• LA GIUSTIZIA è UGUALE per TUTTI!
    Stragi del ‘93, Dell’Utri archiviato: “Significativi indizi, ma non bastano”
    Leggi su Il Fatto Quotidiano l'articolo in edicola "Stragi del ‘93, Dell’Utri archiviato: “Significativi indizi, ma non bastano”" pubblicato il 7 Giugno 2026 a firma di Marco Lillo...
    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/06/07/stragi-del-93-dellutri-archiviato-significativi-indizi-ma-non-bastano/8411238/
    LA GIUSTIZIA è UGUALE per TUTTI! Stragi del ‘93, Dell’Utri archiviato: “Significativi indizi, ma non bastano” Leggi su Il Fatto Quotidiano l'articolo in edicola "Stragi del ‘93, Dell’Utri archiviato: “Significativi indizi, ma non bastano”" pubblicato il 7 Giugno 2026 a firma di Marco Lillo... https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/06/07/stragi-del-93-dellutri-archiviato-significativi-indizi-ma-non-bastano/8411238/
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    Stragi del ‘93, Dell’Utri archiviato: “Significativi indizi, ma non bastano”
    Leggi su Il Fatto Quotidiano l'articolo in edicola "Stragi del ‘93, Dell’Utri archiviato: “Significativi indizi, ma non bastano”" pubblicato il 7 Giugno 2026 a firma di Marco Lillo
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  • *CIELI BLU stop geoingegneria*
    Sostieni la proposta di legge popolare firma al banchetto
    VENERDÌ 5 GIUGNO 14,30 18,30
    PIAZZA ARGENTINA MILANO
    *SOLO RESIDENTI MILANO*
    Org.
    GxD Giustizia per i danneggiati_
    RESISTERE Milano
    Scenario.press
    *CIELI BLU stop geoingegneria* Sostieni la proposta di legge popolare firma al banchetto VENERDÌ 5 GIUGNO 14,30 18,30 PIAZZA ARGENTINA MILANO *SOLO RESIDENTI MILANO* Org. GxD Giustizia per i danneggiati_ RESISTERE Milano Scenario.press
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  • Se n’è andata in silenzio, ieri pomeriggio, in una stanza d’ospedale, dove era stata trasferita dal carcere in seguito al precipitare delle sue condizioni.

    Se n’è andata al 238esimo di uno sciopero della fame con cui chiedeva un processo equo in un Paese, la Turchia, in cui l’equità e la giustizia sono concetti inesistenti. Specie se sei donna. Specie se sei un’avvocata per i diritti umani. Specie se non pieghi la schiena di fronte a un potere che vorrebbe tapparti la bocca.

    *È morta così, Ebru Timtik, di fame e di ingiustizia. Il suo cuore si è fermato semplicemente perché non aveva più nulla da pompare in un corpo scarnificato dall’inedia.*

    È morta per difendere il suo diritto ad un giusto processo, dopo essere stata condannata a 13 anni, insieme ad altri 18 avvocati come lei, detenuti con l’accusa di terrorismo, solo per aver difeso altre persone accusate dello stesso crimine.

    È morta come Ibrahim e come Helin e come Mustafa del Grup Yorum, morti dopo 300 giorni di digiuno per combattere la stessa accusa.

    È morta combattendo con il proprio corpo, fino alle estreme conseguenze, una battaglia che nella Turchia di Erdogan non è più possibile combattere con una parola, un voto, una manifestazione di piazza.

    È morta come fanno gli eroi, sacrificando la propria vita per i diritti di tutti.

    C’è solo un modo per celebrare la memoria di questa grande donna: non restare zitti. Far arrivare la sua voce il più lontano possibile, dove lei non può più arrivare.

    Ci sono idee così forti capaci di sopravvivere anche alla morte.

    Addio Ebru. Viva Ebru.
    Facciamo circolare

    She passed away silently yesterday afternoon, in a hospital room where she had been transferred from prison following her deteriorating condition.

    She died on the 238th day of a hunger strike demanding a fair trial in a country, Turkey, where fairness and justice are nonexistent. Especially if you're a woman. Especially if you're a human rights lawyer. Especially if you don't bow your head to a power that would silence you.

    *This is how Ebru Timtik died, of hunger and injustice. Her heart stopped simply because it had nothing left to pump into a body emaciated by starvation.*

    She died defending her right to a fair trial, after being sentenced to 13 years, along with 18 other lawyers like her, detained on terrorism charges, simply for having defended others accused of the same crime.

    She died like Ibrahim, Helin, and Mustafa of Grup Yorum, who died after 300 days of fasting to fight the same accusation.

    She died fighting with her own body, to the very end, a battle that in Erdogan's Turkey can no longer be fought with a word, a vote, or a street demonstration.

    She died as heroes do, sacrificing her life for the rights of all.

    There is only one way to celebrate the memory of this great woman: not to remain silent. To make her voice heard as far as possible, where she can no longer reach.

    There are ideas so strong that they can survive even death.

