• LA COERENZA E LA RESISTENZA (QUELLA VERA)

    Non è la “fama” il punto, né la firma mancante (che non rende meno veri i fatti). Il punto è la coerenza, che qui viene sistematicamente aggirata, diluita, giustificata.

    Per anni hai fatto presìdi ogni sabato.
    Per anni hai denunciato i danni da vaccino Covid-19, la narrazione sanitaria imposta, il ricatto del Green Pass, il tradimento della medicina.
    Non a parole, ma mettendoci la faccia e il tempo. Su questo nessuno discute.

    Ed è proprio per questo che oggi la scelta pesa di più.

    Perché non stiamo parlando di “ammazzare i vaccinati” (argomento caricaturale che nessuno ha mai posto), ma di sostenere politicamente un candidato che si dichiara vaccinista, cioè parte integrante di quella visione che per anni hai definito falsa, dannosa e pericolosa.

    La questione non è se si è vaccinato.
    La questione è cosa difende oggi e cosa rappresenta politicamente.

    Dire:
    “Credeva (o crede ancora) che i vaccini Covid siano serviti”

    non è un dettaglio.
    È una linea di frattura politica e morale.

    Perché chi crede che “siano serviti”:
    minimizza o nega i danneggiati
    legittima l’impianto emergenziale
    assolve le responsabilità istituzionali
    considera quegli anni, tutto sommato, giustificabili.

    Questo è vaccinismo, anche se temperato da buone maniere.

    La libertà di scelta terapeutica non è un optional da programma elettorale, né un “paletto” negoziabile come la viabilità o l’urbanistica.
    È il cuore del conflitto che ha mosso la cosiddetta “resistenza”.

    Ed è qui che cade l’argomento dell’“assenza di alternative”.

    Perché quando si dice:
    “Alternative non ce ne sono”

    si sta facendo esattamente ciò che si è sempre rimproverato al sistema: accettare il meno peggio, normalizzare l’inaccettabile, scegliere l’opportunismo al posto del principio.

    Sì, il movimento si è diviso.
    Sì, ci sono state colpe, personalismi, incapacità di sintesi.
    Ma il fallimento di un’aggregazione non autorizza a capovolgere il senso della lotta.

    Passare da:
    “Mai con chi sostiene il sistema sanitario che ci ha colpiti”

    a:

    “Appoggiamo un candidato vaccinista perché è disponibile al dialogo”

    non è realpolitik. È rimozione.

    Dire che “parlando nascono i dubbi in loro” è un’illusione già vista mille volte.
    Il potere non cambia idea dal basso, ma usa il consenso di chi spera di influenzarlo per legittimarsi.

    Tu parli di “lista mista” come strumento per far crescere i dubbi negli altri.
    Ma il rischio reale è un altro:
    che sia la resistenza a sciogliersi dentro una lista che non ne condivide il fondamento.

    E qui torniamo alla leggerezza.

    La vera leggerezza non è non votare.
    È pensare che la storia degli ultimi anni possa essere archiviata con una stretta di mano e qualche punto corretto nel programma.

    La vera resistenza non è “parlare con tutti”.
    È sapere con chi non si può scendere a compromesso.

    Se domani emergerà un candidato realmente coerente, sarete “ben felici di sostenerlo”, dici.
    Ma nel frattempo sostenete chi quella coerenza non ce l’ha.

    Ed è questo il cortocircuito.

    Non è una questione di purezza ideologica.
    È una questione di memoria, responsabilità e schiena dritta.

    Perché chi ha resistito davvero non dimentica.
    E chi non dimentica, non si presta a rendere “accettabile” ciò che per anni ha denunciato come inaccettabile.

