• Amal Khalil, voce della verità il ricordo e la ricerca di giustizia

    La testimonianza di Zainab racconta la vita privata e il coraggio della giornalista uccisa nel sud del Libano, tra impegno familiare, minacce ricevute e l’eredità lasciata

    di Piero De Ruvo

    Dietro ogni grande cronista che rischia la vita al fronte c’è un mondo fatto di affetti, quotidianità e silenziose dedizioni che spesso restano nell’ombra. Amal Khalil non era solo una giornalista coraggiosa. Oltre al giubbotto antiproiettile e la telecamera puntata sulle macerie, per la sua famiglia, Amal era il punto di riferimento fondamentale, colei che si prendeva cura di tutti, dai più piccoli alla madre malata, trovando sempre una soluzione ai problemi di ciascuno. Oggi, mentre la sua voce professionale si è spenta in un tragico e forse deliberato attacco da parte dell'esercito israeliano, che ha colpito non solo lei e i suoi colleghi, ma persino ostacolato i soccorsi della Croce Rossa, resta la sua eredità umana e civile. L’eredità di una donna che ha fatto della ricerca della verità un atto di coraggio e umanità, diventando un simbolo per chi vede nel giornalismo uno strumento di giustizia. Amal ha vissuto senza mostrare paura, nemmeno di fronte alle minacce ricevute, spinta dal desiderio viscerale di documentare la realtà del Libano meridionale e di dare testimonianza delle sofferenze della sua gente. In questa intervista, sua sorella Zainab, ci apre le porte di quel mondo privato, raccontandoci la donna che si nascondeva dietro l’obiettivo, una “voce della verità e dell’umanità” che credeva fermamente che il giornalismo non potesse mai essere considerato un crimine. Le sue parole non sono solo un ricordo, ma un grido di giustizia e un invito a non lasciare che il sacrificio di Amal resti vano.

    Chi era Amal nella vita privata, oltre al suo lavoro di giornalista, e cosa la spingeva a raccontare ciò che accadeva sul campo?

    Amal era il punto di riferimento per tutti in famiglia, dai più grandi ai più piccoli. Si prendeva cura di tutti e cercava di risolvere i problemi di ciascuno: quando qualcuno aveva bisogno di qualcosa, si rivolgeva a lei. Si occupava anche della madre malata. Amal era il punto di riferimento per tutti. La sua passione per il lavoro ha avuto un grande impatto su ciò che voleva realizzare nella sua carriera. Aveva un messaggio da trasmettere a tutti sul Libano meridionale e sugli effetti dell'occupazione, ed è questo che l’ha spinta a essere sul campo. Inoltre, voleva documentare, con parole e video, ciò che gli israeliani stanno facendo nel sud: dalla distruzione all’uccisione delle persone, fino all’occupazione del territorio.

    Amal aveva mai espresso timori per la sua sicurezza o raccontato episodi di minacce legate al suo lavoro?

    Amal ha ricevuto minacce anonime nel 2024, prima che la guerra avesse inizio in quel periodo; tuttavia, non le rese pubbliche finché non fu certa delle fonti delle minacce, e, nonostante ciò, non espresse mai alcun tipo di paura a nessuno.

    Cosa chiedete oggi alla comunità internazionale e alle istituzioni affinché venga fatta piena luce sulla sua morte?
    La comunità e le istituzioni internazionali hanno un ruolo importante da svolgere e devono agire contro i crimini di guerra, avviando indagini, in particolare sulla sua morte attribuita al nemico israeliano. Questo perché l’attacco sarebbe stato compiuto con premeditazione e intenzionalità: sono stati bombardati i suoi colleghi che si trovavano davanti alla sua auto, la sua stessa auto e la casa in cui aveva trovato rifugio; inoltre è stata presa di mira anche la Croce Rossa, intervenuta per soccorrerla e recuperare i corpi dei suoi colleghi. Per questo motivo, tutte le comunità e le istituzioni internazionali devono intraprendere azioni serie e avviare indagini approfondite su questo caso.

