• Spero vadano tutti in Galera. Ma finirà purtroppo a vin santo e tarallucci!!!
    Scorza si dimette dal Garante Privacy e invita gli altri membri a fare lo stesso
    Il componente del Garante indagato per peculato lascia l'incarico, era l'unico che non votò la multa a Report da 150mila euro.

    Si è dimesso Guido Scorza, il componente del collegio del Garante della Privacy indagato insieme agli altri tre membri del collegio con l’accusa di peculato e corruzione. Scorza avrebbe comunicato al Presidente, ai colleghi e al segretario generale Luigi Montuori la sua decisione.

    Scorza era stato nominato nel 2020 su indicazione dei Cinque Stelle, fu l’unico membro del Collegio a non votare la famosa multa a Report da 150mila euro, da cui è partita la slavina delle inchieste giornalistiche condotte da Report e dal Fatto. E tuttavia è stato travolto lo stesso per la sospetta contiguità tra il suo ruolo di Garante e lo studio legale E-Lex che lui stesso aveva fondato, per via di pratiche e istruttorie per reclami di clienti dello studio presso il quale lavora ancora la moglie.

    “Ho deciso di fare un passo indietro – scrive sulla bacheca Fb – nell’interesse dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali. Sono stati cinque anni e mezzo bellissimi dalla parte giusta del mondo. Per ora grazie a tutte e a tutti ma arrivederci dalla stessa parte, quella dei diritti, delle libertà e della democrazia. In questo video le ragioni di una scelta difficile e sofferta”.

    Da regolamento il Collegio può operare anche con tre soli membri, ma già lunedì il presidente Stanzione e il segretario Montuori dovranno notificare ai presidenti di Camera e Senato per avviare le dimissioni di Scorza e per avviare l’iter per la nomina di un quarto membro da integrare al suo posto. E dunque, cosa faranno gli altri?

    Da quanto apprende il Fatto, Scorza prima dell’annuncio e delle comunicazioni ufficiali aveva avvertito telefonicamente tutti i colleghi della sua decisione, ma alla sua comunicazione non sono seguite analoghe decisioni. E questo vuol dire che probabilmente non si dimetteranno, non a breve.

    E questo dipenderà molto dalle strategie suggerite nelle scorse ore dai rispettivi legali, che hanno tentato rapidamente di valutare le accuse e se rispetto a queste sono più tutelati rimanendo nell’incarico o lasciando. I legali della vice presidente Cerrina Feroni, contattati a caldo da Fatto, dicono che “allo stato non è cambiato nulla” e che ne parleranno nei prossimi giorni.

    Nel suo discorso di dimissioni, Scorza descrive la scelta di fare un passo indietro come “giusta e necessaria nell’interesse dell’istituzione”, pur ammettendo senza remore che si tratta di una delle decisioni “più sofferte della mia vita”. La motivazione principale “è la necessità di preservare la credibilità dell’Ente”. Scorza afferma che il Paese ha bisogno di un Garante che possieda “autorevolezza non solo effettiva ma anche percepita” e che, senza questa “fiducia percepita”, diventa impossibile promuovere e proteggere un diritto fragile come la privacy,,,. Dichiara esplicitamente: “L’istituzione… viene prima di me e dei miei interessi”.

    Scorza ci tiene a precisare che lascia l’incarico nell’assoluta certezza di non avere… nessuna responsabilità in relazione alle contestazioni che mi vengono mosse”. Una scelta etica: “Rimanere al suo posto sarebbe stata la scelta egoisticamente migliore, più comoda e forse più saggia, ma incompatibile con la sua storia, i suoi valori e il suo senso dello Stato, che impone di dimostrare il rispetto per le istituzioni con i fatti e non solo a parole”.

    Attribuisce il momento difficile dell’Autorità non a errori interni, ma a “fattori estranei” e a “patologie e derive di un sistema”. Pur definendo le inchieste giornalistiche e giudiziarie “giuste, utili, democraticamente preziose”, lamenta il fatto che in questo sistema “esse possano compromettere il funzionamento di un’autorità indipendente prima ancora che venga accertata una responsabilità”. La colpa di ciò, secondo Scorza, ricade su un “circuito mediatico sensazionalistico, sugli algoritmi social e su una “politica con la P minuscola” a caccia di visibilità”.