    COMBATTENTI per le LIBERTÀ!
    LA COERENZA E LA RESISTENZA (QUELLA VERA) Non è la “fama” il punto, né la firma mancante (che non rende meno veri i fatti). Il punto è la coerenza, che qui viene sistematicamente aggirata, diluita, giustificata. Per anni hai fatto presìdi ogni sabato. Per anni hai denunciato i danni da vaccino Covid-19, la narrazione sanitaria imposta, il ricatto del Green Pass, il tradimento della medicina. Non a parole, ma mettendoci la faccia e il tempo. Su questo nessuno discute. Ed è proprio per questo che oggi la scelta pesa di più. Perché non stiamo parlando di “ammazzare i vaccinati” (argomento caricaturale che nessuno ha mai posto), ma di sostenere politicamente un candidato che si dichiara vaccinista, cioè parte integrante di quella visione che per anni hai definito falsa, dannosa e pericolosa. La questione non è se si è vaccinato. La questione è cosa difende oggi e cosa rappresenta politicamente. Dire: “Credeva (o crede ancora) che i vaccini Covid siano serviti” non è un dettaglio. È una linea di frattura politica e morale. Perché chi crede che “siano serviti”: minimizza o nega i danneggiati legittima l’impianto emergenziale assolve le responsabilità istituzionali considera quegli anni, tutto sommato, giustificabili. Questo è vaccinismo, anche se temperato da buone maniere. La libertà di scelta terapeutica non è un optional da programma elettorale, né un “paletto” negoziabile come la viabilità o l’urbanistica. È il cuore del conflitto che ha mosso la cosiddetta “resistenza”. Ed è qui che cade l’argomento dell’“assenza di alternative”. Perché quando si dice: “Alternative non ce ne sono” si sta facendo esattamente ciò che si è sempre rimproverato al sistema: accettare il meno peggio, normalizzare l’inaccettabile, scegliere l’opportunismo al posto del principio. Sì, il movimento si è diviso. Sì, ci sono state colpe, personalismi, incapacità di sintesi. Ma il fallimento di un’aggregazione non autorizza a capovolgere il senso della lotta. Passare da: “Mai con chi sostiene il sistema sanitario che ci ha colpiti” a: “Appoggiamo un candidato vaccinista perché è disponibile al dialogo” non è realpolitik. È rimozione. Dire che “parlando nascono i dubbi in loro” è un’illusione già vista mille volte. Il potere non cambia idea dal basso, ma usa il consenso di chi spera di influenzarlo per legittimarsi. Tu parli di “lista mista” come strumento per far crescere i dubbi negli altri. Ma il rischio reale è un altro: che sia la resistenza a sciogliersi dentro una lista che non ne condivide il fondamento. E qui torniamo alla leggerezza. La vera leggerezza non è non votare. È pensare che la storia degli ultimi anni possa essere archiviata con una stretta di mano e qualche punto corretto nel programma. La vera resistenza non è “parlare con tutti”. È sapere con chi non si può scendere a compromesso. Se domani emergerà un candidato realmente coerente, sarete “ben felici di sostenerlo”, dici. Ma nel frattempo sostenete chi quella coerenza non ce l’ha. Ed è questo il cortocircuito. Non è una questione di purezza ideologica. È una questione di memoria, responsabilità e schiena dritta. Perché chi ha resistito davvero non dimentica. E chi non dimentica, non si presta a rendere “accettabile” ciò che per anni ha denunciato come inaccettabile. COMBATTENTI per le LIBERTÀ!
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  • GENNAIO 2026 IN SOLI 22 GIORNI: PRIMA L'OPERAZIONE VENEZUELA, POI BYE BYE O.M.S ED ORA ACQUISIZIONE GROENLANDIA....CHE NOIA, MA NON SUCCEDE MAI NULLA!!!

    UDITE, UDITE: e' di oggi l'annuncio che gli Stati Uniti escono ufficialmente dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).
    L'uscita è la logica conseguenza di un ordine esecutivo firmato dal presidente Donald Trump il 20 gennaio 2025, esattamente un anno fa, che ha avviato il periodo di preavviso obbligatorio di 12 mesi previsto dalla legge statunitense. Ecco i dettagli principali della situazione attuale:
    • Motivazioni: L'amministrazione Trump ha giustificato il ritiro accusando l'OMS di aver gestito male la pandemia di COVID-19 e di essere stata eccessivamente influenzata dalla Cina.
    • Questioni finanziarie: Gli USA lasciano l'organizzazione con circa 260 milioni di dollari di quote associative non pagate per il periodo 2024-2025. Nonostante la legge statunitense richieda il saldo dei debiti prima del ritiro, il Dipartimento di Stato ha dichiarato che non verranno effettuati ulteriori pagamenti.
    • Conseguenze immediate: Gli Stati Uniti interrompono ogni finanziamento e supporto all'agenzia, richiamando il proprio personale distaccato presso l'OMS e cessando la partecipazione ai negoziati per il nuovo trattato pandemico.
    • Impatto globale: Gli USA erano il maggior contributore finanziario dell'OMS; la loro uscita comporterà tagli al budget dell'organizzazione, influenzando programmi globali come l'eradicazione della polio e la sorveglianza dell'influenza......sara' mica che la prossima sara' la NATO!!!!?????

