• La partita di Francesca: riflessioni di un papà
    :: Segnalazione a Sondrio
    https://www.sondriotoday.it/sport/volley/pallavolo-giovanile-educazione-sconfitta-responsabilita-riflessione-papa.html
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  • Educazione sessuale, teorie gender, "carriera Alias"

    14 febbraio e 28 febbraio

    Teatro del Borgo, Ranica

    Interverrà l'Avv.Amato

    L'Associazione Culturale Italica presenta un ciclo di due conferenze di approfondimento sui temi dell'educazione sessuale scolastica e della cosiddetta "carriera alias".
    Gli eventi sono rivolti a famiglie, insegnanti, operatori scolastici, studenti, psicologi, rappresentanti delle istituzioni ed a tutta la cittadinanza. Attraverso un dialogo multidisciplinare:

    _Conseguenze educative e psicologiche dei nuovi modelli di educazione sessuale.

    _Aspetti giuridici e meccanismi di tutela: responsabilità delle istituzioni scolastiche, diritti dei genitori e doveri degli operatori, con un focus sulle implicazioni della "carriera alias".

    _Ruolo di supporto e l'importanza delle istituzioni religiose, in particolare della Chiesa Cattolica, nel percorso di educazione affettiva e sessuale degli adolescenti a fianco delle famiglie.

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    Educazione sessuale, teorie gender, "carriera Alias" 14 febbraio e 28 febbraio Teatro del Borgo, Ranica Interverrà l'Avv.Amato L'Associazione Culturale Italica presenta un ciclo di due conferenze di approfondimento sui temi dell'educazione sessuale scolastica e della cosiddetta "carriera alias". Gli eventi sono rivolti a famiglie, insegnanti, operatori scolastici, studenti, psicologi, rappresentanti delle istituzioni ed a tutta la cittadinanza. Attraverso un dialogo multidisciplinare: _Conseguenze educative e psicologiche dei nuovi modelli di educazione sessuale. _Aspetti giuridici e meccanismi di tutela: responsabilità delle istituzioni scolastiche, diritti dei genitori e doveri degli operatori, con un focus sulle implicazioni della "carriera alias". _Ruolo di supporto e l'importanza delle istituzioni religiose, in particolare della Chiesa Cattolica, nel percorso di educazione affettiva e sessuale degli adolescenti a fianco delle famiglie. 🌐 I nostri link social: Instagram Facebook Telegram YouTube
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  • IL RIMEDIO C’È

    Vi rubo qualche minuto di questa Domenica, a fine weekend, per fermarci a riflettere su un problema democratico reale e spesso rimosso.
    È vero: non possiamo limitarci alla lamentela. Ma proprio per questo dobbiamo iniziare a costruire soluzioni concrete, a partire da una legge elettorale davvero equa e corretta.

    Il rimedio esiste.
    Non è un’operazione di chirurgia invasiva, né una scorciatoia miracolosa. A qualcuno potrà sembrare il solito “tentativo lontano”.
    Eppure sappiamo che, nella vita come nella democrazia, anche un piccolo sasso nell’acqua può generare onde durature , se c’è la volontà di farle proseguire.

    Per questo, insieme agli amici dell’Associazione VotoLibEguale, il 15 novembre scorso abbiamo lanciato 3 Leggi di Iniziativa Popolare, che riprendono e rilanciano le proposte già portate avanti con il tour #iovoglioscegliere.
    Un obiettivo chiaro: restituire agli elettori il diritto di scegliere davvero chi li rappresenta.

    Firmare non è solo un atto formale.
    È un gesto di responsabilità civica, un modo concreto per dire che la democrazia non è delega cieca, ma partecipazione consapevole

    FIRMA ORA (1 minuto)
    Serve solo SPID o CIE
    1️⃣ Vai su https://votolibeguale.it
    2️⃣ Clicca Accedi (pulsanti blu)
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    4️⃣ Conferma la firma

    Attenzione : C’è tempo fino al 15/05/27, ma il momento giusto per agire è adesso.

    #VotoLibEguale #DemocraziaDiretta #Partecipazione #RiformaElettorale
    IL RIMEDIO C’È 💡 Vi rubo qualche minuto di questa Domenica, a fine weekend, per fermarci a riflettere su un problema democratico reale e spesso rimosso. È vero: non possiamo limitarci alla lamentela. Ma proprio per questo dobbiamo iniziare a costruire soluzioni concrete, a partire da una legge elettorale davvero equa e corretta. Il rimedio esiste. Non è un’operazione di chirurgia invasiva, né una scorciatoia miracolosa. A qualcuno potrà sembrare il solito “tentativo lontano”. Eppure sappiamo che, nella vita come nella democrazia, anche un piccolo sasso nell’acqua può generare onde durature 🌊, se c’è la volontà di farle proseguire. Per questo, insieme agli amici dell’Associazione VotoLibEguale, il 15 novembre scorso abbiamo lanciato 3 Leggi di Iniziativa Popolare, che riprendono e rilanciano le proposte già portate avanti con il tour #iovoglioscegliere. Un obiettivo chiaro: restituire agli elettori il diritto di scegliere davvero chi li rappresenta. 👉 Firmare non è solo un atto formale. È un gesto di responsabilità civica, un modo concreto per dire che la democrazia non è delega cieca, ma partecipazione consapevole ✍️🇮🇹 ✍️ FIRMA ORA (1 minuto) Serve solo SPID o CIE 1️⃣ Vai su 👉 https://votolibeguale.it 2️⃣ Clicca Accedi (pulsanti blu) 3️⃣ Usa SPID o CieID 4️⃣ Conferma la firma ✅ Attenzione ⏰ : C’è tempo fino al 15/05/27, ma il momento giusto per agire è adesso. #VotoLibEguale #DemocraziaDiretta #Partecipazione #RiformaElettorale
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  • Il MUOSTRO DI NISCEMI

    MUOS a Niscemi è una stazione terrestre del sistema militare di comunicazioni satellitari Mobile User Objective System (MUOS), gestita dalla Marina militare degli Stati Uniti. Situata nel libero consorzio comunale di Caltanissetta, all'interno della Riserva Naturale Orientata della Sughereta di Niscemi, la base è parte della Naval Radio Transmitter Facility (NRTF), operativa dal 1991. Il progetto, inizialmente previsto a Sigonella, è stato spostato a Niscemi per evitare interferenze elettromagnetiche con armi presenti nella base, come rivelato da uno studio dell'AGI del 2007.

    La stazione, completata nel 2014, include tre antenne paraboliche da 18,4 metri e due trasmettitori elicoidali da 149 metri, che operano in bande UHF e Ka, con frequenze tra 240 e 315 MHz e 30–31 GHz, rispettivamente. Il sistema consente comunicazioni ad alta velocità per droni, sottomarini, aerei e centri di comando della NATO e degli USA.

    Il MUOS ha suscitato forti opposizioni da parte dei comitati No Muos, che denunciano rischi per la salute umana (inquinamento elettromagnetico, rischio di leucemie e mutazioni genetiche), impatto ambientale sulla riserva naturale e violazione dell’art. 11 della Costituzione italiana, che ripudia la guerra come strumento di offesa.

    Nel 2026, Niscemi è tornata sotto i riflettori per una frana di 4 km, che ha isolato il paese e causato lo sfollamento di oltre 1500 persone. Le autorità hanno identificato cause strutturali: incuria politica, abusi edilizi, instabilità geologica e militarizzazione del territorio, con la presenza della base da decenni. Il disastro ha riacceso il dibattito sulla responsabilità delle istituzioni e sul ruolo della base militare nel degrado del territorio.

    Attualmente, la stazione è in funzione dal 2016 e rimane un punto focale di tensione tra sicurezza nazionale, sovranità territoriale e diritti dei cittadini.

    Quali sono i rischi per la salute legati alle frequenze MUOS?
    Come ha influenzato la militarizzazione la geologia di Niscemi?
    Quali misure sono state prese per proteggere la riserva naturale?

