• Nuova opposizione green: islamisti e lgbt assieme nell'odio verso l'occidente bianco.

    La nuova sinistra è postdemocratica
    Femminismo spinto e candidati islamisti che vietano i comizi alle donne: col Green Party, che occuperà il vuoto lasciato dai laburisti, si esce dal Novecento e dalla logica

    di BONI CASTELLANE

    Nel quadro di un complessivo spostamento a destra dell’asse politico britannico, il tutto sommato deludente risultato del Green Party non deve essere letto come il rifiuto di un progetto politico ma, al contrario, come il primo esempio di partito di sinistra realmente post-novecentesco. Mentre il Labour di Keir Starmer ha avviato sullo stesso cammino dei Tories di esaurimento del proprio ruolo storico, il Green Party si accredita di una proiezione nazionale tra il 14% e il 18% mostrando una vitalità ben superiore sia ai Laburisti che ai Liberaldemocratici.

    Malgrado il nome, il Green Party non è un classico partito ecologista ma rappresenta sia la riproposizione dei coacervi ideologici post-hippie sia il superamento delle categorie politiche della contraddizione e della plausibilità - quella che una volta si chiamava «garanzia di governabilità». Si tratta di una Sinistra postideologica che liquida ogni residuo marxista-classista per abbracciare un radicalismo identitario puro basato su transumanesimo, gender fluidity assurta a criterio generale, femminismo misandrico e ambientalismo apocalittico. Ci troviamo di fronte al trionfo del particolarismo postmoderno a scapito della vecchia lotta di classe e non è certo un caso se la categoria marxista-leninista dell’«oppressione» non venga più neanche lontanamente considerata su base economica ma sempre e solo ontologica, incarnata nel corpo, nel genere e nell’ambiente. Tuttavia, circa la metà del partito è composta da immigrati non anglofoni che non solo non usano l’inglese nei comizi o negli eventi di partito ma che vedono questa scelta approvata come «diritto» dalla dirigenza britannica bianca del partito. Numerosi, inoltre, sono gli esponenti dichiaratamente islamisti che vietano alle donne la partecipazione agli eventi pubblici e che rivendicano apertamente di rappresentare il voto di clan. Ed anche qui la contraddizione ideologica tra woke estremo e patriarcato teocratico viene risolta non dialetticamente ma pragmaticamente: entrambe le componenti condividono l’ostilità all’Occidente e l’impostazione anti-autoctona e tanto basta a fare da sfondo ad un concreto approdo di entrambe le componenti all’interno del sistema governato dal Parastato gramsciano.

    Dopo una campagna elettorale in cui il Green Party ha apertamente teorizzato la sostituzione etnica - come del resto fanno Podemos in Spagna e Jean-Luc Mélenchon in Francia - ed ha proposto le più distopiche provocazioni woke, i risultati elettorali della scorsa settimana hanno registrato alcuni episodi profondamente simbolici tra cui l’elezione al parlamento scozzese di Q-Manivannan, un cittadino indiano tamil, trans «non binario», munito di visto studentesco scaduto e senza cittadinanza permanente - elezione subito rivendicata come «esempio di superamento dell’idea borghese dei confini». Allo stesso modo, proprio nelle ultime ore un altro episodio simbolico ha contribuito a chiarire il superamento pragmatico dell’idea di contraddizione quando l’appena eletto nel consiglio comunale di Bolton, Baggy Khan, ha ritenuto naturale festeggiare la propria vittoria improvvisando una sorta di corteo a bordo di una Lamborghini Huracán incurante del fatto che il Green Party sostenga la proibizione dei motori endotermici.

