• Insediamento israeliani in Italia - La nuova Terra Promessa

    Una riflessione geopolitica sulla Sovranità Territoriale dei nuovi coloni israeliani al nord ed al sud dell’Italia

    di Piero De Ruvo

    In regioni italiane di grande pregio ma soggette a fenomeni di spopolamento, come la Puglia e il Piemonte, si sta assistendo alla nascita di nuovi modelli di insediamento straniero che sollevano interrogativi sulla gestione del territorio e sulla sovranità nazionale. Non si tratta di semplici flussi migratori o turistici, ma di progetti immobiliari mirati alla creazione di comunità autosufficienti e autonome, spesso descritte dagli stessi promotori come vere e proprie “colonie”.

    In Piemonte, il caso più emblematico è rappresentato dal progetto “Bayit” — termine che in ebraico significa “casa” — sviluppato in Valsesia, in provincia di Vercelli. Il nome sarebbe stato successivamente adattato in “Baita”, probabilmente per renderlo meno riconoscibile e più integrato nel contesto locale. Avviato nel 2024, il progetto avrebbe già favorito il trasferimento di oltre 80 famiglie israeliane, composte principalmente da manager, diplomatici e professionisti, che hanno acquistato abitazioni indipendenti con ampi terreni, spesso situate in aree isolate rispetto ad altre proprietà.

    I comuni maggiormente interessati da questi nuovi insediamenti sarebbero Borgosesia, Varallo, Cravagliana e Scopello. Se da una parte le amministrazioni locali guardano con interesse all’arrivo di nuovi investimenti e all’introito fiscale portato dal popolamento, dall’altra iniziano ad emergere timori legati alla possibile formazione di una comunità chiusa e fortemente autonoma.

    Il progetto prevederebbe infatti la creazione di un vero e proprio villaggio dedicato ai “nomadi digitali”, l’insegnamento della lingua ebraica e l’arrivo di medici israeliani per sopperire alla carenza di personale negli ospedali locali, oltre a ingegneri, farmacisti e altri professionisti, delineando progressivamente una struttura sociale parallela rispetto al tessuto territoriale esistente.

    Simmetricamente, in Puglia, l’imprenditrice Orit Lev Marom ha lanciato attraverso la società Coral 37 il progetto “Israeli Colony in Salento”. Questa iniziativa punta alla creazione di una comunità agricola e turistica autosufficiente dove le famiglie israeliane possano stabilirsi, coltivare il proprio cibo e usufruire di strutture educative e sanitarie condivise.

    L’operazione si concentra sull’acquisto di grandi appezzamenti di terreno, sfruttando prezzi competitivi in una zona colpita da crisi come quella della Xylella, per instaurare un nucleo abitativo autonomo. Queste operazioni, pur muovendosi in un alveo di piena legalità, ricalcano per logica e modalità un modello di colonizzazione e controllo territoriale già attuato in Cisgiordania.

    In quel contesto, l’acquisizione di terre e la creazione di enclave autosufficienti sono state utilizzate come strumenti per modificare la demografia e ottenere il controllo di risorse strategiche. Il timore, espresso da diversi residenti, è che la nascita di queste enclave straniere in Italia possa portare a una minaccia per la sovranità nazionale attraverso l’autosegregazione sociale e scolastica, creando ed incentivando sistemi educativi propri e servizi indipendenti.

    Si può rischiare di sottrarre porzioni di territorio alla vita pubblica nazionale, scivolando verso una forma di “sovranità silenziosa” che erode il controllo dello Stato sulle proprie terre. L’esperienza di altri paesi mediterranei, come Cipro, dove l’aumento massiccio di insediamenti israeliani ha generato timori per la sovranità e la creazione di “backyards” (cortili di casa) stranieri, funge da monito, ed è quindi fondamentale che le istituzioni italiane inizino a monitorare con estrema attenzione questi investimenti e la natura di questi progetti comunitari.

    Il vero nodo della questione non è l’origine dei nuovi residenti, ma la capacità dell’Italia di difendere la propria sovranità territoriale, sociale e culturale. Quando intere comunità si organizzano in modo autonomo, con servizi, scuole e reti interne separate dal tessuto locale, cresce il rischio di creare enclave sempre meno integrate nella vita nazionale.

    In un Paese segnato da spopolamento e crisi economica, il timore è che vaste aree possano finire sotto un controllo di fatto esterno, erodendo lentamente la sovranità dello Stato.