    No Muos
    A seguito della chiusura della stazione di Keflavik (Islanda), nel settembre 2006 è stato installato a Niscemi un Sistema “addizionale” di processamento e comunicazione automatico e integrato (ISABPS) che consente tutte le funzioni di collegamento in bassa frequenza con i sottomarini strategici (Atlantic Low Frequency Submarine Broadcast). Attualmente all’interno dell’infrastruttura fervono i preparativi per l’installazione di uno dei quattro terminali terrestri al mondo del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS (Mobile User Objective System) della Marina militare degli Stai Uniti d’America (US Navy)

    Stampalibera
    Niscemi è vittima di una gestione del territorio che da anni avvelena l’acqua, l’aria e la terra. Un totale avvelenamento causato dall’istallazione delle antenne MUOS, opere strategiche per la guerra e nello stesso tempo “arma ambientale”. In queste ore basta guardare le riprese dei droni per far somigliare quei territori devastati simili agli scenari che riproducono aree colpite dalle bombe.

    Editoriale Domani
    niscemi-oltre-disastro-geologico-rimarra-presidio-pace-no-muos-usa-nxwd9vs7
    Non è solo il centro del mondo. Niscemi come presidio di pace
    Da quando nel 2006 fu stipulato il patto con gli Usa per l’installazione del Muos, detto anche il “Muostro”, un sistema satellitare che crea una rete di comunicazione segreta in tutto il pianeta, i niscemesi si oppongono strenuamente ...

    Il Fatto Nisseno
    dal-muos-alla-frana-di-niscemi-janni-ciclone-harry-non-e-emergenza-inaspettata

    Il Fatto Quotidiano
    la rabbia di niscemi: “dov’è lo stato? i miliardi inviati da roma sono stati utilizzati per il territorio?”
    La rabbia di Niscemi contro Schifani: "Dov'è lo Stato? I miliardi inviati da Roma sono stati utilizzati per il territorio?"
    Il MUOSTRO DI NISCEMI MUOS a Niscemi è una stazione terrestre del sistema militare di comunicazioni satellitari Mobile User Objective System (MUOS), gestita dalla Marina militare degli Stati Uniti. Situata nel libero consorzio comunale di Caltanissetta, all'interno della Riserva Naturale Orientata della Sughereta di Niscemi, la base è parte della Naval Radio Transmitter Facility (NRTF), operativa dal 1991. Il progetto, inizialmente previsto a Sigonella, è stato spostato a Niscemi per evitare interferenze elettromagnetiche con armi presenti nella base, come rivelato da uno studio dell'AGI del 2007. La stazione, completata nel 2014, include tre antenne paraboliche da 18,4 metri e due trasmettitori elicoidali da 149 metri, che operano in bande UHF e Ka, con frequenze tra 240 e 315 MHz e 30–31 GHz, rispettivamente. Il sistema consente comunicazioni ad alta velocità per droni, sottomarini, aerei e centri di comando della NATO e degli USA. Il MUOS ha suscitato forti opposizioni da parte dei comitati No Muos, che denunciano rischi per la salute umana (inquinamento elettromagnetico, rischio di leucemie e mutazioni genetiche), impatto ambientale sulla riserva naturale e violazione dell’art. 11 della Costituzione italiana, che ripudia la guerra come strumento di offesa. Nel 2026, Niscemi è tornata sotto i riflettori per una frana di 4 km, che ha isolato il paese e causato lo sfollamento di oltre 1500 persone. Le autorità hanno identificato cause strutturali: incuria politica, abusi edilizi, instabilità geologica e militarizzazione del territorio, con la presenza della base da decenni. Il disastro ha riacceso il dibattito sulla responsabilità delle istituzioni e sul ruolo della base militare nel degrado del territorio. Attualmente, la stazione è in funzione dal 2016 e rimane un punto focale di tensione tra sicurezza nazionale, sovranità territoriale e diritti dei cittadini. Quali sono i rischi per la salute legati alle frequenze MUOS? Come ha influenzato la militarizzazione la geologia di Niscemi? Quali misure sono state prese per proteggere la riserva naturale? No Muos A seguito della chiusura della stazione di Keflavik (Islanda), nel settembre 2006 è stato installato a Niscemi un Sistema “addizionale” di processamento e comunicazione automatico e integrato (ISABPS) che consente tutte le funzioni di collegamento in bassa frequenza con i sottomarini strategici (Atlantic Low Frequency Submarine Broadcast). Attualmente all’interno dell’infrastruttura fervono i preparativi per l’installazione di uno dei quattro terminali terrestri al mondo del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS (Mobile User Objective System) della Marina militare degli Stai Uniti d’America (US Navy) Stampalibera Niscemi è vittima di una gestione del territorio che da anni avvelena l’acqua, l’aria e la terra. Un totale avvelenamento causato dall’istallazione delle antenne MUOS, opere strategiche per la guerra e nello stesso tempo “arma ambientale”. In queste ore basta guardare le riprese dei droni per far somigliare quei territori devastati simili agli scenari che riproducono aree colpite dalle bombe. Editoriale Domani niscemi-oltre-disastro-geologico-rimarra-presidio-pace-no-muos-usa-nxwd9vs7 Non è solo il centro del mondo. Niscemi come presidio di pace Da quando nel 2006 fu stipulato il patto con gli Usa per l’installazione del Muos, detto anche il “Muostro”, un sistema satellitare che crea una rete di comunicazione segreta in tutto il pianeta, i niscemesi si oppongono strenuamente ... Il Fatto Nisseno dal-muos-alla-frana-di-niscemi-janni-ciclone-harry-non-e-emergenza-inaspettata Il Fatto Quotidiano la rabbia di niscemi: “dov’è lo stato? i miliardi inviati da roma sono stati utilizzati per il territorio?” La rabbia di Niscemi contro Schifani: "Dov'è lo Stato? I miliardi inviati da Roma sono stati utilizzati per il territorio?"
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  • LA COERENZA E LA RESISTENZA (QUELLA VERA)

    Non è la “fama” il punto, né la firma mancante (che non rende meno veri i fatti). Il punto è la coerenza, che qui viene sistematicamente aggirata, diluita, giustificata.

    Per anni hai fatto presìdi ogni sabato.
    Per anni hai denunciato i danni da vaccino Covid-19, la narrazione sanitaria imposta, il ricatto del Green Pass, il tradimento della medicina.
    Non a parole, ma mettendoci la faccia e il tempo. Su questo nessuno discute.

    Ed è proprio per questo che oggi la scelta pesa di più.

    Perché non stiamo parlando di “ammazzare i vaccinati” (argomento caricaturale che nessuno ha mai posto), ma di sostenere politicamente un candidato che si dichiara vaccinista, cioè parte integrante di quella visione che per anni hai definito falsa, dannosa e pericolosa.

    La questione non è se si è vaccinato.
    La questione è cosa difende oggi e cosa rappresenta politicamente.

    Dire:
    “Credeva (o crede ancora) che i vaccini Covid siano serviti”

    non è un dettaglio.
    È una linea di frattura politica e morale.

    Perché chi crede che “siano serviti”:
    minimizza o nega i danneggiati
    legittima l’impianto emergenziale
    assolve le responsabilità istituzionali
    considera quegli anni, tutto sommato, giustificabili.

    Questo è vaccinismo, anche se temperato da buone maniere.

    La libertà di scelta terapeutica non è un optional da programma elettorale, né un “paletto” negoziabile come la viabilità o l’urbanistica.
    È il cuore del conflitto che ha mosso la cosiddetta “resistenza”.

    Ed è qui che cade l’argomento dell’“assenza di alternative”.

    Perché quando si dice:
    “Alternative non ce ne sono”

    si sta facendo esattamente ciò che si è sempre rimproverato al sistema: accettare il meno peggio, normalizzare l’inaccettabile, scegliere l’opportunismo al posto del principio.

    Sì, il movimento si è diviso.
    Sì, ci sono state colpe, personalismi, incapacità di sintesi.
    Ma il fallimento di un’aggregazione non autorizza a capovolgere il senso della lotta.

    Passare da:
    “Mai con chi sostiene il sistema sanitario che ci ha colpiti”

    a:

    “Appoggiamo un candidato vaccinista perché è disponibile al dialogo”

    non è realpolitik. È rimozione.