    Con il tramonto del Labour, ormai sia come espressione socialista sia come forza di mediazione centrista, il Green Party diventa l’unico riferimento ideologico per tutta l’area, non ancora in grado di governare ma proprio per questo capace di svincolarsi ancora di più da ogni parvenza di ragionevolezza e di plausibilità politica, alla costante ricerca di quella polarizzazione basata sul gesto performativo - sia esso pro-Gaza, no-Kings o ispirato ad uno dei vari «pride» - che orienta e domina un quadro politico ormai totalmente improntato alla preminenza della forza simbolica a scapito della realtà. Curioso che nessun postilluminista benpensante, esponente del globalismo normativo e degli «organismi internazionali», senta il bisogno di fare una riflessione sul fatto che lui aveva torto e che avevano ragione quelli che lui chiamava «irrazionalisti», ma in fondo non importa il colore del gatto quando prende i topi. Tutto accettabile quando il quadro sociale ed istituzionale che consente alle più stridenti contraddizioni di convivere si basa su una tacita spartizione di quel Parastato gramsciano che sempre più si sostituisce alle funzioni dello Stato e della società ma che necessita di continua materia prima per il suo funzionamento sotto forma di immigrazione e fondi statali. La contraddizione sulla quale si basa la composizione del Green Party si pone così in un’ottica di superamento della categorie politiche novecentesche dove il momento della sintesi viene sostituito dalla giustapposizione di particolarismi che si alimentano reciprocamente contro il comune avversario. La prospettiva è uno scenario postdemocratico, dove la democrazia si riduce a plebisciti simbolici su temi identitari mentre il Parastato prospera indipendentemente dalla democrazia. Negli Usa dell’UsAid il popolo ha impedito a Kamala Harris di compiere l’opera iniziata nel 2008, ma la Destra, ormai maggioritaria ovunque, deve sapere che tipo di avversario si troverà di fronte nei prossimi anni e che tipo di azioni mettere in campo per contrastarlo.
    Nuova opposizione green: islamisti e lgbt assieme nell'odio verso l'occidente bianco. La nuova sinistra è postdemocratica Femminismo spinto e candidati islamisti che vietano i comizi alle donne: col Green Party, che occuperà il vuoto lasciato dai laburisti, si esce dal Novecento e dalla logica di BONI CASTELLANE Nel quadro di un complessivo spostamento a destra dell’asse politico britannico, il tutto sommato deludente risultato del Green Party non deve essere letto come il rifiuto di un progetto politico ma, al contrario, come il primo esempio di partito di sinistra realmente post-novecentesco. Mentre il Labour di Keir Starmer ha avviato sullo stesso cammino dei Tories di esaurimento del proprio ruolo storico, il Green Party si accredita di una proiezione nazionale tra il 14% e il 18% mostrando una vitalità ben superiore sia ai Laburisti che ai Liberaldemocratici. Malgrado il nome, il Green Party non è un classico partito ecologista ma rappresenta sia la riproposizione dei coacervi ideologici post-hippie sia il superamento delle categorie politiche della contraddizione e della plausibilità - quella che una volta si chiamava «garanzia di governabilità». Si tratta di una Sinistra postideologica che liquida ogni residuo marxista-classista per abbracciare un radicalismo identitario puro basato su transumanesimo, gender fluidity assurta a criterio generale, femminismo misandrico e ambientalismo apocalittico. Ci troviamo di fronte al trionfo del particolarismo postmoderno a scapito della vecchia lotta di classe e non è certo un caso se la categoria marxista-leninista dell’«oppressione» non venga più neanche lontanamente considerata su base economica ma sempre e solo ontologica, incarnata nel corpo, nel genere e nell’ambiente. Tuttavia, circa la metà del partito è composta da immigrati non anglofoni che non solo non usano l’inglese nei comizi o negli eventi di partito ma che vedono questa scelta approvata come «diritto» dalla dirigenza britannica bianca del partito. Numerosi, inoltre, sono gli esponenti dichiaratamente islamisti che vietano alle donne la partecipazione agli eventi pubblici e che rivendicano apertamente di rappresentare il voto di clan. Ed anche qui la contraddizione ideologica tra woke estremo e patriarcato teocratico viene risolta non dialetticamente ma pragmaticamente: entrambe le componenti condividono l’ostilità all’Occidente e l’impostazione anti-autoctona e tanto basta a fare da sfondo ad un concreto approdo di entrambe le componenti all’interno del sistema governato dal Parastato gramsciano. Dopo una campagna elettorale in cui il Green Party ha apertamente teorizzato la sostituzione etnica - come del resto fanno Podemos in Spagna e Jean-Luc Mélenchon in Francia - ed ha proposto le più distopiche provocazioni woke, i risultati elettorali della scorsa settimana hanno registrato alcuni episodi profondamente simbolici tra cui l’elezione al parlamento scozzese di Q-Manivannan, un cittadino indiano tamil, trans «non binario», munito di visto studentesco scaduto e senza cittadinanza permanente - elezione subito rivendicata come «esempio di superamento dell’idea borghese dei confini». Allo stesso modo, proprio nelle ultime ore un altro episodio simbolico ha contribuito a chiarire il superamento pragmatico dell’idea di contraddizione quando l’appena eletto nel consiglio comunale di Bolton, Baggy Khan, ha ritenuto naturale festeggiare la propria vittoria improvvisando una sorta di corteo a bordo di una Lamborghini Huracán incurante del fatto che il Green Party sostenga la proibizione dei motori endotermici. Con il tramonto del Labour, ormai sia come espressione socialista sia come forza di mediazione centrista, il Green Party diventa l’unico riferimento ideologico per tutta l’area, non ancora in grado di governare ma proprio per questo capace di svincolarsi ancora di più da ogni parvenza di ragionevolezza e di plausibilità politica, alla costante ricerca di quella polarizzazione basata sul gesto performativo - sia esso pro-Gaza, no-Kings o ispirato ad uno dei vari «pride» - che orienta e domina un quadro politico ormai totalmente improntato alla preminenza della forza simbolica a scapito della realtà. Curioso che nessun postilluminista benpensante, esponente del globalismo normativo e degli «organismi internazionali», senta il bisogno di fare una riflessione sul fatto che lui aveva torto e che avevano ragione quelli che lui chiamava «irrazionalisti», ma in fondo non importa il colore del gatto quando prende i topi. Tutto accettabile quando il quadro sociale ed istituzionale che consente alle più stridenti contraddizioni di convivere si basa su una tacita spartizione di quel Parastato gramsciano che sempre più si sostituisce alle funzioni dello Stato e della società ma che necessita di continua materia prima per il suo funzionamento sotto forma di immigrazione e fondi statali. La contraddizione sulla quale si basa la composizione del Green Party si pone così in un’ottica di superamento della categorie politiche novecentesche dove il momento della sintesi viene sostituito dalla giustapposizione di particolarismi che si alimentano reciprocamente contro il comune avversario. La prospettiva è uno scenario postdemocratico, dove la democrazia si riduce a plebisciti simbolici su temi identitari mentre il Parastato prospera indipendentemente dalla democrazia. Negli Usa dell’UsAid il popolo ha impedito a Kamala Harris di compiere l’opera iniziata nel 2008, ma la Destra, ormai maggioritaria ovunque, deve sapere che tipo di avversario si troverà di fronte nei prossimi anni e che tipo di azioni mettere in campo per contrastarlo.
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  • ARMI DI LEONARDO PER IL GENOCIDIO A GAZA:
    CAPRO ESPIATORIO DA €4,5 MILIONI.
    Rimozione Dorata di Cingolani,
    Per ora resta direttore del Fondo NATO

