• www.cieliblu.it
    Scenario sostiene la raccolta firme della proposta di legge popolare CIELIBLU.
    La raccolta andrà avanti fino al 5 novembre ma ha gia raggiunto ben oltre la metà delle 50000 firme necessarie per portare la discussione in parlamento.
    La cosa importante è porre questo problema all'attenzione della gente che è ancora timorosa di esporsi.
    Le proposte di legge popolare non sono immutabili ma servono a porre il problema.
    Starà poi alla nostra mobilitazione fare in modo che si esca dall'accordo a suo tempo firmato dal governo Berlusconi nel 2002 che aveva concesso all'esercito americano la possibilità di operare nei cieli italiani, come anche avviene in altri paesi, senza ulteriori permessi.
    La giustificazione di queste attività è di modificare ol clima creando uno schermo di nubi artificiali, oppure controllare il tempo metereologico per favorire o impedire la pioggia.
    Le scie prodotte da aerei di compagnie private che, a differenza degli aerei passeggeri di linea che volano a 10-11000m, volano a 3-4000 m di quota, utilizzano composti dannosi per la salute umana e dell'ambiente.
    La proposta di legge chiede di impedire queste attività che potrebbero nascondere in realtà l'obiettivo inconfessabile di produrre danni alla salute e alla fertilità della popolazione secondo progetti mai nascosti di controllo della popolazione.
    Tali progetti sono rivolti principalmente ai paesi a più alto consumo energetico, nordamerica ed europa.
    Contribuiamo tutti a fare chiarezza e al raggiungimento del quorum firmando online, che è il metodo più sicuro, nei comuni, alcuni dei quali tendono a rallentare liniziativa, o nei banchetti che sono però attivati localmente da comuni cittadini.
    Nonostante le critiche di alcuni personaggi sempre pronti a boicottare le iniziative meritevoli, la proposta raggiungerà presto il quorum necessario ma proseguirà ad oltranza per superarlo ampiamente e dimostrare l'interesse della gente.



    www.cieliblu.it Scenario sostiene la raccolta firme della proposta di legge popolare CIELIBLU. La raccolta andrà avanti fino al 5 novembre ma ha gia raggiunto ben oltre la metà delle 50000 firme necessarie per portare la discussione in parlamento. La cosa importante è porre questo problema all'attenzione della gente che è ancora timorosa di esporsi. Le proposte di legge popolare non sono immutabili ma servono a porre il problema. Starà poi alla nostra mobilitazione fare in modo che si esca dall'accordo a suo tempo firmato dal governo Berlusconi nel 2002 che aveva concesso all'esercito americano la possibilità di operare nei cieli italiani, come anche avviene in altri paesi, senza ulteriori permessi. La giustificazione di queste attività è di modificare ol clima creando uno schermo di nubi artificiali, oppure controllare il tempo metereologico per favorire o impedire la pioggia. Le scie prodotte da aerei di compagnie private che, a differenza degli aerei passeggeri di linea che volano a 10-11000m, volano a 3-4000 m di quota, utilizzano composti dannosi per la salute umana e dell'ambiente. La proposta di legge chiede di impedire queste attività che potrebbero nascondere in realtà l'obiettivo inconfessabile di produrre danni alla salute e alla fertilità della popolazione secondo progetti mai nascosti di controllo della popolazione. Tali progetti sono rivolti principalmente ai paesi a più alto consumo energetico, nordamerica ed europa. Contribuiamo tutti a fare chiarezza e al raggiungimento del quorum firmando online, che è il metodo più sicuro, nei comuni, alcuni dei quali tendono a rallentare liniziativa, o nei banchetti che sono però attivati localmente da comuni cittadini. Nonostante le critiche di alcuni personaggi sempre pronti a boicottare le iniziative meritevoli, la proposta raggiungerà presto il quorum necessario ma proseguirà ad oltranza per superarlo ampiamente e dimostrare l'interesse della gente.
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  • https://toba60.com/10-motivi-oggettivi-che-mettono-chiaramente-in-discussione-la-narrativa-putin-contro-davos/
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  • HUMANITAS?
    Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Francis Prevost, critica giustamente alcune attuali derive tecnocapitaliste anticristiane a antiumane. Ma nonostante tutto offre un’analisi spuntata e scarsamente incisiva. Ci sono ovviamente i riferimenti d’obbligo a Dio e a suo Figlio, ma l’impostazione di Prevost é chiaramente antropocentrica.
    Essa contrappone, per semplificare al massimo, l’umanesimo (buono) al transumanesimo (cattivo).
    Quindi la modernità (buona )alla postmodernità e alle sue derive (potenzialmente cattive).

    Come un novello Pico della Mirandola (altro che Sant’Agostino!) Prevost cita il termine “dignità”, in riferimento all’uomo più di 100 volte.
    Decine di volte fa riferimento ai “diritti umani”, confusi del tutto impropriamente con la legge naturale.
    Ad una prima lettura, invece, non vi ho mai trovato il termine “peccato originale”.
    Tutto questo è del resto perfettamente in linea con l’”umanesimo integrale” dei suoi predecessori dal Concilio in poi.
    Orbene è assolutamente ingenuo, diciamo così, pensare come Prevost, che il transumanesimo non sia l’apice dell’umanesimo, del suo spirito originario: profano, borghese, affaristico, secolarizzato, calcolante.
    E’ proprio l’umanesimo che fonda l’idea di un dominio tecnico illimitato sulla natura. E’ proprio l’umanesimo figlio dello spirito borghese acquisitivo, che antepone gradualmente i beni materiali a quelli spirituali. E’ proprio l’umanesimo che illude uomo di essere padrone della vita, sua e altrui. E’ proprio l’umanesimo che posta lo sguardo dal cielo alla terra. E’ proprio l’umanesimo che mettendo al centro l’uomo pone Dio ai margini. E trasforma prima la natura, poi gli esseri umani in oggetti di manipolazione.

    Infine il capitalismo. Tutti i tecno futuristi più importanti, da Musk a Thiel, da Karp ad Andreessen, sono imprenditori miliardari che diventano sempre più ricchi grazie alle loro tecno -diavolerie, robot e intelligenza artificiale compresa. Non sarebbe giunto il momento di mettere in discussione il primato del mercato globale ipertrofico?
    Una tecnica senza limiti è da sempre complementare a un ‘economia senza limiti (il capitalismo) e a un individualismo senza limiti . E’ il modello sociale e antropologico malato dell’anglofera. Anche su questo aspetto l’enciclica non sembra toccare il cuore del problema.

