• Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi
    "Le civiltà non crollano a causa delle parole di un uomo.
    La storia ha visto gli imperi sorgere e cadere, ma la paura non ha mai deciso il loro destino.
    Se credi che la distruzione sia il tuo potere, allora capisci questo: chi appicca tali incendi raramente controlla come si diffondono.
    Questa regione non è un campo di battaglia per le tue dichiarazioni. È la nostra casa, la nostra sovranità - e non si piegherà alle minacce, non importa quanto urgenti le facciate sembrare.
    Pensaci bene, perché una volta superate certe linee, non c'è un 'domani' per tornare come prima."
    Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi "Le civiltà non crollano a causa delle parole di un uomo. La storia ha visto gli imperi sorgere e cadere, ma la paura non ha mai deciso il loro destino. Se credi che la distruzione sia il tuo potere, allora capisci questo: chi appicca tali incendi raramente controlla come si diffondono. Questa regione non è un campo di battaglia per le tue dichiarazioni. È la nostra casa, la nostra sovranità - e non si piegherà alle minacce, non importa quanto urgenti le facciate sembrare. Pensaci bene, perché una volta superate certe linee, non c'è un 'domani' per tornare come prima."
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  • Come temuto e previsto, Israele non ha alcun interesse ad accettare né una tregua né una pace.
    D'altro canto, se non fosse stato per le pressioni israeliane, questo mattatoio non avrebbe neanche avuto inizio, visto che per gli USA l'intera operazione era solo un onere (magari per i giochini in borsa di Trump no, ma Trump non governa da solo).

    Appena posatasi la polvere dopo l'inizio ufficiale della tregua, Israele ha effettuato il suo più massiccio bombardamento di sempre sul Libano.
    Le immagini di morte e distruzione da Beirut sono apocalittiche.

    Una volta di più Israele si dimostra come la più costante minaccia alla pace e alla convivenza tra i popoli della regione.

    Un'immagine simbolica di tutto ciò era ieri il rabbino capo della comunità ebraica iraniana che inveiva contro Israele, dopo che l'aviazione dell'IDF aveva distrutto la sinagoga di Teheran e la biblioteca adiacente. Le sue parole sono state: "Non ci perdoneranno mai di essere ebrei antisionisti."

    Israele, con il suo fanatismo, con il suo potenziale militare, con il suo suprematismo etnico, è una minaccia esistenziale per il mondo intero.

    L'Iran non abbandonerà il Libano alla sua sorte, dunque se gli Usa non riescono a porre un freno alla frenesia idrofoba di Netanyahu, la guerra riprenderà a breve.

    Andrea Zhok
    Come temuto e previsto, Israele non ha alcun interesse ad accettare né una tregua né una pace. D'altro canto, se non fosse stato per le pressioni israeliane, questo mattatoio non avrebbe neanche avuto inizio, visto che per gli USA l'intera operazione era solo un onere (magari per i giochini in borsa di Trump no, ma Trump non governa da solo). Appena posatasi la polvere dopo l'inizio ufficiale della tregua, Israele ha effettuato il suo più massiccio bombardamento di sempre sul Libano. Le immagini di morte e distruzione da Beirut sono apocalittiche. Una volta di più Israele si dimostra come la più costante minaccia alla pace e alla convivenza tra i popoli della regione. Un'immagine simbolica di tutto ciò era ieri il rabbino capo della comunità ebraica iraniana che inveiva contro Israele, dopo che l'aviazione dell'IDF aveva distrutto la sinagoga di Teheran e la biblioteca adiacente. Le sue parole sono state: "Non ci perdoneranno mai di essere ebrei antisionisti." Israele, con il suo fanatismo, con il suo potenziale militare, con il suo suprematismo etnico, è una minaccia esistenziale per il mondo intero. L'Iran non abbandonerà il Libano alla sua sorte, dunque se gli Usa non riescono a porre un freno alla frenesia idrofoba di Netanyahu, la guerra riprenderà a breve. Andrea Zhok
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  • A PROPOSITO di RISORSE!
    Un migrante nordafricano costringe il figlio piccolo a urinare su un'auto della polizia italiana in un atto di oltraggio pubblico! In un filmato scioccante proveniente dall'Italia, si vede un uomo nordafricano che tiene in braccio il figlio piccolo con i pantaloni abbassati, posizionandolo deliberatamente in modo che urini contro un'auto della polizia con le luci blu lampeggianti. I suoi amici sono lì vicino, sorridono, ridono e filmano l'intera scena con i loro cellulari.
    #immigrazione #polizia #sicurezza
    A PROPOSITO di RISORSE! Un migrante nordafricano costringe il figlio piccolo a urinare su un'auto della polizia italiana in un atto di oltraggio pubblico! In un filmato scioccante proveniente dall'Italia, si vede un uomo nordafricano che tiene in braccio il figlio piccolo con i pantaloni abbassati, posizionandolo deliberatamente in modo che urini contro un'auto della polizia con le luci blu lampeggianti. I suoi amici sono lì vicino, sorridono, ridono e filmano l'intera scena con i loro cellulari. #immigrazione #polizia #sicurezza
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  • Mercato dell'AdBlue: la crescente domanda di soluzioni per il controllo delle emissioni, le rigorose normative ambientali e l'espansione del parco veicoli diesel trainano la crescita

    Il mercato dell'AdBlue sta registrando una crescita costante, trainata dalle crescenti preoccupazioni ambientali, dalle rigorose normative sulle emissioni e dal continuo impiego di motori diesel nei settori dei trasporti e dell'industria. L'AdBlue — noto anche come fluido per lo scarico dei motori diesel — è una soluzione di urea ad elevata purezza utilizzata nei sistemi di riduzione catalitica selettiva (SCR) per abbattere le emissioni nocive di ossidi di azoto (NOx) prodotte dai motori diesel.

