazia_di_hong_kong-21165297
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    Il monito cinese a chi alza la testa. La condanna a Jimmy Lai relega a ricordo la democrazia di Hong Kong (di M. Lupis)
    Venti anni di carcere per l'imprenditore dei media diventato un simbolo della protesta dell'ex colonia britannica, nonostante il pressing di Regno Unito e Stat…
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  • IL RIMEDIO C’È

    Vi rubo qualche minuto di questa Domenica, a fine weekend, per fermarci a riflettere su un problema democratico reale e spesso rimosso.
    È vero: non possiamo limitarci alla lamentela. Ma proprio per questo dobbiamo iniziare a costruire soluzioni concrete, a partire da una legge elettorale davvero equa e corretta.

    Il rimedio esiste.
    Non è un’operazione di chirurgia invasiva, né una scorciatoia miracolosa. A qualcuno potrà sembrare il solito “tentativo lontano”.
    Eppure sappiamo che, nella vita come nella democrazia, anche un piccolo sasso nell’acqua può generare onde durature , se c’è la volontà di farle proseguire.

    Per questo, insieme agli amici dell’Associazione VotoLibEguale, il 15 novembre scorso abbiamo lanciato 3 Leggi di Iniziativa Popolare, che riprendono e rilanciano le proposte già portate avanti con il tour #iovoglioscegliere.
    Un obiettivo chiaro: restituire agli elettori il diritto di scegliere davvero chi li rappresenta.

    Firmare non è solo un atto formale.
    È un gesto di responsabilità civica, un modo concreto per dire che la democrazia non è delega cieca, ma partecipazione consapevole

    FIRMA ORA (1 minuto)
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    Attenzione : C’è tempo fino al 15/05/27, ma il momento giusto per agire è adesso.

    #VotoLibEguale #DemocraziaDiretta #Partecipazione #RiformaElettorale
    IL RIMEDIO C’È 💡 Vi rubo qualche minuto di questa Domenica, a fine weekend, per fermarci a riflettere su un problema democratico reale e spesso rimosso. È vero: non possiamo limitarci alla lamentela. Ma proprio per questo dobbiamo iniziare a costruire soluzioni concrete, a partire da una legge elettorale davvero equa e corretta. Il rimedio esiste. Non è un’operazione di chirurgia invasiva, né una scorciatoia miracolosa. A qualcuno potrà sembrare il solito “tentativo lontano”. Eppure sappiamo che, nella vita come nella democrazia, anche un piccolo sasso nell’acqua può generare onde durature 🌊, se c’è la volontà di farle proseguire. Per questo, insieme agli amici dell’Associazione VotoLibEguale, il 15 novembre scorso abbiamo lanciato 3 Leggi di Iniziativa Popolare, che riprendono e rilanciano le proposte già portate avanti con il tour #iovoglioscegliere. Un obiettivo chiaro: restituire agli elettori il diritto di scegliere davvero chi li rappresenta. 👉 Firmare non è solo un atto formale. È un gesto di responsabilità civica, un modo concreto per dire che la democrazia non è delega cieca, ma partecipazione consapevole ✍️🇮🇹 ✍️ FIRMA ORA (1 minuto) Serve solo SPID o CIE 1️⃣ Vai su 👉 https://votolibeguale.it 2️⃣ Clicca Accedi (pulsanti blu) 3️⃣ Usa SPID o CieID 4️⃣ Conferma la firma ✅ Attenzione ⏰ : C’è tempo fino al 15/05/27, ma il momento giusto per agire è adesso. #VotoLibEguale #DemocraziaDiretta #Partecipazione #RiformaElettorale
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  • DEMOCRAZIA DROGATA

    Ci sono centinaia di temi e sottotemi politici per cui scannarsi come tifoserie allo stadio. Questioni interne, questioni internazionali, bandiere da sventolare per dividere puntualmente opinioni, sensibilità e schieramenti.

    Ma qui il punto non è dividersi ancora. Qui il punto è che la politica, se vuole dirsi tale, dovrebbe muoversi dentro parametri minimi di equità, correttezza e rispetto delle regole. Quando questi parametri saltano, allora sì: abbiamo un problema serio. Un problema di democrazia.

