• ULTIMA ORA: Il Segretario Marco Rubio ha appena detto in faccia all'Europa che siamo vincolati dalla FEDE CRISTIANA e dobbiamo combattere il culto del clima e le migrazioni di massa

    Basato su Marco! Questo è ciò per cui ho votato!

    “Siamo legati da secoli di storia comune, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza.”

    “Nella ricerca di un mondo senza confini, abbiamo aperto le porte a un'ondata senza precedenti di migrazione di massa che minaccia la coesione delle nostre società, la continuità della nostra cultura e il futuro del nostro popolo”.

    “Per placare il culto del clima, ci siamo imposti politiche energetiche che stanno impoverendo la nostra gente.”

    "Abbiamo commesso questi errori insieme. E ora, insieme, abbiamo il dovere nei confronti del nostro popolo di affrontare la realtà e di andare avanti per ricostruire".

    “Ecco perché il presidente Trump chiede serietà e reciprocità ai nostri amici qui in Europa”.

    “Siamo connessi spiritualmente e culturalmente… sappiamo che il destino dell’Europa non sarà mai irrilevante per il nostro.”



    Source: https://x.com/ericldaugh/status/2022641269915226463?s=46

    Danilo Hardy
    ULTIMA ORA: Il Segretario Marco Rubio ha appena detto in faccia all'Europa che siamo vincolati dalla FEDE CRISTIANA e dobbiamo combattere il culto del clima e le migrazioni di massa Basato su Marco! Questo è ciò per cui ho votato! 🔥 “Siamo legati da secoli di storia comune, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza.” “Nella ricerca di un mondo senza confini, abbiamo aperto le porte a un'ondata senza precedenti di migrazione di massa che minaccia la coesione delle nostre società, la continuità della nostra cultura e il futuro del nostro popolo”. “Per placare il culto del clima, ci siamo imposti politiche energetiche che stanno impoverendo la nostra gente.” "Abbiamo commesso questi errori insieme. E ora, insieme, abbiamo il dovere nei confronti del nostro popolo di affrontare la realtà e di andare avanti per ricostruire". “Ecco perché il presidente Trump chiede serietà e reciprocità ai nostri amici qui in Europa”. “Siamo connessi spiritualmente e culturalmente… sappiamo che il destino dell’Europa non sarà mai irrilevante per il nostro.” 🔥🔥🔥 Source: https://x.com/ericldaugh/status/2022641269915226463?s=46 Danilo Hardy
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  • NON È CHIARO QUANTO OPENAI ABBIA SBORSATO per PORTARE NEL SUO TEAM IL CREATORE di OPENCLAW
    OpenAI assume Peter Steinberger, sviluppatore di OpenClaw
    Peter Steinberger, creatore del popolare programma open source di intelligenza artificiale OpenClaw, entrerà a far parte di OpenAI Inc. per contribuire a rafforzare l’offerta di prodotti della società che sviluppa ChatGPT
    https://www.ilsole24ore.com/art/openai-assume-peter-steinberger-sviluppatore-openclaw-AIrYdmRB
    NON È CHIARO QUANTO OPENAI ABBIA SBORSATO per PORTARE NEL SUO TEAM IL CREATORE di OPENCLAW OpenAI assume Peter Steinberger, sviluppatore di OpenClaw Peter Steinberger, creatore del popolare programma open source di intelligenza artificiale OpenClaw, entrerà a far parte di OpenAI Inc. per contribuire a rafforzare l’offerta di prodotti della società che sviluppa ChatGPT https://www.ilsole24ore.com/art/openai-assume-peter-steinberger-sviluppatore-openclaw-AIrYdmRB
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    OpenAI assume Peter Steinberger, sviluppatore di OpenClaw
    Peter Steinberger, creatore del popolare programma open source di intelligenza artificiale OpenClaw, entrerà a far parte di OpenAI Inc. per contribuire a rafforzare l’offerta di prodotti della società che sviluppa ChatGPT
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  • DEI BUONI SEGNALI dagli STATI UNITI. SPERIAMO che IL VENTO CAMBI per un po' di ANNI.
    La società Moderna ha annunciato che la FDA ha respinto la richiesta di approvazione di un nuovo vaccino mRNA contro l'influenza.