    Martino Mora
    HUMANITAS? Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Francis Prevost, critica giustamente alcune attuali derive tecnocapitaliste anticristiane a antiumane. Ma nonostante tutto offre un’analisi spuntata e scarsamente incisiva. Ci sono ovviamente i riferimenti d’obbligo a Dio e a suo Figlio, ma l’impostazione di Prevost é chiaramente antropocentrica. Essa contrappone, per semplificare al massimo, l’umanesimo (buono) al transumanesimo (cattivo). Quindi la modernità (buona )alla postmodernità e alle sue derive (potenzialmente cattive). Come un novello Pico della Mirandola (altro che Sant’Agostino!) Prevost cita il termine “dignità”, in riferimento all’uomo più di 100 volte. Decine di volte fa riferimento ai “diritti umani”, confusi del tutto impropriamente con la legge naturale. Ad una prima lettura, invece, non vi ho mai trovato il termine “peccato originale”. Tutto questo è del resto perfettamente in linea con l’”umanesimo integrale” dei suoi predecessori dal Concilio in poi. Orbene è assolutamente ingenuo, diciamo così, pensare come Prevost, che il transumanesimo non sia l’apice dell’umanesimo, del suo spirito originario: profano, borghese, affaristico, secolarizzato, calcolante. E’ proprio l’umanesimo che fonda l’idea di un dominio tecnico illimitato sulla natura. E’ proprio l’umanesimo figlio dello spirito borghese acquisitivo, che antepone gradualmente i beni materiali a quelli spirituali. E’ proprio l’umanesimo che illude uomo di essere padrone della vita, sua e altrui. E’ proprio l’umanesimo che posta lo sguardo dal cielo alla terra. E’ proprio l’umanesimo che mettendo al centro l’uomo pone Dio ai margini. E trasforma prima la natura, poi gli esseri umani in oggetti di manipolazione. Infine il capitalismo. Tutti i tecno futuristi più importanti, da Musk a Thiel, da Karp ad Andreessen, sono imprenditori miliardari che diventano sempre più ricchi grazie alle loro tecno -diavolerie, robot e intelligenza artificiale compresa. Non sarebbe giunto il momento di mettere in discussione il primato del mercato globale ipertrofico? Una tecnica senza limiti è da sempre complementare a un ‘economia senza limiti (il capitalismo) e a un individualismo senza limiti . E’ il modello sociale e antropologico malato dell’anglofera. Anche su questo aspetto l’enciclica non sembra toccare il cuore del problema. Martino Mora
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  • IPOCRISIA VERGOGNOSA!
    Il governo chiede all’Ue di sanzionare Ben-Gvir per il trattamento degli attivisti. Ma ieri ha votato contro l'embargo per le armi a Israele

    Flotilla: Tajani chiede sanzioni Ue contro Ben-Gvir
    Il governo italiano chiede all'Ue sanzioni contro Ben-Gvir per le umiliazioni agli attivisti della Flotilla

    L'annuncio del ministro degli Esteri Tajani su X: "Inaccettabili gli atti compiuti contro la Folittilla, prelevando gli attivisti in acque internazionali e sottoponendoli a vessazioni e umiliazioni, violando i più elementari diritti umani"
    Flotilla, il governo chiede all’Ue di sanzionare Ben-Gvir per il trattamento degli attivisti

    Dopo le proteste delle scorse ore, arrivate dopo giorni di silenzio, per il trattamento riservato da Israele agli attivisti della Flotilla, il governo italiano ha fatto sapere di aver chiesto formalmente all’Ue delle sanzioni per il titolare della sicurezza israeliana Ben-Gvir. Il riferimento è proprio alle immagini della barbaria compiuta nelle scorse ore, quando gli attivisti sequestrati in acque internazionali sono stati fatti inginocchiare e ammanettati mentre veniva trasmesso l’inno nazionale. Nei video, diffusi in rete, si vede Ben-Gvir che irride le persone a terra. “Un trattamento incivile, livello infimo”, ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma anche Giorgia Meloni e il suo governo hanno definito “inaccettabili” quelle immagini e lo stesso capo della Farnesina ha parlato di una “linea rossa” che è stata superata.

    Il tutto mentre, in Europa, Fratelli d’Italia votava contro l’embargo alla armi per Israele. Ieri l’esecutivo ha fatto sapere di aver convocato l’ambasciatore israeliano in Italia, senza però che siano arrivate conseguenze. Oggi il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, su X, ha annunciato di aver “formalmente chiesto all’Alto Rappresentante Kaja Kallas di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri Ue l’adozione di sanzioni contro il ministro per la sicurezza nazionale israeliano Ben-Gvir per gli inaccettabili atti compiuti contro la Flotilla, prelevando gli attivisti in acque internazionali e sottoponendoli a vessazioni e umiliazioni, violando i più elementari diritti umani”.


    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/05/21/flotilla-sanzioni-ue-ben-gvir-notizie/8394425/
    IPOCRISIA VERGOGNOSA! Il governo chiede all’Ue di sanzionare Ben-Gvir per il trattamento degli attivisti. Ma ieri ha votato contro l'embargo per le armi a Israele Flotilla: Tajani chiede sanzioni Ue contro Ben-Gvir Il governo italiano chiede all'Ue sanzioni contro Ben-Gvir per le umiliazioni agli attivisti della Flotilla L'annuncio del ministro degli Esteri Tajani su X: "Inaccettabili gli atti compiuti contro la Folittilla, prelevando gli attivisti in acque internazionali e sottoponendoli a vessazioni e umiliazioni, violando i più elementari diritti umani" Flotilla, il governo chiede all’Ue di sanzionare Ben-Gvir per il trattamento degli attivisti Dopo le proteste delle scorse ore, arrivate dopo giorni di silenzio, per il trattamento riservato da Israele agli attivisti della Flotilla, il governo italiano ha fatto sapere di aver chiesto formalmente all’Ue delle sanzioni per il titolare della sicurezza israeliana Ben-Gvir. Il riferimento è proprio alle immagini della barbaria compiuta nelle scorse ore, quando gli attivisti sequestrati in acque internazionali sono stati fatti inginocchiare e ammanettati mentre veniva trasmesso l’inno nazionale. Nei video, diffusi in rete, si vede Ben-Gvir che irride le persone a terra. “Un trattamento incivile, livello infimo”, ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma anche Giorgia Meloni e il suo governo hanno definito “inaccettabili” quelle immagini e lo stesso capo della Farnesina ha parlato di una “linea rossa” che è stata superata. Il tutto mentre, in Europa, Fratelli d’Italia votava contro l’embargo alla armi per Israele. Ieri l’esecutivo ha fatto sapere di aver convocato l’ambasciatore israeliano in Italia, senza però che siano arrivate conseguenze. Oggi il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, su X, ha annunciato di aver “formalmente chiesto all’Alto Rappresentante Kaja Kallas di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri Ue l’adozione di sanzioni contro il ministro per la sicurezza nazionale israeliano Ben-Gvir per gli inaccettabili atti compiuti contro la Flotilla, prelevando gli attivisti in acque internazionali e sottoponendoli a vessazioni e umiliazioni, violando i più elementari diritti umani”. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/05/21/flotilla-sanzioni-ue-ben-gvir-notizie/8394425/
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    Il governo italiano chiede all'Ue sanzioni contro Ben-Gvir per le umiliazioni agli attivisti della Flotilla
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  • Mosca e il “Giorno della Vittoria”: si riapre lo scontro sulla memoria

    Tra celebrazioni e nuove tensioni con l’Europa, il 9 maggio torna a mettere al centro il ruolo dell’Urss nella sconfitta del nazismo e la disputa su simboli e memoria sovietica

    di Piero De Ruvo

    Mentre Mosca, con misure di sicurezza eccezionali, celebra il trionfo sul nazismo, emerge con forza il ricordo di un contributo umano senza eguali che l’Europa, sembra, oggi voler ridimensionare. Ma proprio su questo terreno si innesta una frattura sempre più evidente tra memorie storiche divergenti.

