• Vi ricordate quando noi "complottisti" (che abbiamo avuto sempre ragione su tutto) dicevamo che l'#Ucraina era il centro del traffico di bambini in #Europa per lo Stato profondo?

    #Epstein #EpsteinFile #EU


    Ecco perché i poteri forti sono così ansiosi di difenderla (a parte l'evidente riciclaggio di denaro).

    "È stata scoperta in Ucraina una rete di traffico di bambini, che si presume abbia venduto neonati direttamente dalla sala parto a donne adottive straniere" "Certificati di nascita falsi, sono stati rilasciati in cambio di decine di migliaia di dollari"

    Vi ricordate quando noi "complottisti" (che abbiamo avuto sempre ragione su tutto) dicevamo che l'#Ucraina 🇺🇦💩 era il centro del traffico di bambini in #Europa 🇪🇺👹 per lo Stato profondo? #Epstein #EpsteinFile #EU ⬇️⬇️⬇️ Ecco perché i poteri forti sono così ansiosi di difenderla (a parte l'evidente riciclaggio di denaro). "È stata scoperta in Ucraina una rete di traffico di bambini, che si presume abbia venduto neonati direttamente dalla sala parto a donne adottive straniere" "Certificati di nascita falsi, sono stati rilasciati in cambio di decine di migliaia di dollari" 👇👇👇
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  • ECCO un altro BUON MOTIVO per VOTARE NO al REFERENDUM!
    HA fatto SPARIRE 70 MILIONI di SOLDI PUBBLICI, ha fatto solo 5 mesi di GALERA e si è DICHIARATO NULLATENENTE!

    Formigoni torna in campo “Farò campagna per il Sì”
    Leggi su Il Fatto Quotidiano l'articolo in edicola "Formigoni torna in campo per il referendum sulla Giustizia: “Farò campagna per il Sì”" pubblicato il 29 Gennaio 2026 a firma di Lorenzo Giarelli

    La storia: Roberto Formigoni è uscito dal carcere di Bollate dopo 5 mesi di detenzione. L'ex governatore della Lombardia, condannato in via definitiva ...

    Somme contestate e soldi sottratti

    La contestazione dei pubblici ministeri e della sentenza riguarda i benefici e i soldi illecitamente percepiti e l’uso di fondi pubblici:

    Secondo l’accusa i legami con la Fondazione Maugeri e con il San Raffaele hanno portato a utilità e benefit (vacanze, cene, yacht, regali, acquisto agevolato villa, ecc.) per un valore complessivo di milioni di euro e a favoreggiamenti in favore delle due strutture per rimborsi della Regione Lombardia stimati dagli investigatori nell’ordine di circa 200 milioni di euro di rimborsi pubblici complessivi non dovuti.

    In sede giudiziaria si è parlato anche di circa 70 milioni di euro di flussi e forme di utilità ricevute da Formigoni attraverso i due enti sanitari, e di sequestri di beni e denaro per oltre 60 milioni di euro nell’ambito dell’inchiesta.

    Risarcimento alla Regione Lombardia: in primo grado la sentenza aveva disposto anche che Formigoni versasse 3 milioni di euro di provvisionale alla Regione Lombardia.

    È stata inoltre disposta la confisca di circa 6,6 milioni di euro di beni riconducibili all’ex presidente.

    In sintesi, mentre la pena definitiva è di 5 anni e 10 mesi di reclusione, i benefici e i flussi di denaro oggetto dell’accusa – secondo i pm e la sentenza di primo grado – si collocano nell’ordine di decine di milioni di euro di utilità e flussi pubblici e privati che sarebbero stati collegati al sistema di favori tra Regione Lombardia e le strutture Maugeri/San Raffaele.


    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/01/29/formigoni-torna-in-campo-faro-campagna-per-il-si/8272599/
    ECCO un altro BUON MOTIVO per VOTARE NO al REFERENDUM! HA fatto SPARIRE 70 MILIONI di SOLDI PUBBLICI, ha fatto solo 5 mesi di GALERA e si è DICHIARATO NULLATENENTE! Formigoni torna in campo “Farò campagna per il Sì” Leggi su Il Fatto Quotidiano l'articolo in edicola "Formigoni torna in campo per il referendum sulla Giustizia: “Farò campagna per il Sì”" pubblicato il 29 Gennaio 2026 a firma di Lorenzo Giarelli La storia: Roberto Formigoni è uscito dal carcere di Bollate dopo 5 mesi di detenzione. L'ex governatore della Lombardia, condannato in via definitiva ... Somme contestate e soldi sottratti La contestazione dei pubblici ministeri e della sentenza riguarda i benefici e i soldi illecitamente percepiti e l’uso di fondi pubblici: Secondo l’accusa i legami con la Fondazione Maugeri e con il San Raffaele hanno portato a utilità e benefit (vacanze, cene, yacht, regali, acquisto agevolato villa, ecc.) per un valore complessivo di milioni di euro e a favoreggiamenti in favore delle due strutture per rimborsi della Regione Lombardia stimati dagli investigatori nell’ordine di circa 200 milioni di euro di rimborsi pubblici complessivi non dovuti. In sede giudiziaria si è parlato anche di circa 70 milioni di euro di flussi e forme di utilità ricevute da Formigoni attraverso i due enti sanitari, e di sequestri di beni e denaro per oltre 60 milioni di euro nell’ambito dell’inchiesta. Risarcimento alla Regione Lombardia: in primo grado la sentenza aveva disposto anche che Formigoni versasse 3 milioni di euro di provvisionale alla Regione Lombardia. È stata inoltre disposta la confisca di circa 6,6 milioni di euro di beni riconducibili all’ex presidente. In sintesi, mentre la pena definitiva è di 5 anni e 10 mesi di reclusione, i benefici e i flussi di denaro oggetto dell’accusa – secondo i pm e la sentenza di primo grado – si collocano nell’ordine di decine di milioni di euro di utilità e flussi pubblici e privati che sarebbero stati collegati al sistema di favori tra Regione Lombardia e le strutture Maugeri/San Raffaele. https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/01/29/formigoni-torna-in-campo-faro-campagna-per-il-si/8272599/
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    Formigoni torna in campo “Farò campagna per il Sì”
    Leggi su Il Fatto Quotidiano l'articolo in edicola "Formigoni torna in campo per il referendum sulla Giustizia: “Farò campagna per il Sì”" pubblicato il 29 Gennaio 2026 a firma di Lorenzo Giarelli
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  • Questa donna si chiama Tillie Martinussen, è groenlandese, membro del Cooperation Party che ha contributo a fondare.

    E in queste ore ha tenuto un discorso memorabile - letteralmente memorabile - che è forse la miglior risposta mai data a Donald Trump e alla sua idea di America.

    Un atto di Resistenza culturale e di dignità, prima ancora che politico, che tutti i novelli trumpini, le cheerleader trumpiane di casa nostra dovrebbero leggere e mandare a memoria.

    “Penso che Trump non conosca affatto il popolo groenlandese. Noi non diamo particolare valore ai soldi, alle labbra alla Kardashian e a quel tipo di cose. In Groenlandia, tra l’altro, non si può nemmeno possedere la terra: puoi ottenere un lotto per costruire la tua casa e possiedi la casa sopra il terreno, ma la terra in sé no.

    Perché i groenlandesi non credono che la terra appartenga a una persona sola: appartiene a tutti. E lo stesso vale per il mare e per le ricchezze che contiene.
    Per questo è un enorme errore di calcolo pensare che i groenlandesi possano essere comprati con il denaro. Non è così. E anche se ci dicessero: “100.000 dollari a persona”, non rinunceremmo mai alla sanità gratuita, non rinunceremmo all’istruzione gratuita, non rinunceremmo a far parte dell’Europa, non rinunceremmo alla nostra sovranità, che prima o poi è comunque il nostro obiettivo.

