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  • Le parole di Roberto Vannacci stanno dividendo ancora una volta l’opinione pubblica.

    C’è chi sostiene che stia semplicemente dicendo ciò che molti pensano ma non hanno il coraggio di dire.
    E c’è chi invece vede in queste dichiarazioni il rischio di semplificare temi enormemente complessi come violenza, immigrazione e sicurezza.

    Il punto forse è un altro:

    la politica oggi riesce ancora a discutere temi delicati senza trasformare tutto in tifoseria permanente?

    Perché quando ogni frase diventa uno scontro ideologico, il dibattito smette di chiarire i problemi e inizia soltanto ad alimentare le curve.

    E voi?
    Vannacci pone questioni reali oppure esaspera il dibattito pubblico?

    Source: https://x.com/i/status/2056025369564557712
    Le parole di Roberto Vannacci stanno dividendo ancora una volta l’opinione pubblica. C’è chi sostiene che stia semplicemente dicendo ciò che molti pensano ma non hanno il coraggio di dire. E c’è chi invece vede in queste dichiarazioni il rischio di semplificare temi enormemente complessi come violenza, immigrazione e sicurezza. Il punto forse è un altro: la politica oggi riesce ancora a discutere temi delicati senza trasformare tutto in tifoseria permanente? Perché quando ogni frase diventa uno scontro ideologico, il dibattito smette di chiarire i problemi e inizia soltanto ad alimentare le curve. E voi? Vannacci pone questioni reali oppure esaspera il dibattito pubblico? Source: https://x.com/i/status/2056025369564557712
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  • Francesca Ferlaino, che ha scoperto un nuovo stato della materia: «Mio papà comprava Careca e io sparii a parlare con il Nobel Rubbia, avevo 10 anni»
    «In un momento storico in cui vero e falso rischiano di avere lo stesso peso e ogni opinione pretende lo stesso valore, la scienza è un'ancora. Un punto fermo. È...
    https://www.corriere.it/economia/meravigliosamente/26_maggio_14/francesca-ferlaino-che-ha-scoperto-un-nuovo-stato-della-materia-mio-papa-comprava-careca-e-io-sparii-a-parlare-con-il-nobel_amp.shtml
    Francesca Ferlaino, che ha scoperto un nuovo stato della materia: «Mio papà comprava Careca e io sparii a parlare con il Nobel Rubbia, avevo 10 anni» «In un momento storico in cui vero e falso rischiano di avere lo stesso peso e ogni opinione pretende lo stesso valore, la scienza è un'ancora. Un punto fermo. È... https://www.corriere.it/economia/meravigliosamente/26_maggio_14/francesca-ferlaino-che-ha-scoperto-un-nuovo-stato-della-materia-mio-papa-comprava-careca-e-io-sparii-a-parlare-con-il-nobel_amp.shtml
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    Francesca Ferlaino, che ha scoperto un nuovo stato della materia: «Mio papà comprava Careca e io sparii a parlare con il Nobel Rubbia, avevo 10 anni»
    «In un momento storico in cui vero e falso rischiano di avere lo stesso peso e ogni opinione pretende lo stesso valore, la scienza è un'ancora. Un punto fermo. È
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  • AVETE FIRMATO?

    La battaglia per liberare il mondo dell'informazione è appena iniziata, impugnate la vostra arma più potente: la possibilità di firmare online e chiedere di togliere il finanziamento pubblico ai giornali.

    Io sono stanco di mantenere questa congerie di finti giornalisti e direttori di finti giornali, che con i nostri soldi fanno la bella vita rimbalzando da uno studio televisivo all'altro. Dove passano il tempo a mentire, diffamare, denigrare, manipolare e distrarre l'opinione pubblica dalla realtà dei fatti.

    Il tutto, con i nostri soldi.

    Come se non bastasse, denigrano pure quei cittadini italiani che essendo sotto la soglia di povertà (in Italia sono attorno ai 6milioni), sopravvivevano grazie al reddito di cittadinanza. Questi signori hanno fatto una durissima campagna per abolirlo, come poi ha fatto questo governo.

    Il tutto, coi nostri soldi.

    Sono decenni che passano il tempo a proteggere i privilegi e le poltrone di questo o quel politico, mentendo spudoratamente agli italiani. Generazioni di finti "giornalisti" e "editori" che fanno la bella vita prendendoci in giro e raccontandoci come si vive, chi sono i "buoni" e i "cattivi", per compiacere politici corrotti e lobby,

    Il tutto, coi nostri soldi.

    Il sottoscritto e l'Associazione @AllertaMedia sanno bene da che parte stare e si uniscono con ferma convinzione a questa importante e storica iniziativa.

    Vi invito tutti a firmare e unirvi alla campagna per la raccolta firme sin da ora: la battaglia per cambiare in modo radicale il mondo dell'informazione in Italia è appena iniziata. I media stanno oscurando l'iniziativa, nonostante i numeri record delle prime ore e il tam tam online sui social: ora c'è davvero bisogno di far sentire più forte il nostro #AllertaMedia e di supportare assieme questa storica battaglia.