    Per questo le istituzioni dovrebbero monitorare con attenzione questi fenomeni, garantendo integrazione, trasparenza e tutela dell’interesse nazionale, prima che trasformazioni irreversibili cambino il volto sociale, demografico e territoriale dell’Italia.
    Insediamento israeliani in Italia - La nuova Terra Promessa Una riflessione geopolitica sulla Sovranità Territoriale dei nuovi coloni israeliani al nord ed al sud dell’Italia di Piero De Ruvo In regioni italiane di grande pregio ma soggette a fenomeni di spopolamento, come la Puglia e il Piemonte, si sta assistendo alla nascita di nuovi modelli di insediamento straniero che sollevano interrogativi sulla gestione del territorio e sulla sovranità nazionale. Non si tratta di semplici flussi migratori o turistici, ma di progetti immobiliari mirati alla creazione di comunità autosufficienti e autonome, spesso descritte dagli stessi promotori come vere e proprie “colonie”. In Piemonte, il caso più emblematico è rappresentato dal progetto “Bayit” — termine che in ebraico significa “casa” — sviluppato in Valsesia, in provincia di Vercelli. Il nome sarebbe stato successivamente adattato in “Baita”, probabilmente per renderlo meno riconoscibile e più integrato nel contesto locale. Avviato nel 2024, il progetto avrebbe già favorito il trasferimento di oltre 80 famiglie israeliane, composte principalmente da manager, diplomatici e professionisti, che hanno acquistato abitazioni indipendenti con ampi terreni, spesso situate in aree isolate rispetto ad altre proprietà. I comuni maggiormente interessati da questi nuovi insediamenti sarebbero Borgosesia, Varallo, Cravagliana e Scopello. Se da una parte le amministrazioni locali guardano con interesse all’arrivo di nuovi investimenti e all’introito fiscale portato dal popolamento, dall’altra iniziano ad emergere timori legati alla possibile formazione di una comunità chiusa e fortemente autonoma. Il progetto prevederebbe infatti la creazione di un vero e proprio villaggio dedicato ai “nomadi digitali”, l’insegnamento della lingua ebraica e l’arrivo di medici israeliani per sopperire alla carenza di personale negli ospedali locali, oltre a ingegneri, farmacisti e altri professionisti, delineando progressivamente una struttura sociale parallela rispetto al tessuto territoriale esistente. Simmetricamente, in Puglia, l’imprenditrice Orit Lev Marom ha lanciato attraverso la società Coral 37 il progetto “Israeli Colony in Salento”. Questa iniziativa punta alla creazione di una comunità agricola e turistica autosufficiente dove le famiglie israeliane possano stabilirsi, coltivare il proprio cibo e usufruire di strutture educative e sanitarie condivise. L’operazione si concentra sull’acquisto di grandi appezzamenti di terreno, sfruttando prezzi competitivi in una zona colpita da crisi come quella della Xylella, per instaurare un nucleo abitativo autonomo. Queste operazioni, pur muovendosi in un alveo di piena legalità, ricalcano per logica e modalità un modello di colonizzazione e controllo territoriale già attuato in Cisgiordania. In quel contesto, l’acquisizione di terre e la creazione di enclave autosufficienti sono state utilizzate come strumenti per modificare la demografia e ottenere il controllo di risorse strategiche. Il timore, espresso da diversi residenti, è che la nascita di queste enclave straniere in Italia possa portare a una minaccia per la sovranità nazionale attraverso l’autosegregazione sociale e scolastica, creando ed incentivando sistemi educativi propri e servizi indipendenti. Si può rischiare di sottrarre porzioni di territorio alla vita pubblica nazionale, scivolando verso una forma di “sovranità silenziosa” che erode il controllo dello Stato sulle proprie terre. L’esperienza di altri paesi mediterranei, come Cipro, dove l’aumento massiccio di insediamenti israeliani ha generato timori per la sovranità e la creazione di “backyards” (cortili di casa) stranieri, funge da monito, ed è quindi fondamentale che le istituzioni italiane inizino a monitorare con estrema attenzione questi investimenti e la natura di questi progetti comunitari. Il vero nodo della questione non è l’origine dei nuovi residenti, ma la capacità dell’Italia di difendere la propria sovranità territoriale, sociale e culturale. Quando intere comunità si organizzano in modo autonomo, con servizi, scuole e reti interne separate dal tessuto locale, cresce il rischio di creare enclave sempre meno integrate nella vita nazionale. In un Paese segnato da spopolamento e crisi economica, il timore è che vaste aree possano finire sotto un controllo di fatto esterno, erodendo lentamente la sovranità dello Stato. Per questo le istituzioni dovrebbero monitorare con attenzione questi fenomeni, garantendo integrazione, trasparenza e tutela dell’interesse nazionale, prima che trasformazioni irreversibili cambino il volto sociale, demografico e territoriale dell’Italia.
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  • I RISPARMI DEGLI ITALIANI FANNO GOLA A BLACKROCK

    Oggi Federico Fubini ha intervistato per il Corriere della Sera Larry Fink, guarda di caso di passaggio per l'Italia, dove è sempre più presente. Il tono del colloquio è fantastico. il ceo di BlackRock viene presentato come un oracolo a cui sono rivolte domande come ad un vero padrone del mondo. Altrettanto fantastiche sono le risposte di Fink che possono sintetizzarsi molto facilmente: gli italiani hanno duemila miliardi di risparmi di euro che non vengono "valorizzati" e dunque devono essere messi al sicuro nelle mani di BlackRock dove dovranno restare, senza ripensamenti, per anni e anni perché nel lungo periodo il mondo sarà bellissimo: l'Iran tornerà in Occidente con il petrolio a 40 dollari, l'Intelligenza Artificiale risolverà tutti i problemi, gli Stati Uniti forniranno energia, la globalizzazione non cesserà ma si combinerà con una maggiore autosufficienza dei singoli paesi, Cina e Giappone, in particolare, saranno ancora saldamente nel pianeta capitalistico. Insomma una bella favola per aggiungere altri 2000 miliardi - quelli degli italiani - ai 14 mila che BlackRock già controlla. Tutti tranquilli, lo garantisce Mr.Fink, perché nel lungo periodo non esistono problemi e certamente BlackRock ci sarà. Intanto affidiamogli il nostro portafoglio senza farci distrarre troppo dalla nostra povertà.

    Alessandro Volpi

    Per ricevere tutti gli aggiornamenti segui Giorgio Bianchi Photojournalist
    I RISPARMI DEGLI ITALIANI FANNO GOLA A BLACKROCK Oggi Federico Fubini ha intervistato per il Corriere della Sera Larry Fink, guarda di caso di passaggio per l'Italia, dove è sempre più presente. Il tono del colloquio è fantastico. il ceo di BlackRock viene presentato come un oracolo a cui sono rivolte domande come ad un vero padrone del mondo. Altrettanto fantastiche sono le risposte di Fink che possono sintetizzarsi molto facilmente: gli italiani hanno duemila miliardi di risparmi di euro che non vengono "valorizzati" e dunque devono essere messi al sicuro nelle mani di BlackRock dove dovranno restare, senza ripensamenti, per anni e anni perché nel lungo periodo il mondo sarà bellissimo: l'Iran tornerà in Occidente con il petrolio a 40 dollari, l'Intelligenza Artificiale risolverà tutti i problemi, gli Stati Uniti forniranno energia, la globalizzazione non cesserà ma si combinerà con una maggiore autosufficienza dei singoli paesi, Cina e Giappone, in particolare, saranno ancora saldamente nel pianeta capitalistico. Insomma una bella favola per aggiungere altri 2000 miliardi - quelli degli italiani - ai 14 mila che BlackRock già controlla. Tutti tranquilli, lo garantisce Mr.Fink, perché nel lungo periodo non esistono problemi e certamente BlackRock ci sarà. Intanto affidiamogli il nostro portafoglio senza farci distrarre troppo dalla nostra povertà. Alessandro Volpi 🔴 Per ricevere tutti gli aggiornamenti segui Giorgio Bianchi Photojournalist
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  • “Aveva 8 anni, dopo due giri fece il record della pista. Per Ferrari era ancora troppo piccolo”: così Kimi Antonelli ha scelto la Mercedes
    di Redazione Sport
    Il racconto di Giovanni Minardi, il manager che tra i primi scoprì il talento del pilota italiano oggi già diventato una star della Formula 1

    Andrea Kimi Antonelli è il pilota del momento: a 19 anni ha conquistato pole e vittoria nel Gp di Cina, secondo appuntamento del campionato di Formula 1 2026. Il primo italiano a tornare sul gradino più alto del podio dal 2006, quando non era ancora nato. Il mondo dei motori aspettava un talento del genere da decenni: Antonelli, con questa Mercedes, può già pensare di lottare per il Mondiale. E il team manager Toto Wolff se lo coccola: è stato lui a dare fiducia al giovante astro nascente italiano, mentre la Ferrari sceglieva di prendergli Lewis Hamilton. Ma la scelta di Kimi Antonelli di andare a Mercedes nasce molto tempo prima, quando aveva appena 8 anni, come racconta Giovanni Minardi in un’intervista alla Gazzetta dello Sport.