    Quale eredità pensate che Amal lasci al giornalismo e a chi continua a raccontare i conflitti in condizioni così pericolose?
    Il giornalismo non è un crimine. Amal ne era profondamente convinta, credeva nel diritto dei giornalisti a essere protetti da ogni minaccia e violazione, ha lasciato un segno forte e duraturo nel mondo dell’informazione, diventando fonte di ispirazione per molti, spingendoli a cercare la verità senza compromessi. La sua voce, autentica e coraggiosa, resta un simbolo di umanità e giustizia. Oggi, chi continua a lavorare sul campo ne raccoglie l’eredità, portando avanti il suo impegno con la stessa determinazione.
    Amal Khalil, voce della verità il ricordo e la ricerca di giustizia La testimonianza di Zainab racconta la vita privata e il coraggio della giornalista uccisa nel sud del Libano, tra impegno familiare, minacce ricevute e l’eredità lasciata di Piero De Ruvo Dietro ogni grande cronista che rischia la vita al fronte c’è un mondo fatto di affetti, quotidianità e silenziose dedizioni che spesso restano nell’ombra. Amal Khalil non era solo una giornalista coraggiosa. Oltre al giubbotto antiproiettile e la telecamera puntata sulle macerie, per la sua famiglia, Amal era il punto di riferimento fondamentale, colei che si prendeva cura di tutti, dai più piccoli alla madre malata, trovando sempre una soluzione ai problemi di ciascuno. Oggi, mentre la sua voce professionale si è spenta in un tragico e forse deliberato attacco da parte dell'esercito israeliano, che ha colpito non solo lei e i suoi colleghi, ma persino ostacolato i soccorsi della Croce Rossa, resta la sua eredità umana e civile. L’eredità di una donna che ha fatto della ricerca della verità un atto di coraggio e umanità, diventando un simbolo per chi vede nel giornalismo uno strumento di giustizia. Amal ha vissuto senza mostrare paura, nemmeno di fronte alle minacce ricevute, spinta dal desiderio viscerale di documentare la realtà del Libano meridionale e di dare testimonianza delle sofferenze della sua gente. In questa intervista, sua sorella Zainab, ci apre le porte di quel mondo privato, raccontandoci la donna che si nascondeva dietro l’obiettivo, una “voce della verità e dell’umanità” che credeva fermamente che il giornalismo non potesse mai essere considerato un crimine. Le sue parole non sono solo un ricordo, ma un grido di giustizia e un invito a non lasciare che il sacrificio di Amal resti vano. Chi era Amal nella vita privata, oltre al suo lavoro di giornalista, e cosa la spingeva a raccontare ciò che accadeva sul campo? Amal era il punto di riferimento per tutti in famiglia, dai più grandi ai più piccoli. Si prendeva cura di tutti e cercava di risolvere i problemi di ciascuno: quando qualcuno aveva bisogno di qualcosa, si rivolgeva a lei. Si occupava anche della madre malata. Amal era il punto di riferimento per tutti. La sua passione per il lavoro ha avuto un grande impatto su ciò che voleva realizzare nella sua carriera. Aveva un messaggio da trasmettere a tutti sul Libano meridionale e sugli effetti dell'occupazione, ed è questo che l’ha spinta a essere sul campo. Inoltre, voleva documentare, con parole e video, ciò che gli israeliani stanno facendo nel sud: dalla distruzione all’uccisione delle persone, fino all’occupazione del territorio. Amal aveva mai espresso timori per la sua sicurezza o raccontato episodi di minacce legate al suo lavoro? Amal ha ricevuto minacce anonime nel 2024, prima che la guerra avesse inizio in quel periodo; tuttavia, non le rese pubbliche finché non fu certa delle fonti delle minacce, e, nonostante ciò, non espresse mai alcun tipo di paura a nessuno. Cosa chiedete oggi alla comunità internazionale e alle istituzioni affinché venga fatta piena luce sulla sua morte? La comunità e le istituzioni internazionali hanno un ruolo importante da svolgere e devono agire contro i crimini di guerra, avviando indagini, in particolare sulla sua morte attribuita al nemico israeliano. Questo perché l’attacco sarebbe stato compiuto con premeditazione e intenzionalità: sono stati bombardati i suoi colleghi che si trovavano davanti alla sua auto, la sua stessa auto e la casa in cui aveva trovato rifugio; inoltre è stata presa di mira anche la Croce Rossa, intervenuta per soccorrerla e recuperare i corpi dei suoi colleghi. Per questo motivo, tutte le comunità e le istituzioni internazionali devono intraprendere azioni serie e avviare indagini approfondite su questo caso. Quale eredità pensate che Amal lasci al giornalismo e a chi continua a raccontare i conflitti in condizioni così pericolose? Il giornalismo non è un crimine. Amal ne era profondamente convinta, credeva nel diritto dei giornalisti a essere protetti da ogni minaccia e violazione, ha lasciato un segno forte e duraturo nel mondo dell’informazione, diventando fonte di ispirazione per molti, spingendoli a cercare la verità senza compromessi. La sua voce, autentica e coraggiosa, resta un simbolo di umanità e giustizia. Oggi, chi continua a lavorare sul campo ne raccoglie l’eredità, portando avanti il suo impegno con la stessa determinazione.
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  • ATM – Fiore all’occhiello da salvare