    Ed ancora oggi 22 gennaio 2026 Donald Trump ha ufficialmente confermato,proprio a Davos in casa del "Diavolo", la sua intenzione di acquisire la Groenlandia, con stime di mercato che circolano intorno ai 700 miliardi di dollari. 
    Ecco i dettagli principali dell'offerta e degli sviluppi odierni:
    • Valore dell'offerta: Sebbene la cifra di 700 miliardi sia citata come stima del costo dell'operazione per gli USA, fonti giornalistiche riportano anche l'ipotesi di pagamenti diretti ai residenti (circa 56.000 persone), con cifre che variano da 100.000 dollari a un milione di dollari a persona per convincerli a lasciare la sovranità danese.
    • Accordo quadro (Framework Deal): Durante il Forum di Davos, Trump ha annunciato di aver raggiunto un "accordo quadro" con il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte. Questo accordo prevederebbe:
    • Accesso permanente degli USA alla Groenlandia per scopi militari (incluso il sistema di difesa "Golden Dome").
    • Diritti di sfruttamento minerario per gli USA e gli alleati europei.
    • La sospensione delle minacce di dazi commerciali contro i paesi europei che si opponevano all'acquisto....

    .....e poi c'e' l' IRAN, la U.E., lo U.K. e...."least but not last" ZIONIST ISRAEL
    ....signed by
    "earth sovereign alliance" di cui NOI "LIBERI TRA I VIVI" siamo "PARTE di UNO"
    ☄💥☄🇺🇸🇺🇸🇺🇸☄💥☄ GENNAIO 2026 IN SOLI 22 GIORNI: PRIMA L'OPERAZIONE VENEZUELA, POI BYE BYE O.M.S ED ORA ACQUISIZIONE GROENLANDIA....CHE NOIA, MA NON SUCCEDE MAI NULLA!!! UDITE, UDITE: e' di oggi l'annuncio che gli Stati Uniti escono ufficialmente dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). L'uscita è la logica conseguenza di un ordine esecutivo firmato dal presidente Donald Trump il 20 gennaio 2025, esattamente un anno fa, che ha avviato il periodo di preavviso obbligatorio di 12 mesi previsto dalla legge statunitense. Ecco i dettagli principali della situazione attuale: • Motivazioni: L'amministrazione Trump ha giustificato il ritiro accusando l'OMS di aver gestito male la pandemia di COVID-19 e di essere stata eccessivamente influenzata dalla Cina. • Questioni finanziarie: Gli USA lasciano l'organizzazione con circa 260 milioni di dollari di quote associative non pagate per il periodo 2024-2025. Nonostante la legge statunitense richieda il saldo dei debiti prima del ritiro, il Dipartimento di Stato ha dichiarato che non verranno effettuati ulteriori pagamenti. • Conseguenze immediate: Gli Stati Uniti interrompono ogni finanziamento e supporto all'agenzia, richiamando il proprio personale distaccato presso l'OMS e cessando la partecipazione ai negoziati per il nuovo trattato pandemico. • Impatto globale: Gli USA erano il maggior contributore finanziario dell'OMS; la loro uscita comporterà tagli al budget dell'organizzazione, influenzando programmi globali come l'eradicazione della polio e la sorveglianza dell'influenza......sara' mica che la prossima sara' la NATO!!!!????? Ed ancora oggi 22 gennaio 2026 Donald Trump ha ufficialmente confermato,proprio a Davos in casa del "Diavolo", la sua intenzione di acquisire la Groenlandia, con stime di mercato che circolano intorno ai 700 miliardi di dollari.  Ecco i dettagli principali dell'offerta e degli sviluppi odierni: • Valore dell'offerta: Sebbene la cifra di 700 miliardi sia citata come stima del costo dell'operazione per gli USA, fonti giornalistiche riportano anche l'ipotesi di pagamenti diretti ai residenti (circa 56.000 persone), con cifre che variano da 100.000 dollari a un milione di dollari a persona per convincerli a lasciare la sovranità danese. • Accordo quadro (Framework Deal): Durante il Forum di Davos, Trump ha annunciato di aver raggiunto un "accordo quadro" con il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte. Questo accordo prevederebbe: • Accesso permanente degli USA alla Groenlandia per scopi militari (incluso il sistema di difesa "Golden Dome"). • Diritti di sfruttamento minerario per gli USA e gli alleati europei. • La sospensione delle minacce di dazi commerciali contro i paesi europei che si opponevano all'acquisto.... .....e poi c'e' l' IRAN, la U.E., lo U.K. e...."least but not last" ZIONIST ISRAEL💥💥💥 ....signed by 🇺🇸🇷🇺🇨🇳"earth sovereign alliance" di cui NOI "LIBERI TRA I VIVI" siamo "PARTE di UNO" 🌾❤️🙏🌞🇮🇹
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  • Quando la scuola dimentica l’umano: il volto di un’educazione senza senso. Lettera

