• “La scuola non è il mercato”: un docufilm denuncia lo smantellamento dell’istruzione pubblica
    Interamente girato a Torino nelle aule del Sibilla Aleramo, l’istituto comprensivo diretto dal preside Lorenzo Varaldo
    https://www.lastampa.it/torino/2026/02/04/news/d_istruzione_pubblica_docufilm_scuola_sibilla_aleramo_cinema-15494093/amp/
    “La scuola non è il mercato”: un docufilm denuncia lo smantellamento dell’istruzione pubblica Interamente girato a Torino nelle aule del Sibilla Aleramo, l’istituto comprensivo diretto dal preside Lorenzo Varaldo https://www.lastampa.it/torino/2026/02/04/news/d_istruzione_pubblica_docufilm_scuola_sibilla_aleramo_cinema-15494093/amp/
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    Interamente girato a Torino nelle aule del Sibilla Aleramo, l’istituto comprensivo diretto dal preside Lorenzo Varaldo
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  • ECCO L'AMARA VERITÀ PER MOLTE REALTÀ SCOLASTICHE!
    PNRR e scuola: il caso degli sprechi tra tecnologia inutilizzata ed edilizia incompiuta
    Scopri come il PNRR e scuola stanno influenzando il sistema scolastico italiano e le sue sfide nella digitalizzazione.
    https://www.informazionescuola.it/sprechi-pnrr-scuola-progetti-inutili-analisi-2026/
    ECCO L'AMARA VERITÀ PER MOLTE REALTÀ SCOLASTICHE! PNRR e scuola: il caso degli sprechi tra tecnologia inutilizzata ed edilizia incompiuta Scopri come il PNRR e scuola stanno influenzando il sistema scolastico italiano e le sue sfide nella digitalizzazione. https://www.informazionescuola.it/sprechi-pnrr-scuola-progetti-inutili-analisi-2026/
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  • ANDIAMO BENE. Ora anche alle scuole medie!
    Bologna, alunno delle medie minaccia i compagni con un coltello artigianale a scuola
    Studente delle medie disarmato dagli insegnanti e denunciato. Poche settimane fa un altro caso con un machete a Budrio.
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/01/minacce-scuola-coltello-bologna-notizie/8276080/
    ANDIAMO BENE. Ora anche alle scuole medie! Bologna, alunno delle medie minaccia i compagni con un coltello artigianale a scuola Studente delle medie disarmato dagli insegnanti e denunciato. Poche settimane fa un altro caso con un machete a Budrio. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/01/minacce-scuola-coltello-bologna-notizie/8276080/
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    Bologna, alunno delle medie minaccia i compagni con un coltello artigianale a scuola
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  • Stipendi più bassi ai supplenti “brevi e saltuari” perché l’RPD non c’è: il Tribunale di Roma accoglie il ricorso Anief e fa recuperare ad una precaria oltre 1.000 euro più interessi
    https://www.orizzontescuola.it/stipendi-piu-bassi-ai-supplenti-brevi-e-saltuari-perche-lrpd-non-ce-il-tribunale-di-roma-accoglie-il-ricorso-anief-e-fa-recuperare-ad-una-precaria-oltre-1-000-euro/
    Stipendi più bassi ai supplenti “brevi e saltuari” perché l’RPD non c’è: il Tribunale di Roma accoglie il ricorso Anief e fa recuperare ad una precaria oltre 1.000 euro più interessi https://www.orizzontescuola.it/stipendi-piu-bassi-ai-supplenti-brevi-e-saltuari-perche-lrpd-non-ce-il-tribunale-di-roma-accoglie-il-ricorso-anief-e-fa-recuperare-ad-una-precaria-oltre-1-000-euro/
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  • UN'AMARA VERITÀ!
    Prima i bambini sperimentano il digitale e peggio andranno a scuola
    Lo studio pubblicato da un gruppo di ricercatori dell’Università Bicocca di Milano ha preso in esame i risultati degli studenti nei test Invalsi. Ma non tutti
    https://www.lastampa.it/cronaca/2026/01/30/news/bambini_ragazzi_adolescenti_smartphone_rischi_digitale-15488080/amp/
    UN'AMARA VERITÀ! Prima i bambini sperimentano il digitale e peggio andranno a scuola Lo studio pubblicato da un gruppo di ricercatori dell’Università Bicocca di Milano ha preso in esame i risultati degli studenti nei test Invalsi. Ma non tutti https://www.lastampa.it/cronaca/2026/01/30/news/bambini_ragazzi_adolescenti_smartphone_rischi_digitale-15488080/amp/
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    Lo studio pubblicato da un gruppo di ricercatori dell’Università Bicocca di Milano ha preso in esame i risultati degli studenti nei test Invalsi. Ma non tutti …
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  • VERAMENTE INQUALIFICABILE!
    CHI L'HA FATTO A SCENDERE MERITEREBBE di ESSERE COSTRETTO a CAMMINARE a piedi nudi nella neve almeno per 10 chilometri.
    🥹 Belluno, ieri mattina.
    Fuori –3 gradi, l’aria gelida che entra nelle ossa e non se ne va.
    Riccardo ha 11 anni, batteva i denti, le labbra blu, lo zaino sulle spalle più grande di lui. Uno zaino pieno di quaderni, sogni piccoli, abitudini normali. Quelle di un bambino che deve solo andare a scuola.

