• CARTA D’IDENTITA’ ELETTRONICA – NUOVA NORMATIVA

    Nel corso della puntata di Border Nights del 25 marzo 2026 abbiamo fatto il punto sulle ultime modifiche legislative (obbligo di rilascio delle impronte digitali a partire dal 3 agosto 2026), sulla scadenza delle carte d’identità del vecchio tipo, sulla possibilità di continuare ad utilizzare i documenti scaduti ai sensi dell’art. 45 del DPR 445/2000 e sull’opportunità di non fare la CIE perché è sempre preferibile il passaporto.
    Il video in breve:
    1. La carta d’identità non è un documento necessario. Ai sensi dell’art. 35 DPR 445/2000 ci sono altri documenti di identità che si possono utilizzare: - patente, - passaporto, - porto d’armi, - tesserini rilasciati da enti pubblici (ad esempio tesserini professionali).
    2. La CIE è una truffa per condurre tutti i cittadini al controllo totale. Chi attiva la CIE e scarica l’app CieID che collabora con l’App IO e IT Wallet si inserisce in un sistema di controllo digitale di tutte le attività umane il cui scopo finale è l’integrazione dell’identità digitale con la valuta digitale e, pertanto, il controllo di qualsiasi spesa da parte dei gestori delle applicazioni.
    3. La cosa migliore è boicottare la CIE, l’App IO e IT Wallet. Chi ha bisogno (ad esempio perché una partita IVA o un professionista) di un’identità digitale farà bene ad utilizzare lo SPID (servizio pubblico di identità digitale).
    4. Le lettere dei Comuni che stanno arrivando con l’invito a rinnovare le vecchie carte d’identità che scadranno il 3 agosto 2026 dicono cose parzialmente inesatte. La nuova normativa (Regolamento UE 1157/2018 annullato dalla CGUE e sostituito dal Regolamento UE n. 2025/1208) disciplina le carte d’identità ai soli fini dell’espatrio (circolazione all’interno dell’Unione Europea) e non incide sulla legislazione italiana emanata ad altri fini (prova dell’identità). In particolare, è valido e vigente l’art. 45 del DPR 445/2000 che consente di usare come prova dell’identità, anche un documento di identità scaduto purché accompagnato da un’autocertificazione redatta su un foglio contenente la fotocopia del documento scaduto con la quale il titolare dichiara che i dati contenuti nel documento non hanno subito variazioni dalla data del rilascio.

    Questo video è importante, condividetelo il più possibile.

    Per vedere il video sul canale YouTube dell’Avv. Fusillo:

    https://youtu.be/3mOaynBetVU
    CARTA D’IDENTITA’ ELETTRONICA – NUOVA NORMATIVA Nel corso della puntata di Border Nights del 25 marzo 2026 abbiamo fatto il punto sulle ultime modifiche legislative (obbligo di rilascio delle impronte digitali a partire dal 3 agosto 2026), sulla scadenza delle carte d’identità del vecchio tipo, sulla possibilità di continuare ad utilizzare i documenti scaduti ai sensi dell’art. 45 del DPR 445/2000 e sull’opportunità di non fare la CIE perché è sempre preferibile il passaporto. Il video in breve: 1. La carta d’identità non è un documento necessario. Ai sensi dell’art. 35 DPR 445/2000 ci sono altri documenti di identità che si possono utilizzare: - patente, - passaporto, - porto d’armi, - tesserini rilasciati da enti pubblici (ad esempio tesserini professionali). 2. La CIE è una truffa per condurre tutti i cittadini al controllo totale. Chi attiva la CIE e scarica l’app CieID che collabora con l’App IO e IT Wallet si inserisce in un sistema di controllo digitale di tutte le attività umane il cui scopo finale è l’integrazione dell’identità digitale con la valuta digitale e, pertanto, il controllo di qualsiasi spesa da parte dei gestori delle applicazioni. 3. La cosa migliore è boicottare la CIE, l’App IO e IT Wallet. Chi ha bisogno (ad esempio perché una partita IVA o un professionista) di un’identità digitale farà bene ad utilizzare lo SPID (servizio pubblico di identità digitale). 4. Le lettere dei Comuni che stanno arrivando con l’invito a rinnovare le vecchie carte d’identità che scadranno il 3 agosto 2026 dicono cose parzialmente inesatte. La nuova normativa (Regolamento UE 1157/2018 annullato dalla CGUE e sostituito dal Regolamento UE n. 2025/1208) disciplina le carte d’identità ai soli fini dell’espatrio (circolazione all’interno dell’Unione Europea) e non incide sulla legislazione italiana emanata ad altri fini (prova dell’identità). In particolare, è valido e vigente l’art. 45 del DPR 445/2000 che consente di usare come prova dell’identità, anche un documento di identità scaduto purché accompagnato da un’autocertificazione redatta su un foglio contenente la fotocopia del documento scaduto con la quale il titolare dichiara che i dati contenuti nel documento non hanno subito variazioni dalla data del rilascio. Questo video è importante, condividetelo il più possibile. Per vedere il video sul canale YouTube dell’Avv. Fusillo: https://youtu.be/3mOaynBetVU
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  • Suonerie Gratis per Telefono – Ampia Scelta di Toni MP3 da Scaricare Gratis

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    Uno dei punti di forza del sito è la grande varietà di suoni disponibili. Gli utenti possono scegliere tra diversi stili, che includono musica contemporanea, effetti sonori originali e toni più classici. Questa ampia selezione di Suonerie Gratis permette di trovare facilmente il suono ideale per ogni occasione.

    La piattaforma è pensata per essere semplice da utilizzare, con una struttura chiara che facilita la navigazione tra le varie categorie. Anche il processo di download è rapido e diretto: non è necessario registrarsi e i file possono essere scaricati in pochi secondi in formato MP3, compatibile con la maggior parte dei dispositivi mobili.

    Inoltre, suoneriagratis.com aggiorna frequentemente il proprio catalogo, offrendo sempre nuove Suonerie Gratis per soddisfare le esigenze degli utenti e seguire le ultime tendenze. Questo rende il sito una risorsa dinamica e sempre interessante.

    La qualità dei file audio è curata, garantendo un suono nitido e piacevole durante l’utilizzo. In conclusione, suoneriagratis.com è una soluzione pratica e affidabile per chi desidera scaricare Suonerie Gratis in modo semplice, veloce e completamente gratuito, migliorando l’esperienza d’uso del proprio smartphone.
    Sito Web: https://suoneriagratis.com/
    Indirizzo: Corso Porta Borsari 58, Mori Ferrovia, Trento 38060, Italia
    Telefono: +39 348 7125076
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  • PFAS - Continuiamo imperterriti a utilizzare prodotti che provocano il cancro ed altri gravi problemi di salute! Dobbiamo fermare questi fertilizzanti per sempre!
    Pfas in Europa: gli esperti confermano i rischi ma valutano le esigenze industriali
    I comitati dell'Agenzia europea per le sostanze chimiche si esprimono sulla proposta di restrizione degli inquinanti eterni
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/26/pfas-europa-restrizioni-rischi-notizie/8337473/
    PFAS - Continuiamo imperterriti a utilizzare prodotti che provocano il cancro ed altri gravi problemi di salute! Dobbiamo fermare questi fertilizzanti per sempre! Pfas in Europa: gli esperti confermano i rischi ma valutano le esigenze industriali I comitati dell'Agenzia europea per le sostanze chimiche si esprimono sulla proposta di restrizione degli inquinanti eterni https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/26/pfas-europa-restrizioni-rischi-notizie/8337473/
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    I comitati dell'Agenzia europea per le sostanze chimiche si esprimono sulla proposta di restrizione degli inquinanti eterni
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  • Leccare i piedi agli occupanti porta solo a disastri.
    La von der leyen ha autorizzato l'Australia ad utilizzare il nome "prosecco" per i loro vini e "parmesan" per i loro formaggi!