    Inviata da Simone Billeci – La scuola che non vorrei non è una caricatura polemica né un bersaglio facile. È piuttosto l’ombra che appare quando la scuola smette di interrogarsi sul proprio senso e si accontenta di funzionare.

    È quella scuola che va avanti per inerzia, che accumula riforme senza visione, che cambia linguaggi ma non logiche, che promette futuro mentre riproduce stanche abitudini del passato. Proprio perché la scuola è uno dei luoghi più decisivi per la formazione della persona, il rischio della sua deriva non è mai neutro: incide sulle biografie, sulle possibilità, sull’idea stessa di umanità che una società coltiva.

    Non vorrei una scuola che riduce l’educazione a prestazione. Una scuola in cui tutto è misurabile, confrontabile, classificabile, e quasi nulla è davvero compreso. Qui il valore di uno studente coincide con un numero, con una media, con un indicatore di rendimento. Il tempo dell’apprendimento è compresso, standardizzato, reso uniforme, come se le intelligenze fossero tutte uguali e le storie personali irrilevanti. Chi non tiene il passo viene etichettato, chi rallenta è un problema da gestire, chi fatica diventa un caso. È una scuola che parla il linguaggio dell’efficienza, ma dimentica quello della crescita, che richiede lentezza, esitazione, talvolta persino smarrimento.

    Non vorrei una scuola che ha paura dell’errore. In questa scuola sbagliare non è una possibilità educativa, ma una colpa; non un passaggio necessario del pensiero, ma una macchia sul percorso. L’errore viene corretto, segnato, penalizzato, raramente compreso. Così gli studenti imparano presto a non rischiare, a non esporsi, a dire ciò che è previsto invece di ciò che è pensato. Nasce un’intelligenza prudente, addestrata all’indovinare più che al capire. Eppure ogni autentico apprendimento nasce da una frattura, da una domanda che non trova subito risposta, da un tentativo fallito che apre nuove strade. Una scuola che non sa stare dentro l’errore educa alla paura, non alla responsabilità.

    Non vorrei una scuola soffocata dalla burocrazia. Una scuola in cui moduli, scadenze, piattaforme, protocolli e griglie occupano lo spazio che dovrebbe appartenere alle relazioni. Qui gli insegnanti sono spesso stanchi prima ancora di entrare in aula, sommersi da adempimenti che li allontanano dal cuore del loro lavoro: incontrare persone, accompagnare processi, prendersi cura del pensiero. Gli studenti diventano pratiche da gestire, i percorsi educativi fascicoli da archiviare. È una scuola che funziona, forse, ma non vive, perché quando la forma divora il senso l’educazione si trasforma in amministrazione.

    Non vorrei una scuola che confonde l’innovazione con l’accumulo di strumenti. Una scuola che introduce tecnologie senza una chiara visione pedagogica, che digitalizza senza interrogarsi sul significato, che crede di essere moderna perché aggiorna le piattaforme ma non ripensa le relazioni. In questa scuola la velocità è un valore in sé, la connessione continua un dogma, mentre l’attenzione, l’ascolto profondo e la concentrazione diventano sempre più rari. Nessuna tecnologia, per quanto avanzata, può sostituire uno sguardo che riconosce, una parola che incoraggia, una presenza che educa. Quando la scuola lo dimentica, perde la sua umanità.