    Per questo non mi interessa concentrarmi sulla figura di chi governa, né sul solito teatrino pro o contro qualcuno. Il nodo è il "merito". E nel merito, oggi, il quadro è evidente: la democrazia è sotto stress, e non da ieri. Se continuiamo su questa traiettoria, nessuna tornata elettorale – a qualsiasi livello – potrà dirsi davvero corretta. E a quel punto l’astensionismo non è disimpegno: diventa l’unica forma di coerenza verso se stessi, la propria intelligenza e il proprio senso civico.

    Come se non bastasse, questa settimana è arrivata un’altra mazzata. Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso del Comitato dei 15, che chiedeva lo slittamento delle urne contestando i tempi imposti da Palazzo Chigi. L’obiezione era tecnica: il referendum sarebbe stato indetto senza attendere i tre mesi canonici per la raccolta firme dei cittadini, avviata il 22 dicembre.
    La risposta dei giudici, però, è stata insieme procedurale e politica: una volta che la richiesta referendaria è stata attivata da un quinto dei parlamentari (18 novembre), la macchina diventa un treno in corsa irreversibile. “Non conta chi chiede il referendum, ma che il referendum sia stato comunque chiesto”. Punto. Data blindata.

    Poi, due giorni dopo, la beffa finale. Nel silenzio generale. Un silenzio che inquieta più di mille dichiarazioni. Ci siamo forse assuefatti alle scorrettezze? Forse sì. Ma è proprio questo il problema.
    Dopo una sperimentazione alle Europee 2024 (limitata agli studenti) e l’estensione ai lavoratori nei referendum del giugno 2025, oggi il voto ai fuorisede sparisce. Cancellato. Il governo Meloni e la sua maggioranza hanno deciso che, per il referendum sulla riforma della giustizia, studenti e lavoratori temporaneamente lontani dalla residenza non voteranno nel comune di domicilio. Il decreto sulle consultazioni elettorali non lo prevede, e la Commissione Affari Costituzionali della Camera ha bocciato tutti gli emendamenti delle opposizioni.
    La motivazione? Ancora più esile, oltre che inquietante: secondo la sottosegretaria Wanda Ferro, ci sarebbero stati “problemi tecnici dovuti ai tempi”. Tempi che, guarda caso, diventano sempre un ostacolo solo quando il diritto di voto rischia di allargarsi.

    Come vogliamo chiamarla questa pratica
    Democrazia di comodo
    Cambio di regole in corsa per chi governa
    Se i pronostici non ci danno vincenti, portiamo via la palla e non si gioca piùNo, peggio: si cambiano le regole mentre la partita è in corso, come ultima mossa di disperazione.

    E lo ribadisco con forza: non sto facendo l’ennesimo discorso da curva ideologica. Questo è un ragionamento a favore di qualunque consultazione democratica degna di questo nome. Qui siamo davanti a una contaminazione progressiva del sistema, che non fa altro che allontanare le persone da una disciplina tanto nobile quanto necessaria come la politica.
    Va bene mobilitarsi oggi contro l’arrivo dell’ICE a Milano per i giochi invernali.

    Ma di questa democrazia che ci stanno sfilando sotto il naso, perché non ci indigniamo davvero
    Vogliamo accontentarci di una democrazia a metà?
    Di una democrazia drogata da interessi, calcoli e convenienze?

    Forse è tempo di avviare una disintossicazione democratica.
    Almeno dal basso.
    Almeno a livello locale.