    Goodbye Ebru. Long live Ebru.
    Let's spread the word.
    Se n’è andata in silenzio, ieri pomeriggio, in una stanza d’ospedale, dove era stata trasferita dal carcere in seguito al precipitare delle sue condizioni. Se n’è andata al 238esimo di uno sciopero della fame con cui chiedeva un processo equo in un Paese, la Turchia, in cui l’equità e la giustizia sono concetti inesistenti. Specie se sei donna. Specie se sei un’avvocata per i diritti umani. Specie se non pieghi la schiena di fronte a un potere che vorrebbe tapparti la bocca. *È morta così, Ebru Timtik, di fame e di ingiustizia. Il suo cuore si è fermato semplicemente perché non aveva più nulla da pompare in un corpo scarnificato dall’inedia.* È morta per difendere il suo diritto ad un giusto processo, dopo essere stata condannata a 13 anni, insieme ad altri 18 avvocati come lei, detenuti con l’accusa di terrorismo, solo per aver difeso altre persone accusate dello stesso crimine. È morta come Ibrahim e come Helin e come Mustafa del Grup Yorum, morti dopo 300 giorni di digiuno per combattere la stessa accusa. È morta combattendo con il proprio corpo, fino alle estreme conseguenze, una battaglia che nella Turchia di Erdogan non è più possibile combattere con una parola, un voto, una manifestazione di piazza. È morta come fanno gli eroi, sacrificando la propria vita per i diritti di tutti. C’è solo un modo per celebrare la memoria di questa grande donna: non restare zitti. Far arrivare la sua voce il più lontano possibile, dove lei non può più arrivare. Ci sono idee così forti capaci di sopravvivere anche alla morte. Addio Ebru. Viva Ebru. Facciamo circolare She passed away silently yesterday afternoon, in a hospital room where she had been transferred from prison following her deteriorating condition. She died on the 238th day of a hunger strike demanding a fair trial in a country, Turkey, where fairness and justice are nonexistent. Especially if you're a woman. Especially if you're a human rights lawyer. Especially if you don't bow your head to a power that would silence you. *This is how Ebru Timtik died, of hunger and injustice. Her heart stopped simply because it had nothing left to pump into a body emaciated by starvation.* She died defending her right to a fair trial, after being sentenced to 13 years, along with 18 other lawyers like her, detained on terrorism charges, simply for having defended others accused of the same crime. She died like Ibrahim, Helin, and Mustafa of Grup Yorum, who died after 300 days of fasting to fight the same accusation. She died fighting with her own body, to the very end, a battle that in Erdogan's Turkey can no longer be fought with a word, a vote, or a street demonstration. She died as heroes do, sacrificing her life for the rights of all. There is only one way to celebrate the memory of this great woman: not to remain silent. To make her voice heard as far as possible, where she can no longer reach. There are ideas so strong that they can survive even death. Goodbye Ebru. Long live Ebru. Let's spread the word.
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  • LA TRUFFA CLIMATICA È UFFICIALMENTE MORTA!

    - GIORNALISTA:
    "Oggi, le Nazioni Unite hanno RITIRATO la loro conclusione la più pessimista sul clima.
    Pensavano che le temperature sarebbero aumentate di 8 gradi fahrenheit da qui la fine del secolo, e che le calotte glaciali polari si sarebbero sciolte completamente."

    - DANIEL TURNER, POWER THE FUTURE FOUNDER & EXECUTIVE DIRECTOR:
    "È vero, penso che giustizia deve essere fatta, perché non si tratta solo di un errore nel calcolo climatico o nella scienza.

    Dei Paesi interi hanno distrutto la loro economia.
    Il Regno Unito ha chiuso le installazioni di petrolio e gas, nel mare del Nord.
    Delle Nazioni intere si sono paralizzate e sono diventate povere in energia, a causa del "cambiamento climatico".

    Inoltre, sul piano generazionale, quanti giovani bambini sono cresciuti con una vera angoscia climatica e si sono convinti che moriranno?

    Questi 'scienziati' criminali,
    per dei motivi politici, hanno causato dei danni considerevoli al mondo.

    E non è sufficiente dire:
    "Ops, abbiamo fatto un errore".
    Giustizia deve essere fatta!
    Ritirandogli tutti i loro finanziamenti.
    Devono essere discreditati.
    Devono fare delle dichiarazioni ufficiali.
    Dovrebbero essere obbligati ad andare nelle scuole per dire ai giovani che non c'è nessun motivo per preoccuparsi del cambiamento climatico.
    Non lo faranno, ma non basta dire che "abbiamo fatto un errore".

    Loro hanno agito per calcolo politico! E non va bene!"
    🇺🇸LA TRUFFA CLIMATICA È UFFICIALMENTE MORTA! - GIORNALISTA: "Oggi, le Nazioni Unite hanno RITIRATO la loro conclusione la più pessimista sul clima. Pensavano che le temperature sarebbero aumentate di 8 gradi fahrenheit da qui la fine del secolo, e che le calotte glaciali polari si sarebbero sciolte completamente." - DANIEL TURNER, POWER THE FUTURE FOUNDER & EXECUTIVE DIRECTOR: "È vero, penso che giustizia deve essere fatta, perché non si tratta solo di un errore nel calcolo climatico o nella scienza. Dei Paesi interi hanno distrutto la loro economia. Il Regno Unito ha chiuso le installazioni di petrolio e gas, nel mare del Nord. Delle Nazioni intere si sono paralizzate e sono diventate povere in energia, a causa del "cambiamento climatico". Inoltre, sul piano generazionale, quanti giovani bambini sono cresciuti con una vera angoscia climatica e si sono convinti che moriranno? Questi 'scienziati' criminali, per dei motivi politici, hanno causato dei danni considerevoli al mondo. E non è sufficiente dire: "Ops, abbiamo fatto un errore". Giustizia deve essere fatta! Ritirandogli tutti i loro finanziamenti. Devono essere discreditati. Devono fare delle dichiarazioni ufficiali. Dovrebbero essere obbligati ad andare nelle scuole per dire ai giovani che non c'è nessun motivo per preoccuparsi del cambiamento climatico. Non lo faranno, ma non basta dire che "abbiamo fatto un errore". Loro hanno agito per calcolo politico! E non va bene!"
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  • PRESA DI COSCIENZA (a giochi fatti)

    Sono passati 34 anni da una strage che non è facile dimenticare. E forse non sarebbe nemmeno giusto farlo.
    Quello che personalmente continua a colpirmi è comprendere come certi valori, certe lezioni profondamente morali, riescano a passare solo attraverso il dolore e la perdita di qualcuno.