    Leggi oggi stesso il report sul mercato dell'AdBlue – https://www.skyquestt.com/report/adblue-market
    Mercato dell'AdBlue: la crescente domanda di soluzioni per il controllo delle emissioni, le rigorose normative ambientali e l'espansione del parco veicoli diesel trainano la crescita Il mercato dell'AdBlue sta registrando una crescita costante, trainata dalle crescenti preoccupazioni ambientali, dalle rigorose normative sulle emissioni e dal continuo impiego di motori diesel nei settori dei trasporti e dell'industria. L'AdBlue — noto anche come fluido per lo scarico dei motori diesel — è una soluzione di urea ad elevata purezza utilizzata nei sistemi di riduzione catalitica selettiva (SCR) per abbattere le emissioni nocive di ossidi di azoto (NOx) prodotte dai motori diesel. Leggi oggi stesso il report sul mercato dell'AdBlue – https://www.skyquestt.com/report/adblue-market
    WWW.SKYQUESTT.COM
    Adblue Market Size, Share | Analysis Report [2033]
    Adblue Market size in 2025 was $36.04 billion, expected to reach $52.05 billion in 2033, CAGR 4.7%. Get Free Sample Report!
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  • L'UE va sfanculata.
    A difendere questa gabbia di matti sono rimasti solo gli autorazzisti e gli Efialte d'Italia, gente convinta che si debba "morire per Maastricht" (cit.).
    Non esiste nessun motivo logico per rimanere nell'UE. Nessuno.

    Source: https://x.com/i/status/2040346087152566359
    L'UE va sfanculata. A difendere questa gabbia di matti sono rimasti solo gli autorazzisti e gli Efialte d'Italia, gente convinta che si debba "morire per Maastricht" (cit.). Non esiste nessun motivo logico per rimanere nell'UE. Nessuno. Source: https://x.com/i/status/2040346087152566359
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  • Top Fast Track Courses for Career Growth in 2026 – UG & PG Programs
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    #FastTrackCourses #UGPrograms #PGPrograms #CareerGrowth2026 #OnlineDegree #DistanceEducation #MBA #BBA #EducationIndia #HigherEducation
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  • Master Clone Watch Size Guide – Find the Perfect Fit for Rolex, AP & Richard Mille
    December 14, 2025

    The Art of Choosing the Right Watch Size
    A well‑fitted watch is more than a timepiece—it’s a statement of style, confidence, and personality. For enthusiasts seeking the iconic designs of Rolex, Audemars Piguet (AP), and Richard Mille without the $10,000–$500,000 price tag, Master Clone watches from Master Clone Watches offer a luxurious alternative. https://masterclonewatches.com/


    These high‑end replicas, crafted with 904L stainless steel and Swiss clone movements, replicate the look, feel, and proportions of authentic watches. But size matters—a poorly sized watch can feel uncomfortable or look disproportionate.

    This 2,000‑word Master Clone Watch Size Guide provides a comprehensive watch sizing chart, explores Rolex vs AP case size clone differences, and helps you find the best fit luxury clone watch for your wrist and lifestyle.

    What Makes Master Clone Watches Exceptional?
    Master Clone Watches specializes in 1:1 replicas that mirror the craftsmanship of Rolex, AP, and Richard Mille. Sourced from top factories like Clean Factory and VS Factory, these watches use premium materials and precise engineering to match authentic dimensions and performance, priced at $500–$2,000.

    Key features
    Materials: 904L stainless steel, sapphire crystal, ceramic bezels
    Movements: Swiss‑grade clone movements (e.g., Calibre 4130 for Daytona)
    Craftsmanship: Precise engravings, cyclops lenses, Super‑LumiNova lume
    Fit: Exact sizing to replicate original Rolex, AP, and Richard Mille designs
    This guide focuses on sizing to help you select the best fit luxury clone watch from Master Clone Watches.