    Dovrebbe essere il punto di riferimento della mobilità urbana milanese, un’eccellenza nella gestione del trasporto pubblico. E invece, se oggi siamo chiamati a scendere in piazza, significa che qualcosa nel modello organizzativo e nelle scelte strategiche non ha funzionato.

    Negli anni abbiamo assistito a un progressivo deterioramento del servizio: carenza strutturale di autisti (oltre 300 unità), riduzione delle frequenze su molte linee di superficie, indicatori di puntualità sempre più critici e un turnover crescente legato a condizioni contrattuali poco attrattive. Parallelamente, scelte manageriali orientate più all’espansione internazionale che al rafforzamento del servizio cittadino hanno indebolito la qualità percepita dai cittadini — ormai ridotti a semplici “utenti”.

    Eppure, a fronte di risultati economici positivi, queste criticità restano irrisolte. Anzi, le recenti dinamiche nella governance sollevano ulteriori interrogativi sulla direzione intrapresa.

    Personalmente, dal 2018 non ho mai smesso di sostenere la difesa di ATM come patrimonio pubblico strategico, contrastando ogni tentativo di frammentazione o ridimensionamento. Ed è proprio per coerenza che oggi ritengo importante dare il mio supporto all’iniziativa dei Comitati.

    9 maggio 2026
    Milano – Largo Cairoli
    Ore 16:00 – 19:00

    Al di là di appartenenze e schieramenti, qui è in gioco la tutela di un servizio pubblico essenziale, un pilastro della mobilità e della qualità della vita urbana.

    La partecipazione conta. Ci vediamo in piazza.

    #ATM #Milano #Mobilità #TrasportoPubblico #partecipazione
    🚍 ATM – Fiore all’occhiello da salvare Dovrebbe essere il punto di riferimento della mobilità urbana milanese, un’eccellenza nella gestione del trasporto pubblico. E invece, se oggi siamo chiamati a scendere in piazza, significa che qualcosa nel modello organizzativo e nelle scelte strategiche non ha funzionato. Negli anni abbiamo assistito a un progressivo deterioramento del servizio: carenza strutturale di autisti (oltre 300 unità), riduzione delle frequenze su molte linee di superficie, indicatori di puntualità sempre più critici e un turnover crescente legato a condizioni contrattuali poco attrattive. Parallelamente, scelte manageriali orientate più all’espansione internazionale che al rafforzamento del servizio cittadino hanno indebolito la qualità percepita dai cittadini — ormai ridotti a semplici “utenti”. Eppure, a fronte di risultati economici positivi, queste criticità restano irrisolte. Anzi, le recenti dinamiche nella governance sollevano ulteriori interrogativi sulla direzione intrapresa. Personalmente, dal 2018 non ho mai smesso di sostenere la difesa di ATM come patrimonio pubblico strategico, contrastando ogni tentativo di frammentazione o ridimensionamento. Ed è proprio per coerenza che oggi ritengo importante dare il mio supporto all’iniziativa dei Comitati. 📍 9 maggio 2026 📍 Milano – Largo Cairoli ⏰ Ore 16:00 – 19:00 Al di là di appartenenze e schieramenti, qui è in gioco la tutela di un servizio pubblico essenziale, un pilastro della mobilità e della qualità della vita urbana. La partecipazione conta. Ci vediamo in piazza. ✊ #ATM #Milano #Mobilità #TrasportoPubblico #partecipazione
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  • In Kenya Meta rompe il contratto con Sama, 1.108 lavoratori licenziati in tronco | il manifesto
    Africa (Internazionale) Più di mille lavoratori kenioti hanno perso il posto nel giro di pochi giorni dopo che Meta Platforms ha interrotto un importante contratto con Sama, azienda specializzata in moderazione dei contenuti e addestramento dell’intelligenza artificiale...
    https://ilmanifesto.it/in-kenya-meta-rompe-il-contratto-con-sama-1-108-lavoratori-licenziati-in-tronco
    In Kenya Meta rompe il contratto con Sama, 1.108 lavoratori licenziati in tronco | il manifesto Africa (Internazionale) Più di mille lavoratori kenioti hanno perso il posto nel giro di pochi giorni dopo che Meta Platforms ha interrotto un importante contratto con Sama, azienda specializzata in moderazione dei contenuti e addestramento dell’intelligenza artificiale... https://ilmanifesto.it/in-kenya-meta-rompe-il-contratto-con-sama-1-108-lavoratori-licenziati-in-tronco
    ILMANIFESTO.IT
    In Kenya Meta rompe il contratto con Sama, 1.108 lavoratori licenziati in tronco | il manifesto
    Africa (Internazionale) Più di mille lavoratori kenioti hanno perso il posto nel giro di pochi giorni dopo che Meta Platforms ha interrotto un importante contratto con Sama, azienda specializzata in moderazione dei contenuti e addestramento dell’intelligenza artificiale. La decisione ha portato al licenziamento di 1.108 dipendenti negli uffici di Nairobi, riaccendendo il dibattito sulle condizioni dei lavoratori
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  • Quattro giorni fa Haaretz, unico giornale d’opposizione in Israele, ha pubblicato un articolo dal titolo “I Felt I Was a Monster” (17/04/2026). L’articolo parte dalla presentazione di un soldato israeliano psicologicamente tormentato e che afferma di temere più di tutto la vendetta. Nel corso dell’articolo vengono ricordati attraverso testimonianze o documenti alcuni fatti avvenuti durante la demolizione della striscia di Gaza (una goccia nel mare di quelli noti, ma comunque).

