• GRAZIE a ZELENSKY e al GRANO UCRIANO. CHE tra l'altro FINISCE anche SULLE TAVOLE di NOI EUROPEI!
    Ma allora non si trattava di virus e malattia "contagiosa" e la Gatti aveva ragione che era una granulomatosi provocata da intossicazione alimentare.
    E tutti i danni che hanno provocato con quella messa in scena, vera frode politico-sanitaria, chi li paga?
    GRAZIE a ZELENSKY e al GRANO UCRIANO. CHE tra l'altro FINISCE anche SULLE TAVOLE di NOI EUROPEI! Ma allora non si trattava di virus e malattia "contagiosa" e la Gatti aveva ragione che era una granulomatosi provocata da intossicazione alimentare. E tutti i danni che hanno provocato con quella messa in scena, vera frode politico-sanitaria, chi li paga?
    Angry
    2
    0 Commentarii 0 Distribuiri 199 Views
  • GRANDISSIMO ANDREA TI ASPETTIAMO TUTTI con IL TUO GRANDE ENTUSIASMO!
    PIETRO STRAMEZZI: "MIO PADRE È USCITO DAL COMA, SULLE CAUSE NON ESCLUDIAMO NULLA"
    Pietro Stramezzi ha annunciato che suo padre, il dottor Andrea Stramezzi, è uscito dal coma. Le sue condizioni rimangono critiche ma risponde agli stimoli verbali mostrando di comprendere ciò che gli viene detto. Poichè il personale medico non è riuscito a formulare una diagnosi sulle cause che hanno determinato il coma, Pietro Stramezzi ha presentato una denuncia per avvelenamento contro ignoti, un passaggio legale indispensabile per consentire ai medici di compiere esami tossicologici più approfonditi. Byoblu lo ha intervistato in esclusiva.

    Source: ByoBlu - La TV dei Cittadini
    https://www.byoblu.com/2026/03/08/pietro-stramezzi-mio-padre-si-e-risvegliato-dal-coma-sulle-cause-non-escludiamo-nulla/


    GRANDISSIMO ANDREA TI ASPETTIAMO TUTTI con IL TUO GRANDE ENTUSIASMO! PIETRO STRAMEZZI: "MIO PADRE È USCITO DAL COMA, SULLE CAUSE NON ESCLUDIAMO NULLA" Pietro Stramezzi ha annunciato che suo padre, il dottor Andrea Stramezzi, è uscito dal coma. Le sue condizioni rimangono critiche ma risponde agli stimoli verbali mostrando di comprendere ciò che gli viene detto. Poichè il personale medico non è riuscito a formulare una diagnosi sulle cause che hanno determinato il coma, Pietro Stramezzi ha presentato una denuncia per avvelenamento contro ignoti, un passaggio legale indispensabile per consentire ai medici di compiere esami tossicologici più approfonditi. Byoblu lo ha intervistato in esclusiva. Source: ByoBlu - La TV dei Cittadini https://www.byoblu.com/2026/03/08/pietro-stramezzi-mio-padre-si-e-risvegliato-dal-coma-sulle-cause-non-escludiamo-nulla/
    Love
    1
    0 Commentarii 0 Distribuiri 340 Views
  • URGENTE: STANNO PORTANDO VIA I BAMBINI ORA!
    In questo preciso istante a Palmoli, la madre della cosiddetta "famiglia del bosco", Catherine Birmingham, viene allontanata forzatamente dalla struttura
    . Il professor Antonio Bilo Canella lancia un appello disperato: i bambini sono stati dichiarati "aggressivi" solo perché si sono ribellati agli assistenti sociali, e ora si prepara la loro deportazione
    .
    Il professor Canella denuncia un abuso senza alcun fondamento giuridico, appellandosi al Diritto Naturale — lo stesso principio usato a Norimberga — contro un atto inaccettabile dello Stato
    .
    NON C'È TEMPO DA PERDERE. Chi può vada a Palmoli a testimoniare. Tutti gli altri hanno il dovere morale di far girare questo video ORA. Non domani, non tra una settimana. I bambini non si toccano!
    Guarda e condividi ovunque: https://www.youtube.com/watch?v=ZR3WN3QTtgI
    #FamigliaDelBosco #AntonioBiloCanella #Palmoli #DirittiUmani #IminoriNonSiToccano #Cronaca
    🔴 URGENTE: STANNO PORTANDO VIA I BAMBINI ORA! 🔴 In questo preciso istante a Palmoli, la madre della cosiddetta "famiglia del bosco", Catherine Birmingham, viene allontanata forzatamente dalla struttura . Il professor Antonio Bilo Canella lancia un appello disperato: i bambini sono stati dichiarati "aggressivi" solo perché si sono ribellati agli assistenti sociali, e ora si prepara la loro deportazione . Il professor Canella denuncia un abuso senza alcun fondamento giuridico, appellandosi al Diritto Naturale — lo stesso principio usato a Norimberga — contro un atto inaccettabile dello Stato . ⚠️ NON C'È TEMPO DA PERDERE. Chi può vada a Palmoli a testimoniare. Tutti gli altri hanno il dovere morale di far girare questo video ORA. Non domani, non tra una settimana. I bambini non si toccano! Guarda e condividi ovunque: 👉 https://www.youtube.com/watch?v=ZR3WN3QTtgI #FamigliaDelBosco #AntonioBiloCanella #Palmoli #DirittiUmani #IminoriNonSiToccano #Cronaca
    Angry
    1
    0 Commentarii 0 Distribuiri 1K Views
  • 13 Gennaio 2026 - Iran, testimonianze della repressione: "Sparano sulla folla, internet bloccato"
    Le voci di due iraniane all'estero: "Non sentiamo le nostre famiglie da giorni, il regime spara con armi pesanti e taglia corrente e acqua"