    #IoFirmo: e tu che aspetti?
    https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6200004

    [Video di Luca Di Giuseppe]

    #IlCattivoFirma #StopAlRedditoDiGiornalanza
    πŸ‘‰ AVETE FIRMATO? πŸ–ŠοΈπŸ–ŠοΈπŸ–ŠοΈ La battaglia per liberare il mondo dell'informazione è appena iniziata, impugnate la vostra arma più potente: la possibilità di firmare online e chiedere di togliere il finanziamento pubblico ai giornali. Io sono stanco di mantenere questa congerie di finti giornalisti e direttori di finti giornali, che con i nostri soldi fanno la bella vita rimbalzando da uno studio televisivo all'altro. Dove passano il tempo a mentire, diffamare, denigrare, manipolare e distrarre l'opinione pubblica dalla realtà dei fatti. Il tutto, con i nostri soldi. Come se non bastasse, denigrano pure quei cittadini italiani che essendo sotto la soglia di povertà (in Italia sono attorno ai 6milioni), sopravvivevano grazie al reddito di cittadinanza. Questi signori hanno fatto una durissima campagna per abolirlo, come poi ha fatto questo governo. Il tutto, coi nostri soldi. Sono decenni che passano il tempo a proteggere i privilegi e le poltrone di questo o quel politico, mentendo spudoratamente agli italiani. Generazioni di finti "giornalisti" e "editori" che fanno la bella vita prendendoci in giro e raccontandoci come si vive, chi sono i "buoni" e i "cattivi", per compiacere politici corrotti e lobby, Il tutto, coi nostri soldi. Il sottoscritto e l'Associazione @AllertaMedia sanno bene da che parte stare e si uniscono con ferma convinzione a questa importante e storica iniziativa. Vi invito tutti a firmare e unirvi alla campagna per la raccolta firme sin da ora: la battaglia per cambiare in modo radicale il mondo dell'informazione in Italia è appena iniziata. I media stanno oscurando l'iniziativa, nonostante i numeri record delle prime ore e il tam tam online sui social: ora c'è davvero bisogno di far sentire più forte il nostro #AllertaMedia e di supportare assieme questa storica battaglia. #IoFirmo: e tu che aspetti? https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6200004 [Video di Luca Di Giuseppe] #IlCattivoFirma #StopAlRedditoDiGiornalanza
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  • L’ora della sera
    www.oranotizie.com

    Attualità

    STORIA CONTEMPORANEA

    Bruciati vivi: massacro a Odessa, ferita aperta nella storia ucraina

    Il rogo della Casa dei Sindacati, le 48 vittime e le indagini contestate
    Odessa resta simbolo delle profonde fratture ucraine

    di Piero De Ruvo

    Il 2 maggio 2014 resta una delle pagine più oscure e controverse della storia recente dell’Ucraina. Nel clima incendiario seguito all’Euromaidan e all’annessione della Crimea, Odessa si trasformò nel teatro di una violenza brutale che ancora oggi solleva interrogativi inquietanti.

    Quella giornata iniziò con scontri tra manifestanti favorevoli all’unità del Paese — tra cui attivisti pro-Maidan e gruppi ultranazionalisti — e sostenitori del fronte anti-Maidan. Le violenze esplosero rapidamente, lungo via Grecheskaya si registrarono i primi morti, mentre la situazione degenerava tra armi da fuoco, molotov e aggressioni diffuse. Nel corso delle ore, i manifestanti anti-Maidan, progressivamente sopraffatti, furono costretti a ritirarsi verso piazza Kulikove Pole, cercando rifugio nella Casa dei Sindacati, fino a che la tragedia li raggiunse ai suoi apici: l’edificio venne circondato e colpito con bottiglie incendiarie, il rogo si propagò con estrema rapidità trasformando gli interni in una trappola mortale. Le fiamme e il fumo invasero ogni spazio. Decine di persone morirono soffocate o arse vive, mentre altre, nel tentativo disperato di salvarsi, si lanciarono dalle finestre. Il bilancio ufficiale fu di 48 morti e circa 250 feriti, testimonianze e ricostruzioni successive hanno inoltre riferito di violenze contro alcuni sopravvissuti, alimentando ulteriormente indignazione e sospetti. Le responsabilità di quanto accaduto restano uno dei punti più controversi. Diverse analisi hanno evidenziato il ruolo attivo di frange radicali pro-Maidan nella dinamica degli scontri e nell’assedio dell’edificio, allo stesso tempo, gravi interrogativi riguardano l’operato delle autorità ucraine, la gestione dell’ordine pubblico, il ritardo dei soccorsi e la mancata prevenzione dell’escalation appaiono, per molti osservatori, segnali di una responsabilità almeno indiretta, se non di una colpevole negligenza. Il capitolo giudiziario ha ulteriormente aggravato il quadro.