    Non vogliamo essere ricchi come gli americani. Basta vedere quanto sono avidi: arrivano persino a sparare contro i loro amici o a invadere i loro amici per pura avidità. Sappiamo che nel nostro sottosuolo potrebbero esserci minerali e petrolio, e che valgono enormemente più di qualunque cifra. Ma anche se non ci fossero, non ci lasceremmo comunque comprare.

    Qui tutti conoscono la storia degli Inuit in Alaska e di tutte le popolazioni native, i popoli indigeni, gli Indiani d’America. Le loro terre sono state sottratte e non sono stati trattati bene negli Stati Uniti. E sappiamo che Trump si circonda in larga parte di persone legate al suprematismo bianco.
    Noi non siamo bianchi. Come potete vedere, siamo persone di colore. E quindi sappiamo che probabilmente i nostri diritti ci verrebbero tolti.

    Sappiamo anche che, insieme alla Danimarca, stiamo bene così come siamo. Come dicevo prima, abbiamo sanità gratuita, istruzione gratuita: qualunque cosa tu voglia studiare, puoi farlo senza pagare nulla e, anzi, il governo ti dà anche una borsa di studio, dei soldi mentre studi. Tutto questo non lo scambieremmo mai: lo Stato sociale, il welfare. Non lo scambieremmo con nulla che venga dall’America.

    (…) Non importa cosa sia successo in passato tra Danimarca e Groenlandia: ce la risolveremo tra noi. Così come siamo ora, va bene. E se un giorno vorremo l’indipendenza, dovranno essere i groenlandesi a deciderlo, non una superpotenza che fa pressione da lontano.

    Sappiamo benissimo che, se diventassimo indipendenti domani, lui ci invaderebbe subito, perché non avrebbe problemi né con la Nato, né con l’Europa. Per questo credo che stia scommettendo in modo profondamente insultante sull’idea che i groenlandesi siano persone stupide, non istruite, che non seguono le notizie del mondo. Ma non è così. È esattamente il contrario.

    Noi saremo qui per centinaia di anni dopo Donald Trump. Anche se ci invadesse, credo che lo aspetteremmo semplicemente come si fa con il cattivo tempo. Qui tutti sanno che è il meteo a decidere: se arriva una tempesta, ci rintaniamo per un giorno o due. Potremmo rintanarci per un anno, per due anni, o anche per dieci o vent’anni, e poi torneremmo alla Danimarca non appena Trump e quelli come lui se ne saranno andati”.

    Novanta minuti di applausi.

    This woman's name is Tillie Martinussen, she's Greenlandic, and a member of the Cooperation Party, which she helped found.

    And just a few hours ago, she gave a memorable speech—literally memorable—that is perhaps the best response ever given to Donald Trump and his vision of America.

    An act of cultural and dignity resistance, even before a political one, that all our Trump supporters and Trump cheerleaders should read and memorize.

    I think Trump doesn't know the Greenlandic people at all. We don't particularly value money, Kardashian-esque lips, or that kind of thing. In Greenland, by the way, you can't even own land: you can get a plot of land to build your house on, and you own the house on the land, but you don't own the land itself.

    Because Greenlanders don't believe that land belongs to just one person: it belongs to everyone. And the same goes for the sea and the riches it contains.
    That's why it's a huge miscalculation to think that Greenlanders can be bought with money. That's not the case. And even if they told us, "$100,000 per person," we would never give up free healthcare, we would never give up free education, we would never give up being part of Europe, we would never give up our sovereignty, which is our goal sooner or later anyway.

    We don't want to be as rich as the Americans. Just look at how greedy they are: they even go as far as to shoot their friends or invade their friends out of sheer greed. We know that there could be minerals and oil in our subsoil, and that they're worth far more than any amount of money. But even if they didn't, we still wouldn't let them buy us.

    Everyone here knows the story of the Inuit in Alaska and all the native populations, the indigenous peoples, the American Indians. Their lands were stolen, and they weren't treated well in the United States. And we know that Trump largely surrounds himself with people linked to white supremacy.

    We're not white. As you can see, we're people of color. And so we know that our rights would probably be taken away.

    We also know that, along with Denmark, we're fine just the way we are. As I said before, we have free healthcare, free education: whatever you want to study, you can do it without paying anything, and, in fact, the government even gives you a scholarship, money while you study. We would never trade all of this: the welfare state, the social security system. We wouldn't trade it for anything that comes from America.

    (…) It doesn't matter what happened in the past between Denmark and Greenland: we'll sort it out between ourselves. The way we are now, that's fine. And if one day we want independence, it should be the Greenlanders who decide, not a superpower pushing from afar.

    We know full well that if we became independent tomorrow, he would invade us immediately, because he wouldn't have any problems with NATO or Europe. That's why I think he's betting, in a deeply insulting way, on the idea that Greenlanders are stupid, uneducated people who don't follow world news. But that's not the case. It's exactly the opposite.

    We'll be here for hundreds of years after Donald Trump. Even if he invaded, I think we'd simply wait it out like we do with bad weather. Here, everyone knows that the weather decides: if a storm comes, we hole up for a day or two. We could hole up for a year, two years, or even ten or twenty years, and then We'll go back to Denmark as soon as Trump and his ilk are gone."