    Da giorni non hanno più notizie di mamme e papà, degli amici, di tutte le persone che sono scese in piazza per protestare contro il regime. “Sono molto preoccupata”, racconta la regista Somayeh Haghnegahdar in Italia dal 2022. “Nell’ultima chiamata di giovedì scorso i miei parenti mi raccontavano che c’era tantissima gente per strada e quasi tutti i negozi chiusi. Non sapevano cosa sarebbe potuto succedere”. Da quel momento, le comunicazioni si sono interrotte. Sarina, invece, parla sotto pseudonimo, è un dottoressa che vive in Europa e fino a inizio gennaio era in Iran: “Prima di salire sull’aereo ho detto a mamma: ‘Ti chiamo quando arrivo’. A quel punto ci siamo guardate negli occhi: sapevamo non sarebbe stato possibile”. L’ultimo accesso su Whatsapp è di martedì 6 gennaio. Da allora fissa il cellulare in attesa di un segnale. “È successo anche durante le proteste per la morte di Mahsa Amini: non avevamo internet dalle 17 alle 21 ogni giorno”. Ora, se possibile, la situazione è peggiore: “Nei primi giorni di mobilitazione, nemmeno le telefonate funzionavano. Ho sentito di persone colpite alla testa che non hanno potuto chiamare un’ambulanza. Molte vite sono state perse”. E nel silenzio la repressione continua: “Un amico chirurgo venerdì mattina mi ha detto che stanno sparando con munizioni vere e armi pesanti. Tantissimi ventenni sono morti, o sono rimasti paralizzati perché colpiti alla spina dorsale. Da questo non si torna indietro. Le persone sono più arrabbiate che mai”. Per Somayeh Haghnegahdar e Sarina, l’importante ora “è non lasciare soli i manifestanti” e continuare a parlarne. Entrambe ricordano il “coraggio” di chi sta rischiando la propria vita: “Noi, da qui, vorremmo fare la nostra parte”, dicono.
    “Le persone nonostante i morti vanno in piazza a manifestare. Forse ci sarà un cambiamento”

    Regista e montatrice, Haghnegahdar ha lasciato l’Iran dopo essere stata segnalata per il suo lavoro: “Da quel momento ho capito che dovevo partire”, dice. E da quel momento ha iniziato a far sentire la sua voce: è stata portavoce della Iranian Independent Filmmakers Association (che in questi giorni sta lanciando un appello in difesa dei manifestanti) e tra le attiviste in prima linea per il movimento “Donna vita libertà”. Il suo sguardo è sempre stato rivolto verso casa. “La situazione economica è diventata insostenibile. Negli ultimi giorni la moneta è crollata ed è stata una scintilla che ha acceso le proteste”, racconta. “Le persone non vedono un futuro, né economico né culturale. Lo Stato ha distrutto tutto. Non hanno niente da perdere: se deve continuare così, pensano, tanto vale lottare e morire”. Queste le testimonianze raccolte da chi, fino a pochi giorni fa, era in contatto costante con i manifestanti. “Siamo in una situazione in cui i negozianti, il giorno dopo, non possono comprare quello che vendono oggi. Inoltre il regime ha tagliato la corrente elettrica e l’acqua in molte zone. Stanno facendo contro il loro popolo quello che Israele ha fatto a Gaza”. E nonostante la dura repressione e le violenze, secondo Haghnegahdar, “ora è diverso”: “Negli ultimi anni abbiamo avuto tante proteste e sempre hanno sparato sulla gente: quando è così si torna a casa, ma non stavolta. Tutti coloro con cui ho parlato mi hanno detto: forse ci sarà un grande cambiamento, perché tutti siamo scontenti. E ho visto che nonostante i morti sono andati in piazza”. Proprio le immagini delle bare e delle persone che vanno a cercare i propri cari sono state fatte circolare dal regime: “Una scelta diversa dal solito: la tv di Stato ha mostrato le immagini dei cadaveri, accusando Usa e Israele. Si è parlato di terroristi facinorosi. E poi hanno dichiarato tre giorni di lutto. Ma a sparare sono stati loro”.
    “Io ero in piazza per Mahsa Amini, sparavano in faccia alle persone. Anche oggi i manifestanti avanzano disarmati”

    Sarina è una dottoressa e, dice, “non avevo mai pianificato di emigrare”: “Amo il mio popolo, i miei amici e la mia famiglia. Ma dopo il collasso economico e dopo aver capito che potevo essere uccisa semplicemente per aver rifiutato di indossare l’hijab, ho deciso di andarmene, come tanti miei amici”. Oggi segue le proteste da lontano. “In Iran le persone sono esauste. Le proteste non sono una novità. Ricordo quando ero bambina e Ahmadinejad vinse le elezioni con i brogli. Ricordo le foto dei manifestanti affisse nelle scuole, e insegnanti e perfino bambini che venivano interrogati per sapere se li riconoscessero per poterli arrestare. Era quasi vent’anni fa: chissà cosa possono fare ora con il riconoscimento facciale”. Sarina ricorda le ultime proteste del 2022: “I miei amici e io abbiamo protestato con grande cautela, eppure abbiamo comunque affrontato conseguenze gravissime. Ricordo un momento in cui eravamo tantissimi per strada, ma nessuno osava nemmeno gridare. C’erano repressori ovunque: pochi, ma con ordini di uccidere, accecare o arrestare. Sparavano direttamente al volto delle persone. Tantissime persone sono rimaste cieche. Allora in tanti abbiamo capito che a mani nude in strada non possiamo fare quasi nulla. Anche se uscissimo tutti, non avrebbero alcuna esitazione a portare i carri armati e uccidere. Nessuno li ferma”. Lo stesso vale per le proteste degli ultimi giorni: “Si vedono persone che avanzano verso la polizia che spara contro di loro mentre sono completamente disarmate. Quando le famiglie ricevono i corpi dei loro cari, non piangono in silenzio, ma urlano ‘Ucciderò chi ha ucciso mio fratello’”. C’è una spinta diversa oggi? “Le parole di Trump e ciò che è successo in Venezuela con Maduro hanno dato alle persone una strana sensazione di speranza. Credo sia uno dei motivi per cui si lotta in modo più aggressivo”.
    “Le ingerenze di Usa e Israele? Non basterebbero per provocare queste proteste. Reza Pahlavi? Non ci sono alternative”

