• ANDRANNO SEMPRE A SCAPITO dei CONSUMATORI. SOLO FUMO NEGLI OCCHI!
    Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria chiedono una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche. Commissione Ue: risponderemo
    Cinque Paesi europei propongono una misura fiscale per contrastare l’aumento dei prezzi energetici causato dalla guerra in Medio Oriente, puntando a solidarietà e responsabilità economica.
    https://www.ilsole24ore.com/art/italia-e-altri-quattro-paesi-ue-chiedono-tassa-extraprofitti-societa-energetiche-AIbfjNLC
    ANDRANNO SEMPRE A SCAPITO dei CONSUMATORI. SOLO FUMO NEGLI OCCHI! Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria chiedono una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche. Commissione Ue: risponderemo Cinque Paesi europei propongono una misura fiscale per contrastare l’aumento dei prezzi energetici causato dalla guerra in Medio Oriente, puntando a solidarietà e responsabilità economica. https://www.ilsole24ore.com/art/italia-e-altri-quattro-paesi-ue-chiedono-tassa-extraprofitti-societa-energetiche-AIbfjNLC
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  • TRUMP CHIAMA GLI ALLEATI: "NOI VI DIFENDIAMO, E VOI NON INTERVENITE?"

    Il presidente Donald Trump lo ha spiegato in termini semplici.

    Il dispiegamento degli Stati Uniti:

    45.000 soldati in Giappone
    45.000 soldati in Corea del Sud
    50.000 soldati in Germania

    L'America li difende.
    Garantisce la loro sicurezza.

    Si fa carico del peso.

    E quando arriva una crisi?

    Pone una domanda fondamentale:

    "Avete delle dragamine?"

    La risposta?

    “Sarebbe possibile per noi non essere coinvolti?”

    Questo dice tutto.

    Per decenni, gli Stati Uniti hanno sostenuto l'architettura di sicurezza globale, mentre molti alleati hanno beneficiato della protezione senza assumersi pari responsabilità.

    Ora, con l'aumento delle tensioni in regioni critiche come lo Stretto di Hormuz, questo squilibrio si sta manifestando in tempo reale.

    Il messaggio da Washington è chiaro:

    L'era dei viaggi gratuiti è finita.

    Source:
    https://x.com/i/status/2033823336371806235
    TRUMP CHIAMA GLI ALLEATI: "NOI VI DIFENDIAMO, E VOI NON INTERVENITE?" Il presidente Donald Trump lo ha spiegato in termini semplici. Il dispiegamento degli Stati Uniti: 45.000 soldati in Giappone 45.000 soldati in Corea del Sud 50.000 soldati in Germania L'America li difende. Garantisce la loro sicurezza. Si fa carico del peso. E quando arriva una crisi? Pone una domanda fondamentale: "Avete delle dragamine?" La risposta? “Sarebbe possibile per noi non essere coinvolti?” Questo dice tutto. Per decenni, gli Stati Uniti hanno sostenuto l'architettura di sicurezza globale, mentre molti alleati hanno beneficiato della protezione senza assumersi pari responsabilità. Ora, con l'aumento delle tensioni in regioni critiche come lo Stretto di Hormuz, questo squilibrio si sta manifestando in tempo reale. Il messaggio da Washington è chiaro: L'era dei viaggi gratuiti è finita. Source: https://x.com/i/status/2033823336371806235
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  • UN'ALTRA PRESA per IL CULO ai DANNI dei CONTRIBUENTI. 120 milioni di Euro per una pista da Bob che non utilizzerà più nessuno. A parte il grande danno ambientale!
    La pista da bob di Cortina ha ingoiato altri due milioni di euro durante i Giochi
    Nuove voci di spesa per la pista olimpica: spuntano gli incarichi assegnati senza gara pubblica.

    La pista da bob di Cortina d’Ampezzo ingoia altri due milioni di spesa, oltre all’appalto per costruirla vinto da Impresa Pizzarotti (82 milioni di euro) e le altre voci che completano il piano finanziario arrivato a oltre 120 milioni di euro. Proprio Pizzarotti si è visto assegnare, non con una gara aperta, ma con una procedura negoziata, l’incarico di manutenzione e di conduzione dell’impianto. La determina risale ancora alla fine di novembre, ma solo da pochi giorni è stata pubblicata sul portale del Ministero delle Infrastrutture. Si tratta di un incarico per un importo di un milione e 617mila euro che Fabio Massimo Saldini, commissario straordinario di Società Infrastrutture Milano Cortina (Simico), ha deciso di conferire senza pubblicazione di un bando di gara. Il periodo dei servizi prestati da Pizzarotti è iniziato il 24 novembre 2025 e si è concluso il 27 febbraio 2026, ovvero nell’arco di tempo in cui la pista è passata sotto il controllo di Fondazione Milano Cortina 2026 per l’effettuazione delle gare di bob, skeleton e slittino alle Olimpiadi invernali. Infatti, la conclusione è fissata cinque giorni dopo la fine dei Giochi.

    Il commissario si è avvalso di due motivazioni contenute nell’articolo 76 del Codice degli appalti. La prima è prevista “quando i lavori, le forniture o i servizi possono essere forniti unicamente da un determinato operatore economico” per “assenza di concorrenza per motivi tecnici”. La seconda è dovuta a “ragioni di estrema urgenza derivante da eventi imprevedibili dalla stazione appaltante” quando non possono essere rispettati i termini per le procedure aperte o competitive con negoziazione.

    Durante le Olimpiadi, Simico ha anche assegnato un incarico speciale alla società Its Engineering di Pieve di Soligo, che ha come amministratore delegato l’ingegnere Michele Titton, che è anche direttore dei lavori nello stesso cantiere della pista da bob. È lui che, progettando 31 varianti in corso d’opera e trovando le soluzioni più adatte per il cemento, è riuscito a ridurre i tempi di lavorazione, consentendo di completare il budello di ghiaccio in tempo per la pre omologazione avvenuta nel marzo 2025. Il 5 febbraio 2026, il giorno prima della cerimonia di apertura dei Giochi, la società di Titton ha ottenuto un affidamento diretto per 204.600 euro (l’importo a base di gara era di 220mila euro) con il compito di assicurare “la manutenzione, la sorveglianza e il pronto intervento ai fini di garanzia di perfetta funzionalità del nuovo impianto sportivo”. Praticamente è diventato il controllore di Simico durante le gare, quando la responsabilità era in carico a Fondazione Milano Cortina 2026.

