• After deadly attacks, Israel to hold ceasefire talks with Lebanon
    Lebanon observes day of mourning after hundreds killed as US, Israel say country is not included in ceasefire with Iran.
    Dopo i sanguinosi attacchi, Israele terrà colloqui per il cessate il fuoco con il Libano. Il Libano osserva una giornata di lutto nazionale dopo le centinaia di vittime, mentre Stati Uniti e Israele affermano che il Paese non è incluso nel cessate il fuoco con l'Iran.

    https://aje.news/g3p6oe
    After deadly attacks, Israel to hold ceasefire talks with Lebanon Lebanon observes day of mourning after hundreds killed as US, Israel say country is not included in ceasefire with Iran. Dopo i sanguinosi attacchi, Israele terrà colloqui per il cessate il fuoco con il Libano. Il Libano osserva una giornata di lutto nazionale dopo le centinaia di vittime, mentre Stati Uniti e Israele affermano che il Paese non è incluso nel cessate il fuoco con l'Iran. https://aje.news/g3p6oe
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  • FANNO di TUTTO per far naufragare i negoziati di pace!!!
    STANNO RIDUCENDO BEIRUT CONE GAZA!
    Israele oscura l'accordo con l'Iran e bombarda il Libano: centinaia di vittime civili
    Attacchi devastanti su Beirut e altre zone del Libano: 160 bombe in 10 minuti mentre l'accordo tra USA e Iran viene messo in ombra
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/08/israele-bombardamenti-libano-morti-civili-oggi/8349317/
    FANNO di TUTTO per far naufragare i negoziati di pace!!! STANNO RIDUCENDO BEIRUT CONE GAZA! Israele oscura l'accordo con l'Iran e bombarda il Libano: centinaia di vittime civili Attacchi devastanti su Beirut e altre zone del Libano: 160 bombe in 10 minuti mentre l'accordo tra USA e Iran viene messo in ombra https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/08/israele-bombardamenti-libano-morti-civili-oggi/8349317/
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    Attacchi devastanti su Beirut e altre zone del Libano: 160 bombe in 10 minuti mentre l'accordo tra USA e Iran viene messo in ombra
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  • www.corriere.it
    «Io, professore, vi racconto come due decenni di smartphone hanno trasformato i ragazzi. In peggio»
    Nella mia esperienza di insegnante, ho visto con i miei occhi gli effetti che i cellulari e i social hanno avuto sui ragazzi. E' una mutazione antropologica. Bisogna agire ora | Alessandro D'Avenia

    D'Avenia: «Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori»

    «Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese».

    Così dichiarava il tredicenne, mercoledì 25, prima di compiere il crimine ideato nel dettaglio grazie a un fenomeno sempre più diffuso: il Nihilistic Violent Extremism (Nve: Estremismo Nichilista Violento). Una costellazione di gruppi o soggetti singoli che promuovono e compiono violenza fine a se stessa, online e offline, usando i minori come vittime o carnefici.

    Attraggono soggetti vulnerabili attraverso piattaforme di gioco e applicazioni di messaggistica, e li spingono all’uso di droghe, alla condivisione di immagini intime, alla produzione di materiale pedopornografico, all’incesto e allo stupro, alla tortura di animali, ad autolesionismo, suicidio o omicidio in diretta.

    Abbiamo donato ai bambini il cellulare, ma adesso sappiamo che è come aver dato loro una macchina, dell’alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa, ma uno strumento che ti usa.

    Mi rivolgo adesso ai politici, perché il problema è politico. Che cosa aspettate?

    Nella mia esperienza di insegnante cominciata nel 2000 ho assistito a una mutazione antropologica.

    Lo smartphone ha determinato l’adultizzazione e quindi l’adulterazione dell’infanzia, destrutturando una tappa della crescita con conseguenze di salute per tutta la vita successiva.

    APPROFONDISCI CON IL PODCAST
    Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Ripeto, è come regalare loro le chiavi della macchina o una cassa di vino.

    Ci vuole una rivoluzione dal basso, dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori, di cui purtroppo siamo diventati complici inconsapevoli (che ebbrezza quando abbiamo riempito la scuola di device che adesso dobbiamo vietare...).

