• Mosca e il “Giorno della Vittoria”: si riapre lo scontro sulla memoria

    Tra celebrazioni e nuove tensioni con l’Europa, il 9 maggio torna a mettere al centro il ruolo dell’Urss nella sconfitta del nazismo e la disputa su simboli e memoria sovietica

    di Piero De Ruvo

    Mentre Mosca, con misure di sicurezza eccezionali, celebra il trionfo sul nazismo, emerge con forza il ricordo di un contributo umano senza eguali che l’Europa, sembra, oggi voler ridimensionare. Ma proprio su questo terreno si innesta una frattura sempre più evidente tra memorie storiche divergenti.

    Il 9 maggio il cuore di Mosca batte al ritmo del “Den’ Pobedy”, il Giorno della Vittoria. Non è solo una parata militare sulla Piazza Rossa; è la rievocazione di quello che la storiografia russa definisce il contributo decisivo dell’Unione Sovietica nella sconfitta di Hitler. Mentre gran parte del mondo occidentale commemora la fine del conflitto, la Russia rivendica il suo ruolo centrale celebrando la resa tedesca firmata davanti al maresciallo Georgij Žukov a Berlino.

    Questo orgoglio affonda le radici in un dato tragico e inoppugnabile: l’Unione Sovietica ha pagato sul campo di battaglia il prezzo più alto della storia, sacrificando per l’Europa circa 28 milioni di vite. Nelle scuole e nella percezione comune russa, la “Grande Guerra Patriottica” non è solo un capitolo della Seconda Guerra Mondiale, ma lo scontro esistenziale che ha salvato il continente.

    In questo senso, il sacrificio sovietico è visto come lo scudo che ha permesso all’Europa di sopravvivere alla tirannia nazista, difendendo di fatto la possibilità stessa di un futuro basato su valori di giustizia. Per i cittadini russi, la vittoria del 1945 è rimasta l’unica parte del XX secolo ad aver conservato un valore condiviso e universalmente riconosciuto, rappresentando un motivo di orgoglio nazionale che unisce il Paese in un sentimento di unità e appartenenza collettiva.

    Tuttavia, questa memoria si confronta oggi con un clima di crescente amarezza.

    Per la stragrande maggioranza dei russi, la Vittoria costituisce un momento fondativo di unità nazionale e di autostima collettiva difficilmente messo in discussione. In questo contesto, il progressivo distacco dell’Europa dalle celebrazioni di Mosca e la rimozione o la reinterpretazione di numerosi monumenti sovietici nel continente vengono spesso percepiti come un segnale di ingratitudine verso il sacrificio umano e il “mare di sangue” versato nella guerra contro il nazismo.

    L’eredità della vittoria sovietica non vive solo nei libri di storia o nelle cerimonie ufficiali, ma anche in una fitta rete di monumenti disseminati in tutta l’Europa orientale e centrale, ma anche a Milano, Torino, Serina (BG), Brescia, Novara, Emilia e diverse località montuose del Nord. Queste strutture, dai cippi ai monumenti imponenti e carichi di simbolismo, rappresentano per Mosca la materializzazione concreta del sacrificio dell’Armata Rossa.

    Tra i più emblematici vi è il Memoriale sovietico di Treptower Park, che si trova a Berlino, dove una statua monumentale di un soldato sovietico che tiene in braccio una bambina tedesca domina il paesaggio, simbolo di liberazione e protezione. A Parco della Vittoria, in Lettonia, invece, il complesso memoriale celebra la vittoria con una monumentalità che fonde memoria, orgoglio e identità nazionale.

    Tuttavia, proprio questi monumenti sono oggi al centro di accesi dibattiti: per alcuni rappresentano la liberazione, per altri segnano l’inizio di una nuova forma di dominio politico. Negli ultimi anni, diversi Paesi dell’Europa orientale hanno avviato politiche di rimozione o ricollocazione, interpretandoli non più come simboli di libertà, ma come eredità ingombranti di un passato sovietico percepito come oppressivo.