    Il manager, figlio di Gian Carlo Minardi, è stata tra i primi a scoprire il talento di Antonelli. La folgorazione avvenne sulla pista di Sarno durante il Kart Summer Camp 2014. Minardi vide questo bambino di 8 anni salire su un kart e percorrere un tracciato mai visto: “Dopo due giri aveva già fatto il record della pista“. L’esperienza lo ha portato subito a cogliere “un talento naturale” per sensibilità e stile di guida: “Io gestisco da molti anni la Minardi Management e quando vedi tanti ragazzi sei abituato a riconoscere subito quando qualcuno ha qualcosa in più. Lui però era proprio di un’altra categoria, è una sensazione impossibile da spiegare”.

    Minardi si convinse subito che quel bambino sarebbe arrivato fino alla Formula 1 e quindi insieme al padre Marco Antonelli cominciò a cercare un’Academy per farlo crescere: “Per proseguire nelle monoposto servono disponibilità economiche molto importanti e garanzie sul futuro, al giorno d’oggi entrare nell’Academy di un team è fondamentale”. Ecco quindi la sliding doors della scelta tra Ferrari e Mercedes. Minardi e Antonelli parlarono con entrambe le scuderie, poi la scelta: “Bisognava muoversi bene e scegliere chi poteva dare le garanzie maggiori. Per Ferrari Kimi era ancora troppo piccolo, invece Mercedes poteva dare garanzie migliori su una prospettiva futura”.

    Antonelli quindi non è stato scartato da Maranello, ma semplicemente in quel momento la Mercedes pareva una soluzione migliore e ha deciso di investire su di lui: “Toto Wolff restò colpito da come parlassi di questo ragazzo e mandò una persona fidata di Mercedes a vederlo in pista ad Adria. Quel giorno Kimi fece una gara strepitosa, e da lì molte altre”, racconta ancora Minardi. “Toto venne a vederlo più avanti, quando i suoi gli dissero che effettivamente valeva la pena dargli un’occhiata, e il resto è storia: entrò nell’Academy Mercedes nel 2019, quando ancora correva sui kart”. Sette anni dopo, è già in lotta per il Mondiale di Formula 1.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/16/kimi-antonelli-storia-scelta-mercedes-aveva-8-anni-dopo-due-giri-fece-record-pista-per-ferrari-era-ancora-troppo-piccolo/8325862/
    “Aveva 8 anni, dopo due giri fece il record della pista. Per Ferrari era ancora troppo piccolo”: così Kimi Antonelli ha scelto la Mercedes di Redazione Sport Il racconto di Giovanni Minardi, il manager che tra i primi scoprì il talento del pilota italiano oggi già diventato una star della Formula 1 Andrea Kimi Antonelli è il pilota del momento: a 19 anni ha conquistato pole e vittoria nel Gp di Cina, secondo appuntamento del campionato di Formula 1 2026. Il primo italiano a tornare sul gradino più alto del podio dal 2006, quando non era ancora nato. Il mondo dei motori aspettava un talento del genere da decenni: Antonelli, con questa Mercedes, può già pensare di lottare per il Mondiale. E il team manager Toto Wolff se lo coccola: è stato lui a dare fiducia al giovante astro nascente italiano, mentre la Ferrari sceglieva di prendergli Lewis Hamilton. Ma la scelta di Kimi Antonelli di andare a Mercedes nasce molto tempo prima, quando aveva appena 8 anni, come racconta Giovanni Minardi in un’intervista alla Gazzetta dello Sport. Il manager, figlio di Gian Carlo Minardi, è stata tra i primi a scoprire il talento di Antonelli. La folgorazione avvenne sulla pista di Sarno durante il Kart Summer Camp 2014. Minardi vide questo bambino di 8 anni salire su un kart e percorrere un tracciato mai visto: “Dopo due giri aveva già fatto il record della pista“. L’esperienza lo ha portato subito a cogliere “un talento naturale” per sensibilità e stile di guida: “Io gestisco da molti anni la Minardi Management e quando vedi tanti ragazzi sei abituato a riconoscere subito quando qualcuno ha qualcosa in più. Lui però era proprio di un’altra categoria, è una sensazione impossibile da spiegare”. Minardi si convinse subito che quel bambino sarebbe arrivato fino alla Formula 1 e quindi insieme al padre Marco Antonelli cominciò a cercare un’Academy per farlo crescere: “Per proseguire nelle monoposto servono disponibilità economiche molto importanti e garanzie sul futuro, al giorno d’oggi entrare nell’Academy di un team è fondamentale”. Ecco quindi la sliding doors della scelta tra Ferrari e Mercedes. Minardi e Antonelli parlarono con entrambe le scuderie, poi la scelta: “Bisognava muoversi bene e scegliere chi poteva dare le garanzie maggiori. Per Ferrari Kimi era ancora troppo piccolo, invece Mercedes poteva dare garanzie migliori su una prospettiva futura”. Antonelli quindi non è stato scartato da Maranello, ma semplicemente in quel momento la Mercedes pareva una soluzione migliore e ha deciso di investire su di lui: “Toto Wolff restò colpito da come parlassi di questo ragazzo e mandò una persona fidata di Mercedes a vederlo in pista ad Adria. Quel giorno Kimi fece una gara strepitosa, e da lì molte altre”, racconta ancora Minardi. “Toto venne a vederlo più avanti, quando i suoi gli dissero che effettivamente valeva la pena dargli un’occhiata, e il resto è storia: entrò nell’Academy Mercedes nel 2019, quando ancora correva sui kart”. Sette anni dopo, è già in lotta per il Mondiale di Formula 1. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/16/kimi-antonelli-storia-scelta-mercedes-aveva-8-anni-dopo-due-giri-fece-record-pista-per-ferrari-era-ancora-troppo-piccolo/8325862/
    WWW.ILFATTOQUOTIDIANO.IT
    "Aveva 8 anni, dopo due giri fece il record della pista. Per Ferrari era ancora troppo piccolo". così Kimi Antonelli ha scelto la Mercedes
    La storia del talento italiano che a 19 anni ha vinto il GP di Cina: scoperto da Minardi che lo portò alla Mercedes invece che alla Ferrari
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  • Avvistato uno Stealth B-2 in volo a bassa quota sulle Valli di Lanzo a Cafasse. Il bombardiere invisibile ai radar che ci faceva in Piemonte?
    Si tratta di uno dei pochi esemplari del costosissimo bombardiere USA in grado di nascondersi ai radar...
    https://www.quotidianopiemontese.it/2026/03/10/avvistato-uno-stealth-b-2-in-volo-a-bassa-quota-sulle-valli-di-lanzo-a-cafasse-il-bombardiere-invisibile-ai-radar-che-ci-faceva-in-piemonte/
    Avvistato uno Stealth B-2 in volo a bassa quota sulle Valli di Lanzo a Cafasse. Il bombardiere invisibile ai radar che ci faceva in Piemonte? Si tratta di uno dei pochi esemplari del costosissimo bombardiere USA in grado di nascondersi ai radar... https://www.quotidianopiemontese.it/2026/03/10/avvistato-uno-stealth-b-2-in-volo-a-bassa-quota-sulle-valli-di-lanzo-a-cafasse-il-bombardiere-invisibile-ai-radar-che-ci-faceva-in-piemonte/
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  • GRANDISSIMO ANDREA TI ASPETTIAMO TUTTI con IL TUO GRANDE ENTUSIASMO!
    PIETRO STRAMEZZI: "MIO PADRE È USCITO DAL COMA, SULLE CAUSE NON ESCLUDIAMO NULLA"
    Pietro Stramezzi ha annunciato che suo padre, il dottor Andrea Stramezzi, è uscito dal coma. Le sue condizioni rimangono critiche ma risponde agli stimoli verbali mostrando di comprendere ciò che gli viene detto. Poichè il personale medico non è riuscito a formulare una diagnosi sulle cause che hanno determinato il coma, Pietro Stramezzi ha presentato una denuncia per avvelenamento contro ignoti, un passaggio legale indispensabile per consentire ai medici di compiere esami tossicologici più approfonditi. Byoblu lo ha intervistato in esclusiva.