    Proprio in questi giorni si è concluso a Los Angeles un procedimento legale in cui per la prima volta i manager di Instagram e YouTube hanno dovuto testimoniare. Un maxi-processo con 1.600 querelanti intentato a Google e Meta, a partire dalla denuncia della ventenne Kaley G.M., che ha cominciato a soffrire di ansia, depressione e pensieri suicidi a causa dell’uso precoce dei social. Il verdetto ha stabilito che le piattaforme che Kaley frequenta da quando era bambina sono colpevoli dei suoi disturbi. Anche TikTok e SnapChat erano stati citati in giudizio ma hanno patteggiato, chiudendo con un accordo privato e un risarcimento non dichiarato.

    La strategia usata dagli avvocati delle vittime è stata quella degli anni ’90 contro l’industria del tabacco che nascondeva le conseguenze del fumo. Le compagnie dovettero risarcire 206 miliardi di dollari e sospendere la pubblicità (ricorderete film come Insider e Thank you for smoking). Allo stesso modo la sentenza del 26 marzo 2026 contro le big-tech è storica: non solo non fanno abbastanza per i minori, ma fanno male.

    Il caso del tredicenne italiano non è diverso: la sua rabbia, invece di essere accolta dalle figure adulte vicine, viene intercettata dagli attori del Nve, come in tanti casi simili avvenuti in giro per il mondo di recente. Si tratta di ragazzini problematici o è un effetto dell’architettura dei social?

    Nel 2017 la 14enne inglese Molly Rose si era uccisa dopo aver assorbito migliaia di immagini di autolesionismo. La fondazione a lei dedicata ha pubblicato di recente una ricerca che mostra come, nonostante i proclami delle piattaforme, non sia cambiato nulla. È stato simulato il profilo TikTok e Instagram di una 15enne depressa: il 95% dei video proposti dall’algoritmo «per te» sono risultati dannosi, il 55% relativi ad autolesionismo e suicidio, il 16% a modi per togliersi la vita.

    Il libro fenomeno globale di Jonathan Haidt, «La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli», che tutti gli educatori dovrebbero leggere (in Italia sta facendo altrettanto Alberto Pellai che, con Barbara Tamborini, ha pubblicato di recente l’ottimo «Esci da quella stanza»), raccoglie le evidenze scientifiche dopo 20 anni di esposizione al cellulare di bambini e adolescenti: dipendenza, frammentazione dell’attenzione, destrutturazione della socialità, perdita del sonno.

    Quattro elementi letali per la crescita, un abuso in piena regola: su soggetti fragili (bambini e adolescenti lo sono per definizione) questi mezzi portano più danni che benefici, è la kryptonite dell’infanzia. Che fare?

    Sull’esempio dell’Australia che ha disattivato i profili degli under 16 e vieta l’iscrizione senza un documento di identità, molti governi stanno legiferando. In Francia, Portogallo, Uk, Danimarca e Spagna sono state approvate leggi simili ma l’iter operativo è ancora in corso. Brasile e Norvegia stanno varando la legge, la Germania la sta discutendo.

    In Italia? Pur essendoci mossi in anticipo con una proposta bipartisan la legge è rimasta in stallo, forse perché un provvedimento del genere non porta consenso, non è gradito alle big-tech o perché siamo impastoiati in un sistema che mette altre cose prima dell’educazione e della salute dei ragazzi.

    Bisogna allora intanto agire dal basso. Per questo partecipo a un progetto, ideato da professionisti di vari ambiti e in rapida espansione, per promuovere l’educazione digitale e preservare la salute dei ragazzi: «I patti digitali». Accordi che, in comunità di diversa entità, vengono stretti da genitori, insegnanti e altre figure educative, per stabilire poche e semplici regole condivise in quella comunità (età giusta per lo smartphone, opportunità delle chat di classe, sia dei genitori che dei ragazzi, modi d’uso del registro elettronico, validità dei compiti online...) e smontare il così fan tutti: «Si sentirebbe fuori dal mondo».