    Si parla di soldati che urinano su un detenuto legato e bendato, ridendo e scherzando. Si parla di interrogatori dove i detenuti vengono torturati stringendo fascette di plastica intorno ai loro genitali. Si parla di un ufficiale che giustizia un palestinese disarmato che si era arreso con le mani alzate, per poi insabbiare l’episodio facendo credere fosse un "terrorista armato". Si parla di un carro armato che spara e uccide cinque civili palestinesi che attraversano una linea, seguito da un bulldozer D9 che seppellisce i corpi nella sabbia. Si parla di innumerevoli casi di soldati dell’IDF che aprono il fuoco su civili disarmati, compresi coloro che cercano cibo durante la carestia causata dal blocco imposto dal governo israeliano. Si parla del saccheggio di case palestinesi, di interni bruciati, piscio sugli oggetti personali delle famiglie sfrattate, per il divertimento collettivo.

    La tesi di fondo che sostiene l’articolo è che i soldati israeliani stiano soffrendo di gravi traumi per ciò che hanno fatto o che hanno visto fare ai propri commilitoni.

    Due osservazioni mi paiono opportune.

    La prima deve partire dalla constatazione che le atrocità ricordate nell’articolo sono solo una piccola parte, e non la più ributtante, di quanto fatto dall’esercito israeliano. (Non mi risulta ci siano precedenti altrove nel mondo di stupri e sevizie sui prigionieri, accertati con filmati giunti al pubblico internazionale, e seguiti da un’assoluzione in tribunale dei torturatori.) Detto questo, comunque, gli eventi ricordati su Haaretz, sono parte di un repertorio che ricalca in maniera impressionante alcuni dei momenti più abietti del nazifascismo.

    E l’unico modo che Haaretz ha per presentare questi eventi al pubblico israeliano (all’esigua minoranza critica) è di presentarlo invocando la pietà umana per i soldati traumatizzati dallo schifo cui hanno partecipato. Ecco, già questo impianto narrativo ci dice come nella società israeliana si sia introiettata senza resti l’idea che l’unico soggetto umano del cui sguardo val la pena curarsi è un ebreo israeliano. Se tortura e uccide innocenti, la vittima resta fuori scena, mentre chiediamo compassione per le ripercussioni psicologiche sul carnefice. Questo, temo, sia il problema di fondo, da cui tutto il resto discende.