    Il 9 maggio il cuore di Mosca batte al ritmo del “Den’ Pobedy”, il Giorno della Vittoria. Non è solo una parata militare sulla Piazza Rossa; è la rievocazione di quello che la storiografia russa definisce il contributo decisivo dell’Unione Sovietica nella sconfitta di Hitler. Mentre gran parte del mondo occidentale commemora la fine del conflitto, la Russia rivendica il suo ruolo centrale celebrando la resa tedesca firmata davanti al maresciallo Georgij Žukov a Berlino.

    Questo orgoglio affonda le radici in un dato tragico e inoppugnabile: l’Unione Sovietica ha pagato sul campo di battaglia il prezzo più alto della storia, sacrificando per l’Europa circa 28 milioni di vite. Nelle scuole e nella percezione comune russa, la “Grande Guerra Patriottica” non è solo un capitolo della Seconda Guerra Mondiale, ma lo scontro esistenziale che ha salvato il continente.

    In questo senso, il sacrificio sovietico è visto come lo scudo che ha permesso all’Europa di sopravvivere alla tirannia nazista, difendendo di fatto la possibilità stessa di un futuro basato su valori di giustizia. Per i cittadini russi, la vittoria del 1945 è rimasta l’unica parte del XX secolo ad aver conservato un valore condiviso e universalmente riconosciuto, rappresentando un motivo di orgoglio nazionale che unisce il Paese in un sentimento di unità e appartenenza collettiva.

    Tuttavia, questa memoria si confronta oggi con un clima di crescente amarezza.

    Per la stragrande maggioranza dei russi, la Vittoria costituisce un momento fondativo di unità nazionale e di autostima collettiva difficilmente messo in discussione. In questo contesto, il progressivo distacco dell’Europa dalle celebrazioni di Mosca e la rimozione o la reinterpretazione di numerosi monumenti sovietici nel continente vengono spesso percepiti come un segnale di ingratitudine verso il sacrificio umano e il “mare di sangue” versato nella guerra contro il nazismo.

    L’eredità della vittoria sovietica non vive solo nei libri di storia o nelle cerimonie ufficiali, ma anche in una fitta rete di monumenti disseminati in tutta l’Europa orientale e centrale, ma anche a Milano, Torino, Serina (BG), Brescia, Novara, Emilia e diverse località montuose del Nord. Queste strutture, dai cippi ai monumenti imponenti e carichi di simbolismo, rappresentano per Mosca la materializzazione concreta del sacrificio dell’Armata Rossa.

    Tra i più emblematici vi è il Memoriale sovietico di Treptower Park, che si trova a Berlino, dove una statua monumentale di un soldato sovietico che tiene in braccio una bambina tedesca domina il paesaggio, simbolo di liberazione e protezione. A Parco della Vittoria, in Lettonia, invece, il complesso memoriale celebra la vittoria con una monumentalità che fonde memoria, orgoglio e identità nazionale.

    Tuttavia, proprio questi monumenti sono oggi al centro di accesi dibattiti: per alcuni rappresentano la liberazione, per altri segnano l’inizio di una nuova forma di dominio politico. Negli ultimi anni, diversi Paesi dell’Europa orientale hanno avviato politiche di rimozione o ricollocazione, interpretandoli non più come simboli di libertà, ma come eredità ingombranti di un passato sovietico percepito come oppressivo.

    Questo processo ha accentuato la frattura simbolica tra la memoria russa e quella europea: per Mosca, la loro rimozione è letta come un tentativo di riscrivere la storia e cancellare il sacrificio di milioni di soldati sovietici, ma anche come un attacco a una verità storica che Mosca ritiene di dover difendere, persino a costo di restare isolata nella propria narrazione.
    Mosca e il “Giorno della Vittoria”: si riapre lo scontro sulla memoria Tra celebrazioni e nuove tensioni con l’Europa, il 9 maggio torna a mettere al centro il ruolo dell’Urss nella sconfitta del nazismo e la disputa su simboli e memoria sovietica di Piero De Ruvo Mentre Mosca, con misure di sicurezza eccezionali, celebra il trionfo sul nazismo, emerge con forza il ricordo di un contributo umano senza eguali che l’Europa, sembra, oggi voler ridimensionare. Ma proprio su questo terreno si innesta una frattura sempre più evidente tra memorie storiche divergenti. Il 9 maggio il cuore di Mosca batte al ritmo del “Den’ Pobedy”, il Giorno della Vittoria. Non è solo una parata militare sulla Piazza Rossa; è la rievocazione di quello che la storiografia russa definisce il contributo decisivo dell’Unione Sovietica nella sconfitta di Hitler. Mentre gran parte del mondo occidentale commemora la fine del conflitto, la Russia rivendica il suo ruolo centrale celebrando la resa tedesca firmata davanti al maresciallo Georgij Žukov a Berlino. Questo orgoglio affonda le radici in un dato tragico e inoppugnabile: l’Unione Sovietica ha pagato sul campo di battaglia il prezzo più alto della storia, sacrificando per l’Europa circa 28 milioni di vite. Nelle scuole e nella percezione comune russa, la “Grande Guerra Patriottica” non è solo un capitolo della Seconda Guerra Mondiale, ma lo scontro esistenziale che ha salvato il continente. In questo senso, il sacrificio sovietico è visto come lo scudo che ha permesso all’Europa di sopravvivere alla tirannia nazista, difendendo di fatto la possibilità stessa di un futuro basato su valori di giustizia. Per i cittadini russi, la vittoria del 1945 è rimasta l’unica parte del XX secolo ad aver conservato un valore condiviso e universalmente riconosciuto, rappresentando un motivo di orgoglio nazionale che unisce il Paese in un sentimento di unità e appartenenza collettiva. Tuttavia, questa memoria si confronta oggi con un clima di crescente amarezza. Per la stragrande maggioranza dei russi, la Vittoria costituisce un momento fondativo di unità nazionale e di autostima collettiva difficilmente messo in discussione. In questo contesto, il progressivo distacco dell’Europa dalle celebrazioni di Mosca e la rimozione o la reinterpretazione di numerosi monumenti sovietici nel continente vengono spesso percepiti come un segnale di ingratitudine verso il sacrificio umano e il “mare di sangue” versato nella guerra contro il nazismo. L’eredità della vittoria sovietica non vive solo nei libri di storia o nelle cerimonie ufficiali, ma anche in una fitta rete di monumenti disseminati in tutta l’Europa orientale e centrale, ma anche a Milano, Torino, Serina (BG), Brescia, Novara, Emilia e diverse località montuose del Nord. Queste strutture, dai cippi ai monumenti imponenti e carichi di simbolismo, rappresentano per Mosca la materializzazione concreta del sacrificio dell’Armata Rossa. Tra i più emblematici vi è il Memoriale sovietico di Treptower Park, che si trova a Berlino, dove una statua monumentale di un soldato sovietico che tiene in braccio una bambina tedesca domina il paesaggio, simbolo di liberazione e protezione. A Parco della Vittoria, in Lettonia, invece, il complesso memoriale celebra la vittoria con una monumentalità che fonde memoria, orgoglio e identità nazionale. Tuttavia, proprio questi monumenti sono oggi al centro di accesi dibattiti: per alcuni rappresentano la liberazione, per altri segnano l’inizio di una nuova forma di dominio politico. Negli ultimi anni, diversi Paesi dell’Europa orientale hanno avviato politiche di rimozione o ricollocazione, interpretandoli non più come simboli di libertà, ma come eredità ingombranti di un passato sovietico percepito come oppressivo. Questo processo ha accentuato la frattura simbolica tra la memoria russa e quella europea: per Mosca, la loro rimozione è letta come un tentativo di riscrivere la storia e cancellare il sacrificio di milioni di soldati sovietici, ma anche come un attacco a una verità storica che Mosca ritiene di dover difendere, persino a costo di restare isolata nella propria narrazione.
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  • A inizio aprile, una notizia ha scosso le istituzioni: Nicole Minetti ha ricevuto la grazia dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un provvedimento che solleva interrogativi profondi: perché concedere la clemenza per una condanna a 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali? Ma soprattutto, cosa accadrebbe se i presupposti del decreto, firmato a febbraio 2026, si rivelassero non corretti? L’inchiesta del Fatto Quotidiano sulla presunta “doppia vita” in Uruguay dell’ex consigliera ha trasformato un atto di clemenza in un caso nazionale.

