• https://toba60.com/vaccini-covid-e-modifica-del-dna-conseguenze-sullanima-sullo-spirito-e-sulla-vita-dopo-la-morte/
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  • https://toba60.com/nanotecnologie-trovate-allinterno-degli-esseri-umani-in-tutto-il-mondo-e-le-conseguenze-sono-tutte-a-venire/
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    TOBA60.COM
    Nanotecnologie trovate all’interno degli esseri umani in tutto il mondo e le conseguenze sono tutte a venire
    Il potere non è solo quello che possiedi realmente, ma quello che i nemici pensano tu abbia. Saul Alinsky Siamo tra i più ricercati portali al mondo nel settore
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  • Dove sta la giustizia? I bambini del bosco isolati, separati dai genitori, spiati per dimostrare che le loro lacrime alla vista della madre sono sintomo di disagio nel vederla e non invece la manifestazione dell'immenso dolore che provano per una situazione che non possono capire.
    Forse la piccola si sente in colpa per aver raccolto due funghi matti che portandoli in ospedale sono all'origine di tutta la situazione.
    Io spero, prego che questo tormento finisca presto, che questi giudici si ravvedano e restituiscano a questa famiglia un po' di pace prima che avvengano conseguenze ancora più gravi.
    Famiglia che non potrà mai più dimenticare il tormento a cui gli zelanti e ben pagati servitori dello stato li hanno sottoposti.
    Che i Giudici ritrovino un po' di umanità e senso comune ma che mai pagheranno le loro colpe grazie a chi, votando No, ha avallato tutto questo dolore.
    Dove sta la giustizia? I bambini del bosco isolati, separati dai genitori, spiati per dimostrare che le loro lacrime alla vista della madre sono sintomo di disagio nel vederla e non invece la manifestazione dell'immenso dolore che provano per una situazione che non possono capire. Forse la piccola si sente in colpa per aver raccolto due funghi matti che portandoli in ospedale sono all'origine di tutta la situazione. Io spero, prego che questo tormento finisca presto, che questi giudici si ravvedano e restituiscano a questa famiglia un po' di pace prima che avvengano conseguenze ancora più gravi. Famiglia che non potrà mai più dimenticare il tormento a cui gli zelanti e ben pagati servitori dello stato li hanno sottoposti. Che i Giudici ritrovino un po' di umanità e senso comune ma che mai pagheranno le loro colpe grazie a chi, votando No, ha avallato tutto questo dolore.
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  • www.corriere.it
    «Io, professore, vi racconto come due decenni di smartphone hanno trasformato i ragazzi. In peggio»
    Nella mia esperienza di insegnante, ho visto con i miei occhi gli effetti che i cellulari e i social hanno avuto sui ragazzi. E' una mutazione antropologica. Bisogna agire ora | Alessandro D'Avenia

    D'Avenia: «Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori»

    «Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese».

    Così dichiarava il tredicenne, mercoledì 25, prima di compiere il crimine ideato nel dettaglio grazie a un fenomeno sempre più diffuso: il Nihilistic Violent Extremism (Nve: Estremismo Nichilista Violento). Una costellazione di gruppi o soggetti singoli che promuovono e compiono violenza fine a se stessa, online e offline, usando i minori come vittime o carnefici.

    Attraggono soggetti vulnerabili attraverso piattaforme di gioco e applicazioni di messaggistica, e li spingono all’uso di droghe, alla condivisione di immagini intime, alla produzione di materiale pedopornografico, all’incesto e allo stupro, alla tortura di animali, ad autolesionismo, suicidio o omicidio in diretta.

    Abbiamo donato ai bambini il cellulare, ma adesso sappiamo che è come aver dato loro una macchina, dell’alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa, ma uno strumento che ti usa.

    Mi rivolgo adesso ai politici, perché il problema è politico. Che cosa aspettate?

    Nella mia esperienza di insegnante cominciata nel 2000 ho assistito a una mutazione antropologica.

    Lo smartphone ha determinato l’adultizzazione e quindi l’adulterazione dell’infanzia, destrutturando una tappa della crescita con conseguenze di salute per tutta la vita successiva.

    APPROFONDISCI CON IL PODCAST
    Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Ripeto, è come regalare loro le chiavi della macchina o una cassa di vino.

    Ci vuole una rivoluzione dal basso, dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori, di cui purtroppo siamo diventati complici inconsapevoli (che ebbrezza quando abbiamo riempito la scuola di device che adesso dobbiamo vietare...).

    Proprio in questi giorni si è concluso a Los Angeles un procedimento legale in cui per la prima volta i manager di Instagram e YouTube hanno dovuto testimoniare. Un maxi-processo con 1.600 querelanti intentato a Google e Meta, a partire dalla denuncia della ventenne Kaley G.M., che ha cominciato a soffrire di ansia, depressione e pensieri suicidi a causa dell’uso precoce dei social. Il verdetto ha stabilito che le piattaforme che Kaley frequenta da quando era bambina sono colpevoli dei suoi disturbi. Anche TikTok e SnapChat erano stati citati in giudizio ma hanno patteggiato, chiudendo con un accordo privato e un risarcimento non dichiarato.

    La strategia usata dagli avvocati delle vittime è stata quella degli anni ’90 contro l’industria del tabacco che nascondeva le conseguenze del fumo. Le compagnie dovettero risarcire 206 miliardi di dollari e sospendere la pubblicità (ricorderete film come Insider e Thank you for smoking). Allo stesso modo la sentenza del 26 marzo 2026 contro le big-tech è storica: non solo non fanno abbastanza per i minori, ma fanno male.

    Il caso del tredicenne italiano non è diverso: la sua rabbia, invece di essere accolta dalle figure adulte vicine, viene intercettata dagli attori del Nve, come in tanti casi simili avvenuti in giro per il mondo di recente. Si tratta di ragazzini problematici o è un effetto dell’architettura dei social?

    Nel 2017 la 14enne inglese Molly Rose si era uccisa dopo aver assorbito migliaia di immagini di autolesionismo. La fondazione a lei dedicata ha pubblicato di recente una ricerca che mostra come, nonostante i proclami delle piattaforme, non sia cambiato nulla. È stato simulato il profilo TikTok e Instagram di una 15enne depressa: il 95% dei video proposti dall’algoritmo «per te» sono risultati dannosi, il 55% relativi ad autolesionismo e suicidio, il 16% a modi per togliersi la vita.

