• Attualità

    L’ESECUZIONE MIRATA DI AMAL KHALIL

    Libano, uccisa giornalista Amal Khalil
    indagini sull’attacco nel sud del Paese

    Uccisa a sud di Tiro la giornalista Amal Khalil: indagini in corso sull’attacco in Libano che ha colpito operatori dell’informazione durante il conflitto

    di Piero De Ruvo

    L’uccisione della giornalista libanese Amal Khalil, avvenuta il 22 aprile 2026 in un villaggio vicino Tiro, non può essere derubricata a tragico errore o a “effetto collaterale”, ma se confermata dalle autorità che stanno indagando, si potrebbe configurare come una vera e propria esecuzione deliberata. Amal Khalil, esperta corrispondente del quotidiano Al-Akhbar, è stata braccata dai droni israeliani mentre cercava semplicemente di fare il suo lavoro, documentando le devastazioni nel sud del Libano. La dinamica dell’attacco rivela una ferocia mirata: dopo che un primo raid ha colpito il veicolo che precedeva la sua auto, Khalil e la fotografa Zeinab Faraj hanno cercato riparo in un’abitazione civile.

    È stato in quel momento che l’IDF ha sferrato il colpo fatale, bombardando intenzionalmente la casa dove le giornaliste avevano trovato rifugio. Non contenti di averla sepolta sotto le macerie, i militari israeliani hanno messo in atto un criminale ostruzionismo dei soccorsi, aprendo il fuoco contro le ambulanze e lanciando granate stordenti per impedire alla Croce Rossa di raggiungerla. Amal Khalil è morta dissanguata dopo ore di agonia, intrappolata tra i detriti, mentre l’esercito israeliano impediva ogni missione umanitaria. Questo omicidio era stato annunciato.

    Nel settembre 2024, Khalil aveva ricevuto agghiaccianti minacce di morte direttamente sul proprio numero WhatsApp da un’utenza israeliana, messaggi che le intimavano di lasciare il Libano e cambiare mestiere se voleva che la sua “testa restasse attaccata alle spalle”. Queste minacce, denunciate dai sindacati dei giornalisti, dimostrano che Amal era un obiettivo prioritario per un esercito che non tollera testimoni scomodi. Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha parlato apertamente di crimini di guerra, sottolineando come l’attacco fosse chiaramente identificabile e impegnate in compiti civili.

    La verità è che Amal Khalil è stata uccisa perché vedeva troppo e raccontava ciò che il mondo non deve sapere sulla distruzione sistematica dei villaggi libanesi. Chiunque cerchi di documentare la verità sotto le bombe israeliane sa ora di avere un mirino puntato addosso. L’IDF ha deciso che la libera informazione è un nemico da abbattere.

    Il caso di Amal Khalil si inserisce in un contesto già fortemente critico. Organizzazioni internazionali per la libertà di stampa, come Reporters Without Borders, denunciano da tempo un aumento significativo dei rischi per i giornalisti nelle zone di conflitto, soprattutto quelle in cui è coinvolto l’esercito israeliano, sottolineando come la distinzione tra obiettivi militari e civili venga sempre più spesso messa in discussione sul campo.

    La morte di Amal Khalil riapre così un tema centrale: in guerra, il racconto dei fatti è protetto o diventa un bersaglio? La risposta a questa domanda non riguarda solo un singolo episodio, ma il futuro stesso del diritto all’informazione nei teatri di conflitto. In un contesto già segnato da escalation militari e tensioni regionali, episodi come questo rischiano di contribuire a un clima in cui documentare la realtà diventa sempre più pericoloso. E quando i testimoni vengono meno, anche la possibilità di accertare i fatti si fa più fragile.

    Current Events

    THE TARGETED EXECUTION OF AMAL KHALIL

    Lebanon, journalist Amal Khalil killed
    investigations underway into the attack in the south of the country

    Journalist Amal Khalil killed south of Tyre: investigations underway into the attack in Lebanon that targeted media workers during the conflict

    by Piero De Ruvo

    The killing of Lebanese journalist Amal Khalil, which occurred on April 22, 2026, in a village near Tyre, cannot be dismissed as a tragic mistake or a "collateral effect," but if confirmed by the investigating authorities, it could constitute a deliberate execution. Amal Khalil, a veteran correspondent for the daily Al-Akhbar, was hunted by Israeli drones while simply trying to do her job, documenting the devastation in southern Lebanon. The attack's dynamics reveal targeted ferocity: after an initial strike hit the vehicle in front of his car, Khalil and photographer Zeinab Faraj sought shelter in a civilian home.