    L'Autorità per il controllo degli alimenti e dei farmaci (FDA) statunitense ha rifiutato di valutare la richiesta di Moderna per l'approvazione di un nuovo vaccino contro l'influenza, prodotto utilizzando la tecnologia mRNA, che ha vinto il premio Nobel, ha annunciato la società martedì.

    Questa notizia è l'ultimo segnale di un controllo rafforzato dei vaccini da parte della FDA sotto la guida del Ministro della Salute Robert F. Kennedy Jr., in particolare di quelli basati sulla tecnologia mRNA, che ha criticato sia prima che dopo la sua nomina a capo dell'ufficio sanitario nazionale.

    https://www.cbsnews.com/news/moderna-says-fda-refuses-its-application-for-new-mrna-flu-vaccine/?ftag=CNM-00-10aab7e&linkId=905018483
    DEI BUONI SEGNALI dagli STATI UNITI. SPERIAMO che IL VENTO CAMBI per un po' di ANNI. La società Moderna ha annunciato che la FDA ha respinto la richiesta di approvazione di un nuovo vaccino mRNA contro l'influenza. L'Autorità per il controllo degli alimenti e dei farmaci (FDA) statunitense ha rifiutato di valutare la richiesta di Moderna per l'approvazione di un nuovo vaccino contro l'influenza, prodotto utilizzando la tecnologia mRNA, che ha vinto il premio Nobel, ha annunciato la società martedì. Questa notizia è l'ultimo segnale di un controllo rafforzato dei vaccini da parte della FDA sotto la guida del Ministro della Salute Robert F. Kennedy Jr., in particolare di quelli basati sulla tecnologia mRNA, che ha criticato sia prima che dopo la sua nomina a capo dell'ufficio sanitario nazionale. https://www.cbsnews.com/news/moderna-says-fda-refuses-its-application-for-new-mrna-flu-vaccine/?ftag=CNM-00-10aab7e&linkId=905018483
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    FDA refuses Moderna's application for new mRNA flu vaccine
    The Food and Drug Administration is refusing to consider Moderna's application for a new flu vaccine made with mRNA technology, the company said.
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  • Anthropic, l’AI capace di svolgere consulenza finanziaria mette in crisi il settore. Ecco perché | MilanoFinanza News
    Dopo le società di software-as-a-service (Sas) ora sono i consulenti finanziari a tremare di fronte a Claude Opus 4.6. E mentre i concorrenti rincorrono, il fondatore Dario Amodei ingaggia una filosofa per insegnare al suo modello AI i principi della
    https://www.milanofinanza.it/news/anthropic-l-ai-capace-di-svolgere-consulenza-finanziaria-mette-in-crisi-il-settore-ecco-perche-202602111348437911
    Anthropic, l’AI capace di svolgere consulenza finanziaria mette in crisi il settore. Ecco perché | MilanoFinanza News Dopo le società di software-as-a-service (Sas) ora sono i consulenti finanziari a tremare di fronte a Claude Opus 4.6. E mentre i concorrenti rincorrono, il fondatore Dario Amodei ingaggia una filosofa per insegnare al suo modello AI i principi della https://www.milanofinanza.it/news/anthropic-l-ai-capace-di-svolgere-consulenza-finanziaria-mette-in-crisi-il-settore-ecco-perche-202602111348437911
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    Anthropic, l’AI capace di svolgere consulenza finanziaria mette in crisi il settore. Ecco perché | MilanoFinanza News
    Dopo le società di software-as-a-service (Sas) ora sono i consulenti finanziari a tremare di fronte a Claude Opus 4.6. E mentre i concorrenti rincorrono, il fondatore Dario Amodei ingaggia una filosofa per insegnare al suo modello AI i principi della morale e dotarlo di intelligenza emotiva
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  • ECCO COME LA VON der LEYEN ha DISTRUTTO L'ECONOMIA EUROPEA!
    Von der Leyen s'offre alle lobby dell'industria: "Porterò le vostre priorità ai leader Ue"
    La società civile: si è fatta dettare una "roadmap ombra" a scapito di garanzie democratiche e ambientali
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/11/von-der-leyen-a-rapporto-dai-big-dellindustria-ue-che-hanno-scritto-la-sua-agenda-per-la-competitivita-portero-ai-leader-le-vostre-priorita/8288032/
    ECCO COME LA VON der LEYEN ha DISTRUTTO L'ECONOMIA EUROPEA! Von der Leyen s'offre alle lobby dell'industria: "Porterò le vostre priorità ai leader Ue" La società civile: si è fatta dettare una "roadmap ombra" a scapito di garanzie democratiche e ambientali https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/11/von-der-leyen-a-rapporto-dai-big-dellindustria-ue-che-hanno-scritto-la-sua-agenda-per-la-competitivita-portero-ai-leader-le-vostre-priorita/8288032/
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  • La storia della premio Nobel Narges Mohammadi, simbolo della resistenza al regime, condannata ad altri sette anni di carcere in Iran
    L'attivista per i diritti delle donne e ingegnera è stata condannata da un tribunale iraniano ad altri anni di carcere e un divieto di espatrio di due anni.