    Le indagini sono state ripetutamente criticate per lentezza, inefficacia e presunta parzialità. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Ucraina per le gravi carenze investigative e per non aver garantito adeguatamente la tutela del diritto alla vita, rafforzando la percezione di un sistema incapace — o non disposto — a fare piena luce sui fatti. Accanto ai fatti accertati, negli anni sono emerse anche ipotesi e accuse più ampie, comprese quelle che evocano possibili influenze o interessi esterni nella gestione della crisi ucraina. Si tratta tuttavia di ricostruzioni controverse e non dimostrate, che riflettono il clima di sfiducia e la guerra di narrazioni che ha accompagnato l’intero conflitto. Per una parte dell’opinione pubblica, soprattutto nelle regioni orientali e in Russia, Odessa è diventata il simbolo di una repressione violenta e della frattura insanabile all’interno del Paese e nei mesi successivi l’episodio contribuì ad alimentare la radicalizzazione e l’escalation della guerra nel Donbass. A distanza di anni, mentre ombre pesanti, indagini incomplete, prove disperse, nessuna piena attribuzione di responsabilità e l’assenza di una giustizia condivisa ha consolidato narrazioni contrapposte e diffidenze profonde, lasciando il massacro di Odessa come una ferita ancora aperta. Più che un episodio isolato, quella giornata rappresenta uno spartiacque, il momento in cui le divisioni interne ucraine si trasformarono definitivamente in un conflitto aperto, destinato a segnare gli anni successivi e a influenzare profondamente gli equilibri geopolitici dell’intera regione.
    L’ora della sera www.oranotizie.com Attualità STORIA CONTEMPORANEA Bruciati vivi: massacro a Odessa, ferita aperta nella storia ucraina Il rogo della Casa dei Sindacati, le 48 vittime e le indagini contestate Odessa resta simbolo delle profonde fratture ucraine di Piero De Ruvo Il 2 maggio 2014 resta una delle pagine più oscure e controverse della storia recente dell’Ucraina. Nel clima incendiario seguito all’Euromaidan e all’annessione della Crimea, Odessa si trasformò nel teatro di una violenza brutale che ancora oggi solleva interrogativi inquietanti. Quella giornata iniziò con scontri tra manifestanti favorevoli all’unità del Paese — tra cui attivisti pro-Maidan e gruppi ultranazionalisti — e sostenitori del fronte anti-Maidan. Le violenze esplosero rapidamente, lungo via Grecheskaya si registrarono i primi morti, mentre la situazione degenerava tra armi da fuoco, molotov e aggressioni diffuse. Nel corso delle ore, i manifestanti anti-Maidan, progressivamente sopraffatti, furono costretti a ritirarsi verso piazza Kulikove Pole, cercando rifugio nella Casa dei Sindacati, fino a che la tragedia li raggiunse ai suoi apici: l’edificio venne circondato e colpito con bottiglie incendiarie, il rogo si propagò con estrema rapidità trasformando gli interni in una trappola mortale. Le fiamme e il fumo invasero ogni spazio. Decine di persone morirono soffocate o arse vive, mentre altre, nel tentativo disperato di salvarsi, si lanciarono dalle finestre. Il bilancio ufficiale fu di 48 morti e circa 250 feriti, testimonianze e ricostruzioni successive hanno inoltre riferito di violenze contro alcuni sopravvissuti, alimentando ulteriormente indignazione e sospetti. Le responsabilità di quanto accaduto restano uno dei punti più controversi. Diverse analisi hanno evidenziato il ruolo attivo di frange radicali pro-Maidan nella dinamica degli scontri e nell’assedio dell’edificio, allo stesso tempo, gravi interrogativi riguardano l’operato delle autorità ucraine, la gestione dell’ordine pubblico, il ritardo dei soccorsi e la mancata prevenzione dell’escalation appaiono, per molti osservatori, segnali di una responsabilità almeno indiretta, se non di una colpevole negligenza. Il capitolo giudiziario ha ulteriormente aggravato il quadro. Le indagini sono state ripetutamente criticate per lentezza, inefficacia e presunta parzialità. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Ucraina per le gravi carenze investigative e per non aver garantito adeguatamente la tutela del diritto alla vita, rafforzando la percezione di un sistema incapace — o non disposto — a fare piena luce sui fatti. Accanto ai fatti accertati, negli anni sono emerse anche ipotesi e accuse più ampie, comprese quelle che evocano possibili influenze o interessi esterni nella gestione della crisi ucraina. Si tratta tuttavia di ricostruzioni controverse e non dimostrate, che riflettono il clima di sfiducia e la guerra di narrazioni che ha accompagnato l’intero conflitto. Per una parte dell’opinione pubblica, soprattutto nelle regioni orientali e in Russia, Odessa è diventata il simbolo di una repressione violenta e della frattura insanabile all’interno del Paese e nei mesi successivi l’episodio contribuì ad alimentare la radicalizzazione e l’escalation della guerra nel Donbass. A distanza di anni, mentre ombre pesanti, indagini incomplete, prove disperse, nessuna piena attribuzione di responsabilità e l’assenza di una giustizia condivisa ha consolidato narrazioni contrapposte e diffidenze profonde, lasciando il massacro di Odessa come una ferita ancora aperta. Più che un episodio isolato, quella giornata rappresenta uno spartiacque, il momento in cui le divisioni interne ucraine si trasformarono definitivamente in un conflitto aperto, destinato a segnare gli anni successivi e a influenzare profondamente gli equilibri geopolitici dell’intera regione.
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  • GEMELLI DIVERSI

    A meno di cataclismi epocali o improbabili congiunzioni astrali con tanto di asse terrestre inclinato, non mi aspetto grandi sorprese dalla prossima seduta del Consiglio comunale.