    It was then that the IDF struck the fatal blow, intentionally bombing the house where the journalists had taken refuge. Not content with burying her under rubble, the Israeli military criminally obstructed rescue efforts, opening fire on ambulances and throwing stun grenades to prevent the Red Cross from reaching her. Amal Khalil bled to death after hours of agony, trapped in the debris, while the Israeli army prevented all humanitarian missions. This murder had been announced.

    In September 2024, Khalil received chilling death threats directly on her WhatsApp number from an Israeli user, messages urging her to leave Lebanon and change profession if she wanted her "head to stay on top of things." These threats, denounced by journalists' unions, demonstrate that Amal was a priority target for an army that tolerates no inconvenient witnesses. Lebanese Prime Minister Nawaf Salam has openly spoken of war crimes, emphasizing that the attack was clearly identifiable and that they were engaged in civilian duties.

    The truth is that Amal Khalil was killed because she saw too much and reported what the world must not know about the systematic destruction of Lebanese villages. Anyone trying to document the truth under Israeli bombs now knows they have a crosshair trained on them. The IDF has decided that free information is an enemy that must be destroyed.

    Amal Khalil's case comes amidst an already highly critical context. International press freedom organizations such as Reporters Without Borders have long been denouncing a significant increase in risks for journalists in conflict zones, especially those involving the Israeli army, emphasizing how the distinction between military and civilian targets is increasingly being questioned on the ground.