    #DemocraziaDrogata #Referendum #DirittiCivili #Voto #Fuorisede #Costituzione #Partecipazione #Politica #StatoDiDiritto #democraziadiretta
    🗳️ DEMOCRAZIA DROGATA💉 Ci sono centinaia di temi e sottotemi politici per cui scannarsi come tifoserie allo stadio. Questioni interne, questioni internazionali, bandiere da sventolare per dividere puntualmente opinioni, sensibilità e schieramenti. Ma qui il punto non è dividersi ancora. Qui il punto è che la politica, se vuole dirsi tale, dovrebbe muoversi dentro parametri minimi di equità, correttezza e rispetto delle regole. Quando questi parametri saltano, allora sì: abbiamo un problema serio. Un problema di democrazia. Per questo non mi interessa concentrarmi sulla figura di chi governa, né sul solito teatrino pro o contro qualcuno. Il nodo è il "merito". E nel merito, oggi, il quadro è evidente: la democrazia è sotto stress, e non da ieri. Se continuiamo su questa traiettoria, nessuna tornata elettorale – a qualsiasi livello – potrà dirsi davvero corretta. E a quel punto l’astensionismo non è disimpegno: diventa l’unica forma di coerenza verso se stessi, la propria intelligenza e il proprio senso civico. Come se non bastasse, questa settimana è arrivata un’altra mazzata. Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso del Comitato dei 15, che chiedeva lo slittamento delle urne contestando i tempi imposti da Palazzo Chigi. L’obiezione era tecnica: il referendum sarebbe stato indetto senza attendere i tre mesi canonici per la raccolta firme dei cittadini, avviata il 22 dicembre. La risposta dei giudici, però, è stata insieme procedurale e politica: una volta che la richiesta referendaria è stata attivata da un quinto dei parlamentari (18 novembre), la macchina diventa un treno in corsa irreversibile. “Non conta chi chiede il referendum, ma che il referendum sia stato comunque chiesto”. Punto. Data blindata. 👉Poi, due giorni dopo, la beffa finale. Nel silenzio generale. Un silenzio che inquieta più di mille dichiarazioni. Ci siamo forse assuefatti alle scorrettezze? Forse sì. Ma è proprio questo il problema. Dopo una sperimentazione alle Europee 2024 (limitata agli studenti) e l’estensione ai lavoratori nei referendum del giugno 2025, oggi il voto ai fuorisede sparisce. Cancellato. Il governo Meloni e la sua maggioranza hanno deciso che, per il referendum sulla riforma della giustizia, studenti e lavoratori temporaneamente lontani dalla residenza non voteranno nel comune di domicilio. Il decreto sulle consultazioni elettorali non lo prevede, e la Commissione Affari Costituzionali della Camera ha bocciato tutti gli emendamenti delle opposizioni. La motivazione? Ancora più esile, oltre che inquietante: secondo la sottosegretaria Wanda Ferro, ci sarebbero stati “problemi tecnici dovuti ai tempi”. Tempi che, guarda caso, diventano sempre un ostacolo solo quando il diritto di voto rischia di allargarsi. Come vogliamo chiamarla questa pratica❓ Democrazia di comodo❓ Cambio di regole in corsa per chi governa❓ Se i pronostici non ci danno vincenti, portiamo via la palla e non si gioca più❓No, peggio: si cambiano le regole mentre la partita è in corso, come ultima mossa di disperazione. E lo ribadisco con forza: non sto facendo l’ennesimo discorso da curva ideologica. Questo è un ragionamento a favore di qualunque consultazione democratica degna di questo nome. Qui siamo davanti a una contaminazione progressiva del sistema, che non fa altro che allontanare le persone da una disciplina tanto nobile quanto necessaria come la politica. Va bene mobilitarsi oggi contro l’arrivo dell’ICE a Milano per i giochi invernali. Ma di questa democrazia che ci stanno sfilando sotto il naso, perché non ci indigniamo davvero⁉️ Vogliamo accontentarci di una democrazia a metà? Di una democrazia drogata da interessi, calcoli e convenienze? Forse è tempo di avviare una disintossicazione democratica. Almeno dal basso. Almeno a livello locale. #DemocraziaDrogata #Referendum #DirittiCivili #Voto #Fuorisede #Costituzione #Partecipazione #Politica #StatoDiDiritto #democraziadiretta
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  • Barbero e D'Orsi riempiono il palasport di Torino dopo la censura
    L'evento su "Democrazia in tempo di guerra" censurato al teatro Valdocco raccoglie 3500 persone con altre 6000 in lista d'attesa
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/29/barbero-dorsi-dialogo-torino-oggi/8273340/
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    Barbero e D'Orsi riempiono il palasport di Torino dopo la censura
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  • Well Done.
    Barbero e D'Orsi riempiono il palasport di Torino dopo la censura
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  • IL GENOCIDIO PIÙ GRANDE DELLA STORIA NON HA MAI AVUTO UN GIORNO DI MEMORIA

    Oggi è il 27 gennaio.
    Oggi ricordiamo la Shoah.
    Ed è giusto. È necessario. È sacro.

    Ma la memoria, se è vera, non può essere un recinto.
    Non può fermarsi dove è comoda.
    Non può ricordare solo ciò che è stato riconosciuto, processato, monumentalizzato.

    Perché esiste un genocidio che non ha mai avuto un giorno.
    Mai avuto un tribunale.
    Mai avuto una narrazione onesta.

    Un genocidio più grande per numeri, più lungo nel tempo, più profondo nella rimozione.

    Quello dei Popoli Indigeni delle Americhe.