    Se in una comunità sono tutti d’accordo viene meno il senso di inferiorità, la pressione sociale e la scorciatoia comoda per sedare i figli (anche nel XIX secolo si usavano gli oppiacei per calmare i bambini, ma si finiva con l’avvelenarli).

    In questi anni abbiamo riempito le aule di strumenti digitali, convinti che avrebbero rivoluzionato la didattica, salvo scoprire che aiutano l’apprendimento solo in superficie, anzi hanno provocato lo sviluppo della cosiddetta «mente da cavalletta», incapace di attenzione e di tenuta, sempre alla ricerca della ricompensa, e una soglia della noia bassissima (soggetti del tutto manipolabili): bisogna quindi tornare alla scrittura a mano, alla calligrafia, alla lettura ad alta voce, all’ascolto attivo, all’attenzione mirata.

    Non si tratta di vietare (i ragazzi sanno poi come fregarci), ma di dare alternative: nelle comunità che adottano i patti digitali cresce di pari passo la frequentazione di biblioteche, attività sportive e sociali. Possono essere gruppi di genitori, singole scuole o gruppi di scuole, intere comunità cittadine a siglare un patto e ricevere l’aiuto degli esperti, senza appesantire una vita già assai complessa.

    Il 13 aprile prossimo alle 14.30 terremo l’incontro «Educazione e protezione digitale», dal vivo e in collegamento, nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati (si potrà seguire la diretta). Ci saranno esponenti della Fondazione dei Patti, testimoni dei Patti già avviati e figure politiche dell’intero arco parlamentare impegnate da tempo nelle proposte di legge per regolamentare l’uso della rete da parte dei minori, cito solo Marco Gui, docente di Sociologia dei media all’Università di Milano-Bicocca, Stefano Vicari, direttore di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù, Elena Bozzola, coordinatrice della commissione Dipendenze Digitali della Società Italiana di Pediatria, Adriano Bordignon, presidente del Forum Nazionale delle Associazioni Familiari, Stefania Garassini, giornalista e docente universitaria di Content management e Digital Journalism, Anna Scavuzzo, assessore all’Educazione del Comune di Milano, Marianna Madia (Pd), Lavinia Mennuni (FdI), Giulia Pastorella (Azione), Giorgia Latini ed Erika Stefani (Lega), Devis Dori (Verdi, già M5S).

    Chiedo alla premier Meloni che ha una figlia, a cui sicuramente non ha dato né darà a breve un cellulare: varate una legge in questa legislatura. Il manifesto del tredicenne attentatore, evidentemente copia-incollato dai contenuti del gruppo Nlm (No Lives Matter, Nessuna vita conta, che diffonde anche un manuale per l’uso efficace di lame e armi) è un’ottima radiografia del nostro mondo adulto: «Mi sento superiore a tutti i miei coetanei. Mi sento molto più intelligente di loro e indossare un’uniforme dimostra la mia superiorità rispetto ai comuni mortali. Non sono più uno di loro, ho l’intelligenza di capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni... non mi riconosco in nessuna ideologia ben definita perché l’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia. La vita è priva di senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo... Sono stanco di essere un tipo banale, di dover fare sempre le stesse cose».

    Queste parole girate al rovescio nascondono un bisogno profondo: «Guardatemi! Aiutatemi a scoprire che sono unico, a capire le mie emozioni e a non subirle, a conoscere il mondo e gli altri, a sperimentare che la (mia) vita ha senso e vale. Toglietemi il cellulare. Liberatemi! Lasciatemi vivere i miei 13 anni. Voglio vivere!».

    La realtà ci parla attraverso un caso eclatante. Ma questo non è un caso isolato e nemmeno un caso, è la conseguenza di un processo di abuso continuo che avvelena le anime e i corpi dei ragazzi e contro cui non stiamo facendo abbastanza.