    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/17/scorza-dimissioni-garante-privacy-inchiesta-news/8260024/
    Spero vadano tutti in Galera. Ma finirà purtroppo a vin santo e tarallucci!!! Scorza si dimette dal Garante Privacy e invita gli altri membri a fare lo stesso Il componente del Garante indagato per peculato lascia l'incarico, era l'unico che non votò la multa a Report da 150mila euro. Si è dimesso Guido Scorza, il componente del collegio del Garante della Privacy indagato insieme agli altri tre membri del collegio con l’accusa di peculato e corruzione. Scorza avrebbe comunicato al Presidente, ai colleghi e al segretario generale Luigi Montuori la sua decisione. Scorza era stato nominato nel 2020 su indicazione dei Cinque Stelle, fu l’unico membro del Collegio a non votare la famosa multa a Report da 150mila euro, da cui è partita la slavina delle inchieste giornalistiche condotte da Report e dal Fatto. E tuttavia è stato travolto lo stesso per la sospetta contiguità tra il suo ruolo di Garante e lo studio legale E-Lex che lui stesso aveva fondato, per via di pratiche e istruttorie per reclami di clienti dello studio presso il quale lavora ancora la moglie. “Ho deciso di fare un passo indietro – scrive sulla bacheca Fb – nell’interesse dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali. Sono stati cinque anni e mezzo bellissimi dalla parte giusta del mondo. Per ora grazie a tutte e a tutti ma arrivederci dalla stessa parte, quella dei diritti, delle libertà e della democrazia. In questo video le ragioni di una scelta difficile e sofferta”. Da regolamento il Collegio può operare anche con tre soli membri, ma già lunedì il presidente Stanzione e il segretario Montuori dovranno notificare ai presidenti di Camera e Senato per avviare le dimissioni di Scorza e per avviare l’iter per la nomina di un quarto membro da integrare al suo posto. E dunque, cosa faranno gli altri? Da quanto apprende il Fatto, Scorza prima dell’annuncio e delle comunicazioni ufficiali aveva avvertito telefonicamente tutti i colleghi della sua decisione, ma alla sua comunicazione non sono seguite analoghe decisioni. E questo vuol dire che probabilmente non si dimetteranno, non a breve. E questo dipenderà molto dalle strategie suggerite nelle scorse ore dai rispettivi legali, che hanno tentato rapidamente di valutare le accuse e se rispetto a queste sono più tutelati rimanendo nell’incarico o lasciando. I legali della vice presidente Cerrina Feroni, contattati a caldo da Fatto, dicono che “allo stato non è cambiato nulla” e che ne parleranno nei prossimi giorni. Nel suo discorso di dimissioni, Scorza descrive la scelta di fare un passo indietro come “giusta e necessaria nell’interesse dell’istituzione”, pur ammettendo senza remore che si tratta di una delle decisioni “più sofferte della mia vita”. La motivazione principale “è la necessità di preservare la credibilità dell’Ente”. Scorza afferma che il Paese ha bisogno di un Garante che possieda “autorevolezza non solo effettiva ma anche percepita” e che, senza questa “fiducia percepita”, diventa impossibile promuovere e proteggere un diritto fragile come la privacy,,,. Dichiara esplicitamente: “L’istituzione… viene prima di me e dei miei interessi”. Scorza ci tiene a precisare che lascia l’incarico nell’assoluta certezza di non avere… nessuna responsabilità in relazione alle contestazioni che mi vengono mosse”. Una scelta etica: “Rimanere al suo posto sarebbe stata la scelta egoisticamente migliore, più comoda e forse più saggia, ma incompatibile con la sua storia, i suoi valori e il suo senso dello Stato, che impone di dimostrare il rispetto per le istituzioni con i fatti e non solo a parole”. Attribuisce il momento difficile dell’Autorità non a errori interni, ma a “fattori estranei” e a “patologie e derive di un sistema”. Pur definendo le inchieste giornalistiche e giudiziarie “giuste, utili, democraticamente preziose”, lamenta il fatto che in questo sistema “esse possano compromettere il funzionamento di un’autorità indipendente prima ancora che venga accertata una responsabilità”. La colpa di ciò, secondo Scorza, ricade su un “circuito mediatico sensazionalistico, sugli algoritmi social e su una “politica con la P minuscola” a caccia di visibilità”. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/17/scorza-dimissioni-garante-privacy-inchiesta-news/8260024/
    WWW.ILFATTOQUOTIDIANO.IT
    Scorza si dimette dal Garante Privacy e invita gli altri membri a fare lo stesso
    Il componente del Garante indagato per peculato lascia l'incarico, era l'unico che non votò la multa a Report da 150mila euro
    Like
    1
    0 Comments 0 Shares 17 Views
  • UNO DEI POCHI CHE DICE LE COSE COME STANNO.

    Vannacci sfida il governo Meloni: “Continuare a mandare armi all’Ucraina è follia, l’esercito russo avanza e noi paghiamo il conto”
    "Continuare a cedere armi e fondi infiniti all’Ucraina è follia. Se vogliamo essere coerenti con l’approccio bellicistico, dobbiamo entrare in guerra con la Russia. Ma allora il governo dica agli italiani che andranno a versare il loro sangue per Kiev.

    Nuovo fronte di tensione nella maggioranza di governo sul sostegno militare all’Ucraina. A riaccendere il dibattito è Roberto Vannacci, europarlamentare della Lega ed ex generale dell’Esercito, intervenuto a Battitori Liberi, su Radio Cusano Campus, dove ha ribadito la sua fermissima contrarietà al decreto armi approvato dal governo Meloni a fine dicembre 2025, che proroga fino al 2026 gli aiuti militari a Kiev. In Aula, i leghisti Sasso e Ziello hanno votato no su risoluzioni collegate, in linea con la posizione dello stesso Vannacci.

    L’ex generale rivendica la linea dura e sottolinea come il dissenso non sia rimasto isolato: “Mi dà soddisfazione che non solo due parlamentari della Lega abbiano votato no in Aula, ma molti di più. Il mio appello era rivolto a tutti perché ritengo che trovare una pace a questo conflitto sia un interesse nazionale. Questa guerra non ha portato nulla di buono all’Italia. Ha portato a meno commercio, a meno ricchezza, a meno benessere, a un caro vita eccessivo e a un prezzo dell’energia salito alle stelle, oltre a tantissimi imprenditori italiani che non possono più esportare i loro beni in Russia”.
    Nel suo intervento, l’europarlamentare leghista cita anche il dato dei disertori ucraini per rafforzare la tesi dell’inutilità della strategia occidentale: “Solo nel 2025 ci sono stati 180mila ucraini che sono scappati per non andare al fronte. Non è più una guerra che il popolo ucraino vuole portare avanti, perché quattro anni di cessione continua di armi e fondi infiniti non hanno portato ai risultati sperati, mentre l’esercito russo continua ad avanzare”.
    A riguardo, cita Einstein sulla follia di ripetere sempre le stesse azioni aspettandosi esiti diversi: “Per non essere dei folli dobbiamo cambiare strategia e usare altri strumenti, oppure, se vogliamo essere coerenti con l’approccio bellicistico, dobbiamo entrare in guerra con la Russia insieme a Unione europea e Nato, ma dobbiamo anche dirlo chiaramente agli italiani e spiegare che i nostri figli e nipoti andranno a versare il loro sangue per Kiev”.

    Al giornalista Savino Balzano che cita le parole del segretario generale della Nato, Mark Rutte, sulla necessità di prepararsi alla guerra, Vannacci replica tranchant, anche con una frecciata alla maggioranza di governo: “Gli psicopatici sono tanti, ma non credo che gli italiani siano d’accordo. E siccome io credo che la sovranità appartenga al popolo e che il Parlamento sia là proprio per garantire che questa sovranità rimanga ancorata al popolo, una decisione del genere deve essere sposata da tutti quanti. Io mi auguro – ribadisce – che si cambino gli strumenti e che si arrivi a una pace oggi, che ci costerà sicuramente, ma costerà meno della pace di domani, perché il trend dell’invasione russa non sta cambiando. Questi sono dati reali e oggettivi”.

    L’ex generale sposta poi l’attenzione sulle priorità interne: “Questo Paese ha bisogno di maggiore attenzione sulla sicurezza, sull’immigrazione fuori controllo, sull’islamizzazione estremamente allarmante della nostra patria, sul prezzo dell’energia e su salari bassi e sanità che si sta sgretolando. Queste sono le priorità degli italiani – continua, giudicando inaccettabile destinare fondi a Kiev mentre famiglie e imprese faticano a fine mese – Ci sono 50 milioni di euro nella manovra che dovranno andare all’Ucraina e un fondo di debito comune europeo da 90 miliardi che qualcuno dovrà restituire, perché gli ucraini non lo faranno mai”.