    Il libro fenomeno globale di Jonathan Haidt, «La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli», che tutti gli educatori dovrebbero leggere (in Italia sta facendo altrettanto Alberto Pellai che, con Barbara Tamborini, ha pubblicato di recente l’ottimo «Esci da quella stanza»), raccoglie le evidenze scientifiche dopo 20 anni di esposizione al cellulare di bambini e adolescenti: dipendenza, frammentazione dell’attenzione, destrutturazione della socialità, perdita del sonno.

    Quattro elementi letali per la crescita, un abuso in piena regola: su soggetti fragili (bambini e adolescenti lo sono per definizione) questi mezzi portano più danni che benefici, è la kryptonite dell’infanzia. Che fare?

    Sull’esempio dell’Australia che ha disattivato i profili degli under 16 e vieta l’iscrizione senza un documento di identità, molti governi stanno legiferando. In Francia, Portogallo, Uk, Danimarca e Spagna sono state approvate leggi simili ma l’iter operativo è ancora in corso. Brasile e Norvegia stanno varando la legge, la Germania la sta discutendo.

    In Italia? Pur essendoci mossi in anticipo con una proposta bipartisan la legge è rimasta in stallo, forse perché un provvedimento del genere non porta consenso, non è gradito alle big-tech o perché siamo impastoiati in un sistema che mette altre cose prima dell’educazione e della salute dei ragazzi.

    Bisogna allora intanto agire dal basso. Per questo partecipo a un progetto, ideato da professionisti di vari ambiti e in rapida espansione, per promuovere l’educazione digitale e preservare la salute dei ragazzi: «I patti digitali». Accordi che, in comunità di diversa entità, vengono stretti da genitori, insegnanti e altre figure educative, per stabilire poche e semplici regole condivise in quella comunità (età giusta per lo smartphone, opportunità delle chat di classe, sia dei genitori che dei ragazzi, modi d’uso del registro elettronico, validità dei compiti online...) e smontare il così fan tutti: «Si sentirebbe fuori dal mondo».

    Se in una comunità sono tutti d’accordo viene meno il senso di inferiorità, la pressione sociale e la scorciatoia comoda per sedare i figli (anche nel XIX secolo si usavano gli oppiacei per calmare i bambini, ma si finiva con l’avvelenarli).

    In questi anni abbiamo riempito le aule di strumenti digitali, convinti che avrebbero rivoluzionato la didattica, salvo scoprire che aiutano l’apprendimento solo in superficie, anzi hanno provocato lo sviluppo della cosiddetta «mente da cavalletta», incapace di attenzione e di tenuta, sempre alla ricerca della ricompensa, e una soglia della noia bassissima (soggetti del tutto manipolabili): bisogna quindi tornare alla scrittura a mano, alla calligrafia, alla lettura ad alta voce, all’ascolto attivo, all’attenzione mirata.

    Non si tratta di vietare (i ragazzi sanno poi come fregarci), ma di dare alternative: nelle comunità che adottano i patti digitali cresce di pari passo la frequentazione di biblioteche, attività sportive e sociali. Possono essere gruppi di genitori, singole scuole o gruppi di scuole, intere comunità cittadine a siglare un patto e ricevere l’aiuto degli esperti, senza appesantire una vita già assai complessa.

    Il 13 aprile prossimo alle 14.30 terremo l’incontro «Educazione e protezione digitale», dal vivo e in collegamento, nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati (si potrà seguire la diretta). Ci saranno esponenti della Fondazione dei Patti, testimoni dei Patti già avviati e figure politiche dell’intero arco parlamentare impegnate da tempo nelle proposte di legge per regolamentare l’uso della rete da parte dei minori, cito solo Marco Gui, docente di Sociologia dei media all’Università di Milano-Bicocca, Stefano Vicari, direttore di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù, Elena Bozzola, coordinatrice della commissione Dipendenze Digitali della Società Italiana di Pediatria, Adriano Bordignon, presidente del Forum Nazionale delle Associazioni Familiari, Stefania Garassini, giornalista e docente universitaria di Content management e Digital Journalism, Anna Scavuzzo, assessore all’Educazione del Comune di Milano, Marianna Madia (Pd), Lavinia Mennuni (FdI), Giulia Pastorella (Azione), Giorgia Latini ed Erika Stefani (Lega), Devis Dori (Verdi, già M5S).

    Chiedo alla premier Meloni che ha una figlia, a cui sicuramente non ha dato né darà a breve un cellulare: varate una legge in questa legislatura. Il manifesto del tredicenne attentatore, evidentemente copia-incollato dai contenuti del gruppo Nlm (No Lives Matter, Nessuna vita conta, che diffonde anche un manuale per l’uso efficace di lame e armi) è un’ottima radiografia del nostro mondo adulto: «Mi sento superiore a tutti i miei coetanei. Mi sento molto più intelligente di loro e indossare un’uniforme dimostra la mia superiorità rispetto ai comuni mortali. Non sono più uno di loro, ho l’intelligenza di capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni... non mi riconosco in nessuna ideologia ben definita perché l’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia. La vita è priva di senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo... Sono stanco di essere un tipo banale, di dover fare sempre le stesse cose».

    Queste parole girate al rovescio nascondono un bisogno profondo: «Guardatemi! Aiutatemi a scoprire che sono unico, a capire le mie emozioni e a non subirle, a conoscere il mondo e gli altri, a sperimentare che la (mia) vita ha senso e vale. Toglietemi il cellulare. Liberatemi! Lasciatemi vivere i miei 13 anni. Voglio vivere!».

    La realtà ci parla attraverso un caso eclatante. Ma questo non è un caso isolato e nemmeno un caso, è la conseguenza di un processo di abuso continuo che avvelena le anime e i corpi dei ragazzi e contro cui non stiamo facendo abbastanza.