    Non vorrei una scuola che non ascolta. Che non ascolta gli studenti, trattati come destinatari passivi di decisioni prese altrove. Che non ascolta gli insegnanti, spesso delegittimati o lasciati soli di fronte a responsabilità enormi. Che non ascolta le famiglie, viste più come intralci che come alleate. È una scuola verticale, rigida, autoreferenziale, che comunica molto ma dialoga poco. Qui il conflitto è temuto, il dissenso patologizzato, la complessità ridotta a slogan. Eppure senza ascolto non c’è fiducia, senza fiducia non c’è apprendimento, senza apprendimento non c’è futuro.

    Non vorrei, soprattutto, una scuola che ha smarrito la domanda di senso. Perché studiamo? Perché insegniamo? Perché valutiamo? Perché stiamo insieme, ogni giorno, nello stesso spazio? Quando queste domande scompaiono, la scuola continua a esistere ma smette di educare. Trasmette contenuti senza orizzonte, competenze senza direzione, regole senza significato. Prepara a un mondo che cambia più velocemente dei suoi programmi e lo fa spesso senza interrogarsi sul tipo di persone che sta contribuendo a formare. È una scuola che prepara al lavoro ma non alla vita, all’adattamento ma non al giudizio, alla risposta corretta ma non alla domanda giusta.

    Dire “la scuola che non vorrei” non è un esercizio di nostalgia né una lamentazione sterile. È un atto di responsabilità e, in fondo, di speranza. Significa credere che la scuola possa essere altro: un luogo in cui si formano persone e non solo studenti, in cui il pensiero è allenato alla complessità, in cui la fragilità non è un difetto da correggere ma una dimensione da accompagnare. La scuola che non vorrei è il negativo di quella che potremmo costruire se avessimo il coraggio di rimettere al centro il senso, le relazioni e il futuro. Una scuola capace di chiedere non soltanto “quanto vali?”, ma “chi stai diventando?”. E questa, forse, è la domanda più educativa di tutte.