    La premio Nobel Narges Mohammadi è stata condannata ad altri sette anni di carcere in Iran. Un accanimento quello del regime iraniano che palesa, in caso ce ne fosse bisogno, la forza e la determinazione dell'ingegnera Narges Mohammadi che oggi ha 53 anni, è una delle voci più autorevoli della società iraniana, simbolo della resistenza femminile al regime. Paga per essersi battuta da sempre a favore dei diritti delle donne e contro l'oppressione del suo Paese, l'Iran, o meglio la Repubblica Islamica. Per il regime si tratta di «propaganda» ed ecco la nuova condanna: il reato contestatole, come ha spiegato all'Afp, il suo avvocato Mostafa Nili è di «associazione e collusione per commettere e reati», una sorta di accusa di cospirazione. È previsto anche un divieto di espatrio di due anni.

    «Sono devastato, è una notizia terribile. Grazie di cuore, non smettete di parlare di lei. Il regime deve rilasciare tutti i prigionieri politici», ha detto al Corriere della Sera, il figlio Ali Rahmani che vive a Parigi. Questa condanna si unisce alle precedenti facendo diventare più di 17 gli anni di carcere a cui la premio Nobel è stata condannata, con 154 frustate. Nell'ultimo anno, da dicembre 2024 a dicembre 2025 era stata scarcerata per motivi di salute e messai ai domiciliari ma il 12 dicembre scorso è stata arrestata nuovamente durante le proteste e da quel momento è stata messa in isolamento. Solo dopo 59 giorni, riferisce il Corriere della Sera tramite la Fondazione della Premio Nobel, ha potuto parlare con il suo avvocato. Successivamente, Mohammadi ha iniziato uno sciopero della fame che pochi giorni dopo ha interrotto a causa delle sue condizioni di salute precarie.
    La giornalista Masih Alinejad che ha affrontato il rappresentante di Teheran all'Onu: «Il regime ha già emesso una condanna a morte nei miei confronti. Questo non m'impedisce di dire la verità: la Repubblica islamica è alla fine»

    L'attivista e dissidente iraniana-americana ha lanciato un duro un attacco al rappresentante dell’Iran durante una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L'intervista
    Masih Alineajd durante il suo intervento all'Onu

    Nel 2023, mentre si trovava in carcere, le è stato conferito il premio Nobel per la Pace, «per la sua battaglia contro l'oppressione delle donne in Iran e per promuovere diritti umani e libertà per tutti». A ritirare il premio e a leggere il discorso di ringraziamento scritto dalla madre sono stati i figli gemelli, Kiana e Ali, di 17 anni, che vivono in esilio a Parigi con il padre. Un riconoscimento che non le è valso nessuna tutela giudiziaria. Secondo le organizzazioni internazionali, quest'ultima condanna s'inserisce in una strategia più ampia d'intimidazione contro le figure simbolo del dissenso interno. Dal carcere ha continuato a far arrivare all'esterno lettere e messaggi in cui denunciava la violenza sistematica contro le donne e i manifestanti, pagando tutto questo con l'isolamento, il diniego di cure mediche e la separazione forzata dalla sua famiglia e dai suoi figli.

