• SENZA TRASPARENZA
    Il caso Scialoia e il muro di silenzio della Giunta.

    Sul caso di via Scialoia è già stato detto molto. E meno male.
    Se oggi questa vicenda sta uscendo dai confini del quartiere è grazie al lavoro meticoloso dei genitori, del Comitato e degli insegnanti che stanno facendo ciò che, in una democrazia funzionante, dovrebbe fare prima di tutto un'Amministrazione: informare, documentare, spiegare.

    Vorrei però soffermarmi su un aspetto ulteriore che non riguarda soltanto la scuola Scialoia, ma il modo stesso in cui viene esercitata la politica pubblica in questa città.

    Non tornerò sul tema della dissoluzione di una comunità scolastica né sulla leggerezza con cui si pensa di spostare da un giorno all'altro circa 600 bambini. Sono questioni enormi e già sufficienti a giustificare la preoccupazione delle famiglie.

    Il punto oggi è un altro.
    Questa Giunta sembra aver dichiarato guerra a un principio elementare della vita istituzionale: la TRASPARENZA.

    Basta ripercorrere i passaggi già raccolti nel Libro Bianco redatto dai genitori della Scialoia:

    Il silenzio come risposta.
    PEC, richieste formali, domande rivolte a Comune e Regione. Risultato? Nessun riscontro scritto. Nessuna risposta ufficiale alle legittime richieste delle famiglie.

    Decisioni senza documenti.
    Si parla di trasferimenti, demolizioni e nuove scuole senza che sia stato reso pubblico:
    - un cronoprogramma ufficiale;
    - una copertura finanziaria certa;
    - garanzie formali sulla ricostruzione;
    - tempi e modalità verificabili.

    In sostanza, si chiede a una comunità scolastica di traslocare al buio e di avere fiducia nel fatto che, prima o poi, qualcuno accenderà la luce.

    Già questo basterebbe a sollevare più di una domanda.

    Ma perché dal 2020 — pandemia esclusa si è aperta una sorta di ellisse amministrativa nella quale sembrano essersi smarriti fondi, progettualità e responsabilità

    Se non si chiama mancanza di trasparenza questa, allora probabilmente serve aggiornare il vocabolario.

    Ma il capitolo forse più surreale è arrivato ieri, durante la Commissione congiunta del 3 luglio con la Vicesindaca Scavuzzo, l'Assessore Mazzei, gli esponenti del Municipio 9 e i genitori.

    L'obiettivo teorico era chiarire.

    L'effetto pratico è stato certificare che le domande continuano ad aumentare più rapidamente delle risposte.

    Sorvolo sulle posizioni, ormai note e ribadite più volte, per arrivare al vero punto dolente della vicenda: i fondi.

    Udite, udite:

    I fondi PNRR risultano scaduti il 30 giugno con certificazione del target mancato.

    Si attendono comunicazioni dal Ministero, "auspicabilmente" a metà settembre.
    Nessuna delibera approvata o programmata.
    Nessun inserimento nel PTO.
    E soprattutto una frase destinata probabilmente a entrare negli annali della programmazione amministrativa:

    "Oggi è prematuro parlare di risorse... il Comune in qualche modo troverà i fondi."
    (cit. Assessore Mazzei)

    "In qualche modo."

    Una formula straordinaria.

    Perché normalmente le opere pubbliche si progettano con risorse, atti e coperture economiche.

    A Milano, evidentemente, si punta sulla fede.

    Qui manca la trasparenza, certo.

    Ma manca anche il RISPETTO per l'intelligenza delle famiglie e dei cittadini, ai quali viene chiesto di credere a un progetto che, allo stato attuale, non dispone ancora di dati certi, finanziamenti certi e tempi certi.

    E sia chiaro ancora una volta: questa non è la solita battaglia NIMBY e non è opposizione per partito preso.

    Nessuno sta dicendo "no" a una nuova scuola.

    La domanda è molto più semplice e molto più scomoda:

    come si può chiedere fiducia quando mancano ancora gli elementi minimi per esercitarla?

    Partireste mai per una vacanza senza conoscere il budget, le tempistiche e perfino la destinazione finale?

    Ecco.

    La differenza è che qui non si parla di ferie estive ma del futuro scolastico di centinaia di bambini.

    E per capire che qualcosa non torna non serve un master in management della Bocconi.

    Serve soltanto il buon senso.

    La trasparenza non è una concessione della politica ai cittadini.

    È il contrario: è il requisito minimo che i cittadini possono pretendere dalla politica.
    Per questo non si stanno difendendo semplicemente dei muri.

    Si sta difendendo una comunità educativa che l'Amministrazione sembra aver scelto di considerare un dettaglio accessorio del progetto.

    Ripetere le stesse spiegazioni del 14 e del 18 giugno nella speranza che, a forza di ripeterle, diventino automaticamente verità non è comunicazione istituzionale.

    È una tecnica che funziona con gli slogan.
    Molto meno con i verbali, i bilanci e le delibere.

    Nel frattempo, mentre Palazzo Marino continua a chiedere tempo per lavorare, il minimo che possiamo fare è sostenere i genitori e i docenti coinvolti.

    Perché il caso Scialoia non è una parentesi locale.
    È il sintomo di un modello decisionale che smette di essere partecipazione nel momento stesso in cui le domande diventano scomode.

    E quando la trasparenza sparisce, il problema non è mai soltanto una scuola.