    Amal Khalil's death thus reopens a central issue: in war, is reporting protected or is it targeted? The answer to this question concerns not just a single incident, but the very future of the right to information in conflict zones. In a context already marked by military escalations and regional tensions, incidents like this risk contributing to a climate in which documenting reality becomes increasingly dangerous. And when witnesses are missing, the possibility of establishing facts also becomes more fragile.
    Attualità L’ESECUZIONE MIRATA DI AMAL KHALIL Libano, uccisa giornalista Amal Khalil indagini sull’attacco nel sud del Paese Uccisa a sud di Tiro la giornalista Amal Khalil: indagini in corso sull’attacco in Libano che ha colpito operatori dell’informazione durante il conflitto di Piero De Ruvo L’uccisione della giornalista libanese Amal Khalil, avvenuta il 22 aprile 2026 in un villaggio vicino Tiro, non può essere derubricata a tragico errore o a “effetto collaterale”, ma se confermata dalle autorità che stanno indagando, si potrebbe configurare come una vera e propria esecuzione deliberata. Amal Khalil, esperta corrispondente del quotidiano Al-Akhbar, è stata braccata dai droni israeliani mentre cercava semplicemente di fare il suo lavoro, documentando le devastazioni nel sud del Libano. La dinamica dell’attacco rivela una ferocia mirata: dopo che un primo raid ha colpito il veicolo che precedeva la sua auto, Khalil e la fotografa Zeinab Faraj hanno cercato riparo in un’abitazione civile. È stato in quel momento che l’IDF ha sferrato il colpo fatale, bombardando intenzionalmente la casa dove le giornaliste avevano trovato rifugio. Non contenti di averla sepolta sotto le macerie, i militari israeliani hanno messo in atto un criminale ostruzionismo dei soccorsi, aprendo il fuoco contro le ambulanze e lanciando granate stordenti per impedire alla Croce Rossa di raggiungerla. Amal Khalil è morta dissanguata dopo ore di agonia, intrappolata tra i detriti, mentre l’esercito israeliano impediva ogni missione umanitaria. Questo omicidio era stato annunciato. Nel settembre 2024, Khalil aveva ricevuto agghiaccianti minacce di morte direttamente sul proprio numero WhatsApp da un’utenza israeliana, messaggi che le intimavano di lasciare il Libano e cambiare mestiere se voleva che la sua “testa restasse attaccata alle spalle”. Queste minacce, denunciate dai sindacati dei giornalisti, dimostrano che Amal era un obiettivo prioritario per un esercito che non tollera testimoni scomodi. Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha parlato apertamente di crimini di guerra, sottolineando come l’attacco fosse chiaramente identificabile e impegnate in compiti civili. La verità è che Amal Khalil è stata uccisa perché vedeva troppo e raccontava ciò che il mondo non deve sapere sulla distruzione sistematica dei villaggi libanesi. Chiunque cerchi di documentare la verità sotto le bombe israeliane sa ora di avere un mirino puntato addosso. L’IDF ha deciso che la libera informazione è un nemico da abbattere. Il caso di Amal Khalil si inserisce in un contesto già fortemente critico. Organizzazioni internazionali per la libertà di stampa, come Reporters Without Borders, denunciano da tempo un aumento significativo dei rischi per i giornalisti nelle zone di conflitto, soprattutto quelle in cui è coinvolto l’esercito israeliano, sottolineando come la distinzione tra obiettivi militari e civili venga sempre più spesso messa in discussione sul campo. La morte di Amal Khalil riapre così un tema centrale: in guerra, il racconto dei fatti è protetto o diventa un bersaglio? La risposta a questa domanda non riguarda solo un singolo episodio, ma il futuro stesso del diritto all’informazione nei teatri di conflitto. In un contesto già segnato da escalation militari e tensioni regionali, episodi come questo rischiano di contribuire a un clima in cui documentare la realtà diventa sempre più pericoloso. E quando i testimoni vengono meno, anche la possibilità di accertare i fatti si fa più fragile. Current Events THE TARGETED EXECUTION OF AMAL KHALIL Lebanon, journalist Amal Khalil killed investigations underway into the attack in the south of the country Journalist Amal Khalil killed south of Tyre: investigations underway into the attack in Lebanon that targeted media workers during the conflict by Piero De Ruvo The killing of Lebanese journalist Amal Khalil, which occurred on April 22, 2026, in a village near Tyre, cannot be dismissed as a tragic mistake or a "collateral effect," but if confirmed by the investigating authorities, it could constitute a deliberate execution. Amal Khalil, a veteran correspondent for the daily Al-Akhbar, was hunted by Israeli drones while simply trying to do her job, documenting the devastation in southern Lebanon. The attack's dynamics reveal targeted ferocity: after an initial strike hit the vehicle in front of his car, Khalil and photographer Zeinab Faraj sought shelter in a civilian home. It was then that the IDF struck the fatal blow, intentionally bombing the house where the journalists had taken refuge. Not content with burying her under rubble, the Israeli military criminally obstructed rescue efforts, opening fire on ambulances and throwing stun grenades to prevent the Red Cross from reaching her. Amal Khalil bled to death after hours of agony, trapped in the debris, while the Israeli army prevented all humanitarian missions. This murder had been announced. In September 2024, Khalil received chilling death threats directly on her WhatsApp number from an Israeli user, messages urging her to leave Lebanon and change profession if she wanted her "head to stay on top of things." These threats, denounced by journalists' unions, demonstrate that Amal was a priority target for an army that tolerates no inconvenient witnesses. Lebanese Prime Minister Nawaf Salam has openly spoken of war crimes, emphasizing that the attack was clearly identifiable and that they were engaged in civilian duties. The truth is that Amal Khalil was killed because she saw too much and reported what the world must not know about the systematic destruction of Lebanese villages. Anyone trying to document the truth under Israeli bombs now knows they have a crosshair trained on them. The IDF has decided that free information is an enemy that must be destroyed. Amal Khalil's case comes amidst an already highly critical context. International press freedom organizations such as Reporters Without Borders have long been denouncing a significant increase in risks for journalists in conflict zones, especially those involving the Israeli army, emphasizing how the distinction between military and civilian targets is increasingly being questioned on the ground. Amal Khalil's death thus reopens a central issue: in war, is reporting protected or is it targeted? The answer to this question concerns not just a single incident, but the very future of the right to information in conflict zones. In a context already marked by military escalations and regional tensions, incidents like this risk contributing to a climate in which documenting reality becomes increasingly dangerous. And when witnesses are missing, the possibility of establishing facts also becomes more fragile.
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  • Quattro giorni fa Haaretz, unico giornale d’opposizione in Israele, ha pubblicato un articolo dal titolo “I Felt I Was a Monster” (17/04/2026). L’articolo parte dalla presentazione di un soldato israeliano psicologicamente tormentato e che afferma di temere più di tutto la vendetta. Nel corso dell’articolo vengono ricordati attraverso testimonianze o documenti alcuni fatti avvenuti durante la demolizione della striscia di Gaza (una goccia nel mare di quelli noti, ma comunque).