    https://www.corriere.it/alessandro-d-avenia-ultimo-banco/26_marzo_30/che-cosa-aspettate-f446dca0-f52a-4b71-b118-830a462d9xlk_amp.shtml
    www.corriere.it «Io, professore, vi racconto come due decenni di smartphone hanno trasformato i ragazzi. In peggio» Nella mia esperienza di insegnante, ho visto con i miei occhi gli effetti che i cellulari e i social hanno avuto sui ragazzi. E' una mutazione antropologica. Bisogna agire ora | Alessandro D'Avenia D'Avenia: «Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori» «Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese». Così dichiarava il tredicenne, mercoledì 25, prima di compiere il crimine ideato nel dettaglio grazie a un fenomeno sempre più diffuso: il Nihilistic Violent Extremism (Nve: Estremismo Nichilista Violento). Una costellazione di gruppi o soggetti singoli che promuovono e compiono violenza fine a se stessa, online e offline, usando i minori come vittime o carnefici. Attraggono soggetti vulnerabili attraverso piattaforme di gioco e applicazioni di messaggistica, e li spingono all’uso di droghe, alla condivisione di immagini intime, alla produzione di materiale pedopornografico, all’incesto e allo stupro, alla tortura di animali, ad autolesionismo, suicidio o omicidio in diretta. Abbiamo donato ai bambini il cellulare, ma adesso sappiamo che è come aver dato loro una macchina, dell’alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa, ma uno strumento che ti usa. Mi rivolgo adesso ai politici, perché il problema è politico. Che cosa aspettate? Nella mia esperienza di insegnante cominciata nel 2000 ho assistito a una mutazione antropologica. Lo smartphone ha determinato l’adultizzazione e quindi l’adulterazione dell’infanzia, destrutturando una tappa della crescita con conseguenze di salute per tutta la vita successiva. APPROFONDISCI CON IL PODCAST Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Ripeto, è come regalare loro le chiavi della macchina o una cassa di vino. Ci vuole una rivoluzione dal basso, dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori, di cui purtroppo siamo diventati complici inconsapevoli (che ebbrezza quando abbiamo riempito la scuola di device che adesso dobbiamo vietare...). Proprio in questi giorni si è concluso a Los Angeles un procedimento legale in cui per la prima volta i manager di Instagram e YouTube hanno dovuto testimoniare. Un maxi-processo con 1.600 querelanti intentato a Google e Meta, a partire dalla denuncia della ventenne Kaley G.M., che ha cominciato a soffrire di ansia, depressione e pensieri suicidi a causa dell’uso precoce dei social. Il verdetto ha stabilito che le piattaforme che Kaley frequenta da quando era bambina sono colpevoli dei suoi disturbi. Anche TikTok e SnapChat erano stati citati in giudizio ma hanno patteggiato, chiudendo con un accordo privato e un risarcimento non dichiarato. La strategia usata dagli avvocati delle vittime è stata quella degli anni ’90 contro l’industria del tabacco che nascondeva le conseguenze del fumo. Le compagnie dovettero risarcire 206 miliardi di dollari e sospendere la pubblicità (ricorderete film come Insider e Thank you for smoking). Allo stesso modo la sentenza del 26 marzo 2026 contro le big-tech è storica: non solo non fanno abbastanza per i minori, ma fanno male. Il caso del tredicenne italiano non è diverso: la sua rabbia, invece di essere accolta dalle figure adulte vicine, viene intercettata dagli attori del Nve, come in tanti casi simili avvenuti in giro per il mondo di recente. Si tratta di ragazzini problematici o è un effetto dell’architettura dei social? Nel 2017 la 14enne inglese Molly Rose si era uccisa dopo aver assorbito migliaia di immagini di autolesionismo. La fondazione a lei dedicata ha pubblicato di recente una ricerca che mostra come, nonostante i proclami delle piattaforme, non sia cambiato nulla. È stato simulato il profilo TikTok e Instagram di una 15enne depressa: il 95% dei video proposti dall’algoritmo «per te» sono risultati dannosi, il 55% relativi ad autolesionismo e suicidio, il 16% a modi per togliersi la vita. Il libro fenomeno globale di Jonathan Haidt, «La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli», che tutti gli educatori dovrebbero leggere (in Italia sta facendo altrettanto Alberto Pellai che, con Barbara Tamborini, ha pubblicato di recente l’ottimo «Esci da quella stanza»), raccoglie le evidenze scientifiche dopo 20 anni di esposizione al cellulare di bambini e adolescenti: dipendenza, frammentazione dell’attenzione, destrutturazione della socialità, perdita del sonno. Quattro elementi letali per la crescita, un abuso in piena regola: su soggetti fragili (bambini e adolescenti lo sono per definizione) questi mezzi portano più danni che benefici, è la kryptonite dell’infanzia. Che fare? Sull’esempio dell’Australia che ha disattivato i profili degli under 16 e vieta l’iscrizione senza un documento di identità, molti governi stanno legiferando. In Francia, Portogallo, Uk, Danimarca e Spagna sono state approvate leggi simili ma l’iter operativo è ancora in corso. Brasile e Norvegia stanno varando la legge, la Germania la sta discutendo. In Italia? Pur essendoci mossi in anticipo con una proposta bipartisan la legge è rimasta in stallo, forse perché un provvedimento del genere non porta consenso, non è gradito alle big-tech o perché siamo impastoiati in un sistema che mette altre cose prima dell’educazione e della salute dei ragazzi. Bisogna allora intanto agire dal basso. Per questo partecipo a un progetto, ideato da professionisti di vari ambiti e in rapida espansione, per promuovere l’educazione digitale e preservare la salute dei ragazzi: «I patti digitali». Accordi che, in comunità di diversa entità, vengono stretti da genitori, insegnanti e altre figure educative, per stabilire poche e semplici regole condivise in quella comunità (età giusta per lo smartphone, opportunità delle chat di classe, sia dei genitori che dei ragazzi, modi d’uso del registro elettronico, validità dei compiti online...) e smontare il così fan tutti: «Si sentirebbe fuori dal mondo». Se in una comunità sono tutti d’accordo viene meno il senso di inferiorità, la pressione sociale e la scorciatoia comoda per sedare i figli (anche nel XIX secolo si usavano gli oppiacei per calmare i bambini, ma si finiva con l’avvelenarli). In questi anni abbiamo riempito le aule di strumenti digitali, convinti che avrebbero rivoluzionato la didattica, salvo scoprire che aiutano l’apprendimento solo in superficie, anzi hanno provocato lo sviluppo della cosiddetta «mente da cavalletta», incapace di attenzione e di tenuta, sempre alla ricerca della ricompensa, e una soglia della noia bassissima (soggetti del tutto manipolabili): bisogna quindi tornare alla scrittura a mano, alla calligrafia, alla lettura ad alta voce, all’ascolto attivo, all’attenzione mirata. Non si tratta di vietare (i ragazzi sanno poi come fregarci), ma di dare alternative: nelle comunità che adottano i patti digitali cresce di pari passo la frequentazione di biblioteche, attività sportive e sociali. Possono essere gruppi di genitori, singole scuole o gruppi di scuole, intere comunità cittadine a siglare un patto e ricevere l’aiuto degli esperti, senza appesantire una vita già assai complessa. Il 13 aprile prossimo alle 14.30 terremo l’incontro «Educazione e protezione digitale», dal vivo e in collegamento, nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati (si potrà seguire la diretta). Ci saranno esponenti della Fondazione dei Patti, testimoni dei Patti già avviati e figure politiche dell’intero arco parlamentare impegnate da tempo nelle proposte di legge per regolamentare l’uso della rete da parte dei minori, cito solo Marco Gui, docente di Sociologia dei media all’Università di Milano-Bicocca, Stefano Vicari, direttore di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù, Elena Bozzola, coordinatrice della commissione Dipendenze Digitali della Società Italiana di Pediatria, Adriano Bordignon, presidente del Forum Nazionale delle Associazioni Familiari, Stefania Garassini, giornalista e docente universitaria di Content management e Digital Journalism, Anna Scavuzzo, assessore all’Educazione del Comune di Milano, Marianna Madia (Pd), Lavinia Mennuni (FdI), Giulia Pastorella (Azione), Giorgia Latini ed Erika Stefani (Lega), Devis Dori (Verdi, già M5S). Chiedo alla premier Meloni che ha una figlia, a cui sicuramente non ha dato né darà a breve un cellulare: varate una legge in questa legislatura. Il manifesto del tredicenne attentatore, evidentemente copia-incollato dai contenuti del gruppo Nlm (No Lives Matter, Nessuna vita conta, che diffonde anche un manuale per l’uso efficace di lame e armi) è un’ottima radiografia del nostro mondo adulto: «Mi sento superiore a tutti i miei coetanei. Mi sento molto più intelligente di loro e indossare un’uniforme dimostra la mia superiorità rispetto ai comuni mortali. Non sono più uno di loro, ho l’intelligenza di capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni... non mi riconosco in nessuna ideologia ben definita perché l’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia. La vita è priva di senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo... Sono stanco di essere un tipo banale, di dover fare sempre le stesse cose». Queste parole girate al rovescio nascondono un bisogno profondo: «Guardatemi! Aiutatemi a scoprire che sono unico, a capire le mie emozioni e a non subirle, a conoscere il mondo e gli altri, a sperimentare che la (mia) vita ha senso e vale. Toglietemi il cellulare. Liberatemi! Lasciatemi vivere i miei 13 anni. Voglio vivere!». La realtà ci parla attraverso un caso eclatante. Ma questo non è un caso isolato e nemmeno un caso, è la conseguenza di un processo di abuso continuo che avvelena le anime e i corpi dei ragazzi e contro cui non stiamo facendo abbastanza. https://www.corriere.it/alessandro-d-avenia-ultimo-banco/26_marzo_30/che-cosa-aspettate-f446dca0-f52a-4b71-b118-830a462d9xlk_amp.shtml
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  • SENTIAMO L'ONOREVOLE MALAN sul COMPORTAMENTO DELL'EX MINISTRO SPERANZA SUI VACCINI COVID-19.
    QUI C'È DOLO. NON POTEVANO NON SAPERE. MASSIMA DIFFUSIONE!