    Questo processo ha accentuato la frattura simbolica tra la memoria russa e quella europea: per Mosca, la loro rimozione è letta come un tentativo di riscrivere la storia e cancellare il sacrificio di milioni di soldati sovietici, ma anche come un attacco a una verità storica che Mosca ritiene di dover difendere, persino a costo di restare isolata nella propria narrazione.
    Mosca e il “Giorno della Vittoria”: si riapre lo scontro sulla memoria Tra celebrazioni e nuove tensioni con l’Europa, il 9 maggio torna a mettere al centro il ruolo dell’Urss nella sconfitta del nazismo e la disputa su simboli e memoria sovietica di Piero De Ruvo Mentre Mosca, con misure di sicurezza eccezionali, celebra il trionfo sul nazismo, emerge con forza il ricordo di un contributo umano senza eguali che l’Europa, sembra, oggi voler ridimensionare. Ma proprio su questo terreno si innesta una frattura sempre più evidente tra memorie storiche divergenti. Il 9 maggio il cuore di Mosca batte al ritmo del “Den’ Pobedy”, il Giorno della Vittoria. Non è solo una parata militare sulla Piazza Rossa; è la rievocazione di quello che la storiografia russa definisce il contributo decisivo dell’Unione Sovietica nella sconfitta di Hitler. Mentre gran parte del mondo occidentale commemora la fine del conflitto, la Russia rivendica il suo ruolo centrale celebrando la resa tedesca firmata davanti al maresciallo Georgij Žukov a Berlino. Questo orgoglio affonda le radici in un dato tragico e inoppugnabile: l’Unione Sovietica ha pagato sul campo di battaglia il prezzo più alto della storia, sacrificando per l’Europa circa 28 milioni di vite. Nelle scuole e nella percezione comune russa, la “Grande Guerra Patriottica” non è solo un capitolo della Seconda Guerra Mondiale, ma lo scontro esistenziale che ha salvato il continente. In questo senso, il sacrificio sovietico è visto come lo scudo che ha permesso all’Europa di sopravvivere alla tirannia nazista, difendendo di fatto la possibilità stessa di un futuro basato su valori di giustizia. Per i cittadini russi, la vittoria del 1945 è rimasta l’unica parte del XX secolo ad aver conservato un valore condiviso e universalmente riconosciuto, rappresentando un motivo di orgoglio nazionale che unisce il Paese in un sentimento di unità e appartenenza collettiva. Tuttavia, questa memoria si confronta oggi con un clima di crescente amarezza. Per la stragrande maggioranza dei russi, la Vittoria costituisce un momento fondativo di unità nazionale e di autostima collettiva difficilmente messo in discussione. In questo contesto, il progressivo distacco dell’Europa dalle celebrazioni di Mosca e la rimozione o la reinterpretazione di numerosi monumenti sovietici nel continente vengono spesso percepiti come un segnale di ingratitudine verso il sacrificio umano e il “mare di sangue” versato nella guerra contro il nazismo. L’eredità della vittoria sovietica non vive solo nei libri di storia o nelle cerimonie ufficiali, ma anche in una fitta rete di monumenti disseminati in tutta l’Europa orientale e centrale, ma anche a Milano, Torino, Serina (BG), Brescia, Novara, Emilia e diverse località montuose del Nord. Queste strutture, dai cippi ai monumenti imponenti e carichi di simbolismo, rappresentano per Mosca la materializzazione concreta del sacrificio dell’Armata Rossa. Tra i più emblematici vi è il Memoriale sovietico di Treptower Park, che si trova a Berlino, dove una statua monumentale di un soldato sovietico che tiene in braccio una bambina tedesca domina il paesaggio, simbolo di liberazione e protezione. A Parco della Vittoria, in Lettonia, invece, il complesso memoriale celebra la vittoria con una monumentalità che fonde memoria, orgoglio e identità nazionale. Tuttavia, proprio questi monumenti sono oggi al centro di accesi dibattiti: per alcuni rappresentano la liberazione, per altri segnano l’inizio di una nuova forma di dominio politico. Negli ultimi anni, diversi Paesi dell’Europa orientale hanno avviato politiche di rimozione o ricollocazione, interpretandoli non più come simboli di libertà, ma come eredità ingombranti di un passato sovietico percepito come oppressivo. Questo processo ha accentuato la frattura simbolica tra la memoria russa e quella europea: per Mosca, la loro rimozione è letta come un tentativo di riscrivere la storia e cancellare il sacrificio di milioni di soldati sovietici, ma anche come un attacco a una verità storica che Mosca ritiene di dover difendere, persino a costo di restare isolata nella propria narrazione.
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  • In Lombardia c’è un risotto che non può essere chiamato risotto: storia del riso in cagnone
    Parliamo del riso in cagnone, un piatto contadino delle risaie lombarde, con burro, aglio, salvia e formaggio. Un risotto che non può essere definito tale perché non c’è mantecatura
    https://amp.cibotoday.it/storie/storia-ricetta-riso-in-cagnone-lombardia.html
    In Lombardia c’è un risotto che non può essere chiamato risotto: storia del riso in cagnone Parliamo del riso in cagnone, un piatto contadino delle risaie lombarde, con burro, aglio, salvia e formaggio. Un risotto che non può essere definito tale perché non c’è mantecatura https://amp.cibotoday.it/storie/storia-ricetta-riso-in-cagnone-lombardia.html
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  • Scandalo clamoroso: trema tutto il palazzo politico!
    Una decisione inaspettata della Cassazione sta riscrivendo la storia recente dell'Italia. È scoppiato un vero e proprio terremoto sul caso COVID che fa tremare Giuseppe Conte e Roberto Speranza. Le ultime rivelazioni sono scioccanti e la tensione è ormai alle stelle.
    Maurizio Belpietro non usa mezzi termini e sferra un attacco durissimo senza sconti: "Devono pagare tutti!". Un'accusa pesantissima che sta sollevando mille domande. Cosa rischiano davvero gli ex vertici ora?

    QUI POTETE TROVARE il LINK per firmare la nostra petizione per mettere in stato di accusa l'ex Ministro Speranza e Nicola Magrini ex direttore generale di AIFA:
    https://www.scenario.press/petition