    Grazie a quell’incarico, Titton ha potuto (assieme alla società di ingegneria ambientale Energytech di Bolzano) redigere un dossier di 45 pagine, corredato da 112 fotografie, che hanno documentato i danni arrecati all’impianto durante il periodo degli allenamenti e delle competizioni. Il documento ha suscitato l’allarme del Comune di Cortina d’Ampezzo che ha dato l’incarico a uno studio legale di Padova di occuparsi di un pre-contenzioso legato alla riconsegna della pista da parte di Fondazione e di seguire le procedure di conferimento finale (da parte di Simico) nel momento in cui sarà ultimato. Con l’incarico assegnato a Its, la spesa aggiuntiva per lo Sliding Centre è così arrivata a sfiorare i due milioni di euro.

    L’ingegner Titton è anche il direttore dei lavori della nuova cabinovia di Socrepes, che avrebbe dovuto essere pronta per le gare di sci alpino femminile. Problemi tecnici, la ristrettezza dei tempi e gli accorgimenti da adottare perché i piloni insistono su una frana, hanno impedito di rispettare i termini. Infatti solo in questi giorni i tecnici dell’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e autostradali (Ansfisa) hanno cominciato a far girare alcune cabine, per testare affidabilità e sicurezza dell’impianto.

    Soltanto il 6 marzo è stato pubblicato sul sito del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti l’esito della procedura negoziata, senza pubblicazione di un bando, che risale in realtà al 28 ottobre 2025, quando il cantiere di Socrepes era già stato aperto da un paio di mesi. Si tratta dell’affidamento della direzione lavori a Its per un importo di 484mila euro. È stato Titton a redigere il 5 marzo il verbale di fine lavori, a seguito del collaudo statico. “L’infrastruttura funziona a uso privato per consentire le attività propedeutiche alle prove (da parte di Ansfisa, ndr), nonché al trasferimento di materiali da monte a valle e viceversa”, ha annunciato Simico.

    Source: https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/17/olimpiadi-pista-bob-cortina-milioni-spesa-nuove-voci/8326248/
    UN'ALTRA PRESA per IL CULO ai DANNI dei CONTRIBUENTI. 120 milioni di Euro per una pista da Bob che non utilizzerà più nessuno. A parte il grande danno ambientale! La pista da bob di Cortina ha ingoiato altri due milioni di euro durante i Giochi Nuove voci di spesa per la pista olimpica: spuntano gli incarichi assegnati senza gara pubblica. La pista da bob di Cortina d’Ampezzo ingoia altri due milioni di spesa, oltre all’appalto per costruirla vinto da Impresa Pizzarotti (82 milioni di euro) e le altre voci che completano il piano finanziario arrivato a oltre 120 milioni di euro. Proprio Pizzarotti si è visto assegnare, non con una gara aperta, ma con una procedura negoziata, l’incarico di manutenzione e di conduzione dell’impianto. La determina risale ancora alla fine di novembre, ma solo da pochi giorni è stata pubblicata sul portale del Ministero delle Infrastrutture. Si tratta di un incarico per un importo di un milione e 617mila euro che Fabio Massimo Saldini, commissario straordinario di Società Infrastrutture Milano Cortina (Simico), ha deciso di conferire senza pubblicazione di un bando di gara. Il periodo dei servizi prestati da Pizzarotti è iniziato il 24 novembre 2025 e si è concluso il 27 febbraio 2026, ovvero nell’arco di tempo in cui la pista è passata sotto il controllo di Fondazione Milano Cortina 2026 per l’effettuazione delle gare di bob, skeleton e slittino alle Olimpiadi invernali. Infatti, la conclusione è fissata cinque giorni dopo la fine dei Giochi. Il commissario si è avvalso di due motivazioni contenute nell’articolo 76 del Codice degli appalti. La prima è prevista “quando i lavori, le forniture o i servizi possono essere forniti unicamente da un determinato operatore economico” per “assenza di concorrenza per motivi tecnici”. La seconda è dovuta a “ragioni di estrema urgenza derivante da eventi imprevedibili dalla stazione appaltante” quando non possono essere rispettati i termini per le procedure aperte o competitive con negoziazione. Durante le Olimpiadi, Simico ha anche assegnato un incarico speciale alla società Its Engineering di Pieve di Soligo, che ha come amministratore delegato l’ingegnere Michele Titton, che è anche direttore dei lavori nello stesso cantiere della pista da bob. È lui che, progettando 31 varianti in corso d’opera e trovando le soluzioni più adatte per il cemento, è riuscito a ridurre i tempi di lavorazione, consentendo di completare il budello di ghiaccio in tempo per la pre omologazione avvenuta nel marzo 2025. Il 5 febbraio 2026, il giorno prima della cerimonia di apertura dei Giochi, la società di Titton ha ottenuto un affidamento diretto per 204.600 euro (l’importo a base di gara era di 220mila euro) con il compito di assicurare “la manutenzione, la sorveglianza e il pronto intervento ai fini di garanzia di perfetta funzionalità del nuovo impianto sportivo”. Praticamente è diventato il controllore di Simico durante le gare, quando la responsabilità era in carico a Fondazione Milano Cortina 2026. Grazie a quell’incarico, Titton ha potuto (assieme alla società di ingegneria ambientale Energytech di Bolzano) redigere un dossier di 45 pagine, corredato da 112 fotografie, che hanno documentato i danni arrecati all’impianto durante il periodo degli allenamenti e delle competizioni. Il documento ha suscitato l’allarme del Comune di Cortina d’Ampezzo che ha dato l’incarico a uno studio legale di Padova di occuparsi di un pre-contenzioso legato alla riconsegna della pista da parte di Fondazione e di seguire le procedure di conferimento finale (da parte di Simico) nel momento in cui sarà ultimato. Con l’incarico assegnato a Its, la spesa aggiuntiva per lo Sliding Centre è così arrivata a sfiorare i due milioni di euro. L’ingegner Titton è anche il direttore dei lavori della nuova cabinovia di Socrepes, che avrebbe dovuto essere pronta per le gare di sci alpino femminile. Problemi tecnici, la ristrettezza dei tempi e gli accorgimenti da adottare perché i piloni insistono su una frana, hanno impedito di rispettare i termini. Infatti solo in questi giorni i tecnici dell’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e autostradali (Ansfisa) hanno cominciato a far girare alcune cabine, per testare affidabilità e sicurezza dell’impianto. Soltanto il 6 marzo è stato pubblicato sul sito del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti l’esito della procedura negoziata, senza pubblicazione di un bando, che risale in realtà al 28 ottobre 2025, quando il cantiere di Socrepes era già stato aperto da un paio di mesi. Si tratta dell’affidamento della direzione lavori a Its per un importo di 484mila euro. È stato Titton a redigere il 5 marzo il verbale di fine lavori, a seguito del collaudo statico. “L’infrastruttura funziona a uso privato per consentire le attività propedeutiche alle prove (da parte di Ansfisa, ndr), nonché al trasferimento di materiali da monte a valle e viceversa”, ha annunciato Simico. Source: https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/17/olimpiadi-pista-bob-cortina-milioni-spesa-nuove-voci/8326248/
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  • Blog | C'è uno Stato parallelo in grado di condizionare i governi. Da Peter Thiel al tecnocapitalismo
    Le ragioni per discutere le idee di Peter Thiel sono molte. L'analisi del professor Luca R Perfetti