    master clone watches
    Step‑by‑Step Guide to Finding Your Best Fit Luxury Clone Watch
    Measure Your Wrist
    Wrap a flexible tape around your wrist just below the wrist bone.
    Note the circumference (typical ranges: 6–8 in for men, 5.5–7 in for women).
    Understand Watch Dimensions
    Case Diameter: Width of the watch face (36–44 mm for luxury clones).
    Case Thickness: Height of the watch (8–16 mm).
    Lug‑to‑Lug Width: Distance between strap attachment points.
    Strap/Bracelet: Adjustable oyster, jubilee, leather, or rubber options.
    Match Size to Wrist
    Small wrists (5.5–6.5 in): 36–39 mm cases (e.g., AP Royal Oak Jumbo).
    Medium wrists (6.5–7.5 in): 40–42 mm cases (e.g., Rolex Submariner).
    Large wrists (7.5–9 in): 42–44 mm cases (e.g., AP Royal Oak Offshore).
    Consider Your Style
    Formal: Slimmer cases (8–12 mm) like Rolex Datejust.
    Casual/Sporty: Thicker cases (12–16 mm) like Rolex Submariner or AP Offshore.
    Avant‑Garde: Unique shapes like Richard Mille’s rectangular cases.
    Watch Sizing Chart for Rolex, AP, and Richard Mille Clones
    BRAND MODEL CASE DIAMETER CASE THICKNESS LUG‑TO‑LUG WIDTH IDEAL WRIST SIZE STYLE SUITABILITY
    Rolex Submariner Date 41 mm 12.5 mm 48 mm 6.5–8 in Sporty, casual
    Rolex Daytona Cosmograph 40 mm 12.2 mm 47 mm 6–7.5 in Sporty, bold
    Rolex Datejust 41 41 mm 11.7 mm 47 mm 6.5–8 in Formal, everyday
    Audemars Piguet Royal Oak Offshore Chronograph 44 mm 14.1 mm 54 mm 7–9 in Bold, athletic
    Audemars Piguet Royal Oak 15202 39 mm 8.1 mm 47 mm 6–7.5 in Formal, minimalist
    Richard Mille RM 055 Bubba Watson 42.7 mm × 50.9 mm 13.1 mm 50 mm 7–8.5 in Avant‑garde, sporty
    Richard Mille RM 11‑03 Flyback Chronograph 44.5 mm × 49.9 mm 16.2 mm 52 mm 7.5–9 in Bold, modern
    Using the chart
    Small wrists: Rolex Datejust 41 (41 mm) or AP Royal Oak 15202 (39 mm).
    Medium wrists: Rolex Submariner (41 mm) or Richard Mille RM 055.
    Large wrists: AP Royal Oak Offshore (44 mm) or Richard Mille RM 11‑03.
    master clone watches
    Rolex vs AP Case Size Clone: Style and Fit Compared
    Rolex Master Clone Watches
    Proportions: 36–41 mm cases, slim to medium thickness.
    Ideal for: Versatile everyday wear, formal to casual settings.
    Example: Submariner Date (41 mm) – medium to large wrists, sporty yet refined.
    Audemars Piguet Master Clone Watches
    Proportions: 39–44 mm cases, thicker profiles.
    Ideal for: Bold statements, larger wrists, athletic or fashion‑forward looks.
    Example: Royal Oak Offshore Chronograph (44 mm) – large wrists, robust and sporty.
    Key Differences
    Size range: Rolex 36–41 mm vs AP 39
    The Heart of Master Clone Watc...
    master clone watches
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    Master Clone Watch Size Guide – Find the Perfect Fit for Rolex, AP & Richard Mille December 14, 2025 The Art of Choosing the Right Watch Size A well‑fitted watch is more than a timepiece—it’s a statement of style, confidence, and personality. For enthusiasts seeking the iconic designs of Rolex, Audemars Piguet (AP), and Richard Mille without the $10,000–$500,000 price tag, Master Clone watches from Master Clone Watches offer a luxurious alternative. https://masterclonewatches.com/ These high‑end replicas, crafted with 904L stainless steel and Swiss clone movements, replicate the look, feel, and proportions of authentic watches. But size matters—a poorly sized watch can feel uncomfortable or look disproportionate. This 2,000‑word Master Clone Watch Size Guide provides a comprehensive watch sizing chart, explores Rolex vs AP case size clone differences, and helps you find the best fit luxury clone watch for your wrist and lifestyle. What Makes Master Clone Watches Exceptional? Master Clone Watches specializes in 1:1 replicas that mirror the craftsmanship of Rolex, AP, and Richard Mille. Sourced from top factories like Clean Factory and VS Factory, these watches use premium materials and precise engineering to match authentic dimensions and performance, priced at $500–$2,000. Key features Materials: 904L stainless steel, sapphire crystal, ceramic bezels Movements: Swiss‑grade clone movements (e.g., Calibre 4130 for Daytona) Craftsmanship: Precise engravings, cyclops lenses, Super‑LumiNova lume Fit: Exact sizing to replicate original Rolex, AP, and Richard Mille designs This guide focuses on sizing to help you select the best fit luxury clone watch from Master Clone Watches. master clone watches Step‑by‑Step Guide to Finding Your Best Fit Luxury Clone Watch Measure Your Wrist Wrap a flexible tape around your wrist just below the wrist bone. Note the circumference (typical ranges: 6–8 in for men, 5.5–7 in for women). Understand Watch Dimensions Case Diameter: Width of the watch face (36–44 mm for luxury clones). Case Thickness: Height of the watch (8–16 mm). Lug‑to‑Lug Width: Distance between strap attachment points. Strap/Bracelet: Adjustable oyster, jubilee, leather, or rubber options. Match Size to Wrist Small wrists (5.5–6.5 in): 36–39 mm cases (e.g., AP Royal Oak Jumbo). Medium wrists (6.5–7.5 in): 40–42 mm cases (e.g., Rolex Submariner). Large wrists (7.5–9 in): 42–44 mm cases (e.g., AP Royal Oak Offshore). Consider Your Style Formal: Slimmer cases (8–12 mm) like Rolex Datejust. Casual/Sporty: Thicker cases (12–16 mm) like Rolex Submariner or AP Offshore. Avant‑Garde: Unique shapes like Richard Mille’s rectangular cases. Watch Sizing Chart for Rolex, AP, and Richard Mille Clones BRAND MODEL CASE DIAMETER CASE THICKNESS LUG‑TO‑LUG WIDTH IDEAL WRIST SIZE STYLE SUITABILITY Rolex Submariner Date 41 mm 12.5 mm 48 mm 6.5–8 in Sporty, casual Rolex Daytona Cosmograph 40 mm 12.2 mm 47 mm 6–7.5 in Sporty, bold Rolex Datejust 41 41 mm 11.7 mm 47 mm 6.5–8 in Formal, everyday Audemars Piguet Royal Oak Offshore Chronograph 44 mm 14.1 mm 54 mm 7–9 in Bold, athletic Audemars Piguet Royal Oak 15202 39 mm 8.1 mm 47 mm 6–7.5 in Formal, minimalist Richard Mille RM 055 Bubba Watson 42.7 mm × 50.9 mm 13.1 mm 50 mm 7–8.5 in Avant‑garde, sporty Richard Mille RM 11‑03 Flyback Chronograph 44.5 mm × 49.9 mm 16.2 mm 52 mm 7.5–9 in Bold, modern Using the chart Small wrists: Rolex Datejust 41 (41 mm) or AP Royal Oak 15202 (39 mm). Medium wrists: Rolex Submariner (41 mm) or Richard Mille RM 055. Large wrists: AP Royal Oak Offshore (44 mm) or Richard Mille RM 11‑03. master clone watches Rolex vs AP Case Size Clone: Style and Fit Compared Rolex Master Clone Watches Proportions: 36–41 mm cases, slim to medium thickness. Ideal for: Versatile everyday wear, formal to casual settings. Example: Submariner Date (41 mm) – medium to large wrists, sporty yet refined. Audemars Piguet Master Clone Watches Proportions: 39–44 mm cases, thicker profiles. Ideal for: Bold statements, larger wrists, athletic or fashion‑forward looks. Example: Royal Oak Offshore Chronograph (44 mm) – large wrists, robust and sporty. Key Differences Size range: Rolex 36–41 mm vs AP 39 The Heart of Master Clone Watc... master clone watches Add comment Your email address will not be published. Required fields are marked
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  • www.corriere.it
    «Io, professore, vi racconto come due decenni di smartphone hanno trasformato i ragazzi. In peggio»
    Nella mia esperienza di insegnante, ho visto con i miei occhi gli effetti che i cellulari e i social hanno avuto sui ragazzi. E' una mutazione antropologica. Bisogna agire ora | Alessandro D'Avenia