    È il rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini.

    #ScuolaScialoia #TrasparenzaZero #Milano #DirittoAlloStudio #partecipazione
    SENZA TRASPARENZA Il caso Scialoia e il muro di silenzio della Giunta. Sul caso di via Scialoia è già stato detto molto. E meno male. Se oggi questa vicenda sta uscendo dai confini del quartiere è grazie al lavoro meticoloso dei genitori, del Comitato e degli insegnanti che stanno facendo ciò che, in una democrazia funzionante, dovrebbe fare prima di tutto un'Amministrazione: informare, documentare, spiegare. Vorrei però soffermarmi su un aspetto ulteriore che non riguarda soltanto la scuola Scialoia, ma il modo stesso in cui viene esercitata la politica pubblica in questa città. Non tornerò sul tema della dissoluzione di una comunità scolastica né sulla leggerezza con cui si pensa di spostare da un giorno all'altro circa 600 bambini. Sono questioni enormi e già sufficienti a giustificare la preoccupazione delle famiglie. Il punto oggi è un altro. Questa Giunta sembra aver dichiarato guerra a un principio elementare della vita istituzionale: la TRASPARENZA. Basta ripercorrere i passaggi già raccolti nel Libro Bianco redatto dai genitori della Scialoia: 🔹 Il silenzio come risposta. PEC, richieste formali, domande rivolte a Comune e Regione. Risultato? Nessun riscontro scritto. Nessuna risposta ufficiale alle legittime richieste delle famiglie. 🔹 Decisioni senza documenti. Si parla di trasferimenti, demolizioni e nuove scuole senza che sia stato reso pubblico: - un cronoprogramma ufficiale; - una copertura finanziaria certa; - garanzie formali sulla ricostruzione; - tempi e modalità verificabili. In sostanza, si chiede a una comunità scolastica di traslocare al buio e di avere fiducia nel fatto che, prima o poi, qualcuno accenderà la luce. Già questo basterebbe a sollevare più di una domanda. Ma perché dal 2020 — pandemia esclusa si è aperta una sorta di ellisse amministrativa nella quale sembrano essersi smarriti fondi, progettualità e responsabilità⁉️ Se non si chiama mancanza di trasparenza questa, allora probabilmente serve aggiornare il vocabolario. Ma il capitolo forse più surreale è arrivato ieri, durante la Commissione congiunta del 3 luglio con la Vicesindaca Scavuzzo, l'Assessore Mazzei, gli esponenti del Municipio 9 e i genitori. L'obiettivo teorico era chiarire. L'effetto pratico è stato certificare che le domande continuano ad aumentare più rapidamente delle risposte. Sorvolo sulle posizioni, ormai note e ribadite più volte, per arrivare al vero punto dolente della vicenda: i fondi. 🎭 Udite, udite: 👉 I fondi PNRR risultano scaduti il 30 giugno con certificazione del target mancato. 👉 Si attendono comunicazioni dal Ministero, "auspicabilmente" a metà settembre. 👉 Nessuna delibera approvata o programmata. 👉 Nessun inserimento nel PTO. 👉 E soprattutto una frase destinata probabilmente a entrare negli annali della programmazione amministrativa: "Oggi è prematuro parlare di risorse... il Comune in qualche modo troverà i fondi." (cit. Assessore Mazzei) "In qualche modo." Una formula straordinaria. Perché normalmente le opere pubbliche si progettano con risorse, atti e coperture economiche. A Milano, evidentemente, si punta sulla fede. Qui manca la trasparenza, certo. Ma manca anche il RISPETTO per l'intelligenza delle famiglie e dei cittadini, ai quali viene chiesto di credere a un progetto che, allo stato attuale, non dispone ancora di dati certi, finanziamenti certi e tempi certi. E sia chiaro ancora una volta: questa non è la solita battaglia NIMBY e non è opposizione per partito preso. Nessuno sta dicendo "no" a una nuova scuola. La domanda è molto più semplice e molto più scomoda: come si può chiedere fiducia quando mancano ancora gli elementi minimi per esercitarla? Partireste mai per una vacanza senza conoscere il budget, le tempistiche e perfino la destinazione finale? Ecco. La differenza è che qui non si parla di ferie estive ma del futuro scolastico di centinaia di bambini. E per capire che qualcosa non torna non serve un master in management della Bocconi. Serve soltanto il buon senso. La trasparenza non è una concessione della politica ai cittadini. È il contrario: è il requisito minimo che i cittadini possono pretendere dalla politica. Per questo non si stanno difendendo semplicemente dei muri. Si sta difendendo una comunità educativa che l'Amministrazione sembra aver scelto di considerare un dettaglio accessorio del progetto. Ripetere le stesse spiegazioni del 14 e del 18 giugno nella speranza che, a forza di ripeterle, diventino automaticamente verità non è comunicazione istituzionale. È una tecnica che funziona con gli slogan. Molto meno con i verbali, i bilanci e le delibere. Nel frattempo, mentre Palazzo Marino continua a chiedere tempo per lavorare, il minimo che possiamo fare è sostenere i genitori e i docenti coinvolti. Perché il caso Scialoia non è una parentesi locale. È il sintomo di un modello decisionale che smette di essere partecipazione nel momento stesso in cui le domande diventano scomode. E quando la trasparenza sparisce, il problema non è mai soltanto una scuola. 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  • EMENDAMENTO MALEDETTO
    Per un O.D.G. municipale nato male e finito peggio.