    L’autobus riparte.
    Le porte si chiudono.
    Il motore si allontana.

    E lui resta lì.

    Non perché facesse confusione.
    Non perché fosse in ritardo.
    Non perché avesse fatto qualcosa di sbagliato.

    Ma perché non aveva il biglietto “olimpico” da 10 euro sulla tratta Calalzo–Cortina.

    Undici anni.
    Lasciato a terra.
    Nel freddo.
    Nel silenzio che arriva subito dopo, quando ti accorgi che nessuno torna indietro.

    A raccontarlo oggi è la mamma. La sua voce è più calma, ma non del tutto. Perché certe immagini non si cancellano facilmente:

    “C’erano -3 gradi, batteva i denti e aveva le labbra blu. Ora sta meglio.”

    Ora sta meglio, sì.
    Ieri Riccardo è tornato a scuola.
    Ha ripreso il suo posto in classe, il banco, i compagni.
    Ha fatto finta che fosse tutto normale.

    Ma non lo era.

    Perché ci sono cose che il corpo supera in fretta, e altre che la testa impiega molto più tempo a digerire.
    La sensazione di essere invisibile.
    Di non essere abbastanza importante da fermare un autobus.
    Di essere solo un problema da lasciare alla fermata.

    Riccardo ha fatto una scelta che pesa più di quanto sembri:
    non prenderà più l’autobus.

    Non per capriccio.
    Non per ribellione.
    Ma perché non si fida più.

    E quando un bambino smette di fidarsi degli adulti, delle regole, delle istituzioni, qualcosa si incrina. Piano. Senza rumore. Ma resta.

    Questa storia non parla solo di un biglietto.
    Parla di come applichiamo le regole.
    Parla di cosa scegliamo di vedere quando abbiamo davanti una persona fragile.
    Parla di empatia, quella parola grande che spesso scompare dietro procedure, tariffe, protocolli.

    Perché una regola può essere corretta.
    Ma l’umanità non dovrebbe mai essere opzionale.

    Un bambino non è un tariffario.
    Non è una tratta.
    Non è un codice.

    È qualcuno che ha freddo.
    È qualcuno che ha paura.
    È qualcuno che si fida.

    E forse la vera domanda non è “di chi è la colpa”, ma che cosa stiamo insegnando.
    Che il mondo funziona solo se hai il biglietto giusto?
    Che nessuno si ferma se resti indietro?
    Che chiedere aiuto non serve?