    D'Avenia: «Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori»

    «Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese».

    Così dichiarava il tredicenne, mercoledì 25, prima di compiere il crimine ideato nel dettaglio grazie a un fenomeno sempre più diffuso: il Nihilistic Violent Extremism (Nve: Estremismo Nichilista Violento). Una costellazione di gruppi o soggetti singoli che promuovono e compiono violenza fine a se stessa, online e offline, usando i minori come vittime o carnefici.

    Attraggono soggetti vulnerabili attraverso piattaforme di gioco e applicazioni di messaggistica, e li spingono all’uso di droghe, alla condivisione di immagini intime, alla produzione di materiale pedopornografico, all’incesto e allo stupro, alla tortura di animali, ad autolesionismo, suicidio o omicidio in diretta.

    Abbiamo donato ai bambini il cellulare, ma adesso sappiamo che è come aver dato loro una macchina, dell’alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa, ma uno strumento che ti usa.

    Mi rivolgo adesso ai politici, perché il problema è politico. Che cosa aspettate?

    Nella mia esperienza di insegnante cominciata nel 2000 ho assistito a una mutazione antropologica.

    Lo smartphone ha determinato l’adultizzazione e quindi l’adulterazione dell’infanzia, destrutturando una tappa della crescita con conseguenze di salute per tutta la vita successiva.

    APPROFONDISCI CON IL PODCAST
    Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Ripeto, è come regalare loro le chiavi della macchina o una cassa di vino.

    Ci vuole una rivoluzione dal basso, dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori, di cui purtroppo siamo diventati complici inconsapevoli (che ebbrezza quando abbiamo riempito la scuola di device che adesso dobbiamo vietare...).

    Proprio in questi giorni si è concluso a Los Angeles un procedimento legale in cui per la prima volta i manager di Instagram e YouTube hanno dovuto testimoniare. Un maxi-processo con 1.600 querelanti intentato a Google e Meta, a partire dalla denuncia della ventenne Kaley G.M., che ha cominciato a soffrire di ansia, depressione e pensieri suicidi a causa dell’uso precoce dei social. Il verdetto ha stabilito che le piattaforme che Kaley frequenta da quando era bambina sono colpevoli dei suoi disturbi. Anche TikTok e SnapChat erano stati citati in giudizio ma hanno patteggiato, chiudendo con un accordo privato e un risarcimento non dichiarato.