    Più che altro l’ennesimo spettacolo prevedibile, un format che negli anni abbiamo imparato a riconoscere fin troppo bene.
    Per questo, continuare a piangere sul latte versato ha poco senso. Un anno fa un’istanza cittadina chiedeva la cessazione del gemellaggio Milano–Tel Aviv: disattesa. A ottobre un altro Odg sullo stesso tema: archiviato. Riproporre oggi lo stesso schema — tra nuove mozioni e ostruzionismo da aula — rischia di essere più rituale che sostanza.

    Anche perché, nei fatti, la linea del primo cittadino sembra imporsi senza reali margini di discussione.
    Il Consiglio comunale ha chiesto di rivedere il gemellaggio, ma il sindaco Sala ha già ufficialmente respinto l’indicazione, mantenendo l’accordo attivo. Fine della partita, almeno sul piano istituzionale.

    Ma è proprio qui che vale la pena cambiare angolo di lettura.
    Uscire dalla polemica sterile — che non sposterà di un millimetro né le nostre vite né, tantomeno, i destini di popoli già segnati — e provare a ragionare su una domanda più scomoda: che valore ha oggi un gemellaggio

    Perché se non parliamo di attrazione di nuovi stakeholder (ammesso che Milano ne abbia bisogno), né di reali ricadute economiche o progettuali, allora resta solo una dimensione politica e simbolica. E se è così, quel simbolo deve essere messo in discussione continuamente sia quando conviene sia quando diventa terreno di tensione istituzionale.
    Ed è proprio qui che Milano, questa volta, ha scelto di non scegliere. Una posizione che somiglia più a una forma di prudenza — o, per dirla senza giri di parole, di remissione — verso equilibri consolidati, comunità influenti e lobby che incidono ben oltre il dibattito pubblico. Le stesse che, curiosamente, tendono a defilarsi quando il calendario segna certe ricorrenze scomode, come il 25 aprile.

    Ma il punto vero è più profondo e, se vogliamo, più strutturale.
    Il concetto stesso di "gemellaggio" oggi appare legacy, quasi un retaggio di un’altra epoca. Un modello di “soft diplomacy urbana” che avrebbe senso solo se producesse KPI chiari: scambi culturali misurabili, progetti condivisi, cooperazione concreta tra cittadini, università, imprese. Non semplici etichette protocollari da attivare o silenziare a seconda del clima politico.
    E allora la domanda diventa inevitabile:
    i gemellaggi servono ancora alle città o servono soprattutto alla politica
    Su questo, più che sull’ennesima mozione destinata a cadere, varrebbe la pena aprire un dibattito serio. E farlo soprattutto in vista delle prossime scelte elettorali, quando ai cittadini viene chiesto — almeno formalmente — di orientare la visione della città.

    Il punto non è trasformare un gemellaggio in una bandiera, né usarlo come terreno di scontro ideologico. Il punto è capire a cosa serve davvero. Milano ha bisogno di relazioni internazionali che generino valore reale: scambi, opportunità, connessioni vive tra comunità.
    Tenere aperto un dialogo può avere senso, ma solo se è coerente, trasparente e allineato a un’idea di città che mette al centro le persone, non le contrapposizioni.
    Altrimenti resta un gesto formale. Utile più alla politica che ai cittadini.

    Milano non è un palcoscenico geopolitico.
    È una città complessa, concreta, che chiede risposte quotidiane.
    Ed è da lì che bisogna ripartire.