    L’Analisi Giuridica: Il potere del Colle e l’annullamento
    Il professor Daniele Trabucco, costituzionalista, chiarisce che la grazia, secondo l’articolo 87 della Costituzione, è un atto esclusivo del Capo dello Stato. Tuttavia, la questione della sua “irrevocabilità” non è così assoluta come appare. Spiega Trabucco:

    “La grazia è un atto formalmente e sostanzialmente presidenziale, ma qualora emergesse che il decreto si è basato su presupposti falsi o gravemente erronei, il Presidente non procederebbe a una revoca, bensì a un atto di rimozione o annullamento per vizio originario”.

    Questo scenario aprirebbe una fase delicatissima:

    “Sarebbe necessaria una nuova istruttoria da parte del Ministro Nordio per verificare se l’indagine giornalistica ha un fondamento; solo allora il Presidente potrebbe ritirare il provvedimento precedente”.

    Il Nodo Politico: Un “trappolone” per Via Arenula
    Spostandosi sul piano filosofico e politico, il professor Paolo Becchi intravede dietro questa vicenda uno scontro di potere molto più ampio, nato dalle ceneri del referendum sulla giustizia. Per Becchi, Carlo Nordio sarebbe finito in una rete tesa da chi non ha gradito le sue posizioni passate. E attacca:

    “Siamo di fronte a un vero trappolone orchestrato dai magistrati. L’istruttoria è stata trasmessa al Ministro che, forse con ingenuità, l’ha girata al Quirinale senza supplementi d’indagine. Nordio è caduto in una trappola che ora mette in imbarazzo anche il Presidente della Repubblica”.

    Il professore punta il dito sulla responsabilità politica:

    “Dopo aver perso il referendum sulla giustizia, il Ministro avrebbe dovuto fare un passo indietro; ora le conseguenze di quel mancato rimpasto ricadono su un atto di clemenza che presenta troppi lati oscuri”.

    Verso il corto circuito
    Il caso Minetti non è più solo la storia di una condanna estinta, ma un test di tenuta per i rapporti tra Ministero, Magistratura e Quirinale. Se l’istruttoria dovesse essere riaperta, saremmo di fronte a un corto circuito istituzionale senza precedenti: un atto del Presidente della Repubblica messo in discussione dai fatti emersi a migliaia di chilometri di distanza, nella dolce vita sudamericana dell’igienista dentale del Signor B..

    Articolo 87 Costituzione byoblu Byoblu24 carlo nordio Caso Minetti Caso Ruby Costituzione Italiana Daniele Trabucco Giuseppe Cipriani giustizia italiana Grazia Presidenziale il fatto quotidiano magistratura nicole minetti paolo becchi Politica Italiana Punta del Este Revoca Grazia Scandalo Minetti Sergio Mattarella silvio berlusconi uruguay

    https://youtu.be/mh_w1U0EHsI?si=b9YcRgxWlUEgNgON
    A inizio aprile, una notizia ha scosso le istituzioni: Nicole Minetti ha ricevuto la grazia dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un provvedimento che solleva interrogativi profondi: perché concedere la clemenza per una condanna a 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali? Ma soprattutto, cosa accadrebbe se i presupposti del decreto, firmato a febbraio 2026, si rivelassero non corretti? L’inchiesta del Fatto Quotidiano sulla presunta “doppia vita” in Uruguay dell’ex consigliera ha trasformato un atto di clemenza in un caso nazionale. L’Analisi Giuridica: Il potere del Colle e l’annullamento Il professor Daniele Trabucco, costituzionalista, chiarisce che la grazia, secondo l’articolo 87 della Costituzione, è un atto esclusivo del Capo dello Stato. Tuttavia, la questione della sua “irrevocabilità” non è così assoluta come appare. Spiega Trabucco: “La grazia è un atto formalmente e sostanzialmente presidenziale, ma qualora emergesse che il decreto si è basato su presupposti falsi o gravemente erronei, il Presidente non procederebbe a una revoca, bensì a un atto di rimozione o annullamento per vizio originario”. Questo scenario aprirebbe una fase delicatissima: “Sarebbe necessaria una nuova istruttoria da parte del Ministro Nordio per verificare se l’indagine giornalistica ha un fondamento; solo allora il Presidente potrebbe ritirare il provvedimento precedente”. Il Nodo Politico: Un “trappolone” per Via Arenula Spostandosi sul piano filosofico e politico, il professor Paolo Becchi intravede dietro questa vicenda uno scontro di potere molto più ampio, nato dalle ceneri del referendum sulla giustizia. Per Becchi, Carlo Nordio sarebbe finito in una rete tesa da chi non ha gradito le sue posizioni passate. E attacca: “Siamo di fronte a un vero trappolone orchestrato dai magistrati. L’istruttoria è stata trasmessa al Ministro che, forse con ingenuità, l’ha girata al Quirinale senza supplementi d’indagine. Nordio è caduto in una trappola che ora mette in imbarazzo anche il Presidente della Repubblica”. Il professore punta il dito sulla responsabilità politica: “Dopo aver perso il referendum sulla giustizia, il Ministro avrebbe dovuto fare un passo indietro; ora le conseguenze di quel mancato rimpasto ricadono su un atto di clemenza che presenta troppi lati oscuri”. Verso il corto circuito Il caso Minetti non è più solo la storia di una condanna estinta, ma un test di tenuta per i rapporti tra Ministero, Magistratura e Quirinale. Se l’istruttoria dovesse essere riaperta, saremmo di fronte a un corto circuito istituzionale senza precedenti: un atto del Presidente della Repubblica messo in discussione dai fatti emersi a migliaia di chilometri di distanza, nella dolce vita sudamericana dell’igienista dentale del Signor B.. Articolo 87 Costituzione byoblu Byoblu24 carlo nordio Caso Minetti Caso Ruby Costituzione Italiana Daniele Trabucco Giuseppe Cipriani giustizia italiana Grazia Presidenziale il fatto quotidiano magistratura nicole minetti paolo becchi Politica Italiana Punta del Este Revoca Grazia Scandalo Minetti Sergio Mattarella silvio berlusconi uruguay https://youtu.be/mh_w1U0EHsI?si=b9YcRgxWlUEgNgON
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  • Attualità