    50 milioni.
    70 milioni.
    90 milioni.
    Alcuni studi arrivano a 110 milioni di vite spezzate.

    Non in un campo.
    In un continente.
    Non in pochi anni.
    In quattro secoli.

    Non è stato un errore.
    Non è stato solo il vaiolo.
    Non è stato un incidente della storia.

    È stato un sistema.

    Un sistema fatto di conquista, deportazione, fame, conversioni forzate, distruzione culturale, cancellazione dell’identità.
    Un genocidio lento, strutturale, coloniale.
    Un genocidio che non ha avuto bisogno di camere a gas, perché aveva qualcosa di più efficace: tempo, potere e silenzio.

    E soprattutto propaganda.

    Perché questo genocidio non è stato solo commesso.
    È stato raccontato.

    I popoli nativi sono stati dipinti come “selvaggi”.
    Non è un termine indigeno.
    È un termine del conquistatore.

    Selvaggi perché non si piegavano.
    Selvaggi perché non parlavano la lingua del dominio.
    Selvaggi perché avevano una spiritualità diversa, una relazione diversa con la terra, un’idea diversa di mondo.

    Mai descritti come popoli complessi.
    Mai come civiltà.
    Mai come esseri umani pieni.

    Il conquistatore è diventato eroe.
    La conquista è diventata scoperta.
    Lo sterminio è diventato inevitabile.

    Qui sta la verità più scomoda.

    La Shoah è stata negata, ma non è mai stata glorificata.
    Il genocidio dei popoli indigeni, invece, è stato giustificato, normalizzato, insegnato come progresso.

    E ciò che viene giustificato non finisce mai davvero.

    Il colonialismo non è scomparso.
    Ha solo cambiato linguaggio.

    Oggi non dice più “vi conquistiamo”.
    Oggi dice “vi portiamo la civiltà”, “vi portiamo la democrazia”, “vi portiamo lo sviluppo”.

    Stessa logica.
    Stesso disprezzo.
    Stessa disumanizzazione.

    E oggi, senza vergogna, c’è chi lo rivendica.
    Chi lo difende.
    Chi lo rimpiange.
    Come se il problema non fosse stato il massacro, ma il fatto che non fosse stato abbastanza efficace.

    La memoria selettiva è una forma di violenza.

    Ricordare solo ciò che è già riconosciuto è il modo più elegante per continuare a cancellare.
    Se un genocidio non ha un giorno ufficiale, non ha tribunali, non ha immagini simbolo, allora diventa dimenticabile.
    E ciò che è dimenticabile è ripetibile.

    Il genocidio più efficace non è quello che fa più rumore.
    È quello che diventa normale.
    Quello che entra nei libri come “epoca storica”.
    Quello che si studia senza tremare.
    Quello che non scandalizza più.

    Ed è proprio per questo che esistono popoli che devono essere ricordati anche in una data scomoda.
    Non perché si tolga spazio a chi ha una memoria riconosciuta, ma perché ce ne sono altri che non l’hanno mai avuta.

    Perché ricordarli in un giorno qualsiasi significherebbe lasciarli invisibili.
    E ricordarli in un giorno “giusto” non è possibile, perché nessuno ha mai voluto istituirlo.

    Ammetterlo vorrebbe dire guardare in faccia una verità che l’Occidente non ha mai davvero accettato:
    che l’uomo bianco, mentre si proclamava esportatore di verità, civiltà e progresso, è stato ed è soprattutto esportatore del proprio pensiero.

    Non perché più giusto.
    Ma perché più forte.

    E ha avuto la forza non solo di vincere,
    ma anche di far dimenticare.

    Dimenticare i popoli cancellati.
    Dimenticare le terre rubate.
    Dimenticare le culture distrutte.
    Dimenticare che, molto spesso, il male non era dall’altra parte.

    Ci sono genocidi che gridano.
    E genocidi che vengono sepolti sotto la parola “storia”.

    Quelli senza monumenti.
    Senza processi.
    Senza date.

    Ricordarli oggi non è una provocazione.
    È un atto di onestà.

    Perché una civiltà che ricorda solo i crimini subiti
    e non quelli commessi
    non sta facendo memoria.

    Sta costruendo una menzogna comoda.

    E finché quella menzogna regge,
    il colonialismo non è passato.

    Ha solo cambiato nome.

    - Valerio Barsacchi -

    THE LARGEST GENOCIDE IN HISTORY HAS NEVER HAD A DAY OF REMEMBRANCE

    Today is January 27th.
    Today we remember the Holocaust.
    And it is right. It is necessary. It is sacred.