    In questo caso Giovanni Falcone. E, appena poche settimane dopo, Paolo Borsellino.
    Nel 1992 probabilmente non avevo ancora gli strumenti per capire fino in fondo cosa rappresentasse davvero la strage di Capaci. Con il tempo si cresce, si cambia — spero in meglio — e arriva una presa di coscienza più netta: esistono parametri enormi che legano l’attività politica alla nostra vita quotidiana. A come esci di casa, vai al lavoro, fai la spesa o ti siedi a bere una birra con gli amici.

    Quei parametri fondamentali, per me, restano due. Sono forse i più difficili da praticare davvero, ma anche gli unici che possono rendere una società giusta, credibile e persino più serena. Si chiamano Trasparenza e Legalità.
    Due parole spesso abusate, svuotate o ridotte a slogan, ma che dovrebbero invece convergere dentro un’unica cornice: la Giustizia.

    Sono valori che questo Paese, negli anni, ha progressivamente indebolito. Ed è anche per questo che troppo spesso l’Italia sembra diventare più una destinazione da cartolina che una patria in cui costruire futuro, fiducia e senso di appartenenza.

    La lezione di Capaci però non è stata dimenticata. E credo sia giusto riconoscere il lavoro di tante associazioni, comitati, realtà civiche e cittadini che in ogni parte del Paese hanno continuato a difendere questi principi, andando oltre il semplice rito commemorativo o il memoriale annuale.

    Eppure penso che oggi serva un passo ulteriore. Perché altrimenti continueremo ogni anno a indignarci, a commuoverci, a ripetere parole giuste senza però trasformarle in pratica quotidiana.

    La cultura della legalità non può esistere solo nelle celebrazioni istituzionali. Deve partire dal proprio metro quadrato di responsabilità.
    Dalla fila rispettata in un ufficio pubblico. Dal rapporto corretto tra colleghi. Dal modo in cui si gestiscono ruoli, incarichi, risorse e denaro. Dalla capacità di pretendere chiarezza amministrativa, controlli reali, valutazione dei risultati e un rapporto diretto tra istituzioni e cittadini.

    La politica, se vuole recuperare credibilità, deve ripartire proprio da qui: da processi trasparenti, dalla prevenzione della corruzione, dall’ascolto continuo delle persone, dalla rendicontazione pubblica delle scelte e dalla capacità di confrontarsi con le migliori pratiche adottate altrove, senza arroganza e senza autoreferenzialità.

    Per queste ragioni ho deciso ancora una volta di rimettermi in gioco, insieme ad altre persone che credono in un’idea precisa di amministrazione e di impegno civico. Non penso esistano programmi perfetti o salvatori della patria. Ma credo esistano pilastri etici che fanno la differenza nel modo in cui si governa una città, un quartiere, una comunità.

    È sempre duro prendere coscienza “a giochi fatti”. Ma penso che nella vita conti soprattutto capire che c’è ancora tempo per invertire una rotta sbagliata e provare a ricostruire le regole del vivere comune con una dose equilibrata di realismo e idealismo.
    Quello che basta per continuare a immaginare qualcosa di migliore per sé stessi e per gli altri.

    Ci stiamo provando. Con piccoli passi, ma concreti.
    E non per propaganda, ma per una scelta di vita e per un’idea chiara di impegno politico.
    Altrimenti resteremo sempre soltanto quelli bravi a ricordare.
    Forse è arrivato il momento di affiancare alle parole “scegliere” e “ricordare” anche un’altra parola: “agire”.