    https://gospanews.net/2026/05/12/armi-di-leonardo-per-il-genocidio-a-gaza-capro-espiatorio-da-e45-milioni-rimozione-dorata-di-cingolani-anche-direttore-del-fondo-nato/
    ARMI DI LEONARDO PER IL GENOCIDIO A GAZA: CAPRO ESPIATORIO DA €4,5 MILIONI. Rimozione Dorata di Cingolani, Per ora resta direttore del Fondo NATO https://gospanews.net/2026/05/12/armi-di-leonardo-per-il-genocidio-a-gaza-capro-espiatorio-da-e45-milioni-rimozione-dorata-di-cingolani-anche-direttore-del-fondo-nato/
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    ARMI DI LEONARDO PER IL GENOCIDIO A GAZA: CAPRO ESPIATORIO DA €4,5 MILIONI. Rimozione Dorata di Cingolani, anche direttore del Fondo NATO
    di Carlo Domenico CristoforiCingolani congedato da Leonardo con 4,5 milioni di euro degli ItalianiCon riferimento alla cessazione del mandato di Amministratore Delegato e Direttore Generale del Prof. Roberto Cingolani, il cui incarico si conclude dopo un periodo di un mandato, dal 9 maggio 2023
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  • MA VOGLIONO TRASFORMARE il LIBANO IN UNA SECONDA GAZA? E NON C'È NESSUNO CHE LI FERMI?
    Medics among 51 killed in Israeli attacks on Lebanon in past 24 hours
    Israeli attacks are intensifying in southern Lebanon, with 552 killed since the 'ceasefire' started on April 16.
    https://aje.news/ppt5jm
    MA VOGLIONO TRASFORMARE il LIBANO IN UNA SECONDA GAZA? E NON C'È NESSUNO CHE LI FERMI? Medics among 51 killed in Israeli attacks on Lebanon in past 24 hours Israeli attacks are intensifying in southern Lebanon, with 552 killed since the 'ceasefire' started on April 16. https://aje.news/ppt5jm
    AJE.NEWS
    Medics among 51 killed in Israeli attacks on Lebanon in past 24 hours
    Israeli attacks are intensifying in southern Lebanon, with 552 killed since the 'ceasefire' started on April 16.
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  • “Abbiamo ucciso ragazzini, bambini e anziani disarmati. Al primo cenno di rimorso i comandanti ci spingevano a sputare sui cadaveri".
    Le confessioni dei soldati riservisti israeliani di ritorno da Gaza,raccolte dal giornale israeliano Haaretz ,raccontano esecuzioni di civili, torture e abusi sistematici:

    "Ero all’inferno, ma non ne ero consapevole. C’erano attacchi aerei ogni singolo minuto. Le bombe da una tonnellata cadevano e ci facevano battere il cuore. Non so quanti palestinesi abbiamo ucciso in quei giorni”. Era il dicembre 2023, periodo in cui l’esercito israeliano era un mattatoio a pieno ritmo: tra il 7 e il 26 dicembre si stima siano stati uccisi circa 29 mila palestinesi (Euro-Med Human Rights Monitor).

    “Ci venivano incontro con le braccia alzate, vestiti di stracci, visibilmente disarmati — racconta un altro dei riservisti. E ogni volta che questo accadeva avevamo l’ordine di sparare. Ci avvicinavamo ai corpi senza vita di ragazzini, donne e anziani senza provare eccessivo rimorso...Se uno di noi mostrava segni di titubanza o di disaccordo, il comandante dell’unità ci mostrava quel che andava fatto scalciando i cadaveri o sputando loro addosso”. E commentando: “Questo è ciò che succede a chi offende Israele”.
    "Abbiamo catturato un palestinese sospettato di essere un agente di Hamas. All’arrivo dell’Unità 504 è stato spogliato interamente e torturato con fascette strette attorno ai genitali”. Le urla erano disumane, racconta. Alla fine deve aver parlato o, più semplicemente, ha ceduto. È stato portato via.
    Da quel giorno le urla non se ne vanno dalla mia testa – racconta Eitan.
    “Hanno distrutto tutto ciò che pensavo dell’esercito, tutto ciò che pensavo di noi, di me. Se siamo in grado di fare qualcosa di così terribile senza che i civili lo sappiano, quali altri segreti stiamo nascondendo?”
    "Mentre ero nella Striscia mi veniva in mente l’Olocausto”
    I soldati riservisti (comunque terroristi...)che hanno testimoniato ad Haaretz sono tutti passati per un reparto psichiatrico.

    "We killed unarmed children, teenagers, and elderly people. At the first sign of remorse, the commanders urged us to spit on the corpses."

    The confessions of Israeli reserve soldiers returning from Gaza, collected by the Israeli newspaper Haaretz, recount civilian executions, torture, and systematic abuse:

    "I was in hell, but I wasn't aware of it. There were airstrikes every single minute. The one-ton bombs fell and made our hearts race. I don't know how many Palestinians we killed in those days." It was December 2023, a period in which the Israeli army was a full-scale slaughterhouse: between December 7 and 26, an estimated 29,000 Palestinians were killed (Euro-Med Human Rights Monitor).

    “They came at us with their arms raised, dressed in rags, visibly unarmed,” another reservist recounts. “And every time this happened, we were ordered to shoot. We approached the lifeless bodies of children, women, and elderly people without feeling too much remorse... If one of us showed signs of hesitation or disagreement, the unit commander would show us what to do by kicking the corpses or spitting on them.” And commenting: “This is what happens to those who offend Israel.”

    “We captured a Palestinian suspected of being a Hamas agent. When Unit 504 arrived, he was stripped completely and tortured with zip ties around his genitals.” The screams were inhuman, he recounts. Eventually, he must have spoken, or more simply, he gave in. He was taken away.

    Since that day, the screams have stuck in my head,” Eitan recounts. “They destroyed everything I thought about the army, everything I thought about us, about myself. If we can do something so terrible without civilians knowing, what other secrets are we hiding?”
    "While I was in the Strip, the Holocaust came to mind."
    The reserve soldiers (terrorists, after all) who testified to Haaretz all spent time in a psychiatric ward.