    Alla domanda sulle ripercussioni politiche delle sue posizioni, Vannacci rivendica la propria autonomia: “Io faccio i miei appelli, mi interessa quello che pensano gli altri, ma non mi faccio condizionare. Anche se colleghi di partito o di maggioranza non fossero d’accordo, la forza di una coalizione sta nella pluralità delle espressioni. Io voto a Bruxelles e posso dire con coscienza di avere sempre votato in maniera coerente per uno stop alla cessione di armi e fondi illimitati all’Ucraina, perché ritengo che questa strategia sia fallimentare”.

    Sul piano internazionale, l’europarlamentare affronta anche il caso Iran, invitando a evitare letture selettive: “È una situazione complessa, c’è una dittatura che opprime un popolo, ma non è l’unica nell’area. Ci sono tanti altri Stati con cui l’Occidente intrattiene ottime relazioni pur non essendo democrazie liberali“. E menziona il Qatar, l’Arabia Saudita e recenti accordi commerciali del governo Meloni.
    E sulla Siria aggiunge: “Al-Jolani è stato ricevuto dalla signora Ursula von der Leyen, ricordo che era un terrorista di Al-Qaeda”.
    Netta anche la bocciatura dell’idea di esportare la democrazia con le armi: “Ne ho visto gli effetti di persona. Sono stato in Somalia, Iraq, Libia e Afghanistan. Prima si stava male perché c’era una dittatura, ma si viveva meglio. Oggi c’è il caos totale e si vive peggio”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/16/vannacci-meloni-ucraina-armi-iran-russia-lega/8258668/
    UNO DEI POCHI CHE DICE LE COSE COME STANNO. Vannacci sfida il governo Meloni: “Continuare a mandare armi all’Ucraina è follia, l’esercito russo avanza e noi paghiamo il conto” "Continuare a cedere armi e fondi infiniti all’Ucraina è follia. Se vogliamo essere coerenti con l’approccio bellicistico, dobbiamo entrare in guerra con la Russia. Ma allora il governo dica agli italiani che andranno a versare il loro sangue per Kiev. Nuovo fronte di tensione nella maggioranza di governo sul sostegno militare all’Ucraina. A riaccendere il dibattito è Roberto Vannacci, europarlamentare della Lega ed ex generale dell’Esercito, intervenuto a Battitori Liberi, su Radio Cusano Campus, dove ha ribadito la sua fermissima contrarietà al decreto armi approvato dal governo Meloni a fine dicembre 2025, che proroga fino al 2026 gli aiuti militari a Kiev. In Aula, i leghisti Sasso e Ziello hanno votato no su risoluzioni collegate, in linea con la posizione dello stesso Vannacci. L’ex generale rivendica la linea dura e sottolinea come il dissenso non sia rimasto isolato: “Mi dà soddisfazione che non solo due parlamentari della Lega abbiano votato no in Aula, ma molti di più. Il mio appello era rivolto a tutti perché ritengo che trovare una pace a questo conflitto sia un interesse nazionale. Questa guerra non ha portato nulla di buono all’Italia. Ha portato a meno commercio, a meno ricchezza, a meno benessere, a un caro vita eccessivo e a un prezzo dell’energia salito alle stelle, oltre a tantissimi imprenditori italiani che non possono più esportare i loro beni in Russia”. Nel suo intervento, l’europarlamentare leghista cita anche il dato dei disertori ucraini per rafforzare la tesi dell’inutilità della strategia occidentale: “Solo nel 2025 ci sono stati 180mila ucraini che sono scappati per non andare al fronte. Non è più una guerra che il popolo ucraino vuole portare avanti, perché quattro anni di cessione continua di armi e fondi infiniti non hanno portato ai risultati sperati, mentre l’esercito russo continua ad avanzare”. A riguardo, cita Einstein sulla follia di ripetere sempre le stesse azioni aspettandosi esiti diversi: “Per non essere dei folli dobbiamo cambiare strategia e usare altri strumenti, oppure, se vogliamo essere coerenti con l’approccio bellicistico, dobbiamo entrare in guerra con la Russia insieme a Unione europea e Nato, ma dobbiamo anche dirlo chiaramente agli italiani e spiegare che i nostri figli e nipoti andranno a versare il loro sangue per Kiev”. Al giornalista Savino Balzano che cita le parole del segretario generale della Nato, Mark Rutte, sulla necessità di prepararsi alla guerra, Vannacci replica tranchant, anche con una frecciata alla maggioranza di governo: “Gli psicopatici sono tanti, ma non credo che gli italiani siano d’accordo. E siccome io credo che la sovranità appartenga al popolo e che il Parlamento sia là proprio per garantire che questa sovranità rimanga ancorata al popolo, una decisione del genere deve essere sposata da tutti quanti. Io mi auguro – ribadisce – che si cambino gli strumenti e che si arrivi a una pace oggi, che ci costerà sicuramente, ma costerà meno della pace di domani, perché il trend dell’invasione russa non sta cambiando. Questi sono dati reali e oggettivi”. L’ex generale sposta poi l’attenzione sulle priorità interne: “Questo Paese ha bisogno di maggiore attenzione sulla sicurezza, sull’immigrazione fuori controllo, sull’islamizzazione estremamente allarmante della nostra patria, sul prezzo dell’energia e su salari bassi e sanità che si sta sgretolando. Queste sono le priorità degli italiani – continua, giudicando inaccettabile destinare fondi a Kiev mentre famiglie e imprese faticano a fine mese – Ci sono 50 milioni di euro nella manovra che dovranno andare all’Ucraina e un fondo di debito comune europeo da 90 miliardi che qualcuno dovrà restituire, perché gli ucraini non lo faranno mai”. Alla domanda sulle ripercussioni politiche delle sue posizioni, Vannacci rivendica la propria autonomia: “Io faccio i miei appelli, mi interessa quello che pensano gli altri, ma non mi faccio condizionare. Anche se colleghi di partito o di maggioranza non fossero d’accordo, la forza di una coalizione sta nella pluralità delle espressioni. Io voto a Bruxelles e posso dire con coscienza di avere sempre votato in maniera coerente per uno stop alla cessione di armi e fondi illimitati all’Ucraina, perché ritengo che questa strategia sia fallimentare”. Sul piano internazionale, l’europarlamentare affronta anche il caso Iran, invitando a evitare letture selettive: “È una situazione complessa, c’è una dittatura che opprime un popolo, ma non è l’unica nell’area. Ci sono tanti altri Stati con cui l’Occidente intrattiene ottime relazioni pur non essendo democrazie liberali“. E menziona il Qatar, l’Arabia Saudita e recenti accordi commerciali del governo Meloni. E sulla Siria aggiunge: “Al-Jolani è stato ricevuto dalla signora Ursula von der Leyen, ricordo che era un terrorista di Al-Qaeda”. Netta anche la bocciatura dell’idea di esportare la democrazia con le armi: “Ne ho visto gli effetti di persona. Sono stato in Somalia, Iraq, Libia e Afghanistan. Prima si stava male perché c’era una dittatura, ma si viveva meglio. Oggi c’è il caos totale e si vive peggio”. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/16/vannacci-meloni-ucraina-armi-iran-russia-lega/8258668/
    WWW.ILFATTOQUOTIDIANO.IT
    Vannacci sfida il governo Meloni: “Continuare a mandare armi all’Ucraina è follia, l’esercito russo avanza e noi paghiamo il conto”
    "Continuare a cedere armi e fondi infiniti all’Ucraina è follia. Se vogliamo essere coerenti con l’approccio bellicistico, dobbiamo entrare in guerra con la Russia. Ma allora il governo dica agli italiani che andranno a versare il loro sangue per Kiev". Vannacci rivendica il no alle armi all'Ucraina - Guarda il video
    Like
    2
    0 Comments 0 Shares 437 Views
  • SUCCEDE anche QUESTO nel SILENZIO GENERALE!
    Iran, 17enne ucciso durante le proteste: la storia di Amir nuovo simbolo della resistenza
    Colpito al cuore e pestato a morte durante le proteste in Iran. Il regime parla di "caduta", ma i familiari denunciano la verità