    Grazie UE ..
    Grazie a chi ti sostiene!

    Gli italiani umilmente ringraziano
    Leccare i piedi agli occupanti porta solo a disastri. La von der leyen ha autorizzato l'Australia ad utilizzare il nome "prosecco" per i loro vini e "parmesan" per i loro formaggi! Grazie UE .. Grazie a chi ti sostiene! Gli italiani umilmente ringraziano 🙏
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  • La strategia del Senatore Aldo Mattia di Fdi per far votare SÌ al Referendum.
    "Dobbiamo utilizzare il solito sistema clientelare...io ti faccio un favore, tu voti"
    La strategia del Senatore Aldo Mattia di Fdi per far votare SÌ al Referendum. "Dobbiamo utilizzare il solito sistema clientelare...io ti faccio un favore, tu voti"
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  • «In Iran una situazione tragica, migliaia di morti e nessuno si interessa» - 13 Feb 2026

    di Emanuele Paccher
    Il racconto di uno studente iraniano che ora vive in Trentino: «Ho perso due amici, la mia famiglia è ancora lì»

    Dal 28 dicembre 2025 in Iran sono scoppiate le proteste contro il regime della Repubblica Islamica, guidato dalla guida suprema Ali Khamenei. Le manifestazioni nelle piazze, cominciate per motivi economici – inflazione dei prezzi, svalutazione della moneta, crisi economica –, sono ben presto esplose e tramutate in motivi politici. Ciò che gran parte della popolazione sogna, infatti, è un cambio di regime. Le manifestazioni pacifiche hanno, però, avuto vita breve: dopo aver bloccato l’accesso a internet e ai servizi telefonici, tra l’8 e il 9 gennaio 2026 il regime iraniano ha compiuto un vero e proprio massacro verso i propri cittadini. Le stime sono discordanti, ma variano dalle tremila persone uccise (come dichiarato da Teheran) a più di trentamila. Anche il numero dei feriti non è certo, ma sembra attestarsi tra i 300.000 e i 360.000. Molti di questi sarebbero stati accecati dalle forze di sicurezza. Le reazioni globali non sono mancate. Di recente l’Unione Europea, per il tramite del Consiglio Affari Esteri, ha inserito il Corpo delle Guardie della rivoluzione iraniana (i cosiddetti Pasdaran) nella lista dei terroristi. Ancora più forte è stata la reazione degli Stati Uniti. A parole il presidente Donald Trump ha minacciato a più riprese un intervento armato, nei fatti ha aumentato – e in modo notevole – la presenza militare statunitense nella regione. La popolazione iraniana come sta vivendo tutto questo? Com’è visto realmente il regime di Khamenei? Queste domande le abbiamo poste a un giovane studente iraniano attualmente in Trentino, che per motivi di sicurezza teniamo anonimo. Per agevolare la lettura, lo chiameremo Ali Mohammadi. La visione del giovane iraniano è netta: non può esistere un futuro di libertà finché la Repubblica Islamica rimarrà al potere. E un cambio di regime, purtroppo, non può prescindere da un intervento armato straniero. Per questo, la popolazione iraniana sta aspettando, con speranza, l’intervento degli Stati Uniti d’America.

    Ali Mohammadi, può dirci quali sono i suoi legami con l’Iran?

    «Sono nato in Iran e lì ci sono rimasto finché sono giunto in Italia per studiare. Attualmente in Iran ho entrambi i genitori, precisamente nella città di Tabriz, mentre mia sorella si trova a Teheran. Ora che la connessione internet è tornata, seppure in modo non stabile, ci sentiamo tutti i giorni. In Iran tutti i social più noti, come Instagram, YouTube, Twitter sono inaccessibili. Per connetterci è necessario utilizzare la Vpn, impostando un indirizzo IP da un Paese europeo o dagli Stati Uniti».

    Com’è visto il regime di Khamenei dalla popolazione iraniana?

    «Premetto che, secondo me, il regime della Repubblica Islamica non è da considerare legittimo e neppure iraniano. Perché gli iraniani che uccidono la loro stessa gente non sono considerabili iraniani. È come se, in Italia, Giorgia Meloni facesse uccidere 50.000 italiani in due giorni. La considerereste la legittima rappresentante degli italiani? No, la considerereste come un animale. Io, come tutti gli iraniani, siamo sconcertati da ciò che ha posto in essere il regime della Repubblica Islamica. Le proteste delle persone erano pacifiche e sono state soppresse con il sangue. La mia percezione è che più del 90% della popolazione vorrebbe un cambiamento radicale nel Paese. Nella Repubblica attuale le votazioni sono quasi una mera formalità, perché chi comanda è il leader supremo, non eleggibile dalla popolazione».

    La risposta del regime alle proteste è stata disumana. Oltre ai morti e ai feriti, numerose persone sono detenute illegalmente. Com’è la situazione da questo punto di vista?

    «La situazione è tragica. Molte persone sono detenute e sottoposte a torture. Anche per i morti non c’è pace: il governo chiede denaro alle famiglie per poter riavere i corpi indietro. Stanno vendendo i corpi chiedendo oltretutto alle famiglie di dichiarare che erano dei sostenitori del governo. Ti ricattano: se vuoi riavere il corpo indietro, paga e dichiara questo. Poi molti corpi vengono restituiti mutilati. Alle donne viene estratto l’utero per non lasciare traccia delle violenze a cui sono state sottoposte».

    Come pensa che potrebbero cambiare le cose?

    «L’unico scenario possibile per sovvertire la Repubblica Islamica è un intervento militare dall’esterno. So che questo può suonare come strano, perché chi è che vorrebbe una guerra nel proprio Paese? Ma la triste realtà è che non c’è altra soluzione. Un intervento militare esterno ci aiuterebbe moltissimo, perché cambiare il regime da soli, dall’interno, è quasi impossibile. Pensiamo al 1945, alla Germania soggiogata da Hitler: la popolazione come avrebbe potuto liberarsi del proprio dittatore senza un aiuto esterno? Era difficilissimo. E onestamente non ci sono differenze tra Hitler e la Repubblica Islamica. Anzi, per me la Repubblica Islamica è molto peggiore: Hitler non uccideva i tedeschi con questa intensità».

    Pensa che un intervento militare degli Stati Uniti, magari coordinato con Israele, sarebbe accolto favorevolmente dalla popolazione?

    «Sì, le persone lo stanno sperando, anche se tutti gli iraniani sanno che né Trump né Netanyahu si interessano davvero delle persone che sono state uccise. Ciò di cui si interessano è del petrolio iraniano, del fatto che la Repubblica Islamica non si doti di armi nucleari e di missili balistici, della possibilità di eliminare i proxy della Repubblica Islamica in giro per il mondo. Ma noi, come iraniani, non abbiamo bisogno né di missili, né di armi nucleari, né di terroristi. Il nostro Paese è molto ricco: potremmo utilizzare le nostre risorse per costruire scuole, industrie. Armi nucleari, missili, terroristi: sono tutte cose che originano dall’ideologia malata della Repubblica Islamica. Per questo, gli iraniani sperano in un intervento congiunto di Stati Uniti e Israele. Se accadrà, le persone torneranno nelle piazze per ottenere il cambio di regime».

    Ha perso degli amici in queste proteste?

    «Purtroppo sì. Due miei amici iraniani che studiavano in Italia, uno all’Università di Bologna e un altro all’università di Messina, sono tornati in Iran per fare visita alle loro famiglie. In quei giorni sono scoppiate le proteste. Hanno deciso di scendere in piazza per la libertà del loro Paese. In risposta, gli hanno sparato nel petto».