    #Milano #Gemellaggi #PoliticaLocale #CittàGlobali #opinione
    GEMELLI DIVERSI A meno di cataclismi epocali o improbabili congiunzioni astrali con tanto di asse terrestre inclinato, non mi aspetto grandi sorprese dalla prossima seduta del Consiglio comunale. Più che altro l’ennesimo spettacolo prevedibile, un format che negli anni abbiamo imparato a riconoscere fin troppo bene. Per questo, continuare a piangere sul latte versato ha poco senso. Un anno fa un’istanza cittadina chiedeva la cessazione del gemellaggio Milano–Tel Aviv: disattesa. A ottobre un altro Odg sullo stesso tema: archiviato. Riproporre oggi lo stesso schema — tra nuove mozioni e ostruzionismo da aula — rischia di essere più rituale che sostanza. Anche perché, nei fatti, la linea del primo cittadino sembra imporsi senza reali margini di discussione. Il Consiglio comunale ha chiesto di rivedere il gemellaggio, ma il sindaco Sala ha già ufficialmente respinto l’indicazione, mantenendo l’accordo attivo. Fine della partita, almeno sul piano istituzionale. πŸ‘‰Ma è proprio qui che vale la pena cambiare angolo di lettura. Uscire dalla polemica sterile — che non sposterà di un millimetro né le nostre vite né, tantomeno, i destini di popoli già segnati — e provare a ragionare su una domanda più scomoda: che valore ha oggi un gemellaggio❓ Perché se non parliamo di attrazione di nuovi stakeholder (ammesso che Milano ne abbia bisogno), né di reali ricadute economiche o progettuali, allora resta solo una dimensione politica e simbolica. E se è così, quel simbolo deve essere messo in discussione continuamente sia quando conviene sia quando diventa terreno di tensione istituzionale. Ed è proprio qui che Milano, questa volta, ha scelto di non scegliere. Una posizione che somiglia più a una forma di prudenza — o, per dirla senza giri di parole, di remissione — verso equilibri consolidati, comunità influenti e lobby che incidono ben oltre il dibattito pubblico. Le stesse che, curiosamente, tendono a defilarsi quando il calendario segna certe ricorrenze scomode, come il 25 aprile. πŸ‘‰Ma il punto vero è più profondo e, se vogliamo, più strutturale. Il concetto stesso di "gemellaggio" oggi appare legacy, quasi un retaggio di un’altra epoca. Un modello di “soft diplomacy urbana” che avrebbe senso solo se producesse KPI chiari: scambi culturali misurabili, progetti condivisi, cooperazione concreta tra cittadini, università, imprese. Non semplici etichette protocollari da attivare o silenziare a seconda del clima politico. E allora la domanda diventa inevitabile: i gemellaggi servono ancora alle città o servono soprattutto alla politica❓ Su questo, più che sull’ennesima mozione destinata a cadere, varrebbe la pena aprire un dibattito serio. E farlo soprattutto in vista delle prossime scelte elettorali, quando ai cittadini viene chiesto — almeno formalmente — di orientare la visione della città. Il punto non è trasformare un gemellaggio in una bandiera, né usarlo come terreno di scontro ideologico. Il punto è capire a cosa serve davvero. Milano ha bisogno di relazioni internazionali che generino valore reale: scambi, opportunità, connessioni vive tra comunità. Tenere aperto un dialogo può avere senso, ma solo se è coerente, trasparente e allineato a un’idea di città che mette al centro le persone, non le contrapposizioni. Altrimenti resta un gesto formale. Utile più alla politica che ai cittadini. Milano non è un palcoscenico geopolitico. È una città complessa, concreta, che chiede risposte quotidiane. Ed è da lì che bisogna ripartire. #Milano #Gemellaggi #PoliticaLocale #CittàGlobali #opinione
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  • La biologia è un'opinione. SILVER NERVUTI sulla votazione dell'Euro Parlamento relativa alla normativa che solo le donne biologiche possono rimanere incinte.
    SENTITE come è andata la votazione.

    Fatevene una ragione....
    Siamo in mano a una massa di psicopatici deliranti.
    Ma qua troveranno un muro come sempre!

    Source: https://www.facebook.com/share/v/1GUhLWNgpC/?mibextid=wwXIfr
    La biologia è un'opinione. SILVER NERVUTI sulla votazione dell'Euro Parlamento relativa alla normativa che solo le donne biologiche possono rimanere incinte. SENTITE come è andata la votazione. Fatevene una ragione.... Siamo in mano a una massa di psicopatici deliranti. Ma qua troveranno un muro come sempre! Source: https://www.facebook.com/share/v/1GUhLWNgpC/?mibextid=wwXIfr
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  • E come al solito vi stanno prendendo per i fondelli ed il popolo bue ci casca.
    Facciamo un po’ di chiarezza, perché qui si sta creando un allarme che non sta in piedi.
    Davvero l’Europa rischia di restare senza petrolio e gas a causa della chiusura dello stretto di Hormuz?
    No. E non è un’opinione: lo dicono gli stessi dati ufficiali.
    Si ripete ovunque che da lì passa il 20% del petrolio e del gas mondiale. Bene, ma guarda caso si dimenticano sempre di dire un dettaglio fondamentale: circa l’80% di quel flusso finisce in Asia, in Paesi come Cina, India e Indonesia.
    Tradotto: al resto del mondo arriva solo una piccola fetta. E dentro quella fetta ci stanno anche Africa ed Europa.
    Alla fine dei conti, in Europa arriva appena il 4% circa di quel totale.
    E allora di cosa stiamo parlando?
    Tutto questo bombardamento mediatico sulla “crisi energetica”, che guarda caso fa schizzare bollette e carburanti, viene venduto come inevitabile. Ma davvero è solo questo? Oppure c’è anche una componente di convenienza e di pressione psicologica?
    Perché il copione sembra sempre lo stesso: si crea un clima di paura e poi si presentano soluzioni “necessarie”.
    Riducete la velocità. Volate meno. Lavorate da casa. Lasciate l’auto privata e prendete i mezzi pubblici.
    E non è finita: solo poco tempo fa si invitavano i cittadini europei a prepararsi alla guerra, a farsi la borsetta di emergenza. Siamo passati dalla pandemia alla guerra, sempre con lo stesso sottofondo: allarme continuo.
    A questo punto qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dirlo chiaramente: non c’è una vera emergenza energetica in Europa.
    C’è una narrazione di emergenza.
    Una narrazione che, guarda caso, ricorda molto quella del COVID-19, quando in nome della paura si sono accettate limitazioni che in tempi normali avrebbero fatto scendere milioni di persone in piazza.
    E qui sta il punto centrale.
    La paura è lo strumento più efficace che esista.
    Se hai paura, accetti tutto: restrizioni, controlli, cambiamenti drastici nella tua vita quotidiana. Tutto “per il tuo bene”.
    In condizioni normali, quelle stesse misure verrebbero rifiutate senza esitazione.
    Ma quando entra in gioco la paura, il metro di giudizio cambia completamente.
    La storia lo insegna: la paura è il collante del potere.
    E, nelle sue forme peggiori, è sempre stata l’arma preferita dei sistemi più autoritari.