    #GiovanniFalcone #PaoloBorsellino #Legalità #Trasparenza #ImpegnoCivico
    PRESA DI COSCIENZA (a giochi fatti) Sono passati 34 anni da una strage che non è facile dimenticare. E forse non sarebbe nemmeno giusto farlo. Quello che personalmente continua a colpirmi è comprendere come certi valori, certe lezioni profondamente morali, riescano a passare solo attraverso il dolore e la perdita di qualcuno. In questo caso Giovanni Falcone. E, appena poche settimane dopo, Paolo Borsellino. Nel 1992 probabilmente non avevo ancora gli strumenti per capire fino in fondo cosa rappresentasse davvero la strage di Capaci. Con il tempo si cresce, si cambia — spero in meglio — e arriva una presa di coscienza più netta: esistono parametri enormi che legano l’attività politica alla nostra vita quotidiana. A come esci di casa, vai al lavoro, fai la spesa o ti siedi a bere una birra con gli amici. Quei parametri fondamentali, per me, restano due. Sono forse i più difficili da praticare davvero, ma anche gli unici che possono rendere una società giusta, credibile e persino più serena. Si chiamano Trasparenza e Legalità. Due parole spesso abusate, svuotate o ridotte a slogan, ma che dovrebbero invece convergere dentro un’unica cornice: la Giustizia. Sono valori che questo Paese, negli anni, ha progressivamente indebolito. Ed è anche per questo che troppo spesso l’Italia sembra diventare più una destinazione da cartolina che una patria in cui costruire futuro, fiducia e senso di appartenenza. La lezione di Capaci però non è stata dimenticata. E credo sia giusto riconoscere il lavoro di tante associazioni, comitati, realtà civiche e cittadini che in ogni parte del Paese hanno continuato a difendere questi principi, andando oltre il semplice rito commemorativo o il memoriale annuale. 🙏 Eppure penso che oggi serva un passo ulteriore. Perché altrimenti continueremo ogni anno a indignarci, a commuoverci, a ripetere parole giuste senza però trasformarle in pratica quotidiana. La cultura della legalità non può esistere solo nelle celebrazioni istituzionali. Deve partire dal proprio metro quadrato di responsabilità. Dalla fila rispettata in un ufficio pubblico. Dal rapporto corretto tra colleghi. Dal modo in cui si gestiscono ruoli, incarichi, risorse e denaro. Dalla capacità di pretendere chiarezza amministrativa, controlli reali, valutazione dei risultati e un rapporto diretto tra istituzioni e cittadini. La politica, se vuole recuperare credibilità, deve ripartire proprio da qui: da processi trasparenti, dalla prevenzione della corruzione, dall’ascolto continuo delle persone, dalla rendicontazione pubblica delle scelte e dalla capacità di confrontarsi con le migliori pratiche adottate altrove, senza arroganza e senza autoreferenzialità. Per queste ragioni ho deciso ancora una volta di rimettermi in gioco, insieme ad altre persone che credono in un’idea precisa di amministrazione e di impegno civico. Non penso esistano programmi perfetti o salvatori della patria. Ma credo esistano pilastri etici che fanno la differenza nel modo in cui si governa una città, un quartiere, una comunità. È sempre duro prendere coscienza “a giochi fatti”. Ma penso che nella vita conti soprattutto capire che c’è ancora tempo per invertire una rotta sbagliata e provare a ricostruire le regole del vivere comune con una dose equilibrata di realismo e idealismo. Quello che basta per continuare a immaginare qualcosa di migliore per sé stessi e per gli altri. Ci stiamo provando. Con piccoli passi, ma concreti. E non per propaganda, ma per una scelta di vita e per un’idea chiara di impegno politico. Altrimenti resteremo sempre soltanto quelli bravi a ricordare. Forse è arrivato il momento di affiancare alle parole “scegliere” e “ricordare” anche un’altra parola: “agire”. ⚖️ #GiovanniFalcone #PaoloBorsellino #Legalità #Trasparenza #ImpegnoCivico
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  • Crans-Montana, “condanna raramente adeguata alle attese” - RSI
    Il presidente dell’Ordine degli avvocati vallesani afferma che sarà difficile spiegare alle vittime le valutazioni della giustizia - Nessuna restrizione al numero di avvocati coinvolti, ormai un centinaio...
    https://www.rsi.ch/info/svizzera/Crans-Montana-%E2%80%9Ccondanna-raramente-adeguata-alle-attese%E2%80%9D--3729696.html
    Crans-Montana, “condanna raramente adeguata alle attese” - RSI Il presidente dell’Ordine degli avvocati vallesani afferma che sarà difficile spiegare alle vittime le valutazioni della giustizia - Nessuna restrizione al numero di avvocati coinvolti, ormai un centinaio... https://www.rsi.ch/info/svizzera/Crans-Montana-%E2%80%9Ccondanna-raramente-adeguata-alle-attese%E2%80%9D--3729696.html
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    Crans-Montana, “condanna raramente adeguata alle attese” - RSI
    Il presidente dell’Ordine degli avvocati vallesani afferma che sarà difficile spiegare alle vittime le valutazioni della giustizia - Nessuna restrizione al numero di avvocati coinvolti, ormai un centinaio
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  • Amal Khalil, voce della verità il ricordo e la ricerca di giustizia

    La testimonianza di Zainab racconta la vita privata e il coraggio della giornalista uccisa nel sud del Libano, tra impegno familiare, minacce ricevute e l’eredità lasciata

    di Piero De Ruvo

    Dietro ogni grande cronista che rischia la vita al fronte c’è un mondo fatto di affetti, quotidianità e silenziose dedizioni che spesso restano nell’ombra. Amal Khalil non era solo una giornalista coraggiosa. Oltre al giubbotto antiproiettile e la telecamera puntata sulle macerie, per la sua famiglia, Amal era il punto di riferimento fondamentale, colei che si prendeva cura di tutti, dai più piccoli alla madre malata, trovando sempre una soluzione ai problemi di ciascuno. Oggi, mentre la sua voce professionale si è spenta in un tragico e forse deliberato attacco da parte dell'esercito israeliano, che ha colpito non solo lei e i suoi colleghi, ma persino ostacolato i soccorsi della Croce Rossa, resta la sua eredità umana e civile. L’eredità di una donna che ha fatto della ricerca della verità un atto di coraggio e umanità, diventando un simbolo per chi vede nel giornalismo uno strumento di giustizia. Amal ha vissuto senza mostrare paura, nemmeno di fronte alle minacce ricevute, spinta dal desiderio viscerale di documentare la realtà del Libano meridionale e di dare testimonianza delle sofferenze della sua gente. In questa intervista, sua sorella Zainab, ci apre le porte di quel mondo privato, raccontandoci la donna che si nascondeva dietro l’obiettivo, una “voce della verità e dell’umanità” che credeva fermamente che il giornalismo non potesse mai essere considerato un crimine. Le sue parole non sono solo un ricordo, ma un grido di giustizia e un invito a non lasciare che il sacrificio di Amal resti vano.