    PIU' di 13.700 FIRME RAGGIUNTE.
    ABBIAMO BISOGNO del SOSTEGNO di TUTTI! Grazie per firmare e condividere!
    MASSIMA DIFFUSIONE!
    🚨 Scandalo clamoroso: trema tutto il palazzo politico! Una decisione inaspettata della Cassazione sta riscrivendo la storia recente dell'Italia. È scoppiato un vero e proprio terremoto sul caso COVID che fa tremare Giuseppe Conte e Roberto Speranza. Le ultime rivelazioni sono scioccanti e la tensione è ormai alle stelle. Maurizio Belpietro non usa mezzi termini e sferra un attacco durissimo senza sconti: "Devono pagare tutti!". Un'accusa pesantissima che sta sollevando mille domande. Cosa rischiano davvero gli ex vertici ora? QUI POTETE TROVARE il LINK per firmare la nostra petizione per mettere in stato di accusa l'ex Ministro Speranza e Nicola Magrini ex direttore generale di AIFA: https://www.scenario.press/petition PIU' di 13.700 FIRME RAGGIUNTE. ABBIAMO BISOGNO del SOSTEGNO di TUTTI! Grazie per firmare e condividere! MASSIMA DIFFUSIONE!
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  • Protagonista della Grande Guerra, questo rifugio è vero un pezzo di storia italiana: ecco come arrivarci a piedi
    Preparati a un'escursione indimenticabile nel cuore delle Valli di Lanzo, un viaggio che inizia dalla vasta e serena distesa del Pian della Mussa, a 1850 metri di quota. Questo itinerario classico dell'escursionismo piemontese ti condurrà, attraverso un...
    https://www.goodtrekking.it/percorsi/italia/trekking-piemonte/protagonista-della-grande-guerra-questo-rifugio-e-vero-un-pezzo-di-storia-italiana-ecco-come-arrivarci-a-piedi/
    Protagonista della Grande Guerra, questo rifugio è vero un pezzo di storia italiana: ecco come arrivarci a piedi Preparati a un'escursione indimenticabile nel cuore delle Valli di Lanzo, un viaggio che inizia dalla vasta e serena distesa del Pian della Mussa, a 1850 metri di quota. Questo itinerario classico dell'escursionismo piemontese ti condurrà, attraverso un... https://www.goodtrekking.it/percorsi/italia/trekking-piemonte/protagonista-della-grande-guerra-questo-rifugio-e-vero-un-pezzo-di-storia-italiana-ecco-come-arrivarci-a-piedi/
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    Protagonista della Grande Guerra, questo rifugio è vero un pezzo di storia italiana: ecco come arrivarci a piedi
    Preparati a un'escursione indimenticabile nel cuore delle Valli di Lanzo, un viaggio che inizia dalla vasta e serena distesa del Pian della Mussa, a 1850 metri di quota. Questo itinerario classico dell'escursionismo piemontese ti condurrà, attraverso un percorso di grande soddisfazione e bellezza paesaggistica, allo storico Rifugio Bartolomeo Gastaldi, un vero balcone panoramico incastonato tra le imponenti vette delle Alpi Graie Meridionali. Il cammino ti vedrà attraversare il torrente ...
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  • FESTA DELL’ESERCITO

    Oltre un secolo tra fango, coraggio e identità nazionale

    Dal Regio Esercito nato con l’Unità d’Italia alle missioni di pace di oggi, la storia delle Forze Armate si intreccia con quella del Paese

    di Piero De Ruvo

    Il 4 maggio non è solo una data sul calendario militare, ma rappresenta l’atto di nascita di un’istituzione che ha camminato di pari passo con la storia d’Italia. Era il 1861 quando un provvedimento del Ministro della Guerra, Manfredo Fanti, decretava la fine dell’Armata Sarda e la nascita del Regio Esercito, sancendo l’unificazione delle forze militari degli stati preunitari sotto un’unica bandiera.

    Sebbene la data ufficiale sia legata all’Unità, le radici dell’Esercito affondano nel XVII secolo, con la creazione del Reggimento “delle Guardie” nel 1659, il primo reparto permanente d’Europa. Tuttavia, è dopo il 1861 che l’Esercito assume il ruolo di “cemento” degli italiani. In un’Italia divisa da dialetti e analfabetismo, la caserma divenne per milioni di giovani la prima vera occasione di incontro e conoscenza reciproca, trasformando reclute provenienti da oltre 8.000 comuni in cittadini di una nazione unita.

    La storia dell’Esercito è scritta col sangue delle classi rurali, il sacrificio dei “Fanti-Contadini” fornì circa il 46% della forza belligerante durante la Grande Guerra. Un esempio emblematico della dedizione e del dolore di quegli anni è offerto dalla famiglia Varotto di Taggi di Sotto (Padova): sei fratelli tutti contadini, risposero alla chiamata alle armi. Tra loro, Riccardo Varotto non fece mai ritorno, cadde il 28 agosto 1917 sull’Isonzo, colpito mortalmente a Quota 174 durante un assalto eroico guidato dal colonnello Bechi.

    Suo fratello Benvenuto combatté invece in Francia, nel bosco di Courton, dove subì gli effetti devastanti dei gas asfissianti durante la cruenta battaglia di Bligny. Storie come queste sono migliaia e restituiscono dignità ai milioni di “persone, considerati numeri” che, nell’ombra delle trincee, hanno contribuito a costruire il nostro presente.

    Oggi l’Esercito Italiano, celebrato in tante città italiane, è una forza professionale e tecnologicamente all’avanguardia. Se la marcia d’ordinanza “4 Maggio”, composta dal Maestro Fulvio Creux, riecheggia le tradizioni risorgimentali, l’impegno odierno si traduce in missioni internazionali di pace sotto l’egida di ONU, UE e NATO.

    Dalle operazioni di soccorso durante le calamità naturali in Italia e all’estero, alle complesse stabilizzazioni in aree di crisi come Libano e Afghanistan, l’Esercito rimane, come sottolineato in più occasioni dal Ministro della Difesa Guido Crosetto, un “baluardo insostituibile” per la difesa della libertà e della sicurezza dei cittadini.

    Per chi volesse riscoprire questo patrimonio di valori e tecnologia, la loro memoria è custodita nei musei militari, strutture come il Museo Storico della Fanteria a Roma o quello della Terza Armata a Padova, permettono di toccare con mano non solo la storia delle battaglie, ma anche l’ingegno del “genio militare”, radice dell’ingegneria civile italiana.