    E non lo dico per alimentare polemiche o raccogliere facile consenso. Qui si parla di un servizio pubblico essenziale e di una scuola come la Scialoia, a cui sono personalmente legato: per otto anni è stata il luogo in cui mia figlia ha mosso i suoi primi passi nel mondo dell'istruzione.

    Prendo semplicemente atto di quanto accaduto nella Commissione consiliare del 18 giugno, alla quale non ho potuto partecipare, ma che mi è stata raccontata da genitori e comitati presenti.

    Che dire?

    Hanno ragione i cittadini a essere infuriati.

    Hanno ragione quando smettono di avere fiducia nelle istituzioni, a qualsiasi livello.

    Hanno ragione quando scelgono l'astensionismo come forma di autodifesa della propria intelligenza.

    E hanno ragione quando guardano con diffidenza chiunque si presenti con nuove promesse politiche senza offrire garanzie di serietà, coerenza e coraggio.

    Dobbiamo prendere atto che esiste un muro di "cemento armato" fatto di disillusione e sfiducia. E quel muro non si abbatte con le parole, ma con i fatti.

    Per ora, però, chi governa sembra non interrogarsi minimamente sulle conseguenze delle proprie scelte.
    Durante le settimane scorse era stata ribadita pubblicamente la volontà di rispettare quanto richiesto da oltre mille cittadini attraverso una petizione ufficiale: ottenere garanzie concrete sui fondi, sul cronoprogramma e sulle condizioni necessarie per procedere con demolizione, bonifica e ricostruzione della scuola.

    Per questo era stato chiesto di rafforzare l'emendamento sostituendo il burocratico "si riserva di chiedere" con un più chiaro e vincolante "CHIEDE SIN D'ORA", eliminando ogni margine di rinvio o ambiguità.
    Eppure, nonostante gli impegni assunti, il confronto con famiglie e docenti e perfino un emendamento dell'opposizione che recepiva quella richiesta, la Commissione ha approvato il testo della maggioranza senza la modifica richiesta dai cittadini.

    È qui che nasce l'amarezza.
    Perché che senso hanno incontri, confronti e ore di ascolto se poi, al momento delle decisioni, la volontà popolare viene lasciata sulla soglia della porta?
    La politica dovrebbe avere il coraggio di assumersi responsabilità, non di rifugiarsi nelle formule.
    Personalmente non ho intenzione di fermarmi all'indignazione. Continuerò a stare accanto ai genitori, ai comitati e a tutte le persone coinvolte, con la trasparenza e la sincerità che mi hanno insegnato.

    Di questa vicenda resta almeno una lezione: le idee e i programmi, da soli, non bastano. Senza rispetto, credibilità e senso etico dell'azione pubblica, diventano carta.
    E la fiducia, una volta tradita, presenta sempre il conto.

    #Scialoia #Municipio9 #Partecipazione #PoliticaETica #MilanoNord
    EMENDAMENTO MALEDETTO Per un O.D.G. municipale nato male e finito peggio. E non lo dico per alimentare polemiche o raccogliere facile consenso. Qui si parla di un servizio pubblico essenziale e di una scuola come la Scialoia, a cui sono personalmente legato: per otto anni è stata il luogo in cui mia figlia ha mosso i suoi primi passi nel mondo dell'istruzione. Prendo semplicemente atto di quanto accaduto nella Commissione consiliare del 18 giugno, alla quale non ho potuto partecipare, ma che mi è stata raccontata da genitori e comitati presenti. Che dire? Hanno ragione i cittadini a essere infuriati. Hanno ragione quando smettono di avere fiducia nelle istituzioni, a qualsiasi livello. Hanno ragione quando scelgono l'astensionismo come forma di autodifesa della propria intelligenza. E hanno ragione quando guardano con diffidenza chiunque si presenti con nuove promesse politiche senza offrire garanzie di serietà, coerenza e coraggio. Dobbiamo prendere atto che esiste un muro di "cemento armato" fatto di disillusione e sfiducia. E quel muro non si abbatte con le parole, ma con i fatti. Per ora, però, chi governa sembra non interrogarsi minimamente sulle conseguenze delle proprie scelte. Durante le settimane scorse era stata ribadita pubblicamente la volontà di rispettare quanto richiesto da oltre mille cittadini attraverso una petizione ufficiale: ottenere garanzie concrete sui fondi, sul cronoprogramma e sulle condizioni necessarie per procedere con demolizione, bonifica e ricostruzione della scuola. 👉Per questo era stato chiesto di rafforzare l'emendamento sostituendo il burocratico "si riserva di chiedere" con un più chiaro e vincolante "CHIEDE SIN D'ORA", eliminando ogni margine di rinvio o ambiguità. Eppure, nonostante gli impegni assunti, il confronto con famiglie e docenti e perfino un emendamento dell'opposizione che recepiva quella richiesta, la Commissione ha approvato il testo della maggioranza senza la modifica richiesta dai cittadini. È qui che nasce l'amarezza. Perché che senso hanno incontri, confronti e ore di ascolto se poi, al momento delle decisioni, la volontà popolare viene lasciata sulla soglia della porta? La politica dovrebbe avere il coraggio di assumersi responsabilità, non di rifugiarsi nelle formule. Personalmente non ho intenzione di fermarmi all'indignazione. Continuerò a stare accanto ai genitori, ai comitati e a tutte le persone coinvolte, con la trasparenza e la sincerità che mi hanno insegnato. Di questa vicenda resta almeno una lezione: le idee e i programmi, da soli, non bastano. Senza rispetto, credibilità e senso etico dell'azione pubblica, diventano carta. E la fiducia, una volta tradita, presenta sempre il conto. #Scialoia #Municipio9 #Partecipazione #PoliticaETica #MilanoNord
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  • Hanno costretto i sanitari a vaccinarsi tutti, anche gli amministrativi e ora la Cassazione boccia la delibera . Non dovevano essere obbligati alla vaccinazione. Ma come e tutti i ragazzi? tutti gli insegnanti? tutti sono stati costretti a vaccinarsi e ora per qualcuno si poteva fare eccezione? ENNESIMA RIVELAZIONE DELLA TRUFFA SANITARIA AI NOSTRI DANNI. Nessuno avrà più fiducia nel sistema sanitario. E ancora nessuno paga!!!