    Chi era Amal nella vita privata, oltre al suo lavoro di giornalista, e cosa la spingeva a raccontare ciò che accadeva sul campo?

    Amal era il punto di riferimento per tutti in famiglia, dai più grandi ai più piccoli. Si prendeva cura di tutti e cercava di risolvere i problemi di ciascuno: quando qualcuno aveva bisogno di qualcosa, si rivolgeva a lei. Si occupava anche della madre malata. Amal era il punto di riferimento per tutti. La sua passione per il lavoro ha avuto un grande impatto su ciò che voleva realizzare nella sua carriera. Aveva un messaggio da trasmettere a tutti sul Libano meridionale e sugli effetti dell'occupazione, ed è questo che l’ha spinta a essere sul campo. Inoltre, voleva documentare, con parole e video, ciò che gli israeliani stanno facendo nel sud: dalla distruzione all’uccisione delle persone, fino all’occupazione del territorio.

    Amal aveva mai espresso timori per la sua sicurezza o raccontato episodi di minacce legate al suo lavoro?

    Amal ha ricevuto minacce anonime nel 2024, prima che la guerra avesse inizio in quel periodo; tuttavia, non le rese pubbliche finché non fu certa delle fonti delle minacce, e, nonostante ciò, non espresse mai alcun tipo di paura a nessuno.

    Cosa chiedete oggi alla comunità internazionale e alle istituzioni affinché venga fatta piena luce sulla sua morte?
    La comunità e le istituzioni internazionali hanno un ruolo importante da svolgere e devono agire contro i crimini di guerra, avviando indagini, in particolare sulla sua morte attribuita al nemico israeliano. Questo perché l’attacco sarebbe stato compiuto con premeditazione e intenzionalità: sono stati bombardati i suoi colleghi che si trovavano davanti alla sua auto, la sua stessa auto e la casa in cui aveva trovato rifugio; inoltre è stata presa di mira anche la Croce Rossa, intervenuta per soccorrerla e recuperare i corpi dei suoi colleghi. Per questo motivo, tutte le comunità e le istituzioni internazionali devono intraprendere azioni serie e avviare indagini approfondite su questo caso.

    Quale eredità pensate che Amal lasci al giornalismo e a chi continua a raccontare i conflitti in condizioni così pericolose?
    Il giornalismo non è un crimine. Amal ne era profondamente convinta, credeva nel diritto dei giornalisti a essere protetti da ogni minaccia e violazione, ha lasciato un segno forte e duraturo nel mondo dell’informazione, diventando fonte di ispirazione per molti, spingendoli a cercare la verità senza compromessi. La sua voce, autentica e coraggiosa, resta un simbolo di umanità e giustizia. Oggi, chi continua a lavorare sul campo ne raccoglie l’eredità, portando avanti il suo impegno con la stessa determinazione.
    Amal Khalil, voce della verità il ricordo e la ricerca di giustizia La testimonianza di Zainab racconta la vita privata e il coraggio della giornalista uccisa nel sud del Libano, tra impegno familiare, minacce ricevute e l’eredità lasciata di Piero De Ruvo Dietro ogni grande cronista che rischia la vita al fronte c’è un mondo fatto di affetti, quotidianità e silenziose dedizioni che spesso restano nell’ombra. Amal Khalil non era solo una giornalista coraggiosa. Oltre al giubbotto antiproiettile e la telecamera puntata sulle macerie, per la sua famiglia, Amal era il punto di riferimento fondamentale, colei che si prendeva cura di tutti, dai più piccoli alla madre malata, trovando sempre una soluzione ai problemi di ciascuno. Oggi, mentre la sua voce professionale si è spenta in un tragico e forse deliberato attacco da parte dell'esercito israeliano, che ha colpito non solo lei e i suoi colleghi, ma persino ostacolato i soccorsi della Croce Rossa, resta la sua eredità umana e civile. L’eredità di una donna che ha fatto della ricerca della verità un atto di coraggio e umanità, diventando un simbolo per chi vede nel giornalismo uno strumento di giustizia. Amal ha vissuto senza mostrare paura, nemmeno di fronte alle minacce ricevute, spinta dal desiderio viscerale di documentare la realtà del Libano meridionale e di dare testimonianza delle sofferenze della sua gente. In questa intervista, sua sorella Zainab, ci apre le porte di quel mondo privato, raccontandoci la donna che si nascondeva dietro l’obiettivo, una “voce della verità e dell’umanità” che credeva fermamente che il giornalismo non potesse mai essere considerato un crimine. Le sue parole non sono solo un ricordo, ma un grido di giustizia e un invito a non lasciare che il sacrificio di Amal resti vano. Chi era Amal nella vita privata, oltre al suo lavoro di giornalista, e cosa la spingeva a raccontare ciò che accadeva sul campo? Amal era il punto di riferimento per tutti in famiglia, dai più grandi ai più piccoli. Si prendeva cura di tutti e cercava di risolvere i problemi di ciascuno: quando qualcuno aveva bisogno di qualcosa, si rivolgeva a lei. Si occupava anche della madre malata. Amal era il punto di riferimento per tutti. La sua passione per il lavoro ha avuto un grande impatto su ciò che voleva realizzare nella sua carriera. Aveva un messaggio da trasmettere a tutti sul Libano meridionale e sugli effetti dell'occupazione, ed è questo che l’ha spinta a essere sul campo. Inoltre, voleva documentare, con parole e video, ciò che gli israeliani stanno facendo nel sud: dalla distruzione all’uccisione delle persone, fino all’occupazione del territorio. Amal aveva mai espresso timori per la sua sicurezza o raccontato episodi di minacce legate al suo lavoro? Amal ha ricevuto minacce anonime nel 2024, prima che la guerra avesse inizio in quel periodo; tuttavia, non le rese pubbliche finché non fu certa delle fonti delle minacce, e, nonostante ciò, non espresse mai alcun tipo di paura a nessuno. Cosa chiedete oggi alla comunità internazionale e alle istituzioni affinché venga fatta piena luce sulla sua morte? La comunità e le istituzioni internazionali hanno un ruolo importante da svolgere e devono agire contro i crimini di guerra, avviando indagini, in particolare sulla sua morte attribuita al nemico israeliano. Questo perché l’attacco sarebbe stato compiuto con premeditazione e intenzionalità: sono stati bombardati i suoi colleghi che si trovavano davanti alla sua auto, la sua stessa auto e la casa in cui aveva trovato rifugio; inoltre è stata presa di mira anche la Croce Rossa, intervenuta per soccorrerla e recuperare i corpi dei suoi colleghi. Per questo motivo, tutte le comunità e le istituzioni internazionali devono intraprendere azioni serie e avviare indagini approfondite su questo caso. Quale eredità pensate che Amal lasci al giornalismo e a chi continua a raccontare i conflitti in condizioni così pericolose? Il giornalismo non è un crimine. Amal ne era profondamente convinta, credeva nel diritto dei giornalisti a essere protetti da ogni minaccia e violazione, ha lasciato un segno forte e duraturo nel mondo dell’informazione, diventando fonte di ispirazione per molti, spingendoli a cercare la verità senza compromessi. La sua voce, autentica e coraggiosa, resta un simbolo di umanità e giustizia. Oggi, chi continua a lavorare sul campo ne raccoglie l’eredità, portando avanti il suo impegno con la stessa determinazione.
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  • Mosca e il “Giorno della Vittoria”: si riapre lo scontro sulla memoria