    La strategia usata dagli avvocati delle vittime è stata quella degli anni ’90 contro l’industria del tabacco che nascondeva le conseguenze del fumo. Le compagnie dovettero risarcire 206 miliardi di dollari e sospendere la pubblicità (ricorderete film come Insider e Thank you for smoking). Allo stesso modo la sentenza del 26 marzo 2026 contro le big-tech è storica: non solo non fanno abbastanza per i minori, ma fanno male.

    Il caso del tredicenne italiano non è diverso: la sua rabbia, invece di essere accolta dalle figure adulte vicine, viene intercettata dagli attori del Nve, come in tanti casi simili avvenuti in giro per il mondo di recente. Si tratta di ragazzini problematici o è un effetto dell’architettura dei social?

    Nel 2017 la 14enne inglese Molly Rose si era uccisa dopo aver assorbito migliaia di immagini di autolesionismo. La fondazione a lei dedicata ha pubblicato di recente una ricerca che mostra come, nonostante i proclami delle piattaforme, non sia cambiato nulla. È stato simulato il profilo TikTok e Instagram di una 15enne depressa: il 95% dei video proposti dall’algoritmo «per te» sono risultati dannosi, il 55% relativi ad autolesionismo e suicidio, il 16% a modi per togliersi la vita.

    Il libro fenomeno globale di Jonathan Haidt, «La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli», che tutti gli educatori dovrebbero leggere (in Italia sta facendo altrettanto Alberto Pellai che, con Barbara Tamborini, ha pubblicato di recente l’ottimo «Esci da quella stanza»), raccoglie le evidenze scientifiche dopo 20 anni di esposizione al cellulare di bambini e adolescenti: dipendenza, frammentazione dell’attenzione, destrutturazione della socialità, perdita del sonno.

    Quattro elementi letali per la crescita, un abuso in piena regola: su soggetti fragili (bambini e adolescenti lo sono per definizione) questi mezzi portano più danni che benefici, è la kryptonite dell’infanzia. Che fare?

    Sull’esempio dell’Australia che ha disattivato i profili degli under 16 e vieta l’iscrizione senza un documento di identità, molti governi stanno legiferando. In Francia, Portogallo, Uk, Danimarca e Spagna sono state approvate leggi simili ma l’iter operativo è ancora in corso. Brasile e Norvegia stanno varando la legge, la Germania la sta discutendo.

    In Italia? Pur essendoci mossi in anticipo con una proposta bipartisan la legge è rimasta in stallo, forse perché un provvedimento del genere non porta consenso, non è gradito alle big-tech o perché siamo impastoiati in un sistema che mette altre cose prima dell’educazione e della salute dei ragazzi.

    Bisogna allora intanto agire dal basso. Per questo partecipo a un progetto, ideato da professionisti di vari ambiti e in rapida espansione, per promuovere l’educazione digitale e preservare la salute dei ragazzi: «I patti digitali». Accordi che, in comunità di diversa entità, vengono stretti da genitori, insegnanti e altre figure educative, per stabilire poche e semplici regole condivise in quella comunità (età giusta per lo smartphone, opportunità delle chat di classe, sia dei genitori che dei ragazzi, modi d’uso del registro elettronico, validità dei compiti online...) e smontare il così fan tutti: «Si sentirebbe fuori dal mondo».

    Se in una comunità sono tutti d’accordo viene meno il senso di inferiorità, la pressione sociale e la scorciatoia comoda per sedare i figli (anche nel XIX secolo si usavano gli oppiacei per calmare i bambini, ma si finiva con l’avvelenarli).

    In questi anni abbiamo riempito le aule di strumenti digitali, convinti che avrebbero rivoluzionato la didattica, salvo scoprire che aiutano l’apprendimento solo in superficie, anzi hanno provocato lo sviluppo della cosiddetta «mente da cavalletta», incapace di attenzione e di tenuta, sempre alla ricerca della ricompensa, e una soglia della noia bassissima (soggetti del tutto manipolabili): bisogna quindi tornare alla scrittura a mano, alla calligrafia, alla lettura ad alta voce, all’ascolto attivo, all’attenzione mirata.

    Non si tratta di vietare (i ragazzi sanno poi come fregarci), ma di dare alternative: nelle comunità che adottano i patti digitali cresce di pari passo la frequentazione di biblioteche, attività sportive e sociali. Possono essere gruppi di genitori, singole scuole o gruppi di scuole, intere comunità cittadine a siglare un patto e ricevere l’aiuto degli esperti, senza appesantire una vita già assai complessa.