    https://www.corriere.it/alessandro-d-avenia-ultimo-banco/26_marzo_30/che-cosa-aspettate-f446dca0-f52a-4b71-b118-830a462d9xlk_amp.shtml
    www.corriere.it «Io, professore, vi racconto come due decenni di smartphone hanno trasformato i ragazzi. In peggio» Nella mia esperienza di insegnante, ho visto con i miei occhi gli effetti che i cellulari e i social hanno avuto sui ragazzi. E' una mutazione antropologica. Bisogna agire ora | Alessandro D'Avenia D'Avenia: «Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori» «Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese». Così dichiarava il tredicenne, mercoledì 25, prima di compiere il crimine ideato nel dettaglio grazie a un fenomeno sempre più diffuso: il Nihilistic Violent Extremism (Nve: Estremismo Nichilista Violento). Una costellazione di gruppi o soggetti singoli che promuovono e compiono violenza fine a se stessa, online e offline, usando i minori come vittime o carnefici. Attraggono soggetti vulnerabili attraverso piattaforme di gioco e applicazioni di messaggistica, e li spingono all’uso di droghe, alla condivisione di immagini intime, alla produzione di materiale pedopornografico, all’incesto e allo stupro, alla tortura di animali, ad autolesionismo, suicidio o omicidio in diretta. Abbiamo donato ai bambini il cellulare, ma adesso sappiamo che è come aver dato loro una macchina, dell’alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa, ma uno strumento che ti usa. Mi rivolgo adesso ai politici, perché il problema è politico. Che cosa aspettate? Nella mia esperienza di insegnante cominciata nel 2000 ho assistito a una mutazione antropologica. Lo smartphone ha determinato l’adultizzazione e quindi l’adulterazione dell’infanzia, destrutturando una tappa della crescita con conseguenze di salute per tutta la vita successiva. APPROFONDISCI CON IL PODCAST Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Ripeto, è come regalare loro le chiavi della macchina o una cassa di vino. Ci vuole una rivoluzione dal basso, dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori, di cui purtroppo siamo diventati complici inconsapevoli (che ebbrezza quando abbiamo riempito la scuola di device che adesso dobbiamo vietare...). Proprio in questi giorni si è concluso a Los Angeles un procedimento legale in cui per la prima volta i manager di Instagram e YouTube hanno dovuto testimoniare. Un maxi-processo con 1.600 querelanti intentato a Google e Meta, a partire dalla denuncia della ventenne Kaley G.M., che ha cominciato a soffrire di ansia, depressione e pensieri suicidi a causa dell’uso precoce dei social. Il verdetto ha stabilito che le piattaforme che Kaley frequenta da quando era bambina sono colpevoli dei suoi disturbi. Anche TikTok e SnapChat erano stati citati in giudizio ma hanno patteggiato, chiudendo con un accordo privato e un risarcimento non dichiarato. La strategia usata dagli avvocati delle vittime è stata quella degli anni ’90 contro l’industria del tabacco che nascondeva le conseguenze del fumo. Le compagnie dovettero risarcire 206 miliardi di dollari e sospendere la pubblicità (ricorderete film come Insider e Thank you for smoking). Allo stesso modo la sentenza del 26 marzo 2026 contro le big-tech è storica: non solo non fanno abbastanza per i minori, ma fanno male. Il caso del tredicenne italiano non è diverso: la sua rabbia, invece di essere accolta dalle figure adulte vicine, viene intercettata dagli attori del Nve, come in tanti casi simili avvenuti in giro per il mondo di recente. Si tratta di ragazzini problematici o è un effetto dell’architettura dei social? Nel 2017 la 14enne inglese Molly Rose si era uccisa dopo aver assorbito migliaia di immagini di autolesionismo. La fondazione a lei dedicata ha pubblicato di recente una ricerca che mostra come, nonostante i proclami delle piattaforme, non sia cambiato nulla. È stato simulato il profilo TikTok e Instagram di una 15enne depressa: il 95% dei video proposti dall’algoritmo «per te» sono risultati dannosi, il 55% relativi ad autolesionismo e suicidio, il 16% a modi per togliersi la vita. Il libro fenomeno globale di Jonathan Haidt, «La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli», che tutti gli educatori dovrebbero leggere (in Italia sta facendo altrettanto Alberto Pellai che, con Barbara Tamborini, ha pubblicato di recente l’ottimo «Esci da quella stanza»), raccoglie le evidenze scientifiche dopo 20 anni di esposizione al cellulare di bambini e adolescenti: dipendenza, frammentazione dell’attenzione, destrutturazione della socialità, perdita del sonno. Quattro elementi letali per la crescita, un abuso in piena regola: su soggetti fragili (bambini e adolescenti lo sono per definizione) questi mezzi portano più danni che benefici, è la kryptonite dell’infanzia. Che fare? Sull’esempio dell’Australia che ha disattivato i profili degli under 16 e vieta l’iscrizione senza un documento di identità, molti governi stanno legiferando. In Francia, Portogallo, Uk, Danimarca e Spagna sono state approvate leggi simili ma l’iter operativo è ancora in corso. Brasile e Norvegia stanno varando la legge, la Germania la sta discutendo. In Italia? Pur essendoci mossi in anticipo con una proposta bipartisan la legge è rimasta in stallo, forse perché un provvedimento del genere non porta consenso, non è gradito alle big-tech o perché siamo impastoiati in un sistema che mette altre cose prima dell’educazione e della salute dei ragazzi. Bisogna allora intanto agire dal basso. Per questo partecipo a un progetto, ideato da professionisti di vari ambiti e in rapida espansione, per promuovere l’educazione digitale e preservare la salute dei ragazzi: «I patti digitali». Accordi che, in comunità di diversa entità, vengono stretti da genitori, insegnanti e altre figure educative, per stabilire poche e semplici regole condivise in quella comunità (età giusta per lo smartphone, opportunità delle chat di classe, sia dei genitori che dei ragazzi, modi d’uso del registro elettronico, validità