    Tra celebrazioni e nuove tensioni con l’Europa, il 9 maggio torna a mettere al centro il ruolo dell’Urss nella sconfitta del nazismo e la disputa su simboli e memoria sovietica

    di Piero De Ruvo

    Mentre Mosca, con misure di sicurezza eccezionali, celebra il trionfo sul nazismo, emerge con forza il ricordo di un contributo umano senza eguali che l’Europa, sembra, oggi voler ridimensionare. Ma proprio su questo terreno si innesta una frattura sempre più evidente tra memorie storiche divergenti.

    Il 9 maggio il cuore di Mosca batte al ritmo del “Den’ Pobedy”, il Giorno della Vittoria. Non è solo una parata militare sulla Piazza Rossa; è la rievocazione di quello che la storiografia russa definisce il contributo decisivo dell’Unione Sovietica nella sconfitta di Hitler. Mentre gran parte del mondo occidentale commemora la fine del conflitto, la Russia rivendica il suo ruolo centrale celebrando la resa tedesca firmata davanti al maresciallo Georgij Žukov a Berlino.

    Questo orgoglio affonda le radici in un dato tragico e inoppugnabile: l’Unione Sovietica ha pagato sul campo di battaglia il prezzo più alto della storia, sacrificando per l’Europa circa 28 milioni di vite. Nelle scuole e nella percezione comune russa, la “Grande Guerra Patriottica” non è solo un capitolo della Seconda Guerra Mondiale, ma lo scontro esistenziale che ha salvato il continente.

    In questo senso, il sacrificio sovietico è visto come lo scudo che ha permesso all’Europa di sopravvivere alla tirannia nazista, difendendo di fatto la possibilità stessa di un futuro basato su valori di giustizia. Per i cittadini russi, la vittoria del 1945 è rimasta l’unica parte del XX secolo ad aver conservato un valore condiviso e universalmente riconosciuto, rappresentando un motivo di orgoglio nazionale che unisce il Paese in un sentimento di unità e appartenenza collettiva.

    Tuttavia, questa memoria si confronta oggi con un clima di crescente amarezza.

    Per la stragrande maggioranza dei russi, la Vittoria costituisce un momento fondativo di unità nazionale e di autostima collettiva difficilmente messo in discussione. In questo contesto, il progressivo distacco dell’Europa dalle celebrazioni di Mosca e la rimozione o la reinterpretazione di numerosi monumenti sovietici nel continente vengono spesso percepiti come un segnale di ingratitudine verso il sacrificio umano e il “mare di sangue” versato nella guerra contro il nazismo.

    L’eredità della vittoria sovietica non vive solo nei libri di storia o nelle cerimonie ufficiali, ma anche in una fitta rete di monumenti disseminati in tutta l’Europa orientale e centrale, ma anche a Milano, Torino, Serina (BG), Brescia, Novara, Emilia e diverse località montuose del Nord. Queste strutture, dai cippi ai monumenti imponenti e carichi di simbolismo, rappresentano per Mosca la materializzazione concreta del sacrificio dell’Armata Rossa.

    Tra i più emblematici vi è il Memoriale sovietico di Treptower Park, che si trova a Berlino, dove una statua monumentale di un soldato sovietico che tiene in braccio una bambina tedesca domina il paesaggio, simbolo di liberazione e protezione. A Parco della Vittoria, in Lettonia, invece, il complesso memoriale celebra la vittoria con una monumentalità che fonde memoria, orgoglio e identità nazionale.