    Alessandro Spanò
    E come al solito vi stanno prendendo per i fondelli ed il popolo bue ci casca. Facciamo un po’ di chiarezza, perché qui si sta creando un allarme che non sta in piedi. Davvero l’Europa rischia di restare senza petrolio e gas a causa della chiusura dello stretto di Hormuz? No. E non è un’opinione: lo dicono gli stessi dati ufficiali. Si ripete ovunque che da lì passa il 20% del petrolio e del gas mondiale. Bene, ma guarda caso si dimenticano sempre di dire un dettaglio fondamentale: circa l’80% di quel flusso finisce in Asia, in Paesi come Cina, India e Indonesia. Tradotto: al resto del mondo arriva solo una piccola fetta. E dentro quella fetta ci stanno anche Africa ed Europa. Alla fine dei conti, in Europa arriva appena il 4% circa di quel totale. E allora di cosa stiamo parlando? Tutto questo bombardamento mediatico sulla “crisi energetica”, che guarda caso fa schizzare bollette e carburanti, viene venduto come inevitabile. Ma davvero è solo questo? Oppure c’è anche una componente di convenienza e di pressione psicologica? Perché il copione sembra sempre lo stesso: si crea un clima di paura e poi si presentano soluzioni “necessarie”. Riducete la velocità. Volate meno. Lavorate da casa. Lasciate l’auto privata e prendete i mezzi pubblici. E non è finita: solo poco tempo fa si invitavano i cittadini europei a prepararsi alla guerra, a farsi la borsetta di emergenza. Siamo passati dalla pandemia alla guerra, sempre con lo stesso sottofondo: allarme continuo. A questo punto qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dirlo chiaramente: non c’è una vera emergenza energetica in Europa. C’è una narrazione di emergenza. Una narrazione che, guarda caso, ricorda molto quella del COVID-19, quando in nome della paura si sono accettate limitazioni che in tempi normali avrebbero fatto scendere milioni di persone in piazza. E qui sta il punto centrale. La paura è lo strumento più efficace che esista. Se hai paura, accetti tutto: restrizioni, controlli, cambiamenti drastici nella tua vita quotidiana. Tutto “per il tuo bene”. In condizioni normali, quelle stesse misure verrebbero rifiutate senza esitazione. Ma quando entra in gioco la paura, il metro di giudizio cambia completamente. La storia lo insegna: la paura è il collante del potere. E, nelle sue forme peggiori, è sempre stata l’arma preferita dei sistemi più autoritari. Alessandro Spanò
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  • LETTERA APERTA AL MONDO: Da Cuba, una donna denuncia il crimine che nessuno vuole vedere.

    --- All'umanità intera, alle madri del mondo, ai medici senza frontiere, ai giornalisti con dignità, ai governi che credono ancora nella giustizia:

    Il mio nome è come quello di milioni di altre persone. Non ho cognomi famosi né cariche importanti. Sono una cubana comune. Una figlia, una sorella, una patriota. E scrivo questo con l'anima straziata e le mani tremanti, perché quello che oggi vive il mio popolo non è una crisi. È un omicidio lento, calcolato, freddamente eseguito da Washington.
    E il mondo guarda dall'altra parte.

    DENUNCIA PER I MIEI NONNI:
    Denuncio che a Cuba ci sono anziani che muoiono prematuramente perché il blocco impedisce l'arrivo di farmaci per il cuore, la pressione e il diabete. Non è una questione di mancanza di risorse. È un divieto deliberato. Le aziende che vogliono vendere a Cuba vengono multate, perseguitate, minacciate. I loro governi tacciono. E nel frattempo, un nonno cubano stringe il petto e aspetta. La morte non avvisa. Il blocco sì.
    ---
    DENUNCIA PER I MIEI BAMBINI:
    Denuncio che a Cuba ci sono incubatrici che hanno dovuto essere spente per mancanza di carburante. Che ci sono neonati che lottano per la vita mentre il governo degli Stati Uniti decide quali paesi possono venderci petrolio e quali no. Che ci sono madri cubane che hanno visto mettere in pericolo la vita dei loro figli perché un ordine firmato in un ufficio di Washington vale più del pianto di un bambino a 90 miglia dalle sue coste.

    Dov'è la comunità internazionale? Dove sono le organizzazioni che difendono tanto l'infanzia? O forse i bambini cubani non meritano di vivere?

    DENUNCIA PER LA FAME INTENZIONALE:
    Denuncio che il blocco è fame programmata. Non è che manchi il cibo perché sì. È che ci impediscono di comprarlo. È che le navi con i generi alimentari vengono perseguitate. È che le transazioni bancarie vengono bloccate. È che le aziende che ci vendono cereali, pollo, latte vengono sanzionate.