    Qualcuno nelle piazze inneggiava al ritorno dello Shah, sperando in una transizione di potere guidata dal principe Reza Pahlavi, figlio di Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo Shah iraniano. Lo vede come uno scenario auspicabile?

    Personalmente è ciò che spero per il mio Paese. È vero che con lo Shah non c’era una democrazia, che anche con Mohammad Reza Pahlavi il Paese era autocratico, ma la Repubblica Islamica si pone su un livello totalmente differente. Attualmente in Iran sono presenti due corpi militari: quello ordinario, che è debole, e quello della Repubblica Islamica, ossia il Corpo delle Guardie della Rivoluzione. Quest’ultimo corpo è pensato unicamente per proteggere l’islam radicale. In questo scenario, la speranza di tanti iraniani è di ottenere una transizione del potere attraverso la guida dello Shah Reza Pahlavi. Il suo piano è quello di far votare la popolazione su diversi punti: per la monarchia o la repubblica, per il Parlamento, per la Costituzione».

    Com’è vista la situazione dell’intero Medio Oriente dalla prospettiva della popolazione iraniana?

    «Prendiamo come esempio il 7 ottobre 2023: cos’è successo? È accaduto che la Repubblica Islamica ha addestrato le persone di Hamas che hanno commesso il massacro. Se ciò non fosse accaduto, non sarebbe avvenuto tutto ciò che è accaduto a Gaza. La responsabilità principale è della Repubblica Islamica, che è un vero cancro non soltanto per l’Iran, non soltanto per il Medio Oriente, ma per tutto il mondo. Attualmente i proxy del regime iraniano sono diffusi: gli Houthi in Yemen, Hashd al-Shaabi in Iraq, Hamas in Palestina. Se riuscissimo a eradicare la Repubblica Islamica, il Medio Oriente potrebbe veramente svoltare pagina».

    Pensa che l’Italia e l’Unione europea intera stiano facendo abbastanza per l’Iran?

    «L’aver inserito il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica nella lista dei terroristi è stata sicuramente una cosa positiva. Ciò che auspico è che l’Italia recida tutte le relazioni con la Repubblica Islamica. In questo altri Paesi europei si sono mossi con più tempismo, mentre Giorgia Meloni sta attendendo».

    E il resto del mondo come sta reagendo?

    «L’Iran, rispetto a ciò che è avvenuto a Gaza, non ha ricevuto quasi nessun supporto dal mondo e dall’Onu. Non voglio degradare ciò che è accaduto a Gaza: prego per loro tutti i giorni. Ciò che voglio dire è che in due settimane la Repubblica Islamica ha ucciso più persone di quelle morte a Gaza in due anni. Questa carenza di attenzione internazionale è dovuta principalmente al fatto che le persone odiano Trump e Israele. A rimetterci, però, sono gli iraniani”.

    Source: https://www.iltquotidiano.it/articoli/in-iran-una-situazione-tragica-migliaia-di-morti-e-nessuno-si-interessa/
    «In Iran una situazione tragica, migliaia di morti e nessuno si interessa» - 13 Feb 2026 di Emanuele Paccher Il racconto di uno studente iraniano che ora vive in Trentino: «Ho perso due amici, la mia famiglia è ancora lì» Dal 28 dicembre 2025 in Iran sono scoppiate le proteste contro il regime della Repubblica Islamica, guidato dalla guida suprema Ali Khamenei. Le manifestazioni nelle piazze, cominciate per motivi economici – inflazione dei prezzi, svalutazione della moneta, crisi economica –, sono ben presto esplose e tramutate in motivi politici. Ciò che gran parte della popolazione sogna, infatti, è un cambio di regime. Le manifestazioni pacifiche hanno, però, avuto vita breve: dopo aver bloccato l’accesso a internet e ai servizi telefonici, tra l’8 e il 9 gennaio 2026 il regime iraniano ha compiuto un vero e proprio massacro verso i propri cittadini. Le stime sono discordanti, ma variano dalle tremila persone uccise (come dichiarato da Teheran) a più di trentamila. Anche il numero dei feriti non è certo, ma sembra attestarsi tra i 300.000 e i 360.000. Molti di questi sarebbero stati accecati dalle forze di sicurezza. Le reazioni globali non sono mancate. Di recente l’Unione Europea, per il tramite del Consiglio Affari Esteri, ha inserito il Corpo delle Guardie della rivoluzione iraniana (i cosiddetti Pasdaran) nella lista dei terroristi. Ancora più forte è stata la reazione degli Stati Uniti. A parole il presidente Donald Trump ha minacciato a più riprese un intervento armato, nei fatti ha aumentato – e in modo notevole – la presenza militare statunitense nella regione. La popolazione iraniana come sta vivendo tutto questo? Com’è visto realmente il regime di Khamenei? Queste domande le abbiamo poste a un giovane studente iraniano attualmente in Trentino, che per motivi di sicurezza teniamo anonimo. Per agevolare la lettura, lo chiameremo Ali Mohammadi. La visione del giovane iraniano è netta: non può esistere un futuro di libertà finché la Repubblica Islamica rimarrà al potere. E un cambio di regime, purtroppo, non può prescindere da un intervento armato straniero. Per questo, la popolazione iraniana sta aspettando, con speranza, l’intervento degli Stati Uniti d’America. Ali Mohammadi, può dirci quali sono i suoi legami con l’Iran? «Sono nato in Iran e lì ci sono rimasto finché sono giunto in Italia per studiare. Attualmente in Iran ho entrambi i genitori, precisamente nella città di Tabriz, mentre mia sorella si trova a Teheran. Ora che la connessione internet è tornata, seppure in modo non stabile, ci sentiamo tutti i giorni. In Iran tutti i social più noti, come Instagram, YouTube, Twitter sono inaccessibili. Per connetterci è necessario utilizzare la Vpn, impostando un indirizzo IP da un Paese europeo o dagli Stati Uniti». Com’è visto il regime di Khamenei dalla popolazione iraniana? «Premetto che, secondo me, il regime della Repubblica Islamica non è da considerare legittimo e neppure iraniano. Perché gli iraniani che uccidono la loro stessa gente non sono considerabili iraniani. È come se, in Italia, Giorgia Meloni facesse uccidere 50.000 italiani in due giorni. La considerereste la legittima rappresentante degli italiani? No, la considerereste come un animale. Io, come tutti gli iraniani, siamo sconcertati da ciò che ha posto in essere il regime della Repubblica Islamica. Le proteste delle persone erano pacifiche e sono state soppresse con il sangue. La mia percezione è che più del 90% della popolazione vorrebbe un cambiamento radicale nel Paese. Nella Repubblica attuale le votazioni sono quasi una mera formalità, perché chi comanda è il leader supremo, non eleggibile dalla popolazione». La risposta del regime alle proteste è stata disumana. Oltre ai morti e ai feriti, numerose persone sono detenute illegalmente. Com’è la situazione da questo punto di vista? «La situazione è tragica. Molte persone sono detenute e sottoposte a torture. Anche per i morti non c’è pace: il governo chiede denaro alle famiglie per poter riavere i corpi indietro. Stanno vendendo i corpi chiedendo oltretutto alle famiglie di dichiarare che erano dei sostenitori del governo. Ti ricattano: se vuoi riavere il corpo indietro, paga e dichiara questo. Poi molti corpi vengono restituiti mutilati. Alle donne viene estratto l’utero per non lasciare traccia delle violenze a cui sono state sottoposte». Come pensa che potrebbero cambiare le cose? «L’unico scenario possibile per sovvertire la Repubblica Islamica è un intervento militare dall’esterno. So che questo può suonare come strano, perché chi è che vorrebbe una guerra nel proprio Paese? Ma la triste realtà è che non c’è altra soluzione. 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  • I cristiani non sono "goyim", come i giudei talmudici amano chiamarci, come se fossimo ancora sotto l'ombra della legge.