    Tuttavia, proprio questi monumenti sono oggi al centro di accesi dibattiti: per alcuni rappresentano la liberazione, per altri segnano l’inizio di una nuova forma di dominio politico. Negli ultimi anni, diversi Paesi dell’Europa orientale hanno avviato politiche di rimozione o ricollocazione, interpretandoli non più come simboli di libertà, ma come eredità ingombranti di un passato sovietico percepito come oppressivo.

    Questo processo ha accentuato la frattura simbolica tra la memoria russa e quella europea: per Mosca, la loro rimozione è letta come un tentativo di riscrivere la storia e cancellare il sacrificio di milioni di soldati sovietici, ma anche come un attacco a una verità storica che Mosca ritiene di dover difendere, persino a costo di restare isolata nella propria narrazione.
    Mosca e il “Giorno della Vittoria”: si riapre lo scontro sulla memoria Tra celebrazioni e nuove tensioni con l’Europa, il 9 maggio torna a mettere al centro il ruolo dell’Urss nella sconfitta del nazismo e la disputa su simboli e memoria sovietica di Piero De Ruvo Mentre Mosca, con misure di sicurezza eccezionali, celebra il trionfo sul nazismo, emerge con forza il ricordo di un contributo umano senza eguali che l’Europa, sembra, oggi voler ridimensionare. Ma proprio su questo terreno si innesta una frattura sempre più evidente tra memorie storiche divergenti. Il 9 maggio il cuore di Mosca batte al ritmo del “Den’ Pobedy”, il Giorno della Vittoria. Non è solo una parata militare sulla Piazza Rossa; è la rievocazione di quello che la storiografia russa definisce il contributo decisivo dell’Unione Sovietica nella sconfitta di Hitler. Mentre gran parte del mondo occidentale commemora la fine del conflitto, la Russia rivendica il suo ruolo centrale celebrando la resa tedesca firmata davanti al maresciallo Georgij Žukov a Berlino. Questo orgoglio affonda le radici in un dato tragico e inoppugnabile: l’Unione Sovietica ha pagato sul campo di battaglia il prezzo più alto della storia, sacrificando per l’Europa circa 28 milioni di vite. Nelle scuole e nella percezione comune russa, la “Grande Guerra Patriottica” non è solo un capitolo della Seconda Guerra Mondiale, ma lo scontro esistenziale che ha salvato il continente. In questo senso, il sacrificio sovietico è visto come lo scudo che ha permesso all’Europa di sopravvivere alla tirannia nazista, difendendo di fatto la possibilità stessa di un futuro basato su valori di giustizia. Per i cittadini russi, la vittoria del 1945 è rimasta l’unica parte del XX secolo ad aver conservato un valore condiviso e universalmente riconosciuto, rappresentando un motivo di orgoglio nazionale che unisce il Paese in un sentimento di unità e appartenenza collettiva. Tuttavia, questa memoria si confronta oggi con un clima di crescente amarezza. Per la stragrande maggioranza dei russi, la Vittoria costituisce un momento fondativo di unità nazionale e di autostima collettiva difficilmente messo in discussione. In questo contesto, il progressivo distacco dell’Europa dalle celebrazioni di Mosca e la rimozione o la reinterpretazione di numerosi monumenti sovietici nel continente vengono spesso percepiti come un segnale di ingratitudine verso il sacrificio umano e il “mare di sangue” versato nella guerra contro il nazismo. L’eredità della vittoria sovietica non vive solo nei libri di storia o nelle cerimonie ufficiali, ma anche in una fitta rete di monumenti disseminati in tutta l’Europa orientale e centrale, ma anche a Milano, Torino, Serina (BG), Brescia, Novara, Emilia e diverse località montuose del Nord. Queste strutture, dai cippi ai monumenti imponenti e carichi di simbolismo, rappresentano per Mosca la materializzazione concreta del sacrificio dell’Armata Rossa. Tra i più emblematici vi è il Memoriale sovietico di Treptower Park, che si trova a Berlino, dove una statua monumentale di un soldato sovietico che tiene in braccio una bambina tedesca domina il paesaggio, simbolo di liberazione e protezione. A Parco della Vittoria, in Lettonia, invece, il complesso memoriale celebra la vittoria con una monumentalità che fonde memoria, orgoglio e identità nazionale. Tuttavia, proprio questi monumenti sono oggi al centro di accesi dibattiti: per alcuni rappresentano la liberazione, per altri segnano l’inizio di una nuova forma di dominio politico. Negli ultimi anni, diversi Paesi dell’Europa orientale hanno avviato politiche di rimozione o ricollocazione, interpretandoli non più come simboli di libertà, ma come eredità ingombranti di un passato sovietico percepito come oppressivo. Questo processo ha accentuato la frattura simbolica tra la memoria russa e quella europea: per Mosca, la loro rimozione è letta come un tentativo di riscrivere la storia e cancellare il sacrificio di milioni di soldati sovietici, ma anche come un attacco a una verità storica che Mosca ritiene di dover difendere, persino a costo di restare isolata nella propria narrazione.
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  • https://toba60.com/la-farsa-di-norimberga-spiegata-a-chi-non-sa-ancora-come-funziona-la-giustizia-dei-vincitori/
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    La Farsa di Norimberga Spiegata a Chi Non Sa Ancora come Funziona la Giustizia dei Vincitori
    La guerra è irrazionale per natura e non dovrebbe essere per principio mai presa in considerazione e la presunzione degli esseri umani di stabilire in seno ad e
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  • Con 418 voti favorevoli e 207 contrari, il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione di attivare contro la Slovacchia la procedura di condizionalità sullo Stato di diritto. Formula tecnica, effetto politico chiarissimo: se Bratislava non si allinea su giustizia, media, guerra, sanzioni ed energia, Bruxelles può colpire dove fa più male, cioè sui fondi.