    “È stato colpito al cuore e, mentre esalava l’ultimo respiro, lo hanno pestato alla testa con il calcio di una pistola, così tante volte che il suo cervello si è sparso a terra”. Così è stato ammazzato Amir dagli sgherri del regime iraniano, secondo il racconto dei suoi cari

    Si muore a Teheran e non solo, a causa delle contestazioni alla dittatura degli ayatollah, ma nelle grandi città europee questo sacrificio attira poco: non ci sono cortei o bandiere ai balconi per sostenere un popolo stanco della repressione, non ci sono scritte sui muri o raduni che chiedano la liberazione di questo o quel prigioniero. Eppure, i simboli di questa resistenza si moltiplicano con il passare dei giorni e con il numero delle vittime in aumento. Uno di questi simboli è Amir. Aveva 17 anni e di certo, alla sua età, ne avrebbe fatto a meno. Ma il racconto dei suoi parenti sta circolando, grazie alla testimonianza del cugino di Amir – Diako Haydari – raccolta da Sky News.

    Diako vive a Cardiff, in Galles, e ai giornalisti ha raccontato che Amir è stato ucciso la scorsa settimana, picchiato e colpito a morte a Kermanshah, nell’Iran occidentale. Amir aveva deciso di partecipare alle manifestazioni, giovedì scorso, assieme ai compagni di classe: la sua scelta è risultata fatale. La famiglia sostiene di aver ricevuto una spiegazione diversa dalle autorità: il diciassettenne sarebbe “caduto da una grande altezza”. Quel giorno Amir non è stato il solo a perdere la vita: “Due suoi amici sono in coma, altri li hanno uccisi. Gli hanno sparato”, ha detto Diako.

    Avere fonti indipendenti che possano confortare con più testimonianze quanto avviene in Iran è difficile: il governo ha bloccato Internet e chi riesce si collega grazie ai satelliti di Starlink per mandare i video delle manifestazioni. In uno di questi, proprio da Kermanshah, mostrato da Sky News, si vedono poliziotti in borghese sparare sui manifestanti. In altri video girati nel centro forense di Kahrizak, alla periferia di Teheran, vengono mostrati i sacchi neri di plastica per chiudere i cadaveri che ricoprivano il pavimento di un grande magazzino. Uomini e donne si muovono tra file di corpi per cercare di identificare i propri cari.

    In questo contesto, la morte di uno studente diventa il simbolo di una tragedia: c’è il racconto dei familiari e la versione opposta del governo, mentre sullo sfondo cresce la rabbia in un Paese in piena crisi economica ma con una leadership che non intende farsi da parte e una opposizione spesso frammentata. La fine di Amir racconta la voglia dei ragazzi di vivere in un Iran differente: un desiderio spezzato con la violenza legalizzata dagli ayatollah.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/13/proteste-iran-amir-ucciso-17-anni-notizie/8254305/
    SUCCEDE anche QUESTO nel SILENZIO GENERALE! Iran, 17enne ucciso durante le proteste: la storia di Amir nuovo simbolo della resistenza Colpito al cuore e pestato a morte durante le proteste in Iran. Il regime parla di "caduta", ma i familiari denunciano la verità “È stato colpito al cuore e, mentre esalava l’ultimo respiro, lo hanno pestato alla testa con il calcio di una pistola, così tante volte che il suo cervello si è sparso a terra”. Così è stato ammazzato Amir dagli sgherri del regime iraniano, secondo il racconto dei suoi cari Si muore a Teheran e non solo, a causa delle contestazioni alla dittatura degli ayatollah, ma nelle grandi città europee questo sacrificio attira poco: non ci sono cortei o bandiere ai balconi per sostenere un popolo stanco della repressione, non ci sono scritte sui muri o raduni che chiedano la liberazione di questo o quel prigioniero. Eppure, i simboli di questa resistenza si moltiplicano con il passare dei giorni e con il numero delle vittime in aumento. Uno di questi simboli è Amir. Aveva 17 anni e di certo, alla sua età, ne avrebbe fatto a meno. Ma il racconto dei suoi parenti sta circolando, grazie alla testimonianza del cugino di Amir – Diako Haydari – raccolta da Sky News. Diako vive a Cardiff, in Galles, e ai giornalisti ha raccontato che Amir è stato ucciso la scorsa settimana, picchiato e colpito a morte a Kermanshah, nell’Iran occidentale. Amir aveva deciso di partecipare alle manifestazioni, giovedì scorso, assieme ai compagni di classe: la sua scelta è risultata fatale. La famiglia sostiene di aver ricevuto una spiegazione diversa dalle autorità: il diciassettenne sarebbe “caduto da una grande altezza”. Quel giorno Amir non è stato il solo a perdere la vita: “Due suoi amici sono in coma, altri li hanno uccisi. Gli hanno sparato”, ha detto Diako. Avere fonti indipendenti che possano confortare con più testimonianze quanto avviene in Iran è difficile: il governo ha bloccato Internet e chi riesce si collega grazie ai satelliti di Starlink per mandare i video delle manifestazioni. In uno di questi, proprio da Kermanshah, mostrato da Sky News, si vedono poliziotti in borghese sparare sui manifestanti. In altri video girati nel centro forense di Kahrizak, alla periferia di Teheran, vengono mostrati i sacchi neri di plastica per chiudere i cadaveri che ricoprivano il pavimento di un grande magazzino. Uomini e donne si muovono tra file di corpi per cercare di identificare i propri cari. In questo contesto, la morte di uno studente diventa il simbolo di una tragedia: c’è il racconto dei familiari e la versione opposta del governo, mentre sullo sfondo cresce la rabbia in un Paese in piena crisi economica ma con una leadership che non intende farsi da parte e una opposizione spesso frammentata. La fine di Amir racconta la voglia dei ragazzi di vivere in un Iran differente: un desiderio spezzato con la violenza legalizzata dagli ayatollah. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/13/proteste-iran-amir-ucciso-17-anni-notizie/8254305/
    WWW.ILFATTOQUOTIDIANO.IT
    Iran, 17enne ucciso durante le proteste: la storia di Amir nuovo simbolo della resistenza
    Colpito al cuore e pestato a morte durante le proteste in Iran. Il regime parla di "caduta", ma i familiari denunciano la verità
    0 Comments 0 Shares 835 Views
  • “Se posso aggiungere, hanno eletto Zelensky per fare la pace e lui aveva firmato un accordo con Putin, ma gli Stati Uniti e Boris Johnson sono intervenuti per dire: “noi non accettiamo la neutralità ucraina. Dovete continuare a lottare”. Questo è quello che è successo, lo so, perché ero con quei diplomatici, ho parlato anche con i diplomatici turchi che erano i mediatori in questa situazione".