    Riccardo oggi sta meglio.
    Ma quella mattina resterà con lui.
    Come restano certe sensazioni che non sai spiegare, ma che ti accompagnano a lungo.

    E questa storia resterà anche con noi.
    Se vogliamo ascoltarla davvero.
    VERAMENTE INQUALIFICABILE! CHI L'HA FATTO A SCENDERE MERITEREBBE di ESSERE COSTRETTO a CAMMINARE a piedi nudi nella neve almeno per 10 chilometri. 💔🥹😡 Belluno, ieri mattina. Fuori –3 gradi, l’aria gelida che entra nelle ossa e non se ne va. Riccardo ha 11 anni, batteva i denti, le labbra blu, lo zaino sulle spalle più grande di lui. Uno zaino pieno di quaderni, sogni piccoli, abitudini normali. Quelle di un bambino che deve solo andare a scuola. L’autobus riparte. Le porte si chiudono. Il motore si allontana. E lui resta lì. Non perché facesse confusione. Non perché fosse in ritardo. Non perché avesse fatto qualcosa di sbagliato. Ma perché non aveva il biglietto “olimpico” da 10 euro sulla tratta Calalzo–Cortina. Undici anni. Lasciato a terra. Nel freddo. Nel silenzio che arriva subito dopo, quando ti accorgi che nessuno torna indietro. A raccontarlo oggi è la mamma. La sua voce è più calma, ma non del tutto. Perché certe immagini non si cancellano facilmente: “C’erano -3 gradi, batteva i denti e aveva le labbra blu. Ora sta meglio.” Ora sta meglio, sì. Ieri Riccardo è tornato a scuola. Ha ripreso il suo posto in classe, il banco, i compagni. Ha fatto finta che fosse tutto normale. Ma non lo era. Perché ci sono cose che il corpo supera in fretta, e altre che la testa impiega molto più tempo a digerire. La sensazione di essere invisibile. Di non essere abbastanza importante da fermare un autobus. Di essere solo un problema da lasciare alla fermata. Riccardo ha fatto una scelta che pesa più di quanto sembri: 👉 non prenderà più l’autobus. Non per capriccio. Non per ribellione. Ma perché non si fida più. E quando un bambino smette di fidarsi degli adulti, delle regole, delle istituzioni, qualcosa si incrina. Piano. Senza rumore. Ma resta. Questa storia non parla solo di un biglietto. Parla di come applichiamo le regole. Parla di cosa scegliamo di vedere quando abbiamo davanti una persona fragile. Parla di empatia, quella parola grande che spesso scompare dietro procedure, tariffe, protocolli. Perché una regola può essere corretta. Ma l’umanità non dovrebbe mai essere opzionale. Un bambino non è un tariffario. Non è una tratta. Non è un codice. È qualcuno che ha freddo. È qualcuno che ha paura. È qualcuno che si fida. E forse la vera domanda non è “di chi è la colpa”, ma che cosa stiamo insegnando. Che il mondo funziona solo se hai il biglietto giusto? Che nessuno si ferma se resti indietro? Che chiedere aiuto non serve? Riccardo oggi sta meglio. Ma quella mattina resterà con lui. Come restano certe sensazioni che non sai spiegare, ma che ti accompagnano a lungo. E questa storia resterà anche con noi. Se vogliamo ascoltarla davvero.
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  • GIORNO DELLA MEMORIA

    Campi di sterminio per chi non si vaccina
    Giuseppe Gigantino, cardiologo

    Mi divertirei a vederli morire come mosche
    Andrea Scanzi, giornalista

    Se fosse per me costruirei anche due camere a gas
    Marianna Rubino, medico

    I cani possono sempre entrare. Solo voi, come è giusto, resterete fuori
    Sebastiano Messina, giornalista

    Vagoni separati per non vaccinati
    Mauro Felicori, assessore

    Escludiamo chi non si vaccina dalla vita civile
    Stefano Feltri, giornalista

    I no vax fuori dai luoghi pubblici
    Eugenio Giani, Presidente Regione Toscana

    Potrebbe essere utile che quelli che scelgono di non vaccinarsi andassero in giro con un cartello al collo
    Angelo Giovannini, sindaco di Bomporto

    Stiamo aspettando che i no vax si estinguano da soli
    Paolo Guzzanti, giornalista

    Verranno messi agli arresti domiciliari, chiusi in casa come dei sorci
    Roberto Burioni, virologo.