    Il grande interrogativo riguarda cosa potrebbe succedere dopo, se il regime dovesse davvero cadere. “Il regime islamico”, dice Somayeh Haghnegahdar, “è come una malattia da estirpare. Prima ci vogliono i sacrifici e poi servirà un referendum per capire come andare avanti. Siamo un popolo di intellettuali e gli esperti esistono. Siamo stanchi: prima il Paese era una prigione per scrittori, artisti e giornalisti, ora riguarda tutti. Nessuno può vivere in questa situazione”. E in questa incertezza, il timore delle ingerenze straniere resta. “Non dimentichiamo però”, continua Haghnegahdar, “che l’Iran non è un Paese piccolo. Sono tantissime le persone per strada, quanto avrebbero dovuto essere organizzati per provocare queste manifestazioni? Il regime vuole farci credere che dietro le proteste c’è la manipolazione degli americani e degli israeliani. Ma è una truffa”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/13/iran-testimonianze-repressione-internet-blackout-non-sentiamo-le-nostre-famiglie-spari-folla-niente-da-perdere-notizie/8253530/
    13 Gennaio 2026 - Iran, testimonianze della repressione: "Sparano sulla folla, internet bloccato" Le voci di due iraniane all'estero: "Non sentiamo le nostre famiglie da giorni, il regime spara con armi pesanti e taglia corrente e acqua" Da giorni non hanno più notizie di mamme e papà, degli amici, di tutte le persone che sono scese in piazza per protestare contro il regime. “Sono molto preoccupata”, racconta la regista Somayeh Haghnegahdar in Italia dal 2022. “Nell’ultima chiamata di giovedì scorso i miei parenti mi raccontavano che c’era tantissima gente per strada e quasi tutti i negozi chiusi. Non sapevano cosa sarebbe potuto succedere”. Da quel momento, le comunicazioni si sono interrotte. Sarina, invece, parla sotto pseudonimo, è un dottoressa che vive in Europa e fino a inizio gennaio era in Iran: “Prima di salire sull’aereo ho detto a mamma: ‘Ti chiamo quando arrivo’. A quel punto ci siamo guardate negli occhi: sapevamo non sarebbe stato possibile”. L’ultimo accesso su Whatsapp è di martedì 6 gennaio. Da allora fissa il cellulare in attesa di un segnale. “È successo anche durante le proteste per la morte di Mahsa Amini: non avevamo internet dalle 17 alle 21 ogni giorno”. Ora, se possibile, la situazione è peggiore: “Nei primi giorni di mobilitazione, nemmeno le telefonate funzionavano. Ho sentito di persone colpite alla testa che non hanno potuto chiamare un’ambulanza. Molte vite sono state perse”. E nel silenzio la repressione continua: “Un amico chirurgo venerdì mattina mi ha detto che stanno sparando con munizioni vere e armi pesanti. Tantissimi ventenni sono morti, o sono rimasti paralizzati perché colpiti alla spina dorsale. Da questo non si torna indietro. Le persone sono più arrabbiate che mai”. Per Somayeh Haghnegahdar e Sarina, l’importante ora “è non lasciare soli i manifestanti” e continuare a parlarne. Entrambe ricordano il “coraggio” di chi sta rischiando la propria vita: “Noi, da qui, vorremmo fare la nostra parte”, dicono. “Le persone nonostante i morti vanno in piazza a manifestare. Forse ci sarà un cambiamento” Regista e montatrice, Haghnegahdar ha lasciato l’Iran dopo essere stata segnalata per il suo lavoro: “Da quel momento ho capito che dovevo partire”, dice. E da quel momento ha iniziato a far sentire la sua voce: è stata portavoce della Iranian Independent Filmmakers Association (che in questi giorni sta lanciando un appello in difesa dei manifestanti) e tra le attiviste in prima linea per il movimento “Donna vita libertà”. Il suo sguardo è sempre stato rivolto verso casa. “La situazione economica è diventata insostenibile. Negli ultimi giorni la moneta è crollata ed è stata una scintilla che ha acceso le proteste”, racconta. “Le persone non vedono un futuro, né economico né culturale. Lo Stato ha distrutto tutto. Non hanno niente da perdere: se deve continuare così, pensano, tanto vale lottare e morire”. Queste le testimonianze raccolte da chi, fino a pochi giorni fa, era in contatto costante con i manifestanti. “Siamo in una situazione in cui i negozianti, il giorno dopo, non possono comprare quello che vendono oggi. Inoltre il regime ha tagliato la corrente elettrica e l’acqua in molte zone. Stanno facendo contro il loro popolo quello che Israele ha fatto a Gaza”. E nonostante la dura repressione e le violenze, secondo Haghnegahdar, “ora è diverso”: “Negli ultimi anni abbiamo avuto tante proteste e sempre hanno sparato sulla gente: quando è così si torna a casa, ma non stavolta. Tutti coloro con cui ho parlato mi hanno detto: forse ci sarà un grande cambiamento, perché tutti siamo scontenti. E ho visto che nonostante i morti sono andati in piazza”. Proprio le immagini delle bare e delle persone che vanno a cercare i propri cari sono state fatte circolare dal regime: “Una scelta diversa dal solito: la tv di Stato ha mostrato le immagini dei cadaveri, accusando Usa e Israele. Si è parlato di terroristi facinorosi. E poi hanno dichiarato tre giorni di lutto. Ma a sparare sono stati loro”. “Io ero in piazza per Mahsa Amini, sparavano in faccia alle persone. Anche oggi i manifestanti avanzano disarmati” Sarina è una dottoressa e, dice, “non avevo mai pianificato di emigrare”: “Amo il mio popolo, i miei amici e la mia famiglia. Ma dopo il collasso economico e dopo aver capito che potevo essere uccisa semplicemente per aver rifiutato di indossare l’hijab, ho deciso di andarmene, come tanti miei amici”. Oggi segue le proteste da lontano. “In Iran le persone sono esauste. Le proteste non sono una novità. Ricordo quando ero bambina e Ahmadinejad vinse le elezioni con i brogli. Ricordo le foto dei manifestanti affisse nelle scuole, e insegnanti e perfino bambini che venivano interrogati per sapere se li riconoscessero per poterli arrestare. Era quasi vent’anni fa: chissà cosa possono fare ora con il riconoscimento facciale”. Sarina ricorda le ultime proteste del 2022: “I miei amici e io abbiamo protestato con grande cautela, eppure abbiamo comunque affrontato conseguenze gravissime. Ricordo un momento in cui eravamo tantissimi per strada, ma nessuno osava nemmeno gridare. C’erano repressori ovunque: pochi, ma con ordini di uccidere, accecare o arrestare. Sparavano direttamente al volto delle persone. Tantissime persone sono rimaste cieche. Allora in tanti abbiamo capito che a mani nude in strada non possiamo fare quasi nulla. Anche se uscissimo tutti, non avrebbero alcuna esitazione a portare i carri armati e uccidere. Nessuno li ferma”. Lo stesso vale per le proteste degli ultimi giorni: “Si vedono persone che avanzano verso la polizia che spara contro di loro mentre sono completamente disarmate. Quando le famiglie ricevono i corpi dei loro cari, non piangono in silenzio, ma urlano ‘Ucciderò chi ha ucciso mio fratello’”. C’è una spinta diversa oggi? “Le parole di Trump e ciò che è successo in Venezuela con Maduro hanno dato alle persone una strana sensazione di speranza. Credo sia uno dei motivi per cui si lotta in modo più aggressivo”. “Le ingerenze di Usa e Israele? Non basterebbero per provocare queste proteste. Reza Pahlavi? Non ci sono alternative” Il grande interrogativo riguarda cosa potrebbe succedere dopo, se il regime dovesse davvero cadere. “Il regime islamico”, dice Somayeh Haghnegahdar, “è come una malattia da estirpare. Prima ci vogliono i sacrifici e poi servirà un referendum per capire come andare avanti. Siamo un popolo di intellettuali e gli esperti esistono. Siamo stanchi: prima il Paese era una prigione per scrittori, artisti e giornalisti, ora riguarda tutti. Nessuno può vivere in questa situazione”. E in questa incertezza, il timore delle ingerenze straniere resta. “Non dimentichiamo però”, continua Haghnegahdar, “che l’Iran non è un Paese piccolo. Sono tantissime le persone per strada, quanto avrebbero dovuto essere organizzati per provocare queste manifestazioni? Il regime vuole farci credere che dietro le proteste c’è la manipolazione degli americani e degli israeliani. Ma è una truffa”. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/13/iran-testimonianze-repressione-internet-blackout-non-sentiamo-le-nostre-famiglie-spari-folla-niente-da-perdere-notizie/8253530/
    WWW.ILFATTOQUOTIDIANO.IT
    Iran, testimonianze della repressione: "Sparano sulla folla, internet bloccato"
    Le voci di due iraniane all'estero: "Non sentiamo le nostre famiglie da giorni, il regime spara con armi pesanti e taglia corrente e acqua"
    Angry
    1
    0 Commentarii 0 Distribuiri 3K Views
  • «In Iran una situazione tragica, migliaia di morti e nessuno si interessa» - 13 Feb 2026