    Ninety minutes of applause.
    Questa donna si chiama Tillie Martinussen, è groenlandese, membro del Cooperation Party che ha contributo a fondare. E in queste ore ha tenuto un discorso memorabile - letteralmente memorabile - che è forse la miglior risposta mai data a Donald Trump e alla sua idea di America. Un atto di Resistenza culturale e di dignità, prima ancora che politico, che tutti i novelli trumpini, le cheerleader trumpiane di casa nostra dovrebbero leggere e mandare a memoria. “Penso che Trump non conosca affatto il popolo groenlandese. Noi non diamo particolare valore ai soldi, alle labbra alla Kardashian e a quel tipo di cose. In Groenlandia, tra l’altro, non si può nemmeno possedere la terra: puoi ottenere un lotto per costruire la tua casa e possiedi la casa sopra il terreno, ma la terra in sé no. Perché i groenlandesi non credono che la terra appartenga a una persona sola: appartiene a tutti. E lo stesso vale per il mare e per le ricchezze che contiene. Per questo è un enorme errore di calcolo pensare che i groenlandesi possano essere comprati con il denaro. Non è così. E anche se ci dicessero: “100.000 dollari a persona”, non rinunceremmo mai alla sanità gratuita, non rinunceremmo all’istruzione gratuita, non rinunceremmo a far parte dell’Europa, non rinunceremmo alla nostra sovranità, che prima o poi è comunque il nostro obiettivo. Non vogliamo essere ricchi come gli americani. Basta vedere quanto sono avidi: arrivano persino a sparare contro i loro amici o a invadere i loro amici per pura avidità. Sappiamo che nel nostro sottosuolo potrebbero esserci minerali e petrolio, e che valgono enormemente più di qualunque cifra. Ma anche se non ci fossero, non ci lasceremmo comunque comprare. Qui tutti conoscono la storia degli Inuit in Alaska e di tutte le popolazioni native, i popoli indigeni, gli Indiani d’America. Le loro terre sono state sottratte e non sono stati trattati bene negli Stati Uniti. E sappiamo che Trump si circonda in larga parte di persone legate al suprematismo bianco. Noi non siamo bianchi. Come potete vedere, siamo persone di colore. E quindi sappiamo che probabilmente i nostri diritti ci verrebbero tolti. Sappiamo anche che, insieme alla Danimarca, stiamo bene così come siamo. Come dicevo prima, abbiamo sanità gratuita, istruzione gratuita: qualunque cosa tu voglia studiare, puoi farlo senza pagare nulla e, anzi, il governo ti dà anche una borsa di studio, dei soldi mentre studi. Tutto questo non lo scambieremmo mai: lo Stato sociale, il welfare. Non lo scambieremmo con nulla che venga dall’America. (…) Non importa cosa sia successo in passato tra Danimarca e Groenlandia: ce la risolveremo tra noi. Così come siamo ora, va bene. E se un giorno vorremo l’indipendenza, dovranno essere i groenlandesi a deciderlo, non una superpotenza che fa pressione da lontano. Sappiamo benissimo che, se diventassimo indipendenti domani, lui ci invaderebbe subito, perché non avrebbe problemi né con la Nato, né con l’Europa. Per questo credo che stia scommettendo in modo profondamente insultante sull’idea che i groenlandesi siano persone stupide, non istruite, che non seguono le notizie del mondo. Ma non è così. È esattamente il contrario. Noi saremo qui per centinaia di anni dopo Donald Trump. Anche se ci invadesse, credo che lo aspetteremmo semplicemente come si fa con il cattivo tempo. Qui tutti sanno che è il meteo a decidere: se arriva una tempesta, ci rintaniamo per un giorno o due. Potremmo rintanarci per un anno, per due anni, o anche per dieci o vent’anni, e poi torneremmo alla Danimarca non appena Trump e quelli come lui se ne saranno andati”. Novanta minuti di applausi. This woman's name is Tillie Martinussen, she's Greenlandic, and a member of the Cooperation Party, which she helped found. And just a few hours ago, she gave a memorable speech—literally memorable—that is perhaps the best response ever given to Donald Trump and his vision of America. An act of cultural and dignity resistance, even before a political one, that all our Trump supporters and Trump cheerleaders should read and memorize. I think Trump doesn't know the Greenlandic people at all. We don't particularly value money, Kardashian-esque lips, or that kind of thing. In Greenland, by the way, you can't even own land: you can get a plot of land to build your house on, and you own the house on the land, but you don't own the land itself. Because Greenlanders don't believe that land belongs to just one person: it belongs to everyone. And the same goes for the sea and the riches it contains. That's why it's a huge miscalculation to think that Greenlanders can be bought with money. That's not the case. And even if they told us, "$100,000 per person," we would never give up free healthcare, we would never give up free education, we would never give up being part of Europe, we would never give up our sovereignty, which is our goal sooner or later anyway. We don't want to be as rich as the Americans. Just look at how greedy they are: they even go as far as to shoot their friends or invade their friends out of sheer greed. We know that there could be minerals and oil in our subsoil, and that they're worth far more than any amount of money. But even if they didn't, we still wouldn't let them buy us. Everyone here knows the story of the Inuit in Alaska and all the native populations, the indigenous peoples, the American Indians. Their lands were stolen, and they weren't treated well in the United States. And we know that Trump largely surrounds himself with people linked to white supremacy. We're not white. As you can see, we're people of color. And so we know that our rights would probably be taken away. We also know that, along with Denmark, we're fine just the way we are. As I said before, we have free healthcare, free education: whatever you want to study, you can do it without paying anything, and, in fact, the government even gives you a scholarship, money while you study. We would never trade all of this: the welfare state, the social security system. We wouldn't trade it for anything that comes from America. (…) It doesn't matter what happened in the past between Denmark and Greenland: we'll sort it out between ourselves. The way we are now, that's fine. And if one day we want independence, it should be the Greenlanders who decide, not a superpower pushing from afar. We know full well that if we became independent tomorrow, he would invade us immediately, because he wouldn't have any problems with NATO or Europe. That's why I think he's betting, in a deeply insulting way, on the idea that Greenlanders are stupid, uneducated people who don't follow world news. But that's not the case. It's exactly the opposite. We'll be here for hundreds of years after Donald Trump. Even if he invaded, I think we'd simply wait it out like we do with bad weather. Here, everyone knows that the weather decides: if a storm comes, we hole up for a day or two. We could hole up for a year, two years, or even ten or twenty years, and then We'll go back to Denmark as soon as Trump and his ilk are gone." Ninety minutes of applause.
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  • 600.000 morti in Siria per l’agenda del Grande Israele: “Questa non è la dittatura di Assad, l’ordine per la guerra civile è stato dato da Gerusalemme” – Jeffrey Sachs

    "Con l'aiuto della CIA e del governo degli Stati Uniti", ha spiegato l'ex consigliere delle Nazioni Unite e professore alla Columbia University... ed ebreo.

    Si tratta di un desiderio del governo israeliano che risale a 25 anni fa. Questa guerra è nata dall'ordine presidenziale impartito da Obama di rovesciare Assad a partire dalla primavera del 2011.

    Lanciato nel 2012, il programma Timber Sycamore ha fornito denaro, armi e addestramento alle forze ribelli per scatenare la guerra civile siriana.

    I "ribelli" siriani, alleati di Israele, crocifiggono e giustiziano i cristiani in Siria, l'UE incolpa le forze "pro-Assad"…

    600,000 deaths in Syria for Greater Israel's agenda: “This is not Assad's dictatorship, the order for the civil war was given from Jerusalem” – Jeffrey Sachs

    “With the help of the CIA and the US government,” explained the former UN advisor and professor at Columbia University… and Jew.

    This is a desire of the Israeli government that dates back 25 years. This war arose from Obama's presidential order to overthrow Assad starting in the spring of 2011.

    Launched in 2012, the Timber Sycamore program provided money, weapons and training to rebel forces to wage the Syrian civil war.

    Syrian "rebels", allies of Israel, crucify and execute Christians in Syria, EU blames "pro-Assad" forces…
    600.000 morti in Siria per l’agenda del Grande Israele: “Questa non è la dittatura di Assad, l’ordine per la guerra civile è stato dato da Gerusalemme” – Jeffrey Sachs "Con l'aiuto della CIA e del governo degli Stati Uniti", ha spiegato l'ex consigliere delle Nazioni Unite e professore alla Columbia University... ed ebreo. Si tratta di un desiderio del governo israeliano che risale a 25 anni fa. Questa guerra è nata dall'ordine presidenziale impartito da Obama di rovesciare Assad a partire dalla primavera del 2011. Lanciato nel 2012, il programma Timber Sycamore ha fornito denaro, armi e addestramento alle forze ribelli per scatenare la guerra civile siriana. ➡️➡️ I "ribelli" siriani, alleati di Israele, crocifiggono e giustiziano i cristiani in Siria, l'UE incolpa le forze "pro-Assad"… 600,000 deaths in Syria for Greater Israel's agenda: “This is not Assad's dictatorship, the order for the civil war was given from Jerusalem” – Jeffrey Sachs “With the help of the CIA and the US government,” explained the former UN advisor and professor at Columbia University… and Jew. This is a desire of the Israeli government that dates back 25 years. This war arose from Obama's presidential order to overthrow Assad starting in the spring of 2011. Launched in 2012, the Timber Sycamore program provided money, weapons and training to rebel forces to wage the Syrian civil war. Syrian "rebels", allies of Israel, crucify and execute Christians in Syria, EU blames "pro-Assad" forces…
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  • La Russia ha avviato una causa da 229 miliardi di dollari contro Euroclear, l’istituzione belga che detiene la quota maggiore dei beni russi congelati in Europa. Questi asset, principalmente riserve della banca centrale, sono stati bloccati dopo l’invasione dell’Ucraina, come parte delle sanzioni occidentali coordinate. Oggi circa 210-260 miliardi di euro di fondi sovrani russi restano immobilizzati in tutta Europa, con Euroclear che gestisce la maggior parte.

    Negli ultimi anni, alcuni governi europei hanno discusso di andare oltre il semplice congelamento: utilizzare interessi e profitti di questi fondi per finanziare aiuti militari, prestiti per la ricostruzione e supporto a lungo termine all’Ucraina. Mosca considera questa possibilità illegale e una violazione dei diritti di proprietà internazionali.

    La Russia sostiene che il blocco abbia provocato perdite finanziarie enormi, incluse mancate entrate da investimenti, e avverte che permettere ai governi di ridestinare le riserve sovrane potrebbe minare la fiducia nel sistema finanziario globale.