    di Luca R Perfetti*

    Peter Thiel verrà a Roma per tenervi conferenze a porte chiuse. Potrebbe essere l’occasione nella quale, anche nel nostro Paese, gli intellettuali si ricordino del loro dovere di comprendere le tendenze di fondo della realtà e darvi risposta. Ma non è detto. Il suo libro The Straussian moment, ormai disponibile anche in traduzione italiana, è passato sostanzialmente inosservato. Eppure, Thiel non è un autore qualunque: fondatore con Musk di PayPal, creatore e proprietario di Palantir Technologies o Anduril Industries – protagoniste della sorveglianza tecnologica, della cybersecurity e delle imprese belliche israelo-americane di questi anni – e ideologo dell’attuale amministrazione americana.

    Le ragioni per discutere le sue idee sono molte

    Anzitutto, la necessità di un sistema di potere di produrre un pensiero. Al netto della sua qualità, in disparte la manipolazione delle fonti e gli errori, è indubbio che gli scritti di Thiel abbiano l’ambizione di fornire un sistema di conoscenza, un’ideologia. È un fatto non irrilevante a fronte del congedo della sinistra dagli intellettuali (fuorché i corifei) e dello sprofondare di questi nella ripetizione di formule stantie, nel bon ton della critica accompagnata all’incapacità di comprendere quel che accade – nonché nella complessiva indisponibilità a fare i conti con le responsabilità della sinistra quanto ai dispositivi della globalizzazione ed al crescere inusitato delle diseguaglianze sociali nell’Occidente.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/10/peter-thiel-roma-stato-parallelo-tecnocapitalismo-oggi/8317855/
    Blog | C'è uno Stato parallelo in grado di condizionare i governi. Da Peter Thiel al tecnocapitalismo Le ragioni per discutere le idee di Peter Thiel sono molte. L'analisi del professor Luca R Perfetti di Luca R Perfetti* Peter Thiel verrà a Roma per tenervi conferenze a porte chiuse. Potrebbe essere l’occasione nella quale, anche nel nostro Paese, gli intellettuali si ricordino del loro dovere di comprendere le tendenze di fondo della realtà e darvi risposta. Ma non è detto. Il suo libro The Straussian moment, ormai disponibile anche in traduzione italiana, è passato sostanzialmente inosservato. Eppure, Thiel non è un autore qualunque: fondatore con Musk di PayPal, creatore e proprietario di Palantir Technologies o Anduril Industries – protagoniste della sorveglianza tecnologica, della cybersecurity e delle imprese belliche israelo-americane di questi anni – e ideologo dell’attuale amministrazione americana. Le ragioni per discutere le sue idee sono molte Anzitutto, la necessità di un sistema di potere di produrre un pensiero. Al netto della sua qualità, in disparte la manipolazione delle fonti e gli errori, è indubbio che gli scritti di Thiel abbiano l’ambizione di fornire un sistema di conoscenza, un’ideologia. È un fatto non irrilevante a fronte del congedo della sinistra dagli intellettuali (fuorché i corifei) e dello sprofondare di questi nella ripetizione di formule stantie, nel bon ton della critica accompagnata all’incapacità di comprendere quel che accade – nonché nella complessiva indisponibilità a fare i conti con le responsabilità della sinistra quanto ai dispositivi della globalizzazione ed al crescere inusitato delle diseguaglianze sociali nell’Occidente. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/10/peter-thiel-roma-stato-parallelo-tecnocapitalismo-oggi/8317855/
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  • Duranti ricorda gli infami: “Sentiamo un po’ che diceva questo…, questo…, Dio fermami, fermami sugli aggettivi, fermami! Ma uno come #Brunetta, che si vanta davanti a un pubblico di ricattare il popolo sulla base del potere che detiene, può avere incarichi di responsabilità?”

    Source: https://x.com/i/status/2028482724378325050
    Duranti ricorda gli infami: “Sentiamo un po’ che diceva questo…, questo…, Dio fermami, fermami sugli aggettivi, fermami! Ma uno come #Brunetta, che si vanta davanti a un pubblico di ricattare il popolo sulla base del potere che detiene, può avere incarichi di responsabilità?” Source: https://x.com/i/status/2028482724378325050
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  • NON È SOLO UN’APP
    (A fare la differenza)

    Qualcuno potrà storcere il naso o mugugnare che si tratti solo di “materia nazionale”.

    Ma quando si parla di lavoro, una città come Milano non può tirarsi fuori dal dibattito politico né sottrarsi al peso della propria istituzione.
    Negli ultimi anni le istituzioni hanno spesso scelto la neutralità, che è una forma elegante di "assenza".
    E mentre Milano celebrava la sua crescita, nelle sue strade si consolidava un modello fatto di consegne pagate pochi euro, turni infiniti, nessuna tutela reale.

    Proprio questo ultimo sabato di febbraio, nel silenzio generale, i rider sono scesi in piazza per rivendicare condizioni più umane.
    Come ha ribadito l’avvocata giuslavorista Giulia Druetta:
    “Le leggi ci sono. Ma puntualmente nessuno le fa rispettare.”

    Non è una questione ideologica.
    È una questione di dignità.
    Una metropoli che ambisce a guidare l’innovazione non può farlo comprimendo i diritti.
    La modernità non può essere misurata con il parametro della precarietà permanente.
    Qui entra in gioco una responsabilità che è anche comunale.