    di Emanuele Paccher
    Il racconto di uno studente iraniano che ora vive in Trentino: «Ho perso due amici, la mia famiglia è ancora lì»

    Dal 28 dicembre 2025 in Iran sono scoppiate le proteste contro il regime della Repubblica Islamica, guidato dalla guida suprema Ali Khamenei. Le manifestazioni nelle piazze, cominciate per motivi economici – inflazione dei prezzi, svalutazione della moneta, crisi economica –, sono ben presto esplose e tramutate in motivi politici. Ciò che gran parte della popolazione sogna, infatti, è un cambio di regime. Le manifestazioni pacifiche hanno, però, avuto vita breve: dopo aver bloccato l’accesso a internet e ai servizi telefonici, tra l’8 e il 9 gennaio 2026 il regime iraniano ha compiuto un vero e proprio massacro verso i propri cittadini. Le stime sono discordanti, ma variano dalle tremila persone uccise (come dichiarato da Teheran) a più di trentamila. Anche il numero dei feriti non è certo, ma sembra attestarsi tra i 300.000 e i 360.000. Molti di questi sarebbero stati accecati dalle forze di sicurezza. Le reazioni globali non sono mancate. Di recente l’Unione Europea, per il tramite del Consiglio Affari Esteri, ha inserito il Corpo delle Guardie della rivoluzione iraniana (i cosiddetti Pasdaran) nella lista dei terroristi. Ancora più forte è stata la reazione degli Stati Uniti. A parole il presidente Donald Trump ha minacciato a più riprese un intervento armato, nei fatti ha aumentato – e in modo notevole – la presenza militare statunitense nella regione. La popolazione iraniana come sta vivendo tutto questo? Com’è visto realmente il regime di Khamenei? Queste domande le abbiamo poste a un giovane studente iraniano attualmente in Trentino, che per motivi di sicurezza teniamo anonimo. Per agevolare la lettura, lo chiameremo Ali Mohammadi. La visione del giovane iraniano è netta: non può esistere un futuro di libertà finché la Repubblica Islamica rimarrà al potere. E un cambio di regime, purtroppo, non può prescindere da un intervento armato straniero. Per questo, la popolazione iraniana sta aspettando, con speranza, l’intervento degli Stati Uniti d’America.

    Ali Mohammadi, può dirci quali sono i suoi legami con l’Iran?

    «Sono nato in Iran e lì ci sono rimasto finché sono giunto in Italia per studiare. Attualmente in Iran ho entrambi i genitori, precisamente nella città di Tabriz, mentre mia sorella si trova a Teheran. Ora che la connessione internet è tornata, seppure in modo non stabile, ci sentiamo tutti i giorni. In Iran tutti i social più noti, come Instagram, YouTube, Twitter sono inaccessibili. Per connetterci è necessario utilizzare la Vpn, impostando un indirizzo IP da un Paese europeo o dagli Stati Uniti».

    Com’è visto il regime di Khamenei dalla popolazione iraniana?

    «Premetto che, secondo me, il regime della Repubblica Islamica non è da considerare legittimo e neppure iraniano. Perché gli iraniani che uccidono la loro stessa gente non sono considerabili iraniani. È come se, in Italia, Giorgia Meloni facesse uccidere 50.000 italiani in due giorni. La considerereste la legittima rappresentante degli italiani? No, la considerereste come un animale. Io, come tutti gli iraniani, siamo sconcertati da ciò che ha posto in essere il regime della Repubblica Islamica. Le proteste delle persone erano pacifiche e sono state soppresse con il sangue. La mia percezione è che più del 90% della popolazione vorrebbe un cambiamento radicale nel Paese. Nella Repubblica attuale le votazioni sono quasi una mera formalità, perché chi comanda è il leader supremo, non eleggibile dalla popolazione».