    Source: ByoBlu - La TV dei Cittadini
    https://www.byoblu.com/2026/03/08/pietro-stramezzi-mio-padre-si-e-risvegliato-dal-coma-sulle-cause-non-escludiamo-nulla/


    GRANDISSIMO ANDREA TI ASPETTIAMO TUTTI con IL TUO GRANDE ENTUSIASMO! PIETRO STRAMEZZI: "MIO PADRE È USCITO DAL COMA, SULLE CAUSE NON ESCLUDIAMO NULLA" Pietro Stramezzi ha annunciato che suo padre, il dottor Andrea Stramezzi, è uscito dal coma. Le sue condizioni rimangono critiche ma risponde agli stimoli verbali mostrando di comprendere ciò che gli viene detto. Poichè il personale medico non è riuscito a formulare una diagnosi sulle cause che hanno determinato il coma, Pietro Stramezzi ha presentato una denuncia per avvelenamento contro ignoti, un passaggio legale indispensabile per consentire ai medici di compiere esami tossicologici più approfonditi. Byoblu lo ha intervistato in esclusiva. Source: ByoBlu - La TV dei Cittadini https://www.byoblu.com/2026/03/08/pietro-stramezzi-mio-padre-si-e-risvegliato-dal-coma-sulle-cause-non-escludiamo-nulla/
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  • LO STUDIO
    Ecco come il vaccino anti-Covid scatena il sistema immunitario
    Ancora oggi molte persone che presentano particolari patologie, del sistema nervoso, ma anche del sistema circolatorio, e che avevano sempre goduto di ottima salute, chiedono perplessi e scoraggiati ai medici se non ci possa essere una correlazione coi vaccini Covid, dopo l’effettuazione dei quali queste patologie erano insorte. Nella quasi totalità dei casi la risposta è negativa, spesso enunciata con durezza e arroganza, atteggiamenti che si stanno da tempo purtroppo diffondendo nel mondo sanitario.

    Il negazionismo è netto e assoluto, come se venisse messo in discussione un dogma di fede.

    E invece ci sono prove scientifiche inconfutabili, pubblicate su riviste della massima autorevolezza. Una di queste è il famoso New England Journal of Medicine, una delle tre più importanti riviste mediche del mondo.

    Il Journal ha da poco pubblicato i risultati di una ricerca, divulgati anche su un’altra importante rivista, Nature, che dimostrano come alcuni vaccini per il Covid hanno provocato un raro disturbo della coagulazione del sangue, determinando una mutazione in persone che avevano ricevuto il vaccino AstraZeneca o quello Johnson & Johnson. Come noto, questi vaccini sono stati ritirati dal commercio, dopo aver perso una vera e propria guerra commerciale contro i vaccini mRNA. Questi ultimi sono i più indiziati e indagati per gli effetti indesiderati che hanno provocato, ma è estremamente interessante capire anche la patogenicità dei vaccini non mRNA.

    Come noto, in Italia AstraZeneca, era stato scelto per vaccinare insegnanti e membri delle forze dell’ordine, senza alcun criterio di scelta di tipo scientifico. Semplicemente il Ministero aveva acquistato quote dei tre principali vaccini (ce n’era anche un quarto, Johnson&Johnson che ebbe vita brevissima) e bisognava stabilire a chi somministrarlo. Di fronte all’emergere di casi di reazioni gravi tra persone giovani, si decise di riservarne l’uso per gli anziani. Poi, quasi in sordina, il prodotto anglo-svedese sparì dagli hub vaccinali, e ci si avviò al monopolio dei vaccini a mRNA.

    La stessa Organizzazione mondiale della sanità aveva confermato che dopo la vaccinazione con il vaccino AstraZeneca erano stati segnalati come eventi avversi trombosi con trombocitopenia, ma il beneficio della vaccinazione nella protezione contro Covid-19 era stato considerato superiore ai rischi, e così venne largamente somministrato in oltre 150 Paesi.

    Ora lo studio appena pubblicato dimostra che i vaccini hanno determinato l'innesco molecolare di un raro, ma potenzialmente letale disturbo della coagulazione.

    Circa 1 persona su 200.000 ha sviluppato trombocitopenia trombotica immunitaria indotta da vaccino (o VITT, da vaccine-induced immune thrombocytopenia and thrombosis), come è diventata nota la sindrome, dopo aver ricevuto i vaccini prodotti da Johnson & Johnson e da AstraZeneca. Entrambi i vaccini usavano una versione modificata di un adenovirus – un tipo di virus noto per causare il comune raffreddore – per trasportare il gene di una parte del virus SARS-CoV-2 nelle cellule umane. Questo stimolava il sistema immunitario a creare anticorpi contro il Covid. .

    Tuttavia, il gruppo di studio ha scoperto che in un certo gruppo di persone con una mutazione nelle proprie cellule immunitarie produttrici di anticorpi, la vaccinazione ha scatenato un'esplosione dei loro anticorpi anti-PF4, portando a una grave coagulazione e a un calo delle piastrine.«È la prima volta che siamo in grado di far risalire un disturbo autoimmune all'evento scatenante originale», afferma uno degli autori dello studio, Tom Gordon, immunopatologo della Flinders University di Adelaide, in Australia. Sono stati fatti studi su topi che hanno confermato la modalità d’azione del meccanismo per cui i vaccini innescavano anticorpi che reagivano con altre proteine del corpo.