    Dire che “parlando nascono i dubbi in loro” è un’illusione già vista mille volte.
    Il potere non cambia idea dal basso, ma usa il consenso di chi spera di influenzarlo per legittimarsi.

    Tu parli di “lista mista” come strumento per far crescere i dubbi negli altri.
    Ma il rischio reale è un altro:
    che sia la resistenza a sciogliersi dentro una lista che non ne condivide il fondamento.

    E qui torniamo alla leggerezza.

    La vera leggerezza non è non votare.
    È pensare che la storia degli ultimi anni possa essere archiviata con una stretta di mano e qualche punto corretto nel programma.

    La vera resistenza non è “parlare con tutti”.
    È sapere con chi non si può scendere a compromesso.

    Se domani emergerà un candidato realmente coerente, sarete “ben felici di sostenerlo”, dici.
    Ma nel frattempo sostenete chi quella coerenza non ce l’ha.

    Ed è questo il cortocircuito.

    Non è una questione di purezza ideologica.
    È una questione di memoria, responsabilità e schiena dritta.

    Perché chi ha resistito davvero non dimentica.
    E chi non dimentica, non si presta a rendere “accettabile” ciò che per anni ha denunciato come inaccettabile.

    COMBATTENTI per le LIBERTÀ!
    LA COERENZA E LA RESISTENZA (QUELLA VERA) Non è la “fama” il punto, né la firma mancante (che non rende meno veri i fatti). Il punto è la coerenza, che qui viene sistematicamente aggirata, diluita, giustificata. Per anni hai fatto presìdi ogni sabato. Per anni hai denunciato i danni da vaccino Covid-19, la narrazione sanitaria imposta, il ricatto del Green Pass, il tradimento della medicina. Non a parole, ma mettendoci la faccia e il tempo. Su questo nessuno discute. Ed è proprio per questo che oggi la scelta pesa di più. Perché non stiamo parlando di “ammazzare i vaccinati” (argomento caricaturale che nessuno ha mai posto), ma di sostenere politicamente un candidato che si dichiara vaccinista, cioè parte integrante di quella visione che per anni hai definito falsa, dannosa e pericolosa. La questione non è se si è vaccinato. La questione è cosa difende oggi e cosa rappresenta politicamente. Dire: “Credeva (o crede ancora) che i vaccini Covid siano serviti” non è un dettaglio. È una linea di frattura politica e morale. Perché chi crede che “siano serviti”: minimizza o nega i danneggiati legittima l’impianto emergenziale assolve le responsabilità istituzionali considera quegli anni, tutto sommato, giustificabili. Questo è vaccinismo, anche se temperato da buone maniere. La libertà di scelta terapeutica non è un optional da programma elettorale, né un “paletto” negoziabile come la viabilità o l’urbanistica. È il cuore del conflitto che ha mosso la cosiddetta “resistenza”. Ed è qui che cade l’argomento dell’“assenza di alternative”. Perché quando si dice: “Alternative non ce ne sono” si sta facendo esattamente ciò che si è sempre rimproverato al sistema: accettare il meno peggio, normalizzare l’inaccettabile, scegliere l’opportunismo al posto del principio. Sì, il movimento si è diviso. Sì, ci sono state colpe, personalismi, incapacità di sintesi. Ma il fallimento di un’aggregazione non autorizza a capovolgere il senso della lotta. Passare da: “Mai con chi sostiene il sistema sanitario che ci ha colpiti” a: “Appoggiamo un candidato vaccinista perché è disponibile al dialogo” non è realpolitik. È rimozione. Dire che “parlando nascono i dubbi in loro” è un’illusione già vista mille volte. Il potere non cambia idea dal basso, ma usa il consenso di chi spera di influenzarlo per legittimarsi. Tu parli di “lista mista” come strumento per far crescere i dubbi negli altri. Ma il rischio reale è un altro: che sia la resistenza a sciogliersi dentro una lista che non ne condivide il fondamento. E qui torniamo alla leggerezza. La vera leggerezza non è non votare. È pensare che la storia degli ultimi anni possa essere archiviata con una stretta di mano e qualche punto corretto nel programma. La vera resistenza non è “parlare con tutti”. È sapere con chi non si può scendere a compromesso. Se domani emergerà un candidato realmente coerente, sarete “ben felici di sostenerlo”, dici. Ma nel frattempo sostenete chi quella coerenza non ce l’ha. Ed è questo il cortocircuito. Non è una questione di purezza ideologica. È una questione di memoria, responsabilità e schiena dritta. Perché chi ha resistito davvero non dimentica. E chi non dimentica, non si presta a rendere “accettabile” ciò che per anni ha denunciato come inaccettabile. COMBATTENTI per le LIBERTÀ!
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  • Incredibile, sono diventato famoso, questa lettera è rivolta a me, non si sa da chi, almeno si firmasse ma credo di saperlo, come se fosse mia responsabilità che i resistenti, quelli no vax duri e puri che per anni hanno rifiutato di mettersi d'accordo, Paragone, Toscano, Cunial, Donato, più Teodori e tanti altri che non meritano di essere ricordati, se nel 22 avessero messo assieme le rispettive liste avrebbero preso un bel 8% di consensi e un gruppo di parlamentari che avrebbe potuto condizionare tutto il governo Lega 5s.
    Ma non è andata cosi.
    Ognuno per se e tutti nella cacca.
    Chissà cosa sarebbe successo. Forse si sarebbero anche loro venduti o forse no.
    Resta il problema di queste persone che non vogliono accordarsi con nessuno, che hanno ragione solo loro, e intanto nessuno si accorda con nessun altro, una aggregazione nazionale si è formata e si è gia frantumata in un mese, e nel tentativo di mettere assieme una lista civica per Milano, i gruppetti politici si sono già divisi dai cittadini.
    Ognuno vorrebbe il proprio candidato senza rendersi conto dell'impegno che richiede fare una lista.
    In questo caos abbiamo valutato una persona che è già partita col suo programma, gli abbiamo posto dei nostri paletti sulla mobilità libera, sulle case per tutti, legalità, sicurezza, rispetto della vivibilità dei residenti, basta follie green ma ecologia vera a misura d'uomo e ha modificato le parti del suo programma che erano per noi problematiche.
    Poi abbiamo scoperto che si è vaccinato e credeva, o crede ancora non lo so, che i vaccini covid siano serviti a qualche cosa.
    Ma concorda sulla libertà di scelta terapeutica ed era contro il green pass.
    Quindi cosa chiedete voi che poi non andrete a votare.
    Dobbiamo ammazzare tutti quelli che si sono vaccinati o hanno creduto alle palle dei medici di regime?
    Parlando i dubbi nascono a loro, non certo a me o a voi, e quindi di cosa avete paura?
    Cari attivisti che non vi firmate, è ora di parlare con tutti, noi sappiamo la verità e loro stanno perdendo.
    Appoggiare una lista mista farà solo crescere i loro dubbi.
    E poi alternative non ce ne sono.
    Se tutti i duri e puri troveranno un candidato plausibile, saremo ben felici di sostenerlo.
    Walter Monici
    Agendamilano
    Incredibile, sono diventato famoso, questa lettera è rivolta a me, non si sa da chi, almeno si firmasse ma credo di saperlo, come se fosse mia responsabilità che i resistenti, quelli no vax duri e puri che per anni hanno rifiutato di mettersi d'accordo, Paragone, Toscano, Cunial, Donato, più Teodori e tanti altri che non meritano di essere ricordati, se nel 22 avessero messo assieme le rispettive liste avrebbero preso un bel 8% di consensi e un gruppo di parlamentari che avrebbe potuto condizionare tutto il governo Lega 5s. Ma non è andata cosi. Ognuno per se e tutti nella cacca. Chissà cosa sarebbe successo. Forse si sarebbero anche loro venduti o forse no. Resta il problema di queste persone che non vogliono accordarsi con nessuno, che hanno ragione solo loro, e intanto nessuno si accorda con nessun altro, una aggregazione nazionale si è formata e si è gia frantumata in un mese, e nel tentativo di mettere assieme una lista civica per Milano, i gruppetti politici si sono già divisi dai cittadini. Ognuno vorrebbe il proprio candidato senza rendersi conto dell'impegno che richiede fare una lista. In questo caos abbiamo valutato una persona che è già partita col suo programma, gli abbiamo posto dei nostri paletti sulla mobilità libera, sulle case per tutti, legalità, sicurezza, rispetto della vivibilità dei residenti, basta follie green ma ecologia vera a misura d'uomo e ha modificato le parti del suo programma che erano per noi problematiche. Poi abbiamo scoperto che si è vaccinato e credeva, o crede ancora non lo so, che i vaccini covid siano serviti a qualche cosa. Ma concorda sulla libertà di scelta terapeutica ed era contro il green pass. Quindi cosa chiedete voi che poi non andrete a votare. Dobbiamo ammazzare tutti quelli che si sono vaccinati o hanno creduto alle palle dei medici di regime? Parlando i dubbi nascono a loro, non certo a me o a voi, e quindi di cosa avete paura? Cari attivisti che non vi firmate, è ora di parlare con tutti, noi sappiamo la verità e loro stanno perdendo. Appoggiare una lista mista farà solo crescere i loro dubbi. E poi alternative non ce ne sono. Se tutti i duri e puri troveranno un candidato plausibile, saremo ben felici di sostenerlo. Walter Monici Agendamilano
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  • Quando la scuola dimentica l’umano: il volto di un’educazione senza senso. Lettera