    Source: https://www.orizzontescuola.it/quando-la-scuola-dimentica-lumano-il-volto-di-uneducazione-senza-senso-lettera/
    Quando la scuola dimentica l’umano: il volto di un’educazione senza senso. Lettera Inviata da Simone Billeci – La scuola che non vorrei non è una caricatura polemica né un bersaglio facile. È piuttosto l’ombra che appare quando la scuola smette di interrogarsi sul proprio senso e si accontenta di funzionare. È quella scuola che va avanti per inerzia, che accumula riforme senza visione, che cambia linguaggi ma non logiche, che promette futuro mentre riproduce stanche abitudini del passato. Proprio perché la scuola è uno dei luoghi più decisivi per la formazione della persona, il rischio della sua deriva non è mai neutro: incide sulle biografie, sulle possibilità, sull’idea stessa di umanità che una società coltiva. Non vorrei una scuola che riduce l’educazione a prestazione. Una scuola in cui tutto è misurabile, confrontabile, classificabile, e quasi nulla è davvero compreso. Qui il valore di uno studente coincide con un numero, con una media, con un indicatore di rendimento. Il tempo dell’apprendimento è compresso, standardizzato, reso uniforme, come se le intelligenze fossero tutte uguali e le storie personali irrilevanti. Chi non tiene il passo viene etichettato, chi rallenta è un problema da gestire, chi fatica diventa un caso. È una scuola che parla il linguaggio dell’efficienza, ma dimentica quello della crescita, che richiede lentezza, esitazione, talvolta persino smarrimento. Non vorrei una scuola che ha paura dell’errore. In questa scuola sbagliare non è una possibilità educativa, ma una colpa; non un passaggio necessario del pensiero, ma una macchia sul percorso. L’errore viene corretto, segnato, penalizzato, raramente compreso. Così gli studenti imparano presto a non rischiare, a non esporsi, a dire ciò che è previsto invece di ciò che è pensato. Nasce un’intelligenza prudente, addestrata all’indovinare più che al capire. Eppure ogni autentico apprendimento nasce da una frattura, da una domanda che non trova subito risposta, da un tentativo fallito che apre nuove strade. Una scuola che non sa stare dentro l’errore educa alla paura, non alla responsabilità. Non vorrei una scuola soffocata dalla burocrazia. Una scuola in cui moduli, scadenze, piattaforme, protocolli e griglie occupano lo spazio che dovrebbe appartenere alle relazioni. Qui gli insegnanti sono spesso stanchi prima ancora di entrare in aula, sommersi da adempimenti che li allontanano dal cuore del loro lavoro: incontrare persone, accompagnare processi, prendersi cura del pensiero. Gli studenti diventano pratiche da gestire, i percorsi educativi fascicoli da archiviare. È una scuola che funziona, forse, ma non vive, perché quando la forma divora il senso l’educazione si trasforma in amministrazione. Non vorrei una scuola che confonde l’innovazione con l’accumulo di strumenti. Una scuola che introduce tecnologie senza una chiara visione pedagogica, che digitalizza senza interrogarsi sul significato, che crede di essere moderna perché aggiorna le piattaforme ma non ripensa le relazioni. In questa scuola la velocità è un valore in sé, la connessione continua un dogma, mentre l’attenzione, l’ascolto profondo e la concentrazione diventano sempre più rari. Nessuna tecnologia, per quanto avanzata, può sostituire uno sguardo che riconosce, una parola che incoraggia, una presenza che educa. Quando la scuola lo dimentica, perde la sua umanità. Non vorrei una scuola che non ascolta. Che non ascolta gli studenti, trattati come destinatari passivi di decisioni prese altrove. Che non ascolta gli insegnanti, spesso delegittimati o lasciati soli di fronte a responsabilità enormi. Che non ascolta le famiglie, viste più come intralci che come alleate. È una scuola verticale, rigida, autoreferenziale, che comunica molto ma dialoga poco. Qui il conflitto è temuto, il dissenso patologizzato, la complessità ridotta a slogan. Eppure senza ascolto non c’è fiducia, senza fiducia non c’è apprendimento, senza apprendimento non c’è futuro. Non vorrei, soprattutto, una scuola che ha smarrito la domanda di senso. Perché studiamo? Perché insegniamo? Perché valutiamo? Perché stiamo insieme, ogni giorno, nello stesso spazio? Quando queste domande scompaiono, la scuola continua a esistere ma smette di educare. Trasmette contenuti senza orizzonte, competenze senza direzione, regole senza significato. Prepara a un mondo che cambia più velocemente dei suoi programmi e lo fa spesso senza interrogarsi sul tipo di persone che sta contribuendo a formare. È una scuola che prepara al lavoro ma non alla vita, all’adattamento ma non al giudizio, alla risposta corretta ma non alla domanda giusta. Dire “la scuola che non vorrei” non è un esercizio di nostalgia né una lamentazione sterile. È un atto di responsabilità e, in fondo, di speranza. Significa credere che la scuola possa essere altro: un luogo in cui si formano persone e non solo studenti, in cui il pensiero è allenato alla complessità, in cui la fragilità non è un difetto da correggere ma una dimensione da accompagnare. La scuola che non vorrei è il negativo di quella che potremmo costruire se avessimo il coraggio di rimettere al centro il senso, le relazioni e il futuro. Una scuola capace di chiedere non soltanto “quanto vali?”, ma “chi stai diventando?”. E questa, forse, è la domanda più educativa di tutte. Source: https://www.orizzontescuola.it/quando-la-scuola-dimentica-lumano-il-volto-di-uneducazione-senza-senso-lettera/
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  • LE MULTE CANCELLATE. LA VERITÀ DOPO GLI OBBLIGHI

    Le sanzioni da 100 euro per l’obbligo vaccinale anti-Covid, inviate a migliaia di cittadini, sono state annullate.
    Con il decreto Milleproroghe, lo Stato ha deciso di cancellare tutte le multe non ancora riscosse, chiudendo i procedimenti avviati tramite l’Agenzia delle Entrate.
    Chi non aveva pagato, non dovrà più farlo.
    Chi aveva già pagato, invece, non riceverà alcun rimborso.

    Per anni quelle multe sono state presentate come necessarie, giuste, inevitabili.
    Oggi vengono archiviate in silenzio, senza scuse e senza riparazione per chi ha obbedito.
    Se una sanzione viene cancellata perché non più ritenuta legittima o opportuna, la domanda è semplice:
    era giusto imporla?
    E perché chi ha pagato resta l’unico a pagarne il prezzo?
    La pandemia ha lasciato cicatrici profonde. Questa è una di quelle che nessuno vuole discutere.

