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  • L'Avvocato Francesco Cinquemani, alias "lo squalo", disintegra la sentenza n. 199/2025 della Corte Costituzionale, quella che definisce legittimi gli obblighi vaccinali in "pandemia"

    Cerchiamo di sintetizzare in cinque punti cosa si contesta alla sentenza della Corte Costituzionale nel magistrale articolo dell' Avv. Cinquemani, vero fuoriclasse, che si distingue per rigore tecnico-giuridico e precisione chirurgica nello smontare la pronuncia.

    1. Ha evitato il nodo centrale: "vaccini" non autorizzati per prevenire l'infezione

    - La Corte Costituzionale, anche chiamata Consulta, ignora che il D.L. 44/2021 imponeva l'obbligo per "prevenire l'infezione", ma i "vaccini" non erano autorizzati a farlo. Tutti i documenti ufficiali (EMA, AIFA, RCP) autorizzavano i "vaccini" solo per "prevenire la malattia COVID-19 causata da SARS-CoV-2", non si parla né di prevenzione dell'infezione né di "contagio". Di più: nel 2021 EMA dichiarò pubblicamente che non c'erano dati disponibili sulla capacità dei "vaccini" di prevenire il "contagio". Questa contraddizione è il "vizio originario" che la Consulta si rifiuta di affrontare.

    2. Deferenza cieca alle autorità sanitarie - rinuncia al controllo

    La Corte accetta senza verificare le affermazioni delle autorità, quando le stesse nel 2021 ammettevano:

    -Nessun dato sulla trasmissione
    -Studi incompleti su anziani e fragili
    -Autorizzazione solo condizionata

    La Consulta ha rinunciato al suo ruolo di garante dei diritti fondamentali, abdicando al controllo di proporzionalità.

    3. Ignora l'utilizzo off-label di massa (illegale)

    Utilizzare un farmaco off-label, vuol dire che lo stesso è prescritto al di fuori delle indicazioni approvate nell'RCP/bugiardino. Se il "vaccino" è autorizzato per la malattia ma imposto per l'infezione, è uso off-label, che richiede:

    -Valutazione AIFA specifica
    -Consenso informato rafforzato
    -Monitoraggio rigoroso
    -Responsabilità del medico che somministra il farmaco

    Nulla di tutto ciò è stato fatto. La Corte non risponde nemmeno una riga su questo punto sollevato da altri tribunali.

    4. Proporzionalità e dignità: i grandi assenti nella sentenza 199/2025

    L'art. 32 della Costituzione impone tre condizioni per i trattamenti sanitari obbligatori:
    -Tutela della salute individuale
    -Tutela della salute collettiva
    -Rispetto della persona umana

    La sospensione dal lavoro, privando di retribuzione la persona, è stata qualificata da numerosi giudici come:
    -Discriminatoria
    -Lesiva della dignità
    -Devastante economicamente
    -Sproporzionata

    La Consulta per questo punto rifiuta ogni valutazione ex post, cristallizza la legittimità della norma al momento della sua emanazione, ignora che già nel 2021 i dati erano insufficienti.

    5. Una sola sentenza non crea diritto vivente

    L'accusa più dura, abrasiva, feroce: pretendere che questa pronuncia chiuda il dibattito è giuridicamente scorretto. Una singola sentenza non può ribaltare i principi costituzionali fondamentali.

    La Consulta tradisce il suo ruolo, evita le questioni scomode che avrebbero smaterializzato la stessa sentenza e legittima misure basate su presupposti scientifici mai autorizzati.

    Per concludere con una metafora sportiva: pensavano di aver segnato un gol decisivo, non rendendosi conto che si sta giocando a tennis e loro, sono senza racchetta.