    Inviata da Simone Billeci – La scuola che non vorrei non è una caricatura polemica né un bersaglio facile. È piuttosto l’ombra che appare quando la scuola smette di interrogarsi sul proprio senso e si accontenta di funzionare.

    È quella scuola che va avanti per inerzia, che accumula riforme senza visione, che cambia linguaggi ma non logiche, che promette futuro mentre riproduce stanche abitudini del passato. Proprio perché la scuola è uno dei luoghi più decisivi per la formazione della persona, il rischio della sua deriva non è mai neutro: incide sulle biografie, sulle possibilità, sull’idea stessa di umanità che una società coltiva.

    Non vorrei una scuola che riduce l’educazione a prestazione. Una scuola in cui tutto è misurabile, confrontabile, classificabile, e quasi nulla è davvero compreso. Qui il valore di uno studente coincide con un numero, con una media, con un indicatore di rendimento. Il tempo dell’apprendimento è compresso, standardizzato, reso uniforme, come se le intelligenze fossero tutte uguali e le storie personali irrilevanti. Chi non tiene il passo viene etichettato, chi rallenta è un problema da gestire, chi fatica diventa un caso. È una scuola che parla il linguaggio dell’efficienza, ma dimentica quello della crescita, che richiede lentezza, esitazione, talvolta persino smarrimento.

    Non vorrei una scuola che ha paura dell’errore. In questa scuola sbagliare non è una possibilità educativa, ma una colpa; non un passaggio necessario del pensiero, ma una macchia sul percorso. L’errore viene corretto, segnato, penalizzato, raramente compreso. Così gli studenti imparano presto a non rischiare, a non esporsi, a dire ciò che è previsto invece di ciò che è pensato. Nasce un’intelligenza prudente, addestrata all’indovinare più che al capire. Eppure ogni autentico apprendimento nasce da una frattura, da una domanda che non trova subito risposta, da un tentativo fallito che apre nuove strade. Una scuola che non sa stare dentro l’errore educa alla paura, non alla responsabilità.

    Non vorrei una scuola soffocata dalla burocrazia. Una scuola in cui moduli, scadenze, piattaforme, protocolli e griglie occupano lo spazio che dovrebbe appartenere alle relazioni. Qui gli insegnanti sono spesso stanchi prima ancora di entrare in aula, sommersi da adempimenti che li allontanano dal cuore del loro lavoro: incontrare persone, accompagnare processi, prendersi cura del pensiero. Gli studenti diventano pratiche da gestire, i percorsi educativi fascicoli da archiviare. È una scuola che funziona, forse, ma non vive, perché quando la forma divora il senso l’educazione si trasforma in amministrazione.

    Non vorrei una scuola che confonde l’innovazione con l’accumulo di strumenti. Una scuola che introduce tecnologie senza una chiara visione pedagogica, che digitalizza senza interrogarsi sul significato, che crede di essere moderna perché aggiorna le piattaforme ma non ripensa le relazioni. In questa scuola la velocità è un valore in sé, la connessione continua un dogma, mentre l’attenzione, l’ascolto profondo e la concentrazione diventano sempre più rari. Nessuna tecnologia, per quanto avanzata, può sostituire uno sguardo che riconosce, una parola che incoraggia, una presenza che educa. Quando la scuola lo dimentica, perde la sua umanità.

    Non vorrei una scuola che non ascolta. Che non ascolta gli studenti, trattati come destinatari passivi di decisioni prese altrove. Che non ascolta gli insegnanti, spesso delegittimati o lasciati soli di fronte a responsabilità enormi. Che non ascolta le famiglie, viste più come intralci che come alleate. È una scuola verticale, rigida, autoreferenziale, che comunica molto ma dialoga poco. Qui il conflitto è temuto, il dissenso patologizzato, la complessità ridotta a slogan. Eppure senza ascolto non c’è fiducia, senza fiducia non c’è apprendimento, senza apprendimento non c’è futuro.

    Non vorrei, soprattutto, una scuola che ha smarrito la domanda di senso. Perché studiamo? Perché insegniamo? Perché valutiamo? Perché stiamo insieme, ogni giorno, nello stesso spazio? Quando queste domande scompaiono, la scuola continua a esistere ma smette di educare. Trasmette contenuti senza orizzonte, competenze senza direzione, regole senza significato. Prepara a un mondo che cambia più velocemente dei suoi programmi e lo fa spesso senza interrogarsi sul tipo di persone che sta contribuendo a formare. È una scuola che prepara al lavoro ma non alla vita, all’adattamento ma non al giudizio, alla risposta corretta ma non alla domanda giusta.

    Dire “la scuola che non vorrei” non è un esercizio di nostalgia né una lamentazione sterile. È un atto di responsabilità e, in fondo, di speranza. Significa credere che la scuola possa essere altro: un luogo in cui si formano persone e non solo studenti, in cui il pensiero è allenato alla complessità, in cui la fragilità non è un difetto da correggere ma una dimensione da accompagnare. La scuola che non vorrei è il negativo di quella che potremmo costruire se avessimo il coraggio di rimettere al centro il senso, le relazioni e il futuro. Una scuola capace di chiedere non soltanto “quanto vali?”, ma “chi stai diventando?”. E questa, forse, è la domanda più educativa di tutte.