    Il Comune non firma i contratti nazionali, è vero.
    Ma può scegliere che città essere.
    Può promuovere protocolli con le piattaforme.
    Può pretendere trasparenza negli appalti.
    Può vincolare concessioni pubbliche al rispetto di standard minimi di tutela.
    Può aprire tavoli permanenti sul lavoro (digitale e non).
    Può decidere davvero di stare dalla delle persone. E il sogno di una "Milano Libera" nasce proprio da questo concetto:
    la crescita economica deve essere compatibile con la giustizia sociale.
    Perché non esiste innovazione senza responsabilità, come non esiste progresso finché le disparità restano evidenti.

    Il tema dei rider non è una parentesi, ma lo specchio di una città che rischia di diventare sempre più veloce…
    e sempre meno umana.
    Quando parliamo di “città in 15 minuti”, dovremmo chiederci:
    si intende il tempo massimo consentito per consegnare un pasto dal punto A al punto B tramite la corsa pericolosa di un moderno "schiavo"?!

    Da come Milano risponde a queste istanze si capisce se vuole essere solo efficiente…
    o anche giusta.

    #MilanoLibera
    #DignitàDelLavoro
    #MilanoReale
    #PoliticaCivica
    #LavoroDigitale
    NON È SOLO UN’APP 🚲 (A fare la differenza) Qualcuno potrà storcere il naso o mugugnare che si tratti solo di “materia nazionale”. Ma quando si parla di lavoro, una città come Milano non può tirarsi fuori dal dibattito politico né sottrarsi al peso della propria istituzione. Negli ultimi anni le istituzioni hanno spesso scelto la neutralità, che è una forma elegante di "assenza". E mentre Milano celebrava la sua crescita, nelle sue strade si consolidava un modello fatto di consegne pagate pochi euro, turni infiniti, nessuna tutela reale. Proprio questo ultimo sabato di febbraio, nel silenzio generale, i rider sono scesi in piazza per rivendicare condizioni più umane. Come ha ribadito l’avvocata giuslavorista Giulia Druetta: “Le leggi ci sono. Ma puntualmente nessuno le fa rispettare.” Non è una questione ideologica. È una questione di dignità. Una metropoli che ambisce a guidare l’innovazione non può farlo comprimendo i diritti. La modernità non può essere misurata con il parametro della precarietà permanente. Qui entra in gioco una responsabilità che è anche comunale. Il Comune non firma i contratti nazionali, è vero. Ma può scegliere che città essere. Può promuovere protocolli con le piattaforme. Può pretendere trasparenza negli appalti. Può vincolare concessioni pubbliche al rispetto di standard minimi di tutela. Può aprire tavoli permanenti sul lavoro (digitale e non). Può decidere davvero di stare dalla delle persone. E il sogno di una "Milano Libera" nasce proprio da questo concetto: la crescita economica deve essere compatibile con la giustizia sociale. Perché non esiste innovazione senza responsabilità, come non esiste progresso finché le disparità restano evidenti. Il tema dei rider non è una parentesi, ma lo specchio di una città che rischia di diventare sempre più veloce… e sempre meno umana. Quando parliamo di “città in 15 minuti”, dovremmo chiederci: si intende il tempo massimo consentito per consegnare un pasto dal punto A al punto B tramite la corsa pericolosa di un moderno "schiavo"?! Da come Milano risponde a queste istanze si capisce se vuole essere solo efficiente… o anche giusta. #MilanoLibera #DignitàDelLavoro #MilanoReale #PoliticaCivica #LavoroDigitale
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  • «In Iran una situazione tragica, migliaia di morti e nessuno si interessa» - 13 Feb 2026

    di Emanuele Paccher
    Il racconto di uno studente iraniano che ora vive in Trentino: «Ho perso due amici, la mia famiglia è ancora lì»

    Dal 28 dicembre 2025 in Iran sono scoppiate le proteste contro il regime della Repubblica Islamica, guidato dalla guida suprema Ali Khamenei. Le manifestazioni nelle piazze, cominciate per motivi economici – inflazione dei prezzi, svalutazione della moneta, crisi economica –, sono ben presto esplose e tramutate in motivi politici. Ciò che gran parte della popolazione sogna, infatti, è un cambio di regime. Le manifestazioni pacifiche hanno, però, avuto vita breve: dopo aver bloccato l’accesso a internet e ai servizi telefonici, tra l’8 e il 9 gennaio 2026 il regime iraniano ha compiuto un vero e proprio massacro verso i propri cittadini. Le stime sono discordanti, ma variano dalle tremila persone uccise (come dichiarato da Teheran) a più di trentamila. Anche il numero dei feriti non è certo, ma sembra attestarsi tra i 300.000 e i 360.000. Molti di questi sarebbero stati accecati dalle forze di sicurezza. Le reazioni globali non sono mancate. Di recente l’Unione Europea, per il tramite del Consiglio Affari Esteri, ha inserito il Corpo delle Guardie della rivoluzione iraniana (i cosiddetti Pasdaran) nella lista dei terroristi. Ancora più forte è stata la reazione degli Stati Uniti. A parole il presidente Donald Trump ha minacciato a più riprese un intervento armato, nei fatti ha aumentato – e in modo notevole – la presenza militare statunitense nella regione. La popolazione iraniana come sta vivendo tutto questo? Com’è visto realmente il regime di Khamenei? Queste domande le abbiamo poste a un giovane studente iraniano attualmente in Trentino, che per motivi di sicurezza teniamo anonimo. Per agevolare la lettura, lo chiameremo Ali Mohammadi. La visione del giovane iraniano è netta: non può esistere un futuro di libertà finché la Repubblica Islamica rimarrà al potere. E un cambio di regime, purtroppo, non può prescindere da un intervento armato straniero. Per questo, la popolazione iraniana sta aspettando, con speranza, l’intervento degli Stati Uniti d’America.

    Ali Mohammadi, può dirci quali sono i suoi legami con l’Iran?

    «Sono nato in Iran e lì ci sono rimasto finché sono giunto in Italia per studiare. Attualmente in Iran ho entrambi i genitori, precisamente nella città di Tabriz, mentre mia sorella si trova a Teheran. Ora che la connessione internet è tornata, seppure in modo non stabile, ci sentiamo tutti i giorni. In Iran tutti i social più noti, come Instagram, YouTube, Twitter sono inaccessibili. Per connetterci è necessario utilizzare la Vpn, impostando un indirizzo IP da un Paese europeo o dagli Stati Uniti».

    Com’è visto il regime di Khamenei dalla popolazione iraniana?