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    L'Avvocato Francesco Cinquemani, alias "lo squalo", disintegra la sentenza n. 199/2025 della Corte Costituzionale, quella che definisce legittimi gli obblighi vaccinali in "pandemia" Cerchiamo di sintetizzare in cinque punti cosa si contesta alla sentenza della Corte Costituzionale nel magistrale articolo dell' Avv. Cinquemani, vero fuoriclasse, che si distingue per rigore tecnico-giuridico e precisione chirurgica nello smontare la pronuncia. 1. Ha evitato il nodo centrale: "vaccini" non autorizzati per prevenire l'infezione - La Corte Costituzionale, anche chiamata Consulta, ignora che il D.L. 44/2021 imponeva l'obbligo per "prevenire l'infezione", ma i "vaccini" non erano autorizzati a farlo. Tutti i documenti ufficiali (EMA, AIFA, RCP) autorizzavano i "vaccini" solo per "prevenire la malattia COVID-19 causata da SARS-CoV-2", non si parla né di prevenzione dell'infezione né di "contagio". Di più: nel 2021 EMA dichiarò pubblicamente che non c'erano dati disponibili sulla capacità dei "vaccini" di prevenire il "contagio". Questa contraddizione è il "vizio originario" che la Consulta si rifiuta di affrontare. 2. Deferenza cieca alle autorità sanitarie - rinuncia al controllo La Corte accetta senza verificare le affermazioni delle autorità, quando le stesse nel 2021 ammettevano: -Nessun dato sulla trasmissione -Studi incompleti su anziani e fragili -Autorizzazione solo condizionata La Consulta ha rinunciato al suo ruolo di garante dei diritti fondamentali, abdicando al controllo di proporzionalità. 3. Ignora l'utilizzo off-label di massa (illegale) Utilizzare un farmaco off-label, vuol dire che lo stesso è prescritto al di fuori delle indicazioni approvate nell'RCP/bugiardino. Se il "vaccino" è autorizzato per la malattia ma imposto per l'infezione, è uso off-label, che richiede: -Valutazione AIFA specifica -Consenso informato rafforzato -Monitoraggio rigoroso -Responsabilità del medico che somministra il farmaco Nulla di tutto ciò è stato fatto. La Corte non risponde nemmeno una riga su questo punto sollevato da altri tribunali. 4. Proporzionalità e dignità: i grandi assenti nella sentenza 199/2025 L'art. 32 della Costituzione impone tre condizioni per i trattamenti sanitari obbligatori: -Tutela della salute individuale -Tutela della salute collettiva -Rispetto della persona umana La sospensione dal lavoro, privando di retribuzione la persona, è stata qualificata da numerosi giudici come: -Discriminatoria -Lesiva della dignità -Devastante economicamente -Sproporzionata La Consulta per questo punto rifiuta ogni valutazione ex post, cristallizza la legittimità della norma al momento della sua emanazione, ignora che già nel 2021 i dati erano insufficienti. 5. Una sola sentenza non crea diritto vivente L'accusa più dura, abrasiva, feroce: pretendere che questa pronuncia chiuda il dibattito è giuridicamente scorretto. Una singola sentenza non può ribaltare i principi costituzionali fondamentali. La Consulta tradisce il suo ruolo, evita le questioni scomode che avrebbero smaterializzato la stessa sentenza e legittima misure basate su presupposti scientifici mai autorizzati. Per concludere con una metafora sportiva: pensavano di aver segnato un gol decisivo, non rendendosi conto che si sta giocando a tennis e loro, sono senza racchetta. quotidianosociale.it Canale Telegram Avv. Cinquemani Gruppo Telegram Avv. Cinquemani 🔗 In_Telegram_Veritas
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  • Quando la Corte Costituzionale diventa incostituzionale

    Con la sentenza sull'obbligo vaccinale, i giudici costituzionali hanno prodotto una delle più gravi distorsioni interpretative della storia repubblicana, stravolgendo l'articolo 32 della Costituzione fino a renderlo irriconoscibile.

    Art. 32:
    Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

    L'assurdità è manifesta fino ad diventare un ossimoro: la Corte ammette che il "vaccino" non impediva la trasmissione del "virus", ma sostiene che l'obbligo sia comunque legittimo per "ridurre il carico ospedaliero".
    Ma l'articolo 32 pone limiti rigorosissimi a qualsiasi discussione di imposizione sanitaria. Qui oltretutto siamo di fronte ad un "trattamento" che non protegge nessuno dal "contagio", facendo crollare miseramente l'unico appiglio costituzionale che può far solo discutere di "obbligatorietà". Oltretutto, ci sono ormai migliaia di casi documentati di danni prodotti da questi sieri, per alcuni di questi sono state emesse anche sentenze dove si parla di chiara correlazione vaccino-patologia. Altra architrave che crolla: non erano né efficaci né sicuri. A fronte di questi presupposti, con quale logica costituzionale si può imporre coattivamente un trattamento a chicchessia?

    La risposta della Corte è agghiacciante: basta un generico "interesse pubblico".

    La Corte ha di fatto riscritto l'articolo 32, trasformando un diritto fondamentale con limiti rigorosissimi in una norma manipolabile a piacimento del legislatore.
    La motivazione è giuridicamente insostenibile. Nessun costituzionalista serio può accettare che un obbligo sanitario si giustifichi con mere esigenze organizzative del sistema ospedaliero, senza alcun nesso con la prevenzione della diffusione della malattia. È una torsione interpretativa che fa violenza al testo costituzionale.

    Questa sentenza puzza di subordinazione politica. Non c'è altra spiegazione per un'acrobazia argomentativa così forzata, così palesemente contraria ai principi consolidati. I giudici costituzionali sembrano aver abdicato al loro ruolo di custodi della Costituzione per assecondare scelte politiche che nulla hanno a che fare con la salute dei cittadini.

    La domanda è inevitabile: a quali interessi risponde questa sentenza? Perché stravolgere decenni di giurisprudenza proprio su questo tema? Perché piegare ed insultare la Costituzione invece di difenderla?