    Source: https://www.orizzontescuola.it/quando-la-scuola-dimentica-lumano-il-volto-di-uneducazione-senza-senso-lettera/
    Quando la scuola dimentica l’umano: il volto di un’educazione senza senso. Lettera Inviata da Simone Billeci – La scuola che non vorrei non è una caricatura polemica né un bersaglio facile. È piuttosto l’ombra che appare quando la scuola smette di interrogarsi sul proprio senso e si accontenta di funzionare. È quella scuola che va avanti per inerzia, che accumula riforme senza visione, che cambia linguaggi ma non logiche, che promette futuro mentre riproduce stanche abitudini del passato. Proprio perché la scuola è uno dei luoghi più decisivi per la formazione della persona, il rischio della sua deriva non è mai neutro: incide sulle biografie, sulle possibilità, sull’idea stessa di umanità che una società coltiva. Non vorrei una scuola che riduce l’educazione a prestazione. Una scuola in cui tutto è misurabile, confrontabile, classificabile, e quasi nulla è davvero compreso. Qui il valore di uno studente coincide con un numero, con una media, con un indicatore di rendimento. Il tempo dell’apprendimento è compresso, standardizzato, reso uniforme, come se le intelligenze fossero tutte uguali e le storie personali irrilevanti. Chi non tiene il passo viene etichettato, chi rallenta è un problema da gestire, chi fatica diventa un caso. È una scuola che parla il linguaggio dell’efficienza, ma dimentica quello della crescita, che richiede lentezza, esitazione, talvolta persino smarrimento. Non vorrei una scuola che ha paura dell’errore. In questa scuola sbagliare non è una possibilità educativa, ma una colpa; non un passaggio necessario del pensiero, ma una macchia sul percorso. L’errore viene corretto, segnato, penalizzato, raramente compreso. Così gli studenti imparano presto a non rischiare, a non esporsi, a dire ciò che è previsto invece di ciò che è pensato. Nasce un’intelligenza prudente, addestrata all’indovinare più che al capire. Eppure ogni autentico apprendimento nasce da una frattura, da una domanda che non trova subito risposta, da un tentativo fallito che apre nuove strade. Una scuola che non sa stare dentro l’errore educa alla paura, non alla responsabilità. Non vorrei una scuola soffocata dalla burocrazia. Una scuola in cui moduli, scadenze, piattaforme, protocolli e griglie occupano lo spazio che dovrebbe appartenere alle relazioni. Qui gli insegnanti sono spesso stanchi prima ancora di entrare in aula, sommersi da adempimenti che li allontanano dal cuore del loro lavoro: incontrare persone, accompagnare processi, prendersi cura del pensiero. Gli studenti diventano pratiche da gestire, i percorsi educativi fascicoli da archiviare. È una scuola che funziona, forse, ma non vive, perché quando la forma divora il senso l’educazione si trasforma in amministrazione. Non vorrei una scuola che confonde l’innovazione con l’accumulo di strumenti. Una scuola che introduce tecnologie senza una chiara visione pedagogica, che digitalizza senza interrogarsi sul significato, che crede di essere moderna perché aggiorna le piattaforme ma non ripensa le relazioni. In questa scuola la velocità è un valore in sé, la connessione continua un dogma, mentre l’attenzione, l’ascolto profondo e la concentrazione diventano sempre più rari. Nessuna tecnologia, per quanto avanzata, può sostituire uno sguardo che riconosce, una parola che incoraggia, una presenza che educa. Quando la scuola lo dimentica, perde la sua umanità. Non vorrei una scuola che non ascolta. Che non ascolta gli studenti, trattati come destinatari passivi di decisioni prese altrove. Che non ascolta gli insegnanti, spesso delegittimati o lasciati soli di fronte a responsabilità enormi. Che non ascolta le famiglie, viste più come intralci che come alleate. È una scuola verticale, rigida, autoreferenziale, che comunica molto ma dialoga poco. Qui il conflitto è temuto, il dissenso patologizzato, la complessità ridotta a slogan. Eppure senza ascolto non c’è fiducia, senza fiducia non c’è apprendimento, senza apprendimento non c’è futuro. Non vorrei, soprattutto, una scuola che ha smarrito la domanda di senso. Perché studiamo? Perché insegniamo? Perché valutiamo? Perché stiamo insieme, ogni giorno, nello stesso spazio? Quando queste domande scompaiono, la scuola continua a esistere ma smette di educare. Trasmette contenuti senza orizzonte, competenze senza direzione, regole senza significato. Prepara a un mondo che cambia più velocemente dei suoi programmi e lo fa spesso senza interrogarsi sul tipo di persone che sta contribuendo a formare. È una scuola che prepara al lavoro ma non alla vita, all’adattamento ma non al giudizio, alla risposta corretta ma non alla domanda giusta. Dire “la scuola che non vorrei” non è un esercizio di nostalgia né una lamentazione sterile. È un atto di responsabilità e, in fondo, di speranza. Significa credere che la scuola possa essere altro: un luogo in cui si formano persone e non solo studenti, in cui il pensiero è allenato alla complessità, in cui la fragilità non è un difetto da correggere ma una dimensione da accompagnare. La scuola che non vorrei è il negativo di quella che potremmo costruire se avessimo il coraggio di rimettere al centro il senso, le relazioni e il futuro. Una scuola capace di chiedere non soltanto “quanto vali?”, ma “chi stai diventando?”. E questa, forse, è la domanda più educativa di tutte. Source: https://www.orizzontescuola.it/quando-la-scuola-dimentica-lumano-il-volto-di-uneducazione-senza-senso-lettera/
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  • Estratto dal discorso di Papa Leone XIV al corpo diplomatico. 16- Maggio 2025-https://share.google/ZYJFegd9cEXlErptd
    Nel nostro dialogo vorrei che tenessimo presente tre parole-chiave, ( pace, giustizia, verità n.d.r.) che costituiscono i pilastri dell’azione missionaria della Chiesa e del lavoro della diplomazia della Santa Sede.

    La prima parola è pace. Troppe volte la consideriamo una parola “negativa”, ossia come mera assenza di guerra e di conflitto, poiché la contrapposizione è parte della natura umana e ci accompagna sempre, spingendoci troppo spesso a vivere in un costante “stato di conflitto”: in casa, al lavoro, nella società. La pace allora sembra una semplice tregua, un momento di riposo tra una contesa e l’altra, poiché, per quanto ci si sforzi, le tensioni sono sempre presenti, un po’ come la brace che cova sotto la cenere, pronta a riaccendersi in ogni momento.

    Nella prospettiva cristiana — come anche in quella di altre esperienze religiose — la pace è anzitutto un dono: il primo dono di Cristo: «Vi do la mia pace» (Gv 14, 27). Essa è però un dono attivo, coinvolgente, che interessa e impegna ciascuno di noi, indipendentemente dalla provenienza culturale e dall’appartenenza religiosa, e che esige anzitutto un lavoro su sé stessi. La pace si costruisce nel cuore e a partire dal cuore, sradicando l’orgoglio e le rivendicazioni, e misurando il linguaggio, poiché si può ferire e uccidere anche con le parole, non solo con le armi.

    In quest’ottica, ritengo fondamentale il contributo che le religioni e il dialogo interreligioso possono svolgere per favorire contesti di pace. Ciò naturalmente esige il pieno rispetto della libertà religiosa in ogni Paese, poiché l’esperienza religiosa è una dimensione fondamentale della persona umana, tralasciando la quale è difficile, se non impossibile, compiere quella purificazione del cuore necessaria per costruire relazioni di pace.

    A partire da questo lavoro, che tutti siamo chiamati a fare, si possono sradicare le premesse di ogni conflitto e di ogni distruttiva volontà di conquista. Ciò esige anche una sincera volontà di dialogo, animata dal desiderio di incontrarsi più che di scontrarsi. In questa prospettiva è necessario ridare respiro alla diplomazia multilaterale e a quelle istituzioni internazionali che sono state volute e pensate anzitutto per porre rimedio alle contese che potessero insorgere in seno alla Comunità internazionale. Certo, occorre anche la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte, poiché, come ricordava Papa Francesco nel suo ultimo Messaggio Urbi et Orbi, «nessuna pace è possibile senza un vero disarmo [e] l’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo» (1).

    La seconda parola è giustizia. Perseguire la pace esige di praticare la giustizia. Come ho già avuto modo di accennare, ho scelto il mio nome pensando anzitutto a Leone XIII, il Papa della prima grande enciclica sociale, la Rerum novarum. Nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, la Santa Sede non può esimersi dal far sentire la propria voce dinanzi ai numerosi squilibri e alle ingiustizie che conducono, tra l’altro, a condizioni indegne di lavoro e a società sempre più frammentate e conflittuali. Occorre peraltro adoperarsi per porre rimedio alle disparità globali, che vedono opulenza e indigenza tracciare solchi profondi tra continenti, Paesi e anche all’interno di singole società.

    È compito di chi ha responsabilità di governo adoperarsi per costruire società civili armoniche e pacificate. Ciò può essere fatto anzitutto investendo sulla famiglia, fondata sull’unione stabile tra uomo e donna, «società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società» (2). Inoltre, nessuno può esimersi dal favorire contesti in cui sia tutelata la dignità di ogni persona, specialmente di quelle più fragili e indifese, dal nascituro all’anziano, dal malato al disoccupato, sia esso cittadino o immigrato.

    La mia stessa storia è quella di un cittadino, discendente di immigrati, a sua volta emigrato. Ciascuno di noi, nel corso della vita, si può ritrovare sano o malato, occupato o disoccupato, in patria o in terra straniera: la sua dignità però rimane sempre la stessa, quella di creatura voluta e amata da Dio.