    Buon 4 Maggio.
    FESTA DELL’ESERCITO Oltre un secolo tra fango, coraggio e identità nazionale Dal Regio Esercito nato con l’Unità d’Italia alle missioni di pace di oggi, la storia delle Forze Armate si intreccia con quella del Paese di Piero De Ruvo Il 4 maggio non è solo una data sul calendario militare, ma rappresenta l’atto di nascita di un’istituzione che ha camminato di pari passo con la storia d’Italia. Era il 1861 quando un provvedimento del Ministro della Guerra, Manfredo Fanti, decretava la fine dell’Armata Sarda e la nascita del Regio Esercito, sancendo l’unificazione delle forze militari degli stati preunitari sotto un’unica bandiera. Sebbene la data ufficiale sia legata all’Unità, le radici dell’Esercito affondano nel XVII secolo, con la creazione del Reggimento “delle Guardie” nel 1659, il primo reparto permanente d’Europa. Tuttavia, è dopo il 1861 che l’Esercito assume il ruolo di “cemento” degli italiani. In un’Italia divisa da dialetti e analfabetismo, la caserma divenne per milioni di giovani la prima vera occasione di incontro e conoscenza reciproca, trasformando reclute provenienti da oltre 8.000 comuni in cittadini di una nazione unita. La storia dell’Esercito è scritta col sangue delle classi rurali, il sacrificio dei “Fanti-Contadini” fornì circa il 46% della forza belligerante durante la Grande Guerra. Un esempio emblematico della dedizione e del dolore di quegli anni è offerto dalla famiglia Varotto di Taggi di Sotto (Padova): sei fratelli tutti contadini, risposero alla chiamata alle armi. Tra loro, Riccardo Varotto non fece mai ritorno, cadde il 28 agosto 1917 sull’Isonzo, colpito mortalmente a Quota 174 durante un assalto eroico guidato dal colonnello Bechi. Suo fratello Benvenuto combatté invece in Francia, nel bosco di Courton, dove subì gli effetti devastanti dei gas asfissianti durante la cruenta battaglia di Bligny. Storie come queste sono migliaia e restituiscono dignità ai milioni di “persone, considerati numeri” che, nell’ombra delle trincee, hanno contribuito a costruire il nostro presente. Oggi l’Esercito Italiano, celebrato in tante città italiane, è una forza professionale e tecnologicamente all’avanguardia. Se la marcia d’ordinanza “4 Maggio”, composta dal Maestro Fulvio Creux, riecheggia le tradizioni risorgimentali, l’impegno odierno si traduce in missioni internazionali di pace sotto l’egida di ONU, UE e NATO. Dalle operazioni di soccorso durante le calamità naturali in Italia e all’estero, alle complesse stabilizzazioni in aree di crisi come Libano e Afghanistan, l’Esercito rimane, come sottolineato in più occasioni dal Ministro della Difesa Guido Crosetto, un “baluardo insostituibile” per la difesa della libertà e della sicurezza dei cittadini. Per chi volesse riscoprire questo patrimonio di valori e tecnologia, la loro memoria è custodita nei musei militari, strutture come il Museo Storico della Fanteria a Roma o quello della Terza Armata a Padova, permettono di toccare con mano non solo la storia delle battaglie, ma anche l’ingegno del “genio militare”, radice dell’ingegneria civile italiana. Buon 4 Maggio.
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  • Ecco la trascrizione riga per riga il più fedele possibile:


    ---

    VALLE D’AOSTA - UN INVITO A RAGIONARE

    INGANNO GLOBALE

    OBIETTIVI PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE

    INVECE SONO…

    OBIETTIVI PER IL CONTROLLO GLOBALE

    L’AGENDA 2030 è stata CREATA dall’ONU (Organizzazione Nazioni Unite) nel 2015 e viene CONCRETIZZATA su scala globale dal WEF (World Economic Forum),
    DETENTORI DEL POTERE ECONOMICO e POLITICO MONDIALE (es. BIG TECH & BIG PHARMA).
    In pratica DECIDONO LA NOSTRA VITA e IL NOSTRO FUTURO
    SENZA IL NOSTRO CONSENSO,
    SENZA IL CONSENSO DEI POPOLI.

    AGENDA 2030

    ENZO PENNETTA

    GOALS

    I PASSI VERSO LA CATASTROFE

    SECONDA EDIZIONE AMPLIATA E AGGIORNATA

    LETTURA CONSIGLIATA

    Questo libro affronta una REALTÀ che RIGUARDA TUTTI, che se non si è consapevoli
    o no, è un testo che è stato pensato per essere una lettura di informazione sulla realtà del progetto dell’ONU denominato AGENDA 2030.

    La struttura del libro prevede un capitolo iniziale nel quale viene affrontata la storia e le implicazioni di questo programma delle Nazioni Unite che viene IMPOSTO, in misura maggiore o minore, a tutti i paesi del mondo.

    Conclude con considerazioni generali su come AFFRONTARE E CONTRASTARE questa Agenda che è un programma per affermare la GLOBALIZZAZIONE e la QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE.

    Consigliamo inoltre un’altra lettura

    Estratto dal libro “PALLOTTOLE”

    L’ombra del monolite

    Sudditi soffocati da una VERITÀ DISTOPICA
    rinchiusi nella gabbia dell’omologazione
    intruppati sulla carreggiata a senso unico
    del pensiero dominante.

    Costretti a uniformarci.
    Globalizzazione, meticciato, accoglienza e sradicamento
    minacciano la specificità dei popoli,
    abbattono l’albero della tradizione.

    RIBELLIAMOCI al tragico destino di servitù e decadenza
    ordito contro di noi.

    Occorre un SEGNALE DI RIVOLTA
    almeno un riverbero umano
    sulla “terra desolata” del declino.

    Per sostenere le nostre azioni: Ass. MICROAIUTO VDA
    IBAN: IT04F0538701201000047649200
    CAUSALE: DONAZIONE PER MANIFESTI ED EVENTI INFORMATIVI

    manifestazioniperlalibertavda@gmail.com
    -------------
    VALLE D’AOSTA – AN INVITATION TO THINK

    GLOBAL DECEPTION

    GOALS FOR SUSTAINABLE DEVELOPMENT

    INSTEAD THEY ARE…

    GOALS FOR GLOBAL CONTROL

    AGENDA 2030 was CREATED by the UN (United Nations Organization) in 2015 and is IMPLEMENTED globally by the WEF (World Economic Forum),
    HOLDERS OF GLOBAL ECONOMIC and POLITICAL POWER (e.g. BIG TECH & BIG PHARMA).
    In practice THEY DECIDE OUR LIFE and OUR FUTURE
    WITHOUT OUR CONSENT,
    WITHOUT THE CONSENT OF THE PEOPLES.