    FONTE: HTTPS://IT.INSIDEOVER.COM/GUERRA/GAZA-ESECUZIONI-DI-CIVILI-E-TORTURE-LE-CONFESSIONI-DEI-SOLDATI-ISRAELIANI.HTML
    “Abbiamo ucciso ragazzini, bambini e anziani disarmati. Al primo cenno di rimorso i comandanti ci spingevano a sputare sui cadaveri". Le confessioni dei soldati riservisti israeliani di ritorno da Gaza,raccolte dal giornale israeliano Haaretz ,raccontano esecuzioni di civili, torture e abusi sistematici: "Ero all’inferno, ma non ne ero consapevole. C’erano attacchi aerei ogni singolo minuto. Le bombe da una tonnellata cadevano e ci facevano battere il cuore. Non so quanti palestinesi abbiamo ucciso in quei giorni”. Era il dicembre 2023, periodo in cui l’esercito israeliano era un mattatoio a pieno ritmo: tra il 7 e il 26 dicembre si stima siano stati uccisi circa 29 mila palestinesi (Euro-Med Human Rights Monitor). “Ci venivano incontro con le braccia alzate, vestiti di stracci, visibilmente disarmati — racconta un altro dei riservisti. E ogni volta che questo accadeva avevamo l’ordine di sparare. Ci avvicinavamo ai corpi senza vita di ragazzini, donne e anziani senza provare eccessivo rimorso...Se uno di noi mostrava segni di titubanza o di disaccordo, il comandante dell’unità ci mostrava quel che andava fatto scalciando i cadaveri o sputando loro addosso”. E commentando: “Questo è ciò che succede a chi offende Israele”. "Abbiamo catturato un palestinese sospettato di essere un agente di Hamas. All’arrivo dell’Unità 504 è stato spogliato interamente e torturato con fascette strette attorno ai genitali”. Le urla erano disumane, racconta. Alla fine deve aver parlato o, più semplicemente, ha ceduto. È stato portato via. Da quel giorno le urla non se ne vanno dalla mia testa – racconta Eitan. “Hanno distrutto tutto ciò che pensavo dell’esercito, tutto ciò che pensavo di noi, di me. Se siamo in grado di fare qualcosa di così terribile senza che i civili lo sappiano, quali altri segreti stiamo nascondendo?” "Mentre ero nella Striscia mi veniva in mente l’Olocausto” I soldati riservisti (comunque terroristi...)che hanno testimoniato ad Haaretz sono tutti passati per un reparto psichiatrico. "We killed unarmed children, teenagers, and elderly people. At the first sign of remorse, the commanders urged us to spit on the corpses." The confessions of Israeli reserve soldiers returning from Gaza, collected by the Israeli newspaper Haaretz, recount civilian executions, torture, and systematic abuse: "I was in hell, but I wasn't aware of it. There were airstrikes every single minute. The one-ton bombs fell and made our hearts race. I don't know how many Palestinians we killed in those days." It was December 2023, a period in which the Israeli army was a full-scale slaughterhouse: between December 7 and 26, an estimated 29,000 Palestinians were killed (Euro-Med Human Rights Monitor). “They came at us with their arms raised, dressed in rags, visibly unarmed,” another reservist recounts. “And every time this happened, we were ordered to shoot. We approached the lifeless bodies of children, women, and elderly people without feeling too much remorse... If one of us showed signs of hesitation or disagreement, the unit commander would show us what to do by kicking the corpses or spitting on them.” And commenting: “This is what happens to those who offend Israel.” “We captured a Palestinian suspected of being a Hamas agent. When Unit 504 arrived, he was stripped completely and tortured with zip ties around his genitals.” The screams were inhuman, he recounts. Eventually, he must have spoken, or more simply, he gave in. He was taken away. Since that day, the screams have stuck in my head,” Eitan recounts. “They destroyed everything I thought about the army, everything I thought about us, about myself. If we can do something so terrible without civilians knowing, what other secrets are we hiding?” "While I was in the Strip, the Holocaust came to mind." The reserve soldiers (terrorists, after all) who testified to Haaretz all spent time in a psychiatric ward. FONTE: HTTPS://IT.INSIDEOVER.COM/GUERRA/GAZA-ESECUZIONI-DI-CIVILI-E-TORTURE-LE-CONFESSIONI-DEI-SOLDATI-ISRAELIANI.HTML
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  • I SOLITI BASTARDI SIONISTI.

    Flotilla Gaza, Abukeshek e Avila in carcere fino a martedì: Israele ammette uso della forza | Il Fatto Quotidiano.it
    Abukeshek e Avila restano in carcere fino a martedì. Israele nega torture ma ammette l'uso della forza sulla nave "per sedare le proteste"
    https://www.ilfattoquotidiano.it/mondo/live-post/2026/05/03/flotilla-gaza-abukeshek-avila-carcere-notizie/8373422/
    I SOLITI BASTARDI SIONISTI. Flotilla Gaza, Abukeshek e Avila in carcere fino a martedì: Israele ammette uso della forza | Il Fatto Quotidiano.it Abukeshek e Avila restano in carcere fino a martedì. Israele nega torture ma ammette l'uso della forza sulla nave "per sedare le proteste" https://www.ilfattoquotidiano.it/mondo/live-post/2026/05/03/flotilla-gaza-abukeshek-avila-carcere-notizie/8373422/
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    Flotilla Gaza, Abukeshek e Avila in carcere fino a martedì: Israele ammette uso della forza | Il Fatto Quotidiano.it
    Abukeshek e Avila restano in carcere fino a martedì. Israele nega torture ma ammette l'uso della forza sulla nave "per sedare le proteste"
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  • "Giù le mani dalla Flotilla": le immagini della manifestazione a Bologna
    Centinaia in piazza a Bologna per la Global Sumud Flotilla, intercettata da Israele al largo di Creta...
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/30/flotilla-gaza-manifestazione-bologna-video-immagini/8372075/
    "Giù le mani dalla Flotilla": le immagini della manifestazione a Bologna Centinaia in piazza a Bologna per la Global Sumud Flotilla, intercettata da Israele al largo di Creta... https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/30/flotilla-gaza-manifestazione-bologna-video-immagini/8372075/
    WWW.ILFATTOQUOTIDIANO.IT
    "Giù le mani dalla Flotilla": le immagini della manifestazione a Bologna
    Centinaia in piazza a Bologna per la Global Sumud Flotilla, intercettata da Israele al largo di Creta
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  • When the US bombed Hiroshima, it dropped 15,000 tons of bombs on an area of 900 square kilometers.