    I cristiani sono:

    – La discendenza di Abramo (Galati 3:29).
    – La discendenza di Isacco (Galati 4:28).
    – I figli della promessa (Romani 9:6-8).
    – L'Israele di Dio (Galati 6:16).
    – La Nuova Gerusalemme (Apocalisse 21:2).
    – Il Tempio del Dio vivente (1 Timoteo 3:15).
    – Il vero sacerdozio di Dio (1 Pietro 2:9).
    – Il popolo eletto (1 Pietro 2:9).
    – La nazione santa (1 Pietro 2:9).
    – Il popolo di Dio (1 Pietro 2:10).
    – I figli di Dio (Giovanni 1:13).

    Nessuno di questi attributi viene mai dato agli ebrei increduli, anzi, al contrario, Gesù li chiama:

    – Figli del diavolo (Giovanni 8:44).
    – Razza di vipere (Matteo 23:33).
    – Sinagoga di Satana (Apocalisse 2:9, 3:9).

    Quindi, per favore:
    se sei cristiano, smetti di adottare e utilizzare le etichette e le distinzioni del giudaismo talmudico, e adotta il linguaggio di Cristo e degli Apostoli

    POPOLO DI MARIA

    Source: https://x.com/i/status/2028181895444369749
    🔗 I cristiani non sono "goyim", come i giudei talmudici amano chiamarci, come se fossimo ancora sotto l'ombra della legge. I cristiani sono: – La discendenza di Abramo (Galati 3:29). – La discendenza di Isacco (Galati 4:28). – I figli della promessa (Romani 9:6-8). – L'Israele di Dio (Galati 6:16). – La Nuova Gerusalemme (Apocalisse 21:2). – Il Tempio del Dio vivente (1 Timoteo 3:15). – Il vero sacerdozio di Dio (1 Pietro 2:9). – Il popolo eletto (1 Pietro 2:9). – La nazione santa (1 Pietro 2:9). – Il popolo di Dio (1 Pietro 2:10). – I figli di Dio (Giovanni 1:13). Nessuno di questi attributi viene mai dato agli ebrei increduli, anzi, al contrario, Gesù li chiama: – Figli del diavolo (Giovanni 8:44). – Razza di vipere (Matteo 23:33). – Sinagoga di Satana (Apocalisse 2:9, 3:9). Quindi, per favore: se sei cristiano, smetti di adottare e utilizzare le etichette e le distinzioni del giudaismo talmudico, e adotta il linguaggio di Cristo e degli Apostoli POPOLO DI MARIA ✝️ Source: https://x.com/i/status/2028181895444369749
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  • QUESTI FOLLI PERSISTONO nel LORO PIANO per PORTARE l'EUROPA in GUERRA.
    Utilizzassero questi fondi per il Welfare.
    Spese militari europee, il ministro tedesco Wadephul bacchetta la Francia: "I suoi sforzi sono insufficienti"
    Il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha invitato i partner europei della Nato ad aumentare le spese belliche richiamando la Francia: "Deve fare di più".
    Il responsabile degli Esteri, durante un'intervista alla radio Deutschlandfunk, tira in ballo il presidente Macron: "Lui fa regolarmente e giustamente riferimento all'aspirazione della sovranità europea, ma deve agire di conseguenza". Berlino prevede di utilizzare più di 500 miliardi di euro tra il 2025 e il 2029. Parigi invece deve fare i conti con il terzo debito pubblico più alto dell'Unione, dopo Grecia e Italia
    Spese militari europee, il ministro tedesco Wadephul bacchetta la Francia: “I suoi sforzi sono insufficienti”

    Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul, intervenendo alla radio Deutschlandfunk, ha invitato i partner europei della Nato ad aumentare le spese per la difesa e ha criticato in particolare la Francia, definendo i suoi sforzi “insufficienti”.

    “Dobbiamo attuare il 5%”, ha affermato Wadephul, riferendosi all’obbligo per i paesi legati all’Alleanza di destinare il 5% del loro Pil al settore della difesa. “In Germania lo facciamo; i nostri bilanci e la nostra pianificazione finanziaria a medio termine lo consentono; ma se guardiamo ai nostri vicini, ai nostri alleati, c’è ancora margine di miglioramento”. Wadephul ha fatto riferimento al presidente francese Emmanuel Macron: “Lui fa regolarmente e giustamente riferimento alla nostra aspirazione alla sovranità europea, ma chiunque ne parli deve agire di conseguenza nel proprio Paese. Purtroppo, gli sforzi compiuti finora dalla Repubblica francese sono stati insufficienti per raggiungere questo obiettivo”.

    Le parole del ministro tedesco si inquadrano nel nuovo contesto, determinato anche dall’atteggiamento ondivago dell’amministrazione Trump sulla questione ucraina. Gli Stati membri della Nato si sono impegnati lo scorso giugno a portare la spesa per la difesa al 5% del Pil; un obiettivo che dovrebbe essere centrato entro il 2035.

    Lo scorso anno la Germania ha esentato la maggior parte della spesa per la difesa dai limiti del debito sanciti dalla Costituzione e gli attuali bilanci prevedono che Berlino spenderà più di 500 miliardi di euro (593 miliardi di dollari) per la difesa tra il 2025 e il 2029. La Francia ha meno margine di manovra. Il Paese ha il terzo debito pubblico più alto dell’Unione Europea in rapporto al Pil, dopo Grecia e Italia, quasi il doppio del limite del 60% stabilito dai trattati dell’Unione.

    Nell’intervista Wadephul ha confermato la contrarietà del governo tedesco all’ipotesi di Eurobond e ha poi concluso: “Chiunque oggi parli di indipendenza dagli Stati Uniti dovrebbe prima fare i compiti a casa, e l’Europa ha ancora molto lavoro da fare”. In Germania il dibattito sulle spese belliche si è intensificato in occasione della Conferenza di Monaco, con posizioni interne contrapposte. Armin Laschet (CDU) ha proposto che i paesi dell’Unione emettano Eurobond per finanziare i loro sforzi di difesa, opponendosi alla posizione del cancelliere Friedrich Merz che è contrario a questa soluzione. Laschet ha fatto riferimento all’approvazione da parte del Parlamento europeo di un prestito di 90 miliardi di euro per l’Ucraina, come prova del successo dell’uso degli Eurobond nella gestione del conflitto iniziato quattro anni fa con l’invasione russa.