    Gli esperti giudicano improbabile che la causa abbia successo nei tribunali europei, ma il caso mette in luce rischi concreti per i Paesi che custodiscono riserve presso istituzioni occidentali. Se la disputa dovesse aggravarsi, potrebbe spingere più nazioni a spostare le proprie riserve fuori dall’Europa, accelerare la de-dollarizzazione e cambiare radicalmente il modo in cui le sanzioni vengono applicate nel mondo. Non è solo una questione di denaro, ma di controllo sulla finanza globale in tempi di crisi.

    - Da Nastase Adrian
    🇷🇺 La Russia ha avviato una causa da 229 miliardi di dollari contro Euroclear, l’istituzione belga che detiene la quota maggiore dei beni russi congelati in Europa. Questi asset, principalmente riserve della banca centrale, sono stati bloccati dopo l’invasione dell’Ucraina, come parte delle sanzioni occidentali coordinate. Oggi circa 210-260 miliardi di euro di fondi sovrani russi restano immobilizzati in tutta Europa, con Euroclear che gestisce la maggior parte. Negli ultimi anni, alcuni governi europei hanno discusso di andare oltre il semplice congelamento: utilizzare interessi e profitti di questi fondi per finanziare aiuti militari, prestiti per la ricostruzione e supporto a lungo termine all’Ucraina. Mosca considera questa possibilità illegale e una violazione dei diritti di proprietà internazionali. La Russia sostiene che il blocco abbia provocato perdite finanziarie enormi, incluse mancate entrate da investimenti, e avverte che permettere ai governi di ridestinare le riserve sovrane potrebbe minare la fiducia nel sistema finanziario globale. Gli esperti giudicano improbabile che la causa abbia successo nei tribunali europei, ma il caso mette in luce rischi concreti per i Paesi che custodiscono riserve presso istituzioni occidentali. Se la disputa dovesse aggravarsi, potrebbe spingere più nazioni a spostare le proprie riserve fuori dall’Europa, accelerare la de-dollarizzazione e cambiare radicalmente il modo in cui le sanzioni vengono applicate nel mondo. Non è solo una questione di denaro, ma di controllo sulla finanza globale in tempi di crisi. - Da Nastase Adrian
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  • Il mondo come una torta "250"
    La torta con il numero 250 suggerisce:
    Un anniversario nascosto (250 anni dell'ordine moderno: rivoluzioni, banche centrali, imperi).

    Il mondo è qualcosa da dividere e consumare tra le élite.

    Celebrazione mentre il caos regna in basso.

    Il messaggio: "Il mondo è già arrosto, ha solo bisogno di essere diviso."

    Il Pugno Blu
    Simbolo classico di:
    Rivoluzione diretta
    Protesti "spontanei" finanziati
    Controllo sociale attraverso la polarizzazione
    Non è una vera ribellione: è una ribellione permessa.

    Missili, carri armati e droni
    Troppi per essere una coincidenza:
    La guerra permanente come modello economico
    Conflitti non per vincere, ma per mantenere il sistema in funzione
    L'industria militare come la spina dorsale del futuro
    Non ci sarà pace, solo una rotazione di guerre.

    Cervello + Fili
    Messaggio chiaro:
    Manipolazione della mente
    IA, droghe, dopamina, algoritmi
    Controllo del pensiero tramite tecnologia e chimica
    La mente umana come un nuovo campo di battaglia.

    Pillole e siringhe
    Non solo salute:
    Medicalizzazione della vita
    Dipendenza da droghe
    Controllo "soft" della popolazione
    Non ti reprimono: ti prescrivono.

    Controllo attraverso i videogiochi
    Distrattione di massa
    Realità virtuali per fermare le rivoluzioni reali
    Gioventù anestetizzata dall'intrattenimento
    Simboli finanziari
    Denaro digitale
    Debito eterno
    Il dollaro non regna più da solo, ma nessuno è libero
    Non avrai nulla... ma continuerai a pagare.

    Piccole figure umane
    Appaiono individui:
    Disordinati
    Persi
    Senza volto né identità
    Il cittadino è rumore statistico, non un protagonista.

    In conclusione...

    "Il caos non è un errore: è intenzionale. Guerre controllate, menti intorpidite, masse intrattenute,
    e un mondo diviso tra pochi... in festa."

    Sai cosa stanno pianificando per il 2026...
    Il mondo come una torta "250" La torta con il numero 250 suggerisce: Un anniversario nascosto (250 anni dell'ordine moderno: rivoluzioni, banche centrali, imperi). Il mondo è qualcosa da dividere e consumare tra le élite. Celebrazione mentre il caos regna in basso. 👉 Il messaggio: "Il mondo è già arrosto, ha solo bisogno di essere diviso." ✊ Il Pugno Blu Simbolo classico di: Rivoluzione diretta Protesti "spontanei" finanziati Controllo sociale attraverso la polarizzazione Non è una vera ribellione: è una ribellione permessa. 🚀 Missili, carri armati e droni Troppi per essere una coincidenza: La guerra permanente come modello economico Conflitti non per vincere, ma per mantenere il sistema in funzione L'industria militare come la spina dorsale del futuro 👉 Non ci sarà pace, solo una rotazione di guerre. 🧠 Cervello + Fili Messaggio chiaro: Manipolazione della mente IA, droghe, dopamina, algoritmi Controllo del pensiero tramite tecnologia e chimica La mente umana come un nuovo campo di battaglia. 💉 Pillole e siringhe Non solo salute: Medicalizzazione della vita Dipendenza da droghe Controllo "soft" della popolazione 👉 Non ti reprimono: ti prescrivono. 🎮 Controllo attraverso i videogiochi Distrattione di massa Realità virtuali per fermare le rivoluzioni reali Gioventù anestetizzata dall'intrattenimento 💰 Simboli finanziari Denaro digitale Debito eterno Il dollaro non regna più da solo, ma nessuno è libero 👉 Non avrai nulla... ma continuerai a pagare. 🧍‍♂️ Piccole figure umane Appaiono individui: Disordinati Persi Senza volto né identità Il cittadino è rumore statistico, non un protagonista. In conclusione... "Il caos non è un errore: è intenzionale. Guerre controllate, menti intorpidite, masse intrattenute, e un mondo diviso tra pochi... in festa." Sai cosa stanno pianificando per il 2026...
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  • George Soros: lo speculatore ungherese che ha spedito l'Italia all'inferno
    Dal crollo della lira all'attivismo globale: storia di uno dei finanzieri più controversi del XX secolo
    https://risparmio.tiscali.it/analisi/articoli/i-signori-del-denaro-george-soros-speculazione-contro-italia/
    George Soros: lo speculatore ungherese che ha spedito l'Italia all'inferno Dal crollo della lira all'attivismo globale: storia di uno dei finanzieri più controversi del XX secolo https://risparmio.tiscali.it/analisi/articoli/i-signori-del-denaro-george-soros-speculazione-contro-italia/
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    George Soros: lo speculatore ungherese che ha spedito l'Italia all'inferno
    Dal crollo della lira all'attivismo globale: storia di uno dei finanzieri più controversi del XX secolo
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  • HANNO PERSO LA GUERRA E LE STANNO PROVANDO TUTTE PER SCATENARE LA TERZA GUERRA MONDIALE!

    Un piano messo a punto dai servizi di Kiev e di Londra che prevedeva di dirottare un caccia Mig-31 delle forze aeree di Mosca armato con un missile ipersonico Kinzhal verso la base Nato di Costanza, in Romania, la più grande installazione militare dell’Alleanza atlantica in Europa. A denunciare “la provocazione su larga scala” è stato il servizio segreto federale russo Fsb, che all’agenzia Tass ha riferito anche di un coinvolgimento nell’operazione del Regno Unito.