    La terza parola è verità. Non si possono costruire relazioni veramente pacifiche, anche in seno alla Comunità internazionale, senza verità. Laddove le parole assumono connotati ambigui e ambivalenti e il mondo virtuale, con la sua mutata percezione del reale, prende il sopravvento senza controllo, è arduo costruire rapporti autentici, poiché vengono meno le premesse oggettive e reali della comunicazione.

    Da parte sua, la Chiesa non può mai esimersi dal dire la verità sull’uomo e sul mondo, ricorrendo quando necessario anche ad un linguaggio schietto, che può suscitare qualche iniziale incomprensione. La verità però non è mai disgiunta dalla carità, che alla radice ha sempre la preoccupazione per la vita e il bene di ogni uomo e donna. D’altronde, nella prospettiva cristiana, la verità non è l’affermazione di principi astratti e disincarnati, ma l’incontro con la persona stessa di Cristo, che vive nella comunità dei credenti. Così la verità non ci allontana, anzi ci consente di affrontare con miglior vigore le sfide del nostro tempo, come le migrazioni, l’uso etico dell’intelligenza artificiale e la salvaguardia della nostra amata Terra. Sono sfide che richiedono l’impegno e la collaborazione di tutti, poiché nessuno può pensare di affrontarle da solo.
    Estratto dal discorso di Papa Leone XIV al corpo diplomatico. 16- Maggio 2025-https://share.google/ZYJFegd9cEXlErptd Nel nostro dialogo vorrei che tenessimo presente tre parole-chiave, ( pace, giustizia, verità n.d.r.) che costituiscono i pilastri dell’azione missionaria della Chiesa e del lavoro della diplomazia della Santa Sede. La prima parola è pace. Troppe volte la consideriamo una parola “negativa”, ossia come mera assenza di guerra e di conflitto, poiché la contrapposizione è parte della natura umana e ci accompagna sempre, spingendoci troppo spesso a vivere in un costante “stato di conflitto”: in casa, al lavoro, nella società. La pace allora sembra una semplice tregua, un momento di riposo tra una contesa e l’altra, poiché, per quanto ci si sforzi, le tensioni sono sempre presenti, un po’ come la brace che cova sotto la cenere, pronta a riaccendersi in ogni momento. Nella prospettiva cristiana — come anche in quella di altre esperienze religiose — la pace è anzitutto un dono: il primo dono di Cristo: «Vi do la mia pace» (Gv 14, 27). Essa è però un dono attivo, coinvolgente, che interessa e impegna ciascuno di noi, indipendentemente dalla provenienza culturale e dall’appartenenza religiosa, e che esige anzitutto un lavoro su sé stessi. La pace si costruisce nel cuore e a partire dal cuore, sradicando l’orgoglio e le rivendicazioni, e misurando il linguaggio, poiché si può ferire e uccidere anche con le parole, non solo con le armi. In quest’ottica, ritengo fondamentale il contributo che le religioni e il dialogo interreligioso possono svolgere per favorire contesti di pace. Ciò naturalmente esige il pieno rispetto della libertà religiosa in ogni Paese, poiché l’esperienza religiosa è una dimensione fondamentale della persona umana, tralasciando la quale è difficile, se non impossibile, compiere quella purificazione del cuore necessaria per costruire relazioni di pace. A partire da questo lavoro, che tutti siamo chiamati a fare, si possono sradicare le premesse di ogni conflitto e di ogni distruttiva volontà di conquista. Ciò esige anche una sincera volontà di dialogo, animata dal desiderio di incontrarsi più che di scontrarsi. In questa prospettiva è necessario ridare respiro alla diplomazia multilaterale e a quelle istituzioni internazionali che sono state volute e pensate anzitutto per porre rimedio alle contese che potessero insorgere in seno alla Comunità internazionale. Certo, occorre anche la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte, poiché, come ricordava Papa Francesco nel suo ultimo Messaggio Urbi et Orbi, «nessuna pace è possibile senza un vero disarmo [e] l’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo» (1). La seconda parola è giustizia. Perseguire la pace esige di praticare la giustizia. Come ho già avuto modo di accennare, ho scelto il mio nome pensando anzitutto a Leone XIII, il Papa della prima grande enciclica sociale, la Rerum novarum. Nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, la Santa Sede non può esimersi dal far sentire la propria voce dinanzi ai numerosi squilibri e alle ingiustizie che conducono, tra l’altro, a condizioni indegne di lavoro e a società sempre più frammentate e conflittuali. Occorre peraltro adoperarsi per porre rimedio alle disparità globali, che vedono opulenza e indigenza tracciare solchi profondi tra continenti, Paesi e anche all’interno di singole società. È compito di chi ha responsabilità di governo adoperarsi per costruire società civili armoniche e pacificate. Ciò può essere fatto anzitutto investendo sulla famiglia, fondata sull’unione stabile tra uomo e donna, «società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società» (2). Inoltre, nessuno può esimersi dal favorire contesti in cui sia tutelata la dignità di ogni persona, specialmente di quelle più fragili e indifese, dal nascituro all’anziano, dal malato al disoccupato, sia esso cittadino o immigrato. La mia stessa storia è quella di un cittadino, discendente di immigrati, a sua volta emigrato. Ciascuno di noi, nel corso della vita, si può ritrovare sano o malato, occupato o disoccupato, in patria o in terra straniera: la sua dignità però rimane sempre la stessa, quella di creatura voluta e amata da Dio. La terza parola è verità. Non si possono costruire relazioni veramente pacifiche, anche in seno alla Comunità internazionale, senza verità. Laddove le parole assumono connotati ambigui e ambivalenti e il mondo virtuale, con la sua mutata percezione del reale, prende il sopravvento senza controllo, è arduo costruire rapporti autentici, poiché vengono meno le premesse oggettive e reali della comunicazione. Da parte sua, la Chiesa non può mai esimersi dal dire la verità sull’uomo e sul mondo, ricorrendo quando necessario anche ad un linguaggio schietto, che può suscitare qualche iniziale incomprensione. La verità però non è mai disgiunta dalla carità, che alla radice ha sempre la preoccupazione per la vita e il bene di ogni uomo e donna. D’altronde, nella prospettiva cristiana, la verità non è l’affermazione di principi astratti e disincarnati, ma l’incontro con la persona stessa di Cristo, che vive nella comunità dei credenti. Così la verità non ci allontana, anzi ci consente di affrontare con miglior vigore le sfide del nostro tempo, come le migrazioni, l’uso etico dell’intelligenza artificiale e la salvaguardia della nostra amata Terra. Sono sfide che richiedono l’impegno e la collaborazione di tutti, poiché nessuno può pensare di affrontarle da solo.
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    Papa Leone XIV incontra il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede - Pace Giustizia Verità - L'Osservatore Romano
    Pace, giustizia e verità: sono «i pilastri dell’azione missionaria della Chiesa e del lavoro della diplomazia della Santa Sede» ricordati da Papa Leone XIV stamani, venerdì 16 maggio, nell’udienza al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ricevuto nella Sala Clementina. Il Pontefice ha anche sottolineato che è tempo di lasciare alle spalle le contese e cominciare un cammino nuovo di speranza a partire dai contesti più provati come l’Ucraina e la Terra Santa - il discorso del Papa
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  • Donald Trump andrà a Davos, e le élite sanno esattamente perché è importante.

    Davos si sta preparando per la 56a riunione annuale del World Economic Forum, che si terrà dal 19 al 23 gennaio, e quest'anno c'è una cosa che incombe su quella montagna come una nube temporalesca: Donald Trump arriverà.

    Si prevede che arriverà all'inizio della settimana e il suo intervento è previsto per il 21 gennaio, proprio nel bel mezzo del forum, non nascosto in una stanza laterale, non in collegamento, ma di fronte a coloro che credono di governare il mondo.

    La tempistica non è casuale.

    Questo non è solo l'ennesimo discorso in un'agenda fitta di impegni. È Donald Trump che entra nell'assemblea più isolata e autocelebrativa del pianeta e fa l'unica cosa che Davos odia di più: mettere in discussione la legittimità della sala stessa.