    Per quanto riguarda le spese militari, Marie-Agnes Strack-Zimmermann, presidente della Commissione Difesa del Parlamento europeo, ha difeso la necessità di aumentare la produzione di carri armati tedeschi di alta qualità, accanto a opzioni più accessibili come i droni, ed ha sottolineato che l’aumento della spesa militare è essenziale per mantenere la competitività e la sicurezza europea contro le minacce provenienti da Russia, Stati Uniti e Cina.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/16/spese-militari-europee-il-ministro-tedesco-wadephul-bacchetta-la-francia-i-suoi-sforzi-sono-insufficienti/8293292/
    QUESTI FOLLI PERSISTONO nel LORO PIANO per PORTARE l'EUROPA in GUERRA. Utilizzassero questi fondi per il Welfare. Spese militari europee, il ministro tedesco Wadephul bacchetta la Francia: "I suoi sforzi sono insufficienti" Il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha invitato i partner europei della Nato ad aumentare le spese belliche richiamando la Francia: "Deve fare di più". Il responsabile degli Esteri, durante un'intervista alla radio Deutschlandfunk, tira in ballo il presidente Macron: "Lui fa regolarmente e giustamente riferimento all'aspirazione della sovranità europea, ma deve agire di conseguenza". Berlino prevede di utilizzare più di 500 miliardi di euro tra il 2025 e il 2029. Parigi invece deve fare i conti con il terzo debito pubblico più alto dell'Unione, dopo Grecia e Italia Spese militari europee, il ministro tedesco Wadephul bacchetta la Francia: “I suoi sforzi sono insufficienti” Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul, intervenendo alla radio Deutschlandfunk, ha invitato i partner europei della Nato ad aumentare le spese per la difesa e ha criticato in particolare la Francia, definendo i suoi sforzi “insufficienti”. “Dobbiamo attuare il 5%”, ha affermato Wadephul, riferendosi all’obbligo per i paesi legati all’Alleanza di destinare il 5% del loro Pil al settore della difesa. “In Germania lo facciamo; i nostri bilanci e la nostra pianificazione finanziaria a medio termine lo consentono; ma se guardiamo ai nostri vicini, ai nostri alleati, c’è ancora margine di miglioramento”. Wadephul ha fatto riferimento al presidente francese Emmanuel Macron: “Lui fa regolarmente e giustamente riferimento alla nostra aspirazione alla sovranità europea, ma chiunque ne parli deve agire di conseguenza nel proprio Paese. Purtroppo, gli sforzi compiuti finora dalla Repubblica francese sono stati insufficienti per raggiungere questo obiettivo”. Le parole del ministro tedesco si inquadrano nel nuovo contesto, determinato anche dall’atteggiamento ondivago dell’amministrazione Trump sulla questione ucraina. Gli Stati membri della Nato si sono impegnati lo scorso giugno a portare la spesa per la difesa al 5% del Pil; un obiettivo che dovrebbe essere centrato entro il 2035. Lo scorso anno la Germania ha esentato la maggior parte della spesa per la difesa dai limiti del debito sanciti dalla Costituzione e gli attuali bilanci prevedono che Berlino spenderà più di 500 miliardi di euro (593 miliardi di dollari) per la difesa tra il 2025 e il 2029. La Francia ha meno margine di manovra. Il Paese ha il terzo debito pubblico più alto dell’Unione Europea in rapporto al Pil, dopo Grecia e Italia, quasi il doppio del limite del 60% stabilito dai trattati dell’Unione. Nell’intervista Wadephul ha confermato la contrarietà del governo tedesco all’ipotesi di Eurobond e ha poi concluso: “Chiunque oggi parli di indipendenza dagli Stati Uniti dovrebbe prima fare i compiti a casa, e l’Europa ha ancora molto lavoro da fare”. In Germania il dibattito sulle spese belliche si è intensificato in occasione della Conferenza di Monaco, con posizioni interne contrapposte. Armin Laschet (CDU) ha proposto che i paesi dell’Unione emettano Eurobond per finanziare i loro sforzi di difesa, opponendosi alla posizione del cancelliere Friedrich Merz che è contrario a questa soluzione. Laschet ha fatto riferimento all’approvazione da parte del Parlamento europeo di un prestito di 90 miliardi di euro per l’Ucraina, come prova del successo dell’uso degli Eurobond nella gestione del conflitto iniziato quattro anni fa con l’invasione russa. Per quanto riguarda le spese militari, Marie-Agnes Strack-Zimmermann, presidente della Commissione Difesa del Parlamento europeo, ha difeso la necessità di aumentare la produzione di carri armati tedeschi di alta qualità, accanto a opzioni più accessibili come i droni, ed ha sottolineato che l’aumento della spesa militare è essenziale per mantenere la competitività e la sicurezza europea contro le minacce provenienti da Russia, Stati Uniti e Cina. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/16/spese-militari-europee-il-ministro-tedesco-wadephul-bacchetta-la-francia-i-suoi-sforzi-sono-insufficienti/8293292/
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    Spese militari europee, il ministro tedesco Wadephul bacchetta la Francia: "I suoi sforzi sono insufficienti"
    Il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha invitato i partner europei della Nato ad aumentare le spese belliche richiamando la Francia: "Deve fare di più"
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  • UCRAINA. VON DER LEYEN INDEBITA ANCORA GLI EUROPEI: ALTRI 90 MILIARDI
    Giuseppe Gagliano

    L’Unione Europea ha approvato un piano da 90 miliardi di euro per sostenere l’Ucraina, suddivisi in 30 miliardi per il bilancio statale e 60 per spese militari. La decisione, volta a sostenere un conflitto di lunga durata, prevede un indebitamento comune con costi che ricadranno sui contribuenti europei. La scelta di non utilizzare i beni russi congelati ha spinto a un’accelerazione del programma di aiuti. Emerso il divario tra Francia e Germania sul modello di utilizzo delle risorse. Il piano diventa un test per l’unione politica dell’UE.
    Sommario
    --------------------------------------------

    La decisione dell’UE di suddividere in modo strutturato il sostegno finanziario a Kiev, cioè 30 miliardi per il bilancio dello Stato e 60 miliardi per le spese militari, segna un passaggio politico che va oltre l’emergenza ucraina.

    🔸️ Questo conferma che la guerra sarà di lunga durata e che l’Europa non può più limitarsi a interventi tampone. La linea della von der Leyen fotografa una realtà ormai evidente: sostenere l’Ucraina significa assumersi un impegno finanziario strutturale, con costi e rischi che ricadranno direttamente sui contribuenti europei.

    🔸️ Il prestito da 90 miliardi, formalmente senza interessi per Kiev, avrà un costo reale per l’Unione a partire dal 2028, stimato in diversi miliardi l’anno solo per il servizio del debito.

    🔸️ È il prezzo dell’impossibilità politica di utilizzare subito i beni russi congelati, bloccata in particolare dalle resistenze del Belgio, dove è concentrata la gran parte di questi asset.

    🔸️ Bruxelles ha scelto quindi la via dell’indebitamento comune, aprendo di fatto a una nuova stagione di eurobond legati alla sicurezza. Una scelta che consolida l’idea di un’Europa che finanzia la guerra come bene pubblico, ma che rinvia il nodo politico fondamentale: chi pagherà davvero il conto finale.

    https://www.notiziegeopolitiche.net/ucraina-von-der-leyen-indebita-ancora-gli-europei-altri-90-miliardi/
    UCRAINA. VON DER LEYEN INDEBITA ANCORA GLI EUROPEI: ALTRI 90 MILIARDI Giuseppe Gagliano 🔴 L’Unione Europea ha approvato un piano da 90 miliardi di euro per sostenere l’Ucraina, suddivisi in 30 miliardi per il bilancio statale e 60 per spese militari. La decisione, volta a sostenere un conflitto di lunga durata, prevede un indebitamento comune con costi che ricadranno sui contribuenti europei. La scelta di non utilizzare i beni russi congelati ha spinto a un’accelerazione del programma di aiuti. Emerso il divario tra Francia e Germania sul modello di utilizzo delle risorse. Il piano diventa un test per l’unione politica dell’UE. Sommario ⬆️ -------------------------------------------- ⏹️ La decisione dell’UE di suddividere in modo strutturato il sostegno finanziario a Kiev, cioè 30 miliardi per il bilancio dello Stato e 60 miliardi per le spese militari, segna un passaggio politico che va oltre l’emergenza ucraina. 🔸️ Questo conferma che la guerra sarà di lunga durata e che l’Europa non può più limitarsi a interventi tampone. La linea della von der Leyen fotografa una realtà ormai evidente: sostenere l’Ucraina significa assumersi un impegno finanziario strutturale, con costi e rischi che ricadranno direttamente sui contribuenti europei. 🔸️ Il prestito da 90 miliardi, formalmente senza interessi per Kiev, avrà un costo reale per l’Unione a partire dal 2028, stimato in diversi miliardi l’anno solo per il servizio del debito. 🔸️ È il prezzo dell’impossibilità politica di utilizzare subito i beni russi congelati, bloccata in particolare dalle resistenze del Belgio, dove è concentrata la gran parte di questi asset. 🔸️ Bruxelles ha scelto quindi la via dell’indebitamento comune, aprendo di fatto a una nuova stagione di eurobond legati alla sicurezza. Una scelta che consolida l’idea di un’Europa che finanzia la guerra come bene pubblico, ma che rinvia il nodo politico fondamentale: chi pagherà davvero il conto finale. https://www.notiziegeopolitiche.net/ucraina-von-der-leyen-indebita-ancora-gli-europei-altri-90-miliardi/
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    Ucraina. Von der Leyen indebita ancora gli europei: altri 90 miliardi
    di Giuseppe Gagliano -La decisione dell’Unione Europea di suddividere in modo strutturato il sostegno finanziario a Kiev, cioè 30 miliardi per il bilancio dello Stato e 60 miliardi per le spese
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  • LA PUGNALATA alla schiena della Meloni agli agricoltori e ai consumatori italiani e europei!