    "Israel" has dropped at least 150,000 tons of bombs on Gaza in a territory of 350 square kilometers.

    The Zionists have dropped 10 times more bombs on a territory 2.5 times smaller and there are studies that they may have killed more than 600,000 Palestinians.

    We are not aware to what degree of historical extermination the Zionist genocide against Gaza is taking place.
    When the US bombed Hiroshima, it dropped 15,000 tons of bombs on an area of 900 square kilometers. "Israel" has dropped at least 150,000 tons of bombs on Gaza in a territory of 350 square kilometers. The Zionists have dropped 10 times more bombs on a territory 2.5 times smaller and there are studies that they may have killed more than 600,000 Palestinians. We are not aware to what degree of historical extermination the Zionist genocide against Gaza is taking place.
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  • Quattro giorni fa Haaretz, unico giornale d’opposizione in Israele, ha pubblicato un articolo dal titolo “I Felt I Was a Monster” (17/04/2026). L’articolo parte dalla presentazione di un soldato israeliano psicologicamente tormentato e che afferma di temere più di tutto la vendetta. Nel corso dell’articolo vengono ricordati attraverso testimonianze o documenti alcuni fatti avvenuti durante la demolizione della striscia di Gaza (una goccia nel mare di quelli noti, ma comunque).

    Si parla di soldati che urinano su un detenuto legato e bendato, ridendo e scherzando. Si parla di interrogatori dove i detenuti vengono torturati stringendo fascette di plastica intorno ai loro genitali. Si parla di un ufficiale che giustizia un palestinese disarmato che si era arreso con le mani alzate, per poi insabbiare l’episodio facendo credere fosse un "terrorista armato". Si parla di un carro armato che spara e uccide cinque civili palestinesi che attraversano una linea, seguito da un bulldozer D9 che seppellisce i corpi nella sabbia. Si parla di innumerevoli casi di soldati dell’IDF che aprono il fuoco su civili disarmati, compresi coloro che cercano cibo durante la carestia causata dal blocco imposto dal governo israeliano. Si parla del saccheggio di case palestinesi, di interni bruciati, piscio sugli oggetti personali delle famiglie sfrattate, per il divertimento collettivo.

    La tesi di fondo che sostiene l’articolo è che i soldati israeliani stiano soffrendo di gravi traumi per ciò che hanno fatto o che hanno visto fare ai propri commilitoni.

    Due osservazioni mi paiono opportune.

    La prima deve partire dalla constatazione che le atrocità ricordate nell’articolo sono solo una piccola parte, e non la più ributtante, di quanto fatto dall’esercito israeliano. (Non mi risulta ci siano precedenti altrove nel mondo di stupri e sevizie sui prigionieri, accertati con filmati giunti al pubblico internazionale, e seguiti da un’assoluzione in tribunale dei torturatori.) Detto questo, comunque, gli eventi ricordati su Haaretz, sono parte di un repertorio che ricalca in maniera impressionante alcuni dei momenti più abietti del nazifascismo.

    E l’unico modo che Haaretz ha per presentare questi eventi al pubblico israeliano (all’esigua minoranza critica) è di presentarlo invocando la pietà umana per i soldati traumatizzati dallo schifo cui hanno partecipato. Ecco, già questo impianto narrativo ci dice come nella società israeliana si sia introiettata senza resti l’idea che l’unico soggetto umano del cui sguardo val la pena curarsi è un ebreo israeliano. Se tortura e uccide innocenti, la vittima resta fuori scena, mentre chiediamo compassione per le ripercussioni psicologiche sul carnefice. Questo, temo, sia il problema di fondo, da cui tutto il resto discende.

    La seconda osservazione deriva dallo scandalo suscitato recentemente dall’immagine di un soldato dell’IDF, nel sud del Libano, che distrugge a colpi di mazza una statua di Gesù Cristo in croce. L’immagine ha fatto il giro del mondo, ha suscitato reazioni politiche e ha persino costretto, credo per la prima volta, il primo ministro israeliano Netanyahu a prendere le distanze e a promettere un intervento sanzionatorio nei confronti del soldato.

    Ora, per chiunque abbia un’idea, anche limitata, del messaggio cristiano, non può che risultare incredibile che nessuna cancelleria europea si muova per migliaia di crimini di guerra documentati, stupri, torture, assassini a sangue freddo di cittadini inermi, fucilate sui bambini, bombardamenti incendiari sui campi profughi, ecc. (di cui molti ammessi e ripresi dai media israeliani), per poi sollevare rimostranze di fronte alla dissacrazione di un’immagine.