    Davos è il luogo in cui il potere non eletto si riunisce per rassicurarsi di sapere più degli elettori. È il luogo in cui le politiche globali vengono discusse da persone che non devono mai bussare alle porte, non devono mai spiegare l'inflazione a una famiglia al supermercato, non devono mai giustificare perché la vita continua a diventare più difficile per tutti gli altri mentre volano su jet privati per parlare di "sacrificio condiviso".
    Trump non ha mai finto di rispettare questa cultura.

    Se è coerente, e lo è sempre, non elogierà la governance globale o la gestione tecnocratica. Non si piegherà al consenso internazionale. Dirà, senza mezzi termini, che gli stati nazionali contano più delle istituzioni globali, che i governi sono responsabili nei confronti dei propri cittadini, non di forum, commissioni o organi consultivi che non rispondono a nessuno.
    Questo da solo farà rabbrividire la sala.

    Probabilmente dirà ciò che nessuno a Davos vuole sentirsi dire ad alta voce: che il globalismo ha funzionato spettacolarmente bene per le persone sedute in quelle poltrone, e spettacolarmente male per le persone che non sono state invitate. Che le fabbriche non sono scomparse per caso. Che le classi medie non si sono svuotate per caso. Che le scelte politiche siano state fatte deliberatamente e che la gente comune ne abbia pagato il prezzo.
    Parlerà di confini quando loro vorranno parlare di quadri normativi. Parlerà di sovranità quando loro vorranno parlare di coordinamento. Parlerà di elettori quando loro vorranno parlare di parti interessate.

    E quando si parla di energia, non giocherà al gioco della performance morale. La inquadrerà come sempre, come una questione di accessibilità economica, sicurezza e sopravvivenza nazionale. Non obiettivi teorici. Non astrazioni a lungo termine. Costi reali, pagati da persone reali, che non possono rinunciare.

    Questo è profondamente sgradevole in una stanza dove le conseguenze vengono sempre esternalizzate.
    Ma la parte più dura di ciò che Trump probabilmente dirà non sarà la politica. Sarà la colpa.

    Ha sempre sostenuto che il populismo non nasce dall'ignoranza, ma dal tradimento. Da élite che si sono isolate dalle conseguenze delle loro decisioni, per poi agire scioccate quando la fiducia è crollata. Da istituzioni che esigevano obbedienza senza offrire nulla che assomigliasse a una qualche forma di responsabilità.

    Dirlo ovunque attira l'attenzione. Dirlo a Davos, agli stessi artefici e beneficiari del sistema, è uno scontro diretto.
    Il tema di quest'anno è "Uno spirito di dialogo". La presenza di Trump mette in luce quanto sia vuota questa frase. Perché il vero dialogo significa ascoltare voci che rifiutano completamente i presupposti della sala. E Davos non è mai stata brava in questo.
    Trump non rappresenta il consenso. Rappresenta il rifiuto del consenso. Rappresenta milioni di persone che credono che l'ordine globale sia stato costruito senza il loro consenso e mantenuto senza il loro beneficio.

    Ecco perché questo discorso è importante.

    Non perché convertirà le élite, non lo farà. Ma perché, per una volta, le persone che fanno la predica al mondo su legittimità, inclusione e fiducia dovranno restare in silenzio mentre qualcuno dice loro, in faccia, che l'hanno persa.

    E nessuna quantità di pannelli, slogan o comunicati accuratamente formulati potrà far scomparire quel momento.
    Donald Trump andrà a Davos, e le élite sanno esattamente perché è importante. Davos si sta preparando per la 56a riunione annuale del World Economic Forum, che si terrà dal 19 al 23 gennaio, e quest'anno c'è una cosa che incombe su quella montagna come una nube temporalesca: Donald Trump arriverà. Si prevede che arriverà all'inizio della settimana e il suo intervento è previsto per il 21 gennaio, proprio nel bel mezzo del forum, non nascosto in una stanza laterale, non in collegamento, ma di fronte a coloro che credono di governare il mondo. La tempistica non è casuale. Questo non è solo l'ennesimo discorso in un'agenda fitta di impegni. È Donald Trump che entra nell'assemblea più isolata e autocelebrativa del pianeta e fa l'unica cosa che Davos odia di più: mettere in discussione la legittimità della sala stessa. Davos è il luogo in cui il potere non eletto si riunisce per rassicurarsi di sapere più degli elettori. È il luogo in cui le politiche globali vengono discusse da persone che non devono mai bussare alle porte, non devono mai spiegare l'inflazione a una famiglia al supermercato, non devono mai giustificare perché la vita continua a diventare più difficile per tutti gli altri mentre volano su jet privati per parlare di "sacrificio condiviso". Trump non ha mai finto di rispettare questa cultura. Se è coerente, e lo è sempre, non elogierà la governance globale o la gestione tecnocratica. Non si piegherà al consenso internazionale. Dirà, senza mezzi termini, che gli stati nazionali contano più delle istituzioni globali, che i governi sono responsabili nei confronti dei propri cittadini, non di forum, commissioni o organi consultivi che non rispondono a nessuno. Questo da solo farà rabbrividire la sala. Probabilmente dirà ciò che nessuno a Davos vuole sentirsi dire ad alta voce: che il globalismo ha funzionato spettacolarmente bene per le persone sedute in quelle poltrone, e spettacolarmente male per le persone che non sono state invitate. Che le fabbriche non sono scomparse per caso. Che le classi medie non si sono svuotate per caso. Che le scelte politiche siano state fatte deliberatamente e che la gente comune ne abbia pagato il prezzo. Parlerà di confini quando loro vorranno parlare di quadri normativi. Parlerà di sovranità quando loro vorranno parlare di coordinamento. Parlerà di elettori quando loro vorranno parlare di parti interessate. E quando si parla di energia, non giocherà al gioco della performance morale. La inquadrerà come sempre, come una questione di accessibilità economica, sicurezza e sopravvivenza nazionale. Non obiettivi teorici. Non astrazioni a lungo termine. Costi reali, pagati da persone reali, che non possono rinunciare. Questo è profondamente sgradevole in una stanza dove le conseguenze vengono sempre esternalizzate. Ma la parte più dura di ciò che Trump probabilmente dirà non sarà la politica. Sarà la colpa. Ha sempre sostenuto che il populismo non nasce dall'ignoranza, ma dal tradimento. Da élite che si sono isolate dalle conseguenze delle loro decisioni, per poi agire scioccate quando la fiducia è crollata. Da istituzioni che esigevano obbedienza senza offrire nulla che assomigliasse a una qualche forma di responsabilità. Dirlo ovunque attira l'attenzione. Dirlo a Davos, agli stessi artefici e beneficiari del sistema, è uno scontro diretto. Il tema di quest'anno è "Uno spirito di dialogo". La presenza di Trump mette in luce quanto sia vuota questa frase. Perché il vero dialogo significa ascoltare voci che rifiutano completamente i presupposti della sala. E Davos non è mai stata brava in questo. Trump non rappresenta il consenso. Rappresenta il rifiuto del consenso. Rappresenta milioni di persone che credono che l'ordine globale sia stato costruito senza il loro consenso e mantenuto senza il loro beneficio. Ecco perché questo discorso è importante. Non perché convertirà le élite, non lo farà. Ma perché, per una volta, le persone che fanno la predica al mondo su legittimità, inclusione e fiducia dovranno restare in silenzio mentre qualcuno dice loro, in faccia, che l'hanno persa. E nessuna quantità di pannelli, slogan o comunicati accuratamente formulati potrà far scomparire quel momento.
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  • Spero vadano tutti in Galera. Ma finirà purtroppo a vin santo e tarallucci!!!
    Scorza si dimette dal Garante Privacy e invita gli altri membri a fare lo stesso
    Il componente del Garante indagato per peculato lascia l'incarico, era l'unico che non votò la multa a Report da 150mila euro.

    Si è dimesso Guido Scorza, il componente del collegio del Garante della Privacy indagato insieme agli altri tre membri del collegio con l’accusa di peculato e corruzione. Scorza avrebbe comunicato al Presidente, ai colleghi e al segretario generale Luigi Montuori la sua decisione.