    AGENDA 2030

    ENZO PENNETTA

    GOALS

    THE STEPS TOWARD CATASTROPHE

    SECOND EXPANDED AND UPDATED EDITION

    RECOMMENDED READING

    This book addresses a REALITY that CONCERNS EVERYONE, which, whether one is aware of it or not,
    is a text designed to provide informative reading about the reality of the UN project called AGENDA 2030.

    The structure of the book includes an initial chapter that examines the history and implications of this United Nations program, which is IMPOSED, to a greater or lesser extent, on all countries of the world.

    It concludes with general considerations on how to FACE AND COUNTER this Agenda, which is a program to promote GLOBALIZATION and the FOURTH INDUSTRIAL REVOLUTION.

    We also recommend another reading

    Excerpt from the book “BULLETS”

    The shadow of the monolith

    Subjects suffocated by a DYSTOPIAN TRUTH
    locked in the cage of homogenization
    lined up on the one-way roadway
    of dominant thought.

    Forced to conform.
    Globalization, mixing of peoples, immigration and uprooting
    threaten the specificity of peoples,
    tear down the tree of tradition.

    LET US REBEL against the tragic destiny of servitude and decline
    plotted against us.

    A SIGNAL OF REVOLT is needed
    at least a human echo
    on the “wasteland” of decline.

    To support our actions: Ass. MICROAIUTO VDA
    IBAN: IT04F0538701201000047649200
    PURPOSE: DONATION FOR POSTERS AND INFORMATIONAL EVENTS

    manifestazioniperlalibertavda@gmail.com


    Ecco la trascrizione riga per riga il più fedele possibile: --- VALLE D’AOSTA - UN INVITO A RAGIONARE INGANNO GLOBALE OBIETTIVI PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE INVECE SONO… OBIETTIVI PER IL CONTROLLO GLOBALE L’AGENDA 2030 è stata CREATA dall’ONU (Organizzazione Nazioni Unite) nel 2015 e viene CONCRETIZZATA su scala globale dal WEF (World Economic Forum), DETENTORI DEL POTERE ECONOMICO e POLITICO MONDIALE (es. BIG TECH & BIG PHARMA). In pratica DECIDONO LA NOSTRA VITA e IL NOSTRO FUTURO SENZA IL NOSTRO CONSENSO, SENZA IL CONSENSO DEI POPOLI. AGENDA 2030 ENZO PENNETTA GOALS I PASSI VERSO LA CATASTROFE SECONDA EDIZIONE AMPLIATA E AGGIORNATA LETTURA CONSIGLIATA Questo libro affronta una REALTÀ che RIGUARDA TUTTI, che se non si è consapevoli o no, è un testo che è stato pensato per essere una lettura di informazione sulla realtà del progetto dell’ONU denominato AGENDA 2030. La struttura del libro prevede un capitolo iniziale nel quale viene affrontata la storia e le implicazioni di questo programma delle Nazioni Unite che viene IMPOSTO, in misura maggiore o minore, a tutti i paesi del mondo. Conclude con considerazioni generali su come AFFRONTARE E CONTRASTARE questa Agenda che è un programma per affermare la GLOBALIZZAZIONE e la QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE. Consigliamo inoltre un’altra lettura Estratto dal libro “PALLOTTOLE” L’ombra del monolite Sudditi soffocati da una VERITÀ DISTOPICA rinchiusi nella gabbia dell’omologazione intruppati sulla carreggiata a senso unico del pensiero dominante. Costretti a uniformarci. Globalizzazione, meticciato, accoglienza e sradicamento minacciano la specificità dei popoli, abbattono l’albero della tradizione. RIBELLIAMOCI al tragico destino di servitù e decadenza ordito contro di noi. Occorre un SEGNALE DI RIVOLTA almeno un riverbero umano sulla “terra desolata” del declino. Per sostenere le nostre azioni: Ass. MICROAIUTO VDA IBAN: IT04F0538701201000047649200 CAUSALE: DONAZIONE PER MANIFESTI ED EVENTI INFORMATIVI manifestazioniperlalibertavda@gmail.com ------------- VALLE D’AOSTA – AN INVITATION TO THINK GLOBAL DECEPTION GOALS FOR SUSTAINABLE DEVELOPMENT INSTEAD THEY ARE… GOALS FOR GLOBAL CONTROL AGENDA 2030 was CREATED by the UN (United Nations Organization) in 2015 and is IMPLEMENTED globally by the WEF (World Economic Forum), HOLDERS OF GLOBAL ECONOMIC and POLITICAL POWER (e.g. BIG TECH & BIG PHARMA). In practice THEY DECIDE OUR LIFE and OUR FUTURE WITHOUT OUR CONSENT, WITHOUT THE CONSENT OF THE PEOPLES. AGENDA 2030 ENZO PENNETTA GOALS THE STEPS TOWARD CATASTROPHE SECOND EXPANDED AND UPDATED EDITION RECOMMENDED READING This book addresses a REALITY that CONCERNS EVERYONE, which, whether one is aware of it or not, is a text designed to provide informative reading about the reality of the UN project called AGENDA 2030. The structure of the book includes an initial chapter that examines the history and implications of this United Nations program, which is IMPOSED, to a greater or lesser extent, on all countries of the world. It concludes with general considerations on how to FACE AND COUNTER this Agenda, which is a program to promote GLOBALIZATION and the FOURTH INDUSTRIAL REVOLUTION. We also recommend another reading Excerpt from the book “BULLETS” The shadow of the monolith Subjects suffocated by a DYSTOPIAN TRUTH locked in the cage of homogenization lined up on the one-way roadway of dominant thought. Forced to conform. Globalization, mixing of peoples, immigration and uprooting threaten the specificity of peoples, tear down the tree of tradition. LET US REBEL against the tragic destiny of servitude and decline plotted against us. A SIGNAL OF REVOLT is needed at least a human echo on the “wasteland” of decline. To support our actions: Ass. MICROAIUTO VDA IBAN: IT04F0538701201000047649200 PURPOSE: DONATION FOR POSTERS AND INFORMATIONAL EVENTS manifestazioniperlalibertavda@gmail.com
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  • Nella vita non sono solo importanti i piazzamenti o i gradini più alti di un podio che vorremmo raggiungere.