    CHIEDIAMO A GRAN VOCE IL RISARCIMENTO PER TUTTE LE FAMIGLIE delle VITTIME da sieri genici sperimentali e per tutti I DANNEGGIATI!!!
    SENTIAMO L'ONOREVOLE MALAN sul COMPORTAMENTO DELL'EX MINISTRO SPERANZA SUI VACCINI COVID-19. QUI C'È DOLO. NON POTEVANO NON SAPERE. MASSIMA DIFFUSIONE! CHIEDIAMO A GRAN VOCE IL RISARCIMENTO PER TUTTE LE FAMIGLIE delle VITTIME da sieri genici sperimentali e per tutti I DANNEGGIATI!!!
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  • 18 marzo – familiari vittime Covid: “Quale memoria senza verità?”
    In occasione del 18 marzo, Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid-19, il Comitato Nazionale Familiari Vittime Covid e il Comitato L’Altra Verità diffondono il video “Quale memoria senza verità?”.
    Il video accompagna il ricordo delle vittime con una riflessione su quanto accaduto negli ospedali durante la pandemia, dove, secondo i comitati, rimangono ancora domande senza risposta su gestione dei pazienti, terapie e decessi.
    Non risultano ancora audite figure centrali per la comprensione delle cure, come il professor Massimo Franchini, tra i principali studiosi della terapia con plasma iperimmune e stretto collaboratore del dottor Giuseppe De Donno.
    Inoltre, durante le audizioni istituzionali – inclusa quella della Corte dei Conti – non sono stati forniti chiarimenti specifici sull’uso degli anticorpi monoclonali anti-spike, già oggetto di attenzione giornalistica e discussione pubblica. I comitati ritengono urgente un approfondimento trasparente su questo tema, che ha coinvolto centinaia di pazienti.
    “Le immagini dei camion militari che lasciarono Bergamo nel marzo 2020 sono spesso ricordate come simbolo della tragedia italiana. In realtà, quella colonna fu una soluzione organizzativa dei servizi cimiteriali comunali, per trasferire le salme verso altri crematori e rispettare la volontà di cremazione dei defunti e delle loro famiglie.”
    “Ricordare le vittime è doveroso, ma senza verità la memoria resta incompleta”, dichiarano Sabrina Gualini ed Elisabetta Stellabotte.