    La seconda osservazione deriva dallo scandalo suscitato recentemente dall’immagine di un soldato dell’IDF, nel sud del Libano, che distrugge a colpi di mazza una statua di Gesù Cristo in croce. L’immagine ha fatto il giro del mondo, ha suscitato reazioni politiche e ha persino costretto, credo per la prima volta, il primo ministro israeliano Netanyahu a prendere le distanze e a promettere un intervento sanzionatorio nei confronti del soldato.

    Ora, per chiunque abbia un’idea, anche limitata, del messaggio cristiano, non può che risultare incredibile che nessuna cancelleria europea si muova per migliaia di crimini di guerra documentati, stupri, torture, assassini a sangue freddo di cittadini inermi, fucilate sui bambini, bombardamenti incendiari sui campi profughi, ecc. (di cui molti ammessi e ripresi dai media israeliani), per poi sollevare rimostranze di fronte alla dissacrazione di un’immagine.

    Infatti, se c’è una cosa per cui il messaggio cristiano si erge in contrasto polemico fortissimo verso la precedente tradizione ebraica è proprio il rigetto del formalismo, del legalismo, del culto dell’apparenza esteriore rispetto alla pietà umana.
    “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità.” (Matteo, 23, 27-28)
    Quattro giorni fa Haaretz, unico giornale d’opposizione in Israele, ha pubblicato un articolo dal titolo “I Felt I Was a Monster” (17/04/2026). L’articolo parte dalla presentazione di un soldato israeliano psicologicamente tormentato e che afferma di temere più di tutto la vendetta. Nel corso dell’articolo vengono ricordati attraverso testimonianze o documenti alcuni fatti avvenuti durante la demolizione della striscia di Gaza (una goccia nel mare di quelli noti, ma comunque). Si parla di soldati che urinano su un detenuto legato e bendato, ridendo e scherzando. Si parla di interrogatori dove i detenuti vengono torturati stringendo fascette di plastica intorno ai loro genitali. Si parla di un ufficiale che giustizia un palestinese disarmato che si era arreso con le mani alzate, per poi insabbiare l’episodio facendo credere fosse un "terrorista armato". Si parla di un carro armato che spara e uccide cinque civili palestinesi che attraversano una linea, seguito da un bulldozer D9 che seppellisce i corpi nella sabbia. Si parla di innumerevoli casi di soldati dell’IDF che aprono il fuoco su civili disarmati, compresi coloro che cercano cibo durante la carestia causata dal blocco imposto dal governo israeliano. Si parla del saccheggio di case palestinesi, di interni bruciati, piscio sugli oggetti personali delle famiglie sfrattate, per il divertimento collettivo. La tesi di fondo che sostiene l’articolo è che i soldati israeliani stiano soffrendo di gravi traumi per ciò che hanno fatto o che hanno visto fare ai propri commilitoni. Due osservazioni mi paiono opportune. La prima deve partire dalla constatazione che le atrocità ricordate nell’articolo sono solo una piccola parte, e non la più ributtante, di quanto fatto dall’esercito israeliano. (Non mi risulta ci siano precedenti altrove nel mondo di stupri e sevizie sui prigionieri, accertati con filmati giunti al pubblico internazionale, e seguiti da un’assoluzione in tribunale dei torturatori.) Detto questo, comunque, gli eventi ricordati su Haaretz, sono parte di un repertorio che ricalca in maniera impressionante alcuni dei momenti più abietti del nazifascismo. E l’unico modo che Haaretz ha per presentare questi eventi al pubblico israeliano (all’esigua minoranza critica) è di presentarlo invocando la pietà umana per i soldati traumatizzati dallo schifo cui hanno partecipato. Ecco, già questo impianto narrativo ci dice come nella società israeliana si sia introiettata senza resti l’idea che l’unico soggetto umano del cui sguardo val la pena curarsi è un ebreo israeliano. Se tortura e uccide innocenti, la vittima resta fuori scena, mentre chiediamo compassione per le ripercussioni psicologiche sul carnefice. Questo, temo, sia il problema di fondo, da cui tutto il resto discende. La seconda osservazione deriva dallo scandalo suscitato recentemente dall’immagine di un soldato dell’IDF, nel sud del Libano, che distrugge a colpi di mazza una statua di Gesù Cristo in croce. L’immagine ha fatto il giro del mondo, ha suscitato reazioni politiche e ha persino costretto, credo per la prima volta, il primo ministro israeliano Netanyahu a prendere le distanze e a promettere un intervento sanzionatorio nei confronti del soldato. Ora, per chiunque abbia un’idea, anche limitata, del messaggio cristiano, non può che risultare incredibile che nessuna cancelleria europea si muova per migliaia di crimini di guerra documentati, stupri, torture, assassini a sangue freddo di cittadini inermi, fucilate sui bambini, bombardamenti incendiari sui campi profughi, ecc. (di cui molti ammessi e ripresi dai media israeliani), per poi sollevare rimostranze di fronte alla dissacrazione di un’immagine. Infatti, se c’è una cosa per cui il messaggio cristiano si erge in contrasto polemico fortissimo verso la precedente tradizione ebraica è proprio il rigetto del formalismo, del legalismo, del culto dell’apparenza esteriore rispetto alla pietà umana. “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità.” (Matteo, 23, 27-28)
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  • "FORSE NON CI È BASTATO"