dei compiti online...) e smontare il così fan tutti: «Si sentirebbe fuori dal mondo». Se in una comunità sono tutti d’accordo viene meno il senso di inferiorità, la pressione sociale e la scorciatoia comoda per sedare i figli (anche nel XIX secolo si usavano gli oppiacei per calmare i bambini, ma si finiva con l’avvelenarli). In questi anni abbiamo riempito le aule di strumenti digitali, convinti che avrebbero rivoluzionato la didattica, salvo scoprire che aiutano l’apprendimento solo in superficie, anzi hanno provocato lo sviluppo della cosiddetta «mente da cavalletta», incapace di attenzione e di tenuta, sempre alla ricerca della ricompensa, e una soglia della noia bassissima (soggetti del tutto manipolabili): bisogna quindi tornare alla scrittura a mano, alla calligrafia, alla lettura ad alta voce, all’ascolto attivo, all’attenzione mirata. Non si tratta di vietare (i ragazzi sanno poi come fregarci), ma di dare alternative: nelle comunità che adottano i patti digitali cresce di pari passo la frequentazione di biblioteche, attività sportive e sociali. Possono essere gruppi di genitori, singole scuole o gruppi di scuole, intere comunità cittadine a siglare un patto e ricevere l’aiuto degli esperti, senza appesantire una vita già assai complessa. Il 13 aprile prossimo alle 14.30 terremo l’incontro «Educazione e protezione digitale», dal vivo e in collegamento, nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati (si potrà seguire la diretta). Ci saranno esponenti della Fondazione dei Patti, testimoni dei Patti già avviati e figure politiche dell’intero arco parlamentare impegnate da tempo nelle proposte di legge per regolamentare l’uso della rete da parte dei minori, cito solo Marco Gui, docente di Sociologia dei media all’Università di Milano-Bicocca, Stefano Vicari, direttore di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù, Elena Bozzola, coordinatrice della commissione Dipendenze Digitali della Società Italiana di Pediatria, Adriano Bordignon, presidente del Forum Nazionale delle Associazioni Familiari, Stefania Garassini, giornalista e docente universitaria di Content management e Digital Journalism, Anna Scavuzzo, assessore all’Educazione del Comune di Milano, Marianna Madia (Pd), Lavinia Mennuni (FdI), Giulia Pastorella (Azione), Giorgia Latini ed Erika Stefani (Lega), Devis Dori (Verdi, già M5S). Chiedo alla premier Meloni che ha una figlia, a cui sicuramente non ha dato né darà a breve un cellulare: varate una legge in questa legislatura. Il manifesto del tredicenne attentatore, evidentemente copia-incollato dai contenuti del gruppo Nlm (No Lives Matter, Nessuna vita conta, che diffonde anche un manuale per l’uso efficace di lame e armi) è un’ottima radiografia del nostro mondo adulto: «Mi sento superiore a tutti i miei coetanei. Mi sento molto più intelligente di loro e indossare un’uniforme dimostra la mia superiorità rispetto ai comuni mortali. Non sono più uno di loro, ho l’intelligenza di capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni... non mi riconosco in nessuna ideologia ben definita perché l’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia. La vita è priva di senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo... Sono stanco di essere un tipo banale, di dover fare sempre le stesse cose». Queste parole girate al rovescio nascondono un bisogno profondo: «Guardatemi! Aiutatemi a scoprire che sono unico, a capire le mie emozioni e a non subirle, a conoscere il mondo e gli altri, a sperimentare che la (mia) vita ha senso e vale. Toglietemi il cellulare. Liberatemi! Lasciatemi vivere i miei 13 anni. Voglio vivere!». La realtà ci parla attraverso un caso eclatante. Ma questo non è un caso isolato e nemmeno un caso, è la conseguenza di un processo di abuso continuo che avvelena le anime e i corpi dei ragazzi e contro cui non stiamo facendo abbastanza. https://www.corriere.it/alessandro-d-avenia-ultimo-banco/26_marzo_30/che-cosa-aspettate-f446dca0-f52a-4b71-b118-830a462d9xlk_amp.shtml
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    «Io, professore, vi racconto come due decenni di smartphone hanno trasformato i ragazzi. In peggio»
    Nella mia esperienza di insegnante, ho visto con i miei occhi gli effetti che i cellulari e i social hanno avuto sui ragazzi. E' una mutazione antropologica. Bisogna agire ora | Alessandro D'Avenia
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  • ECCO QUANTO COSTA LA PIRATERIA!
    Pirateria, il costo nascosto per gli utenti: 1.200 euro a testa tra truffe e cyber rischi
    Lo studio I-Com presentato alla Camera accende i riflettori su conseguenze poco considerate dello streaming illegale: frodi digitali, furti di dati e malware valgono oltre 1,42 miliardi di euro. A rischio anche 34mila posti di lavoro nell’industria audiovisiva...
    https://www.ilsole24ore.com/art/pirateria-costo-nascosto-gli-utenti-1200-euro-testa-truffe-e-cyber-rischi-AIrvPhFC
    ECCO QUANTO COSTA LA PIRATERIA! Pirateria, il costo nascosto per gli utenti: 1.200 euro a testa tra truffe e cyber rischi Lo studio I-Com presentato alla Camera accende i riflettori su conseguenze poco considerate dello streaming illegale: frodi digitali, furti di dati e malware valgono oltre 1,42 miliardi di euro. A rischio anche 34mila posti di lavoro nell’industria audiovisiva... https://www.ilsole24ore.com/art/pirateria-costo-nascosto-gli-utenti-1200-euro-testa-truffe-e-cyber-rischi-AIrvPhFC
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    Pirateria, il costo nascosto per gli utenti: 1.200 euro a testa tra truffe e cyber rischi
    Lo studio I-Com presentato alla Camera accende i riflettori su conseguenze poco considerate dello streaming illegale: frodi digitali, furti di dati e malware valgono oltre 1,42 miliardi di euro. A rischio anche 34mila posti di lavoro nell’industria audiovisiva entro il 2030
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  • L’Europa inizia a sentire le conseguenze del conflitto in Medio Oriente — Bloomberg