    “Per dirottare il velivolo – hanno affermato i servizi di Mosca – l’Ucraina era pronta a reclutare piloti russi offrendo loro 3 milioni di dollari“. La tv di Stato ha mostrato foto dei messaggi e registrazioni di un uomo che l’Fsb sostiene lavorasse per Kiev e Londra dai quali emerge la sostanziosa offerta di denaro a un pilota russo, al quale sarebbe stata anche promessa la cittadinanza di un Paese occidentale, per far volare il Mig verso l’Europa.

    “Il servizio di sicurezza federale – si legge in una nota citata dalla Tass – ha scoperto e sventato un’operazione della Direzione generale dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino e dei suoi supervisori britannici di dirottare un Mig-31 russo, equipaggiato con un missile ipersonico Kinzhal, e destinarlo all’estero”. “Per il dirottamento, l’intelligence ucraina – continua la nota – ha provato a reclutare piloti russi, offrendo loro 3 milioni di dollari. I servizi speciali programmavano di inviare il jet nell’area dove sorge la base aerea più grande della Nato, a Costanza, in Romania, dove sarebbe stato poi abbattuto dalla difesa aerea. Le misure messe in atto hanno sventato i piani dell’intelligence ucraina e britannica di portare avanti una provocazione su larga scala”. Lo stesso Fsb ha reso noto che le Forze Armate russe hanno lanciato un attacco in rappresaglia alla “provocazione” di Kiev, colpendo una base degli F-16 in Ucraina.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/11/russia-ucraina-mig-31-base-nato-news/8191941/amp/
    HANNO PERSO LA GUERRA E LE STANNO PROVANDO TUTTE PER SCATENARE LA TERZA GUERRA MONDIALE! Un piano messo a punto dai servizi di Kiev e di Londra che prevedeva di dirottare un caccia Mig-31 delle forze aeree di Mosca armato con un missile ipersonico Kinzhal verso la base Nato di Costanza, in Romania, la più grande installazione militare dell’Alleanza atlantica in Europa. A denunciare “la provocazione su larga scala” è stato il servizio segreto federale russo Fsb, che all’agenzia Tass ha riferito anche di un coinvolgimento nell’operazione del Regno Unito. “Per dirottare il velivolo – hanno affermato i servizi di Mosca – l’Ucraina era pronta a reclutare piloti russi offrendo loro 3 milioni di dollari“. La tv di Stato ha mostrato foto dei messaggi e registrazioni di un uomo che l’Fsb sostiene lavorasse per Kiev e Londra dai quali emerge la sostanziosa offerta di denaro a un pilota russo, al quale sarebbe stata anche promessa la cittadinanza di un Paese occidentale, per far volare il Mig verso l’Europa. “Il servizio di sicurezza federale – si legge in una nota citata dalla Tass – ha scoperto e sventato un’operazione della Direzione generale dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino e dei suoi supervisori britannici di dirottare un Mig-31 russo, equipaggiato con un missile ipersonico Kinzhal, e destinarlo all’estero”. “Per il dirottamento, l’intelligence ucraina – continua la nota – ha provato a reclutare piloti russi, offrendo loro 3 milioni di dollari. I servizi speciali programmavano di inviare il jet nell’area dove sorge la base aerea più grande della Nato, a Costanza, in Romania, dove sarebbe stato poi abbattuto dalla difesa aerea. Le misure messe in atto hanno sventato i piani dell’intelligence ucraina e britannica di portare avanti una provocazione su larga scala”. Lo stesso Fsb ha reso noto che le Forze Armate russe hanno lanciato un attacco in rappresaglia alla “provocazione” di Kiev, colpendo una base degli F-16 in Ucraina. https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/11/russia-ucraina-mig-31-base-nato-news/8191941/amp/
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  • "Non ci siamo salvati grazie al vaccino. La scienza è ostaggio di denaro e politica" - Intervista al Dott. Paolo Bellavite

    Source: https://www.facebook.com/100044157487829/posts/1356735939141643/?rdid=5JMsIlYlFRFtaMTU
    "Non ci siamo salvati grazie al vaccino. La scienza è ostaggio di denaro e politica" - Intervista al Dott. Paolo Bellavite Source: https://www.facebook.com/100044157487829/posts/1356735939141643/?rdid=5JMsIlYlFRFtaMTU
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  • Russia-Ue, la nuova guerra (finanziaria): i conti bloccati delle imprese occidentali, le mani di Putin su 150 miliardi di dollari, cosa rischiano le italiane
    Il Cremlino risponderà all’idea del cancelliere tedesco Merz di utilizzare le riserve congelate russe per finanziare l’Ucraina: ecco che cosa ha in mente lo Zar (e cosa rischia l’Italia...

    la newsletter
    Russia-Ue, la nuova guerra (finanziaria): i conti bloccati delle imprese occidentali, le mani di Putin su 150 miliardi di dollari, cosa rischiano le italiane
    di Federico Fubini

    Russia-Ue, la nuova guerra (finanziaria): i conti bloccati delle imprese occidentali, così Putin mette le mani su 150 miliardi di dollari
    Vladimir Putin (a destra) con Sergei Lavrov

    (Questo articolo è tratto dalla newsletter Whatever it takes ad opera di Federico Fubini, se vuoi iscriverti clicca qui)

    Si è udito un silenzio irreale da Mosca dopo che il cancelliere tedesco Friedrich Merz, per la prima volta, ha messo la sua firma su una decisione che sta prendendo forma: usare le riserve congelate della Russia per finanziare l’Ucraina, dapprima mobilitando 170 miliardi di euro e alla lunga ben oltre duecento. La vicenda dei fondi di Mosca risale ai primi giorni della guerra totale all’Ucraina, quando i leader del G7 bloccarono quei conti in dollari, euro, sterline e yen e li sottrassero alla disponibilità di Vladimir Putin (foto sotto). Ho scritto sul “Corriere” (qui, qui e qui, con Mara Gergolet) dei modi in cui questo può accadere, a partire dal G7 dei ministri delle Finanze già previsto mercoledì. Si può ipotizzare che la decisione diventi esecutiva fra marzo e aprile prossimi.

    La risposta del Cremlino
    Ora però mi interessano altri aspetti, perché quel silenzio di Mosca è ingannevole. Il Cremlino risponderà. Prenderà di mira e confischerà i conti e probabilmente anche i beni fisici delle aziende attive in Russia dei Paesi che dovessero partecipare all’intervento sulle riserve – incluse almeno una sessantina di imprese italiane – se questa decisione sarà confermata. La tensione tra Mosca e i governi europei, già altissima, non farà che crescere ancora.

    Le ritorsioni
    Dirò più sotto perché temo che tutto ciò sia inevitabile e perché gli averi delle aziende europee in Russia già oggi sono probabilmente irrecuperabili; quindi, non è il momento per italiani, francesi, tedeschi o britannici di farsi intimidire dalle minacce di ritorsioni. Il senso di ciò che sta accadendo è sempre più chiaro. La ritirata degli Stati Uniti dal conflitto per scelta di Donald Trump, così come la determinazione di Putin (sostenuto dalla Cina) di perseguire comunque i suoi obiettivi massimi di guerra, stanno spingendo una parte d’Europa verso ciò che per ottant’anni non aveva mai fatto: esporsi sempre di più – con denaro, armi, industria e tecnologie – perché l’Ucraina non ceda; perché Putin non divenga una minaccia sempre maggiore anche per noi stessi.


    Le riserve russe
    Usare le riserve russe è un modo di continuare questo sforzo cercando di prevenire una rivolta dei contribuenti europei, che verrebbe molto presto cavalcata dai populisti di ogni segno. Ma nei fatti la scomparsa dell’America da questo scacchiere accelera un degrado ulteriore nei rapporti tra l’Europa e la Russia, con ricadute anche finanziarie e industriali finora poco comprese. Vediamo.