    Il 13 aprile prossimo alle 14.30 terremo l’incontro «Educazione e protezione digitale», dal vivo e in collegamento, nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati (si potrà seguire la diretta). Ci saranno esponenti della Fondazione dei Patti, testimoni dei Patti già avviati e figure politiche dell’intero arco parlamentare impegnate da tempo nelle proposte di legge per regolamentare l’uso della rete da parte dei minori, cito solo Marco Gui, docente di Sociologia dei media all’Università di Milano-Bicocca, Stefano Vicari, direttore di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù, Elena Bozzola, coordinatrice della commissione Dipendenze Digitali della Società Italiana di Pediatria, Adriano Bordignon, presidente del Forum Nazionale delle Associazioni Familiari, Stefania Garassini, giornalista e docente universitaria di Content management e Digital Journalism, Anna Scavuzzo, assessore all’Educazione del Comune di Milano, Marianna Madia (Pd), Lavinia Mennuni (FdI), Giulia Pastorella (Azione), Giorgia Latini ed Erika Stefani (Lega), Devis Dori (Verdi, già M5S).

    Chiedo alla premier Meloni che ha una figlia, a cui sicuramente non ha dato né darà a breve un cellulare: varate una legge in questa legislatura. Il manifesto del tredicenne attentatore, evidentemente copia-incollato dai contenuti del gruppo Nlm (No Lives Matter, Nessuna vita conta, che diffonde anche un manuale per l’uso efficace di lame e armi) è un’ottima radiografia del nostro mondo adulto: «Mi sento superiore a tutti i miei coetanei. Mi sento molto più intelligente di loro e indossare un’uniforme dimostra la mia superiorità rispetto ai comuni mortali. Non sono più uno di loro, ho l’intelligenza di capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni... non mi riconosco in nessuna ideologia ben definita perché l’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia. La vita è priva di senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo... Sono stanco di essere un tipo banale, di dover fare sempre le stesse cose».

    Queste parole girate al rovescio nascondono un bisogno profondo: «Guardatemi! Aiutatemi a scoprire che sono unico, a capire le mie emozioni e a non subirle, a conoscere il mondo e gli altri, a sperimentare che la (mia) vita ha senso e vale. Toglietemi il cellulare. Liberatemi! Lasciatemi vivere i miei 13 anni. Voglio vivere!».

    La realtà ci parla attraverso un caso eclatante. Ma questo non è un caso isolato e nemmeno un caso, è la conseguenza di un processo di abuso continuo che avvelena le anime e i corpi dei ragazzi e contro cui non stiamo facendo abbastanza.