    La risposta del regime alle proteste è stata disumana. Oltre ai morti e ai feriti, numerose persone sono detenute illegalmente. Com’è la situazione da questo punto di vista?

    «La situazione è tragica. Molte persone sono detenute e sottoposte a torture. Anche per i morti non c’è pace: il governo chiede denaro alle famiglie per poter riavere i corpi indietro. Stanno vendendo i corpi chiedendo oltretutto alle famiglie di dichiarare che erano dei sostenitori del governo. Ti ricattano: se vuoi riavere il corpo indietro, paga e dichiara questo. Poi molti corpi vengono restituiti mutilati. Alle donne viene estratto l’utero per non lasciare traccia delle violenze a cui sono state sottoposte».

    Come pensa che potrebbero cambiare le cose?

    «L’unico scenario possibile per sovvertire la Repubblica Islamica è un intervento militare dall’esterno. So che questo può suonare come strano, perché chi è che vorrebbe una guerra nel proprio Paese? Ma la triste realtà è che non c’è altra soluzione. Un intervento militare esterno ci aiuterebbe moltissimo, perché cambiare il regime da soli, dall’interno, è quasi impossibile. Pensiamo al 1945, alla Germania soggiogata da Hitler: la popolazione come avrebbe potuto liberarsi del proprio dittatore senza un aiuto esterno? Era difficilissimo. E onestamente non ci sono differenze tra Hitler e la Repubblica Islamica. Anzi, per me la Repubblica Islamica è molto peggiore: Hitler non uccideva i tedeschi con questa intensità».

    Pensa che un intervento militare degli Stati Uniti, magari coordinato con Israele, sarebbe accolto favorevolmente dalla popolazione?

    «Sì, le persone lo stanno sperando, anche se tutti gli iraniani sanno che né Trump né Netanyahu si interessano davvero delle persone che sono state uccise. Ciò di cui si interessano è del petrolio iraniano, del fatto che la Repubblica Islamica non si doti di armi nucleari e di missili balistici, della possibilità di eliminare i proxy della Repubblica Islamica in giro per il mondo. Ma noi, come iraniani, non abbiamo bisogno né di missili, né di armi nucleari, né di terroristi. Il nostro Paese è molto ricco: potremmo utilizzare le nostre risorse per costruire scuole, industrie. Armi nucleari, missili, terroristi: sono tutte cose che originano dall’ideologia malata della Repubblica Islamica. Per questo, gli iraniani sperano in un intervento congiunto di Stati Uniti e Israele. Se accadrà, le persone torneranno nelle piazze per ottenere il cambio di regime».

    Ha perso degli amici in queste proteste?

    «Purtroppo sì. Due miei amici iraniani che studiavano in Italia, uno all’Università di Bologna e un altro all’università di Messina, sono tornati in Iran per fare visita alle loro famiglie. In quei giorni sono scoppiate le proteste. Hanno deciso di scendere in piazza per la libertà del loro Paese. In risposta, gli hanno sparato nel petto».

    Qualcuno nelle piazze inneggiava al ritorno dello Shah, sperando in una transizione di potere guidata dal principe Reza Pahlavi, figlio di Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo Shah iraniano. Lo vede come uno scenario auspicabile?

    Personalmente è ciò che spero per il mio Paese. È vero che con lo Shah non c’era una democrazia, che anche con Mohammad Reza Pahlavi il Paese era autocratico, ma la Repubblica Islamica si pone su un livello totalmente differente. Attualmente in Iran sono presenti due corpi militari: quello ordinario, che è debole, e quello della Repubblica Islamica, ossia il Corpo delle Guardie della Rivoluzione. Quest’ultimo corpo è pensato unicamente per proteggere l’islam radicale. In questo scenario, la speranza di tanti iraniani è di ottenere una transizione del potere attraverso la guida dello Shah Reza Pahlavi. Il suo piano è quello di far votare la popolazione su diversi punti: per la monarchia o la repubblica, per il Parlamento, per la Costituzione».

    Com’è vista la situazione dell’intero Medio Oriente dalla prospettiva della popolazione iraniana?

    «Prendiamo come esempio il 7 ottobre 2023: cos’è successo? È accaduto che la Repubblica Islamica ha addestrato le persone di Hamas che hanno commesso il massacro. Se ciò non fosse accaduto, non sarebbe avvenuto tutto ciò che è accaduto a Gaza. La responsabilità principale è della Repubblica Islamica, che è un vero cancro non soltanto per l’Iran, non soltanto per il Medio Oriente, ma per tutto il mondo. Attualmente i proxy del regime iraniano sono diffusi: gli Houthi in Yemen, Hashd al-Shaabi in Iraq, Hamas in Palestina. Se riuscissimo a eradicare la Repubblica Islamica, il Medio Oriente potrebbe veramente svoltare pagina».

    Pensa che l’Italia e l’Unione europea intera stiano facendo abbastanza per l’Iran?

    «L’aver inserito il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica nella lista dei terroristi è stata sicuramente una cosa positiva. Ciò che auspico è che l’Italia recida tutte le relazioni con la Repubblica Islamica. In questo altri Paesi europei si sono mossi con più tempismo, mentre Giorgia Meloni sta attendendo».

    E il resto del mondo come sta reagendo?

    «L’Iran, rispetto a ciò che è avvenuto a Gaza, non ha ricevuto quasi nessun supporto dal mondo e dall’Onu. Non voglio degradare ciò che è accaduto a Gaza: prego per loro tutti i giorni. Ciò che voglio dire è che in due settimane la Repubblica Islamica ha ucciso più persone di quelle morte a Gaza in due anni. Questa carenza di attenzione internazionale è dovuta principalmente al fatto che le persone odiano Trump e Israele. A rimetterci, però, sono gli iraniani”.