    Non chiamateli no vax, chiamateli col loro nome: delinquenti
    Alessia Morani, deputato

    Vorrei un virus che ti mangia gli organi in dieci minuti riducendoti a una poltiglia verdastra che sta in un bicchiere per vedere quanti inflessibili no-vax restano al mondo
    Selvaggia Lucarelli, giornalista

    I rider devono sputare nel loro cibo.
    David Parenzo, giornalista

    I loro inviti a non vaccinarsi sono inviti a morire.
    Mario Draghi, Presidente del Consiglio

    Gli metterò le sonde necessarie nei soliti posti, lo farò con un pizzico di piacere in più.
    Cesare Manzini, infermiere

    Gli bucherò una decina di volte la solita vena facendo finta di non prenderla
    Francesca Bertellotti, infermiera

    Provo un pesante odio verso i no vax
    J-Ax, cantante

    Se riempiranno le terapie intensive mi impegnerò per staccare la spina
    Carlotta Saporetti, infermiera

    Non siete vaccinati? Toglietevi dal ca**o!
    Stefano Bonaccini, Presidente Regione Emilia Romagna

    Un giorno faremo una pulizia etnica dei non vaccinati, come il governo ruandese ha sterminato i tutsi
    Alfredo Faieta, giornalista

    Il greenpass ha l’obiettivo di schiacciare gli opportunisti ai minimi livelli
    Renato Brunetta, ministro

    E’ giusto lasciarli morire per strada
    Umberto Tognolli, medico

    Prego Dio affinché i non vaccinati si infettino tra loro e muoiano velocemente
    Giovanni Spano, vicesindaco

    Bisogna essere duri e discriminare chi non si vaccina, in ospedale, a scuola, nei posti di lavoro
    Filippo Maioli, medico

    Serve Bava Beccaris, vanno sfamati col piombo
    Giuliano Cazzola, giornalista

    Mandategli i Carabinieri a casa
    Luca Telese, giornalista

    Gli renderemo la vita difficile, sono pericolosi
    Piepaolo Sileri, Viceministro

    E’ possibile porre a loro carico una parte delle spese mediche, perché colpevoli di non essersi vaccinati
    Sabino Cassese, costituzionalista

    Non sarà bello augurare la morte, ma qualcuno sentirà la mancanza dei novax?
    Laura Cesaretti, giornalista

    Se arrivi in ospedale positivo, il Covid ti sembrerà una spa rispetto a quello che ti farò io
    Vania Zavater, infermiera