    Forse non ci è bastato davvero.
    È la prima cosa che viene da pensare davanti all’ennesima idea di una grande vetrina internazionale, questa volta con l’ipotesi di Olimpiadi estive diffuse su tre città del Nord-Ovest.
    Perché, diciamolo con franchezza: il problema non è essere “quelli del no”. Il problema è essere, ancora una volta, davanti a un modello di città che sembra costruito sulle opportunità per pochi e non sui bisogni di tutti.
    Una Milano sempre più scintillante per chi investe, per chi specula, per chi può permettersela. Molto meno per chi la vive ogni giorno, tra affitti fuori controllo, trasporti che arrancano e quartieri che chiedono servizi essenziali.

    E allora la domanda è politica, prima ancora che sportiva.
    Dopo Expo, dopo il bilancio ancora tutto da decifrare delle Olimpiadi invernali, cosa dovremmo pensare davanti a questa nuova trovata?

    La sintesi del progetto è semplice: si starebbe valutando una candidatura olimpica estiva condivisa tra più città del Nord-Ovest, con l’idea di distribuire gare, investimenti e visibilità su un’area vasta. Sulla carta sembra tutto moderno, sostenibile, persino rassicurante.
    Ma la realtà ci insegna che dietro le parole “rigenerazione”, “legacy” e “sviluppo” troppo spesso si nascondono i soliti meccanismi: nuove colate di cemento, grandi opere senza una funzione reale, studentati venduti come soluzione sociale e poi affittati a prezzi da hotel di lusso.

    E allora, dove sarebbero i vantaggi concreti per i cittadini?
    In una manifestazione che dura poco più di venti giorni, al netto delle cerimonie in pompamagna e di qualche beneficio per il comparto alberghiero, cosa resta davvero a chi Milano la manda avanti ogni mattina?
    Il rischio è di ritrovarsi con le solite cattedrali nel deserto, strutture incompiute o inutili, mentre i problemi veri restano lì: casa, salario, mobilità, sicurezza urbana, servizi di prossimità.

    Per questo credo sia giusto dirlo adesso, senza aspettare che i giochi siano fatti:
    non possiamo continuare a confondere il prestigio con il progresso.
    E qui si apre un’opportunità che è profondamente politica, soprattutto in vista delle prossime amministrative.

    La responsabilità è nostra: costruire finalmente un’alternativa credibile che rimetta al centro le esigenze reali delle persone.
    Come farebbe un padre di famiglia saggio: prima il pane quotidiano, poi le vacanze di lusso.
    Milano deve tornare a partire dal basso, dai quartieri, dalle famiglie, dai giovani che non riescono più a restare, da chi lavora e non vuole essere espulso dalla propria città.
    Meno spocchia, meno slogan, più quotidianità.
    L’efficienza serve, eccome. Ma deve ripartire dalle fondamenta sociali della città, non dalle passerelle internazionali.