    Source: https://x.com/OrtigiaP/status/2064481919631331639?s=20
    Hanno costretto i sanitari a vaccinarsi tutti, anche gli amministrativi e ora la Cassazione boccia la delibera . Non dovevano essere obbligati alla vaccinazione. Ma come e tutti i ragazzi? tutti gli insegnanti? tutti sono stati costretti a vaccinarsi e ora per qualcuno si poteva fare eccezione? ENNESIMA RIVELAZIONE DELLA TRUFFA SANITARIA AI NOSTRI DANNI. Nessuno avrà più fiducia nel sistema sanitario. E ancora nessuno paga!!! Source: https://x.com/OrtigiaP/status/2064481919631331639?s=20
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  • La Metamorfosi delle Feste dell’Unità e della Sinistra Italiana

    Le Feste dell’Unità, da tradizionale simbolo della sinistra sociale, riflettono oggi una trasformazione culturale tra identità, diritti civili e distanza dall’elettorato storico

    di Piero De Ruvo

    Le Feste dell’Unità hanno rappresentato per decenni un "patrimonio" fondamentale per la sinistra italiana, un rito di passione politica basato sul lavoro volontario di migliaia di persone e sull’autofinanziamento pubblico. Storicamente, queste manifestazioni erano il fulcro della sinistra sociale, quella che metteva al centro la difesa del posto di lavoro, i salari, la difesa delle pensioni, la protezione sociale e la tutela dei ceti più fragili.

    Tuttavia, negli ultimi anni, il dibattito si è spostato prepotentemente verso una sinistra globalista e dei diritti civili, innescando una profonda frattura con l’elettorato tradizionale. A partire dagli anni Novanta, con l’avvento della globalizzazione, l’attenzione si è spostata dall’economia all’identità. Le grandi battaglie per i salari sono state progressivamente affiancate, e talvolta sostituite, da temi come l’inclusione, le minoranze e i nuovi modelli familiari allargati a due padri e due madri.

    Questo cambiamento è evidente nei programmi delle moderne Feste dell’Unità. Se un tempo il cuore degli eventi erano i dibattiti sulla sanità e il welfare, oggi trovano spazio manifestazioni legate al mondo LGBTQIA+. Nelle edizioni bolognesi, ad esempio, sono stati inseriti spettacoli come l’Asia Drag Queen Show e il Drag Marcella Show.

    La tradizione continua anche nel 2026.

    La FestUnità di Crevalcore, in programma dal 28 maggio al 22 giugno, si presenta come un connubio tra gastronomia tradizionale (ristorante di pesce e cucina tipica) e spazio eventi. Sebbene la programmazione specifica delle singole serate evolva, l’inserimento di spettacoli di intrattenimento variegato è ormai parte del format consolidato per attirare un pubblico eterogeneo e finanziare l’attività politica.

    Questa evoluzione non è priva di aspre critiche. Da un lato, c’è chi vede nel crescente focus sui diritti civili e sulle battaglie identitarie una distrazione rispetto ai problemi concreti che incidono sulla vita quotidiana di operai, pensionati, artigiani e famiglie, che con toni polemici e provocatori arrivano a sostenere che la sinistra abbia progressivamente abbandonato le tradizionali istanze sociali e del lavoro per concentrarsi su quelle che definisce sprezzantemente “cazzate”, temi percepiti come lontani dalle preoccupazioni reali della maggioranza dei cittadini.

    Secondo questa lettura, tale impostazione avrebbe contribuito ad allontanare il cosiddetto “popolo” dai partiti progressisti, alimentando sfiducia, disaffezione e un crescente senso di distanza tra la classe politica e le fasce popolari che storicamente costituivano il loro principale bacino elettorale.

    Un “totalitarismo della dissoluzione”, che ha abbandonato la lotta contro il capitale per diventare un “Partito Radicale di massa” funzionale alla grande finanza. In questa prospettiva, l’ideologia LGBT diventerebbe l’asse centrale per “atomizzare il corpo sociale” e privarlo di senso etico tradizionale.

    La presenza di artisti drag negli spazi pubblici ha generato conflitti anche a livello amministrativo. Un caso emblematico è avvenuto a Montegalda (Padova), dove il Comune ha revocato il permesso per una festa che prevedeva lo spettacolo di una drag queen in una piazza dedicata ai Caduti, invocando ragioni di “decoro” e rispetto per la sensibilità dei cittadini.