    Sabrina Gualini
    presidente del comitato nazionale familiari delle vittime covid
    18 marzo – familiari vittime Covid: “Quale memoria senza verità?” In occasione del 18 marzo, Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid-19, il Comitato Nazionale Familiari Vittime Covid e il Comitato L’Altra Verità diffondono il video “Quale memoria senza verità?”. Il video accompagna il ricordo delle vittime con una riflessione su quanto accaduto negli ospedali durante la pandemia, dove, secondo i comitati, rimangono ancora domande senza risposta su gestione dei pazienti, terapie e decessi. Non risultano ancora audite figure centrali per la comprensione delle cure, come il professor Massimo Franchini, tra i principali studiosi della terapia con plasma iperimmune e stretto collaboratore del dottor Giuseppe De Donno. Inoltre, durante le audizioni istituzionali – inclusa quella della Corte dei Conti – non sono stati forniti chiarimenti specifici sull’uso degli anticorpi monoclonali anti-spike, già oggetto di attenzione giornalistica e discussione pubblica. I comitati ritengono urgente un approfondimento trasparente su questo tema, che ha coinvolto centinaia di pazienti. “Le immagini dei camion militari che lasciarono Bergamo nel marzo 2020 sono spesso ricordate come simbolo della tragedia italiana. In realtà, quella colonna fu una soluzione organizzativa dei servizi cimiteriali comunali, per trasferire le salme verso altri crematori e rispettare la volontà di cremazione dei defunti e delle loro famiglie.” “Ricordare le vittime è doveroso, ma senza verità la memoria resta incompleta”, dichiarano Sabrina Gualini ed Elisabetta Stellabotte. Sabrina Gualini presidente del comitato nazionale familiari delle vittime covid
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  • «Il Libano alla mercè di Israele, sarà ridotto come Gaza»