    Si parla di soldati che urinano su un detenuto legato e bendato, ridendo e scherzando. Si parla di interrogatori dove i detenuti vengono torturati stringendo fascette di plastica intorno ai loro genitali. Si parla di un ufficiale che giustizia un palestinese disarmato che si era arreso con le mani alzate, per poi insabbiare l’episodio facendo credere fosse un "terrorista armato". Si parla di un carro armato che spara e uccide cinque civili palestinesi che attraversano una linea, seguito da un bulldozer D9 che seppellisce i corpi nella sabbia. Si parla di innumerevoli casi di soldati dell’IDF che aprono il fuoco su civili disarmati, compresi coloro che cercano cibo durante la carestia causata dal blocco imposto dal governo israeliano. Si parla del saccheggio di case palestinesi, di interni bruciati, piscio sugli oggetti personali delle famiglie sfrattate, per il divertimento collettivo.

    La tesi di fondo che sostiene l’articolo è che i soldati israeliani stiano soffrendo di gravi traumi per ciò che hanno fatto o che hanno visto fare ai propri commilitoni.

    Due osservazioni mi paiono opportune.

    La prima deve partire dalla constatazione che le atrocità ricordate nell’articolo sono solo una piccola parte, e non la più ributtante, di quanto fatto dall’esercito israeliano. (Non mi risulta ci siano precedenti altrove nel mondo di stupri e sevizie sui prigionieri, accertati con filmati giunti al pubblico internazionale, e seguiti da un’assoluzione in tribunale dei torturatori.) Detto questo, comunque, gli eventi ricordati su Haaretz, sono parte di un repertorio che ricalca in maniera impressionante alcuni dei momenti più abietti del nazifascismo.

    E l’unico modo che Haaretz ha per presentare questi eventi al pubblico israeliano (all’esigua minoranza critica) è di presentarlo invocando la pietà umana per i soldati traumatizzati dallo schifo cui hanno partecipato. Ecco, già questo impianto narrativo ci dice come nella società israeliana si sia introiettata senza resti l’idea che l’unico soggetto umano del cui sguardo val la pena curarsi è un ebreo israeliano. Se tortura e uccide innocenti, la vittima resta fuori scena, mentre chiediamo compassione per le ripercussioni psicologiche sul carnefice. Questo, temo, sia il problema di fondo, da cui tutto il resto discende.

    La seconda osservazione deriva dallo scandalo suscitato recentemente dall’immagine di un soldato dell’IDF, nel sud del Libano, che distrugge a colpi di mazza una statua di Gesù Cristo in croce. L’immagine ha fatto il giro del mondo, ha suscitato reazioni politiche e ha persino costretto, credo per la prima volta, il primo ministro israeliano Netanyahu a prendere le distanze e a promettere un intervento sanzionatorio nei confronti del soldato.

    Ora, per chiunque abbia un’idea, anche limitata, del messaggio cristiano, non può che risultare incredibile che nessuna cancelleria europea si muova per migliaia di crimini di guerra documentati, stupri, torture, assassini a sangue freddo di cittadini inermi, fucilate sui bambini, bombardamenti incendiari sui campi profughi, ecc. (di cui molti ammessi e ripresi dai media israeliani), per poi sollevare rimostranze di fronte alla dissacrazione di un’immagine.