    Secondo l’agenzia, gli effetti economici delle ostilità — in particolare il rallentamento della crescita e l’accelerazione dell’inflazione — potrebbero aggravare le pressioni industriali, di bilancio e politiche in tutta la regione europea.

    Il problema principale sono i prezzi di gas e petrolio. E poiché i tempi di conclusione della campagna militare di Trump restano incerti, lo stesso vale per le prospettive della politica e dell’economia europee.

    LaNotizia
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    🇪🇺 L’Europa inizia a sentire le conseguenze del conflitto in Medio Oriente — Bloomberg Secondo l’agenzia, gli effetti economici delle ostilità — in particolare il rallentamento della crescita e l’accelerazione dell’inflazione — potrebbero aggravare le pressioni industriali, di bilancio e politiche in tutta la regione europea. Il problema principale sono i prezzi di gas e petrolio. E poiché i tempi di conclusione della campagna militare di Trump restano incerti, lo stesso vale per le prospettive della politica e dell’economia europee. 📰 LaNotizia Scopri le notizie più importanti: clicca
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  • E IL NOSTRO MARE CHIUSO STA PAGANDO ENORMI CONSEGUENZE che DURERANNO DECENNI!
    Petroliera russa alla deriva, vertice a Palazzo Chigi: «Condividiamo con Malta il monitoraggio»
    La Arctic Metagaz trasporta 900 tonnellate di gasolio e due serbatoi di gas liquefatto. Attualmente naviga nella zona Sar maltese
    https://www.ilsole24ore.com/art/vertice-palazzo-chigi-petroliera-russa-deriva-condividiamo-malta-monitoraggio-AI2HJSwB
    E IL NOSTRO MARE CHIUSO STA PAGANDO ENORMI CONSEGUENZE che DURERANNO DECENNI! Petroliera russa alla deriva, vertice a Palazzo Chigi: «Condividiamo con Malta il monitoraggio» La Arctic Metagaz trasporta 900 tonnellate di gasolio e due serbatoi di gas liquefatto. Attualmente naviga nella zona Sar maltese https://www.ilsole24ore.com/art/vertice-palazzo-chigi-petroliera-russa-deriva-condividiamo-malta-monitoraggio-AI2HJSwB
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  • CI SARANNO CONSEGUENZE in DIVERSI PAESI del MONDO per ANNI!
    Guerra in Iran, su Teheran cade pioggia nera dopo i raid sugli impianti petroliferi: "Restate a casa"
    La Mezzaluna Rossa avverte: possibili piogge acide dopo i raid su 5 impianti petroliferi
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/08/pioggia-nera-teheran-raid-impianti-petroliferi-usa-israele-notizie/8317115/
    CI SARANNO CONSEGUENZE in DIVERSI PAESI del MONDO per ANNI! Guerra in Iran, su Teheran cade pioggia nera dopo i raid sugli impianti petroliferi: "Restate a casa" La Mezzaluna Rossa avverte: possibili piogge acide dopo i raid su 5 impianti petroliferi https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/08/pioggia-nera-teheran-raid-impianti-petroliferi-usa-israele-notizie/8317115/
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  • ❗️ Spesso si incontrano commenti di sionisti secondo cui il mondo cristiano dovrebbe schierarsi in difesa di Israele nella guerra contro l’Iran sciita.

    Ma ora analizziamo in modo imparziale in quale di questi due paesi i cristiani godono di maggiori diritti:

    In Iran ci sono più di 600 chiese. Nel parlamento iraniano sono riservati seggi per i rappresentanti di tutte le comunità religiose, inclusi i cristiani.
    In tutto Israele (compresa la parte orientale di Gerusalemme) esistono solo circa 50 chiese, e praticamente tutte sono anteriori alla nascita dello Stato ebraico; inoltre è proibito costruirne di nuove. Nel parlamento israeliano non esistono seggi riservati ai cristiani.

    In Iran non si tenta di proibire il cristianesimo. In Israele, sotto Netanyahu, lo si pianifica da tempo, ma il processo viene ritardato a causa delle pressioni degli evangelici americani.

    In Iran Gesù Cristo e la Vergine Maria sono venerati come il Profeta Isa e la santa immacolata Maryam, così come sono considerati nella tradizione islamica.
    In Israele invece Cristo è ritenuto un apostata e un sobillatore, mentre la Vergine Maria è considerata una prostituta. Sulla televisione israeliana è frequente deridere Gesù Cristo.

    Nel parlamento iraniano non si sono mai verificati insulti ai cristiani né profanazioni della Bibbia. Inoltre il codice penale della Repubblica Islamica dell’Iran prevede pene per l’insulto ai cristiani e per la profanazione dei luoghi sacri cristiani.
    Nel parlamento israeliano gli insulti ai cristiani sono una cosa abituale. Nel 2012, però, al Knesset si è verificato un episodio che ha oltrepassato ogni limite: il deputato Michael Ben-Ari ha stracciato pubblicamente una Bibbia dichiarando:
    «Il posto della Bibbia è nella spazzatura».
    E non ha subito alcuna punizione per questo.

    In Iran, a differenza dell’Arabia Saudita, non esiste pena penale per i musulmani locali che si convertono al cristianesimo. Esiste però un articolo penale per chi incita all’apostasia dall’islam. Il governo iraniano guarda con sospetto il protestantesimo evangelico, considerandolo una «distorsione sionista del cristianesimo tradizionale».
    In Israele, sebbene la libertà religiosa sia garantita dalla legge fondamentale, la popolazione ebraica può essere solo ebrea o atea. In caso contrario le autorità possono persino annullare il passaporto, poiché considerano l’adesione al cristianesimo o all’islam un rifiuto volontario dell’identità ebraica.

    L’esercito iraniano e i suoi alleati sciiti non si sono mai macchiati di atti di vandalismo contro i cristiani. Lo stesso non si può dire delle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Esistono numerosi esempi: profanazione di una chiesa ortodossa, distruzione della statua di San Giorgio, distruzione di una croce antica. Nessuno dei soldati coinvolti ha mai subito conseguenze.

    L’esercito iraniano, in tutte le sue guerre, non ha mai distrutto chiese, neppure quando vi si nascondevano terroristi wahhabiti. Le IDF invece hanno distrutto ripetutamente chiese insieme ai civili cristiani che vi cercavano rifugio.

    In Iran non è mai stata distrutta alcuna santità cristiana né alcun cimitero cristiano. Lo stesso non si può dire di Israele.

    In Iran non è mai stato registrato un solo caso di aggressione per strada contro cristiani a causa della loro fede. In Israele, invece, si verificano regolarmente attacchi contro cristiani palestinesi e pellegrini cristiani a Gerusalemme. Gli stessi sionisti sotto Netanyahu non si vergognano di parlarne e condividono con orgoglio filmati di aggressioni contro persone di fede cristiana.

    I servizi segreti israeliani non nascondono di sostenere formazioni terroristiche wahhabite, le quali, come è noto, sono responsabili del genocidio dei cristiani in Medio Oriente.
    Nelle file dei proxy sciiti filo-iraniani, invece, militano alcuni volontari cristiani che hanno combattuto proprio nelle zone in cui la popolazione cristiana era minacciata.

    I mullah iraniani non cercano di aizzare cristiani contro ebrei, sunniti o altri gruppi. I rabbini sionisti, al contrario, pongono come obiettivo principale quello di mettere in conflitto musulmani e cristiani.

    Anche la casa in cui vive la famiglia Netanyahu è stata occupata illegalmente sottraendola a una famiglia palestinese ortodossa. La casa di Ali Khamenei è stata costruita dal nonno e non è mai stata tolta a nessuno.

    Fate le vostre conclusioni.

