GEMELLI DIVERSI
A meno di cataclismi epocali o improbabili congiunzioni astrali con tanto di asse terrestre inclinato, non mi aspetto grandi sorprese dalla prossima seduta del Consiglio comunale.
Più che altro l’ennesimo spettacolo prevedibile, un format che negli anni abbiamo imparato a riconoscere fin troppo bene.
Per questo, continuare a piangere sul latte versato ha poco senso. Un anno fa un’istanza cittadina chiedeva la cessazione del gemellaggio Milano–Tel Aviv: disattesa. A ottobre un altro Odg sullo stesso tema: archiviato. Riproporre oggi lo stesso schema — tra nuove mozioni e ostruzionismo da aula — rischia di essere più rituale che sostanza.
Anche perché, nei fatti, la linea del primo cittadino sembra imporsi senza reali margini di discussione.
Il Consiglio comunale ha chiesto di rivedere il gemellaggio, ma il sindaco Sala ha già ufficialmente respinto l’indicazione, mantenendo l’accordo attivo. Fine della partita, almeno sul piano istituzionale.
Ma è proprio qui che vale la pena cambiare angolo di lettura.
Uscire dalla polemica sterile — che non sposterà di un millimetro né le nostre vite né, tantomeno, i destini di popoli già segnati — e provare a ragionare su una domanda più scomoda: che valore ha oggi un gemellaggio
Perché se non parliamo di attrazione di nuovi stakeholder (ammesso che Milano ne abbia bisogno), né di reali ricadute economiche o progettuali, allora resta solo una dimensione politica e simbolica. E se è così, quel simbolo deve essere messo in discussione continuamente sia quando conviene sia quando diventa terreno di tensione istituzionale.
Ed è proprio qui che Milano, questa volta, ha scelto di non scegliere. Una posizione che somiglia più a una forma di prudenza — o, per dirla senza giri di parole, di remissione — verso equilibri consolidati, comunità influenti e lobby che incidono ben oltre il dibattito pubblico. Le stesse che, curiosamente, tendono a defilarsi quando il calendario segna certe ricorrenze scomode, come il 25 aprile.
Ma il punto vero è più profondo e, se vogliamo, più strutturale.
Il concetto stesso di "gemellaggio" oggi appare legacy, quasi un retaggio di un’altra epoca. Un modello di “soft diplomacy urbana” che avrebbe senso solo se producesse KPI chiari: scambi culturali misurabili, progetti condivisi, cooperazione concreta tra cittadini, università, imprese. Non semplici etichette protocollari da attivare o silenziare a seconda del clima politico.
E allora la domanda diventa inevitabile:
i gemellaggi servono ancora alle città o servono soprattutto alla politica
Su questo, più che sull’ennesima mozione destinata a cadere, varrebbe la pena aprire un dibattito serio. E farlo soprattutto in vista delle prossime scelte elettorali, quando ai cittadini viene chiesto — almeno formalmente — di orientare la visione della città.
Il punto non è trasformare un gemellaggio in una bandiera, né usarlo come terreno di scontro ideologico. Il punto è capire a cosa serve davvero. Milano ha bisogno di relazioni internazionali che generino valore reale: scambi, opportunità, connessioni vive tra comunità.
Tenere aperto un dialogo può avere senso, ma solo se è coerente, trasparente e allineato a un’idea di città che mette al centro le persone, non le contrapposizioni.
Altrimenti resta un gesto formale. Utile più alla politica che ai cittadini.
Milano non è un palcoscenico geopolitico.
È una città complessa, concreta, che chiede risposte quotidiane.
Ed è da lì che bisogna ripartire.
#Milano #Gemellaggi #PoliticaLocale #CittàGlobali #opinione
GEMELLI DIVERSI
A meno di cataclismi epocali o improbabili congiunzioni astrali con tanto di asse terrestre inclinato, non mi aspetto grandi sorprese dalla prossima seduta del Consiglio comunale.
Più che altro l’ennesimo spettacolo prevedibile, un format che negli anni abbiamo imparato a riconoscere fin troppo bene.
Per questo, continuare a piangere sul latte versato ha poco senso. Un anno fa un’istanza cittadina chiedeva la cessazione del gemellaggio Milano–Tel Aviv: disattesa. A ottobre un altro Odg sullo stesso tema: archiviato. Riproporre oggi lo stesso schema — tra nuove mozioni e ostruzionismo da aula — rischia di essere più rituale che sostanza.
Anche perché, nei fatti, la linea del primo cittadino sembra imporsi senza reali margini di discussione.
Il Consiglio comunale ha chiesto di rivedere il gemellaggio, ma il sindaco Sala ha già ufficialmente respinto l’indicazione, mantenendo l’accordo attivo. Fine della partita, almeno sul piano istituzionale.
👉Ma è proprio qui che vale la pena cambiare angolo di lettura.
Uscire dalla polemica sterile — che non sposterà di un millimetro né le nostre vite né, tantomeno, i destini di popoli già segnati — e provare a ragionare su una domanda più scomoda: che valore ha oggi un gemellaggio❓
Perché se non parliamo di attrazione di nuovi stakeholder (ammesso che Milano ne abbia bisogno), né di reali ricadute economiche o progettuali, allora resta solo una dimensione politica e simbolica. E se è così, quel simbolo deve essere messo in discussione continuamente sia quando conviene sia quando diventa terreno di tensione istituzionale.
Ed è proprio qui che Milano, questa volta, ha scelto di non scegliere. Una posizione che somiglia più a una forma di prudenza — o, per dirla senza giri di parole, di remissione — verso equilibri consolidati, comunità influenti e lobby che incidono ben oltre il dibattito pubblico. Le stesse che, curiosamente, tendono a defilarsi quando il calendario segna certe ricorrenze scomode, come il 25 aprile.
👉Ma il punto vero è più profondo e, se vogliamo, più strutturale.
Il concetto stesso di "gemellaggio" oggi appare legacy, quasi un retaggio di un’altra epoca. Un modello di “soft diplomacy urbana” che avrebbe senso solo se producesse KPI chiari: scambi culturali misurabili, progetti condivisi, cooperazione concreta tra cittadini, università, imprese. Non semplici etichette protocollari da attivare o silenziare a seconda del clima politico.
E allora la domanda diventa inevitabile:
i gemellaggi servono ancora alle città o servono soprattutto alla politica❓
Su questo, più che sull’ennesima mozione destinata a cadere, varrebbe la pena aprire un dibattito serio. E farlo soprattutto in vista delle prossime scelte elettorali, quando ai cittadini viene chiesto — almeno formalmente — di orientare la visione della città.
Il punto non è trasformare un gemellaggio in una bandiera, né usarlo come terreno di scontro ideologico. Il punto è capire a cosa serve davvero. Milano ha bisogno di relazioni internazionali che generino valore reale: scambi, opportunità, connessioni vive tra comunità.
Tenere aperto un dialogo può avere senso, ma solo se è coerente, trasparente e allineato a un’idea di città che mette al centro le persone, non le contrapposizioni.
Altrimenti resta un gesto formale. Utile più alla politica che ai cittadini.
Milano non è un palcoscenico geopolitico.
È una città complessa, concreta, che chiede risposte quotidiane.
Ed è da lì che bisogna ripartire.
#Milano #Gemellaggi #PoliticaLocale #CittàGlobali #opinione