    Infatti, se c’è una cosa per cui il messaggio cristiano si erge in contrasto polemico fortissimo verso la precedente tradizione ebraica è proprio il rigetto del formalismo, del legalismo, del culto dell’apparenza esteriore rispetto alla pietà umana.
    “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità.” (Matteo, 23, 27-28)
    Quattro giorni fa Haaretz, unico giornale d’opposizione in Israele, ha pubblicato un articolo dal titolo “I Felt I Was a Monster” (17/04/2026). L’articolo parte dalla presentazione di un soldato israeliano psicologicamente tormentato e che afferma di temere più di tutto la vendetta. Nel corso dell’articolo vengono ricordati attraverso testimonianze o documenti alcuni fatti avvenuti durante la demolizione della striscia di Gaza (una goccia nel mare di quelli noti, ma comunque). Si parla di soldati che urinano su un detenuto legato e bendato, ridendo e scherzando. Si parla di interrogatori dove i detenuti vengono torturati stringendo fascette di plastica intorno ai loro genitali. Si parla di un ufficiale che giustizia un palestinese disarmato che si era arreso con le mani alzate, per poi insabbiare l’episodio facendo credere fosse un "terrorista armato". Si parla di un carro armato che spara e uccide cinque civili palestinesi che attraversano una linea, seguito da un bulldozer D9 che seppellisce i corpi nella sabbia. Si parla di innumerevoli casi di soldati dell’IDF che aprono il fuoco su civili disarmati, compresi coloro che cercano cibo durante la carestia causata dal blocco imposto dal governo israeliano. Si parla del saccheggio di case palestinesi, di interni bruciati, piscio sugli oggetti personali delle famiglie sfrattate, per il divertimento collettivo. La tesi di fondo che sostiene l’articolo è che i soldati israeliani stiano soffrendo di gravi traumi per ciò che hanno fatto o che hanno visto fare ai propri commilitoni. Due osservazioni mi paiono opportune. La prima deve partire dalla constatazione che le atrocità ricordate nell’articolo sono solo una piccola parte, e non la più ributtante, di quanto fatto dall’esercito israeliano. (Non mi risulta ci siano precedenti altrove nel mondo di stupri e sevizie sui prigionieri, accertati con filmati giunti al pubblico internazionale, e seguiti da un’assoluzione in tribunale dei torturatori.) Detto questo, comunque, gli eventi ricordati su Haaretz, sono parte di un repertorio che ricalca in maniera impressionante alcuni dei momenti più abietti del nazifascismo. E l’unico modo che Haaretz ha per presentare questi eventi al pubblico israeliano (all’esigua minoranza critica) è di presentarlo invocando la pietà umana per i soldati traumatizzati dallo schifo cui hanno partecipato. Ecco, già questo impianto narrativo ci dice come nella società israeliana si sia introiettata senza resti l’idea che l’unico soggetto umano del cui sguardo val la pena curarsi è un ebreo israeliano. Se tortura e uccide innocenti, la vittima resta fuori scena, mentre chiediamo compassione per le ripercussioni psicologiche sul carnefice. Questo, temo, sia il problema di fondo, da cui tutto il resto discende. La seconda osservazione deriva dallo scandalo suscitato recentemente dall’immagine di un soldato dell’IDF, nel sud del Libano, che distrugge a colpi di mazza una statua di Gesù Cristo in croce. L’immagine ha fatto il giro del mondo, ha suscitato reazioni politiche e ha persino costretto, credo per la prima volta, il primo ministro israeliano Netanyahu a prendere le distanze e a promettere un intervento sanzionatorio nei confronti del soldato. Ora, per chiunque abbia un’idea, anche limitata, del messaggio cristiano, non può che risultare incredibile che nessuna cancelleria europea si muova per migliaia di crimini di guerra documentati, stupri, torture, assassini a sangue freddo di cittadini inermi, fucilate sui bambini, bombardamenti incendiari sui campi profughi, ecc. (di cui molti ammessi e ripresi dai media israeliani), per poi sollevare rimostranze di fronte alla dissacrazione di un’immagine. Infatti, se c’è una cosa per cui il messaggio cristiano si erge in contrasto polemico fortissimo verso la precedente tradizione ebraica è proprio il rigetto del formalismo, del legalismo, del culto dell’apparenza esteriore rispetto alla pietà umana. “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità.” (Matteo, 23, 27-28)
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  • I SIONISTI non DEMORDONO!
    Israele demolisce i villaggi del sud Libano e applica il "modello Gaza"
    L'esercito israeliano ha definito una zona cuscinetto nel sud del Libano, demolendo oltre 50 villaggi e impedendo il ritorno di 600mila sfollati
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/20/israele-demolizione-villaggi-libano-news/8360729/
    I SIONISTI non DEMORDONO! Israele demolisce i villaggi del sud Libano e applica il "modello Gaza" L'esercito israeliano ha definito una zona cuscinetto nel sud del Libano, demolendo oltre 50 villaggi e impedendo il ritorno di 600mila sfollati https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/20/israele-demolizione-villaggi-libano-news/8360729/
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    Israele demolisce i villaggi del sud Libano e applica il "modello Gaza"
    L'esercito israeliano ha definito una zona cuscinetto nel sud del Libano, demolendo oltre 50 villaggi e impedendo il ritorno di 600mila sfollati
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  • ECCO la VERA NATURA dei SIONISTI!
    Benjamin Netanyahu condanna ma l'odio semina odio.
    Soldato israeliano danneggia statua di Gesù, Idf conferma: "Prenderemo provvedimenti"
    L'esercito israeliano ha confermato l'autenticità della foto virale e promesso azioni contro il militare responsabile della profanazione
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/20/soldato-israeliano-statua-gesu-libano-notizie/8360427/
    ECCO la VERA NATURA dei SIONISTI! Benjamin Netanyahu condanna ma l'odio semina odio. Soldato israeliano danneggia statua di Gesù, Idf conferma: "Prenderemo provvedimenti" L'esercito israeliano ha confermato l'autenticità della foto virale e promesso azioni contro il militare responsabile della profanazione https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/20/soldato-israeliano-statua-gesu-libano-notizie/8360427/
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  • L'esercito dei morti di Zelenskyj.
    Tutti invisibili ai vili guerrafondai dell’UE e della NATO.