    Source: https://www.iltquotidiano.it/articoli/in-iran-una-situazione-tragica-migliaia-di-morti-e-nessuno-si-interessa/
    «In Iran una situazione tragica, migliaia di morti e nessuno si interessa» - 13 Feb 2026 di Emanuele Paccher Il racconto di uno studente iraniano che ora vive in Trentino: «Ho perso due amici, la mia famiglia è ancora lì» Dal 28 dicembre 2025 in Iran sono scoppiate le proteste contro il regime della Repubblica Islamica, guidato dalla guida suprema Ali Khamenei. Le manifestazioni nelle piazze, cominciate per motivi economici – inflazione dei prezzi, svalutazione della moneta, crisi economica –, sono ben presto esplose e tramutate in motivi politici. Ciò che gran parte della popolazione sogna, infatti, è un cambio di regime. Le manifestazioni pacifiche hanno, però, avuto vita breve: dopo aver bloccato l’accesso a internet e ai servizi telefonici, tra l’8 e il 9 gennaio 2026 il regime iraniano ha compiuto un vero e proprio massacro verso i propri cittadini. Le stime sono discordanti, ma variano dalle tremila persone uccise (come dichiarato da Teheran) a più di trentamila. Anche il numero dei feriti non è certo, ma sembra attestarsi tra i 300.000 e i 360.000. Molti di questi sarebbero stati accecati dalle forze di sicurezza. Le reazioni globali non sono mancate. Di recente l’Unione Europea, per il tramite del Consiglio Affari Esteri, ha inserito il Corpo delle Guardie della rivoluzione iraniana (i cosiddetti Pasdaran) nella lista dei terroristi. Ancora più forte è stata la reazione degli Stati Uniti. A parole il presidente Donald Trump ha minacciato a più riprese un intervento armato, nei fatti ha aumentato – e in modo notevole – la presenza militare statunitense nella regione. La popolazione iraniana come sta vivendo tutto questo? Com’è visto realmente il regime di Khamenei? Queste domande le abbiamo poste a un giovane studente iraniano attualmente in Trentino, che per motivi di sicurezza teniamo anonimo. Per agevolare la lettura, lo chiameremo Ali Mohammadi. La visione del giovane iraniano è netta: non può esistere un futuro di libertà finché la Repubblica Islamica rimarrà al potere. E un cambio di regime, purtroppo, non può prescindere da un intervento armato straniero. Per questo, la popolazione iraniana sta aspettando, con speranza, l’intervento degli Stati Uniti d’America. Ali Mohammadi, può dirci quali sono i suoi legami con l’Iran? «Sono nato in Iran e lì ci sono rimasto finché sono giunto in Italia per studiare. Attualmente in Iran ho entrambi i genitori, precisamente nella città di Tabriz, mentre mia sorella si trova a Teheran. Ora che la connessione internet è tornata, seppure in modo non stabile, ci sentiamo tutti i giorni. In Iran tutti i social più noti, come Instagram, YouTube, Twitter sono inaccessibili. Per connetterci è necessario utilizzare la Vpn, impostando un indirizzo IP da un Paese europeo o dagli Stati Uniti». Com’è visto il regime di Khamenei dalla popolazione iraniana? «Premetto che, secondo me, il regime della Repubblica Islamica non è da considerare legittimo e neppure iraniano. Perché gli iraniani che uccidono la loro stessa gente non sono considerabili iraniani. È come se, in Italia, Giorgia Meloni facesse uccidere 50.000 italiani in due giorni. La considerereste la legittima rappresentante degli italiani? No, la considerereste come un animale. Io, come tutti gli iraniani, siamo sconcertati da ciò che ha posto in essere il regime della Repubblica Islamica. Le proteste delle persone erano pacifiche e sono state soppresse con il sangue. La mia percezione è che più del 90% della popolazione vorrebbe un cambiamento radicale nel Paese. Nella Repubblica attuale le votazioni sono quasi una mera formalità, perché chi comanda è il leader supremo, non eleggibile dalla popolazione». La risposta del regime alle proteste è stata disumana. Oltre ai morti e ai feriti, numerose persone sono detenute illegalmente. Com’è la situazione da questo punto di vista? «La situazione è tragica. Molte persone sono detenute e sottoposte a torture. Anche per i morti non c’è pace: il governo chiede denaro alle famiglie per poter riavere i corpi indietro. Stanno vendendo i corpi chiedendo oltretutto alle famiglie di dichiarare che erano dei sostenitori del governo. Ti ricattano: se vuoi riavere il corpo indietro, paga e dichiara questo. Poi molti corpi vengono restituiti mutilati. Alle donne viene estratto l’utero per non lasciare traccia delle violenze a cui sono state sottoposte». Come pensa che potrebbero cambiare le cose? «L’unico scenario possibile per sovvertire la Repubblica Islamica è un intervento militare dall’esterno. So che questo può suonare come strano, perché chi è che vorrebbe una guerra nel proprio Paese? Ma la triste realtà è che non c’è altra soluzione. Un intervento militare esterno ci aiuterebbe moltissimo, perché cambiare il regime da soli, dall’interno, è quasi impossibile. Pensiamo al 1945, alla Germania soggiogata da Hitler: la popolazione come avrebbe potuto liberarsi del proprio dittatore senza un aiuto esterno? Era difficilissimo. E onestamente non ci sono differenze tra Hitler e la Repubblica Islamica. Anzi, per me la Repubblica Islamica è molto peggiore: Hitler non uccideva i tedeschi con questa intensità». Pensa che un intervento militare degli Stati Uniti, magari coordinato con Israele, sarebbe accolto favorevolmente dalla popolazione? «Sì, le persone lo stanno sperando, anche se tutti gli iraniani sanno che né Trump né Netanyahu si interessano davvero delle persone che sono state uccise. Ciò di cui si interessano è del petrolio iraniano, del fatto che la Repubblica Islamica non si doti di armi nucleari e di missili balistici, della possibilità di eliminare i proxy della Repubblica Islamica in giro per il mondo. Ma noi, come iraniani, non abbiamo bisogno né di missili, né di armi nucleari, né di terroristi. Il nostro Paese è molto ricco: potremmo utilizzare le nostre risorse per costruire scuole, industrie. Armi nucleari, missili, terroristi: sono tutte cose che originano dall’ideologia malata della Repubblica Islamica. Per questo, gli iraniani sperano in un intervento congiunto di Stati Uniti e Israele. Se accadrà, le persone torneranno nelle piazze per ottenere il cambio di regime». Ha perso degli amici in queste proteste? «Purtroppo sì. Due miei amici iraniani che studiavano in Italia, uno all’Università di Bologna e un altro all’università di Messina, sono tornati in Iran per fare visita alle loro famiglie. In quei giorni sono scoppiate le proteste. Hanno deciso di scendere in piazza per la libertà del loro Paese. In risposta, gli hanno sparato nel petto». Qualcuno nelle piazze inneggiava al ritorno dello Shah, sperando in una transizione di potere guidata dal principe Reza Pahlavi, figlio di Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo Shah iraniano. Lo vede come uno scenario auspicabile? Personalmente è ciò che spero per il mio Paese. È vero che con lo Shah non c’era una democrazia, che anche con Mohammad Reza Pahlavi il Paese era autocratico, ma la Repubblica Islamica si pone su un livello totalmente differente. Attualmente in Iran sono presenti due corpi militari: quello ordinario, che è debole, e quello della Repubblica Islamica, ossia il Corpo delle Guardie della Rivoluzione. Quest’ultimo corpo è pensato unicamente per proteggere l’islam radicale. In questo scenario, la speranza di tanti iraniani è di ottenere una transizione del potere attraverso la guida dello Shah Reza Pahlavi. Il suo piano è quello di far votare la popolazione su diversi punti: per la monarchia o la repubblica, per il Parlamento, per la Costituzione». Com’è vista la situazione dell’intero Medio Oriente dalla prospettiva della popolazione iraniana? «Prendiamo come esempio il 7 ottobre 2023: cos’è successo? È accaduto che la Repubblica Islamica ha addestrato le persone di Hamas che hanno commesso il massacro. Se ciò non fosse accaduto, non sarebbe avvenuto tutto ciò che è accaduto a Gaza. La responsabilità principale è della Repubblica Islamica, che è un vero cancro non soltanto per l’Iran, non soltanto per il Medio Oriente, ma per tutto il mondo. Attualmente i proxy del regime iraniano sono diffusi: gli Houthi in Yemen, Hashd al-Shaabi in Iraq, Hamas in Palestina. Se riuscissimo a eradicare la Repubblica Islamica, il Medio Oriente potrebbe veramente svoltare pagina». Pensa che l’Italia e l’Unione europea intera stiano facendo abbastanza per l’Iran? «L’aver inserito il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica nella lista dei terroristi è stata sicuramente una cosa positiva. Ciò che auspico è che l’Italia recida tutte le relazioni con la Repubblica Islamica. In questo altri Paesi europei si sono mossi con più tempismo, mentre Giorgia Meloni sta attendendo». E il resto del mondo come sta reagendo? «L’Iran, rispetto a ciò che è avvenuto a Gaza, non ha ricevuto quasi nessun supporto dal mondo e dall’Onu. Non voglio degradare ciò che è accaduto a Gaza: prego per loro tutti i giorni. Ciò che voglio dire è che in due settimane la Repubblica Islamica ha ucciso più persone di quelle morte a Gaza in due anni. Questa carenza di attenzione internazionale è dovuta principalmente al fatto che le persone odiano Trump e Israele. A rimetterci, però, sono gli iraniani”. Source: https://www.iltquotidiano.it/articoli/in-iran-una-situazione-tragica-migliaia-di-morti-e-nessuno-si-interessa/
    Angry
    1
    0 Commentarii 0 Distribuiri 3K Views
  • *DIAMOCI UNA MANO*
    *AIUTO PER CAUSA LEGALE.*
    In questi anni mi sono speso per tutti, ci sono sempre stato per chi mi ha chiesto aiuto, ora ho bisogno io del vostro.
    É stato bello condividere momenti gioiosi e di lotta tra cui la GIORNATA DEGLI ABBRACCI, ma la stessa mi ha portato ad avere una causa un tribunale.
    Chiedo pertanto, a tutti coloro che si sono riconosciuti nella lotta, un'aiuto sia morale che concreto.
    Grazie di cuore a chi vorrà contribuire.
    Un abbraccio di luce
    Gaetano