    L’economista e analista politico Jeffrey Sachs ha messo in evidente imbarazzo il conduttore di SkyTG24 Andrea Bignami e il giornalista del Corriere della Sera Daniele Manca.
    “Se posso aggiungere, hanno eletto Zelensky per fare la pace e lui aveva firmato un accordo con Putin, ma gli Stati Uniti e Boris Johnson sono intervenuti per dire: “noi non accettiamo la neutralità ucraina. Dovete continuare a lottare”. Questo è quello che è successo, lo so, perché ero con quei diplomatici, ho parlato anche con i diplomatici turchi che erano i mediatori in questa situazione". L’economista e analista politico Jeffrey Sachs ha messo in evidente imbarazzo il conduttore di SkyTG24 Andrea Bignami e il giornalista del Corriere della Sera Daniele Manca.
    Like
    1
    0 Comments 0 Shares 654 Views
  • QUESTI BASTARDI SIONISTI CONTINUANO con LA LORO POLITICA dopo AVERNE UCCISI più di 200!
    Secondo i dati di RSF, oltre 210 giornalisti sono stati uccisi dall'esercito israeliano a Gaza in quasi 23 mesi di operazioni militari. Tra questi, almeno 56 sono stati deliberatamente presi di mira perché giornalisti o sono morti mentre svolgevano il proprio lavoro.
    Israele continua a bloccare l'accesso dei giornalisti stranieri a Gaza
    Nonostante il cessate il fuoco, Tel Aviv mantiene il divieto per i media internazionali citando motivi di sicurezza
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/07/gaza-israele-blocca-giornalisti-stranieri-news/8247768/
    QUESTI BASTARDI SIONISTI CONTINUANO con LA LORO POLITICA dopo AVERNE UCCISI più di 200! Secondo i dati di RSF, oltre 210 giornalisti sono stati uccisi dall'esercito israeliano a Gaza in quasi 23 mesi di operazioni militari. Tra questi, almeno 56 sono stati deliberatamente presi di mira perché giornalisti o sono morti mentre svolgevano il proprio lavoro. Israele continua a bloccare l'accesso dei giornalisti stranieri a Gaza Nonostante il cessate il fuoco, Tel Aviv mantiene il divieto per i media internazionali citando motivi di sicurezza https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/07/gaza-israele-blocca-giornalisti-stranieri-news/8247768/
    WWW.ILFATTOQUOTIDIANO.IT
    Israele continua a bloccare l'accesso dei giornalisti stranieri a Gaza
    Nonostante il cessate il fuoco, Tel Aviv mantiene il divieto per i media internazionali citando motivi di sicurezza
    Angry
    1
    0 Comments 0 Shares 891 Views
  • SUCCEDE ANCHE QUESTO NELLA SVIZZERA dei VIP. SPERO CHE TUTTO i RESPONSABILI PAGHINO per QUELLO che HANNO FATTO. PERSONE SENZA SCRUPOLI.
    Giornalista Rai aggredito a Crans-Montana: insulti e minacce contro gli italiani
    La denuncia di Marocchi: "Sono stato spinto, ci siamo rifugiati in auto mentre continuavano a insultarci"...
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/06/a-crans-montana-tre-persone-ci-hanno-minacciato-hanno-insultato-noi-e-gli-italiani-sono-stato-spinto-la-denuncia-del-giornalista-rai-domenico-marocchi/8246751/
    SUCCEDE ANCHE QUESTO NELLA SVIZZERA dei VIP. SPERO CHE TUTTO i RESPONSABILI PAGHINO per QUELLO che HANNO FATTO. PERSONE SENZA SCRUPOLI. Giornalista Rai aggredito a Crans-Montana: insulti e minacce contro gli italiani La denuncia di Marocchi: "Sono stato spinto, ci siamo rifugiati in auto mentre continuavano a insultarci"... https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/06/a-crans-montana-tre-persone-ci-hanno-minacciato-hanno-insultato-noi-e-gli-italiani-sono-stato-spinto-la-denuncia-del-giornalista-rai-domenico-marocchi/8246751/
    WWW.ILFATTOQUOTIDIANO.IT
    Giornalista Rai aggredito a Crans-Montana: insulti e minacce contro gli italiani
    La denuncia di Marocchi: "Sono stato spinto, ci siamo rifugiati in auto mentre continuavano a insultarci"
    Angry
    2
    0 Comments 0 Shares 294 Views
  • GRAVISSIMO