    L’ESECUZIONE MIRATA DI AMAL KHALIL

    Libano, uccisa giornalista Amal Khalil
    indagini sull’attacco nel sud del Paese

    Uccisa a sud di Tiro la giornalista Amal Khalil: indagini in corso sull’attacco in Libano che ha colpito operatori dell’informazione durante il conflitto

    di Piero De Ruvo

    L’uccisione della giornalista libanese Amal Khalil, avvenuta il 22 aprile 2026 in un villaggio vicino Tiro, non può essere derubricata a tragico errore o a “effetto collaterale”, ma se confermata dalle autorità che stanno indagando, si potrebbe configurare come una vera e propria esecuzione deliberata. Amal Khalil, esperta corrispondente del quotidiano Al-Akhbar, è stata braccata dai droni israeliani mentre cercava semplicemente di fare il suo lavoro, documentando le devastazioni nel sud del Libano. La dinamica dell’attacco rivela una ferocia mirata: dopo che un primo raid ha colpito il veicolo che precedeva la sua auto, Khalil e la fotografa Zeinab Faraj hanno cercato riparo in un’abitazione civile.

    È stato in quel momento che l’IDF ha sferrato il colpo fatale, bombardando intenzionalmente la casa dove le giornaliste avevano trovato rifugio. Non contenti di averla sepolta sotto le macerie, i militari israeliani hanno messo in atto un criminale ostruzionismo dei soccorsi, aprendo il fuoco contro le ambulanze e lanciando granate stordenti per impedire alla Croce Rossa di raggiungerla. Amal Khalil è morta dissanguata dopo ore di agonia, intrappolata tra i detriti, mentre l’esercito israeliano impediva ogni missione umanitaria. Questo omicidio era stato annunciato.

    Nel settembre 2024, Khalil aveva ricevuto agghiaccianti minacce di morte direttamente sul proprio numero WhatsApp da un’utenza israeliana, messaggi che le intimavano di lasciare il Libano e cambiare mestiere se voleva che la sua “testa restasse attaccata alle spalle”. Queste minacce, denunciate dai sindacati dei giornalisti, dimostrano che Amal era un obiettivo prioritario per un esercito che non tollera testimoni scomodi. Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha parlato apertamente di crimini di guerra, sottolineando come l’attacco fosse chiaramente identificabile e impegnate in compiti civili.

    La verità è che Amal Khalil è stata uccisa perché vedeva troppo e raccontava ciò che il mondo non deve sapere sulla distruzione sistematica dei villaggi libanesi. Chiunque cerchi di documentare la verità sotto le bombe israeliane sa ora di avere un mirino puntato addosso. L’IDF ha deciso che la libera informazione è un nemico da abbattere.

    Il caso di Amal Khalil si inserisce in un contesto già fortemente critico. Organizzazioni internazionali per la libertà di stampa, come Reporters Without Borders, denunciano da tempo un aumento significativo dei rischi per i giornalisti nelle zone di conflitto, soprattutto quelle in cui è coinvolto l’esercito israeliano, sottolineando come la distinzione tra obiettivi militari e civili venga sempre più spesso messa in discussione sul campo.

    La morte di Amal Khalil riapre così un tema centrale: in guerra, il racconto dei fatti è protetto o diventa un bersaglio? La risposta a questa domanda non riguarda solo un singolo episodio, ma il futuro stesso del diritto all’informazione nei teatri di conflitto. In un contesto già segnato da escalation militari e tensioni regionali, episodi come questo rischiano di contribuire a un clima in cui documentare la realtà diventa sempre più pericoloso. E quando i testimoni vengono meno, anche la possibilità di accertare i fatti si fa più fragile.

    Current Events

    THE TARGETED EXECUTION OF AMAL KHALIL

    Lebanon, journalist Amal Khalil killed
    investigations underway into the attack in the south of the country

    Journalist Amal Khalil killed south of Tyre: investigations underway into the attack in Lebanon that targeted media workers during the conflict

    by Piero De Ruvo

    The killing of Lebanese journalist Amal Khalil, which occurred on April 22, 2026, in a village near Tyre, cannot be dismissed as a tragic mistake or a "collateral effect," but if confirmed by the investigating authorities, it could constitute a deliberate execution. Amal Khalil, a veteran correspondent for the daily Al-Akhbar, was hunted by Israeli drones while simply trying to do her job, documenting the devastation in southern Lebanon. The attack's dynamics reveal targeted ferocity: after an initial strike hit the vehicle in front of his car, Khalil and photographer Zeinab Faraj sought shelter in a civilian home.

    It was then that the IDF struck the fatal blow, intentionally bombing the house where the journalists had taken refuge. Not content with burying her under rubble, the Israeli military criminally obstructed rescue efforts, opening fire on ambulances and throwing stun grenades to prevent the Red Cross from reaching her. Amal Khalil bled to death after hours of agony, trapped in the debris, while the Israeli army prevented all humanitarian missions. This murder had been announced.

    In September 2024, Khalil received chilling death threats directly on her WhatsApp number from an Israeli user, messages urging her to leave Lebanon and change profession if she wanted her "head to stay on top of things." These threats, denounced by journalists' unions, demonstrate that Amal was a priority target for an army that tolerates no inconvenient witnesses. Lebanese Prime Minister Nawaf Salam has openly spoken of war crimes, emphasizing that the attack was clearly identifiable and that they were engaged in civilian duties.

    The truth is that Amal Khalil was killed because she saw too much and reported what the world must not know about the systematic destruction of Lebanese villages. Anyone trying to document the truth under Israeli bombs now knows they have a crosshair trained on them. The IDF has decided that free information is an enemy that must be destroyed.

    Amal Khalil's case comes amidst an already highly critical context. International press freedom organizations such as Reporters Without Borders have long been denouncing a significant increase in risks for journalists in conflict zones, especially those involving the Israeli army, emphasizing how the distinction between military and civilian targets is increasingly being questioned on the ground.