    Mercosur, Meloni firma e neutralizza il no di Macron. Ma per gli agricoltori non c’è vittoria. Ecco chi ci guadagna
    di Luisiana Gaita
    La presidente del Consiglio parla di "garanzie ottenute”. Ma l'intesa e le promesse non convincono chi protesta in piazza con i trattori e neppure gli ambientalisti.

    Giorgia Meloni lo ha detto: per dare l’ok all’accordo Mercosur “abbiamo messo in equilibrio interessi diversi”. Quelli dell’industria, quelli dell’agricoltura e quelli geopolitici. E quando ci sono troppi interessi in gioco, c’è il rischio che qualcuno perda. Così, mentre gli agricoltori manifestavano per le strade di Milano, con una protesta organizzata da Riscatto agricolo Lombardia e l’intero Coapi, Coordinamento agricoltori e pescatori italiani e i trattori bloccavano il traffico in Spagna, Francia e altre nazioni per dire no all’intesa negoziata per un quarto di secolo, i rappresentanti permanenti degli Stati membri riuniti a Bruxelles nel Coreper davano il primo via libera alla firma dell’accordo di libero scambio con il blocco sudamericano del Mercosur che comprende Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. E avviavano la procedura scritta per l’adozione formale delle decisioni.

    Una scelta che costerà più di un grattacapo
    Francia, Ungheria, Irlanda, Polonia e Austria non si sono voluti assumere questa responsabilità e hanno votato contro. Il Belgio si è astenuto, l’Italia ha votato a favore. Stretta tra le richieste di reciprocità degli agricoltori e della sempre vicina Coldiretti, le pressioni di Confindustria, quelle della Commissione europea che vuole aprire a nuovi mercati, sperando di trovare in Sud America anche un salvagente alle strategie commerciali di Donald Trump. Sull’Italia il peso della decisione: con il suo voto è stata raggiunta la maggioranza qualificata, ossia il sostegno di almeno 15 Stati membri che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’Ue. Con questa decisione, il governo italiano ha neutralizzato la Francia di Macron con cui Giorgia Meloni non ha mai avuto rapporto idilliaci. E d’altronde, è da settimane che i partiti di maggioranza esultano ad ogni concessione della Commissione europea, definendola “una vittoria italiana”. Sarebbe stato un problema dire ‘no’ all’accordo tanto voluto da Ursula von der Leyen dopo aver incassato tante “vittorie” politiche. Solo il tempo dirà a tutti, soprattutto agli agricoltori, se si trattava di vittorie concrete e se i vantaggi dell’accordo superano davvero i rischi. Nel frattempo, però, le organizzazioni agricole e le cooperative agricole europee, rappresentate da Copa e Cogeca “rimangono unanimi e unite nel denunciare un accordo che rimane fondamentalmente sbilanciato e imperfetto nella sua essenza, nonostante le ultime modifiche alle misure di salvaguardia aggiuntive”.

    Meloni: “Abbiamo detto sì, alla luce delle garanzie per gli agricoltori” - FALSO!

    E mentre il vicepremier polacco Władysław Kosiniak-Kamysz annncia che il Paese presenterà un ricorso alla Corte di giustizia dell’Ue contro l’accordo, la premier italiana Giorgia Meloni non esulta per la maggioranza raggiunta. E si affretta a spiegare le ragioni che, alla fine, l’hanno spinta a dare l’ok. Un via libera che, già si aspetta, le procurerà più di un grattacapo. “Non ho mai avuto una preclusione ideologica sul Mercosur, ho sempre posto una questione pragmatica che non riguarda solo il Mercosur: la strategia europea di iper-regolamentare al suo interno aprendo, al contempo, ad accordi di libero scambio è suicida. Non potevamo dire sì, a scapito delle eccellenze delle nostre produzioni” ha detto alla conferenza di fine anno. E ha ricordato come l’Italia abbia aperto una interlocuzione con la Commissione Ue, ottenendo “alcuni risultati per gli agricoltori”. Tra questi, la premier ha ricordato il meccanismo di salvaguardia per i prodotti sensibili, il fondo di compensazione, un rafforzamento dei controlli fitosanitari in entrata. E, nell’ambito della trattativa sul bilancio Ue per la Pac, la possibilità di poter utilizzare già dal 2028, altri 45 miliardi di euro che sarebbero rimasti bloccati fino al 2032. “Alla luce di queste garanzie per i nostri agricoltori abbiamo dato l’ok all’accordo” ha ribadito. Anche il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida ha ricordato il fondo da 6,3 miliardi di euro “per la mitigazione delle potenziali perturbazioni di mercato, insieme all’azzeramento dei dazi e degli aggravi di costo per i fertilizzanti previste dal regolamento Cbam.

    L’ultima conferma: indagini dopo l’aumento dei prezzi del 5%
    Nel corso della riunione degli ambasciatori, la presidenza cipriota dell’Ue ha constatato “l’ampio sostegno” sufficiente a raggiungere la maggioranza qualificata sul pacchetto per la firma e l’applicazione provvisoria dell’accordo commerciale ad Interim (iTA) e dell’accordo di partnership (Empa) con il Mercosur. Nella stessa sessione sono state formalmente approvate (con qualche modifica) le salvaguardie negoziate a dicembre da Parlamento e Consiglio Ue, che devono ancora essere adottate dal Parlamento europeo in sessione plenaria. Obiettivo: proteggere il settore agroalimentare europeo da potenziali gravi distorsioni su prodotti come pollame, carne bovina, uova, agrumi e zucchero. Il nuovo quadro stabilisce soglie specifiche affinché la Commissione europea possa avviare indagini e, nel caso, attivare misure specifiche, qualora si verificasse un forte impatto sui prodotti agricoli sensibili europei. A dicembre, Consiglio e Parlamento europei avevano concordato di fissare tali soglie all’8%, ma queste sono state ridotte al 5%, come sostenuto inizialmente dall’Eurocamera, per soddisfare le richieste di Roma. Quindi Bruxelles ora potrà intervenire ogni volta che le importazioni di prodotti sensibili aumenteranno in media del 5% e i prezzi scenderanno della stessa percentuale in un periodo di tre anni.