    La Corte Costituzionale doveva essere l'ultimo baluardo dei diritti fondamentali. Invece si è trasformata in un notaio che ratifica decisioni prese altrove, con motivazioni che offendono l'intelligenza di chiunque conosca il diritto costituzionale.

    Questa non è giustizia costituzionale. È capitolazione.

    "E' agghiacciante quello che dicono" - Antonio Conte

    quotidianosanita.it
    Border Nights

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    Quando la Corte Costituzionale diventa incostituzionale Con la sentenza sull'obbligo vaccinale, i giudici costituzionali hanno prodotto una delle più gravi distorsioni interpretative della storia repubblicana, stravolgendo l'articolo 32 della Costituzione fino a renderlo irriconoscibile. Art. 32: Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. L'assurdità è manifesta fino ad diventare un ossimoro: la Corte ammette che il "vaccino" non impediva la trasmissione del "virus", ma sostiene che l'obbligo sia comunque legittimo per "ridurre il carico ospedaliero". Ma l'articolo 32 pone limiti rigorosissimi a qualsiasi discussione di imposizione sanitaria. Qui oltretutto siamo di fronte ad un "trattamento" che non protegge nessuno dal "contagio", facendo crollare miseramente l'unico appiglio costituzionale che può far solo discutere di "obbligatorietà". Oltretutto, ci sono ormai migliaia di casi documentati di danni prodotti da questi sieri, per alcuni di questi sono state emesse anche sentenze dove si parla di chiara correlazione vaccino-patologia. Altra architrave che crolla: non erano né efficaci né sicuri. A fronte di questi presupposti, con quale logica costituzionale si può imporre coattivamente un trattamento a chicchessia? La risposta della Corte è agghiacciante: basta un generico "interesse pubblico". La Corte ha di fatto riscritto l'articolo 32, trasformando un diritto fondamentale con limiti rigorosissimi in una norma manipolabile a piacimento del legislatore. La motivazione è giuridicamente insostenibile. Nessun costituzionalista serio può accettare che un obbligo sanitario si giustifichi con mere esigenze organizzative del sistema ospedaliero, senza alcun nesso con la prevenzione della diffusione della malattia. È una torsione interpretativa che fa violenza al testo costituzionale. Questa sentenza puzza di subordinazione politica. Non c'è altra spiegazione per un'acrobazia argomentativa così forzata, così palesemente contraria ai principi consolidati. I giudici costituzionali sembrano aver abdicato al loro ruolo di custodi della Costituzione per assecondare scelte politiche che nulla hanno a che fare con la salute dei cittadini. La domanda è inevitabile: a quali interessi risponde questa sentenza? Perché stravolgere decenni di giurisprudenza proprio su questo tema? Perché piegare ed insultare la Costituzione invece di difenderla? La Corte Costituzionale doveva essere l'ultimo baluardo dei diritti fondamentali. Invece si è trasformata in un notaio che ratifica decisioni prese altrove, con motivazioni che offendono l'intelligenza di chiunque conosca il diritto costituzionale. Questa non è giustizia costituzionale. È capitolazione. "E' agghiacciante quello che dicono" - Antonio Conte quotidianosanita.it Border Nights 🔗 In_Telegram_Veritas
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  • GRAVISSIMO

    Vorrei ricordare al grande popolo degli entusiasti gastro-patrioti che dal 1 gennaio 2026 non potranno più sapere, leggendo l'etichetta, la provenienza delle materie prime di importanti prodotti del Made in Italy alimentare.
    Non sarà cioè più dato sapere con che cosa saranno fatte le paste alimentari di grano duro, i derivati del pomodoro, il latte e i prodotti lattiero caseari, il riso e le carni suine trasformate.
    Ma come, nessuno ve lo aveva detto? Nemmeno giornali e TV? Nemmeno i politici e i grandi chef che ieri esultavano orgogliosi a reti unificate? Strano...
    Eppure è cosi. Tutto risale a poco tempo fa, al 23 dicembre 2024. Perché quel giorno, senza dare troppo nell'occhio, i nostri ministeri Agricoltura (e Sovranità), Imprese e Salute - "incoraggiati" dalle grandi aziende del settore - erano giunti alla conclusione che, in fondo, tutta questa trasparenza in etichetta fosse eccessiva e penalizzante.
    Così, dal prossimo anno - giusto il tempo di esaurire le scorte di magazzino con quelle etichette troppo sincere - gli entusiasti fan dei grandi marchi del Made in Italy alimentare potranno pascersi di fusilli o spaghetti di grano turco o ucraino, perdipiù conditi con pummarola di pomodoro cinese, mantecare risotti fatti con cultivar pakistani o birmani, affettare caciotte e spalmare stracchini derivanti dalla mungitura di mucche bulgare, senza dimenticare i panini farciti con fette di salami polacchi o salsicce di suini cantonesi o dello Shezuhan. Tutto rigorosamente riconoscibile da una rassicurante bandierina tricolore in bella evidenza sulla confezione.
    Buon appetito e buon Made in Italy a tutti