    https://www.corriere.it/alessandro-d-avenia-ultimo-banco/26_marzo_30/che-cosa-aspettate-f446dca0-f52a-4b71-b118-830a462d9xlk_amp.shtml
    www.corriere.it «Io, professore, vi racconto come due decenni di smartphone hanno trasformato i ragazzi. In peggio» Nella mia esperienza di insegnante, ho visto con i miei occhi gli effetti che i cellulari e i social hanno avuto sui ragazzi. E' una mutazione antropologica. Bisogna agire ora | Alessandro D'Avenia D'Avenia: «Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori» «Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese». Così dichiarava il tredicenne, mercoledì 25, prima di compiere il crimine ideato nel dettaglio grazie a un fenomeno sempre più diffuso: il Nihilistic Violent Extremism (Nve: Estremismo Nichilista Violento). Una costellazione di gruppi o soggetti singoli che promuovono e compiono violenza fine a se stessa, online e offline, usando i minori come vittime o carnefici. Attraggono soggetti vulnerabili attraverso piattaforme di gioco e applicazioni di messaggistica, e li spingono all’uso di droghe, alla condivisione di immagini intime, alla produzione di materiale pedopornografico, all’incesto e allo stupro, alla tortura di animali, ad autolesionismo, suicidio o omicidio in diretta. Abbiamo donato ai bambini il cellulare, ma adesso sappiamo che è come aver dato loro una macchina, dell’alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa, ma uno strumento che ti usa. Mi rivolgo adesso ai politici, perché il problema è politico. Che cosa aspettate? Nella mia esperienza di insegnante cominciata nel 2000 ho assistito a una mutazione antropologica. Lo smartphone ha determinato l’adultizzazione e quindi l’adulterazione dell’infanzia, destrutturando una tappa della crescita con conseguenze di salute per tutta la vita successiva. APPROFONDISCI CON IL PODCAST Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Ripeto, è come regalare loro le chiavi della macchina o una cassa di vino. Ci vuole una rivoluzione dal basso, dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori, di cui purtroppo siamo diventati complici inconsapevoli (che ebbrezza quando abbiamo riempito la scuola di device che adesso dobbiamo vietare...). Proprio in questi giorni si è concluso a Los Angeles un procedimento legale in cui per la prima volta i manager di Instagram e YouTube hanno dovuto testimoniare. Un maxi-processo con 1.600 querelanti intentato a Google e Meta, a partire dalla denuncia della ventenne Kaley G.M., che ha cominciato a soffrire di ansia, depressione e pensieri suicidi a causa dell’uso precoce dei social. Il verdetto ha stabilito che le piattaforme che Kaley frequenta da quando era bambina sono colpevoli dei suoi disturbi. Anche TikTok e SnapChat erano stati citati in giudizio ma hanno patteggiato, chiudendo con un accordo privato e un risarcimento non dichiarato. La strategia usata dagli avvocati delle vittime è stata quella degli anni ’90 contro l’industria del tabacco che nascondeva le conseguenze del fumo. Le compagnie dovettero risarcire 206 miliardi di dollari e sospendere la pubblicità (ricorderete film come Insider e Thank you for smoking). Allo stesso modo la sentenza del 26 marzo 2026 contro le big-tech è storica: non solo non fanno abbastanza per i minori, ma fanno male. Il caso del tredicenne italiano non è diverso: la sua rabbia, invece di essere accolta dalle figure adulte vicine, viene intercettata dagli attori del Nve, come in tanti casi simili avvenuti in giro per il mondo di recente. Si tratta di ragazzini problematici o è un effetto dell’architettura dei social? Nel 2017 la 14enne inglese Molly Rose si era uccisa dopo aver assorbito migliaia di immagini di autolesionismo. La fondazione a lei dedicata ha pubblicato di recente una ricerca che mostra come, nonostante i proclami delle piattaforme, non sia cambiato nulla. È stato simulato il profilo TikTok e Instagram di una 15enne depressa: il 95% dei video proposti dall’algoritmo «per te» sono risultati dannosi, il 55% relativi ad autolesionismo e suicidio, il 16% a modi per togliersi la vita. Il libro fenomeno globale di Jonathan Haidt, «La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli», che tutti gli educatori dovrebbero leggere (in Italia sta facendo altrettanto Alberto Pellai che, con Barbara Tamborini, ha pubblicato di recente l’ottimo «Esci da quella stanza»), raccoglie le evidenze scientifiche dopo 20 anni di esposizione al cellulare di bambini e adolescenti: dipendenza, frammentazione dell’attenzione, destrutturazione della socialità, perdita del sonno. Quattro elementi letali per la crescita, un abuso in piena regola: su soggetti fragili (bambini e adolescenti lo sono per definizione) questi mezzi portano più danni che benefici, è la kryptonite dell’infanzia. Che fare? Sull’esempio dell’Australia che ha disattivato i profili degli under 16 e vieta l’iscrizione senza un documento di identità, molti governi stanno legiferando. In Francia, Portogallo, Uk, Danimarca e Spagna sono state approvate leggi simili ma l’iter operativo è ancora in corso. Brasile e Norvegia stanno varando la legge, la Germania la sta discutendo. In Italia? Pur essendoci mossi in anticipo con una proposta bipartisan la legge è rimasta in stallo, forse perché un provvedimento del genere non porta consenso, non è gradito alle big-tech o perché siamo impastoiati in un sistema che mette altre cose prima dell’educazione e della salute dei ragazzi. Bisogna allora intanto agire dal basso. Per questo partecipo a un progetto, ideato da professionisti di vari ambiti e in rapida espansione, per promuovere l’educazione digitale e preservare la salute dei ragazzi: «I patti digitali». Accordi che, in comunità di diversa entità, vengono stretti da genitori, insegnanti e altre figure educative, per stabilire poche e semplici regole condivise in quella comunità (età giusta per lo smartphone, opportunità delle chat di classe, sia dei genitori che dei ragazzi, modi d’uso del registro elettronico, validità dei compiti online...) e smontare il così fan tutti: «Si sentirebbe fuori dal mondo». Se in una comunità sono tutti d’accordo viene meno il senso di inferiorità, la pressione sociale e la scorciatoia comoda per sedare i figli (anche nel XIX secolo si usavano gli oppiacei per calmare i bambini, ma si finiva con l’avvelenarli). In questi anni abbiamo riempito le aule di strumenti digitali, convinti che avrebbero rivoluzionato la didattica, salvo scoprire che aiutano l’apprendimento solo in superficie, anzi hanno provocato lo sviluppo della cosiddetta «mente da cavalletta», incapace di attenzione e di tenuta, sempre alla ricerca della ricompensa, e una soglia della noia bassissima (soggetti del tutto manipolabili): bisogna quindi tornare alla scrittura a mano, alla calligrafia, alla lettura ad alta voce, all’ascolto attivo, all’attenzione mirata. Non si tratta di vietare (i ragazzi sanno poi come fregarci), ma di dare alternative: nelle comunità che adottano i patti digitali cresce di pari passo la frequentazione di biblioteche, attività sportive e sociali. Possono essere gruppi di genitori, singole scuole o gruppi di scuole, intere comunità cittadine a siglare un patto e ricevere l’aiuto degli esperti, senza appesantire una vita già assai complessa. Il 13 aprile prossimo alle 14.30 terremo l’incontro «Educazione e protezione digitale», dal vivo e in collegamento, nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati (si potrà seguire la diretta). Ci saranno esponenti della Fondazione dei Patti, testimoni dei Patti già avviati e figure politiche dell’intero arco parlamentare impegnate da tempo nelle proposte di legge per regolamentare l’uso della rete da parte dei minori, cito solo Marco Gui, docente di Sociologia dei media all’Università di Milano-Bicocca, Stefano Vicari, direttore di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù, Elena Bozzola, coordinatrice della commissione Dipendenze Digitali della Società Italiana di Pediatria, Adriano Bordignon, presidente del Forum Nazionale delle Associazioni Familiari, Stefania Garassini, giornalista e docente universitaria di Content management e Digital Journalism, Anna Scavuzzo, assessore all’Educazione del Comune di Milano, Marianna Madia (Pd), Lavinia Mennuni (FdI), Giulia Pastorella (Azione), Giorgia Latini ed Erika Stefani (Lega), Devis Dori (Verdi, già M5S). Chiedo alla premier Meloni che ha una figlia, a cui sicuramente non ha dato né darà a breve un cellulare: varate una legge in questa legislatura. Il manifesto del tredicenne attentatore, evidentemente copia-incollato dai contenuti del gruppo Nlm (No Lives Matter, Nessuna vita conta, che diffonde anche un manuale per l’uso efficace di lame e armi) è un’ottima radiografia del nostro mondo adulto: «Mi sento superiore a tutti i miei coetanei. Mi sento molto più intelligente di loro e indossare un’uniforme dimostra la mia superiorità rispetto ai comuni mortali. Non sono più uno di loro, ho l’intelligenza di capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni... non mi riconosco in nessuna ideologia ben definita perché l’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia. La vita è priva di senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo... Sono stanco di essere un tipo banale, di dover fare sempre le stesse cose». Queste parole girate al rovescio nascondono un bisogno profondo: «Guardatemi! Aiutatemi a scoprire che sono unico, a capire le mie emozioni e a non subirle, a conoscere il mondo e gli altri, a sperimentare che la (mia) vita ha senso e vale. Toglietemi il cellulare. Liberatemi! Lasciatemi vivere i miei 13 anni. Voglio vivere!». La realtà ci parla attraverso un caso eclatante. Ma questo non è un caso isolato e nemmeno un caso, è la conseguenza di un processo di abuso continuo che avvelena le anime e i corpi dei ragazzi e contro cui non stiamo facendo abbastanza. https://www.corriere.it/alessandro-d-avenia-ultimo-banco/26_marzo_30/che-cosa-aspettate-f446dca0-f52a-4b71-b118-830a462d9xlk_amp.shtml
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    «Io, professore, vi racconto come due decenni di smartphone hanno trasformato i ragazzi. In peggio»
    Nella mia esperienza di insegnante, ho visto con i miei occhi gli effetti che i cellulari e i social hanno avuto sui ragazzi. E' una mutazione antropologica. Bisogna agire ora | Alessandro D'Avenia
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  • “La maggior parte dei farmaci non “cura”.
    Blocca.