    Vorrei ricordare al grande popolo degli entusiasti gastro-patrioti che dal 1 gennaio 2026 non potranno più sapere, leggendo l'etichetta, la provenienza delle materie prime di importanti prodotti del Made in Italy alimentare.
    Non sarà cioè più dato sapere con che cosa saranno fatte le paste alimentari di grano duro, i derivati del pomodoro, il latte e i prodotti lattiero caseari, il riso e le carni suine trasformate.
    Ma come, nessuno ve lo aveva detto? Nemmeno giornali e TV? Nemmeno i politici e i grandi chef che ieri esultavano orgogliosi a reti unificate? Strano...
    Eppure è cosi. Tutto risale a poco tempo fa, al 23 dicembre 2024. Perché quel giorno, senza dare troppo nell'occhio, i nostri ministeri Agricoltura (e Sovranità), Imprese e Salute - "incoraggiati" dalle grandi aziende del settore - erano giunti alla conclusione che, in fondo, tutta questa trasparenza in etichetta fosse eccessiva e penalizzante.
    Così, dal prossimo anno - giusto il tempo di esaurire le scorte di magazzino con quelle etichette troppo sincere - gli entusiasti fan dei grandi marchi del Made in Italy alimentare potranno pascersi di fusilli o spaghetti di grano turco o ucraino, perdipiù conditi con pummarola di pomodoro cinese, mantecare risotti fatti con cultivar pakistani o birmani, affettare caciotte e spalmare stracchini derivanti dalla mungitura di mucche bulgare, senza dimenticare i panini farciti con fette di salami polacchi o salsicce di suini cantonesi o dello Shezuhan. Tutto rigorosamente riconoscibile da una rassicurante bandierina tricolore in bella evidenza sulla confezione.
    Buon appetito e buon Made in Italy a tutti

    A salvarci, per fortuna, rimarranno le piccole e medie aziende di agricoltori e imprenditori "ribelli ed eretici" (molti dei quali giovani) che si ostinano a coltivare e a trasformare materie prime 100% italiane. Come riconoscerli? Facile: sono quelli che non fanno spot in TV.
    βš οΈπŸ“›GRAVISSIMOπŸ†˜βš οΈ Vorrei ricordare al grande popolo degli entusiasti gastro-patrioti che dal 1 gennaio 2026 non potranno più sapere, leggendo l'etichetta, la provenienza delle materie prime di importanti prodotti del Made in Italy alimentare. Non sarà cioè più dato sapere con che cosa saranno fatte le paste alimentari di grano duro, i derivati del pomodoro, il latte e i prodotti lattiero caseari, il riso e le carni suine trasformate. Ma come, nessuno ve lo aveva detto? Nemmeno giornali e TV? Nemmeno i politici e i grandi chef che ieri esultavano orgogliosi a reti unificate? Strano... Eppure è cosi. Tutto risale a poco tempo fa, al 23 dicembre 2024. Perché quel giorno, senza dare troppo nell'occhio, i nostri ministeri Agricoltura (e Sovranità), Imprese e Salute - "incoraggiati" dalle grandi aziende del settore - erano giunti alla conclusione che, in fondo, tutta questa trasparenza in etichetta fosse eccessiva e penalizzante. Così, dal prossimo anno - giusto il tempo di esaurire le scorte di magazzino con quelle etichette troppo sincere - gli entusiasti fan dei grandi marchi del Made in Italy alimentare potranno pascersi di fusilli o spaghetti di grano turco o ucraino, perdipiù conditi con pummarola di pomodoro cinese, mantecare risotti fatti con cultivar pakistani o birmani, affettare caciotte e spalmare stracchini derivanti dalla mungitura di mucche bulgare, senza dimenticare i panini farciti con fette di salami polacchi o salsicce di suini cantonesi o dello Shezuhan. Tutto rigorosamente riconoscibile da una rassicurante bandierina tricolore in bella evidenza sulla confezione. Buon appetito e buon Made in Italy a tutti A salvarci, per fortuna, rimarranno le piccole e medie aziende di agricoltori e imprenditori "ribelli ed eretici" (molti dei quali giovani) che si ostinano a coltivare e a trasformare materie prime 100% italiane. Come riconoscerli? Facile: sono quelli che non fanno spot in TV.
    Angry
    3
    0 Comments 0 Shares 2K Views
  • Non ce la si fa. Ci sono due categorie di persone che vivono nell'ansia più totale continuando a chiedere del decreto Ucraina nonostante fior di comunicati stampa e interviste.

    Prima categoria: sono quelli del PD, giornalisti inclusi, che sperano nelle crisi di governo per le divergenze sulla politica estera (ansiosi peraltro di governare con il M5S da cui TUTTO li divide in politica estera).

    Seconda categoria: sono i GONZI che ancora ascoltano ciò che quelli della prima categoria fanno scrivere sui giornali nel vano tentativo di mettere zizzania.

    La questione è semplicissima e raccontata mille volte:

    PERSONALMENTE -> ho detto l'anno scorso che quel decreto sarebbe stato l'ultimo che avrei votato. Ultimo significa ultimo.

    COME PARTITO -> ho detto che se il decreto non fosse cambiato non l'avremmo votato e che ci sarebbe dovuta essere una chiara discontinuità per tenere conto del processo di pace in corso.
    A domanda di chiarire cosa avrebbe potuto essere una sufficiente discontinuità ho detto che non ci saremmo accontentati di modifiche puramente formali ma che avrebbe dovuto essere chiaramente esplicitata la prevalenza di strumenti orientati alla protezione della popolazione civile, quindi materiale logistico, sanitario, di scudo da minacce aeree e simili.

    Mettetevi tranquilli che i governi cadono solo se qualcuno in maggioranza vuole farli cadere e vanno fatti cadere solo se c'è immediatamente disponibile una soluzione migliore. Dato che le alternative sono Giuseppi Schlein Renzi e Fratoianni, mi pare evidente che nessuno ha alcuna intenzione di far cadere alcunché. Una volta chiarite quali sono le reciproche linee rosse non è interesse di nessuno attraversarle.