    L’episodio ha scatenato accuse di omofobia, evidenziando quanto il travestimento artistico sia ancora un tema divisivo quando esce dagli “spazi chiusi” per occupare il suolo pubblico.

    Le Feste dell’Unità del 2026 continuano a essere luoghi di socialità, incontro, impegno e leggerezza. Tuttavia, la trasformazione della loro offerta culturale sembra riflettere la più ampia crisi d’identità di una sinistra che fatica a conciliare le proprie radici popolari e operaie con le nuove battaglie legate ai diritti e alle identità contemporanee.

    Per i critici, questa evoluzione risponderebbe anche all’esigenza di intercettare nuovi segmenti di elettorato indispensabili per mantenere un peso politico e parlamentare significativo. Il rischio, però, è quello di apparire agli occhi di una parte del proprio storico bacino elettorale sempre più distante dalle difficoltà quotidiane delle periferie, del lavoro e delle fasce sociali più fragili.

    Una percezione che, alimentata dal crescente distacco tra rappresentanza politica e bisogni concreti, rischia di diventare ogni giorno più evidente.
    La Metamorfosi delle Feste dell’Unità e della Sinistra Italiana Le Feste dell’Unità, da tradizionale simbolo della sinistra sociale, riflettono oggi una trasformazione culturale tra identità, diritti civili e distanza dall’elettorato storico di Piero De Ruvo Le Feste dell’Unità hanno rappresentato per decenni un "patrimonio" fondamentale per la sinistra italiana, un rito di passione politica basato sul lavoro volontario di migliaia di persone e sull’autofinanziamento pubblico. Storicamente, queste manifestazioni erano il fulcro della sinistra sociale, quella che metteva al centro la difesa del posto di lavoro, i salari, la difesa delle pensioni, la protezione sociale e la tutela dei ceti più fragili. Tuttavia, negli ultimi anni, il dibattito si è spostato prepotentemente verso una sinistra globalista e dei diritti civili, innescando una profonda frattura con l’elettorato tradizionale. A partire dagli anni Novanta, con l’avvento della globalizzazione, l’attenzione si è spostata dall’economia all’identità. Le grandi battaglie per i salari sono state progressivamente affiancate, e talvolta sostituite, da temi come l’inclusione, le minoranze e i nuovi modelli familiari allargati a due padri e due madri. Questo cambiamento è evidente nei programmi delle moderne Feste dell’Unità. Se un tempo il cuore degli eventi erano i dibattiti sulla sanità e il welfare, oggi trovano spazio manifestazioni legate al mondo LGBTQIA+. Nelle edizioni bolognesi, ad esempio, sono stati inseriti spettacoli come l’Asia Drag Queen Show e il Drag Marcella Show. La tradizione continua anche nel 2026. La FestUnità di Crevalcore, in programma dal 28 maggio al 22 giugno, si presenta come un connubio tra gastronomia tradizionale (ristorante di pesce e cucina tipica) e spazio eventi. Sebbene la programmazione specifica delle singole serate evolva, l’inserimento di spettacoli di intrattenimento variegato è ormai parte del format consolidato per attirare un pubblico eterogeneo e finanziare l’attività politica. Questa evoluzione non è priva di aspre critiche. Da un lato, c’è chi vede nel crescente focus sui diritti civili e sulle battaglie identitarie una distrazione rispetto ai problemi concreti che incidono sulla vita quotidiana di operai, pensionati, artigiani e famiglie, che con toni polemici e provocatori arrivano a sostenere che la sinistra abbia progressivamente abbandonato le tradizionali istanze sociali e del lavoro per concentrarsi su quelle che definisce sprezzantemente “cazzate”, temi percepiti come lontani dalle preoccupazioni reali della maggioranza dei cittadini. Secondo questa lettura, tale impostazione avrebbe contribuito ad allontanare il cosiddetto “popolo” dai partiti progressisti, alimentando sfiducia, disaffezione e un crescente senso di distanza tra la classe politica e le fasce popolari che storicamente costituivano il loro principale bacino elettorale. Un “totalitarismo della dissoluzione”, che ha abbandonato la lotta contro il capitale per diventare un “Partito Radicale di massa” funzionale alla grande finanza. In questa prospettiva, l’ideologia LGBT diventerebbe l’asse centrale per “atomizzare il corpo sociale” e privarlo di senso etico tradizionale. La presenza di artisti drag negli spazi pubblici ha generato conflitti anche a livello amministrativo. Un caso emblematico è avvenuto a Montegalda (Padova), dove il Comune ha revocato il permesso per una festa che prevedeva lo spettacolo di una drag queen in una piazza dedicata ai Caduti, invocando ragioni di “decoro” e rispetto per la sensibilità dei cittadini. L’episodio ha scatenato accuse di omofobia, evidenziando quanto il travestimento artistico sia ancora un tema divisivo quando esce dagli “spazi chiusi” per occupare il suolo pubblico. Le Feste dell’Unità del 2026 continuano a essere luoghi di socialità, incontro, impegno e leggerezza. Tuttavia, la trasformazione della loro offerta culturale sembra riflettere la più ampia crisi d’identità di una sinistra che fatica a conciliare le proprie radici popolari e operaie con le nuove battaglie legate ai diritti e alle identità contemporanee. Per i critici, questa evoluzione risponderebbe anche all’esigenza di intercettare nuovi segmenti di elettorato indispensabili per mantenere un peso politico e parlamentare significativo. Il rischio, però, è quello di apparire agli occhi di una parte del proprio storico bacino elettorale sempre più distante dalle difficoltà quotidiane delle periferie, del lavoro e delle fasce sociali più fragili. Una percezione che, alimentata dal crescente distacco tra rappresentanza politica e bisogni concreti, rischia di diventare ogni giorno più evidente.
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  • Comprare Viagra

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  • RES PUBLICA
    (La traduzione più comune è "Repubblica". Quella più corretta, forse, è: ciò che riguarda tutti).