    I novax sono i nostri talebani
    Giovanni Toti, presidente regione Liguria

    Sono dei criminali, vanno perseguitati come si fa con i mafiosi
    Matteo Bassetti, infettivologo
    GIORNO DELLA MEMORIA Campi di sterminio per chi non si vaccina Giuseppe Gigantino, cardiologo Mi divertirei a vederli morire come mosche Andrea Scanzi, giornalista Se fosse per me costruirei anche due camere a gas Marianna Rubino, medico I cani possono sempre entrare. Solo voi, come è giusto, resterete fuori Sebastiano Messina, giornalista Vagoni separati per non vaccinati Mauro Felicori, assessore Escludiamo chi non si vaccina dalla vita civile Stefano Feltri, giornalista I no vax fuori dai luoghi pubblici Eugenio Giani, Presidente Regione Toscana Potrebbe essere utile che quelli che scelgono di non vaccinarsi andassero in giro con un cartello al collo Angelo Giovannini, sindaco di Bomporto Stiamo aspettando che i no vax si estinguano da soli Paolo Guzzanti, giornalista Verranno messi agli arresti domiciliari, chiusi in casa come dei sorci Roberto Burioni, virologo. Non chiamateli no vax, chiamateli col loro nome: delinquenti Alessia Morani, deputato Vorrei un virus che ti mangia gli organi in dieci minuti riducendoti a una poltiglia verdastra che sta in un bicchiere per vedere quanti inflessibili no-vax restano al mondo Selvaggia Lucarelli, giornalista I rider devono sputare nel loro cibo. David Parenzo, giornalista I loro inviti a non vaccinarsi sono inviti a morire. Mario Draghi, Presidente del Consiglio Gli metterò le sonde necessarie nei soliti posti, lo farò con un pizzico di piacere in più. Cesare Manzini, infermiere Gli bucherò una decina di volte la solita vena facendo finta di non prenderla Francesca Bertellotti, infermiera Provo un pesante odio verso i no vax J-Ax, cantante Se riempiranno le terapie intensive mi impegnerò per staccare la spina Carlotta Saporetti, infermiera Non siete vaccinati? Toglietevi dal ca**o! Stefano Bonaccini, Presidente Regione Emilia Romagna Un giorno faremo una pulizia etnica dei non vaccinati, come il governo ruandese ha sterminato i tutsi Alfredo Faieta, giornalista Il greenpass ha l’obiettivo di schiacciare gli opportunisti ai minimi livelli Renato Brunetta, ministro E’ giusto lasciarli morire per strada Umberto Tognolli, medico Prego Dio affinché i non vaccinati si infettino tra loro e muoiano velocemente Giovanni Spano, vicesindaco Bisogna essere duri e discriminare chi non si vaccina, in ospedale, a scuola, nei posti di lavoro Filippo Maioli, medico Serve Bava Beccaris, vanno sfamati col piombo Giuliano Cazzola, giornalista Mandategli i Carabinieri a casa Luca Telese, giornalista Gli renderemo la vita difficile, sono pericolosi Piepaolo Sileri, Viceministro E’ possibile porre a loro carico una parte delle spese mediche, perché colpevoli di non essersi vaccinati Sabino Cassese, costituzionalista Non sarà bello augurare la morte, ma qualcuno sentirà la mancanza dei novax? Laura Cesaretti, giornalista Se arrivi in ospedale positivo, il Covid ti sembrerà una spa rispetto a quello che ti farò io Vania Zavater, infermiera I novax sono i nostri talebani Giovanni Toti, presidente regione Liguria Sono dei criminali, vanno perseguitati come si fa con i mafiosi Matteo Bassetti, infettivologo
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  • Quando la scuola dimentica l’umano: il volto di un’educazione senza senso. Lettera

    Inviata da Simone Billeci – La scuola che non vorrei non è una caricatura polemica né un bersaglio facile. È piuttosto l’ombra che appare quando la scuola smette di interrogarsi sul proprio senso e si accontenta di funzionare.

    È quella scuola che va avanti per inerzia, che accumula riforme senza visione, che cambia linguaggi ma non logiche, che promette futuro mentre riproduce stanche abitudini del passato. Proprio perché la scuola è uno dei luoghi più decisivi per la formazione della persona, il rischio della sua deriva non è mai neutro: incide sulle biografie, sulle possibilità, sull’idea stessa di umanità che una società coltiva.