    È importante come si reagisce ai vari imprevisti, dolori e colpi che si prendono lungo un percorso che non sappiamo mai quanto possa durare e se ci restituirà quello che vogliamo e desideriamo.

    Ci sono uomini che hanno saputo lanciarsi sempre e reagire reinventandosi senza rinunciare a combattere contro queste curve pericolose della vita e del destino. E sono uomini non destinati ad aspettare la fine seduti su un divano.

    Se perseveranza e resilienza avessero un volto, avrebbero quello di Alex Zanardi. Una storia che si chiude oggi, ma che lascia un imprinting profondo: una lezione universale, valida in ogni fase della vita. MAI ARRENDERSI.

    Comunque vada, si resta combattenti. Sempre in strada. Fino all’ultimo centimetro, fino all’ultimo respiro.
    Ciao campione.

    #AlexZanardi #Resilienza #maiarrendersi
    Nella vita non sono solo importanti i piazzamenti o i gradini più alti di un podio che vorremmo raggiungere. È importante come si reagisce ai vari imprevisti, dolori e colpi che si prendono lungo un percorso che non sappiamo mai quanto possa durare e se ci restituirà quello che vogliamo e desideriamo. Ci sono uomini che hanno saputo lanciarsi sempre e reagire reinventandosi senza rinunciare a combattere contro queste curve pericolose della vita e del destino. E sono uomini non destinati ad aspettare la fine seduti su un divano. Se perseveranza e resilienza avessero un volto, avrebbero quello di Alex Zanardi. Una storia che si chiude oggi, ma che lascia un imprinting profondo: una lezione universale, valida in ogni fase della vita. MAI ARRENDERSI. Comunque vada, si resta combattenti. Sempre in strada. Fino all’ultimo centimetro, fino all’ultimo respiro. Ciao campione. #AlexZanardi #Resilienza #maiarrendersi
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  • A inizio aprile, una notizia ha scosso le istituzioni: Nicole Minetti ha ricevuto la grazia dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un provvedimento che solleva interrogativi profondi: perché concedere la clemenza per una condanna a 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali? Ma soprattutto, cosa accadrebbe se i presupposti del decreto, firmato a febbraio 2026, si rivelassero non corretti? L’inchiesta del Fatto Quotidiano sulla presunta “doppia vita” in Uruguay dell’ex consigliera ha trasformato un atto di clemenza in un caso nazionale.

    L’Analisi Giuridica: Il potere del Colle e l’annullamento
    Il professor Daniele Trabucco, costituzionalista, chiarisce che la grazia, secondo l’articolo 87 della Costituzione, è un atto esclusivo del Capo dello Stato. Tuttavia, la questione della sua “irrevocabilità” non è così assoluta come appare. Spiega Trabucco:

    “La grazia è un atto formalmente e sostanzialmente presidenziale, ma qualora emergesse che il decreto si è basato su presupposti falsi o gravemente erronei, il Presidente non procederebbe a una revoca, bensì a un atto di rimozione o annullamento per vizio originario”.

    Questo scenario aprirebbe una fase delicatissima:

    “Sarebbe necessaria una nuova istruttoria da parte del Ministro Nordio per verificare se l’indagine giornalistica ha un fondamento; solo allora il Presidente potrebbe ritirare il provvedimento precedente”.

    Il Nodo Politico: Un “trappolone” per Via Arenula
    Spostandosi sul piano filosofico e politico, il professor Paolo Becchi intravede dietro questa vicenda uno scontro di potere molto più ampio, nato dalle ceneri del referendum sulla giustizia. Per Becchi, Carlo Nordio sarebbe finito in una rete tesa da chi non ha gradito le sue posizioni passate. E attacca:

    “Siamo di fronte a un vero trappolone orchestrato dai magistrati. L’istruttoria è stata trasmessa al Ministro che, forse con ingenuità, l’ha girata al Quirinale senza supplementi d’indagine. Nordio è caduto in una trappola che ora mette in imbarazzo anche il Presidente della Repubblica”.

    Il professore punta il dito sulla responsabilità politica:

    “Dopo aver perso il referendum sulla giustizia, il Ministro avrebbe dovuto fare un passo indietro; ora le conseguenze di quel mancato rimpasto ricadono su un atto di clemenza che presenta troppi lati oscuri”.

    Verso il corto circuito
    Il caso Minetti non è più solo la storia di una condanna estinta, ma un test di tenuta per i rapporti tra Ministero, Magistratura e Quirinale. Se l’istruttoria dovesse essere riaperta, saremmo di fronte a un corto circuito istituzionale senza precedenti: un atto del Presidente della Repubblica messo in discussione dai fatti emersi a migliaia di chilometri di distanza, nella dolce vita sudamericana dell’igienista dentale del Signor B..