    «Premetto che, secondo me, il regime della Repubblica Islamica non è da considerare legittimo e neppure iraniano. Perché gli iraniani che uccidono la loro stessa gente non sono considerabili iraniani. È come se, in Italia, Giorgia Meloni facesse uccidere 50.000 italiani in due giorni. La considerereste la legittima rappresentante degli italiani? No, la considerereste come un animale. Io, come tutti gli iraniani, siamo sconcertati da ciò che ha posto in essere il regime della Repubblica Islamica. Le proteste delle persone erano pacifiche e sono state soppresse con il sangue. La mia percezione è che più del 90% della popolazione vorrebbe un cambiamento radicale nel Paese. Nella Repubblica attuale le votazioni sono quasi una mera formalità, perché chi comanda è il leader supremo, non eleggibile dalla popolazione».

    La risposta del regime alle proteste è stata disumana. Oltre ai morti e ai feriti, numerose persone sono detenute illegalmente. Com’è la situazione da questo punto di vista?

    «La situazione è tragica. Molte persone sono detenute e sottoposte a torture. Anche per i morti non c’è pace: il governo chiede denaro alle famiglie per poter riavere i corpi indietro. Stanno vendendo i corpi chiedendo oltretutto alle famiglie di dichiarare che erano dei sostenitori del governo. Ti ricattano: se vuoi riavere il corpo indietro, paga e dichiara questo. Poi molti corpi vengono restituiti mutilati. Alle donne viene estratto l’utero per non lasciare traccia delle violenze a cui sono state sottoposte».

    Come pensa che potrebbero cambiare le cose?

    «L’unico scenario possibile per sovvertire la Repubblica Islamica è un intervento militare dall’esterno. So che questo può suonare come strano, perché chi è che vorrebbe una guerra nel proprio Paese? Ma la triste realtà è che non c’è altra soluzione. Un intervento militare esterno ci aiuterebbe moltissimo, perché cambiare il regime da soli, dall’interno, è quasi impossibile. Pensiamo al 1945, alla Germania soggiogata da Hitler: la popolazione come avrebbe potuto liberarsi del proprio dittatore senza un aiuto esterno? Era difficilissimo. E onestamente non ci sono differenze tra Hitler e la Repubblica Islamica. Anzi, per me la Repubblica Islamica è molto peggiore: Hitler non uccideva i tedeschi con questa intensità».

    Pensa che un intervento militare degli Stati Uniti, magari coordinato con Israele, sarebbe accolto favorevolmente dalla popolazione?

    «Sì, le persone lo stanno sperando, anche se tutti gli iraniani sanno che né Trump né Netanyahu si interessano davvero delle persone che sono state uccise. Ciò di cui si interessano è del petrolio iraniano, del fatto che la Repubblica Islamica non si doti di armi nucleari e di missili balistici, della possibilità di eliminare i proxy della Repubblica Islamica in giro per il mondo. Ma noi, come iraniani, non abbiamo bisogno né di missili, né di armi nucleari, né di terroristi. Il nostro Paese è molto ricco: potremmo utilizzare le nostre risorse per costruire scuole, industrie. Armi nucleari, missili, terroristi: sono tutte cose che originano dall’ideologia malata della Repubblica Islamica. Per questo, gli iraniani sperano in un intervento congiunto di Stati Uniti e Israele. Se accadrà, le persone torneranno nelle piazze per ottenere il cambio di regime».

    Ha perso degli amici in queste proteste?

    «Purtroppo sì. Due miei amici iraniani che studiavano in Italia, uno all’Università di Bologna e un altro all’università di Messina, sono tornati in Iran per fare visita alle loro famiglie. In quei giorni sono scoppiate le proteste. Hanno deciso di scendere in piazza per la libertà del loro Paese. In risposta, gli hanno sparato nel petto».

    Qualcuno nelle piazze inneggiava al ritorno dello Shah, sperando in una transizione di potere guidata dal principe Reza Pahlavi, figlio di Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo Shah iraniano. Lo vede come uno scenario auspicabile?

    Personalmente è ciò che spero per il mio Paese. È vero che con lo Shah non c’era una democrazia, che anche con Mohammad Reza Pahlavi il Paese era autocratico, ma la Repubblica Islamica si pone su un livello totalmente differente. Attualmente in Iran sono presenti due corpi militari: quello ordinario, che è debole, e quello della Repubblica Islamica, ossia il Corpo delle Guardie della Rivoluzione. Quest’ultimo corpo è pensato unicamente per proteggere l’islam radicale. In questo scenario, la speranza di tanti iraniani è di ottenere una transizione del potere attraverso la guida dello Shah Reza Pahlavi. Il suo piano è quello di far votare la popolazione su diversi punti: per la monarchia o la repubblica, per il Parlamento, per la Costituzione».

    Com’è vista la situazione dell’intero Medio Oriente dalla prospettiva della popolazione iraniana?

    «Prendiamo come esempio il 7 ottobre 2023: cos’è successo? È accaduto che la Repubblica Islamica ha addestrato le persone di Hamas che hanno commesso il massacro. Se ciò non fosse accaduto, non sarebbe avvenuto tutto ciò che è accaduto a Gaza. La responsabilità principale è della Repubblica Islamica, che è un vero cancro non soltanto per l’Iran, non soltanto per il Medio Oriente, ma per tutto il mondo. Attualmente i proxy del regime iraniano sono diffusi: gli Houthi in Yemen, Hashd al-Shaabi in Iraq, Hamas in Palestina. Se riuscissimo a eradicare la Repubblica Islamica, il Medio Oriente potrebbe veramente svoltare pagina».

    Pensa che l’Italia e l’Unione europea intera stiano facendo abbastanza per l’Iran?

    «L’aver inserito il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica nella lista dei terroristi è stata sicuramente una cosa positiva. Ciò che auspico è che l’Italia recida tutte le relazioni con la Repubblica Islamica. In questo altri Paesi europei si sono mossi con più tempismo, mentre Giorgia Meloni sta attendendo».

    E il resto del mondo come sta reagendo?

    «L’Iran, rispetto a ciò che è avvenuto a Gaza, non ha ricevuto quasi nessun supporto dal mondo e dall’Onu. Non voglio degradare ciò che è accaduto a Gaza: prego per loro tutti i giorni. Ciò che voglio dire è che in due settimane la Repubblica Islamica ha ucciso più persone di quelle morte a Gaza in due anni. Questa carenza di attenzione internazionale è dovuta principalmente al fatto che le persone odiano Trump e Israele. A rimetterci, però, sono gli iraniani”.