    A salvarci, per fortuna, rimarranno le piccole e medie aziende di agricoltori e imprenditori "ribelli ed eretici" (molti dei quali giovani) che si ostinano a coltivare e a trasformare materie prime 100% italiane. Come riconoscerli? Facile: sono quelli che non fanno spot in TV.
    ⚠️📛GRAVISSIMO🆘⚠️ Vorrei ricordare al grande popolo degli entusiasti gastro-patrioti che dal 1 gennaio 2026 non potranno più sapere, leggendo l'etichetta, la provenienza delle materie prime di importanti prodotti del Made in Italy alimentare. Non sarà cioè più dato sapere con che cosa saranno fatte le paste alimentari di grano duro, i derivati del pomodoro, il latte e i prodotti lattiero caseari, il riso e le carni suine trasformate. Ma come, nessuno ve lo aveva detto? Nemmeno giornali e TV? Nemmeno i politici e i grandi chef che ieri esultavano orgogliosi a reti unificate? Strano... Eppure è cosi. Tutto risale a poco tempo fa, al 23 dicembre 2024. Perché quel giorno, senza dare troppo nell'occhio, i nostri ministeri Agricoltura (e Sovranità), Imprese e Salute - "incoraggiati" dalle grandi aziende del settore - erano giunti alla conclusione che, in fondo, tutta questa trasparenza in etichetta fosse eccessiva e penalizzante. Così, dal prossimo anno - giusto il tempo di esaurire le scorte di magazzino con quelle etichette troppo sincere - gli entusiasti fan dei grandi marchi del Made in Italy alimentare potranno pascersi di fusilli o spaghetti di grano turco o ucraino, perdipiù conditi con pummarola di pomodoro cinese, mantecare risotti fatti con cultivar pakistani o birmani, affettare caciotte e spalmare stracchini derivanti dalla mungitura di mucche bulgare, senza dimenticare i panini farciti con fette di salami polacchi o salsicce di suini cantonesi o dello Shezuhan. Tutto rigorosamente riconoscibile da una rassicurante bandierina tricolore in bella evidenza sulla confezione. Buon appetito e buon Made in Italy a tutti A salvarci, per fortuna, rimarranno le piccole e medie aziende di agricoltori e imprenditori "ribelli ed eretici" (molti dei quali giovani) che si ostinano a coltivare e a trasformare materie prime 100% italiane. Come riconoscerli? Facile: sono quelli che non fanno spot in TV.
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  • Pesticidi, Corte Ue: “Bruxelles ha riapprovato la Cipermetrina senza prove di sicurezza”
    https://ilsalvagente.it/2025/12/19/pesticidi-corte-ue-bruxelles-ha-riapprovato-la-cipermetrina-senza-prove-di-sicurezza/
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    Pesticidi, Corte Ue: “Bruxelles ha riapprovato la Cipermetrina senza prove di sicurezza”
    Il tribunale europeo ha accolto il ricorso di Pan-Europe: "La Commissione nel 2021 ha agito illegittimamente riapprovando la cipermetrina perché non ha valutato la tossicità a lungo termine e ha preso per buone alcune misure di riduzione dei rischi non scientifiche"
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  • MANI LEGATE

    Ci sono materie — soprattutto quelle giuridiche — che per loro natura risultano ostiche alla maggioranza delle persone. Tecniche, noiose, apparentemente lontane dalla vita quotidiana.
    Ed è proprio lì che il gioco riesce meglio.

    Perché mentre siamo immersi tra abbuffate, sonnolenza post-festiva e distrazioni mediatiche, va in scena il più vecchio dei trucchi: far passare le peggiori porcate sotto il naso, quando l’attenzione collettiva è ai minimi storici. Quando ce ne accorgiamo è tardi. Siamo ancora ubriachi di festeggiamenti.

    E credetemi: la riforma della Giustizia che ci faranno “consultare” nel 2026 è roba leggera rispetto allo scempio approvato il 26 dicembre in Senato.
    93 sì, 51 no, 5 astenuti.
    È legge dello Stato.

    Parliamo della riforma della Corte dei Conti.
    Uno degli ultimi baluardi di tutela dell’interesse pubblico rimasti.
    Oggi? Penalizzata, limitata, svuotata, ridotta a un organo di controllo blando, centralizzato e politicamente innocuo.

    Con cinque mosse chirurgiche si è riusciti a legare le mani alle amministrazioni locali — che già navigano con strumenti ridotti — e, di riflesso, a noi cittadini, che vediamo drasticamente ridotte le possibilità di controllo e di azione.