    Oggi celebriamo la Festa della Repubblica e, come accade per molte ricorrenze, il rischio è che il significato della giornata finisca per essere assorbito dalla dimensione più pratica: un giorno di pausa, un'occasione per partire, per concedersi un ponte o semplicemente per staccare dalla routine quotidiana. E non c'è nulla di sbagliato in questo. Anzi, buon viaggio a chi è in partenza. Ma, mentre ci prepariamo a vivere questa giornata, mi viene spontaneo augurare anche un buon viaggio all'Italia.

    Perché rispetto a quel 2 giugno del 1946 sono cambiate molte cose. Alcune in meglio, altre meno. E forse il punto non è nemmeno fare un bilancio tra ciò che funziona e ciò che non funziona. Quello che mi interessa davvero è chiedermi se sia rimasto vivo lo spirito che rese possibile quella scelta. Non tanto la scelta tra monarchia e repubblica, quanto il coraggio di assumersi una responsabilità collettiva e di immaginare un futuro diverso da quello che si aveva davanti.

    Per questo, più che guardare a ciò che accadde allora, mi piace chiedermi una cosa diversa: se la Repubblica dovesse essere votata oggi, vincerebbe ancora?

    Non intendo come forma di Stato. Quella è una questione ormai consegnata alla storia. Mi riferisco alla Repubblica come progetto comune, come idea che esista qualcosa che ci riguarda tutti e che meriti il nostro impegno. Vincerebbe ancora la convinzione che una comunità possa essere più della somma dei singoli interessi? Vincerebbe ancora l'idea che partecipare sia meglio che limitarsi a osservare? Vincerebbe ancora la fiducia che, pur nelle differenze, esista un destino condiviso?

    Ho l'impressione che negli ultimi anni sia diventato sempre più facile rifugiarsi nel proprio spazio personale, concentrarsi sulle proprie priorità, proteggere il proprio piccolo perimetro di certezze. Ed è comprensibile. Viviamo in un tempo che spesso premia l'individualismo e alimenta la sensazione che ognuno debba cavarsela da solo.

    Eppure una Repubblica esiste proprio per ricordarci che ci sono questioni che non possono essere affrontate individualmente e che il "bene comune" non è una formula astratta buona per i libri di educazione civica.

    La Repubblica non vive nelle celebrazioni ufficiali, nelle parate o nella scritta impressa su un passaporto. Vive nella qualità dei nostri comportamenti quotidiani, nella capacità di rispettare ciò che è pubblico come se fosse davvero nostro, nella disponibilità ad ascoltare chi la pensa diversamente, nel senso di responsabilità che mettiamo nelle scelte di ogni giorno.

    Vive quando smettiamo di considerare i problemi del Paese come qualcosa che riguarda sempre qualcun altro.
    Per questo credo che il modo migliore per onorare il 2 giugno non sia guardare al passato con nostalgia o limitarci a ricordare una decisione presa quasi ottant'anni fa. Credo sia chiederci quale contributo siamo disposti a dare oggi, nel nostro piccolo, per rendere più forte la comunità di cui facciamo parte.

    Perché le grandi trasformazioni raramente iniziano dai grandi proclami: molto più spesso nascono da ciò che accade nei luoghi che frequentiamo ogni giorno, nelle relazioni che costruiamo e nelle responsabilità che scegliamo di assumerci.
    E forse, alla fine, il senso più autentico della cittadinanza sta proprio qui: nella consapevolezza che non basta appartenere a una Repubblica per farla esistere davvero.

    Come scriveva Antonio Gramsci:
    "Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza."

    Parole scritte in un'altra epoca, ma che continuano a ricordarci che il futuro di una comunità non dipende soltanto dalle istituzioni. Dipende anche da ciò che ciascuno di noi decide di fare, ogni giorno, nel proprio metro quadrato di realtà.