    Sono circa 400 le vittime accertate di una settimana di bombardamenti israeliani sul Libano; centinaia di migliaia gli sfollati, che mancano di tutto. E torna il rischio di guerra civile. La testimonianza di padre Abdo Raad.

    »🗞https://lanuovabq.it/it/il-libano-alla-merce-di-israele-sara-ridotto-come-gaza

    » @lanuovabussolaquotidiana
    «Il Libano alla mercè di Israele, sarà ridotto come Gaza» Sono circa 400 le vittime accertate di una settimana di bombardamenti israeliani sul Libano; centinaia di migliaia gli sfollati, che mancano di tutto. E torna il rischio di guerra civile. La testimonianza di padre Abdo Raad. »🗞https://lanuovabq.it/it/il-libano-alla-merce-di-israele-sara-ridotto-come-gaza » 📢 @lanuovabussolaquotidiana
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    «Il Libano alla mercè di Israele, sarà ridotto come Gaza»
    Sono circa 400 le vittime accertate di una settimana di bombardamenti israeliani sul Libano; centinaia di migliaia gli sfollati, che mancano di tutto. E torna il rischio di guerra civile. La testimonianza di padre Abdo Raad.
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  • Primi morti americani e i Maga contro Trump

    Arriva il primo bilancio umano per Washington.

    Sei soldati statunitensi sono morti non per difendere il proprio paese me per portare avanti l'agenda sionista. Sono rimasti uccisi in un attacco con drone che ha colpito una struttura militare americana nella regione del Golfo. Il bilancio include anche 18 feriti.

    Il Dipartimento della Difesa USA ha iniziato a rendere pubbliche le identità dei militari caduti. Tra i primi nomi diffusi:

    • Capt. Cody A. Khork, 35 anni
    • Sgt. 1st Class Noah L. Tietjens, 42 anni
    • Sgt. 1st Class Nicole M. Amor, 39 anni
    • Sgt. Declan J. Coady, 20 anni
    • Maj. Jeffrey R. O’Brien, 45 anni
    • Chief Warrant Officer 3 Robert M. Marzan, 54 anni

    I militari appartenevano alla 103rd Sustainment Command (U.S. Army Reserve).

    È il primo segnale che l’escalation militare sta producendo vittime dirette tra le forze americane, mentre il conflitto si allarga sul piano regionale e i MAGA si rivoltano contro Trump.