    Non lo vedrai sulla BBC o sulla CNN, sono troppo occupati a cercare di convincerti che questo inferno deve continuare ad ogni costo (una volta era l'Ucraina)

    Zelenskys Army of the Dead.

    All invisible to the vile War Mongers of the EU and NATO.

    You won't see this on the BBC or CNN, they are too busy trying to convince you this hell has to continue at any cost (once its Ukrainian)
    L'esercito dei morti di Zelenskyj. Tutti invisibili ai vili guerrafondai dell’UE e della NATO. Non lo vedrai sulla BBC o sulla CNN, sono troppo occupati a cercare di convincerti che questo inferno deve continuare ad ogni costo (una volta era l'Ucraina) Zelenskys Army of the Dead. All invisible to the vile War Mongers of the EU and NATO. You won't see this on the BBC or CNN, they are too busy trying to convince you this hell has to continue at any cost (once its Ukrainian)
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  • Steel plants, bridge hit as US-Israel attacks expand; Iran vows retaliation
    Trump says US will bomb Iran 'back to the Stone Ages', but Iranian military warns it will escalate retaliatory attacks
    Siderurgie e ponti colpiti mentre gli attacchi USA-Israele si intensificano; l'Iran promette rappresaglie. Trump afferma che gli Stati Uniti bombarderanno l'Iran "riportandolo all'età della pietra", ma l'esercito iraniano avverte che intensificherà gli attacchi di rappresaglia.

    https://aje.news/1jg6hu
    Steel plants, bridge hit as US-Israel attacks expand; Iran vows retaliation Trump says US will bomb Iran 'back to the Stone Ages', but Iranian military warns it will escalate retaliatory attacks Siderurgie e ponti colpiti mentre gli attacchi USA-Israele si intensificano; l'Iran promette rappresaglie. Trump afferma che gli Stati Uniti bombarderanno l'Iran "riportandolo all'età della pietra", ma l'esercito iraniano avverte che intensificherà gli attacchi di rappresaglia. https://aje.news/1jg6hu
    AJE.NEWS
    Steel plants, bridge hit as US-Israel attacks expand; Iran vows retaliation
    Trump says US will bomb Iran 'back to the Stone Ages', but Iranian military warns it will escalate retaliatory attacks.
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  • La fine di Israele.

    Lawrence Wilkerson è un colonnello in pensione dell’Esercito degli Stati Uniti.

    Ha servito 31 anni nell’esercito americano, partecipando anche alla guerra del Vietnam.