    L'episodio dimostra l'importanza di una solida sorveglianza sulla sicurezza dei vaccini, sia in sede di sperimentazione che di successiva messa in commercio.

    Questo studio dovrebbe condurre a seria riflessione, evitando prese di posizione aprioristiche spesso isteriche, coloro che all’arrivo di questo e degli altri vaccini gridarono al miracolo scientifico, idolatrando questi prodotti forieri di salvezza. Invece erano solo farmaci, sperimentali, e di conseguenza dall’efficacia e dalla sicurezza tutta da verificare.

    Questo è il metodo scientifico con cui operare, per il bene dei pazienti. Studi autorevoli come quello pubblicato sul New England ne sono la prova.

    Platelets. "This is the first time we've been able to trace an autoimmune disorder back to the original triggering event," says one of the study's authors, Tom Gordon, an immunopathologist at Flinders University in Adelaide, Australia. Studies on mice have confirmed the mechanism by which vaccines triggered antibodies that reacted with other proteins in the body.

    This episode demonstrates the importance of robust vaccine safety monitoring, both during trials and subsequent marketing.

    This study should lead to serious reflection, avoiding the often hysterical, a priori positions of those who, upon the arrival of this and other vaccines, proclaimed a scientific miracle, idolizing these products as harbingers of salvation. Instead, they were merely experimental drugs, and therefore their efficacy and safety remain to be verified.

    This is the scientific method we must follow, for the good of patients. Authoritative studies like the one published in New England are proof of this.
    LO STUDIO Ecco come il vaccino anti-Covid scatena il sistema immunitario Ancora oggi molte persone che presentano particolari patologie, del sistema nervoso, ma anche del sistema circolatorio, e che avevano sempre goduto di ottima salute, chiedono perplessi e scoraggiati ai medici se non ci possa essere una correlazione coi vaccini Covid, dopo l’effettuazione dei quali queste patologie erano insorte. Nella quasi totalità dei casi la risposta è negativa, spesso enunciata con durezza e arroganza, atteggiamenti che si stanno da tempo purtroppo diffondendo nel mondo sanitario. Il negazionismo è netto e assoluto, come se venisse messo in discussione un dogma di fede. E invece ci sono prove scientifiche inconfutabili, pubblicate su riviste della massima autorevolezza. Una di queste è il famoso New England Journal of Medicine, una delle tre più importanti riviste mediche del mondo. Il Journal ha da poco pubblicato i risultati di una ricerca, divulgati anche su un’altra importante rivista, Nature, che dimostrano come alcuni vaccini per il Covid hanno provocato un raro disturbo della coagulazione del sangue, determinando una mutazione in persone che avevano ricevuto il vaccino AstraZeneca o quello Johnson & Johnson. Come noto, questi vaccini sono stati ritirati dal commercio, dopo aver perso una vera e propria guerra commerciale contro i vaccini mRNA. Questi ultimi sono i più indiziati e indagati per gli effetti indesiderati che hanno provocato, ma è estremamente interessante capire anche la patogenicità dei vaccini non mRNA. Come noto, in Italia AstraZeneca, era stato scelto per vaccinare insegnanti e membri delle forze dell’ordine, senza alcun criterio di scelta di tipo scientifico. Semplicemente il Ministero aveva acquistato quote dei tre principali vaccini (ce n’era anche un quarto, Johnson&Johnson che ebbe vita brevissima) e bisognava stabilire a chi somministrarlo. Di fronte all’emergere di casi di reazioni gravi tra persone giovani, si decise di riservarne l’uso per gli anziani. Poi, quasi in sordina, il prodotto anglo-svedese sparì dagli hub vaccinali, e ci si avviò al monopolio dei vaccini a mRNA. La stessa Organizzazione mondiale della sanità aveva confermato che dopo la vaccinazione con il vaccino AstraZeneca erano stati segnalati come eventi avversi trombosi con trombocitopenia, ma il beneficio della vaccinazione nella protezione contro Covid-19 era stato considerato superiore ai rischi, e così venne largamente somministrato in oltre 150 Paesi. Ora lo studio appena pubblicato dimostra che i vaccini hanno determinato l'innesco molecolare di un raro, ma potenzialmente letale disturbo della coagulazione. Circa 1 persona su 200.000 ha sviluppato trombocitopenia trombotica immunitaria indotta da vaccino (o VITT, da vaccine-induced immune thrombocytopenia and thrombosis), come è diventata nota la sindrome, dopo aver ricevuto i vaccini prodotti da Johnson & Johnson e da AstraZeneca. Entrambi i vaccini usavano una versione modificata di un adenovirus – un tipo di virus noto per causare il comune raffreddore – per trasportare il gene di una parte del virus SARS-CoV-2 nelle cellule umane. Questo stimolava il sistema immunitario a creare anticorpi contro il Covid. . Tuttavia, il gruppo di studio ha scoperto che in un certo gruppo di persone con una mutazione nelle proprie cellule immunitarie produttrici di anticorpi, la vaccinazione ha scatenato un'esplosione dei loro anticorpi anti-PF4, portando a una grave coagulazione e a un calo delle piastrine.«È la prima volta che siamo in grado di far risalire un disturbo autoimmune all'evento scatenante originale», afferma uno degli autori dello studio, Tom Gordon, immunopatologo della Flinders University di Adelaide, in Australia. Sono stati fatti studi su topi che hanno confermato la modalità d’azione del meccanismo per cui i vaccini innescavano anticorpi che reagivano con altre proteine del corpo. L'episodio dimostra l'importanza di una solida sorveglianza sulla sicurezza dei vaccini, sia in sede di sperimentazione che di successiva messa in commercio. Questo studio dovrebbe condurre a seria riflessione, evitando prese di posizione aprioristiche spesso isteriche, coloro che all’arrivo di questo e degli altri vaccini gridarono al miracolo scientifico, idolatrando questi prodotti forieri di salvezza. Invece erano solo farmaci, sperimentali, e di conseguenza dall’efficacia e dalla sicurezza tutta da verificare. Questo è il metodo scientifico con cui operare, per il bene dei pazienti. Studi autorevoli come quello pubblicato sul New England ne sono la prova. Platelets. "This is the first time we've been able to trace an autoimmune disorder back to the original triggering event," says one of the study's authors, Tom Gordon, an immunopathologist at Flinders University in Adelaide, Australia. Studies on mice have confirmed the mechanism by which vaccines triggered antibodies that reacted with other proteins in the body. This episode demonstrates the importance of robust vaccine safety monitoring, both during trials and subsequent marketing. This study should lead to serious reflection, avoiding the often hysterical, a priori positions of those who, upon the arrival of this and other vaccines, proclaimed a scientific miracle, idolizing these products as harbingers of salvation. Instead, they were merely experimental drugs, and therefore their efficacy and safety remain to be verified. This is the scientific method we must follow, for the good of patients. Authoritative studies like the one published in New England are proof of this.
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  • Tucker Carlson, l’incendiario che spacca il mondo Maga: l’odio per Israele nell’intervista scandalo all’ambasciatore Usa
    di Roberto Festa
    Il colloquio con Huckabee all’aeroporto di Tel Aviv mette in imbarazzo l’amministrazione Trump: tra teorie del complotto e scivoloni diplomatici, il giornalista gioca a sottolineare le fratture interne ai conservatori.