    Le cinque mosse:

    Danno erariale ridotto al 30%
    Lo “scudo” Covid del 2020 diventa permanente. I risarcimenti vengono limitati al 30% del danno, salvo dolo o colpa grave.
    Tradotto: meno responsabilità personale, meno deterrenza contro sprechi e mala gestione.

    Silenzio-assenso sui pareri preventivi
    Se la Corte non risponde entro un mese su bilanci e atti, il silenzio vale come via libera.
    Velocità? Forse.
    Controlli seri? Sempre meno.

    Controlli preventivi sugli appalti PNRR sopra il milione
    Se la Corte approva prima, nessuna responsabilità dopo.
    Un regalo enorme, che sottrae risorse ai controlli successivi sugli enti locali.

    Riorganizzazione della Corte
    Accorpamento delle sezioni regionali, separazione dei ruoli, poteri rafforzati al Procuratore generale.
    Efficienza sulla carta, desertificazione territoriale nella realtà. Le amministrazioni locali restano senza un presidio vicino.

    Delega al Governo sui decreti attuativi
    12 mesi di mano libera per “riordino, digitalizzazione e razionalizzazione”.
    Parole eleganti per dire: ulteriore indebolimento dei controlli, a colpi di decreti.

    Nel frattempo, mentre commentavamo l’ennesima operazione di polizia contro esponenti palestinesi in Italia, questa nuova “schiforma” passava liscia.
    Le conseguenze non saranno immediate.
    Saranno profonde, strutturali, e a medio-lungo termine.
    Milano inclusa.

    Perché secondo voi?
    Perché una Corte dei Conti indebolita significa:
    – meno controlli sulla spesa pubblica
    – più inerzia sugli atti irregolari
    – meno risarcimenti
    – più squilibri di bilancio post-PNRR

    E alla fine il conto arriva sempre lì:
    tasse locali più alte
    tagli a scuole, welfare, servizi essenziali
    opere pubbliche fatte male e mai verificate

    Semplice.
    Forse non immediato.
    Ma il disegno è fin troppo chiaro.
    Una grande riforma della Giustizia da votare “democraticamente” in primavera.
    E questo colpo basso a fine 2025.
    Risultato? Mani legate definitivamente.

    Ecco perché serve prendere coscienza della necessità di costruire un’alternativa credibile, capace di stare dentro le istituzioni, non solo fuori.
    Ci sono battaglie che non si vincono solo in piazza.
    La mobilitazione scuote coscienze — quando va bene — ma il potere si combatte nelle stanze del potere.
    Con competenza, presenza e strategia.
    Il resto è testimonianza.
    Qui serve confronto politico vero.