    In un'intervista al Il Manifesto ha sottolineato: «L’uccisione dei manifestanti e dei dissidenti politici per le strade è altrettanto terribile e sconvolgente dell’omicidio di civili innocenti sotto bombe e missili. Il regime della Repubblica islamica è aggressivo, ostile ai diritti fondamentali del popolo iraniano e non rispetta nemmeno le sue leggi. Morire per mano di forze occupanti è guerra, mentre morire per mano di un regime oppressivo e autoritario che governa da 45 anni cos’è? Come donna che vede e subisce l’apartheid sessuale nel proprio paese penso che finché questo apartheid esisterà la pace duratura sarà impossibile. Allo stesso modo, in assenza dei diritti fondamentali delle donne in Medio Oriente, e in presenza di dominio, discriminazione e repressione, la democrazia, la libertà e l’uguaglianza nel mondo sono prive di significato. Sono come ferite infette e nauseanti sulla coscienza dell’umanità».

    https://www.vanityfair.it/article/la-storia-della-premio-nobel-narges-mohammadi-condannata-ad-altri-sette-anni-di-carcere-in-iran?utm_source=firefox-newtab-it-it
    La storia della premio Nobel Narges Mohammadi, simbolo della resistenza al regime, condannata ad altri sette anni di carcere in Iran L'attivista per i diritti delle donne e ingegnera è stata condannata da un tribunale iraniano ad altri anni di carcere e un divieto di espatrio di due anni. La premio Nobel Narges Mohammadi è stata condannata ad altri sette anni di carcere in Iran. Un accanimento quello del regime iraniano che palesa, in caso ce ne fosse bisogno, la forza e la determinazione dell'ingegnera Narges Mohammadi che oggi ha 53 anni, è una delle voci più autorevoli della società iraniana, simbolo della resistenza femminile al regime. Paga per essersi battuta da sempre a favore dei diritti delle donne e contro l'oppressione del suo Paese, l'Iran, o meglio la Repubblica Islamica. Per il regime si tratta di «propaganda» ed ecco la nuova condanna: il reato contestatole, come ha spiegato all'Afp, il suo avvocato Mostafa Nili è di «associazione e collusione per commettere e reati», una sorta di accusa di cospirazione. È previsto anche un divieto di espatrio di due anni. «Sono devastato, è una notizia terribile. Grazie di cuore, non smettete di parlare di lei. Il regime deve rilasciare tutti i prigionieri politici», ha detto al Corriere della Sera, il figlio Ali Rahmani che vive a Parigi. Questa condanna si unisce alle precedenti facendo diventare più di 17 gli anni di carcere a cui la premio Nobel è stata condannata, con 154 frustate. Nell'ultimo anno, da dicembre 2024 a dicembre 2025 era stata scarcerata per motivi di salute e messai ai domiciliari ma il 12 dicembre scorso è stata arrestata nuovamente durante le proteste e da quel momento è stata messa in isolamento. Solo dopo 59 giorni, riferisce il Corriere della Sera tramite la Fondazione della Premio Nobel, ha potuto parlare con il suo avvocato. Successivamente, Mohammadi ha iniziato uno sciopero della fame che pochi giorni dopo ha interrotto a causa delle sue condizioni di salute precarie. La giornalista Masih Alinejad che ha affrontato il rappresentante di Teheran all'Onu: «Il regime ha già emesso una condanna a morte nei miei confronti. Questo non m'impedisce di dire la verità: la Repubblica islamica è alla fine» L'attivista e dissidente iraniana-americana ha lanciato un duro un attacco al rappresentante dell’Iran durante una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L'intervista Masih Alineajd durante il suo intervento all'Onu Nel 2023, mentre si trovava in carcere, le è stato conferito il premio Nobel per la Pace, «per la sua battaglia contro l'oppressione delle donne in Iran e per promuovere diritti umani e libertà per tutti». A ritirare il premio e a leggere il discorso di ringraziamento scritto dalla madre sono stati i figli gemelli, Kiana e Ali, di 17 anni, che vivono in esilio a Parigi con il padre. Un riconoscimento che non le è valso nessuna tutela giudiziaria. Secondo le organizzazioni internazionali, quest'ultima condanna s'inserisce in una strategia più ampia d'intimidazione contro le figure simbolo del dissenso interno. Dal carcere ha continuato a far arrivare all'esterno lettere e messaggi in cui denunciava la violenza sistematica contro le donne e i manifestanti, pagando tutto questo con l'isolamento, il diniego di cure mediche e la separazione forzata dalla sua famiglia e dai suoi figli. In un'intervista al Il Manifesto ha sottolineato: «L’uccisione dei manifestanti e dei dissidenti politici per le strade è altrettanto terribile e sconvolgente dell’omicidio di civili innocenti sotto bombe e missili. Il regime della Repubblica islamica è aggressivo, ostile ai diritti fondamentali del popolo iraniano e non rispetta nemmeno le sue leggi. Morire per mano di forze occupanti è guerra, mentre morire per mano di un regime oppressivo e autoritario che governa da 45 anni cos’è? Come donna che vede e subisce l’apartheid sessuale nel proprio paese penso che finché questo apartheid esisterà la pace duratura sarà impossibile. Allo stesso modo, in assenza dei diritti fondamentali delle donne in Medio Oriente, e in presenza di dominio, discriminazione e repressione, la democrazia, la libertà e l’uguaglianza nel mondo sono prive di significato. Sono come ferite infette e nauseanti sulla coscienza dell’umanità». https://www.vanityfair.it/article/la-storia-della-premio-nobel-narges-mohammadi-condannata-ad-altri-sette-anni-di-carcere-in-iran?utm_source=firefox-newtab-it-it
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    La storia della premio Nobel Narges Mohammadi, simbolo della resistenza al regime, condannata ad altri sette anni di carcere in Iran
    L'attivista per i diritti delle donne e ingegnera è stata condannata da un tribunale iraniano ad altri anni di carcere e un divieto di espatrio di due anni
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  • SOTTOSCRIVIAMO quanto VIENE detto in QUESTO ARTICOLO!
    Blog | Il divieto dei social non illuda gli adulti: non risolve il problema e può diventare un boomerang - Il Fatto Quotidiano
    "Educare i ragazzi non è sorvegliare". L'intervento del professor Tolomelli