    Chi vince e chi rischia
    Ma allora chi è che più rischia e chi è che vince con la firma dell’accordo? A guadagnarci sono gli esportatori europei. Nell’Unione europea della manifattura, della meccanica, dell’impiantistica e della componentistica, Bruxelles punta alla rimozione graduale dei dazi su automobili e componenti auto, macchinari, vestiti, tessuti, prodotti chimici. E calcola un risparmio per gli esportatori europei di oltre 4 miliardi di euro all’anno. Da qui le pressioni di Confindustria per la firma dell’accordo. Per quanto riguarda il comparto agricolo i settori che potrebbero beneficiarne sono quello dei vini e dei liquori (con un abbattimento dei dazi fino al 35%) e dell’olio di oliva (con l’eliminazione graduale del 10% di dazio). Il presidente di Unione italiana vini (Uiv), Lamberto Frescobaldi considera “strategica la chiusura positiva dell’accordo”. Oggi i vini europei destinati al Brasile subiscono rincari fino al 27% per i vini fermi e al 35% per gli spumanti per effetto dei dazi all’importazione. Per il presidente di Federalimentare, Paolo Mascarino “il via libera al trattato Ue-Mercosur è un accordo storico, atteso da tempo, e per l’industria alimentare italiana può valere ogni anno fino a 400 milioni di export aggiuntivo”. Ma l’accordo aprirà la strada europea a prodotti del Mercosur, come la carne di bovino, il pollame e lo zucchero, dietro i quali c’è più di un rischio (Leggi l’approfondimento). Basta pensare che il Brasile, il maggiore esportatore di carne al mondo (con l’Unione europea come secondo mercato dopo la Cina), prevede un aumento delle esportazioni agricole versione l’Ue da oltre 8 miliardi di dollari al 2040. “Dal Mercosur – sostiene Coldiretti – arriveranno 300 milioni di chilogrammi di carne di manzo e di pollo dalle allevamenti dove si usano antibiotici vietati in Europa e 60 milioni di chilogrammi di riso coltivato con l’uso di pesticidi proibiti in Ue, oltre a 180 milioni di chilogrammi di zucchero prodotto anche attraverso lo sfruttamento dei lavoratori”.

    Gli agricoltori vogliono (ma non ottengono) “le stesse regole”
    Confagricoltura conferma le sue perplessità sostenendo che l’accordo, nella sua forma attuale “rischia di consolidare un’evidente asimmetria: mentre alle imprese agricole italiane ed europee viene richiesto il rispetto di standard elevatissimi in termini di sostenibilità ambientale, sicurezza alimentare e diritti dei lavoratori, le stesse regole non sono attuate per le importazioni dai Paesi del Mercosur”. Anche Cna Agroalimentare ribadisce la contrarietà all’accordo Mercosur senza garanzie sulla concorrenza e sugli standard ambientali e sanitari. E ribatte: “L’intesa, come attualmente configurata, rischia di introdurre elementi di concorrenza sleale, in ragione delle profonde differenze negli standard ambientali, sanitari e sociali tra l’Unione europea e i Paesi aderenti al Mercosur”. Per Cna Agroalimentare è fondamentale introdurre condizioni di reciprocità. Tradotto: i prodotti che entrano nell’Unione Europea devono rispondere alle stesse regole che devono essere rispettate da agricoltori e produttori europei. E torna il discorso degli interessi: “Non è sostenibile l’utilizzo dei prodotti agroalimentari come strumento di compensazione negoziale in accordi che favoriscono altri comparti economici. Gli accordi di libero scambio devono tenere insieme le esigenze degli esportatori e quelle degli importatori a tutela dei consumatori”. Per Coldiretti “il governo italiano ha richiesto il divieto di importazione di prodotti con residui di sostanze vietate in Europa, ma ora è la Von der Leyen che deve dare risposte.”. La reciprocità, insieme all’obiettivo di aumentare i controlli, per Coldiretti rimane un punto essenziale: “Ora la presidente Von der Leyen e la sua ristrettissima cerchia di tecnocrati, di cui continuiamo a non fidarci, deve tradurre in regolamenti gli impegni richiesti dall’Italia su un principio di reciprocità valido per tutti gli scambi commerciali e non solo per quelli del Mercosur”.