    Robert Fico diventa così il nuovo governo da mettere sotto pressione. Le accuse riguardano riforme giudiziarie, anticorruzione, segnalanti, media e autorità pubbliche. Materia delicata, certo. Ma il doppio standard resta enorme: quando interviene Fico è deriva democratica; quando Bruxelles accentra poteri, condiziona fondi, sorveglia l’informazione e trasforma ogni emergenza in comando, diventa tutela dei valori.

    Il punto politico è ancora più scoperto. Fico ha criticato le sanzioni contro Mosca, frenato sugli aiuti militari a Kiev, difeso gli interessi energetici slovacchi, contestato la dipendenza dal GNL americano e chiesto canali diplomatici con la Russia. In un’Unione che ha trasformato l’allineamento sulla guerra in certificato di buona condotta, questo pesa più di qualunque relazione tecnica sullo Stato di diritto.

    Il nodo energetico rende la pressione ancora più concreta. La Slovacchia resta legata al petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba. Le tensioni sui flussi, i rapporti con Kiev, il pacchetto europeo da 90 miliardi di euro per l’Ucraina e la pressione sull’Europa centrale mostrano che energia, guerra, prestiti e procedure UE viaggiano ormai nello stesso circuito.

    Chi controlla rubinetti, fondi e autorizzazioni controlla anche il margine politico degli Stati membri.

    Congelare fondi non significa punire solo un governo. Significa colpire amministrazioni locali, imprese, territori, beneficiari e consenso interno. È pressione politica con carta intestata istituzionale. Si presenta come difesa dei contribuenti europei, ma il conto arriva alla popolazione.

    Fico è politicamente esposto. Non ha una maggioranza blindata, non dispone di un sistema interno inattaccabile e le elezioni slovacche del 2027 sono già sullo sfondo. Una procedura europea, un possibile congelamento di fondi e mesi di pressione economica possono spaccare il Paese, alimentare l’opposizione e indebolire il governo. Tutto nel nome della democrazia, naturalmente.

    La questione non è assolvere Fico. La questione è vedere il meccanismo. Lo Stato di diritto diventa elastico: rigidissimo con i governi sgraditi, morbidissimo quando il potere si concentra a Bruxelles. La sovranità nazionale resta buona per cerimonie e bandierine. Quando produce governi che disturbano la linea comune, viene messa sotto revisione amministrativa.
    Con 418 voti favorevoli e 207 contrari, il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione di attivare contro la Slovacchia la procedura di condizionalità sullo Stato di diritto. Formula tecnica, effetto politico chiarissimo: se Bratislava non si allinea su giustizia, media, guerra, sanzioni ed energia, Bruxelles può colpire dove fa più male, cioè sui fondi. Robert Fico diventa così il nuovo governo da mettere sotto pressione. Le accuse riguardano riforme giudiziarie, anticorruzione, segnalanti, media e autorità pubbliche. Materia delicata, certo. Ma il doppio standard resta enorme: quando interviene Fico è deriva democratica; quando Bruxelles accentra poteri, condiziona fondi, sorveglia l’informazione e trasforma ogni emergenza in comando, diventa tutela dei valori. Il punto politico è ancora più scoperto. Fico ha criticato le sanzioni contro Mosca, frenato sugli aiuti militari a Kiev, difeso gli interessi energetici slovacchi, contestato la dipendenza dal GNL americano e chiesto canali diplomatici con la Russia. In un’Unione che ha trasformato l’allineamento sulla guerra in certificato di buona condotta, questo pesa più di qualunque relazione tecnica sullo Stato di diritto. Il nodo energetico rende la pressione ancora più concreta. La Slovacchia resta legata al petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba. Le tensioni sui flussi, i rapporti con Kiev, il pacchetto europeo da 90 miliardi di euro per l’Ucraina e la pressione sull’Europa centrale mostrano che energia, guerra, prestiti e procedure UE viaggiano ormai nello stesso circuito. Chi controlla rubinetti, fondi e autorizzazioni controlla anche il margine politico degli Stati membri. Congelare fondi non significa punire solo un governo. Significa colpire amministrazioni locali, imprese, territori, beneficiari e consenso interno. È pressione politica con carta intestata istituzionale. Si presenta come difesa dei contribuenti europei, ma il conto arriva alla popolazione. Fico è politicamente esposto. Non ha una maggioranza blindata, non dispone di un sistema interno inattaccabile e le elezioni slovacche del 2027 sono già sullo sfondo. Una procedura europea, un possibile congelamento di fondi e mesi di pressione economica possono spaccare il Paese, alimentare l’opposizione e indebolire il governo. Tutto nel nome della democrazia, naturalmente. La questione non è assolvere Fico. La questione è vedere il meccanismo. Lo Stato di diritto diventa elastico: rigidissimo con i governi sgraditi, morbidissimo quando il potere si concentra a Bruxelles. La sovranità nazionale resta buona per cerimonie e bandierine. Quando produce governi che disturbano la linea comune, viene messa sotto revisione amministrativa.
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