    Parlare del divieto ai social per i minori di sedici anni, come quello annunciato dal governo Sánchez in Spagna, e discutere in generale di misure simili che molte nazioni stanno valutando, non è semplice per chi si occupa di educazione. Da un lato, è legittimo e perfino doveroso che la società degli adulti ponga limiti ai cittadini in età di sviluppo: fa parte della responsabilità collettiva definire dei perimetri al libero arbitrio e alla scelta, quando queste cornici proteggono il benessere e lo sviluppo. Dall’altro lato, chi fa educazione non ha tra le sue prerogative quella di legittimare o contrastare direttamente i divieti: facciamo un altro mestiere, giochiamo su un altro campo.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/07/divieto-social-minori-educazione-digitale-oggi/8282161/
    SOTTOSCRIVIAMO quanto VIENE detto in QUESTO ARTICOLO! Blog | Il divieto dei social non illuda gli adulti: non risolve il problema e può diventare un boomerang - Il Fatto Quotidiano "Educare i ragazzi non è sorvegliare". L'intervento del professor Tolomelli Parlare del divieto ai social per i minori di sedici anni, come quello annunciato dal governo Sánchez in Spagna, e discutere in generale di misure simili che molte nazioni stanno valutando, non è semplice per chi si occupa di educazione. Da un lato, è legittimo e perfino doveroso che la società degli adulti ponga limiti ai cittadini in età di sviluppo: fa parte della responsabilità collettiva definire dei perimetri al libero arbitrio e alla scelta, quando queste cornici proteggono il benessere e lo sviluppo. Dall’altro lato, chi fa educazione non ha tra le sue prerogative quella di legittimare o contrastare direttamente i divieti: facciamo un altro mestiere, giochiamo su un altro campo. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/07/divieto-social-minori-educazione-digitale-oggi/8282161/
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  • Ma allora è veramente un filantropo! Pensate, queste donne RUSSE l’hanno contagiato, perché la colpa in fin dei conti è sempre dei russi, e lui ha curato Melinda di nascosto per non farla preoccupare! La tenerezza, le premure e la bontà d’animo di quest’uomo sono commoventi. E stridono con l’impudicizia di chi l’ha contagiato mettendo a repentaglio la salute sua e quella di Melinda! PS il globalismo, in tutte le sue forme, va disarmato e sradicato SUBITO! Avete visto con che soggetti abbiamo a che fare? Altro che NERD tutto casa, famiglia e laboratorio di computer… Per decenni ci hanno venduto, allo scopo di legittimare il modello economico-sociale globalista, un’immagine edulcorata, artefatta e fasulla delle élite che propugnavano tale modello. Un’immagine agiografica che, nella realtà, trova riscontri diametralmente opposti alle narrazioni veicolateci dal circo mediatico. Ora è tutto sotto i nostri occhi, documentato. Tutte le nefandezze stanno emergendo senza lasciare adito a dubbi. Ergo, nessun compromesso con il sistema prodotto da questi personaggi. Dobbiamo costruire società che adottino valori e stili di vita diametralmente opposti a quelli vigenti finora: valori tradizionali, identitari, basati sul rispetto e il riconoscimento della comune umanità. Rispetto e riconoscimento dei corpi e delle anime dei nostri consimili.
    Ma allora è veramente un filantropo! Pensate, queste donne RUSSE l’hanno contagiato, perché la colpa in fin dei conti è sempre dei russi, e lui ha curato Melinda di nascosto per non farla preoccupare! La tenerezza, le premure e la bontà d’animo di quest’uomo sono commoventi. E stridono con l’impudicizia di chi l’ha contagiato mettendo a repentaglio la salute sua e quella di Melinda! PS il globalismo, in tutte le sue forme, va disarmato e sradicato SUBITO! Avete visto con che soggetti abbiamo a che fare? Altro che NERD tutto casa, famiglia e laboratorio di computer… Per decenni ci hanno venduto, allo scopo di legittimare il modello economico-sociale globalista, un’immagine edulcorata, artefatta e fasulla delle élite che propugnavano tale modello. Un’immagine agiografica che, nella realtà, trova riscontri diametralmente opposti alle narrazioni veicolateci dal circo mediatico. Ora è tutto sotto i nostri occhi, documentato. Tutte le nefandezze stanno emergendo senza lasciare adito a dubbi. Ergo, nessun compromesso con il sistema prodotto da questi personaggi. Dobbiamo costruire società che adottino valori e stili di vita diametralmente opposti a quelli vigenti finora: valori tradizionali, identitari, basati sul rispetto e il riconoscimento della comune umanità. Rispetto e riconoscimento dei corpi e delle anime dei nostri consimili.
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  • Non è lo stato ma tutta la società dei garantiti che sta tormentando la famiglia del bosco.
    Omologazione mentale del potere.
    Ci stanno rendendo uguali alla Russia di Stalin o all'America del maccartismo.
    Non è lo stato ma tutta la società dei garantiti che sta tormentando la famiglia del bosco. Omologazione mentale del potere. Ci stanno rendendo uguali alla Russia di Stalin o all'America del maccartismo.
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  • Quando la scuola dimentica l’umano: il volto di un’educazione senza senso. Lettera