    Amal Khalil's death thus reopens a central issue: in war, is reporting protected or is it targeted? The answer to this question concerns not just a single incident, but the very future of the right to information in conflict zones. In a context already marked by military escalations and regional tensions, incidents like this risk contributing to a climate in which documenting reality becomes increasingly dangerous. And when witnesses are missing, the possibility of establishing facts also becomes more fragile.
    Attualità L’ESECUZIONE MIRATA DI AMAL KHALIL Libano, uccisa giornalista Amal Khalil indagini sull’attacco nel sud del Paese Uccisa a sud di Tiro la giornalista Amal Khalil: indagini in corso sull’attacco in Libano che ha colpito operatori dell’informazione durante il conflitto di Piero De Ruvo L’uccisione della giornalista libanese Amal Khalil, avvenuta il 22 aprile 2026 in un villaggio vicino Tiro, non può essere derubricata a tragico errore o a “effetto collaterale”, ma se confermata dalle autorità che stanno indagando, si potrebbe configurare come una vera e propria esecuzione deliberata. Amal Khalil, esperta corrispondente del quotidiano Al-Akhbar, è stata braccata dai droni israeliani mentre cercava semplicemente di fare il suo lavoro, documentando le devastazioni nel sud del Libano. La dinamica dell’attacco rivela una ferocia mirata: dopo che un primo raid ha colpito il veicolo che precedeva la sua auto, Khalil e la fotografa Zeinab Faraj hanno cercato riparo in un’abitazione civile. È stato in quel momento che l’IDF ha sferrato il colpo fatale, bombardando intenzionalmente la casa dove le giornaliste avevano trovato rifugio. Non contenti di averla sepolta sotto le macerie, i militari israeliani hanno messo in atto un criminale ostruzionismo dei soccorsi, aprendo il fuoco contro le ambulanze e lanciando granate stordenti per impedire alla Croce Rossa di raggiungerla. Amal Khalil è morta dissanguata dopo ore di agonia, intrappolata tra i detriti, mentre l’esercito israeliano impediva ogni missione umanitaria. Questo omicidio era stato annunciato. Nel settembre 2024, Khalil aveva ricevuto agghiaccianti minacce di morte direttamente sul proprio numero WhatsApp da un’utenza israeliana, messaggi che le intimavano di lasciare il Libano e cambiare mestiere se voleva che la sua “testa restasse attaccata alle spalle”. Queste minacce, denunciate dai sindacati dei giornalisti, dimostrano che Amal era un obiettivo prioritario per un esercito che non tollera testimoni scomodi. Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha parlato apertamente di crimini di guerra, sottolineando come l’attacco fosse chiaramente identificabile e impegnate in compiti civili. La verità è che Amal Khalil è stata uccisa perché vedeva troppo e raccontava ciò che il mondo non deve sapere sulla distruzione sistematica dei villaggi libanesi. Chiunque cerchi di documentare la verità sotto le bombe israeliane sa ora di avere un mirino puntato addosso. L’IDF ha deciso che la libera informazione è un nemico da abbattere. Il caso di Amal Khalil si inserisce in un contesto già fortemente critico. Organizzazioni internazionali per la libertà di stampa, come Reporters Without Borders, denunciano da tempo un aumento significativo dei rischi per i giornalisti nelle zone di conflitto, soprattutto quelle in cui è coinvolto l’esercito israeliano, sottolineando come la distinzione tra obiettivi militari e civili venga sempre più spesso messa in discussione sul campo. La morte di Amal Khalil riapre così un tema centrale: in guerra, il racconto dei fatti è protetto o diventa un bersaglio? La risposta a questa domanda non riguarda solo un singolo episodio, ma il futuro stesso del diritto all’informazione nei teatri di conflitto. In un contesto già segnato da escalation militari e tensioni regionali, episodi come questo rischiano di contribuire a un clima in cui documentare la realtà diventa sempre più pericoloso. E quando i testimoni vengono meno, anche la possibilità di accertare i fatti si fa più fragile. Current Events THE TARGETED EXECUTION OF AMAL KHALIL Lebanon, journalist Amal Khalil killed investigations underway into the attack in the south of the country Journalist Amal Khalil killed south of Tyre: investigations underway into the attack in Lebanon that targeted media workers during the conflict by Piero De Ruvo The killing of Lebanese journalist Amal Khalil, which occurred on April 22, 2026, in a village near Tyre, cannot be dismissed as a tragic mistake or a "collateral effect," but if confirmed by the investigating authorities, it could constitute a deliberate execution. Amal Khalil, a veteran correspondent for the daily Al-Akhbar, was hunted by Israeli drones while simply trying to do her job, documenting the devastation in southern Lebanon. The attack's dynamics reveal targeted ferocity: after an initial strike hit the vehicle in front of his car, Khalil and photographer Zeinab Faraj sought shelter in a civilian home. It was then that the IDF struck the fatal blow, intentionally bombing the house where the journalists had taken refuge. Not content with burying her under rubble, the Israeli military criminally obstructed rescue efforts, opening fire on ambulances and throwing stun grenades to prevent the Red Cross from reaching her. Amal Khalil bled to death after hours of agony, trapped in the debris, while the Israeli army prevented all humanitarian missions. This murder had been announced. In September 2024, Khalil received chilling death threats directly on her WhatsApp number from an Israeli user, messages urging her to leave Lebanon and change profession if she wanted her "head to stay on top of things." These threats, denounced by journalists' unions, demonstrate that Amal was a priority target for an army that tolerates no inconvenient witnesses. Lebanese Prime Minister Nawaf Salam has openly spoken of war crimes, emphasizing that the attack was clearly identifiable and that they were engaged in civilian duties. The truth is that Amal Khalil was killed because she saw too much and reported what the world must not know about the systematic destruction of Lebanese villages. Anyone trying to document the truth under Israeli bombs now knows they have a crosshair trained on them. The IDF has decided that free information is an enemy that must be destroyed. Amal Khalil's case comes amidst an already highly critical context. International press freedom organizations such as Reporters Without Borders have long been denouncing a significant increase in risks for journalists in conflict zones, especially those involving the Israeli army, emphasizing how the distinction between military and civilian targets is increasingly being questioned on the ground. Amal Khalil's death thus reopens a central issue: in war, is reporting protected or is it targeted? The answer to this question concerns not just a single incident, but the very future of the right to information in conflict zones. In a context already marked by military escalations and regional tensions, incidents like this risk contributing to a climate in which documenting reality becomes increasingly dangerous. And when witnesses are missing, the possibility of establishing facts also becomes more fragile.
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  • SCACCHI non è un gioco per tutte le menti !
    In UNGHERIA sono bravissimi!!!
    Viktor Orbán piazza il suo “traditore” di fiducia e l’UE casca nella trappola perfetta: lo scacco matto che ha umiliato Bruxelles, Soros e Obama !!!
    In un esercizio di scacchi politici così brillante da sfiorare il comico, Viktor Orbán aveva fiutato da tempo che l’Unione Europea, George Soros, Obama e tutto il club globalista ce l’avevano con lui. Poiché in Ungheria non era rimasta un’opposizione di sinistra degna di nota (nessuno aveva superato il ridicolo 5% elettorale), il primo ministro ungherese decise di risolvere il problema a modo suo: prese il suo miglior alleato e uomo di fiducia, Péter Magyar, e lo mandò in prima linea come “oppositore” di lusso.
    Il piano era semplice quanto geniale: Magyar, che fino al 2024 era stato un pezzo chiave del governo orbánista, abbandonò drammaticamente la nave, si fece passare per dissidente, accolse con piacere i fondi degli stessi euroburocrati che odiano Orbán e si presentò come la grande speranza del “cambiamento”. La sinistra europea e i suoi mecenati ci cascarono come mosche nel miele. “Finalmente!”, gridarono a Bruxelles, mentre aprivano il portafoglio. Nessuno capì nulla, ovvio, perché quasi nessuno parla ungherese e i titoli dei media occidentali erano troppo belli per essere messi in discussione.
    Risultato, Magyar ha vinto. E non appena ha messo piede al potere, il “traditore” ha rivelato il suo vero volto. Ha dichiarato che il confine “non è abbastanza forte”, ha respinto il 90% delle richieste di Ursula von der Leyen, ha dato priorità ai diritti degli ungheresi etnici e ha proseguito, nella pratica, sulla stessa linea sovranista che tanto infastidisce l’UE.
    L’Unione Europea, Soros, Obama e compagnia hanno abboccato all’amo, hanno sganciato i soldi e ora guardano attoniti come il “cambiamento” che tanto avevano celebrato sia esattamente uguale all’Orbán di sempre, solo con un altro nome.
    Mossa magistrale.
    Scacchi a 5D nella loro massima espressione: tutto legale, tutto pulito e tutto sotto il loro naso.