    Source: https://x.com/i/status/2029626292606312816
    🇮🇱❗️🇮🇷 Spesso si incontrano commenti di sionisti secondo cui il mondo cristiano dovrebbe schierarsi in difesa di Israele nella guerra contro l’Iran sciita. ☦️ Ma ora analizziamo in modo imparziale in quale di questi due paesi i cristiani godono di maggiori diritti: In Iran ci sono più di 600 chiese. Nel parlamento iraniano sono riservati seggi per i rappresentanti di tutte le comunità religiose, inclusi i cristiani. In tutto Israele (compresa la parte orientale di Gerusalemme) esistono solo circa 50 chiese, e praticamente tutte sono anteriori alla nascita dello Stato ebraico; inoltre è proibito costruirne di nuove. Nel parlamento israeliano non esistono seggi riservati ai cristiani. In Iran non si tenta di proibire il cristianesimo. In Israele, sotto Netanyahu, lo si pianifica da tempo, ma il processo viene ritardato a causa delle pressioni degli evangelici americani. In Iran Gesù Cristo e la Vergine Maria sono venerati come il Profeta Isa e la santa immacolata Maryam, così come sono considerati nella tradizione islamica. In Israele invece Cristo è ritenuto un apostata e un sobillatore, mentre la Vergine Maria è considerata una prostituta. Sulla televisione israeliana è frequente deridere Gesù Cristo. Nel parlamento iraniano non si sono mai verificati insulti ai cristiani né profanazioni della Bibbia. Inoltre il codice penale della Repubblica Islamica dell’Iran prevede pene per l’insulto ai cristiani e per la profanazione dei luoghi sacri cristiani. Nel parlamento israeliano gli insulti ai cristiani sono una cosa abituale. Nel 2012, però, al Knesset si è verificato un episodio che ha oltrepassato ogni limite: il deputato Michael Ben-Ari ha stracciato pubblicamente una Bibbia dichiarando: «Il posto della Bibbia è nella spazzatura». E non ha subito alcuna punizione per questo. In Iran, a differenza dell’Arabia Saudita, non esiste pena penale per i musulmani locali che si convertono al cristianesimo. Esiste però un articolo penale per chi incita all’apostasia dall’islam. Il governo iraniano guarda con sospetto il protestantesimo evangelico, considerandolo una «distorsione sionista del cristianesimo tradizionale». In Israele, sebbene la libertà religiosa sia garantita dalla legge fondamentale, la popolazione ebraica può essere solo ebrea o atea. In caso contrario le autorità possono persino annullare il passaporto, poiché considerano l’adesione al cristianesimo o all’islam un rifiuto volontario dell’identità ebraica. L’esercito iraniano e i suoi alleati sciiti non si sono mai macchiati di atti di vandalismo contro i cristiani. Lo stesso non si può dire delle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Esistono numerosi esempi: profanazione di una chiesa ortodossa, distruzione della statua di San Giorgio, distruzione di una croce antica. Nessuno dei soldati coinvolti ha mai subito conseguenze. L’esercito iraniano, in tutte le sue guerre, non ha mai distrutto chiese, neppure quando vi si nascondevano terroristi wahhabiti. Le IDF invece hanno distrutto ripetutamente chiese insieme ai civili cristiani che vi cercavano rifugio. In Iran non è mai stata distrutta alcuna santità cristiana né alcun cimitero cristiano. Lo stesso non si può dire di Israele. In Iran non è mai stato registrato un solo caso di aggressione per strada contro cristiani a causa della loro fede. In Israele, invece, si verificano regolarmente attacchi contro cristiani palestinesi e pellegrini cristiani a Gerusalemme. Gli stessi sionisti sotto Netanyahu non si vergognano di parlarne e condividono con orgoglio filmati di aggressioni contro persone di fede cristiana. I servizi segreti israeliani non nascondono di sostenere formazioni terroristiche wahhabite, le quali, come è noto, sono responsabili del genocidio dei cristiani in Medio Oriente. Nelle file dei proxy sciiti filo-iraniani, invece, militano alcuni volontari cristiani che hanno combattuto proprio nelle zone in cui la popolazione cristiana era minacciata. I mullah iraniani non cercano di aizzare cristiani contro ebrei, sunniti o altri gruppi. I rabbini sionisti, al contrario, pongono come obiettivo principale quello di mettere in conflitto musulmani e cristiani. Anche la casa in cui vive la famiglia Netanyahu è stata occupata illegalmente sottraendola a una famiglia palestinese ortodossa. La casa di Ali Khamenei è stata costruita dal nonno e non è mai stata tolta a nessuno. Fate le vostre conclusioni. Source: https://x.com/i/status/2029626292606312816
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  • 13 Gennaio 2026 - Iran, testimonianze della repressione: "Sparano sulla folla, internet bloccato"
    Le voci di due iraniane all'estero: "Non sentiamo le nostre famiglie da giorni, il regime spara con armi pesanti e taglia corrente e acqua"

    Da giorni non hanno più notizie di mamme e papà, degli amici, di tutte le persone che sono scese in piazza per protestare contro il regime. “Sono molto preoccupata”, racconta la regista Somayeh Haghnegahdar in Italia dal 2022. “Nell’ultima chiamata di giovedì scorso i miei parenti mi raccontavano che c’era tantissima gente per strada e quasi tutti i negozi chiusi. Non sapevano cosa sarebbe potuto succedere”. Da quel momento, le comunicazioni si sono interrotte. Sarina, invece, parla sotto pseudonimo, è un dottoressa che vive in Europa e fino a inizio gennaio era in Iran: “Prima di salire sull’aereo ho detto a mamma: ‘Ti chiamo quando arrivo’. A quel punto ci siamo guardate negli occhi: sapevamo non sarebbe stato possibile”. L’ultimo accesso su Whatsapp è di martedì 6 gennaio. Da allora fissa il cellulare in attesa di un segnale. “È successo anche durante le proteste per la morte di Mahsa Amini: non avevamo internet dalle 17 alle 21 ogni giorno”. Ora, se possibile, la situazione è peggiore: “Nei primi giorni di mobilitazione, nemmeno le telefonate funzionavano. Ho sentito di persone colpite alla testa che non hanno potuto chiamare un’ambulanza. Molte vite sono state perse”. E nel silenzio la repressione continua: “Un amico chirurgo venerdì mattina mi ha detto che stanno sparando con munizioni vere e armi pesanti. Tantissimi ventenni sono morti, o sono rimasti paralizzati perché colpiti alla spina dorsale. Da questo non si torna indietro. Le persone sono più arrabbiate che mai”. Per Somayeh Haghnegahdar e Sarina, l’importante ora “è non lasciare soli i manifestanti” e continuare a parlarne. Entrambe ricordano il “coraggio” di chi sta rischiando la propria vita: “Noi, da qui, vorremmo fare la nostra parte”, dicono.
    “Le persone nonostante i morti vanno in piazza a manifestare. Forse ci sarà un cambiamento”