    Il decreto presidenziale
    Esiste a Mosca, almeno dall’inizio dell’anno, la bozza di un decreto presidenziale che prevede la nazionalizzazione delle attività di aziende di Paesi considerati «non amichevoli». La novità sarebbe solo nella scala – vastissima, macroeconomica – sulla quale tutto ciò potrebbe avvenire. Perché il resto si è già visto tutto. In questi tre anni e mezzo Putin, il suo governo o i giudici da esso controllati hanno già requisito per motivi politici, messo sotto il controllo dello Stato o trasferito a oligarchi amici 103 aziende o proprietà; fra queste le attività russe della francese Danone (trasferite al leader ceceno e signore della guerra Ramzan Kadyrov), quella della danese Carlsberg, della belga InBev, della tedesca Bosch, dell’americana Exxon Mobil e dell’italiana Ariston. Queste ultime erano state addossate a Gazprom, la quale le ha restituite ad Ariston stessa dopo appena sette mesi (succedeva a marzo scorso).

    Il valore dei beni fisici
    Tutto questo molto probabilmente è solo il prologo di ciò che sta per accadere ora, se e quando l’uso per l’Ucraina delle riserve congelate russe diventerà operativo in primavera. Una stima approssimativa che circola negli ambienti di affari legati a Mosca indica che il valore dei beni fisici d’investimento delle società occidentali in Russia sia oggi attorno ai 150 miliardi di dollari; a questi si aggiungono conti bancari di imprese di Paesi “non amichevoli” per altri 150 miliardi di dollari circa.
    Per quanto riguarda le imprese italiane, i conti bancari esposti al sequestro in Russia molto probabilmente custodiscono almeno l’equivalente in rubli di almeno mezzo miliardo di euro; ma si tratta con ogni verosimiglianza di una stima cauta.

    La spinta dell’inflazione
    Spiegherò meglio tra poco, prima però va chiarito perché il valore complessivo dei conti e degli averi delle imprese dei Paesi occidentali in Russia (Giappone politicamente incluso) è così alto. Solo i primi otto gruppi di Paesi “non amichevoli” hanno fatturato in Russia l’equivalente di circa venti miliardi di euro all’ultimo anno dichiarato, spesso il 2023 o il 2024. Il colosso giapponese del tabacco JTI dal 2023 è in testa con vendite per l’equivalente di 4,9 miliardi nel 2023, grazie a un aumento nominale dei fatturati del 40% registrato solo dall’inizio della guerra.

    La spinta dell’inflazione
    JTI ha superato l’americana Philip Morris, diretta concorrente, la quale ha invece fatturato in Russia 4,5 miliardi di euro nel 2023 con un aumento nominale del 12% dall’inizio dell’invasione totale dell’Ucraina. Si tratta di una crescita sospinta in parte da un’inflazione di circa il 20% nei primi due anni del conflitto e dall’accelerazione dei consumi dei russi, perché la spesa militare in quella fase ha creato occupazione e aumentato il potere d’acquisto di milioni di persone.

    I dati
    I dati provengono dalle dichiarazioni fiscali delle imprese stesse all’agenzia delle tasse e all’agenzia statistica russe, raccolti e resi disponibili dalla banca dati Interfax Spark. In questo paradossalmente il governo di Mosca è più trasparente di quelli europei, perché pubblica i dati delle singole aziende (con eccezioni ed esenzioni di natura molto politica).

    Le aziende che hanno lasciato la Russia
    Naturalmente circa 17 mila aziende di Europa, Stati Uniti, Giappone, Australia hanno lasciato la Russia. Anche a costo di essere costrette a vendere a vecchi e nuovi oligarchi locali. Lo hanno fatto ad esempio l'americana McDonald, le tedesche Volkswagen, Mercedes-Benz e Henkel o le italiane Eni ed Enel. Fra i grandi gruppi globali colpiscono, in particolare, due traiettorie.

    Il caso Pepsi
    L’americana Pepsi vede salire i suoi fatturati russi del 58% nei primi tre anni di guerra fino all’equivalente di 2,5 miliardi di euro, proprio mentre da Washington arrivava un pacchetto dopo l’altro di sanzioni (ma non nei beni di consumo come cibi e bevande). E il colosso farmaceutico anglo-svedese Astra-Zeneca, malgrado i rapporti pessimi fra le capitali, dall’inizio del conflitto al 2024 vede quasi triplicare i fatturati fino a un miliardo di euro. Non è chiaro se abbia ricevuto contratti del governo di Mosca nel suo settore, che peraltro è anch’esso del tutto esente dalle sanzioni.

    La curva dei ricavi
    Al confronto le aziende italiane mostrano tendenze simili, ma su una scala molto più modesta. Circa il 70% di quelle che erano presenti prima del 2022 non ha mai lasciato la Russia neanche dopo le sanzioni; e delle 61 imprese di cui è stato possibile reperire le dichiarazioni fiscali su Interfax Spark, 37 avevano fatturati nominali in Russia più alti nel 2024 che prima dell’inizio della guerra. Di una cinquantina di imprese italiane è stato possibile ricostruire l’andamento nel Paese di Vladimir Putin da prima dello scoppio del conflitto totale in Ucraina fino all’anno scorso: il loro fatturato complessivo negli anni di guerra sale del 37%, di una decina di punti in più rispetto all’inflazione locale, fino all’equivalente di 1,7 miliardi di euro nel 2024. L’utile netto aggregato degli anni di guerra è di circa mezzo miliardo di euro, con oltre cento milioni in tasse versate nello stesso periodo al governo di Mosca.

    L’Aperol Spritz
    Quali sono queste imprese? Campari ha una filiale di importazione – non di produzione – che non investe né fa alcuna promozione per crescere, eppure ha visto i fatturati raddoppiare a circa 120 milioni di euro negli anni di guerra per una ragione legata ai paradossi della società russa: mentre i poveri muoiono nel Donbass, nelle élite di Mosca che non possono più viaggiare si è diffusa la moda dell’Aperol Spritz «all'italiana».

    Le italiane, da Chiesi a Barilla e Ferrero
    Crescono molto le farmaceutiche Chiesi e soprattutto Angelini (ma meno di AstraZeneca); decresce in Russia l’impianto di Marcegaglia per acciai di uso civile (700 mila euro di utile in Russia, su un totale di gruppo di quasi duecento milioni nel 2023). Pirelli fattura più di trecento milioni di euro, un risultato che al netto dell’inflazione risulta in frenata dall’inizio della guerra. A queste si aggiungono Cremonini (rifornisce la catena di ex McDonald), Barilla e Ferrero, quest’ultima con un giro d’affari in Russia che resta comunque una frazione dei quasi due miliardi di euro della concorrente americana Mars.

    La presa d'ostaggio
    Nessuna delle imprese che ho citato viola le sanzioni, ma tutte ormai rischiano molto. Spiega The Bell, un quotidiano online molto ben informato sull’economia russa e le dinamiche del potere a Mosca che il governo ha bollato come “agente straniero”: «Gli utili realizzati dalle filiali russe delle aziende (occidentali, ndr.) non possono essere rimpatriati». Dal 2022 devono confluire tutti nei cosiddetti “conti S” fatti istituire dal Cremlino: nella sostanza depositi congelati, così come lo sono le riserve russe in Europa.

    I capitali delle imprese
    Centinaia e centinaia di imprese occidentali non possono disporre dei loro soldi, mentre i profitti e le partecipazioni si accumulano ormai da quasi quattro anni. Di fatto sono stati presi finanziariamente in ostaggio da Putin. Se si aggiunge al conto la quota da circa dieci miliardi di dollari della britannica BP in Rosneft, quella da circa otto miliardi della francese TotalEnergies in Novatek più varie altre e i relativi flussi di dividendi, la stima di conti congelati degli occidentali in Russia per circa 150 miliardi di dollari non suona infondata.