    #CorteDeiConti #Schiforma #ManiLegate #ControlloPubblico #PoliticaIstituzionale
    ✋ MANI LEGATE 🔒 Ci sono materie — soprattutto quelle giuridiche — che per loro natura risultano ostiche alla maggioranza delle persone. Tecniche, noiose, apparentemente lontane dalla vita quotidiana. Ed è proprio lì che il gioco riesce meglio. 🎩 Perché mentre siamo immersi tra abbuffate, sonnolenza post-festiva e distrazioni mediatiche, va in scena il più vecchio dei trucchi: far passare le peggiori porcate sotto il naso, quando l’attenzione collettiva è ai minimi storici. Quando ce ne accorgiamo è tardi. Siamo ancora ubriachi di festeggiamenti. E credetemi: la riforma della Giustizia che ci faranno “consultare” nel 2026 è roba leggera rispetto allo scempio approvato il 26 dicembre in Senato. 93 sì, 51 no, 5 astenuti. È legge dello Stato. 👉Parliamo della riforma della Corte dei Conti. Uno degli ultimi baluardi di tutela dell’interesse pubblico rimasti. Oggi? Penalizzata, limitata, svuotata, ridotta a un organo di controllo blando, centralizzato e politicamente innocuo. Con cinque mosse chirurgiche si è riusciti a legare le mani alle amministrazioni locali — che già navigano con strumenti ridotti — e, di riflesso, a noi cittadini, che vediamo drasticamente ridotte le possibilità di controllo e di azione. Le cinque mosse: 🔹 Danno erariale ridotto al 30% Lo “scudo” Covid del 2020 diventa permanente. I risarcimenti vengono limitati al 30% del danno, salvo dolo o colpa grave. Tradotto: meno responsabilità personale, meno deterrenza contro sprechi e mala gestione. 🔹 Silenzio-assenso sui pareri preventivi Se la Corte non risponde entro un mese su bilanci e atti, il silenzio vale come via libera. Velocità? Forse. Controlli seri? Sempre meno. 🔹 Controlli preventivi sugli appalti PNRR sopra il milione Se la Corte approva prima, nessuna responsabilità dopo. Un regalo enorme, che sottrae risorse ai controlli successivi sugli enti locali. 🔹 Riorganizzazione della Corte Accorpamento delle sezioni regionali, separazione dei ruoli, poteri rafforzati al Procuratore generale. Efficienza sulla carta, desertificazione territoriale nella realtà. Le amministrazioni locali restano senza un presidio vicino. 🔹 Delega al Governo sui decreti attuativi 12 mesi di mano libera per “riordino, digitalizzazione e razionalizzazione”. Parole eleganti per dire: ulteriore indebolimento dei controlli, a colpi di decreti. Nel frattempo, mentre commentavamo l’ennesima operazione di polizia contro esponenti palestinesi in Italia, questa nuova “schiforma” passava liscia. Le conseguenze non saranno immediate. Saranno profonde, strutturali, e a medio-lungo termine. Milano inclusa. 🏙️ Perché secondo voi? Perché una Corte dei Conti indebolita significa: – meno controlli sulla spesa pubblica – più inerzia sugli atti irregolari – meno risarcimenti – più squilibri di bilancio post-PNRR E alla fine il conto arriva sempre lì: 💸 tasse locali più alte ✂️ tagli a scuole, welfare, servizi essenziali 🏗️ opere pubbliche fatte male e mai verificate Semplice. Forse non immediato. Ma il disegno è fin troppo chiaro. Una grande riforma della Giustizia da votare “democraticamente” in primavera. E questo colpo basso a fine 2025. Risultato? Mani legate definitivamente. 🔗 Ecco perché serve prendere coscienza della necessità di costruire un’alternativa credibile, capace di stare dentro le istituzioni, non solo fuori. Ci sono battaglie che non si vincono solo in piazza. La mobilitazione scuote coscienze — quando va bene — ma il potere si combatte nelle stanze del potere. Con competenza, presenza e strategia. Il resto è testimonianza. Qui serve confronto politico vero. ⚖️ #CorteDeiConti #Schiforma #ManiLegate #ControlloPubblico #PoliticaIstituzionale
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  • LO SCEMPIO della NUOVA LEGGE APPROVATA con UN BLITZ IERI al SENATO sul ruolo della Corte dei Conti. Ascoltate bene questa intervista del Magistrato Ferruccio Capalbo seconda parte. MASSIMA DIFFUSIONE!
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  • LO SCEMPIO della NUOVA LEGGE APPROVATA con UN BLITZ IERI al SENATO sul ruolo della Corte dei Conti. Ascoltate bene questa intervista del Magistrato Ferruccio Capalbo. MASSIMA DIFFUSIONE!
    LO SCEMPIO della NUOVA LEGGE APPROVATA con UN BLITZ IERI al SENATO sul ruolo della Corte dei Conti. Ascoltate bene questa intervista del Magistrato Ferruccio Capalbo. MASSIMA DIFFUSIONE!
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  • PAGINA BUIA per l'Italia. Sempre peggio!!!
    Riforma Corte dei Conti, Cataldi (M5s): "Date via libera all'illegalità"
    Il senatore pentastellato contro il governo: "Volete l'impunità di chi abusa del potere, la legge è incostituzionale"
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/27/riforma-corte-conti-m5s-governo-notizie-video-illegalita/8238931/
    PAGINA BUIA per l'Italia. Sempre peggio!!! Riforma Corte dei Conti, Cataldi (M5s): "Date via libera all'illegalità" Il senatore pentastellato contro il governo: "Volete l'impunità di chi abusa del potere, la legge è incostituzionale" https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/27/riforma-corte-conti-m5s-governo-notizie-video-illegalita/8238931/
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    Riforma Corte dei Conti, Cataldi (M5s): "Date via libera all'illegalità"
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  • MILANO 2025 – Fra bollettino di guerra e m2 di sofferenza

    Quando si avvicina la fine dell’anno arriva anche il momento dei bilanci.
    E per la nostra città i conti sono, ancora una volta, in passivo.
    Non è un caso se sempre più testate giornalistiche snocciolano percentuali, grafici e numeri che raccontano una Milano che non è più la “locomotiva d’Italia”, ma assomiglia sempre di più a un girone urbano dei dannati. Il dato più inquietante, però, non è nei report: è nella nostra assuefazione collettiva.
    Stiamo accettando tutto questo con una calma sospetta. Forse perché siamo – giustamente – presi dal dimostrare empatia e solidarietà verso conflitti e sofferenze che si consumano a migliaia di chilometri da qui. È umano, è giusto, è necessario.
    Ma permettetemi una riflessione, rapportata alle nostre vite e alle nostre dimensioni quotidiane.
    È come vivere in un condominio che cade a pezzi e scegliere di ignorarlo perché siamo emotivamente assorbiti dai problemi di un altro palazzo, lontano chilometri dal nostro. La solidarietà non è in discussione. La rimozione del reale, sì.