    #ResPublica
    RES PUBLICA (La traduzione più comune è "Repubblica". Quella più corretta, forse, è: ciò che riguarda tutti). Oggi celebriamo la Festa della Repubblica e, come accade per molte ricorrenze, il rischio è che il significato della giornata finisca per essere assorbito dalla dimensione più pratica: un giorno di pausa, un'occasione per partire, per concedersi un ponte o semplicemente per staccare dalla routine quotidiana. E non c'è nulla di sbagliato in questo. Anzi, buon viaggio a chi è in partenza. Ma, mentre ci prepariamo a vivere questa giornata, mi viene spontaneo augurare anche un buon viaggio all'Italia. Perché rispetto a quel 2 giugno del 1946 sono cambiate molte cose. Alcune in meglio, altre meno. E forse il punto non è nemmeno fare un bilancio tra ciò che funziona e ciò che non funziona. Quello che mi interessa davvero è chiedermi se sia rimasto vivo lo spirito che rese possibile quella scelta. Non tanto la scelta tra monarchia e repubblica, quanto il coraggio di assumersi una responsabilità collettiva e di immaginare un futuro diverso da quello che si aveva davanti. Per questo, più che guardare a ciò che accadde allora, mi piace chiedermi una cosa diversa: se la Repubblica dovesse essere votata oggi, vincerebbe ancora? Non intendo come forma di Stato. Quella è una questione ormai consegnata alla storia. Mi riferisco alla Repubblica come progetto comune, come idea che esista qualcosa che ci riguarda tutti e che meriti il nostro impegno. Vincerebbe ancora la convinzione che una comunità possa essere più della somma dei singoli interessi? Vincerebbe ancora l'idea che partecipare sia meglio che limitarsi a osservare? Vincerebbe ancora la fiducia che, pur nelle differenze, esista un destino condiviso? Ho l'impressione che negli ultimi anni sia diventato sempre più facile rifugiarsi nel proprio spazio personale, concentrarsi sulle proprie priorità, proteggere il proprio piccolo perimetro di certezze. Ed è comprensibile. Viviamo in un tempo che spesso premia l'individualismo e alimenta la sensazione che ognuno debba cavarsela da solo. Eppure una Repubblica esiste proprio per ricordarci che ci sono questioni che non possono essere affrontate individualmente e che il "bene comune" non è una formula astratta buona per i libri di educazione civica. La Repubblica non vive nelle celebrazioni ufficiali, nelle parate o nella scritta impressa su un passaporto. Vive nella qualità dei nostri comportamenti quotidiani, nella capacità di rispettare ciò che è pubblico come se fosse davvero nostro, nella disponibilità ad ascoltare chi la pensa diversamente, nel senso di responsabilità che mettiamo nelle scelte di ogni giorno. Vive quando smettiamo di considerare i problemi del Paese come qualcosa che riguarda sempre qualcun altro. Per questo credo che il modo migliore per onorare il 2 giugno non sia guardare al passato con nostalgia o limitarci a ricordare una decisione presa quasi ottant'anni fa. Credo sia chiederci quale contributo siamo disposti a dare oggi, nel nostro piccolo, per rendere più forte la comunità di cui facciamo parte. Perché le grandi trasformazioni raramente iniziano dai grandi proclami: molto più spesso nascono da ciò che accade nei luoghi che frequentiamo ogni giorno, nelle relazioni che costruiamo e nelle responsabilità che scegliamo di assumerci. E forse, alla fine, il senso più autentico della cittadinanza sta proprio qui: nella consapevolezza che non basta appartenere a una Repubblica per farla esistere davvero. Come scriveva Antonio Gramsci: "Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza." Parole scritte in un'altra epoca, ma che continuano a ricordarci che il futuro di una comunità non dipende soltanto dalle istituzioni. Dipende anche da ciò che ciascuno di noi decide di fare, ogni giorno, nel proprio metro quadrato di realtà. #ResPublica
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  • VITAMINA E(go)

    Ci sono sere in cui i pensieri non bussano alla porta. Entrano. Si siedono accanto a noi e pretendono ascolto.
    Sono quelle notti in cui ci si interroga sul senso delle cose che stiamo costruendo, sulle persone che incontriamo lungo il cammino e, soprattutto, su ciò che ciascuno di noi porta dentro.
    La politica, in fondo, non è tutta la vita. Ma è una parte importante della vita. È uno dei luoghi in cui le persone si rivelano, si mettono a nudo, mostrano il meglio e talvolta il peggio di sé. E forse è proprio questo che continua a sorprendermi.
    A 48 anni posso dire di non avere grosse paure. Di schifezze ne ho viste già abbastanza per sentirmi "sverginato" ma c'è una forza che forse mi inquieta più di tutte e che non è controllabile da nessun sistema elettorale o regolamento esistente.

    Una forza che nessuna norma può davvero governare. Si chiama natura umana. E spesso prende la forma dell'ego.
    Per molto tempo ho pensato che l'ego fosse soltanto una zavorra. Una palla al piede che rallenta il cammino comune. Oggi non la vedo più così.
    Oggi penso che l'ego sia una vitamina.
    Serve.
    È quella scintilla che ci fa alzare dal letto quando tutto sembra complicato. È la fiducia che ci permette di affrontare le sconfitte, di sopportare i pesi, di credere nelle nostre capacità quando il dubbio vorrebbe paralizzarci.
    Senza un po' di ego, probabilmente, non avremmo il coraggio di iniziare nulla.

    Ma le vitamine, per definizione, funzionano soltanto nelle giuste dosi.
    Quando diventano eccessive smettono di nutrire e iniziano a intossicare.

    Accade allora qualcosa di sottile. L'io diventa più importante dell'obiettivo. Il riconoscimento più importante del risultato. La visibilità più importante del servizio.
    E senza quasi accorgercene smettiamo di vedere chi ci cammina accanto.
    L'ego eccessivo è una lente deformante: ingrandisce noi stessi e rimpicciolisce il resto del mondo.
    Così il compagno di viaggio diventa un concorrente. La differenza diventa una minaccia. Il successo collettivo perde valore se non porta anche una gratificazione personale.

    Eppure le cose più belle che ho visto nascere non sono mai state il frutto di un singolo protagonista.
    Sono nate quando più persone hanno scelto di mettere il proprio talento al servizio di qualcosa di più grande.
    Quando tanti "io" hanno accettato di diventare un "NOI".