    La fuga inevasa dalla Russia
    Perché tutte queste aziende di tanti Paesi diversi non hanno lasciato la Russia prima? I casi di avidità o opportunismo ci saranno, ma forse non sono molti. Certe imprese sono rimaste perché i loro concorrenti lo facevano (Philip Morris contro JTI). Alcune nel 2022 hanno rinviato l’uscita perché il governo di Mosca imponeva svendite al 50%, per poi scoprire che lo sconto forzoso ora è salito all’80% o al 90%. Altre ancora pensavano che il ritorno di Trump avrebbe portato la pace e il ritiro delle sanzioni. Tutte sono vestigia viventi di un’epoca finita, quella della globalizzazione e del “mondo piatto”, rimaste incagliate in questo tempo di guerra e sanzioni.

    Il ciclo delle ritorsioni
    Putin nel 2022 ha costretto gli europei – che esitavano – a smettere di comprare il gas russo. Oggi è perfettamente capace e deciso a sequestrare gli averi finanziari e materiali delle imprese occidentali, quando l’Europa userà le riserve di Mosca. Per tutte queste imprese ormai non c'è più tempo per tentare di uscire. Per il Cremlino – osserva The Bell – la confisca dell'Occidente sarà una scorciatoia per coprire il crescente deficit di bilancio nel 2026, ma a un prezzo astronomico: con questi espropri la Russia si taglierà fuori dai mercati finanziari internazionali per una generazione a venire, finendo sempre di più nelle mani e alla mercé della Cina.


    I conti S
    Peraltro non potrà estrarre molto denaro dai "conti S", perché la quota liquida è limitata mentre vendere la parte in azioni o obbligazioni può far crollare il mercato di Mosca. Ma Putin accetterà anche questo, pur di servire la sua ossessione di guerra. Per l’Europa cedere al ricatto per salvare i conti russi delle proprie imprese sarebbe comunque un errore. Essi resterebbero comunque congelati per sempre, o almeno fino alla sottomissione dei governi europei agli obiettivi di restaurazione imperiale del Cremlino. Il costo sarebbe ben più alto di qualunque profitto accumulato.