    Inviata da Simone Billeci – La scuola che non vorrei non è una caricatura polemica né un bersaglio facile. È piuttosto l’ombra che appare quando la scuola smette di interrogarsi sul proprio senso e si accontenta di funzionare.

    È quella scuola che va avanti per inerzia, che accumula riforme senza visione, che cambia linguaggi ma non logiche, che promette futuro mentre riproduce stanche abitudini del passato. Proprio perché la scuola è uno dei luoghi più decisivi per la formazione della persona, il rischio della sua deriva non è mai neutro: incide sulle biografie, sulle possibilità, sull’idea stessa di umanità che una società coltiva.

    Non vorrei una scuola che riduce l’educazione a prestazione. Una scuola in cui tutto è misurabile, confrontabile, classificabile, e quasi nulla è davvero compreso. Qui il valore di uno studente coincide con un numero, con una media, con un indicatore di rendimento. Il tempo dell’apprendimento è compresso, standardizzato, reso uniforme, come se le intelligenze fossero tutte uguali e le storie personali irrilevanti. Chi non tiene il passo viene etichettato, chi rallenta è un problema da gestire, chi fatica diventa un caso. È una scuola che parla il linguaggio dell’efficienza, ma dimentica quello della crescita, che richiede lentezza, esitazione, talvolta persino smarrimento.

    Non vorrei una scuola che ha paura dell’errore. In questa scuola sbagliare non è una possibilità educativa, ma una colpa; non un passaggio necessario del pensiero, ma una macchia sul percorso. L’errore viene corretto, segnato, penalizzato, raramente compreso. Così gli studenti imparano presto a non rischiare, a non esporsi, a dire ciò che è previsto invece di ciò che è pensato. Nasce un’intelligenza prudente, addestrata all’indovinare più che al capire. Eppure ogni autentico apprendimento nasce da una frattura, da una domanda che non trova subito risposta, da un tentativo fallito che apre nuove strade. Una scuola che non sa stare dentro l’errore educa alla paura, non alla responsabilità.