    Non è uscito dall’aeroporto. Tucker Carlson ha registrato l’intervista con l’ambasciatore Usa in Israele all’interno del Ben Gurion di Tel Aviv. “Uomini che si sono identificati come addetti alla sicurezza hanno preso i nostri passaporti, hanno trascinato il nostro produttore esecutivo in una stanza e hanno preteso di sapere di cosa avessimo parlato con l’ambasciatore Huckabee”, ha poi spiegato il giornalista. L’ambasciata Usa nega che l’interrogatorio ci sia mai stato, ma è noto che le perquisizioni e i controlli di sicurezza negli aeroporti israeliani, in particolare proprio al Ben Gurion, siano tra i più rigorosi al mondo. La sosta allo scalo di Tel Aviv è comunque durata un paio d’ore. Carlson è arrivato, ha registrato, è ripartito. Riuscendo comunque, nel giro di poche ore, a far esplodere l’ennesimo incendio nella sua carriera di incendiario. Un incendio che, come molte altre volte in passato, ha un preciso obiettivo: spaccare, prima, e riorientare, dopo, gli animi all’interno del mondo MAGA.
    Carlson e Huckabee, conservatori agli antipodi

    Carlson e Huckabee si conoscono da quando lavoravano a Fox. Ci erano arrivati per strade molto diverse. Carlson viene dal giornalismo o presunto tale. Voleva fare l’agente Cia, fu rifiutato per aver usato cocaina e il padre gli disse: “Perché non provi col giornalismo? Prendono chiunque”. Huckabee è un ex tele-pastore, già governatore dell’Arkansas, già candidato repubblicano alla presidenza, mandato da Donald Trump a presidiare l’ambasciata Usa di Gerusalemme. I due, ferocemente conservatori, hanno assunto posizioni diverse riguardo a Israele. Huckabee è un “cristiano sionista”, appartiene a quei settori di mondo evangelico e protestante che sostengono Israele e il ritorno del popolo ebraico in Terra Santa come adempimento della profezia biblica. Carlson è critico durissimo della politica israeliana, più volte tacciato di antisemitismo. Recentemente ha parlato di “persecuzione dei cristiani” in Israele e intervistato l’arcivescovo anglicano di Gerusalemme Hosam Naoum e un uomo d’affari giordano e cristiano, in cui è emerso che la popolazione cristiana a Betlemme è calata da 100mila alle attuali 30 mila persone e che anche a Gerusalemme i religiosi sono oggetto di minacce e maltrattamenti. Un punto sul quale erano intervenuti anche i leader cristiani in Terra Santa, così come i funzionari del governo palestinese, dopo il discorso di Netanyahu all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che avevano condannato attribuendo all’occupazione israeliana – e non all’Anp – la causa del calo del numero di cristiani nella zona. “Il motivo per cui i cristiani e molti altri stanno lasciando Betlemme è l’occupazione israeliana e le sue politiche di chiusure, permessi, diritti di residenza esclusivi, e non le politiche dell’Autorità Nazionale Palestinese”, avevano scritto nella nota congiunta firmata il 27 settembre gli esponenti del tank ecumenico “A Jerusalem Voice for Justice“, smentendo quanto dichiarato dal premier israeliano all’Onu. I leader cristiani avevano poi sottolineato che proprio a Betlemme turismo e pellegrinaggi erano stati pressoché azzerati dalla guerra a Gaza, e che in centinaia avevano deciso di lasciare la città a causa “dell’occupazione israeliana e della violenza militare”.

    Anche il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha più volte denunciato il crescente clima di minacce, intimidazioni e violenze contro la comunità cristiana in Israele. Maltrattamenti che i cristiani Usa, aveva aggiunto Carlson nel corso dell’intervista, finanziano indirettamente attraverso gli aiuti a Gerusalemme. È proprio a quest’ultima sparata che Huckabee ha risposto su X: “Ehi @TuckerCarlson, invece di parlare DI me, perché non vieni a parlare CON me?”. Carlson ha accettato l’invito ed è partito.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/24/tucker-carlson-intervista-huckabee-israele-scandalo-news/8301427/
    Tucker Carlson, l’incendiario che spacca il mondo Maga: l’odio per Israele nell’intervista scandalo all’ambasciatore Usa di Roberto Festa Il colloquio con Huckabee all’aeroporto di Tel Aviv mette in imbarazzo l’amministrazione Trump: tra teorie del complotto e scivoloni diplomatici, il giornalista gioca a sottolineare le fratture interne ai conservatori. Non è uscito dall’aeroporto. Tucker Carlson ha registrato l’intervista con l’ambasciatore Usa in Israele all’interno del Ben Gurion di Tel Aviv. “Uomini che si sono identificati come addetti alla sicurezza hanno preso i nostri passaporti, hanno trascinato il nostro produttore esecutivo in una stanza e hanno preteso di sapere di cosa avessimo parlato con l’ambasciatore Huckabee”, ha poi spiegato il giornalista. L’ambasciata Usa nega che l’interrogatorio ci sia mai stato, ma è noto che le perquisizioni e i controlli di sicurezza negli aeroporti israeliani, in particolare proprio al Ben Gurion, siano tra i più rigorosi al mondo. La sosta allo scalo di Tel Aviv è comunque durata un paio d’ore. Carlson è arrivato, ha registrato, è ripartito. Riuscendo comunque, nel giro di poche ore, a far esplodere l’ennesimo incendio nella sua carriera di incendiario. Un incendio che, come molte altre volte in passato, ha un preciso obiettivo: spaccare, prima, e riorientare, dopo, gli animi all’interno del mondo MAGA. Carlson e Huckabee, conservatori agli antipodi Carlson e Huckabee si conoscono da quando lavoravano a Fox. Ci erano arrivati per strade molto diverse. Carlson viene dal giornalismo o presunto tale. Voleva fare l’agente Cia, fu rifiutato per aver usato cocaina e il padre gli disse: “Perché non provi col giornalismo? Prendono chiunque”. Huckabee è un ex tele-pastore, già governatore dell’Arkansas, già candidato repubblicano alla presidenza, mandato da Donald Trump a presidiare l’ambasciata Usa di Gerusalemme. I due, ferocemente conservatori, hanno assunto posizioni diverse riguardo a Israele. Huckabee è un “cristiano sionista”, appartiene a quei settori di mondo evangelico e protestante che sostengono Israele e il ritorno del popolo ebraico in Terra Santa come adempimento della profezia biblica. Carlson è critico durissimo della politica israeliana, più volte tacciato di antisemitismo. Recentemente ha parlato di “persecuzione dei cristiani” in Israele e intervistato l’arcivescovo anglicano di Gerusalemme Hosam Naoum e un uomo d’affari giordano e cristiano, in cui è emerso che la popolazione cristiana a Betlemme è calata da 100mila alle attuali 30 mila persone e che anche a Gerusalemme i religiosi sono oggetto di minacce e maltrattamenti. Un punto sul quale erano intervenuti anche i leader cristiani in Terra Santa, così come i funzionari del governo palestinese, dopo il discorso di Netanyahu all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che avevano condannato attribuendo all’occupazione israeliana – e non all’Anp – la causa del calo del numero di cristiani nella zona. “Il motivo per cui i cristiani e molti altri stanno lasciando Betlemme è l’occupazione israeliana e le sue politiche di chiusure, permessi, diritti di residenza esclusivi, e non le politiche dell’Autorità Nazionale Palestinese”, avevano scritto nella nota congiunta firmata il 27 settembre gli esponenti del tank ecumenico “A Jerusalem Voice for Justice“, smentendo quanto dichiarato dal premier israeliano all’Onu. I leader cristiani avevano poi sottolineato che proprio a Betlemme turismo e pellegrinaggi erano stati pressoché azzerati dalla guerra a Gaza, e che in centinaia avevano deciso di lasciare la città a causa “dell’occupazione israeliana e della violenza militare”. Anche il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha più volte denunciato il crescente clima di minacce, intimidazioni e violenze contro la comunità cristiana in Israele. Maltrattamenti che i cristiani Usa, aveva aggiunto Carlson nel corso dell’intervista, finanziano indirettamente attraverso gli aiuti a Gerusalemme. È proprio a quest’ultima sparata che Huckabee ha risposto su X: “Ehi @TuckerCarlson, invece di parlare DI me, perché non vieni a parlare CON me?”. Carlson ha accettato l’invito ed è partito. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/24/tucker-carlson-intervista-huckabee-israele-scandalo-news/8301427/
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    Carlson, l'intervista che spacca il mondo MAGA: l'odio per Israele
    Il giornalista conservatore al centro di una nuova polemica dopo l'intervista all'ambasciatore Usa in Israele Huckabee
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  • LO AVETE VOTATO ALLEGRAMENTE SOLO PERCHÉ DEM. ORA GESTITEVI I MUSULMANI