    Articolo 87 Costituzione byoblu Byoblu24 carlo nordio Caso Minetti Caso Ruby Costituzione Italiana Daniele Trabucco Giuseppe Cipriani giustizia italiana Grazia Presidenziale il fatto quotidiano magistratura nicole minetti paolo becchi Politica Italiana Punta del Este Revoca Grazia Scandalo Minetti Sergio Mattarella silvio berlusconi uruguay

    https://youtu.be/mh_w1U0EHsI?si=b9YcRgxWlUEgNgON
    A inizio aprile, una notizia ha scosso le istituzioni: Nicole Minetti ha ricevuto la grazia dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un provvedimento che solleva interrogativi profondi: perché concedere la clemenza per una condanna a 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali? Ma soprattutto, cosa accadrebbe se i presupposti del decreto, firmato a febbraio 2026, si rivelassero non corretti? L’inchiesta del Fatto Quotidiano sulla presunta “doppia vita” in Uruguay dell’ex consigliera ha trasformato un atto di clemenza in un caso nazionale. L’Analisi Giuridica: Il potere del Colle e l’annullamento Il professor Daniele Trabucco, costituzionalista, chiarisce che la grazia, secondo l’articolo 87 della Costituzione, è un atto esclusivo del Capo dello Stato. Tuttavia, la questione della sua “irrevocabilità” non è così assoluta come appare. Spiega Trabucco: “La grazia è un atto formalmente e sostanzialmente presidenziale, ma qualora emergesse che il decreto si è basato su presupposti falsi o gravemente erronei, il Presidente non procederebbe a una revoca, bensì a un atto di rimozione o annullamento per vizio originario”. Questo scenario aprirebbe una fase delicatissima: “Sarebbe necessaria una nuova istruttoria da parte del Ministro Nordio per verificare se l’indagine giornalistica ha un fondamento; solo allora il Presidente potrebbe ritirare il provvedimento precedente”. Il Nodo Politico: Un “trappolone” per Via Arenula Spostandosi sul piano filosofico e politico, il professor Paolo Becchi intravede dietro questa vicenda uno scontro di potere molto più ampio, nato dalle ceneri del referendum sulla giustizia. Per Becchi, Carlo Nordio sarebbe finito in una rete tesa da chi non ha gradito le sue posizioni passate. E attacca: “Siamo di fronte a un vero trappolone orchestrato dai magistrati. L’istruttoria è stata trasmessa al Ministro che, forse con ingenuità, l’ha girata al Quirinale senza supplementi d’indagine. Nordio è caduto in una trappola che ora mette in imbarazzo anche il Presidente della Repubblica”. Il professore punta il dito sulla responsabilità politica: “Dopo aver perso il referendum sulla giustizia, il Ministro avrebbe dovuto fare un passo indietro; ora le conseguenze di quel mancato rimpasto ricadono su un atto di clemenza che presenta troppi lati oscuri”. Verso il corto circuito Il caso Minetti non è più solo la storia di una condanna estinta, ma un test di tenuta per i rapporti tra Ministero, Magistratura e Quirinale. Se l’istruttoria dovesse essere riaperta, saremmo di fronte a un corto circuito istituzionale senza precedenti: un atto del Presidente della Repubblica messo in discussione dai fatti emersi a migliaia di chilometri di distanza, nella dolce vita sudamericana dell’igienista dentale del Signor B.. Articolo 87 Costituzione byoblu Byoblu24 carlo nordio Caso Minetti Caso Ruby Costituzione Italiana Daniele Trabucco Giuseppe Cipriani giustizia italiana Grazia Presidenziale il fatto quotidiano magistratura nicole minetti paolo becchi Politica Italiana Punta del Este Revoca Grazia Scandalo Minetti Sergio Mattarella silvio berlusconi uruguay https://youtu.be/mh_w1U0EHsI?si=b9YcRgxWlUEgNgON
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  • L’ora della sera
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    Attualità

    STORIA CONTEMPORANEA

    Bruciati vivi: massacro a Odessa, ferita aperta nella storia ucraina

    Il rogo della Casa dei Sindacati, le 48 vittime e le indagini contestate
    Odessa resta simbolo delle profonde fratture ucraine

    di Piero De Ruvo

    Il 2 maggio 2014 resta una delle pagine più oscure e controverse della storia recente dell’Ucraina. Nel clima incendiario seguito all’Euromaidan e all’annessione della Crimea, Odessa si trasformò nel teatro di una violenza brutale che ancora oggi solleva interrogativi inquietanti.

    Quella giornata iniziò con scontri tra manifestanti favorevoli all’unità del Paese — tra cui attivisti pro-Maidan e gruppi ultranazionalisti — e sostenitori del fronte anti-Maidan. Le violenze esplosero rapidamente, lungo via Grecheskaya si registrarono i primi morti, mentre la situazione degenerava tra armi da fuoco, molotov e aggressioni diffuse. Nel corso delle ore, i manifestanti anti-Maidan, progressivamente sopraffatti, furono costretti a ritirarsi verso piazza Kulikove Pole, cercando rifugio nella Casa dei Sindacati, fino a che la tragedia li raggiunse ai suoi apici: l’edificio venne circondato e colpito con bottiglie incendiarie, il rogo si propagò con estrema rapidità trasformando gli interni in una trappola mortale. Le fiamme e il fumo invasero ogni spazio. Decine di persone morirono soffocate o arse vive, mentre altre, nel tentativo disperato di salvarsi, si lanciarono dalle finestre. Il bilancio ufficiale fu di 48 morti e circa 250 feriti, testimonianze e ricostruzioni successive hanno inoltre riferito di violenze contro alcuni sopravvissuti, alimentando ulteriormente indignazione e sospetti. Le responsabilità di quanto accaduto restano uno dei punti più controversi. Diverse analisi hanno evidenziato il ruolo attivo di frange radicali pro-Maidan nella dinamica degli scontri e nell’assedio dell’edificio, allo stesso tempo, gravi interrogativi riguardano l’operato delle autorità ucraine, la gestione dell’ordine pubblico, il ritardo dei soccorsi e la mancata prevenzione dell’escalation appaiono, per molti osservatori, segnali di una responsabilità almeno indiretta, se non di una colpevole negligenza. Il capitolo giudiziario ha ulteriormente aggravato il quadro.