    *PER DONARE IL TUO CONTRIBUTO:*
    IBAN: IT04C3608105138242655342674
    INTESTATO A:
    Gaetano Costantino Antonio Rotondo
    Causale: Donazione per causa legale

    *Oppure:*
    https://gofund.me/5e4c1c770
    *DIAMOCI UNA MANO* *AIUTO PER CAUSA LEGALE.* In questi anni mi sono speso per tutti, ci sono sempre stato per chi mi ha chiesto aiuto, ora ho bisogno io del vostro. É stato bello condividere momenti gioiosi e di lotta tra cui la GIORNATA DEGLI ABBRACCI, ma la stessa mi ha portato ad avere una causa un tribunale. Chiedo pertanto, a tutti coloro che si sono riconosciuti nella lotta, un'aiuto sia morale che concreto. Grazie di cuore a chi vorrà contribuire. Un abbraccio di luce Gaetano *PER DONARE IL TUO CONTRIBUTO:* IBAN: IT04C3608105138242655342674 INTESTATO A: Gaetano Costantino Antonio Rotondo Causale: Donazione per causa legale *Oppure:* https://gofund.me/5e4c1c770
    Like
    2
    0 Commentarii 0 Distribuiri 337 Views 3
  • Abbigliamento Fristads – L’abbigliamento da lavoro di sicurezza personalizzato

    Scoprite le specifiche dei prodotti, confrontate i prezzi ed effettuate l’ordine. Vi forniamo tutti i dettagli necessari per acquistare la migliore gamma di abbigliamento in base alle vostre esigenze specifiche.

    https://safetyandpromo.bcz.com/2026/01/15/abbigliamento-fristads-labbigliamento-da-lavoro-di-sicurezza-personalizzato/
    Abbigliamento Fristads – L’abbigliamento da lavoro di sicurezza personalizzato Scoprite le specifiche dei prodotti, confrontate i prezzi ed effettuate l’ordine. Vi forniamo tutti i dettagli necessari per acquistare la migliore gamma di abbigliamento in base alle vostre esigenze specifiche. https://safetyandpromo.bcz.com/2026/01/15/abbigliamento-fristads-labbigliamento-da-lavoro-di-sicurezza-personalizzato/
    0 Commentarii 0 Distribuiri 522 Views
  • CINA:

    "Gli Stati Uniti sono dipendenti dalla guerra. Nel corso dei loro oltre 240 anni di storia, hanno combattuto guerre per tutti gli anni tranne 16.

    Gli Stati Uniti hanno 800 basi militari all'estero in oltre 80 paesi e regioni.