    But memory, if it is true, cannot be a fence.
    It cannot stop where it is convenient.
    It cannot remember only what has been recognized, tried, and monumentalized.

    Because there is a genocide that has never had a day.
    Never had a court.
    Never had an honest narrative.

    A genocide greater in numbers, longer in time, more profound in its repression.

    That of the Indigenous Peoples of the Americas.

    50 million.
    70 million.
    90 million.
    Some studies put the number of lives lost at 110 million.

    Not in a camp.
    On a continent.
    Not in a few years.
    Over four centuries.

    It wasn't a mistake.
    It wasn't just smallpox.
    It wasn't an accident of history.

    It was a system.

    A system of conquest, deportation, starvation, forced conversions, cultural destruction, erasure of identity.
    A slow, structural, colonial genocide.
    A genocide that didn't need gas chambers, because it had something more effective: time, power, and silence.

    And above all, propaganda.

    Because this genocide wasn't just committed.
    It was told.

    The native peoples were portrayed as "savages."
    It's not an indigenous term.
    It's a conqueror's term.

    Savages because they didn't submit.
    Savages because they didn't speak the language of domination.
    Savages because they had a different spirituality, a different relationship with the land, a different idea of ​​the world.

    Never described as complex peoples.
    Never as civilizations.
    Never as full human beings.

    The conqueror has become a hero.
    The conquest has become a discovery.
    The extermination has become inevitable.

    Here lies the most uncomfortable truth.

    The Holocaust was denied, but it was never glorified.

    The genocide of indigenous peoples, on the other hand, was justified, normalized, taught as progress.

    And what is justified never truly ends.

    Colonialism hasn't disappeared.

    It's just changed language.

    Today it no longer says "we conquer you."
    Today it says "we bring you civilization," "we bring you democracy," "we bring you development."

    Same logic.
    Same contempt.
    Same dehumanization.

    And today, without shame, there are those who claim it.
    Those who defend it.
    Those who mourn it.
    As if the problem wasn't the massacre, but the fact that it wasn't effective enough.

    Selective memory is a form of violence.

    Remembering only what is already recognized is the most elegant way to continue erasing.
    If a genocide has no official day, no courts, no symbolic images, then it becomes forgettable.
    And what is forgettable is repeatable.

    The most effective genocide is not the one that makes the most noise.
    It is the one that becomes normal.
    The one that enters books as a "historical era."
    The one that is studied without trembling.
    The one that no longer scandalizes.

    And it is precisely for this reason that there are peoples who must be remembered even on an inconvenient date.
    Not because it takes away space from those who have a recognized memory, but because there are others who never had one.

    Because remembering them on any given day would mean leaving them invisible.
    And remembering them on a "correct" day is not possible, because no one ever wanted to establish it.

    Admitting it would mean facing a truth the West has never truly accepted:
    that the white man, while proclaiming himself the exporter of truth, civilization, and progress, was and is above all an exporter of his own thought.

    Not because he was more just.
    But because he was stronger.

    And he had the strength not only to win,
    but also to make people forget.

    Forgetting the erased peoples.
    Forgetting the stolen lands.
    Forgetting the destroyed cultures.
    Forgetting that, very often, evil was not on the other side.

    There are genocides that cry out.
    And genocides that are buried under the word "history."

    Those without monuments.
    Without trials.
    Without dates.

    Remembering them today is not a provocation.
    It is an act of honesty.

    Because a civilization that remembers only the crimes suffered
    and not those committed
    is not remembering.

    It is constructing a convenient lie.

    And as long as that lie holds,
    colonialism hasn't passed.

    It's just changed its name.