    #Milano #Olimpiadi #PoliticaLocale #Amministrative
    "FORSE NON CI È BASTATO" Forse non ci è bastato davvero. È la prima cosa che viene da pensare davanti all’ennesima idea di una grande vetrina internazionale, questa volta con l’ipotesi di Olimpiadi estive diffuse su tre città del Nord-Ovest. Perché, diciamolo con franchezza: il problema non è essere “quelli del no”. Il problema è essere, ancora una volta, davanti a un modello di città che sembra costruito sulle opportunità per pochi e non sui bisogni di tutti. Una Milano sempre più scintillante per chi investe, per chi specula, per chi può permettersela. Molto meno per chi la vive ogni giorno, tra affitti fuori controllo, trasporti che arrancano e quartieri che chiedono servizi essenziali. E allora la domanda è politica, prima ancora che sportiva. Dopo Expo, dopo il bilancio ancora tutto da decifrare delle Olimpiadi invernali, cosa dovremmo pensare davanti a questa nuova trovata? La sintesi del progetto è semplice: si starebbe valutando una candidatura olimpica estiva condivisa tra più città del Nord-Ovest, con l’idea di distribuire gare, investimenti e visibilità su un’area vasta. Sulla carta sembra tutto moderno, sostenibile, persino rassicurante. Ma la realtà ci insegna che dietro le parole “rigenerazione”, “legacy” e “sviluppo” troppo spesso si nascondono i soliti meccanismi: nuove colate di cemento, grandi opere senza una funzione reale, studentati venduti come soluzione sociale e poi affittati a prezzi da hotel di lusso. E allora, dove sarebbero i vantaggi concreti per i cittadini? In una manifestazione che dura poco più di venti giorni, al netto delle cerimonie in pompamagna e di qualche beneficio per il comparto alberghiero, cosa resta davvero a chi Milano la manda avanti ogni mattina? Il rischio è di ritrovarsi con le solite cattedrali nel deserto, strutture incompiute o inutili, mentre i problemi veri restano lì: casa, salario, mobilità, sicurezza urbana, servizi di prossimità. Per questo credo sia giusto dirlo adesso, senza aspettare che i giochi siano fatti: non possiamo continuare a confondere il prestigio con il progresso. E qui si apre un’opportunità che è profondamente politica, soprattutto in vista delle prossime amministrative. La responsabilità è nostra: costruire finalmente un’alternativa credibile che rimetta al centro le esigenze reali delle persone. Come farebbe un padre di famiglia saggio: prima il pane quotidiano, poi le vacanze di lusso. Milano deve tornare a partire dal basso, dai quartieri, dalle famiglie, dai giovani che non riescono più a restare, da chi lavora e non vuole essere espulso dalla propria città. Meno spocchia, meno slogan, più quotidianità. L’efficienza serve, eccome. Ma deve ripartire dalle fondamenta sociali della città, non dalle passerelle internazionali. #Milano #Olimpiadi #PoliticaLocale #Amministrative
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  • Giocare al chiuso con videogame invece che all'aperto con gli animali, mangiare cibi industriali e zuccheri raffinati invece che naturali, ubbidire per timore di punizione invece che per condivisione, vivere in mezzo ad adolescenti problematici invece che con genitori e amici, guardare la tv di sera invece di ascoltare la fiabe, questo è il modello educativo a cui sono sottoposti i bambini del bosco.
    Scandalo internazionale fortemente voluto e difeso dai dem nostrani, emiliani come la pancetta e la coppa.
    Ma loro sono convinti di avere ragione, questo è il problema.
    Giocare al chiuso con videogame invece che all'aperto con gli animali, mangiare cibi industriali e zuccheri raffinati invece che naturali, ubbidire per timore di punizione invece che per condivisione, vivere in mezzo ad adolescenti problematici invece che con genitori e amici, guardare la tv di sera invece di ascoltare la fiabe, questo è il modello educativo a cui sono sottoposti i bambini del bosco. Scandalo internazionale fortemente voluto e difeso dai dem nostrani, emiliani come la pancetta e la coppa. Ma loro sono convinti di avere ragione, questo è il problema.
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  • ATTENZIONE a quello che mangiate al RISTORANTE!
    Topi, insetti e squalo spacciato per pesce spada. Cosa finisce nei piatti dei romani
    Dai mercati rionali ai ristoranti passando per i grossisti. Il cibo non tracciato continua a essere presente in città. Dossier ha scattato una fotografia di un contesto, quello della Capitale, sempre più "internazionale" dal punto di vista
    https://amp.romatoday.it/dossier/criminalita/locali-chiusi-cibi-sequestrati-2025.html