    Con un nuovo anno alle porte e le prossime amministrative che si avvicinano, forse è arrivato il momento di rivolgere a Milano attenzioni maggiori, senza sensi di colpa ma con responsabilità. Se siamo in grado di occuparci del mondo intero, dobbiamo essere capaci di guardare anche alle gravi carenze di casa nostra.
    Vogliamo dare un’occhiata insieme al bollettino di guerra del 2025?
    Eccolo.

    A Milano si guadagna più che nel resto d’Italia.
    Ma lavorare, oggi, non è più sufficiente per vivere bene.
    Secondo lo studio della Camera del Lavoro Metropolitana di Milano (CGIL), un lavoratore su tre percepisce un reddito incompatibile con il costo della vita cittadina. Non stiamo parlando di marginalità estrema, ma di una fascia sempre più ampia di persone intrappolate in una normalità impoverita, dove il lavoro garantisce la sopravvivenza ma non la dignità.
    Il nodo è strutturale: casa e sanità assorbono oltre il 50% del salario.
    Solo l’abitazione pesa tra il 30 e il 40%, mentre la spesa sanitaria supera il 20%. Il resto dello stipendio evapora tra inflazione, trasporti e spese obbligate. Il risultato è una città che costringe i suoi lavoratori ad adottare comportamenti difensivi, a partire dall’espulsione verso l’hinterland.
    Milano diventa così una città che si lavora ma non si abita.
    E chi non può permettersi di viverla viene progressivamente escluso anche dal punto di vista sociale e culturale: tempo libero, relazioni, partecipazione, accesso alla vita urbana. Tutto ciò che non coincide con l’orario di lavoro viene sacrificato.
    Questa dinamica colpisce in modo violento il lavoro pubblico. In appena due anni, i dipendenti pubblici in città sono diminuiti di circa il 14%. Scuola, sanità, amministrazioni locali: Milano non è più attrattiva nemmeno per chi garantisce i servizi essenziali. Una fuga silenziosa che compromette la qualità stessa della vita urbana.

    Nel frattempo i salari nominali crescono, ma meno dell’inflazione, che a Milano ha superato l’11% nel periodo 2022–2024. Tradotto: si lavora di più, si guadagna “sulla carta”, ma si perde potere d’acquisto reale.
    La crescita c’è, ma non viene redistribuita. E una crescita senza equità non è sviluppo: è estrazione sociale.
    Milano continua a produrre ricchezza, ma non benessere.
    E una città che consuma le persone che la tengono in piedi è una città che sta ipotecando il proprio futuro.

    Queste ragioni dovrebbero essere più che sufficienti per risvegliarci dal torpore e dall’accettazione passiva di una degenerazione che, fino ad oggi, abbiamo avuto il coraggio di denunciare solo parlando di malapolitica.

    Esistono gruppi politici di potere? Vero.
    Le lobby sono forze reali che comandano Milano? Vero anche questo.
    Ma la domanda più scomoda resta un’altra: noi dove eravamo quando era il momento di contrastare tutto questo da dentro?
    Troppo spesso abbiamo preferito allontanare il pensiero, rifugiandoci in mobilitazioni che, per quanto giuste, lavano la coscienza ma non attivano la responsabilità. Cortei, riflessioni, prese di posizione sacrosante — ma raramente radicate fino in fondo nel nostro territorio.

    Milano oggi merita di essere liberata.
    Non solo dagli episodi di malagestione, ma da quello che è diventato il nostro male moderno: la pigrizia mentale, la rinuncia a immaginare un’alternativa, la mancanza di motivazioni a giocarsi davvero la partita.
    Se non lo facciamo ora, tra un anno, a pochi giorni da un nuovo Capodanno, rileggeremo le stesse statistiche impietose. La stessa insoddisfazione generale. La stessa insicurezza.
    E una fila ancora più lunga ad attendere un pacco di sostegno e di dignità davanti al Pane Quotidiano.

    Vogliamo davvero questo?
    Se la risposta è no, allora è il tempo di mettersi a lavorare seriamente per curare Milano e liberarla.
    Perché solo ripartendo dal nostro territorio avremo la serenità e la forza per aiutare anche il resto del mondo.
    Il primo passo si fa sempre da qui.
    Dal nostro metro quadrato di sofferenza.