    - Valerio Barsacchi -

    @follower
    American Indian Genocide Museum
    Indigenous Peoples Rights International
    Native American Rights Fund
    Indigenous Peoples Movement
    IL GENOCIDIO PIÙ GRANDE DELLA STORIA NON HA MAI AVUTO UN GIORNO DI MEMORIA Oggi è il 27 gennaio. Oggi ricordiamo la Shoah. Ed è giusto. È necessario. È sacro. Ma la memoria, se è vera, non può essere un recinto. Non può fermarsi dove è comoda. Non può ricordare solo ciò che è stato riconosciuto, processato, monumentalizzato. Perché esiste un genocidio che non ha mai avuto un giorno. Mai avuto un tribunale. Mai avuto una narrazione onesta. Un genocidio più grande per numeri, più lungo nel tempo, più profondo nella rimozione. Quello dei Popoli Indigeni delle Americhe. 50 milioni. 70 milioni. 90 milioni. Alcuni studi arrivano a 110 milioni di vite spezzate. Non in un campo. In un continente. Non in pochi anni. In quattro secoli. Non è stato un errore. Non è stato solo il vaiolo. Non è stato un incidente della storia. È stato un sistema. Un sistema fatto di conquista, deportazione, fame, conversioni forzate, distruzione culturale, cancellazione dell’identità. Un genocidio lento, strutturale, coloniale. Un genocidio che non ha avuto bisogno di camere a gas, perché aveva qualcosa di più efficace: tempo, potere e silenzio. E soprattutto propaganda. Perché questo genocidio non è stato solo commesso. È stato raccontato. I popoli nativi sono stati dipinti come “selvaggi”. Non è un termine indigeno. È un termine del conquistatore. Selvaggi perché non si piegavano. Selvaggi perché non parlavano la lingua del dominio. Selvaggi perché avevano una spiritualità diversa, una relazione diversa con la terra, un’idea diversa di mondo. Mai descritti come popoli complessi. Mai come civiltà. Mai come esseri umani pieni. Il conquistatore è diventato eroe. La conquista è diventata scoperta. Lo sterminio è diventato inevitabile. Qui sta la verità più scomoda. La Shoah è stata negata, ma non è mai stata glorificata. Il genocidio dei popoli indigeni, invece, è stato giustificato, normalizzato, insegnato come progresso. E ciò che viene giustificato non finisce mai davvero. Il colonialismo non è scomparso. Ha solo cambiato linguaggio. Oggi non dice più “vi conquistiamo”. Oggi dice “vi portiamo la civiltà”, “vi portiamo la democrazia”, “vi portiamo lo sviluppo”. Stessa logica. Stesso disprezzo. Stessa disumanizzazione. E oggi, senza vergogna, c’è chi lo rivendica. Chi lo difende. Chi lo rimpiange. Come se il problema non fosse stato il massacro, ma il fatto che non fosse stato abbastanza efficace. La memoria selettiva è una forma di violenza. Ricordare solo ciò che è già riconosciuto è il modo più elegante per continuare a cancellare. Se un genocidio non ha un giorno ufficiale, non ha tribunali, non ha immagini simbolo, allora diventa dimenticabile. E ciò che è dimenticabile è ripetibile. Il genocidio più efficace non è quello che fa più rumore. È quello che diventa normale. Quello che entra nei libri come “epoca storica”. Quello che si studia senza tremare. Quello che non scandalizza più. Ed è proprio per questo che esistono popoli che devono essere ricordati anche in una data scomoda. Non perché si tolga spazio a chi ha una memoria riconosciuta, ma perché ce ne sono altri che non l’hanno mai avuta. Perché ricordarli in un giorno qualsiasi significherebbe lasciarli invisibili. E ricordarli in un giorno “giusto” non è possibile, perché nessuno ha mai voluto istituirlo. Ammetterlo vorrebbe dire guardare in faccia una verità che l’Occidente non ha mai davvero accettato: che l’uomo bianco, mentre si proclamava esportatore di verità, civiltà e progresso, è stato ed è soprattutto esportatore del proprio pensiero. Non perché più giusto. Ma perché più forte. E ha avuto la forza non solo di vincere, ma anche di far dimenticare. Dimenticare i popoli cancellati. Dimenticare le terre rubate. Dimenticare le culture distrutte. Dimenticare che, molto spesso, il male non era dall’altra parte. Ci sono genocidi che gridano. E genocidi che vengono sepolti sotto la parola “storia”. Quelli senza monumenti. Senza processi. Senza date. Ricordarli oggi non è una provocazione. È un atto di onestà. Perché una civiltà che ricorda solo i crimini subiti e non quelli commessi non sta facendo memoria. Sta costruendo una menzogna comoda. E finché quella menzogna regge, il colonialismo non è passato. Ha solo cambiato nome. - Valerio Barsacchi - THE LARGEST GENOCIDE IN HISTORY HAS NEVER HAD A DAY OF REMEMBRANCE Today is January 27th. Today we remember the Holocaust. And it is right. It is necessary. It is sacred. But memory, if it is true, cannot be a fence. It cannot stop where it is convenient. It cannot remember only what has been recognized, tried, and monumentalized. Because there is a genocide that has never had a day. Never had a court. Never had an honest narrative. A genocide greater in numbers, longer in time, more profound in its repression. That of the Indigenous Peoples of the Americas. 