    Source: https://www.corriere.it/economia/finanza/25_settembre_29/russia-ue-nuova-guerra-finanziaria-144a5e5d-82d0-47d6-885e-4646cbfa6xlk_amp.shtml
    Russia-Ue, la nuova guerra (finanziaria): i conti bloccati delle imprese occidentali, le mani di Putin su 150 miliardi di dollari, cosa rischiano le italiane Il Cremlino risponderà all’idea del cancelliere tedesco Merz di utilizzare le riserve congelate russe per finanziare l’Ucraina: ecco che cosa ha in mente lo Zar (e cosa rischia l’Italia... la newsletter Russia-Ue, la nuova guerra (finanziaria): i conti bloccati delle imprese occidentali, le mani di Putin su 150 miliardi di dollari, cosa rischiano le italiane di Federico Fubini Russia-Ue, la nuova guerra (finanziaria): i conti bloccati delle imprese occidentali, così Putin mette le mani su 150 miliardi di dollari Vladimir Putin (a destra) con Sergei Lavrov (Questo articolo è tratto dalla newsletter Whatever it takes ad opera di Federico Fubini, se vuoi iscriverti clicca qui) Si è udito un silenzio irreale da Mosca dopo che il cancelliere tedesco Friedrich Merz, per la prima volta, ha messo la sua firma su una decisione che sta prendendo forma: usare le riserve congelate della Russia per finanziare l’Ucraina, dapprima mobilitando 170 miliardi di euro e alla lunga ben oltre duecento. La vicenda dei fondi di Mosca risale ai primi giorni della guerra totale all’Ucraina, quando i leader del G7 bloccarono quei conti in dollari, euro, sterline e yen e li sottrassero alla disponibilità di Vladimir Putin (foto sotto). Ho scritto sul “Corriere” (qui, qui e qui, con Mara Gergolet) dei modi in cui questo può accadere, a partire dal G7 dei ministri delle Finanze già previsto mercoledì. Si può ipotizzare che la decisione diventi esecutiva fra marzo e aprile prossimi. La risposta del Cremlino Ora però mi interessano altri aspetti, perché quel silenzio di Mosca è ingannevole. Il Cremlino risponderà. Prenderà di mira e confischerà i conti e probabilmente anche i beni fisici delle aziende attive in Russia dei Paesi che dovessero partecipare all’intervento sulle riserve – incluse almeno una sessantina di imprese italiane – se questa decisione sarà confermata. La tensione tra Mosca e i governi europei, già altissima, non farà che crescere ancora. Le ritorsioni Dirò più sotto perché temo che tutto ciò sia inevitabile e perché gli averi delle aziende europee in Russia già oggi sono probabilmente irrecuperabili; quindi, non è il momento per italiani, francesi, tedeschi o britannici di farsi intimidire dalle minacce di ritorsioni. Il senso di ciò che sta accadendo è sempre più chiaro. La ritirata degli Stati Uniti dal conflitto per scelta di Donald Trump, così come la determinazione di Putin (sostenuto dalla Cina) di perseguire comunque i suoi obiettivi massimi di guerra, stanno spingendo una parte d’Europa verso ciò che per ottant’anni non aveva mai fatto: esporsi sempre di più – con denaro, armi, industria e tecnologie – perché l’Ucraina non ceda; perché Putin non divenga una minaccia sempre maggiore anche per noi stessi. Le riserve russe Usare le riserve russe è un modo di continuare questo sforzo cercando di prevenire una rivolta dei contribuenti europei, che verrebbe molto presto cavalcata dai populisti di ogni segno. Ma nei fatti la scomparsa dell’America da questo scacchiere accelera un degrado ulteriore nei rapporti tra l’Europa e la Russia, con ricadute anche finanziarie e industriali finora poco comprese. Vediamo. Il decreto presidenziale Esiste a Mosca, almeno dall’inizio dell’anno, la bozza di un decreto presidenziale che prevede la nazionalizzazione delle attività di aziende di Paesi considerati «non amichevoli». La novità sarebbe solo nella scala – vastissima, macroeconomica – sulla quale tutto ciò potrebbe avvenire. Perché il resto si è già visto tutto. In questi tre anni e mezzo Putin, il suo governo o i giudici da esso controllati hanno già requisito per motivi politici, messo sotto il controllo dello Stato o trasferito a oligarchi amici 103 aziende o proprietà; fra queste le attività russe della francese Danone (trasferite al leader ceceno e signore della guerra Ramzan Kadyrov), quella della danese Carlsberg, della belga InBev, della tedesca Bosch, dell’americana Exxon Mobil e dell’italiana Ariston. Queste ultime erano state addossate a Gazprom, la quale le ha restituite ad Ariston stessa dopo appena sette mesi (succedeva a marzo scorso). Il valore dei beni fisici Tutto questo molto probabilmente è solo il prologo di ciò che sta per accadere ora, se e quando l’uso per l’Ucraina delle riserve congelate russe diventerà operativo in primavera. Una stima approssimativa che circola negli ambienti di affari legati a Mosca indica che il valore dei beni fisici d’investimento delle società occidentali in Russia sia oggi attorno ai 150 miliardi di dollari; a questi si aggiungono conti bancari di imprese di Paesi “non amichevoli” per altri 150 miliardi di dollari circa. Per quanto riguarda le imprese italiane, i conti bancari esposti al sequestro in Russia molto probabilmente custodiscono almeno l’equivalente in rubli di almeno mezzo miliardo di euro; ma si tratta con ogni verosimiglianza di una stima cauta. La spinta dell’inflazione Spiegherò meglio tra poco, prima però va chiarito perché il valore complessivo dei conti e degli averi delle imprese dei Paesi occidentali in Russia (Giappone politicamente incluso) è così alto. Solo i primi otto gruppi di Paesi “non amichevoli” hanno fatturato in Russia l’equivalente di circa venti miliardi di euro all’ultimo anno dichiarato, spesso il 2023 o il 2024. Il colosso giapponese del tabacco JTI dal 2023 è in testa con vendite per l’equivalente di 4,9 miliardi nel 2023, grazie a un aumento nominale dei fatturati del 40% registrato solo dall’inizio della guerra. La spinta dell’inflazione JTI ha superato l’americana Philip Morris, diretta concorrente, la quale ha invece fatturato in Russia 4,5 miliardi di euro nel 2023 con un aumento nominale del 12% dall’inizio dell’invasione totale dell’Ucraina. Si tratta di una crescita sospinta in parte da un’inflazione di circa il 20% nei primi due anni del conflitto e dall’accelerazione dei consumi dei russi, perché la spesa militare in quella fase ha creato occupazione e aumentato il potere d’acquisto di milioni di persone. I dati I dati provengono dalle dichiarazioni fiscali delle imprese stesse all’agenzia delle tasse e all’agenzia statistica russe, raccolti e resi disponibili dalla banca dati Interfax Spark. In questo paradossalmente il governo di Mosca è più trasparente di quelli europei, perché pubblica i dati delle singole aziende (con eccezioni ed esenzioni di natura molto politica). Le aziende che hanno lasciato la Russia Naturalmente circa 17 mila aziende di Europa, Stati Uniti, Giappone, Australia hanno lasciato la Russia. Anche a costo di essere costrette a vendere a vecchi e nuovi oligarchi locali. Lo hanno fatto ad esempio l'americana McDonald, le tedesche Volkswagen, Mercedes-Benz e Henkel o le italiane Eni ed Enel. Fra i grandi gruppi globali colpiscono, in particolare, due traiettorie. Il caso Pepsi L’americana Pepsi vede salire i suoi fatturati russi del 58% nei primi tre anni di guerra fino all’equivalente di 2,5 miliardi di euro, proprio mentre da Washington arrivava un pacchetto dopo l’altro di sanzioni (ma non nei beni di consumo come cibi e bevande). E il colosso farmaceutico anglo-svedese Astra-Zeneca, malgrado i rapporti pessimi fra le capitali, dall’inizio del conflitto al 2024 vede quasi triplicare i fatturati fino a un miliardo di euro. Non è chiaro se abbia ricevuto contratti del governo di Mosca nel suo settore, che peraltro è anch’esso del tutto esente dalle sanzioni. La curva dei ricavi Al confronto le aziende italiane mostrano tendenze simili, ma su una scala molto più modesta. Circa il 70% di quelle che erano presenti prima del 2022 non ha mai lasciato la Russia neanche dopo le sanzioni; e delle 61 imprese di cui è stato possibile reperire le dichiarazioni fiscali su Interfax Spark, 37 avevano fatturati nominali in Russia più alti nel 2024 che prima dell’inizio della guerra. Di una cinquantina di imprese italiane è stato possibile ricostruire l’andamento nel Paese di Vladimir Putin da prima dello scoppio del conflitto totale in Ucraina fino all’anno scorso: il loro fatturato complessivo negli anni di guerra sale del 37%, di una decina di punti in più rispetto all’inflazione locale, fino all’equivalente di 1,7 miliardi di euro nel 2024. L’utile netto aggregato degli anni di guerra è di circa mezzo miliardo di euro, con oltre cento milioni in tasse versate nello stesso periodo al governo di Mosca. L’Aperol Spritz Quali sono queste imprese? Campari ha una filiale di importazione – non di produzione – che non investe né fa alcuna promozione per crescere, eppure ha visto i fatturati raddoppiare a circa 120 milioni di euro negli anni di guerra per una ragione legata ai paradossi della società russa: mentre i poveri muoiono nel Donbass, nelle élite di Mosca che non possono più viaggiare si è diffusa la moda dell’Aperol Spritz «all'italiana». Le italiane, da Chiesi a Barilla e Ferrero Crescono molto le farmaceutiche Chiesi e soprattutto Angelini (ma meno di AstraZeneca); decresce in Russia l’impianto di Marcegaglia per acciai di uso civile (700 mila euro di utile in Russia, su un totale di gruppo di quasi duecento milioni nel 2023). Pirelli fattura più di trecento milioni di euro, un risultato che al netto dell’inflazione risulta in frenata dall’inizio della guerra. A queste si aggiungono Cremonini (rifornisce la catena di ex McDonald), Barilla e Ferrero, quest’ultima con un giro d’affari in Russia che resta comunque una frazione dei quasi due miliardi di euro della concorrente americana Mars. La presa d'ostaggio Nessuna delle imprese che ho citato viola le sanzioni, ma tutte ormai rischiano molto. Spiega The Bell, un quotidiano online molto ben informato sull’economia russa e le dinamiche del potere a Mosca che il governo ha bollato come “agente straniero”: «Gli utili realizzati dalle filiali russe delle aziende (occidentali, ndr.) non possono essere rimpatriati». Dal 2022 devono confluire tutti nei cosiddetti “conti S” fatti istituire dal Cremlino: nella sostanza depositi congelati, così come lo sono le riserve russe in Europa. I capitali delle imprese Centinaia e centinaia di imprese occidentali non possono disporre dei loro soldi, mentre i profitti e le partecipazioni si accumulano ormai da quasi quattro anni. Di fatto sono stati presi finanziariamente in ostaggio da Putin. Se si aggiunge al conto la quota da circa dieci miliardi di dollari della britannica BP in Rosneft, quella da circa otto miliardi della francese TotalEnergies in Novatek più varie altre e i relativi flussi di dividendi, la stima di conti congelati degli occidentali in Russia per circa 150 miliardi di dollari non suona infondata. La fuga inevasa dalla Russia Perché tutte queste aziende di tanti Paesi diversi non hanno lasciato la Russia prima? I casi di avidità o opportunismo ci saranno, ma forse non sono molti. Certe imprese sono rimaste perché i loro concorrenti lo facevano (Philip Morris contro JTI). Alcune nel 2022 hanno rinviato l’uscita perché il governo di Mosca imponeva svendite al 50%, per poi scoprire che lo sconto forzoso ora è salito all’80% o al 90%. Altre ancora pensavano che il ritorno di Trump avrebbe portato la pace e il ritiro delle sanzioni. Tutte sono vestigia viventi di un’epoca finita, quella della globalizzazione e del “mondo piatto”, rimaste incagliate in questo tempo di guerra e sanzioni. Il ciclo delle ritorsioni Putin nel 2022 ha costretto gli europei – che esitavano – a smettere di comprare il gas russo. Oggi è perfettamente capace e deciso a sequestrare gli averi finanziari e materiali delle imprese occidentali, quando l’Europa userà le riserve di Mosca. Per tutte queste imprese ormai non c'è più tempo per tentare di uscire. Per il Cremlino – osserva The Bell – la confisca dell'Occidente sarà una scorciatoia per coprire il crescente deficit di bilancio nel 2026, ma a un prezzo astronomico: con questi espropri la Russia si taglierà fuori dai mercati finanziari internazionali per una generazione a venire, finendo sempre di più nelle mani e alla mercé della Cina. I conti S Peraltro non potrà estrarre molto denaro dai "conti S", perché la quota liquida è limitata mentre vendere la parte in azioni o obbligazioni può far crollare il mercato di Mosca. Ma Putin accetterà anche questo, pur di servire la sua ossessione di guerra. Per l’Europa cedere al ricatto per salvare i conti russi delle proprie imprese sarebbe comunque un errore. Essi resterebbero comunque congelati per sempre, o almeno fino alla sottomissione dei governi europei agli obiettivi di restaurazione imperiale del Cremlino. Il costo sarebbe ben più alto di qualunque profitto accumulato. Source: https://www.corriere.it/economia/finanza/25_settembre_29/russia-ue-nuova-guerra-finanziaria-144a5e5d-82d0-47d6-885e-4646cbfa6xlk_amp.shtml
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