    Non vorrei una scuola che riduce l’educazione a prestazione. Una scuola in cui tutto è misurabile, confrontabile, classificabile, e quasi nulla è davvero compreso. Qui il valore di uno studente coincide con un numero, con una media, con un indicatore di rendimento. Il tempo dell’apprendimento è compresso, standardizzato, reso uniforme, come se le intelligenze fossero tutte uguali e le storie personali irrilevanti. Chi non tiene il passo viene etichettato, chi rallenta è un problema da gestire, chi fatica diventa un caso. È una scuola che parla il linguaggio dell’efficienza, ma dimentica quello della crescita, che richiede lentezza, esitazione, talvolta persino smarrimento.

    Non vorrei una scuola che ha paura dell’errore. In questa scuola sbagliare non è una possibilità educativa, ma una colpa; non un passaggio necessario del pensiero, ma una macchia sul percorso. L’errore viene corretto, segnato, penalizzato, raramente compreso. Così gli studenti imparano presto a non rischiare, a non esporsi, a dire ciò che è previsto invece di ciò che è pensato. Nasce un’intelligenza prudente, addestrata all’indovinare più che al capire. Eppure ogni autentico apprendimento nasce da una frattura, da una domanda che non trova subito risposta, da un tentativo fallito che apre nuove strade. Una scuola che non sa stare dentro l’errore educa alla paura, non alla responsabilità.

    Non vorrei una scuola soffocata dalla burocrazia. Una scuola in cui moduli, scadenze, piattaforme, protocolli e griglie occupano lo spazio che dovrebbe appartenere alle relazioni. Qui gli insegnanti sono spesso stanchi prima ancora di entrare in aula, sommersi da adempimenti che li allontanano dal cuore del loro lavoro: incontrare persone, accompagnare processi, prendersi cura del pensiero. Gli studenti diventano pratiche da gestire, i percorsi educativi fascicoli da archiviare. È una scuola che funziona, forse, ma non vive, perché quando la forma divora il senso l’educazione si trasforma in amministrazione.

    Non vorrei una scuola che confonde l’innovazione con l’accumulo di strumenti. Una scuola che introduce tecnologie senza una chiara visione pedagogica, che digitalizza senza interrogarsi sul significato, che crede di essere moderna perché aggiorna le piattaforme ma non ripensa le relazioni. In questa scuola la velocità è un valore in sé, la connessione continua un dogma, mentre l’attenzione, l’ascolto profondo e la concentrazione diventano sempre più rari. Nessuna tecnologia, per quanto avanzata, può sostituire uno sguardo che riconosce, una parola che incoraggia, una presenza che educa. Quando la scuola lo dimentica, perde la sua umanità.

    Non vorrei una scuola che non ascolta. Che non ascolta gli studenti, trattati come destinatari passivi di decisioni prese altrove. Che non ascolta gli insegnanti, spesso delegittimati o lasciati soli di fronte a responsabilità enormi. Che non ascolta le famiglie, viste più come intralci che come alleate. È una scuola verticale, rigida, autoreferenziale, che comunica molto ma dialoga poco. Qui il conflitto è temuto, il dissenso patologizzato, la complessità ridotta a slogan. Eppure senza ascolto non c’è fiducia, senza fiducia non c’è apprendimento, senza apprendimento non c’è futuro.

    Non vorrei, soprattutto, una scuola che ha smarrito la domanda di senso. Perché studiamo? Perché insegniamo? Perché valutiamo? Perché stiamo insieme, ogni giorno, nello stesso spazio? Quando queste domande scompaiono, la scuola continua a esistere ma smette di educare. Trasmette contenuti senza orizzonte, competenze senza direzione, regole senza significato. Prepara a un mondo che cambia più velocemente dei suoi programmi e lo fa spesso senza interrogarsi sul tipo di persone che sta contribuendo a formare. È una scuola che prepara al lavoro ma non alla vita, all’adattamento ma non al giudizio, alla risposta corretta ma non alla domanda giusta.