    CHESS is not a game for all minds!
    In HUNGARY they are very good!!!
    Viktor Orbán places his "traitor" of trust and the EU falls into the perfect trap: the checkmate that humiliated Brussels, Soros and Obama!!!
    In an exercise in political chess so brilliant that it verged on the comical, Viktor Orbán had long ago sensed that the European Union, George Soros, Obama and the entire globalist club were after him. Since there was no notable left-wing opposition left in Hungary (no one had exceeded the ridiculous 5% electoral threshold), the Hungarian prime minister decided to solve the problem in his own way: he took his best ally and trusted man, Péter Magyar, and sent him to the front line as a luxury "opposition".
    The plan was as simple as it was ingenious: Magyar, who until 2024 had been a key piece of the Orbánist government, dramatically abandoned ship, passed himself off as a dissident, welcomed the funds from the same Eurobureaucrats who hate Orbán and presented himself as the great hope of "change". The European left and its patrons fell for it like flies to honey. “Finally!”, they shouted in Brussels, as they opened their wallets. Nobody understood anything, of course, because almost nobody speaks Hungarian and the Western media headlines were too good to question.
    Result, Magyar won. And as soon as he stepped into power, the “traitor” revealed his true face. He declared that the border is “not strong enough”, rejected 90% of Ursula von der Leyen's demands, gave priority to the rights of ethnic Hungarians and continued, in practice, along the same sovereignist line that annoys the EU so much.
    The European Union, Soros, Obama and company took the bait, dropped the money and now watch in astonishment how the "change" they had celebrated so much is exactly the same as Orbán as always, only with a different name.
    Masterful move.
    5D chess at its finest: all legal, all clean and all right under their noses.!


    Source: https://www.facebook.com/share/1Afe66PA16/
    SCACCHI ♟️ non è un gioco per tutte le menti ! In UNGHERIA sono bravissimi!!! 🇭🇺 Viktor Orbán piazza il suo “traditore” di fiducia e l’UE casca nella trappola perfetta: lo scacco matto che ha umiliato Bruxelles, Soros e Obama !!! In un esercizio di scacchi politici così brillante da sfiorare il comico, Viktor Orbán aveva fiutato da tempo che l’Unione Europea, George Soros, Obama e tutto il club globalista ce l’avevano con lui. Poiché in Ungheria non era rimasta un’opposizione di sinistra degna di nota (nessuno aveva superato il ridicolo 5% elettorale), il primo ministro ungherese decise di risolvere il problema a modo suo: prese il suo miglior alleato e uomo di fiducia, Péter Magyar, e lo mandò in prima linea come “oppositore” di lusso. Il piano era semplice quanto geniale: Magyar, che fino al 2024 era stato un pezzo chiave del governo orbánista, abbandonò drammaticamente la nave, si fece passare per dissidente, accolse con piacere i fondi degli stessi euroburocrati che odiano Orbán e si presentò come la grande speranza del “cambiamento”. La sinistra europea e i suoi mecenati ci cascarono come mosche nel miele. “Finalmente!”, gridarono a Bruxelles, mentre aprivano il portafoglio. Nessuno capì nulla, ovvio, perché quasi nessuno parla ungherese e i titoli dei media occidentali erano troppo belli per essere messi in discussione. Risultato, Magyar ha vinto. E non appena ha messo piede al potere, il “traditore” ha rivelato il suo vero volto. Ha dichiarato che il confine “non è abbastanza forte”, ha respinto il 90% delle richieste di Ursula von der Leyen, ha dato priorità ai diritti degli ungheresi etnici e ha proseguito, nella pratica, sulla stessa linea sovranista che tanto infastidisce l’UE. L’Unione Europea, Soros, Obama e compagnia hanno abboccato all’amo, hanno sganciato i soldi e ora guardano attoniti come il “cambiamento” che tanto avevano celebrato sia esattamente uguale all’Orbán di sempre, solo con un altro nome. Mossa magistrale. Scacchi a 5D nella loro massima espressione: tutto legale, tutto pulito e tutto sotto il loro naso. CHESS is not a game for all minds! In HUNGARY they are very good!!! Viktor Orbán places his "traitor" of trust and the EU falls into the perfect trap: the checkmate that humiliated Brussels, Soros and Obama!!! In an exercise in political chess so brilliant that it verged on the comical, Viktor Orbán had long ago sensed that the European Union, George Soros, Obama and the entire globalist club were after him. Since there was no notable left-wing opposition left in Hungary (no one had exceeded the ridiculous 5% electoral threshold), the Hungarian prime minister decided to solve the problem in his own way: he took his best ally and trusted man, Péter Magyar, and sent him to the front line as a luxury "opposition". The plan was as simple as it was ingenious: Magyar, who until 2024 had been a key piece of the Orbánist government, dramatically abandoned ship, passed himself off as a dissident, welcomed the funds from the same Eurobureaucrats who hate Orbán and presented himself as the great hope of "change". The European left and its patrons fell for it like flies to honey. “Finally!”, they shouted in Brussels, as they opened their wallets. Nobody understood anything, of course, because almost nobody speaks Hungarian and the Western media headlines were too good to question. Result, Magyar won. And as soon as he stepped into power, the “traitor” revealed his true face. He declared that the border is “not strong enough”, rejected 90% of Ursula von der Leyen's demands, gave priority to the rights of ethnic Hungarians and continued, in practice, along the same sovereignist line that annoys the EU so much. The European Union, Soros, Obama and company took the bait, dropped the money and now watch in astonishment how the "change" they had celebrated so much is exactly the same as Orbán as always, only with a different name. Masterful move. 5D chess at its finest: all legal, all clean and all right under their noses.👃! 👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏 Source: https://www.facebook.com/share/1Afe66PA16/
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  • GEMELLI DIVERSI

    A meno di cataclismi epocali o improbabili congiunzioni astrali con tanto di asse terrestre inclinato, non mi aspetto grandi sorprese dalla prossima seduta del Consiglio comunale.

    Più che altro l’ennesimo spettacolo prevedibile, un format che negli anni abbiamo imparato a riconoscere fin troppo bene.
    Per questo, continuare a piangere sul latte versato ha poco senso. Un anno fa un’istanza cittadina chiedeva la cessazione del gemellaggio Milano–Tel Aviv: disattesa. A ottobre un altro Odg sullo stesso tema: archiviato. Riproporre oggi lo stesso schema — tra nuove mozioni e ostruzionismo da aula — rischia di essere più rituale che sostanza.

    Anche perché, nei fatti, la linea del primo cittadino sembra imporsi senza reali margini di discussione.
    Il Consiglio comunale ha chiesto di rivedere il gemellaggio, ma il sindaco Sala ha già ufficialmente respinto l’indicazione, mantenendo l’accordo attivo. Fine della partita, almeno sul piano istituzionale.