    La fame a Cuba non è un incidente. È una politica di Stato del governo degli Stati Uniti, affinata nel corso di 60 anni, aggiornata da ogni amministrazione, inasprita da Donald Trump e attuata con ferocia da Marco Rubio.

    Loro la chiamano “pressione economica”. Io la chiamo terrorismo della fame.

    DENUNCIA DEI MIEI MEDICI:
    Denuncio che i nostri medici, gli stessi che hanno salvato vite umane durante la pandemia mentre il mondo intero crollava, oggi non hanno siringhe, né anestesia, né apparecchiature a raggi X. Non perché non sappiamo produrli. Non perché non abbiamo talento. Ma perché il blocco ci impedisce di accedere alle forniture, ai ricambi, alla tecnologia.

    I nostri scienziati hanno creato cinque vaccini contro il COVID-19. Cinque. Senza l'aiuto di nessuno. Contro venti e maree. Contro il blocco e le menzogne. Eppure, l'impero ci punisce per averlo realizzato.

    AL MONDO DICO:
    Cuba non chiede l'elemosina.
    Cuba non chiede soldati.
    Cuba non chiede che ci amiate.

    Cuba chiede giustizia. Niente di più. Niente di meno.

    Vi chiedo di smettere di normalizzare la sofferenza del mio popolo.
    Vi chiedo di chiamare il blocco con il suo nome: CRIMINE CONTRO L'UMANITÀ.
    Vi chiedo di non lasciarvi ingannare dalla favola del “dialogo” e della “democrazia” mentre ci strangolano.

    Non vogliamo carità. Vogliamo che ci lascino vivere.

    Ai governi complici che tacciono:
    La storia vi presenterà il conto.

    Ai media che mentono:
    La verità trova sempre una via d'uscita.

    Ai carnefici che firmano sanzioni:
    Il popolo cubano non dimentica e non perdona.

    A coloro che hanno ancora umanità nel cuore:
    Guardate Cuba. Guardate cosa le stanno facendo. E chiedetevi: da quale parte della storia voglio stare?
    ---
    Da questa piccola isola, con un popolo gigante, una cubana comune che si rifiuta di arrendersi.

    Ikay Romay

    TRADOTTO E DIVULGATO DA ASSOCIAZIONE SVIZZERA-CUBA, Sezione Ticino
    ticino@cuba-si.ch


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    Non mi importa se la tua bacheca è pubblica o privata.
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    Ma questo è diverso.

    Questa non è una foto di un tramonto.
    Questa non è una notizia di gossip.
    Questa non è solo un'opinione.

    Questo è un GRIDO. E i gridi non si tengono per sé. Si ASCOLTANO. Si RIPETONO. DIVENTANO UNA FOLLA.

    Oggi non ti chiedo un “mi piace”.
    Ti chiedo di usare i tuoi pollici per qualcosa di più grande che scorrere lo schermo.

    CONDIVIDI.
    Affinché il mondo sappia che a Cuba non c'è una crisi.
    C'è un CRIMINE.

    Perché le madri di altri paesi sappiano che qui ci sono bambini che lottano in incubatrici spente a causa del blocco.

    Perché i nonni di altre terre sappiano che qui ci sono anziani che muoiono in attesa di medicinali che Washington non lascia entrare.

    Perché i governi complici provino vergogna.
    Perché i media bugiardi non abbiano scampo.
    Perché i carnefici sappiano che NON STAREMO ZITTI.

    Una sola persona che condivide questo messaggio non cambia il mondo.
    Migliaia, milioni, SÌ.

    Non tenere questo testo per te.
    Non essere complice del silenzio.

    FAI IN MODO CHE QUESTA DENUNCIA ARRIVI PIÙ LONTANO DEL BLOCCO.