    L’accusa degli ambientalisti
    Anche gli ambientalisti protestano e manifestano le loro preoccupazioni. “Le promesse della Commissione europea di minori vincoli e maggiori risorse non affrontano i nodi strutturali dell’accordo, né garantiscono controlli efficaci sulle merci che entrano nel mercato europeo” commenta Martina Borghi, della campagna Foreste di Greenpeace Italia. E aggiunge: “Questo accordo si inserisce in un contesto già fortemente preoccupante: l’indebolimento e il rinvio del Regolamento europeo per smettere di importare deforestazione (Eudr), l’attacco alla Moratoria sulla soia in Amazzonia e la spinta a un modello di scambio che incentiva la distruzione degli ecosistemi”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/09/accordo-mercosur-meloni-francia-agricoltori-notizie/8250658/
    LA PUGNALATA alla schiena della Meloni agli agricoltori e ai consumatori italiani e europei! Mercosur, Meloni firma e neutralizza il no di Macron. Ma per gli agricoltori non c’è vittoria. Ecco chi ci guadagna di Luisiana Gaita La presidente del Consiglio parla di "garanzie ottenute”. Ma l'intesa e le promesse non convincono chi protesta in piazza con i trattori e neppure gli ambientalisti. Giorgia Meloni lo ha detto: per dare l’ok all’accordo Mercosur “abbiamo messo in equilibrio interessi diversi”. Quelli dell’industria, quelli dell’agricoltura e quelli geopolitici. E quando ci sono troppi interessi in gioco, c’è il rischio che qualcuno perda. Così, mentre gli agricoltori manifestavano per le strade di Milano, con una protesta organizzata da Riscatto agricolo Lombardia e l’intero Coapi, Coordinamento agricoltori e pescatori italiani e i trattori bloccavano il traffico in Spagna, Francia e altre nazioni per dire no all’intesa negoziata per un quarto di secolo, i rappresentanti permanenti degli Stati membri riuniti a Bruxelles nel Coreper davano il primo via libera alla firma dell’accordo di libero scambio con il blocco sudamericano del Mercosur che comprende Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. E avviavano la procedura scritta per l’adozione formale delle decisioni. Una scelta che costerà più di un grattacapo Francia, Ungheria, Irlanda, Polonia e Austria non si sono voluti assumere questa responsabilità e hanno votato contro. Il Belgio si è astenuto, l’Italia ha votato a favore. Stretta tra le richieste di reciprocità degli agricoltori e della sempre vicina Coldiretti, le pressioni di Confindustria, quelle della Commissione europea che vuole aprire a nuovi mercati, sperando di trovare in Sud America anche un salvagente alle strategie commerciali di Donald Trump. Sull’Italia il peso della decisione: con il suo voto è stata raggiunta la maggioranza qualificata, ossia il sostegno di almeno 15 Stati membri che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’Ue. Con questa decisione, il governo italiano ha neutralizzato la Francia di Macron con cui Giorgia Meloni non ha mai avuto rapporto idilliaci. E d’altronde, è da settimane che i partiti di maggioranza esultano ad ogni concessione della Commissione europea, definendola “una vittoria italiana”. Sarebbe stato un problema dire ‘no’ all’accordo tanto voluto da Ursula von der Leyen dopo aver incassato tante “vittorie” politiche. Solo il tempo dirà a tutti, soprattutto agli agricoltori, se si trattava di vittorie concrete e se i vantaggi dell’accordo superano davvero i rischi. Nel frattempo, però, le organizzazioni agricole e le cooperative agricole europee, rappresentate da Copa e Cogeca “rimangono unanimi e unite nel denunciare un accordo che rimane fondamentalmente sbilanciato e imperfetto nella sua essenza, nonostante le ultime modifiche alle misure di salvaguardia aggiuntive”. Meloni: “Abbiamo detto sì, alla luce delle garanzie per gli agricoltori” - FALSO! E mentre il vicepremier polacco Władysław Kosiniak-Kamysz annncia che il Paese presenterà un ricorso alla Corte di giustizia dell’Ue contro l’accordo, la premier italiana Giorgia Meloni non esulta per la maggioranza raggiunta. E si affretta a spiegare le ragioni che, alla fine, l’hanno spinta a dare l’ok. Un via libera che, già si aspetta, le procurerà più di un grattacapo. “Non ho mai avuto una preclusione ideologica sul Mercosur, ho sempre posto una questione pragmatica che non riguarda solo il Mercosur: la strategia europea di iper-regolamentare al suo interno aprendo, al contempo, ad accordi di libero scambio è suicida. Non potevamo dire sì, a scapito delle eccellenze delle nostre produzioni” ha detto alla conferenza di fine anno. E ha ricordato come l’Italia abbia aperto una interlocuzione con la Commissione Ue, ottenendo “alcuni risultati per gli agricoltori”. Tra questi, la premier ha ricordato il meccanismo di salvaguardia per i prodotti sensibili, il fondo di compensazione, un rafforzamento dei controlli fitosanitari in entrata. E, nell’ambito della trattativa sul bilancio Ue per la Pac, la possibilità di poter utilizzare già dal 2028, altri 45 miliardi di euro che sarebbero rimasti bloccati fino al 2032. “Alla luce di queste garanzie per i nostri agricoltori abbiamo dato l’ok all’accordo” ha ribadito. Anche il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida ha ricordato il fondo da 6,3 miliardi di euro “per la mitigazione delle potenziali perturbazioni di mercato, insieme all’azzeramento dei dazi e degli aggravi di costo per i fertilizzanti previste dal regolamento Cbam. L’ultima conferma: indagini dopo l’aumento dei prezzi del 5% Nel corso della riunione degli ambasciatori, la presidenza cipriota dell’Ue ha constatato “l’ampio sostegno” sufficiente a raggiungere la maggioranza qualificata sul pacchetto per la firma e l’applicazione provvisoria dell’accordo commerciale ad Interim (iTA) e dell’accordo di partnership (Empa) con il Mercosur. Nella stessa sessione sono state formalmente approvate (con qualche modifica) le salvaguardie negoziate a dicembre da Parlamento e Consiglio Ue, che devono ancora essere adottate dal Parlamento europeo in sessione plenaria. Obiettivo: proteggere il settore agroalimentare europeo da potenziali gravi distorsioni su prodotti come pollame, carne bovina, uova, agrumi e zucchero. Il nuovo quadro stabilisce soglie specifiche affinché la Commissione europea possa avviare indagini e, nel caso, attivare misure specifiche, qualora si verificasse un forte impatto sui prodotti agricoli sensibili europei. A dicembre, Consiglio e Parlamento europei avevano concordato di fissare tali soglie all’8%, ma queste sono state ridotte al 5%, come sostenuto inizialmente dall’Eurocamera, per soddisfare le richieste di Roma. Quindi Bruxelles ora potrà intervenire ogni volta che le importazioni di prodotti sensibili aumenteranno in media del 5% e i prezzi scenderanno della stessa percentuale in un periodo di tre anni. Chi vince e chi rischia Ma allora chi è che più rischia e chi è che vince con la firma dell’accordo? A guadagnarci sono gli esportatori europei. Nell’Unione europea della manifattura, della meccanica, dell’impiantistica e della componentistica, Bruxelles punta alla rimozione graduale dei dazi su automobili e componenti auto, macchinari, vestiti, tessuti, prodotti chimici. E calcola un risparmio per gli esportatori europei di oltre 4 miliardi di euro all’anno. Da qui le pressioni di Confindustria per la firma dell’accordo. Per quanto riguarda il comparto agricolo i settori che potrebbero beneficiarne sono quello dei vini e dei liquori (con un abbattimento dei dazi fino al 35%) e dell’olio di oliva (con l’eliminazione graduale del 10% di dazio). Il presidente di Unione italiana vini (Uiv), Lamberto Frescobaldi considera “strategica la chiusura positiva dell’accordo”. Oggi i vini europei destinati al Brasile subiscono rincari fino al 27% per i vini fermi e al 35% per gli spumanti per effetto dei dazi all’importazione. Per il presidente di Federalimentare, Paolo Mascarino “il via libera al trattato Ue-Mercosur è un accordo storico, atteso da tempo, e per l’industria alimentare italiana può valere ogni anno fino a 400 milioni di export aggiuntivo”. Ma l’accordo aprirà la strada europea a prodotti del Mercosur, come la carne di bovino, il pollame e lo zucchero, dietro i quali c’è più di un rischio (Leggi l’approfondimento). Basta pensare che il Brasile, il maggiore esportatore di carne al mondo (con l’Unione europea come secondo mercato dopo la Cina), prevede un aumento delle esportazioni agricole versione l’Ue da oltre 8 miliardi di dollari al 2040. “Dal Mercosur – sostiene Coldiretti – arriveranno 300 milioni di chilogrammi di carne di manzo e di pollo dalle allevamenti dove si usano antibiotici vietati in Europa e 60 milioni di chilogrammi di riso coltivato con l’uso di pesticidi proibiti in Ue, oltre a 180 milioni di chilogrammi di zucchero prodotto anche attraverso lo sfruttamento dei lavoratori”. Gli agricoltori vogliono (ma non ottengono) “le stesse regole” Confagricoltura conferma le sue perplessità sostenendo che l’accordo, nella sua forma attuale “rischia di consolidare un’evidente asimmetria: mentre alle imprese agricole italiane ed europee viene richiesto il rispetto di standard elevatissimi in termini di sostenibilità ambientale, sicurezza alimentare e diritti dei lavoratori, le stesse regole non sono attuate per le importazioni dai Paesi del Mercosur”. Anche Cna Agroalimentare ribadisce la contrarietà all’accordo Mercosur senza garanzie sulla concorrenza e sugli standard ambientali e sanitari. E ribatte: “L’intesa, come attualmente configurata, rischia di introdurre elementi di concorrenza sleale, in ragione delle profonde differenze negli standard ambientali, sanitari e sociali tra l’Unione europea e i Paesi aderenti al Mercosur”. Per Cna Agroalimentare è fondamentale introdurre condizioni di reciprocità. Tradotto: i prodotti che entrano nell’Unione Europea devono rispondere alle stesse regole che devono essere rispettate da agricoltori e produttori europei. E torna il discorso degli interessi: “Non è sostenibile l’utilizzo dei prodotti agroalimentari come strumento di compensazione negoziale in accordi che favoriscono altri comparti economici. Gli accordi di libero scambio devono tenere insieme le esigenze degli esportatori e quelle degli importatori a tutela dei consumatori”. Per Coldiretti “il governo italiano ha richiesto il divieto di importazione di prodotti con residui di sostanze vietate in Europa, ma ora è la Von der Leyen che deve dare risposte.”. La reciprocità, insieme all’obiettivo di aumentare i controlli, per Coldiretti rimane un punto essenziale: “Ora la presidente Von der Leyen e la sua ristrettissima cerchia di tecnocrati, di cui continuiamo a non fidarci, deve tradurre in regolamenti gli impegni richiesti dall’Italia su un principio di reciprocità valido per tutti gli scambi commerciali e non solo per quelli del Mercosur”. L’accusa degli ambientalisti Anche gli ambientalisti protestano e manifestano le loro preoccupazioni. “Le promesse della Commissione europea di minori vincoli e maggiori risorse non affrontano i nodi strutturali dell’accordo, né garantiscono controlli efficaci sulle merci che entrano nel mercato europeo” commenta Martina Borghi, della campagna Foreste di Greenpeace Italia. E aggiunge: “Questo accordo si inserisce in un contesto già fortemente preoccupante: l’indebolimento e il rinvio del Regolamento europeo per smettere di importare deforestazione (Eudr), l’attacco alla Moratoria sulla soia in Amazzonia e la spinta a un modello di scambio che incentiva la distruzione degli ecosistemi”. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/09/accordo-mercosur-meloni-francia-agricoltori-notizie/8250658/
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