    Source: https://www.iltquotidiano.it/articoli/in-iran-una-situazione-tragica-migliaia-di-morti-e-nessuno-si-interessa/
    «In Iran una situazione tragica, migliaia di morti e nessuno si interessa» - 13 Feb 2026 di Emanuele Paccher Il racconto di uno studente iraniano che ora vive in Trentino: «Ho perso due amici, la mia famiglia è ancora lì» Dal 28 dicembre 2025 in Iran sono scoppiate le proteste contro il regime della Repubblica Islamica, guidato dalla guida suprema Ali Khamenei. Le manifestazioni nelle piazze, cominciate per motivi economici – inflazione dei prezzi, svalutazione della moneta, crisi economica –, sono ben presto esplose e tramutate in motivi politici. Ciò che gran parte della popolazione sogna, infatti, è un cambio di regime. Le manifestazioni pacifiche hanno, però, avuto vita breve: dopo aver bloccato l’accesso a internet e ai servizi telefonici, tra l’8 e il 9 gennaio 2026 il regime iraniano ha compiuto un vero e proprio massacro verso i propri cittadini. Le stime sono discordanti, ma variano dalle tremila persone uccise (come dichiarato da Teheran) a più di trentamila. Anche il numero dei feriti non è certo, ma sembra attestarsi tra i 300.000 e i 360.000. Molti di questi sarebbero stati accecati dalle forze di sicurezza. Le reazioni globali non sono mancate. Di recente l’Unione Europea, per il tramite del Consiglio Affari Esteri, ha inserito il Corpo delle Guardie della rivoluzione iraniana (i cosiddetti Pasdaran) nella lista dei terroristi. Ancora più forte è stata la reazione degli Stati Uniti. A parole il presidente Donald Trump ha minacciato a più riprese un intervento armato, nei fatti ha aumentato – e in modo notevole – la presenza militare statunitense nella regione. La popolazione iraniana come sta vivendo tutto questo? Com’è visto realmente il regime di Khamenei? Queste domande le abbiamo poste a un giovane studente iraniano attualmente in Trentino, che per motivi di sicurezza teniamo anonimo. Per agevolare la lettura, lo chiameremo Ali Mohammadi. La visione del giovane iraniano è netta: non può esistere un futuro di libertà finché la Repubblica Islamica rimarrà al potere. E un cambio di regime, purtroppo, non può prescindere da un intervento armato straniero. Per questo, la popolazione iraniana sta aspettando, con speranza, l’intervento degli Stati Uniti d’America. Ali Mohammadi, può dirci quali sono i suoi legami con l’Iran? «Sono nato in Iran e lì ci sono rimasto finché sono giunto in Italia per studiare. Attualmente in Iran ho entrambi i genitori, precisamente nella città di Tabriz, mentre mia sorella si trova a Teheran. Ora che la connessione internet è tornata, seppure in modo non stabile, ci sentiamo tutti i giorni. In Iran tutti i social più noti, come Instagram, YouTube, Twitter sono inaccessibili. Per connetterci è necessario utilizzare la Vpn, impostando un indirizzo IP da un Paese europeo o dagli Stati Uniti». Com’è visto il regime di Khamenei dalla popolazione iraniana? «Premetto che, secondo me, il regime della Repubblica Islamica non è da considerare legittimo e neppure iraniano. Perché gli iraniani che uccidono la loro stessa gente non sono considerabili iraniani. È come se, in Italia, Giorgia Meloni facesse uccidere 50.000 italiani in due giorni. La considerereste la legittima rappresentante degli italiani? No, la considerereste come un animale. Io, come tutti gli iraniani, siamo sconcertati da ciò che ha posto in essere il regime della Repubblica Islamica. Le proteste delle persone erano pacifiche e sono state soppresse con il sangue. La mia percezione è che più del 90% della popolazione vorrebbe un cambiamento radicale nel Paese. Nella Repubblica attuale le votazioni sono quasi una mera formalità, perché chi comanda è il leader supremo, non eleggibile dalla popolazione». La risposta del regime alle proteste è stata disumana. Oltre ai morti e ai feriti, numerose persone sono detenute illegalmente. Com’è la situazione da questo punto di vista? «La situazione è tragica. Molte persone sono detenute e sottoposte a torture. Anche per i morti non c’è pace: il governo chiede denaro alle famiglie per poter riavere i corpi indietro. Stanno vendendo i corpi chiedendo oltretutto alle famiglie di dichiarare che erano dei sostenitori del governo. Ti ricattano: se vuoi riavere il corpo indietro, paga e dichiara questo. Poi molti corpi vengono restituiti mutilati. Alle donne viene estratto l’utero per non lasciare traccia delle violenze a cui sono state sottoposte». Come pensa che potrebbero cambiare le cose? «L’unico scenario possibile per sovvertire la Repubblica Islamica è un intervento militare dall’esterno. So che questo può suonare come strano, perché chi è che vorrebbe una guerra nel proprio Paese? Ma la triste realtà è che non c’è altra soluzione. Un intervento militare esterno ci aiuterebbe moltissimo, perché cambiare il regime da soli, dall’interno, è quasi impossibile. Pensiamo al 1945, alla Germania soggiogata da Hitler: la popolazione come avrebbe potuto liberarsi del proprio dittatore senza un aiuto esterno? Era difficilissimo. E onestamente non ci sono differenze tra Hitler e la Repubblica Islamica. Anzi, per me la Repubblica Islamica è molto peggiore: Hitler non uccideva i tedeschi con questa intensità». Pensa che un intervento militare degli Stati Uniti, magari coordinato con Israele, sarebbe accolto favorevolmente dalla popolazione? «Sì, le persone lo stanno sperando, anche se tutti gli iraniani sanno che né Trump né Netanyahu si interessano davvero delle persone che sono state uccise. Ciò di cui si interessano è del petrolio iraniano, del fatto che la Repubblica Islamica non si doti di armi nucleari e di missili balistici, della possibilità di eliminare i proxy della Repubblica Islamica in giro per il mondo. Ma noi, come iraniani, non abbiamo bisogno né di missili, né di armi nucleari, né di terroristi. Il nostro Paese è molto ricco: potremmo utilizzare le nostre risorse per costruire scuole, industrie. Armi nucleari, missili, terroristi: sono tutte cose che originano dall’ideologia malata della Repubblica Islamica. Per questo, gli iraniani sperano in un intervento congiunto di Stati Uniti e Israele. Se accadrà, le persone torneranno nelle piazze per ottenere il cambio di regime». Ha perso degli amici in queste proteste? «Purtroppo sì. Due miei amici iraniani che studiavano in Italia, uno all’Università di Bologna e un altro all’università di Messina, sono tornati in Iran per fare visita alle loro famiglie. In quei giorni sono scoppiate le proteste. Hanno deciso di scendere in piazza per la libertà del loro Paese. In risposta, gli hanno sparato nel petto». Qualcuno nelle piazze inneggiava al ritorno dello Shah, sperando in una transizione di potere guidata dal principe Reza Pahlavi, figlio di Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo Shah iraniano. Lo vede come uno scenario auspicabile? Personalmente è ciò che spero per il mio Paese. È vero che con lo Shah non c’era una democrazia, che anche con Mohammad Reza Pahlavi il Paese era autocratico, ma la Repubblica Islamica si pone su un livello totalmente differente. Attualmente in Iran sono presenti due corpi militari: quello ordinario, che è debole, e quello della Repubblica Islamica, ossia il Corpo delle Guardie della Rivoluzione. Quest’ultimo corpo è pensato unicamente per proteggere l’islam radicale. In questo scenario, la speranza di tanti iraniani è di ottenere una transizione del potere attraverso la guida dello Shah Reza Pahlavi. Il suo piano è quello di far votare la popolazione su diversi punti: per la monarchia o la repubblica, per il Parlamento, per la Costituzione». Com’è vista la situazione dell’intero Medio Oriente dalla prospettiva della popolazione iraniana? «Prendiamo come esempio il 7 ottobre 2023: cos’è successo? È accaduto che la Repubblica Islamica ha addestrato le persone di Hamas che hanno commesso il massacro. Se ciò non fosse accaduto, non sarebbe avvenuto tutto ciò che è accaduto a Gaza. La responsabilità principale è della Repubblica Islamica, che è un vero cancro non soltanto per l’Iran, non soltanto per il Medio Oriente, ma per tutto il mondo. Attualmente i proxy del regime iraniano sono diffusi: gli Houthi in Yemen, Hashd al-Shaabi in Iraq, Hamas in Palestina. Se riuscissimo a eradicare la Repubblica Islamica, il Medio Oriente potrebbe veramente svoltare pagina». Pensa che l’Italia e l’Unione europea intera stiano facendo abbastanza per l’Iran? «L’aver inserito il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica nella lista dei terroristi è stata sicuramente una cosa positiva. Ciò che auspico è che l’Italia recida tutte le relazioni con la Repubblica Islamica. In questo altri Paesi europei si sono mossi con più tempismo, mentre Giorgia Meloni sta attendendo». E il resto del mondo come sta reagendo? «L’Iran, rispetto a ciò che è avvenuto a Gaza, non ha ricevuto quasi nessun supporto dal mondo e dall’Onu. Non voglio degradare ciò che è accaduto a Gaza: prego per loro tutti i giorni. Ciò che voglio dire è che in due settimane la Repubblica Islamica ha ucciso più persone di quelle morte a Gaza in due anni. Questa carenza di attenzione internazionale è dovuta principalmente al fatto che le persone odiano Trump e Israele. A rimetterci, però, sono gli iraniani”. Source: https://www.iltquotidiano.it/articoli/in-iran-una-situazione-tragica-migliaia-di-morti-e-nessuno-si-interessa/
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  • FESTA