    Non vorrei una scuola soffocata dalla burocrazia. Una scuola in cui moduli, scadenze, piattaforme, protocolli e griglie occupano lo spazio che dovrebbe appartenere alle relazioni. Qui gli insegnanti sono spesso stanchi prima ancora di entrare in aula, sommersi da adempimenti che li allontanano dal cuore del loro lavoro: incontrare persone, accompagnare processi, prendersi cura del pensiero. Gli studenti diventano pratiche da gestire, i percorsi educativi fascicoli da archiviare. È una scuola che funziona, forse, ma non vive, perché quando la forma divora il senso l’educazione si trasforma in amministrazione.

    Non vorrei una scuola che confonde l’innovazione con l’accumulo di strumenti. Una scuola che introduce tecnologie senza una chiara visione pedagogica, che digitalizza senza interrogarsi sul significato, che crede di essere moderna perché aggiorna le piattaforme ma non ripensa le relazioni. In questa scuola la velocità è un valore in sé, la connessione continua un dogma, mentre l’attenzione, l’ascolto profondo e la concentrazione diventano sempre più rari. Nessuna tecnologia, per quanto avanzata, può sostituire uno sguardo che riconosce, una parola che incoraggia, una presenza che educa. Quando la scuola lo dimentica, perde la sua umanità.

    Non vorrei una scuola che non ascolta. Che non ascolta gli studenti, trattati come destinatari passivi di decisioni prese altrove. Che non ascolta gli insegnanti, spesso delegittimati o lasciati soli di fronte a responsabilità enormi. Che non ascolta le famiglie, viste più come intralci che come alleate. È una scuola verticale, rigida, autoreferenziale, che comunica molto ma dialoga poco. Qui il conflitto è temuto, il dissenso patologizzato, la complessità ridotta a slogan. Eppure senza ascolto non c’è fiducia, senza fiducia non c’è apprendimento, senza apprendimento non c’è futuro.

    Non vorrei, soprattutto, una scuola che ha smarrito la domanda di senso. Perché studiamo? Perché insegniamo? Perché valutiamo? Perché stiamo insieme, ogni giorno, nello stesso spazio? Quando queste domande scompaiono, la scuola continua a esistere ma smette di educare. Trasmette contenuti senza orizzonte, competenze senza direzione, regole senza significato. Prepara a un mondo che cambia più velocemente dei suoi programmi e lo fa spesso senza interrogarsi sul tipo di persone che sta contribuendo a formare. È una scuola che prepara al lavoro ma non alla vita, all’adattamento ma non al giudizio, alla risposta corretta ma non alla domanda giusta.

    Dire “la scuola che non vorrei” non è un esercizio di nostalgia né una lamentazione sterile. È un atto di responsabilità e, in fondo, di speranza. Significa credere che la scuola possa essere altro: un luogo in cui si formano persone e non solo studenti, in cui il pensiero è allenato alla complessità, in cui la fragilità non è un difetto da correggere ma una dimensione da accompagnare. La scuola che non vorrei è il negativo di quella che potremmo costruire se avessimo il coraggio di rimettere al centro il senso, le relazioni e il futuro. Una scuola capace di chiedere non soltanto “quanto vali?”, ma “chi stai diventando?”. E questa, forse, è la domanda più educativa di tutte.