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    Primi morti americani e i Maga contro Trump Arriva il primo bilancio umano per Washington. Sei soldati statunitensi sono morti non per difendere il proprio paese me per portare avanti l'agenda sionista. Sono rimasti uccisi in un attacco con drone che ha colpito una struttura militare americana nella regione del Golfo. Il bilancio include anche 18 feriti. Il Dipartimento della Difesa USA ha iniziato a rendere pubbliche le identità dei militari caduti. Tra i primi nomi diffusi: • Capt. Cody A. Khork, 35 anni • Sgt. 1st Class Noah L. Tietjens, 42 anni • Sgt. 1st Class Nicole M. Amor, 39 anni • Sgt. Declan J. Coady, 20 anni • Maj. Jeffrey R. O’Brien, 45 anni • Chief Warrant Officer 3 Robert M. Marzan, 54 anni I militari appartenevano alla 103rd Sustainment Command (U.S. Army Reserve). È il primo segnale che l’escalation militare sta producendo vittime dirette tra le forze americane, mentre il conflitto si allarga sul piano regionale e i MAGA si rivoltano contro Trump. Iscriviti a "La Verità Rende Liberi"
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  • Iran death toll at 1,045; Turkiye says missile destroyed in east Med
    US and Israel continue to pound Iran and Lebanon, as Tehran's counterstrikes disrupt oil flows in the Middle East.
    Il bilancio delle vittime in Iran è di 1.045; la Turchia afferma che un missile è stato distrutto nel Mediterraneo orientale
    Stati Uniti e Israele continuano a colpire Iran e Libano, mentre i contrattacchi di Teheran interrompono i flussi di petrolio in Medio Oriente.

    https://aje.news/uusl7b
    Iran death toll at 1,045; Turkiye says missile destroyed in east Med US and Israel continue to pound Iran and Lebanon, as Tehran's counterstrikes disrupt oil flows in the Middle East. Il bilancio delle vittime in Iran è di 1.045; la Turchia afferma che un missile è stato distrutto nel Mediterraneo orientale Stati Uniti e Israele continuano a colpire Iran e Libano, mentre i contrattacchi di Teheran interrompono i flussi di petrolio in Medio Oriente. https://aje.news/uusl7b
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  • Proteste Iran, da Amir Ali Haydari a Rubina Aminian altre vittime di Ali Khamenei: le storie simbolo
    Leggi su Sky TG24 l'articolo Iran, il massacro: da Amir Ali Haydari a Rubina Aminian, le storie simbolo della protesta

    https://tg24.sky.it/mondo/2026/01/14/iran-morti-storie-simbolo-proteste
    Proteste Iran, da Amir Ali Haydari a Rubina Aminian altre vittime di Ali Khamenei: le storie simbolo Leggi su Sky TG24 l'articolo Iran, il massacro: da Amir Ali Haydari a Rubina Aminian, le storie simbolo della protesta https://tg24.sky.it/mondo/2026/01/14/iran-morti-storie-simbolo-proteste
    TG24.SKY.IT
    Proteste Iran, da Amir Ali Haydari a Rubina Aminian: le storie simbolo
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  • Record di giornalisti uccisi nel 2025: Israele responsabile di due terzi delle morti
    Il Cpj denuncia: 129 giornalisti uccisi nel 2025, soprattutto a Gaza. 39 vittime di attacchi con droni, crescita drammatica rispetto al 2023...
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/25/giornalisti-uccisi-2025-israele-gaza-news/8304338/
    Record di giornalisti uccisi nel 2025: Israele responsabile di due terzi delle morti Il Cpj denuncia: 129 giornalisti uccisi nel 2025, soprattutto a Gaza. 39 vittime di attacchi con droni, crescita drammatica rispetto al 2023... https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/25/giornalisti-uccisi-2025-israele-gaza-news/8304338/
    WWW.ILFATTOQUOTIDIANO.IT
    Record di giornalisti uccisi nel 2025: Israele responsabile di due terzi delle morti
    Il Cpj denuncia: 129 giornalisti uccisi nel 2025, soprattutto a Gaza. 39 vittime di attacchi con droni, crescita drammatica rispetto al 2023
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