    Dopo il pensionamento dall’esercito (1997), è diventato un importante critico della politica estera americana, soprattutto della guerra in Iraq, delle torture (Abu Ghraib, Guantánamo) e dell’influenza dei neoconservatori.

    Source: https://x.com/i/status/2038310399960027226
    La fine di Israele. Lawrence Wilkerson è un colonnello in pensione dell’Esercito degli Stati Uniti. Ha servito 31 anni nell’esercito americano, partecipando anche alla guerra del Vietnam. Dopo il pensionamento dall’esercito (1997), è diventato un importante critico della politica estera americana, soprattutto della guerra in Iraq, delle torture (Abu Ghraib, Guantánamo) e dell’influenza dei neoconservatori. Source: https://x.com/i/status/2038310399960027226
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  • ALERTE INFO IRAN :
    Encore un missile inconnu !

    L'armée iranienne a lancé un nouveau missile qui explose avant d'atteindre leur cible et se transforment en une immense boule de feu qui brûle tout sur son passage!

    NOTIZIE DALL'IRAN:
    Un altro missile sconosciuto!

    L'esercito iraniano ha lanciato un nuovo missile che esplode prima di raggiungere il bersaglio, trasformandosi in un'enorme palla di fuoco che brucia tutto ciò che incontra sul suo cammino!

    Source: https://x.com/i/status/2037497676346925235
    ALERTE INFO IRAN : Encore un missile inconnu ! L'armée iranienne a lancé un nouveau missile qui explose avant d'atteindre leur cible et se transforment en une immense boule de feu qui brûle tout sur son passage! NOTIZIE DALL'IRAN: Un altro missile sconosciuto! L'esercito iraniano ha lanciato un nuovo missile che esplode prima di raggiungere il bersaglio, trasformandosi in un'enorme palla di fuoco che brucia tutto ciò che incontra sul suo cammino! Source: https://x.com/i/status/2037497676346925235
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  • L'aviazione americana bombarda l'esercito iracheno.

    Sono stati effettuati attacchi contro obiettivi di "Al-Hashd Al-Shaabi" (Mobilitazione popolare) e un centro militare iracheno (ospedale militare Al- Habaniya) utilizzando aerei A-10. Come risultato, 7 persone sono state uccise e altre 13 sono rimaste ferite.

    Come ha dichiarato il portavoce del comandante in capo delle forze armate irachene: "il governo e le forze armate hanno il diritto di rispondere con tutti i mezzi disponibili".
    🇺🇸💥 🇮🇶 L'aviazione americana bombarda l'esercito iracheno. Sono stati effettuati attacchi contro obiettivi di "Al-Hashd Al-Shaabi" (Mobilitazione popolare) e un centro militare iracheno (ospedale militare Al- Habaniya) utilizzando aerei A-10. Come risultato, 7 persone sono state uccise e altre 13 sono rimaste ferite. Come ha dichiarato il portavoce del comandante in capo delle forze armate irachene: "il governo e le forze armate hanno il diritto di rispondere con tutti i mezzi disponibili".
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  • Il Pentagono attacca ancora Anthropic: «Rischio inaccettabile. Potrebbe spegnere Claude durante azioni militari»
    Il dipartimento della Guerra attacca l'azienda: «Abbiamo messo in dubbio che si trattasse di un partner fidato». E intanto l'esercito cerca una nuova intelligenza artificiale per sostituire Claude

    https://www.corriere.it/tecnologia/26_marzo_18/il-pentagono-attacca-ancora-anthropic-rischio-inaccettabile-potrebbe-spegnere-claude-durante-azioni-militari-7618e3de-cd8b-466e-b66a-241e25c1bxlk_amp.shtml
    Il Pentagono attacca ancora Anthropic: «Rischio inaccettabile. Potrebbe spegnere Claude durante azioni militari» Il dipartimento della Guerra attacca l'azienda: «Abbiamo messo in dubbio che si trattasse di un partner fidato». E intanto l'esercito cerca una nuova intelligenza artificiale per sostituire Claude https://www.corriere.it/tecnologia/26_marzo_18/il-pentagono-attacca-ancora-anthropic-rischio-inaccettabile-potrebbe-spegnere-claude-durante-azioni-militari-7618e3de-cd8b-466e-b66a-241e25c1bxlk_amp.shtml
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