    Infatti, se c’è una cosa per cui il messaggio cristiano si erge in contrasto polemico fortissimo verso la precedente tradizione ebraica è proprio il rigetto del formalismo, del legalismo, del culto dell’apparenza esteriore rispetto alla pietà umana.
    “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità.” (Matteo, 23, 27-28)
    Quattro giorni fa Haaretz, unico giornale d’opposizione in Israele, ha pubblicato un articolo dal titolo “I Felt I Was a Monster” (17/04/2026). L’articolo parte dalla presentazione di un soldato israeliano psicologicamente tormentato e che afferma di temere più di tutto la vendetta. Nel corso dell’articolo vengono ricordati attraverso testimonianze o documenti alcuni fatti avvenuti durante la demolizione della striscia di Gaza (una goccia nel mare di quelli noti, ma comunque). Si parla di soldati che urinano su un detenuto legato e bendato, ridendo e scherzando. Si parla di interrogatori dove i detenuti vengono torturati stringendo fascette di plastica intorno ai loro genitali. Si parla di un ufficiale che giustizia un palestinese disarmato che si era arreso con le mani alzate, per poi insabbiare l’episodio facendo credere fosse un "terrorista armato". Si parla di un carro armato che spara e uccide cinque civili palestinesi che attraversano una linea, seguito da un bulldozer D9 che seppellisce i corpi nella sabbia. Si parla di innumerevoli casi di soldati dell’IDF che aprono il fuoco su civili disarmati, compresi coloro che cercano cibo durante la carestia causata dal blocco imposto dal governo israeliano. Si parla del saccheggio di case palestinesi, di interni bruciati, piscio sugli oggetti personali delle famiglie sfrattate, per il divertimento collettivo. La tesi di fondo che sostiene l’articolo è che i soldati israeliani stiano soffrendo di gravi traumi per ciò che hanno fatto o che hanno visto fare ai propri commilitoni. Due osservazioni mi paiono opportune. La prima deve partire dalla constatazione che le atrocità ricordate nell’articolo sono solo una piccola parte, e non la più ributtante, di quanto fatto dall’esercito israeliano. (Non mi risulta ci siano precedenti altrove nel mondo di stupri e sevizie sui prigionieri, accertati con filmati giunti al pubblico internazionale, e seguiti da un’assoluzione in tribunale dei torturatori.) Detto questo, comunque, gli eventi ricordati su Haaretz, sono parte di un repertorio che ricalca in maniera impressionante alcuni dei momenti più abietti del nazifascismo. E l’unico modo che Haaretz ha per presentare questi eventi al pubblico israeliano (all’esigua minoranza critica) è di presentarlo invocando la pietà umana per i soldati traumatizzati dallo schifo cui hanno partecipato. Ecco, già questo impianto narrativo ci dice come nella società israeliana si sia introiettata senza resti l’idea che l’unico soggetto umano del cui sguardo val la pena curarsi è un ebreo israeliano. Se tortura e uccide innocenti, la vittima resta fuori scena, mentre chiediamo compassione per le ripercussioni psicologiche sul carnefice. Questo, temo, sia il problema di fondo, da cui tutto il resto discende. La seconda osservazione deriva dallo scandalo suscitato recentemente dall’immagine di un soldato dell’IDF, nel sud del Libano, che distrugge a colpi di mazza una statua di Gesù Cristo in croce. L’immagine ha fatto il giro del mondo, ha suscitato reazioni politiche e ha persino costretto, credo per la prima volta, il primo ministro israeliano Netanyahu a prendere le distanze e a promettere un intervento sanzionatorio nei confronti del soldato. Ora, per chiunque abbia un’idea, anche limitata, del messaggio cristiano, non può che risultare incredibile che nessuna cancelleria europea si muova per migliaia di crimini di guerra documentati, stupri, torture, assassini a sangue freddo di cittadini inermi, fucilate sui bambini, bombardamenti incendiari sui campi profughi, ecc. (di cui molti ammessi e ripresi dai media israeliani), per poi sollevare rimostranze di fronte alla dissacrazione di un’immagine. Infatti, se c’è una cosa per cui il messaggio cristiano si erge in contrasto polemico fortissimo verso la precedente tradizione ebraica è proprio il rigetto del formalismo, del legalismo, del culto dell’apparenza esteriore rispetto alla pietà umana. “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità.” (Matteo, 23, 27-28)
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  • Tra le macerie di Tallet al-Khayat, a Beirut, l'8 aprile 2026, è stato ritrovato il corpo della poetessa libanese Khatun Salma, insieme a quello del marito Muhammad Karasht. Non lontano da loro, una copia sfregiata di Ventiquattro ore nella vita di una donna di Stefan Zweig.

    Qualcuno ha visto. Qualcuno ha capito subito. E ha diffuso le due immagini insieme - il corpo e il libro strappato - come si diffonde una verità che non ha bisogno di didascalie.

    Khatun Salma aveva scritto:
    قد أكون الضحيّة / الشهيدة إن شاؤوا
    في الصدع فأس / في الصدر جرح
    أمدّ يدي اليمنى / تليها اليسرى / ربّما معاً ننجو
    Potrei essere la vittima / la martire, se così vogliono
    nella fessura un'ascia / nel petto una ferita
    tendo la mano destra / poi la sinistra / forse insieme sopravviviamo

    Non sono sopravvissuti insieme.

    Forse stava leggendo Zweig quella sera. Forse cercava in quelle pagine una chiave per capire l'oscurità del fascismo di ieri e riconoscere meglio quella di oggi. Il fascismo l'ha raggiunta mentre leggeva. È entrato in casa sua senza chiedere il permesso, come fa sempre, come ha sempre fatto.

    L'operazione si chiama “Oscurità Eterna”. Cinquanta caccia, centosessanta bombe, cento obiettivi, dieci minuti. Nessuno cercava lei in particolare. Non serve cercare un poeta per ucciderlo, basta decidere che lo spazio in cui vive è sacrificabile. Con tutto ciò che contiene: corpi, voci, libri, versi.