    Dire “la scuola che non vorrei” non è un esercizio di nostalgia né una lamentazione sterile. È un atto di responsabilità e, in fondo, di speranza. Significa credere che la scuola possa essere altro: un luogo in cui si formano persone e non solo studenti, in cui il pensiero è allenato alla complessità, in cui la fragilità non è un difetto da correggere ma una dimensione da accompagnare. La scuola che non vorrei è il negativo di quella che potremmo costruire se avessimo il coraggio di rimettere al centro il senso, le relazioni e il futuro. Una scuola capace di chiedere non soltanto “quanto vali?”, ma “chi stai diventando?”. E questa, forse, è la domanda più educativa di tutte.

    Source: https://www.orizzontescuola.it/quando-la-scuola-dimentica-lumano-il-volto-di-uneducazione-senza-senso-lettera/
    Quando la scuola dimentica l’umano: il volto di un’educazione senza senso. Lettera Inviata da Simone Billeci – La scuola che non vorrei non è una caricatura polemica né un bersaglio facile. È piuttosto l’ombra che appare quando la scuola smette di interrogarsi sul proprio senso e si accontenta di funzionare. È quella scuola che va avanti per inerzia, che accumula riforme senza visione, che cambia linguaggi ma non logiche, che promette futuro mentre riproduce stanche abitudini del passato. Proprio perché la scuola è uno dei luoghi più decisivi per la formazione della persona, il rischio della sua deriva non è mai neutro: incide sulle biografie, sulle possibilità, sull’idea stessa di umanità che una società coltiva. Non vorrei una scuola che riduce l’educazione a prestazione. Una scuola in cui tutto è misurabile, confrontabile, classificabile, e quasi nulla è davvero compreso. Qui il valore di uno studente coincide con un numero, con una media, con un indicatore di rendimento. Il tempo dell’apprendimento è compresso, standardizzato, reso uniforme, come se le intelligenze fossero tutte uguali e le storie personali irrilevanti. Chi non tiene il passo viene etichettato, chi rallenta è un problema da gestire, chi fatica diventa un caso. È una scuola che parla il linguaggio dell’efficienza, ma dimentica quello della crescita, che richiede lentezza, esitazione, talvolta persino smarrimento. Non vorrei una scuola che ha paura dell’errore. In questa scuola sbagliare non è una possibilità educativa, ma una colpa; non un passaggio necessario del pensiero, ma una macchia sul percorso. L’errore viene corretto, segnato, penalizzato, raramente compreso. Così gli studenti imparano presto a non rischiare, a non esporsi, a dire ciò che è previsto invece di ciò che è pensato. Nasce un’intelligenza prudente, addestrata all’indovinare più che al capire. Eppure ogni autentico apprendimento nasce da una frattura, da una domanda che non trova subito risposta, da un tentativo fallito che apre nuove strade. Una scuola che non sa stare dentro l’errore educa alla paura, non alla responsabilità. Non vorrei una scuola soffocata dalla burocrazia. Una scuola in cui moduli, scadenze, piattaforme, protocolli e griglie occupano lo spazio che dovrebbe appartenere alle relazioni. Qui gli insegnanti sono spesso stanchi prima ancora di entrare in aula, sommersi da adempimenti che li allontanano dal cuore del loro lavoro: incontrare persone, accompagnare processi, prendersi cura del pensiero. Gli studenti diventano pratiche da gestire, i percorsi educativi fascicoli da archiviare. È una scuola che funziona, forse, ma non vive, perché quando la forma divora il senso l’educazione si trasforma in amministrazione. Non vorrei una scuola che confonde l’innovazione con l’accumulo di strumenti. Una scuola che introduce tecnologie senza una chiara visione pedagogica, che digitalizza senza interrogarsi sul significato, che crede di essere moderna perché aggiorna le piattaforme ma non ripensa le relazioni. In questa scuola la velocità è un