    Source: https://x.com/borghi_claudio/status/2005306649314034001?t=9uRxcIaSNBv0aCFOUjpXsQ&s=19
    Non ce la si fa. Ci sono due categorie di persone che vivono nell'ansia più totale continuando a chiedere del decreto Ucraina nonostante fior di comunicati stampa e interviste. Prima categoria: sono quelli del PD, giornalisti inclusi, che sperano nelle crisi di governo per le divergenze sulla politica estera (ansiosi peraltro di governare con il M5S da cui TUTTO li divide in politica estera). Seconda categoria: sono i GONZI che ancora ascoltano ciò che quelli della prima categoria fanno scrivere sui giornali nel vano tentativo di mettere zizzania. La questione è semplicissima e raccontata mille volte: PERSONALMENTE -> ho detto l'anno scorso che quel decreto sarebbe stato l'ultimo che avrei votato. Ultimo significa ultimo. COME PARTITO -> ho detto che se il decreto non fosse cambiato non l'avremmo votato e che ci sarebbe dovuta essere una chiara discontinuità per tenere conto del processo di pace in corso. A domanda di chiarire cosa avrebbe potuto essere una sufficiente discontinuità ho detto che non ci saremmo accontentati di modifiche puramente formali ma che avrebbe dovuto essere chiaramente esplicitata la prevalenza di strumenti orientati alla protezione della popolazione civile, quindi materiale logistico, sanitario, di scudo da minacce aeree e simili. Mettetevi tranquilli che i governi cadono solo se qualcuno in maggioranza vuole farli cadere e vanno fatti cadere solo se c'è immediatamente disponibile una soluzione migliore. Dato che le alternative sono Giuseppi Schlein Renzi e Fratoianni, mi pare evidente che nessuno ha alcuna intenzione di far cadere alcunché. Una volta chiarite quali sono le reciproche linee rosse non è interesse di nessuno attraversarle. Source: https://x.com/borghi_claudio/status/2005306649314034001?t=9uRxcIaSNBv0aCFOUjpXsQ&s=19
    0 Comments 0 Shares 2K Views
  • MILANO 2025 – Fra bollettino di guerra e m2 di sofferenza

    Quando si avvicina la fine dell’anno arriva anche il momento dei bilanci.
    E per la nostra città i conti sono, ancora una volta, in passivo.
    Non è un caso se sempre più testate giornalistiche snocciolano percentuali, grafici e numeri che raccontano una Milano che non è più la “locomotiva d’Italia”, ma assomiglia sempre di più a un girone urbano dei dannati. Il dato più inquietante, però, non è nei report: è nella nostra assuefazione collettiva.
    Stiamo accettando tutto questo con una calma sospetta. Forse perché siamo – giustamente – presi dal dimostrare empatia e solidarietà verso conflitti e sofferenze che si consumano a migliaia di chilometri da qui. È umano, è giusto, è necessario.
    Ma permettetemi una riflessione, rapportata alle nostre vite e alle nostre dimensioni quotidiane.
    È come vivere in un condominio che cade a pezzi e scegliere di ignorarlo perché siamo emotivamente assorbiti dai problemi di un altro palazzo, lontano chilometri dal nostro. La solidarietà non è in discussione. La rimozione del reale, sì.

    Con un nuovo anno alle porte e le prossime amministrative che si avvicinano, forse è arrivato il momento di rivolgere a Milano attenzioni maggiori, senza sensi di colpa ma con responsabilità. Se siamo in grado di occuparci del mondo intero, dobbiamo essere capaci di guardare anche alle gravi carenze di casa nostra.
    Vogliamo dare un’occhiata insieme al bollettino di guerra del 2025?
    Eccolo.

    A Milano si guadagna più che nel resto d’Italia.
    Ma lavorare, oggi, non è più sufficiente per vivere bene.
    Secondo lo studio della Camera del Lavoro Metropolitana di Milano (CGIL), un lavoratore su tre percepisce un reddito incompatibile con il costo della vita cittadina. Non stiamo parlando di marginalità estrema, ma di una fascia sempre più ampia di persone intrappolate in una normalità impoverita, dove il lavoro garantisce la sopravvivenza ma non la dignità.
    Il nodo è strutturale: casa e sanità assorbono oltre il 50% del salario.
    Solo l’abitazione pesa tra il 30 e il 40%, mentre la spesa sanitaria supera il 20%. Il resto dello stipendio evapora tra inflazione, trasporti e spese obbligate. Il risultato è una città che costringe i suoi lavoratori ad adottare comportamenti difensivi, a partire dall’espulsione verso l’hinterland.
    Milano diventa così una città che si lavora ma non si abita.
    E chi non può permettersi di viverla viene progressivamente escluso anche dal punto di vista sociale e culturale: tempo libero, relazioni, partecipazione, accesso alla vita urbana. Tutto ciò che non coincide con l’orario di lavoro viene sacrificato.
    Questa dinamica colpisce in modo violento il lavoro pubblico. In appena due anni, i dipendenti pubblici in città sono diminuiti di circa il 14%. Scuola, sanità, amministrazioni locali: Milano non è più attrattiva nemmeno per chi garantisce i servizi essenziali. Una fuga silenziosa che compromette la qualità stessa della vita urbana.

    Nel frattempo i salari nominali crescono, ma meno dell’inflazione, che a Milano ha superato l’11% nel periodo 2022–2024. Tradotto: si lavora di più, si guadagna “sulla carta”, ma si perde potere d’acquisto reale.
    La crescita c’è, ma non viene redistribuita. E una crescita senza equità non è sviluppo: è estrazione sociale.
    Milano continua a produrre ricchezza, ma non benessere.
    E una città che consuma le persone che la tengono in piedi è una città che sta ipotecando il proprio futuro.

    Queste ragioni dovrebbero essere più che sufficienti per risvegliarci dal torpore e dall’accettazione passiva di una degenerazione che, fino ad oggi, abbiamo avuto il coraggio di denunciare solo parlando di malapolitica.

    Esistono gruppi politici di potere? Vero.
    Le lobby sono forze reali che comandano Milano? Vero anche questo.
    Ma la domanda più scomoda resta un’altra: noi dove eravamo quando era il momento di contrastare tutto questo da dentro?
    Troppo spesso abbiamo preferito allontanare il pensiero, rifugiandoci in mobilitazioni che, per quanto giuste, lavano la coscienza ma non attivano la responsabilità. Cortei, riflessioni, prese di posizione sacrosante — ma raramente radicate fino in fondo nel nostro territorio.

    Milano oggi merita di essere liberata.
    Non solo dagli episodi di malagestione, ma da quello che è diventato il nostro male moderno: la pigrizia mentale, la rinuncia a immaginare un’alternativa, la mancanza di motivazioni a giocarsi davvero la partita.
    Se non lo facciamo ora, tra un anno, a pochi giorni da un nuovo Capodanno, rileggeremo le stesse statistiche impietose. La stessa insoddisfazione generale. La stessa insicurezza.
    E una fila ancora più lunga ad attendere un pacco di sostegno e di dignità davanti al Pane Quotidiano.