    Source: https://www.orizzontescuola.it/quando-la-scuola-dimentica-lumano-il-volto-di-uneducazione-senza-senso-lettera/
    Quando la scuola dimentica l’umano: il volto di un’educazione senza senso. Lettera Inviata da Simone Billeci – La scuola che non vorrei non è una caricatura polemica né un bersaglio facile. È piuttosto l’ombra che appare quando la scuola smette di interrogarsi sul proprio senso e si accontenta di funzionare. È quella scuola che va avanti per inerzia, che accumula riforme senza visione, che cambia linguaggi ma non logiche, che promette futuro mentre riproduce stanche abitudini del passato. Proprio perché la scuola è uno dei luoghi più decisivi per la formazione della persona, il rischio della sua deriva non è mai neutro: incide sulle biografie, sulle possibilità, sull’idea stessa di umanità che una società coltiva. Non vorrei una scuola che riduce l’educazione a prestazione. Una scuola in cui tutto è misurabile, confrontabile, classificabile, e quasi nulla è davvero compreso. Qui il valore di uno studente coincide con un numero, con una media, con un indicatore di rendimento. Il tempo dell’apprendimento è compresso, standardizzato, reso uniforme, come se le intelligenze fossero tutte uguali e le storie personali irrilevanti. Chi non tiene il passo viene etichettato, chi rallenta è un problema da gestire, chi fatica diventa un caso. È una scuola che parla il linguaggio dell’efficienza, ma dimentica quello della crescita, che richiede lentezza, esitazione, talvolta persino smarrimento. Non vorrei una scuola che ha paura dell’errore. In questa scuola sbagliare non è una possibilità educativa, ma una colpa; non un passaggio necessario del pensiero, ma una macchia sul percorso. L’errore viene corretto, segnato, penalizzato, raramente compreso. Così gli studenti imparano presto a non rischiare, a non esporsi, a dire ciò che è previsto invece di ciò che è pensato. Nasce un’intelligenza prudente, addestrata all’indovinare più che al capire. Eppure ogni autentico apprendimento nasce da una frattura, da una domanda che non trova subito risposta, da un tentativo fallito che apre nuove strade. Una scuola che non sa stare dentro l’errore educa alla paura, non alla responsabilità. Non vorrei una scuola soffocata dalla burocrazia. Una scuola in cui moduli, scadenze, piattaforme, protocolli e griglie occupano lo spazio che dovrebbe appartenere alle relazioni. Qui gli insegnanti sono spesso stanchi prima ancora di entrare in aula, sommersi da adempimenti che li allontanano dal cuore del loro lavoro: incontrare persone, accompagnare processi, prendersi cura del pensiero. Gli studenti diventano pratiche da gestire, i percorsi educativi fascicoli da archiviare. È una scuola che funziona, forse, ma non vive, perché quando la forma divora il senso l’educazione si trasforma in amministrazione. Non vorrei una scuola che confonde l’innovazione con l’accumulo di strumenti. Una scuola che introduce tecnologie senza una chiara visione pedagogica, che digitalizza senza interrogarsi sul significato, che crede di essere moderna perché aggiorna le piattaforme ma non ripensa le relazioni. In questa scuola la velocità è un valore in sé, la connessione continua un dogma, mentre l’attenzione, l’ascolto profondo e la concentrazione diventano sempre più rari. Nessuna tecnologia, per quanto avanzata, può sostituire uno sguardo che riconosce, una parola che incoraggia, una presenza che educa. Quando la scuola lo dimentica, perde la sua umanità. Non vorrei una scuola che non ascolta. Che non ascolta gli studenti, trattati come destinatari passivi di decisioni prese altrove. Che non ascolta gli insegnanti, spesso delegittimati o lasciati soli di fronte a responsabilità enormi. Che non ascolta le famiglie, viste più come intralci che come alleate. È una scuola verticale, rigida, autoreferenziale, che comunica molto ma dialoga poco. Qui il conflitto è temuto, il dissenso patologizzato, la complessità ridotta a slogan. Eppure senza ascolto non c’è fiducia, senza fiducia non c’è apprendimento, senza apprendimento non c’è futuro. Non vorrei, soprattutto, una scuola che ha smarrito la domanda di senso. Perché studiamo? Perché insegniamo? Perché valutiamo? Perché stiamo insieme, ogni giorno, nello stesso spazio? Quando queste domande scompaiono, la scuola continua a esistere ma smette di educare. Trasmette contenuti senza orizzonte, competenze senza direzione, regole senza significato. Prepara a un mondo che cambia più velocemente dei suoi programmi e lo fa spesso senza interrogarsi sul tipo di persone che sta contribuendo a formare. È una scuola che prepara al lavoro ma non alla vita, all’adattamento ma non al giudizio, alla risposta corretta ma non alla domanda giusta. Dire “la scuola che non vorrei” non è un esercizio di nostalgia né una lamentazione sterile. È un atto di responsabilità e, in fondo, di speranza. Significa credere che la scuola possa essere altro: un luogo in cui si formano persone e non solo studenti, in cui il pensiero è allenato alla complessità, in cui la fragilità non è un difetto da correggere ma una dimensione da accompagnare. La scuola che non vorrei è il negativo di quella che potremmo costruire se avessimo il coraggio di rimettere al centro il senso, le relazioni e il futuro. Una scuola capace di chiedere non soltanto “quanto vali?”, ma “chi stai diventando?”. E questa, forse, è la domanda più educativa di tutte. Source: https://www.orizzontescuola.it/quando-la-scuola-dimentica-lumano-il-volto-di-uneducazione-senza-senso-lettera/
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