    Regista e montatrice, Haghnegahdar ha lasciato l’Iran dopo essere stata segnalata per il suo lavoro: “Da quel momento ho capito che dovevo partire”, dice. E da quel momento ha iniziato a far sentire la sua voce: è stata portavoce della Iranian Independent Filmmakers Association (che in questi giorni sta lanciando un appello in difesa dei manifestanti) e tra le attiviste in prima linea per il movimento “Donna vita libertà”. Il suo sguardo è sempre stato rivolto verso casa. “La situazione economica è diventata insostenibile. Negli ultimi giorni la moneta è crollata ed è stata una scintilla che ha acceso le proteste”, racconta. “Le persone non vedono un futuro, né economico né culturale. Lo Stato ha distrutto tutto. Non hanno niente da perdere: se deve continuare così, pensano, tanto vale lottare e morire”. Queste le testimonianze raccolte da chi, fino a pochi giorni fa, era in contatto costante con i manifestanti. “Siamo in una situazione in cui i negozianti, il giorno dopo, non possono comprare quello che vendono oggi. Inoltre il regime ha tagliato la corrente elettrica e l’acqua in molte zone. Stanno facendo contro il loro popolo quello che Israele ha fatto a Gaza”. E nonostante la dura repressione e le violenze, secondo Haghnegahdar, “ora è diverso”: “Negli ultimi anni abbiamo avuto tante proteste e sempre hanno sparato sulla gente: quando è così si torna a casa, ma non stavolta. Tutti coloro con cui ho parlato mi hanno detto: forse ci sarà un grande cambiamento, perché tutti siamo scontenti. E ho visto che nonostante i morti sono andati in piazza”. Proprio le immagini delle bare e delle persone che vanno a cercare i propri cari sono state fatte circolare dal regime: “Una scelta diversa dal solito: la tv di Stato ha mostrato le immagini dei cadaveri, accusando Usa e Israele. Si è parlato di terroristi facinorosi. E poi hanno dichiarato tre giorni di lutto. Ma a sparare sono stati loro”.
    “Io ero in piazza per Mahsa Amini, sparavano in faccia alle persone. Anche oggi i manifestanti avanzano disarmati”

    Sarina è una dottoressa e, dice, “non avevo mai pianificato di emigrare”: “Amo il mio popolo, i miei amici e la mia famiglia. Ma dopo il collasso economico e dopo aver capito che potevo essere uccisa semplicemente per aver rifiutato di indossare l’hijab, ho deciso di andarmene, come tanti miei amici”. Oggi segue le proteste da lontano. “In Iran le persone sono esauste. Le proteste non sono una novità. Ricordo quando ero bambina e Ahmadinejad vinse le elezioni con i brogli. Ricordo le foto dei manifestanti affisse nelle scuole, e insegnanti e perfino bambini che venivano interrogati per sapere se li riconoscessero per poterli arrestare. Era quasi vent’anni fa: chissà cosa possono fare ora con il riconoscimento facciale”. Sarina ricorda le ultime proteste del 2022: “I miei amici e io abbiamo protestato con grande cautela, eppure abbiamo comunque affrontato conseguenze gravissime. Ricordo un momento in cui eravamo tantissimi per strada, ma nessuno osava nemmeno gridare. C’erano repressori ovunque: pochi, ma con ordini di uccidere, accecare o arrestare. Sparavano direttamente al volto delle persone. Tantissime persone sono rimaste cieche. Allora in tanti abbiamo capito che a mani nude in strada non possiamo fare quasi nulla. Anche se uscissimo tutti, non avrebbero alcuna esitazione a portare i carri armati e uccidere. Nessuno li ferma”. Lo stesso vale per le proteste degli ultimi giorni: “Si vedono persone che avanzano verso la polizia che spara contro di loro mentre sono completamente disarmate. Quando le famiglie ricevono i corpi dei loro cari, non piangono in silenzio, ma urlano ‘Ucciderò chi ha ucciso mio fratello’”. C’è una spinta diversa oggi? “Le parole di Trump e ciò che è successo in Venezuela con Maduro hanno dato alle persone una strana sensazione di speranza. Credo sia uno dei motivi per cui si lotta in modo più aggressivo”.
    “Le ingerenze di Usa e Israele? Non basterebbero per provocare queste proteste. Reza Pahlavi? Non ci sono alternative”