50 million. 70 million. 90 million. Some studies put the number of lives lost at 110 million. Not in a camp. On a continent. Not in a few years. Over four centuries. It wasn't a mistake. It wasn't just smallpox. It wasn't an accident of history. It was a system. A system of conquest, deportation, starvation, forced conversions, cultural destruction, erasure of identity. A slow, structural, colonial genocide. A genocide that didn't need gas chambers, because it had something more effective: time, power, and silence. And above all, propaganda. Because this genocide wasn't just committed. It was told. The native peoples were portrayed as "savages." It's not an indigenous term. It's a conqueror's term. Savages because they didn't submit. Savages because they didn't speak the language of domination. Savages because they had a different spirituality, a different relationship with the land, a different idea of ​​the world. Never described as complex peoples. Never as civilizations. Never as full human beings. The conqueror has become a hero. The conquest has become a discovery. The extermination has become inevitable. Here lies the most uncomfortable truth. The Holocaust was denied, but it was never glorified. The genocide of indigenous peoples, on the other hand, was justified, normalized, taught as progress. And what is justified never truly ends. Colonialism hasn't disappeared. It's just changed language. Today it no longer says "we conquer you." Today it says "we bring you civilization," "we bring you democracy," "we bring you development." Same logic. Same contempt. Same dehumanization. And today, without shame, there are those who claim it. Those who defend it. Those who mourn it. As if the problem wasn't the massacre, but the fact that it wasn't effective enough. Selective memory is a form of violence. Remembering only what is already recognized is the most elegant way to continue erasing. If a genocide has no official day, no courts, no symbolic images, then it becomes forgettable. And what is forgettable is repeatable. The most effective genocide is not the one that makes the most noise. It is the one that becomes normal. The one that enters books as a "historical era." The one that is studied without trembling. The one that no longer scandalizes. And it is precisely for this reason that there are peoples who must be remembered even on an inconvenient date. Not because it takes away space from those who have a recognized memory, but because there are others who never had one. Because remembering them on any given day would mean leaving them invisible. And remembering them on a "correct" day is not possible, because no one ever wanted to establish it. Admitting it would mean facing a truth the West has never truly accepted: that the white man, while proclaiming himself the exporter of truth, civilization, and progress, was and is above all an exporter of his own thought. Not because he was more just. But because he was stronger. And he had the strength not only to win, but also to make people forget. Forgetting the erased peoples. Forgetting the stolen lands. Forgetting the destroyed cultures. Forgetting that, very often, evil was not on the other side. There are genocides that cry out. And genocides that are buried under the word "history." Those without monuments. Without trials. Without dates. Remembering them today is not a provocation. It is an act of honesty. Because a civilization that remembers only the crimes suffered and not those committed is not remembering. It is constructing a convenient lie. And as long as that lie holds, colonialism hasn't passed. It's just changed its name. - Valerio Barsacchi - @follower American Indian Genocide Museum Indigenous Peoples Rights International Native American Rights Fund Indigenous Peoples Movement
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  • ECCO come FUNZIONA LA CENSURA su META. Viva la libertà di parola!
    “È troppo virale”: oscurato da Meta il video di Barbero
    Leggi su Il Fatto Quotidiano l'articolo in edicola "“È troppo virale”: oscurato da Meta il video di Barbero" pubblicato il 23 Gennaio 2026 a firma di Virginia Della Sala
    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/01/23/e-troppo-virale-oscurato-da-meta-il-video-di-barbero/8266171/