    Forse è questa la sfida più difficile. Non vincere una competizione. Non conquistare una posizione. Ma costruire un equilibrio.
    Allora se è rimasto ancora un motivo valido per cui soffrire e spendersi in una competizione politica, non è quello di raggiungere il gradino più alto del podio , internamente o esternamente ma raggiungere quel senso di rispetto e di equilibrio all'interno di un gruppo dove sappiamo che tutti e tutte siamo speciali e importanti solo per il fatto di esistere e poterci parlare con i nostri pregi, manie , difetti e le nostre stranezze...

    Domani avrò un altro quesito e richiesta da rivolgere a qualcuno di superiore e non riguarda sicuramente il denaro né la vanità, che di per sé dura il tempo di un battito di ciglia.
    Ma è il miracolo di assistere e contribuire alla creazione di un gruppo coeso dove la voce di tanti IO si fonde a quella più ampia di un NOI.
    E dove tanti ego controllati sanno ritrovarsi nella forza più elevata di un collettivo dove c'è spazio per la sapienza e la peculiarità di ognuno.

    Se sapremo superare il muro del solo Ego allora avremo già fatto un passo importante verso la prossima fase. Quella chiamata comunità.
    Ci credo. Ci spero. Per l'ennesima volta.
    E mentre cerco risposte nel mondo, questa sera ricomincio da una domanda più semplice.
    Quella che rivolgo a me stesso...

    #ego #noi #rispetto #comunità
    VITAMINA E(go) Ci sono sere in cui i pensieri non bussano alla porta. Entrano. Si siedono accanto a noi e pretendono ascolto. Sono quelle notti in cui ci si interroga sul senso delle cose che stiamo costruendo, sulle persone che incontriamo lungo il cammino e, soprattutto, su ciò che ciascuno di noi porta dentro. La politica, in fondo, non è tutta la vita. Ma è una parte importante della vita. È uno dei luoghi in cui le persone si rivelano, si mettono a nudo, mostrano il meglio e talvolta il peggio di sé. E forse è proprio questo che continua a sorprendermi. A 48 anni posso dire di non avere grosse paure. Di schifezze ne ho viste già abbastanza per sentirmi "sverginato" ma c'è una forza che forse mi inquieta più di tutte e che non è controllabile da nessun sistema elettorale o regolamento esistente. Una forza che nessuna norma può davvero governare. Si chiama natura umana. E spesso prende la forma dell'ego. Per molto tempo ho pensato che l'ego fosse soltanto una zavorra. Una palla al piede che rallenta il cammino comune. Oggi non la vedo più così. Oggi penso che l'ego sia una vitamina. Serve. È quella scintilla che ci fa alzare dal letto quando tutto sembra complicato. È la fiducia che ci permette di affrontare le sconfitte, di sopportare i pesi, di credere nelle nostre capacità quando il dubbio vorrebbe paralizzarci. Senza un po' di ego, probabilmente, non avremmo il coraggio di iniziare nulla. Ma le vitamine, per definizione, funzionano soltanto nelle giuste dosi. Quando diventano eccessive smettono di nutrire e iniziano a intossicare. Accade allora qualcosa di sottile. L'io diventa più importante dell'obiettivo. Il riconoscimento più importante del risultato. La visibilità più importante del servizio. E senza quasi accorgercene smettiamo di vedere chi ci cammina accanto. L'ego eccessivo è una lente deformante: ingrandisce noi stessi e rimpicciolisce il resto del mondo. Così il compagno di viaggio diventa un concorrente. La differenza diventa una minaccia. Il successo collettivo perde valore se non porta anche una gratificazione personale. Eppure le cose più belle che ho visto nascere non sono mai state il frutto di un singolo protagonista. Sono nate quando più persone hanno scelto di mettere il proprio talento al servizio di qualcosa di più grande. Quando tanti "io" hanno accettato di diventare un "NOI". Forse è questa la sfida più difficile. Non vincere una competizione. Non conquistare una posizione. Ma costruire un equilibrio. Allora se è rimasto ancora un motivo valido per cui soffrire e spendersi in una competizione politica, non è quello di raggiungere il gradino più alto del podio , internamente o esternamente ma raggiungere quel senso di rispetto e di equilibrio all'interno di un gruppo dove sappiamo che tutti e tutte siamo speciali e importanti solo per il fatto di esistere e poterci parlare con i nostri pregi, manie , difetti e le nostre stranezze... Domani avrò un altro quesito e richiesta da rivolgere a qualcuno di superiore e non riguarda sicuramente il denaro né la vanità, che di per sé dura il tempo di un battito di ciglia. Ma è il miracolo di assistere e contribuire alla creazione di un gruppo coeso dove la voce di tanti IO si fonde a quella più ampia di un NOI. E dove tanti ego controllati sanno ritrovarsi nella forza più elevata di un collettivo dove c'è spazio per la sapienza e la peculiarità di ognuno. Se sapremo superare il muro del solo Ego allora avremo già fatto un passo importante verso la prossima fase. Quella chiamata comunità. Ci credo. Ci spero. Per l'ennesima volta. E mentre cerco risposte nel mondo, questa sera ricomincio da una domanda più semplice. Quella che rivolgo a me stesso... #ego #noi #rispetto #comunità
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