    Scorza era stato nominato nel 2020 su indicazione dei Cinque Stelle, fu l’unico membro del Collegio a non votare la famosa multa a Report da 150mila euro, da cui è partita la slavina delle inchieste giornalistiche condotte da Report e dal Fatto. E tuttavia è stato travolto lo stesso per la sospetta contiguità tra il suo ruolo di Garante e lo studio legale E-Lex che lui stesso aveva fondato, per via di pratiche e istruttorie per reclami di clienti dello studio presso il quale lavora ancora la moglie.

    “Ho deciso di fare un passo indietro – scrive sulla bacheca Fb – nell’interesse dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali. Sono stati cinque anni e mezzo bellissimi dalla parte giusta del mondo. Per ora grazie a tutte e a tutti ma arrivederci dalla stessa parte, quella dei diritti, delle libertà e della democrazia. In questo video le ragioni di una scelta difficile e sofferta”.

    Da regolamento il Collegio può operare anche con tre soli membri, ma già lunedì il presidente Stanzione e il segretario Montuori dovranno notificare ai presidenti di Camera e Senato per avviare le dimissioni di Scorza e per avviare l’iter per la nomina di un quarto membro da integrare al suo posto. E dunque, cosa faranno gli altri?

    Da quanto apprende il Fatto, Scorza prima dell’annuncio e delle comunicazioni ufficiali aveva avvertito telefonicamente tutti i colleghi della sua decisione, ma alla sua comunicazione non sono seguite analoghe decisioni. E questo vuol dire che probabilmente non si dimetteranno, non a breve.

    E questo dipenderà molto dalle strategie suggerite nelle scorse ore dai rispettivi legali, che hanno tentato rapidamente di valutare le accuse e se rispetto a queste sono più tutelati rimanendo nell’incarico o lasciando. I legali della vice presidente Cerrina Feroni, contattati a caldo da Fatto, dicono che “allo stato non è cambiato nulla” e che ne parleranno nei prossimi giorni.

    Nel suo discorso di dimissioni, Scorza descrive la scelta di fare un passo indietro come “giusta e necessaria nell’interesse dell’istituzione”, pur ammettendo senza remore che si tratta di una delle decisioni “più sofferte della mia vita”. La motivazione principale “è la necessità di preservare la credibilità dell’Ente”. Scorza afferma che il Paese ha bisogno di un Garante che possieda “autorevolezza non solo effettiva ma anche percepita” e che, senza questa “fiducia percepita”, diventa impossibile promuovere e proteggere un diritto fragile come la privacy,,,. Dichiara esplicitamente: “L’istituzione… viene prima di me e dei miei interessi”.

    Scorza ci tiene a precisare che lascia l’incarico nell’assoluta certezza di non avere… nessuna responsabilità in relazione alle contestazioni che mi vengono mosse”. Una scelta etica: “Rimanere al suo posto sarebbe stata la scelta egoisticamente migliore, più comoda e forse più saggia, ma incompatibile con la sua storia, i suoi valori e il suo senso dello Stato, che impone di dimostrare il rispetto per le istituzioni con i fatti e non solo a parole”.

    Attribuisce il momento difficile dell’Autorità non a errori interni, ma a “fattori estranei” e a “patologie e derive di un sistema”. Pur definendo le inchieste giornalistiche e giudiziarie “giuste, utili, democraticamente preziose”, lamenta il fatto che in questo sistema “esse possano compromettere il funzionamento di un’autorità indipendente prima ancora che venga accertata una responsabilità”. La colpa di ciò, secondo Scorza, ricade su un “circuito mediatico sensazionalistico, sugli algoritmi social e su una “politica con la P minuscola” a caccia di visibilità”.


    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/17/scorza-dimissioni-garante-privacy-inchiesta-news/8260024/
    Spero vadano tutti in Galera. Ma finirà purtroppo a vin santo e tarallucci!!! Scorza si dimette dal Garante Privacy e invita gli altri membri a fare lo stesso Il componente del Garante indagato per peculato lascia l'incarico, era l'unico che non votò la multa a Report da 150mila euro. Si è dimesso Guido Scorza, il componente del collegio del Garante della Privacy indagato insieme agli altri tre membri del collegio con l’accusa di peculato e corruzione. Scorza avrebbe comunicato al Presidente, ai colleghi e al segretario generale Luigi Montuori la sua decisione. Scorza era stato nominato nel 2020 su indicazione dei Cinque Stelle, fu l’unico membro del Collegio a non votare la famosa multa a Report da 150mila euro, da cui è partita la slavina delle inchieste giornalistiche condotte da Report e dal Fatto. E tuttavia è stato travolto lo stesso per la sospetta contiguità tra il suo ruolo di Garante e lo studio legale E-Lex che lui stesso aveva fondato, per via di pratiche e istruttorie per reclami di clienti dello studio presso il quale lavora ancora la moglie. “Ho deciso di fare un passo indietro – scrive sulla bacheca Fb – nell’interesse dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali. Sono stati cinque anni e mezzo bellissimi dalla parte giusta del mondo. Per ora grazie a tutte e a tutti ma arrivederci dalla stessa parte, quella dei diritti, delle libertà e della democrazia. In questo video le ragioni di una scelta difficile e sofferta”. Da regolamento il Collegio può operare anche con tre soli membri, ma già lunedì il presidente Stanzione e il segretario Montuori dovranno notificare ai presidenti di Camera e Senato per avviare le dimissioni di Scorza e per avviare l’iter per la nomina di un quarto membro da integrare al suo posto. E dunque, cosa faranno gli altri? Da quanto apprende il Fatto, Scorza prima dell’annuncio e delle comunicazioni ufficiali aveva avvertito telefonicamente tutti i colleghi della sua decisione, ma alla sua comunicazione non sono seguite analoghe decisioni. E questo vuol dire che probabilmente non si dimetteranno, non a breve. E questo dipenderà molto dalle strategie suggerite nelle scorse ore dai rispettivi legali, che hanno tentato rapidamente di valutare le accuse e se rispetto a queste sono più tutelati rimanendo nell’incarico o lasciando. I legali della vice presidente Cerrina Feroni, contattati a caldo da Fatto, dicono che “allo stato non è cambiato nulla” e che ne parleranno nei prossimi giorni. Nel suo discorso di dimissioni, Scorza descrive la scelta di fare un passo indietro come “giusta e necessaria nell’interesse dell’istituzione”, pur ammettendo senza remore che si tratta di una delle decisioni “più sofferte della mia vita”. La motivazione principale “è la necessità di preservare la credibilità dell’Ente”. Scorza afferma che il Paese ha bisogno di un Garante che possieda “autorevolezza non solo effettiva ma anche percepita” e che, senza questa “fiducia percepita”, diventa impossibile promuovere e proteggere un diritto fragile come la privacy,,,. Dichiara esplicitamente: “L’istituzione… viene prima di me e dei miei interessi”. Scorza ci tiene a precisare che lascia l’incarico nell’assoluta certezza di non avere… nessuna responsabilità in relazione alle contestazioni che mi vengono mosse”. Una scelta etica: “Rimanere al suo posto sarebbe stata la scelta egoisticamente migliore, più comoda e forse più saggia, ma incompatibile con la sua storia, i suoi valori e il suo senso dello Stato, che impone di dimostrare il rispetto per le istituzioni con i fatti e non solo a parole”. Attribuisce il momento difficile dell’Autorità non a errori interni, ma a “fattori estranei” e a “patologie e derive di un sistema”. Pur definendo le inchieste giornalistiche e giudiziarie “giuste, utili, democraticamente preziose”, lamenta il fatto che in questo sistema “esse possano compromettere il funzionamento di un’autorità indipendente prima ancora che venga accertata una responsabilità”. La colpa di ciò, secondo Scorza, ricade su un “circuito mediatico sensazionalistico, sugli algoritmi social e su una “politica con la P minuscola” a caccia di visibilità”. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/17/scorza-dimissioni-garante-privacy-inchiesta-news/8260024/
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    Scorza si dimette dal Garante Privacy e invita gli altri membri a fare lo stesso
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