    Non è una vittoria.
    È la dimostrazione che qualcosa non torna.
    Scrivi nei commenti cosa ne pensi.
    Segui Malore Improvviso News per non archiviare anche la memoria.

    #MaloreImprovvisoNews #ObbligoVaccinale #MulteCovid #Milleproroghe #AgenziaDelleEntrate #Diritti #Memoria
    LE MULTE CANCELLATE. LA VERITÀ DOPO GLI OBBLIGHI Le sanzioni da 100 euro per l’obbligo vaccinale anti-Covid, inviate a migliaia di cittadini, sono state annullate. Con il decreto Milleproroghe, lo Stato ha deciso di cancellare tutte le multe non ancora riscosse, chiudendo i procedimenti avviati tramite l’Agenzia delle Entrate. Chi non aveva pagato, non dovrà più farlo. Chi aveva già pagato, invece, non riceverà alcun rimborso. Per anni quelle multe sono state presentate come necessarie, giuste, inevitabili. Oggi vengono archiviate in silenzio, senza scuse e senza riparazione per chi ha obbedito. Se una sanzione viene cancellata perché non più ritenuta legittima o opportuna, la domanda è semplice: era giusto imporla? E perché chi ha pagato resta l’unico a pagarne il prezzo? La pandemia ha lasciato cicatrici profonde. Questa è una di quelle che nessuno vuole discutere. Non è una vittoria. È la dimostrazione che qualcosa non torna. Scrivi nei commenti cosa ne pensi. Segui Malore Improvviso News per non archiviare anche la memoria. #MaloreImprovvisoNews #ObbligoVaccinale #MulteCovid #Milleproroghe #AgenziaDelleEntrate #Diritti #Memoria
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  • La storia di Johannes Reck, l'imprenditore che ha cambiato i viaggi con GetYourGuide
    Un viaggio a Pechino ha dato all'imprenditore l'idea di un servizio per vacanze personalizzate, con attività fuori dai circuiti tradizionali.
    https://forbes.it/2026/01/23/johannes-reck-uomo-cambiato-viaggi-getyourguide
    La storia di Johannes Reck, l'imprenditore che ha cambiato i viaggi con GetYourGuide Un viaggio a Pechino ha dato all'imprenditore l'idea di un servizio per vacanze personalizzate, con attività fuori dai circuiti tradizionali. https://forbes.it/2026/01/23/johannes-reck-uomo-cambiato-viaggi-getyourguide
    FORBES.IT
    La storia di Johannes Reck, l'imprenditore che ha cambiato i viaggi con GetYourGuide
    Un viaggio a Pechino ha dato all'imprenditore l'idea di un servizio per vacanze personalizzate, con attività fuori dai circuiti tradizionali
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  • Data risk refers to the potential negative impact that can arise from poor data governance, inadequate security controls, inaccurate data, or failure to comply with data protection regulations. These risks can manifest in many ways financial losses, reputational damage, legal penalties, operational disruption, and loss of customer confidence. As organizations adopt cloud platforms, AI systems, and advanced analytics, data flows across multiple systems, geographies, and partners. This complexity increases exposure to risks such as unauthorized access, data leakage, inconsistent data quality, and unclear ownership. Managing these risks requires a structured and continuous approach rather than ad-hoc controls.
    For more - https://www.tejasviaddagada.com/books-publications
    Data risk refers to the potential negative impact that can arise from poor data governance, inadequate security controls, inaccurate data, or failure to comply with data protection regulations. These risks can manifest in many ways financial losses, reputational damage, legal penalties, operational disruption, and loss of customer confidence. As organizations adopt cloud platforms, AI systems, and advanced analytics, data flows across multiple systems, geographies, and partners. This complexity increases exposure to risks such as unauthorized access, data leakage, inconsistent data quality, and unclear ownership. Managing these risks requires a structured and continuous approach rather than ad-hoc controls. For more - https://www.tejasviaddagada.com/books-publications
    WWW.TEJASVIADDAGADA.COM
    Books and Publications | Tejasvi Addagada | Author
    Know more about the books published by best selling author Tejasvi Chandrarkar, Addagada heads on data management, data governance and risk management
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