    Registratevi a https://www.scenario.press - free expression - il Social contro ogni forma di censura.
    NON ESISTE DEMOCRAZIA SENZA LIBERTA' di PAROLA!
    ECCO come FUNZIONA LA CENSURA su META. Viva la libertà di parola! “È troppo virale”: oscurato da Meta il video di Barbero Leggi su Il Fatto Quotidiano l'articolo in edicola "“È troppo virale”: oscurato da Meta il video di Barbero" pubblicato il 23 Gennaio 2026 a firma di Virginia Della Sala https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/01/23/e-troppo-virale-oscurato-da-meta-il-video-di-barbero/8266171/ Registratevi a https://www.scenario.press - free expression - il Social contro ogni forma di censura. NON ESISTE DEMOCRAZIA SENZA LIBERTA' di PAROLA!
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    “È troppo virale”: oscurato da Meta il video di Barbero
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  • Capire la giustizia per scegliere consapevolmente

    Penso sia giusto entrare nel merito delle varie materie, anche – e forse soprattutto – di quelle più complesse e meno “mediate” dal dibattito quotidiano.

    La Riforma della Giustizia (Riforma Nordio) e i quesiti del Referendum del 22/23 marzo rientrano pienamente in questa categoria: temi tecnici, articolati, che non si prestano a slogan ma che possono produrre effetti sistemici rilevanti sull’assetto costituzionale, sull’equilibrio dei poteri e sui diritti dei cittadini.

    Non tutte le riforme sono immediatamente comprensibili. Alcune nascondono criticità, costi indiretti e conseguenze di medio-lungo periodo che una cittadinanza davvero attiva e consapevole ha il dovere di analizzare, al di là delle appartenenze politiche e delle consuete contrapposizioni ideologiche, spesso più identitarie che fondate sul merito.

    Evento di approfondimento pubblico
    Riforma della giustizia: cosa cambia davvero?
    Costi, rischi e nessun beneficio per i cittadini

    🗓 Venerdì 23 gennaio 2026 – ore 21.00
    Cooperativa Labriola – Via Falck 51, Milano (MM San Leonardo)

    🎙 Intervengono

    Maria Agostina Cabiddu, costituzionalista, Ordinaria di Istituzioni di diritto pubblico – Politecnico di Milano

    Armando Spataro, già magistrato

    Modera
    Maxia Zandonai, giornalista

    Un’occasione preziosa per entrare nel merito dei contenuti, comprendere i nodi giuridici e costituzionali della riforma e approfondire, con rigore e competenza, le ragioni del NO al referendum, senza semplificazioni né tifo da stadio. Un confronto aperto, informato, accessibile anche a chi non è addetto ai lavori ma vuole capire davvero.

    Partecipare, informarsi e discutere è il primo passo per esercitare un voto libero, responsabile e consapevole.

    #RiformaDellaGiustizia #Referendum2026 #CittadinanzaAttiva #Costituzione #StatoDiDiritto
    #Approfondimento #Democrazia #Partecipazione #VotoConsapevole #NOalReferendum
    🧭 Capire la giustizia per scegliere consapevolmente Penso sia giusto entrare nel merito delle varie materie, anche – e forse soprattutto – di quelle più complesse e meno “mediate” dal dibattito quotidiano. La Riforma della Giustizia (Riforma Nordio) e i quesiti del Referendum del 22/23 marzo rientrano pienamente in questa categoria: temi tecnici, articolati, che non si prestano a slogan ma che possono produrre effetti sistemici rilevanti sull’assetto costituzionale, sull’equilibrio dei poteri e sui diritti dei cittadini. Non tutte le riforme sono immediatamente comprensibili. Alcune nascondono criticità, costi indiretti e conseguenze di medio-lungo periodo che una cittadinanza davvero attiva e consapevole ha il dovere di analizzare, al di là delle appartenenze politiche e delle consuete contrapposizioni ideologiche, spesso più identitarie che fondate sul merito. 📌 Evento di approfondimento pubblico Riforma della giustizia: cosa cambia davvero? Costi, rischi e nessun beneficio per i cittadini 🗓 Venerdì 23 gennaio 2026 – ore 21.00 📍 Cooperativa Labriola – Via Falck 51, Milano (MM San Leonardo) 🎙 Intervengono Maria Agostina Cabiddu, costituzionalista, Ordinaria di Istituzioni di diritto pubblico – Politecnico di Milano Armando Spataro, già magistrato 🎤 Modera Maxia Zandonai, giornalista Un’occasione preziosa per entrare nel merito dei contenuti, comprendere i nodi giuridici e costituzionali della riforma e approfondire, con rigore e competenza, le ragioni del NO al referendum, senza semplificazioni né tifo da stadio. Un confronto aperto, informato, accessibile anche a chi non è addetto ai lavori ma vuole capire davvero. 👉 Partecipare, informarsi e discutere è il primo passo per esercitare un voto libero, responsabile e consapevole. #RiformaDellaGiustizia #Referendum2026 #CittadinanzaAttiva #Costituzione #StatoDiDiritto #Approfondimento #Democrazia #Partecipazione #VotoConsapevole #NOalReferendum
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