    Zweig si era suicidato in Brasile nel febbraio del 1942, in fuga da un'Europa che aveva smesso di essere abitabile per chi pensava e scriveva. Ottant'anni dopo, i libanesi che hanno diffuso quelle due immagini stavano facendo la stessa cosa che faceva lui: cercare di dare un nome a ciò che li sta distruggendo. Con gli stessi strumenti culturali che vengono distrutti insieme a loro.

    Non è la prima volta. A Gaza, il 6 dicembre 2023, Israele ha bombardato chirurgicamente l'appartamento in cui si trovava il poeta Refaat Alareer, uccidendo lui, suo fratello, sua sorella e tre nipoti. Poche settimane prima aveva scritto: “Se devo morire, che sia un racconto”. Con lui sono stati uccisi la poetessa Heba Abu Nada, il romanziere Omar Abu Shawish, la pittrice Heba Zaqout, la scrittrice Halima Al Kahlout e decine di altri artisti e intellettuali di cui i nomi rischiano di restare sepolti sotto le statistiche. Prima di loro, nel 1972, Ghassan Kanafani - scrittore, drammaturgo, voce della resistenza palestinese - era stato assassinato a Beirut da un'autobomba del Mossad.

    C'è una linea che attraversa i decenni. Il fascismo, in tutte le sue forme, ha sempre saputo che i poeti sono pericolosi non perché imbracciano armi, ma perché nominano le cose. E nominare le cose è il primo atto di resistenza. Per questo li cerca, li bombarda, li seppellisce sotto le macerie con o senza nome.

    “Se devo morire, che sia un racconto”, aveva scritto Alareer.

    Khatun Salma è diventata un racconto. Come Refaat. Come tutti quelli che il fascismo vuole ridurre a numero e riesce invece a trasformare in voce.

    Di Tahar Lamri

    On April 8, 2026, the body of Lebanese poet Khatun Salma was found in the rubble of Tallet al-Khayat, Beirut, along with that of her husband Muhammad Karasht. Not far from them was a defaced copy of Stefan Zweig's Twenty-Four Hours in the Life of a Woman.

    Someone saw. Someone understood immediately. And they shared the two images together—the body and the torn book—like a truth that needs no caption.

    Khatun Salma had written:
    قد أكون الضحيّة / الشهيدة إن شاؤوا
    في الصدع فأس / في الصدر جرح
    أمدّ يدي اليمنى / تليها اليسرى / ربّما معاً ننجو
    I could be the victim/martyr if they so choose
    in the crack an ax / in the chest a wound
    I hold out my right hand / then my left / maybe together We survive

    They didn't survive together.

    Perhaps she was reading Zweig that evening. Perhaps she was searching in those pages for a key to understanding the darkness of fascism yesterday and better recognizing that of today. Fascism caught up with her while she was reading. It entered her home without asking permission, as it always does, as it always has.

    The operation is called "Eternal Darkness." Fifty fighters, one hundred and sixty bombs, one hundred targets, ten minutes. No one was looking for her in particular. There's no need to look for a poet to kill him, just decide that the space she lives in is expendable. With everything it contains: bodies, voices, books, verses.

    Zweig committed suicide in Brazil in February 1942, fleeing a Europe that had ceased to be habitable for those who thought and wrote. Eighty years later, the Lebanese who spread those two images were doing the same thing he was doing: trying to give a name to what is destroying them. With the same cultural tools that are being destroyed along with them.

    It's not the first time. In Gaza, on December 6, 2023, Israel surgically bombed the apartment where poet Refaat Alareer was staying, killing him, his brother, his sister, and three nephews. A few weeks earlier, he had written: "If I must die, let it be a story." Killed along with him were poet Heba Abu Nada, novelist Omar Abu Shawish, painter Heba Zaqout, writer Halima Al Kahlout, and dozens of other artists and intellectuals whose names risk being buried under statistics. Before them, in 1972, Ghassan Kanafani—writer, playwright, voice of the Palestinian resistance—was assassinated in Beirut by a Mossad car bomb.

    There's a line that runs through the decades. Fascism, in all its forms, has always known that poets are dangerous not because they bear arms, but because they name things. And naming things is the first act of resistance. That's why it seeks them out, bombs them, buries them under rubble, with or without a name.

    "If I must die, let it be a story," Alareer wrote.

    Khatun Salma has become a story. Like Refaat. Like all those whom fascism seeks to reduce to a number and instead succeeds in transforming into a voice.