    Ormai non sono più tempi per raccontare favole o lanciare promesse che puntualmente non vengono mantenute.

    A questo ci ha abituati una certa politica degli ultimi vent’anni: parole leggere, responsabilità leggere.
    E so perfettamente, anche per esperienza personale, quanto sia difficile "rialzarsi" ogni volta e "rimettersi in gioco".
    Ma se restano intatte la salute mentale e le motivazioni profonde, allora vale ancora la pena battersi per il proprio territorio.
    Per un’idea di bene che deve restare davvero "comune".

    Ci penso spesso.
    La politica, quella vera, non è nata nei palazzi.
    È nata nelle piazze, nei cortili, nei circoli.
    Nei luoghi in cui le persone si incontrano e discutono del proprio destino.

    Milano in questi anni è cresciuta, si è trasformata, si è proiettata nel mondo.
    Ma in questo slancio qualcosa si è incrinato: la distanza.

    Troppi cittadini spettatori.
    Troppi quartieri che cambiano senza essere ascoltati.
    Troppa gestione tecnica, poca passione civile.
    E allora mi sono chiesto da dove ripartire.

    Fatto tesoro degli errori e anche dei successi che ormai appartengono al passato, ho scelto di ripartire da una parola semplice ma esigente: libertà civica.
    E da una figura che può sembrare retorica, ma non lo è: la Festa.

    La festa non è evasione.
    È incontro.
    È responsabilità condivisa.
    È persone che fino a poche ore prima non si conoscevano e decidono di sedersi allo stesso tavolo, magari su un patio al tramonto, e iniziare a pensare insieme.
    Anche senza la certezza del risultato.
    Anche quando il mondo sembra andare altrove.
    Perché l’immobilismo è morte politica.
    E indietro non si torna.
    Davanti c’è uno spazio vuoto da riempire.

    Non con slogan.
    Con presenza.
    Con partecipazione.
    Con idee che non restino sulla carta ma diventino programma, proposta, impegno.

    È su questo che sto lavorando insieme a chi crede che Milano possa tornare ad essere comunità prima ancora che vetrina.
    Una città più abitabile, più giusta, più ascoltata.
    La politica può tornare ad essere una festa collettiva.
    Seria. Esigente. Concreta.
    Ma pur sempre festa.
    E forse è proprio da qui che possiamo ricominciare.

    Milano è di chi la vive.