    Il grande interrogativo riguarda cosa potrebbe succedere dopo, se il regime dovesse davvero cadere. “Il regime islamico”, dice Somayeh Haghnegahdar, “è come una malattia da estirpare. Prima ci vogliono i sacrifici e poi servirà un referendum per capire come andare avanti. Siamo un popolo di intellettuali e gli esperti esistono. Siamo stanchi: prima il Paese era una prigione per scrittori, artisti e giornalisti, ora riguarda tutti. Nessuno può vivere in questa situazione”. E in questa incertezza, il timore delle ingerenze straniere resta. “Non dimentichiamo però”, continua Haghnegahdar, “che l’Iran non è un Paese piccolo. Sono tantissime le persone per strada, quanto avrebbero dovuto essere organizzati per provocare queste manifestazioni? Il regime vuole farci credere che dietro le proteste c’è la manipolazione degli americani e degli israeliani. Ma è una truffa”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/13/iran-testimonianze-repressione-internet-blackout-non-sentiamo-le-nostre-famiglie-spari-folla-niente-da-perdere-notizie/8253530/
    13 Gennaio 2026 - Iran, testimonianze della repressione: "Sparano sulla folla, internet bloccato" Le voci di due iraniane all'estero: "Non sentiamo le nostre famiglie da giorni, il regime spara con armi pesanti e taglia corrente e acqua" Da giorni non hanno più notizie di mamme e papà, degli amici, di tutte le persone che sono scese in piazza per protestare contro il regime. “Sono molto preoccupata”, racconta la regista Somayeh Haghnegahdar in Italia dal 2022. “Nell’ultima chiamata di giovedì scorso i miei parenti mi raccontavano che c’era tantissima gente per strada e quasi tutti i negozi chiusi. Non sapevano cosa sarebbe potuto succedere”. Da quel momento, le comunicazioni si sono interrotte. Sarina, invece, parla sotto pseudonimo, è un dottoressa che vive in Europa e fino a inizio gennaio era in Iran: “Prima di salire sull’aereo ho detto a mamma: ‘Ti chiamo quando arrivo’. A quel punto ci siamo guardate negli occhi: sapevamo non sarebbe stato possibile”. L’ultimo accesso su Whatsapp è di martedì 6 gennaio. Da allora fissa il cellulare in attesa di un segnale. “È successo anche durante le proteste per la morte di Mahsa Amini: non avevamo internet dalle 17 alle 21 ogni giorno”. Ora, se possibile, la situazione è peggiore: “Nei primi giorni di mobilitazione, nemmeno le telefonate funzionavano. Ho sentito di persone colpite alla testa che non hanno potuto chiamare un’ambulanza. Molte vite sono state perse”. E nel silenzio la repressione continua: “Un amico chirurgo venerdì mattina mi ha detto che stanno sparando con munizioni vere e armi pesanti. Tantissimi ventenni sono morti, o sono rimasti paralizzati perché colpiti alla spina dorsale. Da questo non si torna indietro. Le persone sono più arrabbiate che mai”. Per Somayeh Haghnegahdar e Sarina, l’importante ora “è non lasciare soli i manifestanti” e continuare a parlarne. Entrambe ricordano il “coraggio” di chi sta rischiando la propria vita: “Noi, da qui, vorremmo fare la nostra parte”, dicono. “Le persone nonostante i morti vanno in piazza a manifestare. Forse ci sarà un cambiamento” Regista e montatrice, Haghnegahdar ha lasciato l’Iran dopo essere stata segnalata per il suo lavoro: “Da quel momento ho capito che dovevo partire”, dice. E da quel momento ha iniziato a far sentire la sua voce: è stata portavoce della Iranian Independent Filmmakers Association (che in questi giorni sta lanciando un appello in difesa dei manifestanti) e tra le attiviste in prima linea per il movimento “Donna vita libertà”. Il suo sguardo è sempre stato rivolto verso casa. “La situazione economica è diventata insostenibile. Negli ultimi giorni la moneta è crollata ed è stata una scintilla che ha acceso le proteste”, racconta. “Le persone non vedono un futuro, né economico né culturale. Lo Stato ha distrutto tutto. Non hanno niente da perdere: se deve continuare così, pensano, tanto vale lottare e morire”. Queste le testimonianze raccolte da chi, fino a pochi giorni fa, era in contatto costante con i manifestanti. “Siamo in una situazione in cui i negozianti, il giorno dopo, non possono comprare quello che vendono oggi. Inoltre il regime ha tagliato la corrente elettrica e l’acqua in molte zone. Stanno facendo contro il loro popolo quello che Israele ha fatto a Gaza”. E nonostante la dura repressione e le violenze, secondo Haghnegahdar, “ora è diverso”: “Negli ultimi anni abbiamo avuto tante proteste e sempre hanno sparato sulla gente: quando è così si torna a casa, ma non stavolta. Tutti coloro con cui ho parlato mi hanno detto: forse ci sarà un grande cambiamento, perché tutti siamo scontenti. E ho visto che nonostante i morti sono andati in piazza”. Proprio le immagini delle bare e delle persone che vanno a cercare i propri cari sono state fatte circolare dal regime: “Una scelta diversa dal solito: la tv di Stato ha mostrato le immagini dei cadaveri, accusando Usa e Israele. Si è parlato di terroristi facinorosi. E poi hanno dichiarato tre giorni di lutto. Ma a sparare sono stati loro”. “Io ero in piazza per Mahsa Amini, sparavano in faccia alle persone. Anche oggi i manifestanti avanzano disarmati” Sarina è una dottoressa e, dice, “non avevo mai pianificato di emigrare”: “Amo il mio popolo, i miei amici e la mia famiglia. Ma dopo il collasso economico e dopo aver capito che potevo essere uccisa semplicemente per aver rifiutato di indossare l’hijab, ho deciso di andarmene, come tanti miei amici”. Oggi segue le proteste da lontano. “In Iran le persone sono esauste. Le proteste non sono una novità. Ricordo quando ero bambina e Ahmadinejad vinse le elezioni con i brogli. Ricordo le foto dei manifestanti affisse nelle scuole, e insegnanti e perfino bambini che venivano interrogati per sapere se li riconoscessero per poterli arrestare. Era quasi vent’anni fa: chissà cosa possono fare ora con il riconoscimento facciale”. Sarina ricorda le ultime proteste del 2022: “I miei amici e io abbiamo protestato con grande cautela, eppure abbiamo comunque affrontato conseguenze gravissime. Ricordo un momento in cui eravamo tantissimi per strada, ma nessuno osava nemmeno gridare. C’erano repressori ovunque: pochi, ma con ordini di uccidere, accecare o arrestare. Sparavano direttamente al volto delle persone. Tantissime persone sono rimaste cieche. Allora in tanti abbiamo capito che a mani nude in strada non possiamo fare quasi nulla. Anche se uscissimo tutti, non avrebbero alcuna esitazione a portare i carri armati e uccidere. Nessuno li ferma”. Lo stesso vale per le proteste degli ultimi giorni: “Si vedono persone che avanzano verso la polizia che spara contro di loro mentre sono completamente disarmate. Quando le famiglie ricevono i corpi dei loro cari, non piangono in silenzio, ma urlano ‘Ucciderò chi ha ucciso mio fratello’”. C’è una spinta diversa oggi? “Le parole di Trump e ciò che è successo in Venezuela con Maduro hanno dato alle persone una strana sensazione di speranza. Credo sia uno dei motivi per cui si lotta in modo più aggressivo”. “Le ingerenze di Usa e Israele? Non basterebbero per provocare queste proteste. Reza Pahlavi? Non ci sono alternative” Il grande interrogativo riguarda cosa potrebbe succedere dopo, se il regime dovesse davvero cadere. “Il regime islamico”, dice Somayeh Haghnegahdar, “è come una malattia da estirpare. Prima ci vogliono i sacrifici e poi servirà un referendum per capire come andare avanti. Siamo un popolo di intellettuali e gli esperti esistono. Siamo stanchi: prima il Paese era una prigione per scrittori, artisti e giornalisti, ora riguarda tutti. Nessuno può vivere in questa situazione”. E in questa incertezza, il timore delle ingerenze straniere resta. “Non dimentichiamo però”, continua Haghnegahdar, “che l’Iran non è un Paese piccolo. Sono tantissime le persone per strada, quanto avrebbero dovuto essere organizzati per provocare queste manifestazioni? Il regime vuole farci credere che dietro le proteste c’è la manipolazione degli americani e degli israeliani. Ma è una truffa”. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/13/iran-testimonianze-repressione-internet-blackout-non-sentiamo-le-nostre-famiglie-spari-folla-niente-da-perdere-notizie/8253530/
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    Iran, testimonianze della repressione: "Sparano sulla folla, internet bloccato"
    Le voci di due iraniane all'estero: "Non sentiamo le nostre famiglie da giorni, il regime spara con armi pesanti e taglia corrente e acqua"
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