    Le indagini sono state ripetutamente criticate per lentezza, inefficacia e presunta parzialità. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Ucraina per le gravi carenze investigative e per non aver garantito adeguatamente la tutela del diritto alla vita, rafforzando la percezione di un sistema incapace — o non disposto — a fare piena luce sui fatti. Accanto ai fatti accertati, negli anni sono emerse anche ipotesi e accuse più ampie, comprese quelle che evocano possibili influenze o interessi esterni nella gestione della crisi ucraina. Si tratta tuttavia di ricostruzioni controverse e non dimostrate, che riflettono il clima di sfiducia e la guerra di narrazioni che ha accompagnato l’intero conflitto. Per una parte dell’opinione pubblica, soprattutto nelle regioni orientali e in Russia, Odessa è diventata il simbolo di una repressione violenta e della frattura insanabile all’interno del Paese e nei mesi successivi l’episodio contribuì ad alimentare la radicalizzazione e l’escalation della guerra nel Donbass. A distanza di anni, mentre ombre pesanti, indagini incomplete, prove disperse, nessuna piena attribuzione di responsabilità e l’assenza di una giustizia condivisa ha consolidato narrazioni contrapposte e diffidenze profonde, lasciando il massacro di Odessa come una ferita ancora aperta. Più che un episodio isolato, quella giornata rappresenta uno spartiacque, il momento in cui le divisioni interne ucraine si trasformarono definitivamente in un conflitto aperto, destinato a segnare gli anni successivi e a influenzare profondamente gli equilibri geopolitici dell’intera regione.
    L’ora della sera www.oranotizie.com Attualità STORIA CONTEMPORANEA Bruciati vivi: massacro a Odessa, ferita aperta nella storia ucraina Il rogo della Casa dei Sindacati, le 48 vittime e le indagini contestate Odessa resta simbolo delle profonde fratture ucraine di Piero De Ruvo Il 2 maggio 2014 resta una delle pagine più oscure e controverse della storia recente dell’Ucraina. Nel clima incendiario seguito all’Euromaidan e all’annessione della Crimea, Odessa si trasformò nel teatro di una violenza brutale che ancora oggi solleva interrogativi inquietanti. Quella giornata iniziò con scontri tra manifestanti favorevoli all’unità del Paese — tra cui attivisti pro-Maidan e gruppi ultranazionalisti — e sostenitori del fronte anti-Maidan. Le violenze esplosero rapidamente, lungo via Grecheskaya si registrarono i primi morti, mentre la situazione degenerava tra armi da fuoco, molotov e aggressioni diffuse. Nel corso delle ore, i manifestanti anti-Maidan, progressivamente sopraffatti, furono costretti a ritirarsi verso piazza Kulikove Pole, cercando rifugio nella Casa dei Sindacati, fino a che la tragedia li raggiunse ai suoi apici: l’edificio venne circondato e colpito con bottiglie incendiarie, il rogo si propagò con estrema rapidità trasformando gli interni in una trappola mortale. Le fiamme e il fumo invasero ogni spazio. Decine di persone morirono soffocate o arse vive, mentre altre, nel tentativo disperato di salvarsi, si lanciarono dalle finestre. Il bilancio ufficiale fu di 48 morti e circa 250 feriti, testimonianze e ricostruzioni successive hanno inoltre riferito di violenze contro alcuni sopravvissuti, alimentando ulteriormente indignazione e sospetti. Le responsabilità di quanto accaduto restano uno dei punti più controversi. Diverse analisi hanno evidenziato il ruolo attivo di frange radicali pro-Maidan nella dinamica degli scontri e nell’assedio dell’edificio, allo stesso tempo, gravi interrogativi riguardano l’operato delle autorità ucraine, la gestione dell’ordine pubblico, il ritardo dei soccorsi e la mancata prevenzione dell’escalation appaiono, per molti osservatori, segnali di una responsabilità almeno indiretta, se non di una colpevole negligenza. Il capitolo giudiziario ha ulteriormente aggravato il quadro. Le indagini sono state ripetutamente criticate per lentezza, inefficacia e presunta parzialità. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Ucraina per le gravi carenze investigative e per non aver garantito adeguatamente la tutela del diritto alla vita, rafforzando la percezione di un sistema incapace — o non disposto — a fare piena luce sui fatti. Accanto ai fatti accertati, negli anni sono emerse anche ipotesi e accuse più ampie, comprese quelle che evocano possibili influenze o interessi esterni nella gestione della crisi ucraina. Si tratta tuttavia di ricostruzioni controverse e non dimostrate, che riflettono il clima di sfiducia e la guerra di narrazioni che ha accompagnato l’intero conflitto. Per una parte dell’opinione pubblica, soprattutto nelle regioni orientali e in Russia, Odessa è diventata il simbolo di una repressione violenta e della frattura insanabile all’interno del Paese e nei mesi successivi l’episodio contribuì ad alimentare la radicalizzazione e l’escalation della guerra nel Donbass. A distanza di anni, mentre ombre pesanti, indagini incomplete, prove disperse, nessuna piena attribuzione di responsabilità e l’assenza di una giustizia condivisa ha consolidato narrazioni contrapposte e diffidenze profonde, lasciando il massacro di Odessa come una ferita ancora aperta. Più che un episodio isolato, quella giornata rappresenta uno spartiacque, il momento in cui le divisioni interne ucraine si trasformarono definitivamente in un conflitto aperto, destinato a segnare gli anni successivi e a influenzare profondamente gli equilibri geopolitici dell’intera regione.
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  • La storia di Jan Koum, il fondatore miliardario di WhatsApp che viveva di assistenza sociale
    Koum ha venduto la società a Facebook per 20 miliardi di dollari nello stesso palazzo dove ritirava buoni pasto...
    https://forbes.it/2026/04/28/jan-koum-storia-fondatore-miliardario
    La storia di Jan Koum, il fondatore miliardario di WhatsApp che viveva di assistenza sociale Koum ha venduto la società a Facebook per 20 miliardi di dollari nello stesso palazzo dove ritirava buoni pasto... https://forbes.it/2026/04/28/jan-koum-storia-fondatore-miliardario
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    Koum ha venduto la società a Facebook per 20 miliardi di dollari nello stesso palazzo dove ritirava buoni pasto
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