    Gli Stati Uniti sono la causa principale del disordine internazionale, delle turbolenze globali e dell'instabilità regionale".
    CINA: "Gli Stati Uniti sono dipendenti dalla guerra. Nel corso dei loro oltre 240 anni di storia, hanno combattuto guerre per tutti gli anni tranne 16. Gli Stati Uniti hanno 800 basi militari all'estero in oltre 80 paesi e regioni. Gli Stati Uniti sono la causa principale del disordine internazionale, delle turbolenze globali e dell'instabilità regionale".
    Like
    1
    0 Commentarii 0 Distribuiri 303 Views
  • Difendiamo il Verde di San Francesco: una battaglia che riguarda tutti

    Certe istanze sul territorio metropolitano non finiscono davvero mai.
    E quando le consideriamo circoscritte a un solo Comune, è proprio lì che commettiamo un errore strategico.

    La questione dell’area San Francesco non è solo una vicenda sandonatese: è un tema che riguarda l’equilibrio urbanistico, ambientale e giuridico dell’intera area metropolitana.
    Il TAR ha accolto il ricorso del Consorzio Quartiere Affari, riaffermando un principio chiaro: la quota di verde fruibile prevista dalla convenzione urbanistica del 1993 deve essere rispettata.
    Non si tratta di un tecnicismo o di un cavillo procedurale, ma del rispetto di un impegno pubblico formalizzato verso la città — un vero e proprio patto con i cittadini.

    La sentenza ha annullato la delibera del 2021 che autorizzava il progetto “Sport Life City”, destinato a ospitare arena, attrezzature sportive e attività commerciali.
    Con il pronunciamento del TAR, l’area torna classificata come “area bianca” nel PGT, rendendo necessaria una riprogrammazione urbanistica attenta, coerente e sostenibile.

    Impugnare questa sentenza da parte dell’Amministrazione comunale di San Donato significa, di fatto, privilegiare scenari edificatori rispetto alla tutela del verde urbano.
    Ma il punto è ancora più ampio.
    Non è solo una questione locale.

    Se passa il principio secondo cui un’Amministrazione può aggirare — o tentare di superare — una sentenza che tutela vincoli ambientali sanciti in convenzioni urbanistiche, il precedente si estende ben oltre i confini comunali.

    È un tema di rispetto delle regole, di pianificazione responsabile e di salvaguardia degli standard urbanistici.

    Per questo è importante sostenere la petizione promossa dagli amici di RecSando :

    Firma qui:

    https://www.change.org/p/fermiamo-il-ricorso-contro-la-tutela-del-verde-a-san-francesco-san-donato-milanese⁠

    Difendere il verde oggi significa difendere la qualità della vita di domani.

    #SanDonatoMilanese #RecSando #TutelaDelVerde #Urbanistica #PGT #Ambiente #AreaSanFrancesco #StopConsumoDiSuolo #CittàSostenibile
    🌳 Difendiamo il Verde di San Francesco: una battaglia che riguarda tutti 💚 Certe istanze sul territorio metropolitano non finiscono davvero mai. E quando le consideriamo circoscritte a un solo Comune, è proprio lì che commettiamo un errore strategico. La questione dell’area San Francesco non è solo una vicenda sandonatese: è un tema che riguarda l’equilibrio urbanistico, ambientale e giuridico dell’intera area metropolitana. Il TAR ha accolto il ricorso del Consorzio Quartiere Affari, riaffermando un principio chiaro: la quota di verde fruibile prevista dalla convenzione urbanistica del 1993 deve essere rispettata. Non si tratta di un tecnicismo o di un cavillo procedurale, ma del rispetto di un impegno pubblico formalizzato verso la città — un vero e proprio patto con i cittadini. La sentenza ha annullato la delibera del 2021 che autorizzava il progetto “Sport Life City”, destinato a ospitare arena, attrezzature sportive e attività commerciali. Con il pronunciamento del TAR, l’area torna classificata come “area bianca” nel PGT, rendendo necessaria una riprogrammazione urbanistica attenta, coerente e sostenibile. 🌱 Impugnare questa sentenza da parte dell’Amministrazione comunale di San Donato significa, di fatto, privilegiare scenari edificatori rispetto alla tutela del verde urbano. Ma il punto è ancora più ampio. Non è solo una questione locale. Se passa il principio secondo cui un’Amministrazione può aggirare — o tentare di superare — una sentenza che tutela vincoli ambientali sanciti in convenzioni urbanistiche, il precedente si estende ben oltre i confini comunali. È un tema di rispetto delle regole, di pianificazione responsabile e di salvaguardia degli standard urbanistici. 🌍 Per questo è importante sostenere la petizione promossa dagli amici di RecSando : 👉 Firma qui: https://www.change.org/p/fermiamo-il-ricorso-contro-la-tutela-del-verde-a-san-francesco-san-donato-milanese⁠ Difendere il verde oggi significa difendere la qualità della vita di domani. 💚 #SanDonatoMilanese #RecSando #TutelaDelVerde #Urbanistica #PGT #Ambiente #AreaSanFrancesco #StopConsumoDiSuolo #CittàSostenibile
    0 Commentarii 0 Distribuiri 1K Views
  • Com'è essere Dario Amodei quando in due mesi hai mandato la Borsa in crisi e tieni testa al governo di Trump
    Il cofondatore di Anthropic è solo contro tutti: l'amministrazione Usa che gli impone accesso completo ai suoi modelli e le industrie informatiche minacciate dal suo Claude
    https://www.wired.it/article/dario-amodei-claude-borsa-guerra-hegseth/
    Com'è essere Dario Amodei quando in due mesi hai mandato la Borsa in crisi e tieni testa al governo di Trump Il cofondatore di Anthropic è solo contro tutti: l'amministrazione Usa che gli impone accesso completo ai suoi modelli e le industrie informatiche minacciate dal suo Claude https://www.wired.it/article/dario-amodei-claude-borsa-guerra-hegseth/
    WWW.WIRED.IT
    Com'è essere Dario Amodei quando in due mesi hai mandato la Borsa in crisi e tieni testa al governo di Trump
    Il cofondatore di Anthropic è solo contro tutti: l'amministrazione Usa che gli impone accesso completo ai suoi modelli e le industrie informatiche minacciate dal suo Claude
    Like
    1
    0 Commentarii 0 Distribuiri 301 Views
Sponsorizeaza Paginile