    By Tahar Lamri
    Tra le macerie di Tallet al-Khayat, a Beirut, l'8 aprile 2026, è stato ritrovato il corpo della poetessa libanese Khatun Salma, insieme a quello del marito Muhammad Karasht. Non lontano da loro, una copia sfregiata di Ventiquattro ore nella vita di una donna di Stefan Zweig. Qualcuno ha visto. Qualcuno ha capito subito. E ha diffuso le due immagini insieme - il corpo e il libro strappato - come si diffonde una verità che non ha bisogno di didascalie. Khatun Salma aveva scritto: قد أكون الضحيّة / الشهيدة إن شاؤوا في الصدع فأس / في الصدر جرح أمدّ يدي اليمنى / تليها اليسرى / ربّما معاً ننجو Potrei essere la vittima / la martire, se così vogliono nella fessura un'ascia / nel petto una ferita tendo la mano destra / poi la sinistra / forse insieme sopravviviamo Non sono sopravvissuti insieme. Forse stava leggendo Zweig quella sera. Forse cercava in quelle pagine una chiave per capire l'oscurità del fascismo di ieri e riconoscere meglio quella di oggi. Il fascismo l'ha raggiunta mentre leggeva. È entrato in casa sua senza chiedere il permesso, come fa sempre, come ha sempre fatto. L'operazione si chiama “Oscurità Eterna”. Cinquanta caccia, centosessanta bombe, cento obiettivi, dieci minuti. Nessuno cercava lei in particolare. Non serve cercare un poeta per ucciderlo, basta decidere che lo spazio in cui vive è sacrificabile. Con tutto ciò che contiene: corpi, voci, libri, versi. Zweig si era suicidato in Brasile nel febbraio del 1942, in fuga da un'Europa che aveva smesso di essere abitabile per chi pensava e scriveva. Ottant'anni dopo, i libanesi che hanno diffuso quelle due immagini stavano facendo la stessa cosa che faceva lui: cercare di dare un nome a ciò che li sta distruggendo. Con gli stessi strumenti culturali che vengono distrutti insieme a loro. Non è la prima volta. A Gaza, il 6 dicembre 2023, Israele ha bombardato chirurgicamente l'appartamento in cui si trovava il poeta Refaat Alareer, uccidendo lui, suo fratello, sua sorella e tre nipoti. Poche settimane prima aveva scritto: “Se devo morire, che sia un racconto”. Con lui sono stati uccisi la poetessa Heba Abu Nada, il romanziere Omar Abu Shawish, la pittrice Heba Zaqout, la scrittrice Halima Al Kahlout e decine di altri artisti e intellettuali di cui i nomi rischiano di restare sepolti sotto le statistiche. Prima di loro, nel 1972, Ghassan Kanafani - scrittore, drammaturgo, voce della resistenza palestinese - era stato assassinato a Beirut da un'autobomba del Mossad. C'è una linea che attraversa i decenni. Il fascismo, in tutte le sue forme, ha sempre saputo che i poeti sono pericolosi non perché imbracciano armi, ma perché nominano le cose. E nominare le cose è il primo atto di resistenza. Per questo li cerca, li bombarda, li seppellisce sotto le macerie con o senza nome. “Se devo morire, che sia un racconto”, aveva scritto Alareer. Khatun Salma è diventata un racconto. Come Refaat. Come tutti quelli che il fascismo vuole ridurre a numero e riesce invece a trasformare in voce. Di Tahar Lamri On April 8, 2026, the body of Lebanese poet Khatun Salma was found in the rubble of Tallet al-Khayat, Beirut, along with that of her husband Muhammad Karasht. Not far from them was a defaced copy of Stefan Zweig's Twenty-Four Hours in the Life of a Woman. Someone saw. Someone understood immediately. And they shared the two images together—the body and the torn book—like a truth that needs no caption. Khatun Salma had written: قد أكون الضحيّة / الشهيدة إن شاؤوا في الصدع فأس / في الصدر جرح أمدّ يدي اليمنى / تليها اليسرى / ربّما معاً ننجو I could be the victim/martyr if they so choose in the crack an ax / in the chest a wound I hold out my right hand / then my left / maybe together We survive They didn't survive together. Perhaps she was reading Zweig that evening. Perhaps she was searching in those pages for a key to understanding the darkness of fascism yesterday and better recognizing that of today. Fascism caught up with her while she was reading. It entered her home without asking permission, as it always does, as it always has. The operation is called "Eternal Darkness." Fifty fighters, one hundred and sixty bombs, one hundred targets, ten minutes. No one was looking for her in particular. There's no need to look for a poet to kill him, just decide that the space she lives in is expendable. With everything it contains: bodies, voices, books, verses. Zweig committed suicide in Brazil in February 1942, fleeing a Europe that had ceased to be habitable for those who thought and wrote. Eighty years later, the Lebanese who spread those two images were doing the same thing he was doing: trying to give a name to what is destroying them. With the same cultural tools that are being destroyed along with them. It's not the first time. In Gaza, on December 6, 2023, Israel surgically bombed the apartment where poet Refaat Alareer was staying, killing him, his brother, his sister, and three nephews. A few weeks earlier, he had written: "If I must die, let it be a story." Killed along with him were poet Heba Abu Nada, novelist Omar Abu Shawish, painter Heba Zaqout, writer Halima Al Kahlout, and dozens of other artists and intellectuals whose names risk being buried under statistics. Before them, in 1972, Ghassan Kanafani—writer, playwright, voice of the Palestinian resistance—was assassinated in Beirut by a Mossad car bomb. There's a line that runs through the decades. Fascism, in all its forms, has always known that poets are dangerous not because they bear arms, but because they name things. And naming things is the first act of resistance. That's why it seeks them out, bombs them, buries them under rubble, with or without a name. "If I must die, let it be a story," Alareer wrote. Khatun Salma has become a story. Like Refaat. Like all those whom fascism seeks to reduce to a number and instead succeeds in transforming into a voice. By Tahar Lamri
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  • I SIONISTI non DEMORDONO!
    Israele demolisce i villaggi del sud Libano e applica il "modello Gaza"
    L'esercito israeliano ha definito una zona cuscinetto nel sud del Libano, demolendo oltre 50 villaggi e impedendo il ritorno di 600mila sfollati
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/20/israele-demolizione-villaggi-libano-news/8360729/
    I SIONISTI non DEMORDONO! Israele demolisce i villaggi del sud Libano e applica il "modello Gaza" L'esercito israeliano ha definito una zona cuscinetto nel sud del Libano, demolendo oltre 50 villaggi e impedendo il ritorno di 600mila sfollati https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/20/israele-demolizione-villaggi-libano-news/8360729/
    WWW.ILFATTOQUOTIDIANO.IT
    Israele demolisce i villaggi del sud Libano e applica il "modello Gaza"
    L'esercito israeliano ha definito una zona cuscinetto nel sud del Libano, demolendo oltre 50 villaggi e impedendo il ritorno di 600mila sfollati
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