valore in sé, la connessione continua un dogma, mentre l’attenzione, l’ascolto profondo e la concentrazione diventano sempre più rari. Nessuna tecnologia, per quanto avanzata, può sostituire uno sguardo che riconosce, una parola che incoraggia, una presenza che educa. Quando la scuola lo dimentica, perde la sua umanità. Non vorrei una scuola che non ascolta. Che non ascolta gli studenti, trattati come destinatari passivi di decisioni prese altrove. Che non ascolta gli insegnanti, spesso delegittimati o lasciati soli di fronte a responsabilità enormi. Che non ascolta le famiglie, viste più come intralci che come alleate. È una scuola verticale, rigida, autoreferenziale, che comunica molto ma dialoga poco. Qui il conflitto è temuto, il dissenso patologizzato, la complessità ridotta a slogan. Eppure senza ascolto non c’è fiducia, senza fiducia non c’è apprendimento, senza apprendimento non c’è futuro. Non vorrei, soprattutto, una scuola che ha smarrito la domanda di senso. Perché studiamo? Perché insegniamo? Perché valutiamo? Perché stiamo insieme, ogni giorno, nello stesso spazio? Quando queste domande scompaiono, la scuola continua a esistere ma smette di educare. Trasmette contenuti senza orizzonte, competenze senza direzione, regole senza significato. Prepara a un mondo che cambia più velocemente dei suoi programmi e lo fa spesso senza interrogarsi sul tipo di persone che sta contribuendo a formare. È una scuola che prepara al lavoro ma non alla vita, all’adattamento ma non al giudizio, alla risposta corretta ma non alla domanda giusta. Dire “la scuola che non vorrei” non è un esercizio di nostalgia né una lamentazione sterile. È un atto di responsabilità e, in fondo, di speranza. Significa credere che la scuola possa essere altro: un luogo in cui si formano persone e non solo studenti, in cui il pensiero è allenato alla complessità, in cui la fragilità non è un difetto da correggere ma una dimensione da accompagnare. La scuola che non vorrei è il negativo di quella che potremmo costruire se avessimo il coraggio di rimettere al centro il senso, le relazioni e il futuro. Una scuola capace di chiedere non soltanto “quanto vali?”, ma “chi stai diventando?”. E questa, forse, è la domanda più educativa di tutte. Source: https://www.orizzontescuola.it/quando-la-scuola-dimentica-lumano-il-volto-di-uneducazione-senza-senso-lettera/
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  • Precari con oltre 36 mesi di servizio, Anief: la Cassazione conferma il diritto al risarcimento danni, ma urge il doppio canale
    https://www.orizzontescuola.it/precari-con-oltre-36-mesi-di-servizio-anief-la-cassazione-conferma-il-diritto-al-risarcimento-danni-ma-urge-il-doppio-canale/
    Precari con oltre 36 mesi di servizio, Anief: la Cassazione conferma il diritto al risarcimento danni, ma urge il doppio canale https://www.orizzontescuola.it/precari-con-oltre-36-mesi-di-servizio-anief-la-cassazione-conferma-il-diritto-al-risarcimento-danni-ma-urge-il-doppio-canale/
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  • AMBASCIATRICE DELL'EDUCAZIONE ALLA SALUTE del GALLES.
    Ecco a voi Athika Ahmed, l'ambasciatrice della salute (Health Ambassador) di soli 23 anni (anche se ne dimostra 50) che opera nel Galles, nel Regno Unito.
    È la nuova consulente - simbolo della salute - del governo per l'istruzione sanitaria femminile a scuola.

    Da Eurasia di Orwell è tutto. Passo e chiudo
    AMBASCIATRICE DELL'EDUCAZIONE ALLA SALUTE del GALLES. Ecco a voi Athika Ahmed, l'ambasciatrice della salute (Health Ambassador) di soli 23 anni (anche se ne dimostra 50) che opera nel Galles, nel Regno Unito. È la nuova consulente - simbolo della salute - del governo per l'istruzione sanitaria femminile a scuola. 😂😂😂😂😂😂😂😂😂😂😂 Da Eurasia di Orwell è tutto. Passo e chiudo
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