    Ma è proprio qui che vale la pena cambiare angolo di lettura.
    Uscire dalla polemica sterile — che non sposterà di un millimetro né le nostre vite né, tantomeno, i destini di popoli già segnati — e provare a ragionare su una domanda più scomoda: che valore ha oggi un gemellaggio

    Perché se non parliamo di attrazione di nuovi stakeholder (ammesso che Milano ne abbia bisogno), né di reali ricadute economiche o progettuali, allora resta solo una dimensione politica e simbolica. E se è così, quel simbolo deve essere messo in discussione continuamente sia quando conviene sia quando diventa terreno di tensione istituzionale.
    Ed è proprio qui che Milano, questa volta, ha scelto di non scegliere. Una posizione che somiglia più a una forma di prudenza — o, per dirla senza giri di parole, di remissione — verso equilibri consolidati, comunità influenti e lobby che incidono ben oltre il dibattito pubblico. Le stesse che, curiosamente, tendono a defilarsi quando il calendario segna certe ricorrenze scomode, come il 25 aprile.

    Ma il punto vero è più profondo e, se vogliamo, più strutturale.
    Il concetto stesso di "gemellaggio" oggi appare legacy, quasi un retaggio di un’altra epoca. Un modello di “soft diplomacy urbana” che avrebbe senso solo se producesse KPI chiari: scambi culturali misurabili, progetti condivisi, cooperazione concreta tra cittadini, università, imprese. Non semplici etichette protocollari da attivare o silenziare a seconda del clima politico.
    E allora la domanda diventa inevitabile:
    i gemellaggi servono ancora alle città o servono soprattutto alla politica
    Su questo, più che sull’ennesima mozione destinata a cadere, varrebbe la pena aprire un dibattito serio. E farlo soprattutto in vista delle prossime scelte elettorali, quando ai cittadini viene chiesto — almeno formalmente — di orientare la visione della città.

    Il punto non è trasformare un gemellaggio in una bandiera, né usarlo come terreno di scontro ideologico. Il punto è capire a cosa serve davvero. Milano ha bisogno di relazioni internazionali che generino valore reale: scambi, opportunità, connessioni vive tra comunità.
    Tenere aperto un dialogo può avere senso, ma solo se è coerente, trasparente e allineato a un’idea di città che mette al centro le persone, non le contrapposizioni.
    Altrimenti resta un gesto formale. Utile più alla politica che ai cittadini.

    Milano non è un palcoscenico geopolitico.
    È una città complessa, concreta, che chiede risposte quotidiane.
    Ed è da lì che bisogna ripartire.

    #Milano #Gemellaggi #PoliticaLocale #CittàGlobali #opinione
    GEMELLI DIVERSI A meno di cataclismi epocali o improbabili congiunzioni astrali con tanto di asse terrestre inclinato, non mi aspetto grandi sorprese dalla prossima seduta del Consiglio comunale. Più che altro l’ennesimo spettacolo prevedibile, un format che negli anni abbiamo imparato a riconoscere fin troppo bene. Per questo, continuare a piangere sul latte versato ha poco senso. Un anno fa un’istanza cittadina chiedeva la cessazione del gemellaggio Milano–Tel Aviv: disattesa. A ottobre un altro Odg sullo stesso tema: archiviato. Riproporre oggi lo stesso schema — tra nuove mozioni e ostruzionismo da aula — rischia di essere più rituale che sostanza. Anche perché, nei fatti, la linea del primo cittadino sembra imporsi senza reali margini di discussione. Il Consiglio comunale ha chiesto di rivedere il gemellaggio, ma il sindaco Sala ha già ufficialmente respinto l’indicazione, mantenendo l’accordo attivo. Fine della partita, almeno sul piano istituzionale. 👉Ma è proprio qui che vale la pena cambiare angolo di lettura. Uscire dalla polemica sterile — che non sposterà di un millimetro né le nostre vite né, tantomeno, i destini di popoli già segnati — e provare a ragionare su una domanda più scomoda: che valore ha oggi un gemellaggio❓ Perché se non parliamo di attrazione di nuovi stakeholder (ammesso che Milano ne abbia bisogno), né di reali ricadute economiche o progettuali, allora resta solo una dimensione politica e simbolica. E se è così, quel simbolo deve essere messo in discussione continuamente sia quando conviene sia quando diventa terreno di tensione istituzionale. Ed è proprio qui che Milano, questa volta, ha scelto di non scegliere. Una posizione che somiglia più a una forma di prudenza — o, per dirla senza giri di parole, di remissione — verso equilibri consolidati, comunità influenti e lobby che incidono ben oltre il dibattito pubblico. Le stesse che, curiosamente, tendono a defilarsi quando il calendario segna certe ricorrenze scomode, come il 25 aprile. 👉Ma il punto vero è più profondo e, se vogliamo, più strutturale. Il concetto stesso di "gemellaggio" oggi appare legacy, quasi un retaggio di un’altra epoca. Un modello di “soft diplomacy urbana” che avrebbe senso solo se producesse KPI chiari: scambi culturali misurabili, progetti condivisi, cooperazione concreta tra cittadini, università, imprese. Non semplici etichette protocollari da attivare o silenziare a seconda del clima politico. E allora la domanda diventa inevitabile: i gemellaggi servono ancora alle città o servono soprattutto alla politica❓ Su questo, più che sull’ennesima mozione destinata a cadere, varrebbe la pena aprire un dibattito serio. E farlo soprattutto in vista delle prossime scelte elettorali, quando ai cittadini viene chiesto — almeno formalmente — di orientare la visione della città. Il punto non è trasformare un gemellaggio in una bandiera, né usarlo come terreno di scontro ideologico. Il punto è capire a cosa serve davvero. Milano ha bisogno di relazioni internazionali che generino valore reale: scambi, opportunità, connessioni vive tra comunità. Tenere aperto un dialogo può avere senso, ma solo se è coerente, trasparente e allineato a un’idea di città che mette al centro le persone, non le contrapposizioni. Altrimenti resta un gesto formale. Utile più alla politica che ai cittadini. Milano non è un palcoscenico geopolitico. È una città complessa, concreta, che chiede risposte quotidiane. Ed è da lì che bisogna ripartire. #Milano #Gemellaggi #PoliticaLocale #CittàGlobali #opinione
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  • PENSO che IN QUESTO CASO ABBIA PERFETTAMENTE RAGIONE!

    "Marina e Pier Silvio Berlusconi non dovevano incontrare Tajani a Mediaset. Indebolito il segretario di Forza Italia ma anche il pluralismo dell'azienda": così Paolo Del Debbio
    Il conduttore di Rete4 attacca: "Indebolisce Tajani come segretario FI e ministro. In discussione anche il pluralismo"

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/12/del-debbio-critica-marina-e-pier-silvio-berlusconi-non-dovevano-incontrare-tajani-a-mediaset-indebolito-il-segretario-di-fi-ma-anche-il-pluralismo-dellazienda/8353135/
    PENSO che IN QUESTO CASO ABBIA PERFETTAMENTE RAGIONE! "Marina e Pier Silvio Berlusconi non dovevano incontrare Tajani a Mediaset. Indebolito il segretario di Forza Italia ma anche il pluralismo dell'azienda": così Paolo Del Debbio Il conduttore di Rete4 attacca: "Indebolisce Tajani come segretario FI e ministro. In discussione anche il pluralismo" https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/12/del-debbio-critica-marina-e-pier-silvio-berlusconi-non-dovevano-incontrare-tajani-a-mediaset-indebolito-il-segretario-di-fi-ma-anche-il-pluralismo-dellazienda/8353135/
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