    #MilanoDiChiVive
    #MilanoLibera
    #Partecipazione
    #BeneComune
    🎉 FESTA Ormai non sono più tempi per raccontare favole o lanciare promesse che puntualmente non vengono mantenute. A questo ci ha abituati una certa politica degli ultimi vent’anni: parole leggere, responsabilità leggere. E so perfettamente, anche per esperienza personale, quanto sia difficile "rialzarsi" ogni volta e "rimettersi in gioco". Ma se restano intatte la salute mentale e le motivazioni profonde, allora vale ancora la pena battersi per il proprio territorio. Per un’idea di bene che deve restare davvero "comune". Ci penso spesso. La politica, quella vera, non è nata nei palazzi. È nata nelle piazze, nei cortili, nei circoli. Nei luoghi in cui le persone si incontrano e discutono del proprio destino. Milano in questi anni è cresciuta, si è trasformata, si è proiettata nel mondo. Ma in questo slancio qualcosa si è incrinato: la distanza. Troppi cittadini spettatori. Troppi quartieri che cambiano senza essere ascoltati. Troppa gestione tecnica, poca passione civile. E allora mi sono chiesto da dove ripartire. Fatto tesoro degli errori e anche dei successi che ormai appartengono al passato, ho scelto di ripartire da una parola semplice ma esigente: libertà civica. E da una figura che può sembrare retorica, ma non lo è: la Festa. 🎈 La festa non è evasione. È incontro. È responsabilità condivisa. È persone che fino a poche ore prima non si conoscevano e decidono di sedersi allo stesso tavolo, magari su un patio al tramonto, e iniziare a pensare insieme. Anche senza la certezza del risultato. Anche quando il mondo sembra andare altrove. Perché l’immobilismo è morte politica. E indietro non si torna. Davanti c’è uno spazio vuoto da riempire. Non con slogan. Con presenza. Con partecipazione. Con idee che non restino sulla carta ma diventino programma, proposta, impegno. È su questo che sto lavorando insieme a chi crede che Milano possa tornare ad essere comunità prima ancora che vetrina. Una città più abitabile, più giusta, più ascoltata. La politica può tornare ad essere una festa collettiva. Seria. Esigente. Concreta. Ma pur sempre festa. E forse è proprio da qui che possiamo ricominciare. Milano è di chi la vive. #MilanoDiChiVive #MilanoLibera #Partecipazione #BeneComune
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  • Vannacci scuote l’Europa: nel mirino i finanziamenti di Big Pharma, mercati in allarme

    Quella che viene descritta come una semplice richiesta di trasparenza sta assumendo i contorni di un caso politico internazionale. Roberto Vannacci avrebbe sollecitato lo stop ai finanziamenti dei grandi gruppi farmaceutici verso media e strutture pubbliche, parlando di una possibile strategia coordinata per orientare scelte sanitarie e consenso.

    Secondo le ricostruzioni, i documenti citati delineano un flusso di risorse enorme, utilizzato per sostenere campagne e programmi sanitari presentati come inevitabili. Una dinamica che, se confermata, solleverebbe interrogativi pesanti su indipendenza, conflitti di interesse e responsabilità politiche.

    L’intervento ha avuto un effetto immediato: reazioni nervose sui mercati, prese di posizione contrastanti e un’attenzione mediatica crescente. C’è chi parla di resa dei conti, chi di operazione destinata a dividere profondamente l’opinione pubblica.

    Una cosa è certa: il tema non può più essere ignorato. E quello che accadrà nelle prossime settimane potrebbe cambiare il rapporto tra politica, sanità e grandi interessi economici.

    Tutti i dettagli e le analisi più controverse sono nel primo commento
    Vannacci scuote l’Europa: nel mirino i finanziamenti di Big Pharma, mercati in allarme Quella che viene descritta come una semplice richiesta di trasparenza sta assumendo i contorni di un caso politico internazionale. Roberto Vannacci avrebbe sollecitato lo stop ai finanziamenti dei grandi gruppi farmaceutici verso media e strutture pubbliche, parlando di una possibile strategia coordinata per orientare scelte sanitarie e consenso. Secondo le ricostruzioni, i documenti citati delineano un flusso di risorse enorme, utilizzato per sostenere campagne e programmi sanitari presentati come inevitabili. Una dinamica che, se confermata, solleverebbe interrogativi pesanti su indipendenza, conflitti di interesse e responsabilità politiche. L’intervento ha avuto un effetto immediato: reazioni nervose sui mercati, prese di posizione contrastanti e un’attenzione mediatica crescente. C’è chi parla di resa dei conti, chi di operazione destinata a dividere profondamente l’opinione pubblica. Una cosa è certa: il tema non può più essere ignorato. E quello che accadrà nelle prossime settimane potrebbe cambiare il rapporto tra politica, sanità e grandi interessi economici. 👇 Tutti i dettagli e le analisi più controverse sono nel primo commento 👇
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  • SOTTOSCRIVIAMO quanto VIENE detto in QUESTO ARTICOLO!
    Blog | Il divieto dei social non illuda gli adulti: non risolve il problema e può diventare un boomerang - Il Fatto Quotidiano
    "Educare i ragazzi non è sorvegliare". L'intervento del professor Tolomelli

    Parlare del divieto ai social per i minori di sedici anni, come quello annunciato dal governo Sánchez in Spagna, e discutere in generale di misure simili che molte nazioni stanno valutando, non è semplice per chi si occupa di educazione. Da un lato, è legittimo e perfino doveroso che la società degli adulti ponga limiti ai cittadini in età di sviluppo: fa parte della responsabilità collettiva definire dei perimetri al libero arbitrio e alla scelta, quando queste cornici proteggono il benessere e lo sviluppo. Dall’altro lato, chi fa educazione non ha tra le sue prerogative quella di legittimare o contrastare direttamente i divieti: facciamo un altro mestiere, giochiamo su un altro campo.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/07/divieto-social-minori-educazione-digitale-oggi/8282161/
    SOTTOSCRIVIAMO quanto VIENE detto in QUESTO ARTICOLO! Blog | Il divieto dei social non illuda gli adulti: non risolve il problema e può diventare un boomerang - Il Fatto Quotidiano "Educare i ragazzi non è sorvegliare". L'intervento del professor Tolomelli Parlare del divieto ai social per i minori di sedici anni, come quello annunciato dal governo Sánchez in Spagna, e discutere in generale di misure simili che molte nazioni stanno valutando, non è semplice per chi si occupa di educazione. Da un lato, è legittimo e perfino doveroso che la società degli adulti ponga limiti ai cittadini in età di sviluppo: fa parte della responsabilità collettiva definire dei perimetri al libero arbitrio e alla scelta, quando queste cornici proteggono il benessere e lo sviluppo. Dall’altro lato, chi fa educazione non ha tra le sue prerogative quella di legittimare o contrastare direttamente i divieti: facciamo un altro mestiere, giochiamo su un altro campo. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/07/divieto-social-minori-educazione-digitale-oggi/8282161/
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