    NOTIZIA DELL'ULTIMO MINUTO: Molti newyorkesi temono che la loro città sia stata conquistata dopo che un ENORME gruppo di musulmani si è riunito per annunciare la CONQUISTA DI NEW YORK

    La folla risponde gridando "ALLAHU AKBAR!"

    SVEGLIATI, AMERICA! Respingi l'Islam, ci stanno CONQUISTANDO.

    BREAKING: Many New Yorkers fear their city has been conquered after a MASSIVE group of Muslims come together to announce they're TAKING OVER NYC

    The crowd responds by chanting "ALLAHU AKBAR!"

    WAKE UP, AMERICA! Repel Islam, they are CONQUERING us.

    Source: https://x.com/i/status/2025250823588950247
    LO AVETE VOTATO ALLEGRAMENTE SOLO PERCHÉ DEM. ORA GESTITEVI I MUSULMANI 🚨 NOTIZIA DELL'ULTIMO MINUTO: Molti newyorkesi temono che la loro città sia stata conquistata dopo che un ENORME gruppo di musulmani si è riunito per annunciare la CONQUISTA DI NEW YORK La folla risponde gridando "ALLAHU AKBAR!" SVEGLIATI, AMERICA! Respingi l'Islam, ci stanno CONQUISTANDO. BREAKING: Many New Yorkers fear their city has been conquered after a MASSIVE group of Muslims come together to announce they're TAKING OVER NYC The crowd responds by chanting "ALLAHU AKBAR!" WAKE UP, AMERICA! Repel Islam, they are CONQUERING us. Source: https://x.com/i/status/2025250823588950247
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  • Here’s the real backstory.

    YouTube launched in 2005 when online video was still painful. Internet speeds were slow, hosting video was expensive, and most sites couldn’t even stream smoothly. YouTube solved one simple problem better than anyone else: upload anything and it just plays. That simplicity made it explode.

    Then in 2006, Google bought it.

    That’s where the dominance became almost unbeatable.

    Video hosting is insanely expensive. Storage, global servers, bandwidth, encoding, content moderation, copyright systems; it costs billions yearly. Most startups can’t survive that burn rate. But Google already owned massive global data centers, so YouTube could scale without worrying about cost the way competitors had to.

    Now add the network effect. Creators go where the audience is. Viewers go where the creators are. Advertisers go where both are. Once that loop starts, it’s extremely hard to break. Even if a better platform appears, people won’t move because their subscribers, history, and money are already locked in.

    Also, YouTube built the creator economy early. Monetization, AdSense payouts, recommendations, search integration; it let people actually earn a living. That loyalty matters. Switching platforms means losing income.

    Plenty of companies tried to compete:
    •Vimeo → focused on professionals, not mass market
    •Dailymotion → never scaled globally
    •Facebook video → algorithm chaos, poor creator payouts
    •TikTok → huge, but different format (short clips, not full YouTube replacement)

    Notice something: competitors either changed the format or targeted niches. Nobody truly copied “full-length, searchable, monetized video library” at YouTube scale because it’s just too expensive and too entrenched.

    It’s:
    First mover advantage + Google’s infrastructure money + network effects + creator monetization + 20 years of accumulated content.

    YouTube is basically the internet’s video archive. Replacing that is like trying to replace Google Search. Technically possible. Practically brutal.

    That’s why after 20 years, there’s still no real rival.

    Ecco la vera storia.

    YouTube è stato lanciato nel 2005, quando i video online erano ancora un problema. Le velocità di Internet erano lente, l'hosting video era costoso e la maggior parte dei siti non riusciva nemmeno a trasmettere in streaming senza problemi. YouTube ha risolto un semplice problema meglio di chiunque altro: carica qualsiasi cosa e viene riprodotta. Questa semplicità l'ha fatta esplodere.

    Poi, nel 2006, Google l'ha acquistata.

    È lì che il dominio è diventato quasi imbattibile.

    L'hosting video è incredibilmente costoso. Archiviazione, server globali, larghezza di banda, codifica, moderazione dei contenuti, sistemi di copyright; costa miliardi all'anno. La maggior parte delle startup non riesce a sopravvivere a quel tasso di consumo. Ma Google possedeva già enormi data center globali, quindi YouTube poteva crescere senza preoccuparsi dei costi come dovevano fare i concorrenti.