    Vogliamo davvero questo?
    Se la risposta è no, allora è il tempo di mettersi a lavorare seriamente per curare Milano e liberarla.
    Perché solo ripartendo dal nostro territorio avremo la serenità e la forza per aiutare anche il resto del mondo.
    Il primo passo si fa sempre da qui.
    Dal nostro metro quadrato di sofferenza.

    #MilanoLibera #Milano2025 #CostoDellaVita
    #LavoroEDignità #CasaÈUnDiritto #CittàPerChiLavora
    🚨 MILANO 2025 – Fra bollettino di guerra e m2 di sofferenza βš οΈπŸ™οΈ Quando si avvicina la fine dell’anno arriva anche il momento dei bilanci. E per la nostra città i conti sono, ancora una volta, in passivo. πŸ“‰ Non è un caso se sempre più testate giornalistiche snocciolano percentuali, grafici e numeri che raccontano una Milano che non è più la “locomotiva d’Italia”, ma assomiglia sempre di più a un girone urbano dei dannati. Il dato più inquietante, però, non è nei report: è nella nostra assuefazione collettiva. Stiamo accettando tutto questo con una calma sospetta. Forse perché siamo – giustamente – presi dal dimostrare empatia e solidarietà verso conflitti e sofferenze che si consumano a migliaia di chilometri da qui. È umano, è giusto, è necessario. ❀️‍🩹 Ma permettetemi una riflessione, rapportata alle nostre vite e alle nostre dimensioni quotidiane. È come vivere in un condominio che cade a pezzi e scegliere di ignorarlo perché siamo emotivamente assorbiti dai problemi di un altro palazzo, lontano chilometri dal nostro. La solidarietà non è in discussione. La rimozione del reale, sì. Con un nuovo anno alle porte e le prossime amministrative che si avvicinano, forse è arrivato il momento di rivolgere a Milano attenzioni maggiori, senza sensi di colpa ma con responsabilità. Se siamo in grado di occuparci del mondo intero, dobbiamo essere capaci di guardare anche alle gravi carenze di casa nostra. Vogliamo dare un’occhiata insieme al bollettino di guerra del 2025? Eccolo. 🧾πŸ”₯ A Milano si guadagna più che nel resto d’Italia. Ma lavorare, oggi, non è più sufficiente per vivere bene. Secondo lo studio della Camera del Lavoro Metropolitana di Milano (CGIL), un lavoratore su tre percepisce un reddito incompatibile con il costo della vita cittadina. Non stiamo parlando di marginalità estrema, ma di una fascia sempre più ampia di persone intrappolate in una normalità impoverita, dove il lavoro garantisce la sopravvivenza ma non la dignità. Il nodo è strutturale: casa e sanità assorbono oltre il 50% del salario. Solo l’abitazione pesa tra il 30 e il 40%, mentre la spesa sanitaria supera il 20%. Il resto dello stipendio evapora tra inflazione, trasporti e spese obbligate. Il risultato è una città che costringe i suoi lavoratori ad adottare comportamenti difensivi, a partire dall’espulsione verso l’hinterland. Milano diventa così una città che si lavora ma non si abita. E chi non può permettersi di viverla viene progressivamente escluso anche dal punto di vista sociale e culturale: tempo libero, relazioni, partecipazione, accesso alla vita urbana. Tutto ciò che non coincide con l’orario di lavoro viene sacrificato. Questa dinamica colpisce in modo violento il lavoro pubblico. In appena due anni, i dipendenti pubblici in città sono diminuiti di circa il 14%. Scuola, sanità, amministrazioni locali: Milano non è più attrattiva nemmeno per chi garantisce i servizi essenziali. Una fuga silenziosa che compromette la qualità stessa della vita urbana. Nel frattempo i salari nominali crescono, ma meno dell’inflazione, che a Milano ha superato l’11% nel periodo 2022–2024. Tradotto: si lavora di più, si guadagna “sulla carta”, ma si perde potere d’acquisto reale. La crescita c’è, ma non viene redistribuita. E una crescita senza equità non è sviluppo: è estrazione sociale. Milano continua a produrre ricchezza, ma non benessere. E una città che consuma le persone che la tengono in piedi è una città che sta ipotecando il proprio futuro. Queste ragioni dovrebbero essere più che sufficienti per risvegliarci dal torpore e dall’accettazione passiva di una degenerazione che, fino ad oggi, abbiamo avuto il coraggio di denunciare solo parlando di malapolitica. Esistono gruppi politici di potere? Vero. Le lobby sono forze reali che comandano Milano? Vero anche questo. Ma la domanda più scomoda resta un’altra: noi dove eravamo quando era il momento di contrastare tutto questo da dentro? Troppo spesso abbiamo preferito allontanare il pensiero, rifugiandoci in mobilitazioni che, per quanto giuste, lavano la coscienza ma non attivano la responsabilità. Cortei, riflessioni, prese di posizione sacrosante — ma raramente radicate fino in fondo nel nostro territorio. πŸͺ§ πŸ‘‰Milano oggi merita di essere liberata. Non solo dagli episodi di malagestione, ma da quello che è diventato il nostro male moderno: la pigrizia mentale, la rinuncia a immaginare un’alternativa, la mancanza di motivazioni a giocarsi davvero la partita. Se non lo facciamo ora, tra un anno, a pochi giorni da un nuovo Capodanno, rileggeremo le stesse statistiche impietose. La stessa insoddisfazione generale. La stessa insicurezza. E una fila ancora più lunga ad attendere un pacco di sostegno e di dignità davanti al Pane Quotidiano. 🍞 Vogliamo davvero questo? Se la risposta è no, allora è il tempo di mettersi a lavorare seriamente per curare Milano e liberarla. Perché solo ripartendo dal nostro territorio avremo la serenità e la forza per aiutare anche il resto del mondo. Il primo passo si fa sempre da qui. Dal nostro metro quadrato di sofferenza. πŸ“πŸ”₯ #MilanoLibera #Milano2025 #CostoDellaVita #LavoroEDignità #CasaÈUnDiritto #CittàPerChiLavora
    Angry
    1
    0 Comments 0 Shares 8K Views
  • Come i giornali italiani di propaganda travisano le parole di Putin. VERGOGNA!
    Radio Radio.
    Come i giornali italiani di propaganda travisano le parole di Putin. VERGOGNA! Radio Radio.
    Angry
    1
    0 Comments 0 Shares 1K Views 7
More Results