    #MilanoLibera #Milano2025 #CostoDellaVita
    #LavoroEDignità #CasaÈUnDiritto #CittàPerChiLavora
    🚨 MILANO 2025 – Fra bollettino di guerra e m2 di sofferenza ⚠️🏙️ Quando si avvicina la fine dell’anno arriva anche il momento dei bilanci. E per la nostra città i conti sono, ancora una volta, in passivo. 📉 Non è un caso se sempre più testate giornalistiche snocciolano percentuali, grafici e numeri che raccontano una Milano che non è più la “locomotiva d’Italia”, ma assomiglia sempre di più a un girone urbano dei dannati. Il dato più inquietante, però, non è nei report: è nella nostra assuefazione collettiva. Stiamo accettando tutto questo con una calma sospetta. Forse perché siamo – giustamente – presi dal dimostrare empatia e solidarietà verso conflitti e sofferenze che si consumano a migliaia di chilometri da qui. È umano, è giusto, è necessario. ❤️‍🩹 Ma permettetemi una riflessione, rapportata alle nostre vite e alle nostre dimensioni quotidiane. È come vivere in un condominio che cade a pezzi e scegliere di ignorarlo perché siamo emotivamente assorbiti dai problemi di un altro palazzo, lontano chilometri dal nostro. La solidarietà non è in discussione. La rimozione del reale, sì. Con un nuovo anno alle porte e le prossime amministrative che si avvicinano, forse è arrivato il momento di rivolgere a Milano attenzioni maggiori, senza sensi di colpa ma con responsabilità. Se siamo in grado di occuparci del mondo intero, dobbiamo essere capaci di guardare anche alle gravi carenze di casa nostra. Vogliamo dare un’occhiata insieme al bollettino di guerra del 2025? Eccolo. 🧾🔥 A Milano si guadagna più che nel resto d’Italia. Ma lavorare, oggi, non è più sufficiente per vivere bene. Secondo lo studio della Camera del Lavoro Metropolitana di Milano (CGIL), un lavoratore su tre percepisce un reddito incompatibile con il costo della vita cittadina. Non stiamo parlando di marginalità estrema, ma di una fascia sempre più ampia di persone intrappolate in una normalità impoverita, dove il lavoro garantisce la sopravvivenza ma non la dignità. Il nodo è strutturale: casa e sanità assorbono oltre il 50% del salario. Solo l’abitazione pesa tra il 30 e il 40%, mentre la spesa sanitaria supera il 20%. Il resto dello stipendio evapora tra inflazione, trasporti e spese obbligate. Il risultato è una città che costringe i suoi lavoratori ad adottare comportamenti difensivi, a partire dall’espulsione verso l’hinterland. Milano diventa così una città che si lavora ma non si abita. E chi non può permettersi di viverla viene progressivamente escluso anche dal punto di vista sociale e culturale: tempo libero, relazioni, partecipazione, accesso alla vita urbana. Tutto ciò che non coincide con l’orario di lavoro viene sacrificato. Questa dinamica colpisce in modo violento il lavoro pubblico. In appena due anni, i dipendenti pubblici in città sono diminuiti di circa il 14%. Scuola, sanità, amministrazioni locali: Milano non è più attrattiva nemmeno per chi garantisce i servizi essenziali. Una fuga silenziosa che compromette la qualità stessa della vita urbana. Nel frattempo i salari nominali crescono, ma meno dell’inflazione, che a Milano ha superato l’11% nel periodo 2022–2024. Tradotto: si lavora di più, si guadagna “sulla carta”, ma si perde potere d’acquisto reale. La crescita c’è, ma non viene redistribuita. E una crescita senza equità non è sviluppo: è estrazione sociale. Milano continua a produrre ricchezza, ma non benessere. E una città che consuma le persone che la tengono in piedi è una città che sta ipotecando il proprio futuro. Queste ragioni dovrebbero essere più che sufficienti per risvegliarci dal torpore e dall’accettazione passiva di una degenerazione che, fino ad oggi, abbiamo avuto il coraggio di denunciare solo parlando di malapolitica. Esistono gruppi politici di potere? Vero. Le lobby sono forze reali che comandano Milano? Vero anche questo. Ma la domanda più scomoda resta un’altra: noi dove eravamo quando era il momento di contrastare tutto questo da dentro? Troppo spesso abbiamo preferito allontanare il pensiero, rifugiandoci in mobilitazioni che, per quanto giuste, lavano la coscienza ma non attivano la responsabilità. Cortei, riflessioni, prese di posizione sacrosante — ma raramente radicate fino in fondo nel nostro territorio. 🪧 👉Milano oggi merita di essere liberata. Non solo dagli episodi di malagestione, ma da quello che è diventato il nostro male moderno: la pigrizia mentale, la rinuncia a immaginare un’alternativa, la mancanza di motivazioni a giocarsi davvero la partita. Se non lo facciamo ora, tra un anno, a pochi giorni da un nuovo Capodanno, rileggeremo le stesse statistiche impietose. La stessa insoddisfazione generale. La stessa insicurezza. E una fila ancora più lunga ad attendere un pacco di sostegno e di dignità davanti al Pane Quotidiano. 🍞 Vogliamo davvero questo? Se la risposta è no, allora è il tempo di mettersi a lavorare seriamente per curare Milano e liberarla. Perché solo ripartendo dal nostro territorio avremo la serenità e la forza per aiutare anche il resto del mondo. Il primo passo si fa sempre da qui. Dal nostro metro quadrato di sofferenza. 📐🔥 #MilanoLibera #Milano2025 #CostoDellaVita #LavoroEDignità #CasaÈUnDiritto #CittàPerChiLavora
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