    Ora aggiungiamo l'effetto rete. I creatori vanno dove si trova il pubblico. Gli spettatori vanno dove si trovano i creatori. Gli inserzionisti vanno dove si trovano entrambi. Una volta che questo ciclo inizia, è estremamente difficile interromperlo. Anche se dovesse emergere una piattaforma migliore, le persone non si sposterebbero perché i loro iscritti, la loro cronologia e il loro denaro sono già bloccati.

    Inoltre, YouTube ha costruito l'economia dei creator molto presto. Monetizzazione, pagamenti AdSense, raccomandazioni, integrazione con la ricerca; ha permesso alle persone di guadagnarsi da vivere. Questa fedeltà conta. Cambiare piattaforma significa perdere entrate.

    Molte aziende hanno cercato di competere:
    •Vimeo → focalizzato sui professionisti, non sul mercato di massa
    •Dailymotion → mai scalato a livello globale
    •Video di Facebook → caos negli algoritmi, scarsi compensi per i creator
    •TikTok → enorme, ma con un formato diverso (brevi clip, non un sostituto completo di YouTube)

    Notate una cosa: i concorrenti hanno cambiato il formato o si sono concentrati su nicchie. Nessuno ha veramente copiato "una videoteca completa, ricercabile e monetizzata" su scala YouTube perché è troppo costosa e troppo radicata.

    È:
    vantaggio del primo arrivato + denaro per l'infrastruttura di Google + effetti di rete + monetizzazione dei creator + 20 anni di contenuti accumulati.

    YouTube è fondamentalmente l'archivio video di Internet. Sostituirlo è come cercare di sostituire la Ricerca Google. Tecnicamente possibile. Praticamente brutale.

    Ecco perché, dopo 20 anni, non c'è ancora un vero rivale.
    Here’s the real backstory. YouTube launched in 2005 when online video was still painful. Internet speeds were slow, hosting video was expensive, and most sites couldn’t even stream smoothly. YouTube solved one simple problem better than anyone else: upload anything and it just plays. That simplicity made it explode. Then in 2006, Google bought it. That’s where the dominance became almost unbeatable. Video hosting is insanely expensive. Storage, global servers, bandwidth, encoding, content moderation, copyright systems; it costs billions yearly. Most startups can’t survive that burn rate. But Google already owned massive global data centers, so YouTube could scale without worrying about cost the way competitors had to. Now add the network effect. Creators go where the audience is. Viewers go where the creators are. Advertisers go where both are. Once that loop starts, it’s extremely hard to break. Even if a better platform appears, people won’t move because their subscribers, history, and money are already locked in. Also, YouTube built the creator economy early. Monetization, AdSense payouts, recommendations, search integration; it let people actually earn a living. That loyalty matters. Switching platforms means losing income. Plenty of companies tried to compete: •Vimeo → focused on professionals, not mass market •Dailymotion → never scaled globally •Facebook video → algorithm chaos, poor creator payouts •TikTok → huge, but different format (short clips, not full YouTube replacement) Notice something: competitors either changed the format or targeted niches. Nobody truly copied “full-length, searchable, monetized video library” at YouTube scale because it’s just too expensive and too entrenched. It’s: First mover advantage + Google’s infrastructure money + network effects + creator monetization + 20 years of accumulated content. YouTube is basically the internet’s video archive. Replacing that is like trying to replace Google Search. Technically possible. Practically brutal. That’s why after 20 years, there’s still no real rival. Ecco la vera storia. YouTube è stato lanciato nel 2005, quando i video online erano ancora un problema. Le velocità di Internet erano lente, l'hosting video era costoso e la maggior parte dei siti non riusciva nemmeno a trasmettere in streaming senza problemi. YouTube ha risolto un semplice problema meglio di chiunque altro: carica qualsiasi cosa e viene riprodotta. Questa semplicità l'ha fatta esplodere. Poi, nel 2006, Google l'ha acquistata. È lì che il dominio è diventato quasi imbattibile. L'hosting video è incredibilmente costoso. Archiviazione, server globali, larghezza di banda, codifica, moderazione dei contenuti, sistemi di copyright; costa miliardi all'anno. La maggior parte delle startup non riesce a sopravvivere a quel tasso di consumo. Ma Google possedeva già enormi data center globali, quindi YouTube poteva crescere senza preoccuparsi dei costi come dovevano fare i concorrenti. Ora aggiungiamo l'effetto rete. I creatori vanno dove si trova il pubblico. Gli spettatori vanno dove si trovano i creatori. Gli inserzionisti vanno dove si trovano entrambi. Una volta che questo ciclo inizia, è estremamente difficile interromperlo. Anche se dovesse emergere una piattaforma migliore, le persone non si sposterebbero perché i loro iscritti, la loro cronologia e il loro denaro sono già bloccati. Inoltre, YouTube ha costruito l'economia dei creator molto presto. Monetizzazione, pagamenti AdSense, raccomandazioni, integrazione con la ricerca; ha permesso alle persone di guadagnarsi da vivere. Questa fedeltà conta. Cambiare piattaforma significa perdere entrate. Molte aziende hanno cercato di competere: •Vimeo → focalizzato sui professionisti, non sul mercato di massa •Dailymotion → mai scalato a livello globale •Video di Facebook → caos negli algoritmi, scarsi compensi per i creator •TikTok → enorme, ma con un formato diverso (brevi clip, non un sostituto completo di YouTube) Notate una cosa: i concorrenti hanno cambiato il formato o si sono concentrati su nicchie. Nessuno ha veramente copiato "una videoteca completa, ricercabile e monetizzata" su scala YouTube perché è troppo costosa e troppo radicata. È: vantaggio del primo arrivato + denaro per l'infrastruttura di Google + effetti di rete + monetizzazione dei creator + 20 anni di contenuti accumulati. YouTube è fondamentalmente l'archivio video di Internet. Sostituirlo è come cercare di sostituire la Ricerca Google. Tecnicamente possibile. Praticamente brutale. Ecco perché, dopo 20 anni, non c'è ancora un vero rivale.
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  • Hamburger nel carrello: batteri resistenti agli antibiotici nel 30% dei campioni
    Il test di Salvagente rivela super-batteri resistenti agli antibiotici in 4 hamburger su 12 acquistati nei supermercati italiani...

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/30/batteri-resistenti-antibiotici-hamburger-supermercati-news/8273038/
    Hamburger nel carrello: batteri resistenti agli antibiotici nel 30% dei campioni Il test di Salvagente rivela super-batteri resistenti agli antibiotici in 4 hamburger su 12 acquistati nei supermercati italiani... https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/30/batteri-resistenti-antibiotici-hamburger-supermercati-news/8273038/
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    Hamburger nel carrello: batteri resistenti agli antibiotici nel 30% dei campioni
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