    ATTENZIONE a quello che mangiate al RISTORANTE! Topi, insetti e squalo spacciato per pesce spada. Cosa finisce nei piatti dei romani Dai mercati rionali ai ristoranti passando per i grossisti. Il cibo non tracciato continua a essere presente in città. Dossier ha scattato una fotografia di un contesto, quello della Capitale, sempre più "internazionale" dal punto di vista https://amp.romatoday.it/dossier/criminalita/locali-chiusi-cibi-sequestrati-2025.html
    AMP.ROMATODAY.IT
    Topi, insetti e squalo spacciato per pesce spada. Cosa finisce nei piatti dei romani
    Dai mercati rionali ai ristoranti passando per i grossisti. Il cibo non tracciato continua a essere presente in città. Dossier ha scattato una fotografia di un contesto, quello della Capitale, sempre più "internazionale" dal punto di vista alimentare
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  • Cari Amici
    Ho il piacere di annunciarvi che, questa sera 14 Aprile alle ore 21, il prof Pier Mario Biava, medico e notissimo ricercatore internazionale, suo figlio Michele responsabile tecnico della Società Novacell, io, fisico e medico, parteciperemo al noto programma televisivo MEDICINA AMICA dell’emittente televisiva TELECOLOR su Epigenetica e Fisica Quantistica.
    Un incontro di grande valenza scientifica, una grande occasione di confronto tra discipline diverse che però convergono tra loro per il mantenimento del Ben-Essere delle Persone. Un successo garantito.
    Piergiorgio Spaggiari
    Cari Amici Ho il piacere di annunciarvi che, questa sera 14 Aprile alle ore 21, il prof Pier Mario Biava, medico e notissimo ricercatore internazionale, suo figlio Michele responsabile tecnico della Società Novacell, io, fisico e medico, parteciperemo al noto programma televisivo MEDICINA AMICA dell’emittente televisiva TELECOLOR su Epigenetica e Fisica Quantistica. Un incontro di grande valenza scientifica, una grande occasione di confronto tra discipline diverse che però convergono tra loro per il mantenimento del Ben-Essere delle Persone. Un successo garantito. Piergiorgio Spaggiari
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  • BUONA IDEA!
    L’AI chiama i pub e smaschera i rincari sulla birra: così un ingegnere ha fatto scendere i prezzi
    In Irlanda un programmatore ha creato “Guinndex”, indice in tempo reale sui costi della pinta: dopo migliaia di telefonate automatiche e così diversi locali sono stati spinti a ritoccare i listini verso il basso...
    https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-internazionale/l-ai-chiama-i-pub-e-smaschera-i-rincari-sulla-birra-cos-2649294.html
    BUONA IDEA! L’AI chiama i pub e smaschera i rincari sulla birra: così un ingegnere ha fatto scendere i prezzi In Irlanda un programmatore ha creato “Guinndex”, indice in tempo reale sui costi della pinta: dopo migliaia di telefonate automatiche e così diversi locali sono stati spinti a ritoccare i listini verso il basso... https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-internazionale/l-ai-chiama-i-pub-e-smaschera-i-rincari-sulla-birra-cos-2649294.html
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    L’AI chiama i pub e smaschera i rincari sulla birra: così un ingegnere ha fatto scendere i prezzi
    In Irlanda un programmatore ha creato “Guinndex”, indice in tempo reale sui costi della pinta: dopo migliaia di telefonate automatiche e così diversi locali sono stati spinti a ritoccare i listini verso il basso
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  • Almasri, la Corte penale internazionale ha deferito l'Italia all'Assemblea degli Stati membri: "Inadempiente"
    Il governo Meloni avrebbe impedito alla Cpi di esercitare le proprie funzioni e i propri poteri ai sensi dello Statuto "non dando debita esecuzione alla richiesta della Corte", non consultando né cooperando

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/02/almasri-la-corte-penale-internazionale-deferisce-litalia-allassemblea-degli-stati-membri-impedi-arresto-e-consegna/8343862/
    Almasri, la Corte penale internazionale ha deferito l'Italia all'Assemblea degli Stati membri: "Inadempiente" Il governo Meloni avrebbe impedito alla Cpi di esercitare le proprie funzioni e i propri poteri ai sensi dello Statuto "non dando debita esecuzione alla richiesta della Corte", non consultando né cooperando https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/02/almasri-la-corte-penale-internazionale-deferisce-litalia-allassemblea-degli-stati-membri-impedi-arresto-e-consegna/8343862/
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    Almasri, la Corte penale internazionale ha deferito l'Italia all'Assemblea degli Stati membri: "Inadempiente"
    Il governo Meloni avrebbe impedito alla Cpi di esercitare le proprie funzioni e i propri poteri ai sensi dello Statuto "non dando debita esecuzione alla richiesta della Corte", non consultando né cooperando
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