    Guarda i nomi:
    bloccanti
    soppressori
    inibitori
    antagonisti

    Il loro scopo è uno solo:
    rallentare o spegnere un processo biologico.

    Ma la domanda vera è un’altra:
    perché il corpo sta facendo proprio quello?

    Infiammazione.
    Pressione alta.
    Ormoni che cambiano.

    Non succede a caso.
    È una risposta.

    E spesso dietro ci sono:
    stress, carenze, tossine, infezioni, squilibri.

    La medicina interviene così:
    se qualcosa è alto → abbassalo
    se è infiammato → sopprimilo
    se perde → tappalo

    A volte serve.
    Ma spesso è solo una tregua.

    È come chiedere un prestito al corpo.

    Per un po’ funziona.
    Poi il conto arriva.

    Perché il corpo non è rotto.
    Sta reagendo.

    La vera domanda è:
    lo stai ascoltando?”
    “La maggior parte dei farmaci non “cura”. Blocca. Guarda i nomi: bloccanti soppressori inibitori antagonisti Il loro scopo è uno solo: rallentare o spegnere un processo biologico. Ma la domanda vera è un’altra: perché il corpo sta facendo proprio quello? Infiammazione. Pressione alta. Ormoni che cambiano. Non succede a caso. È una risposta. E spesso dietro ci sono: stress, carenze, tossine, infezioni, squilibri. La medicina interviene così: se qualcosa è alto → abbassalo se è infiammato → sopprimilo se perde → tappalo A volte serve. Ma spesso è solo una tregua. È come chiedere un prestito al corpo. Per un po’ funziona. Poi il conto arriva. Perché il corpo non è rotto. Sta reagendo. La vera domanda è: lo stai ascoltando?”
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  • STESSO COPIONE. NULLA CAMBIA!
    L'ex tesoriere della Lega condannato per peculato ora siede alla Camera
    Alberto Di Rubba, condannato in via definitiva per peculato, è stato eletto deputato nel collegio di Rovigo lasciato da Stefani
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/24/di-rubba-lega-peculato-camera-news/8335162/
    STESSO COPIONE. NULLA CAMBIA! L'ex tesoriere della Lega condannato per peculato ora siede alla Camera Alberto Di Rubba, condannato in via definitiva per peculato, è stato eletto deputato nel collegio di Rovigo lasciato da Stefani https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/24/di-rubba-lega-peculato-camera-news/8335162/
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    L'ex tesoriere della Lega condannato per peculato ora siede alla Camera
    Alberto Di Rubba, condannato in via definitiva per peculato, è stato eletto deputato nel collegio di Rovigo lasciato da Stefani
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