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    #CubaDenunciaAlMundo
    #ElBloqueoMata
    #NiñosSinIncubadoras
    #AncianosSinMedicinas
    #HambreIntencional
    #CrimenDeLesaHumanidad
    #CubaVive
    #COMPARTEporCuba
    #QueElMundoNosEscuche
    #DenunciaQueDuele
    #CubaGrita
    #ElBloqueoEsCrimen
    #ViralizaLaVerdad
    #PatriaOMuerte
    #Venceremos
    LETTERA APERTA AL MONDO: Da Cuba, una donna denuncia il crimine che nessuno vuole vedere. --- All'umanità intera, alle madri del mondo, ai medici senza frontiere, ai giornalisti con dignità, ai governi che credono ancora nella giustizia: Il mio nome è come quello di milioni di altre persone. Non ho cognomi famosi né cariche importanti. Sono una cubana comune. Una figlia, una sorella, una patriota. E scrivo questo con l'anima straziata e le mani tremanti, perché quello che oggi vive il mio popolo non è una crisi. È un omicidio lento, calcolato, freddamente eseguito da Washington. E il mondo guarda dall'altra parte. πŸ‘΅ DENUNCIA PER I MIEI NONNI: Denuncio che a Cuba ci sono anziani che muoiono prematuramente perché il blocco impedisce l'arrivo di farmaci per il cuore, la pressione e il diabete. Non è una questione di mancanza di risorse. È un divieto deliberato. Le aziende che vogliono vendere a Cuba vengono multate, perseguitate, minacciate. I loro governi tacciono. E nel frattempo, un nonno cubano stringe il petto e aspetta. La morte non avvisa. Il blocco sì. --- πŸ‘Ά DENUNCIA PER I MIEI BAMBINI: Denuncio che a Cuba ci sono incubatrici che hanno dovuto essere spente per mancanza di carburante. Che ci sono neonati che lottano per la vita mentre il governo degli Stati Uniti decide quali paesi possono venderci petrolio e quali no. Che ci sono madri cubane che hanno visto mettere in pericolo la vita dei loro figli perché un ordine firmato in un ufficio di Washington vale più del pianto di un bambino a 90 miglia dalle sue coste. Dov'è la comunità internazionale? Dove sono le organizzazioni che difendono tanto l'infanzia? O forse i bambini cubani non meritano di vivere? 🍽️ DENUNCIA PER LA FAME INTENZIONALE: Denuncio che il blocco è fame programmata. Non è che manchi il cibo perché sì. È che ci impediscono di comprarlo. È che le navi con i generi alimentari vengono perseguitate. È che le transazioni bancarie vengono bloccate. È che le aziende che ci vendono cereali, pollo, latte vengono sanzionate. La fame a Cuba non è un incidente. È una politica di Stato del governo degli Stati Uniti, affinata nel corso di 60 anni, aggiornata da ogni amministrazione, inasprita da Donald Trump e attuata con ferocia da Marco Rubio. Loro la chiamano “pressione economica”. Io la chiamo terrorismo della fame. βš•οΈ DENUNCIA DEI MIEI MEDICI: Denuncio che i nostri medici, gli stessi che hanno salvato vite umane durante la pandemia mentre il mondo intero crollava, oggi non hanno siringhe, né anestesia, né apparecchiature a raggi X. Non perché non sappiamo produrli. Non perché non abbiamo talento. Ma perché il blocco ci impedisce di accedere alle forniture, ai ricambi, alla tecnologia. I nostri scienziati hanno creato cinque vaccini contro il COVID-19. Cinque. Senza l'aiuto di nessuno. Contro venti e maree. Contro il blocco e le menzogne. Eppure, l'impero ci punisce per averlo realizzato. 🌍 AL MONDO DICO: Cuba non chiede l'elemosina. Cuba non chiede soldati. Cuba non chiede che ci amiate. Cuba chiede giustizia. Niente di più. Niente di meno. Vi chiedo di smettere di normalizzare la sofferenza del mio popolo. Vi chiedo di chiamare il blocco con il suo nome: CRIMINE CONTRO L'UMANITÀ. Vi chiedo di non lasciarvi ingannare dalla favola del “dialogo” e della “democrazia” mentre ci strangolano. Non vogliamo carità. Vogliamo che ci lascino vivere. Ai governi complici che tacciono: La storia vi presenterà il conto. Ai media che mentono: La verità trova sempre una via d'uscita. Ai carnefici che firmano sanzioni: Il popolo cubano non dimentica e non perdona. A coloro che hanno ancora umanità nel cuore: Guardate Cuba. Guardate cosa le stanno facendo. E chiedetevi: da quale parte della storia voglio stare? --- Da questa piccola isola, con un popolo gigante, una cubana comune che si rifiuta di arrendersi. Ikay Romay βœŠπŸ‡¨πŸ‡ΊπŸ’” TRADOTTO E DIVULGATO DA ASSOCIAZIONE SVIZZERA-CUBA, Sezione Ticino ticino@cuba-si.ch SE QUESTO TESTO TI HA SCOSSO DENTRO, CONDIVIDILO. Non mi importa se hai 10 amici o 10 mila follower. Non mi importa se la tua bacheca è pubblica o privata. Non mi importa se non condividi mai nulla. Ma questo è diverso. Questa non è una foto di un tramonto. Questa non è una notizia di gossip. Questa non è solo un'opinione. Questo è un GRIDO. E i gridi non si tengono per sé. Si ASCOLTANO. Si RIPETONO. DIVENTANO UNA FOLLA. Oggi non ti chiedo un “mi piace”. Ti chiedo di usare i tuoi pollici per qualcosa di più grande che scorrere lo schermo. CONDIVIDI. Affinché il mondo sappia che a Cuba non c'è una crisi. C'è un CRIMINE. Perché le madri di altri paesi sappiano che qui ci sono bambini che lottano in incubatrici spente a causa del blocco. Perché i nonni di altre terre sappiano che qui ci sono anziani che muoiono in attesa di medicinali che Washington non lascia entrare. Perché i governi complici provino vergogna. Perché i media bugiardi non abbiano scampo. Perché i carnefici sappiano che NON STAREMO ZITTI. Una sola persona che condivide questo messaggio non cambia il mondo. Migliaia, milioni, SÌ. Non tenere questo testo per te. Non essere complice del silenzio. FAI IN MODO CHE QUESTA DENUNCIA ARRIVI PIÙ LONTANO DEL BLOCCO. CONDIVIDI. ORA. #CubaDenunciaAlMundo #ElBloqueoMata #NiñosSinIncubadoras #AncianosSinMedicinas #HambreIntencional #CrimenDeLesaHumanidad #CubaVive #COMPARTEporCuba #QueElMundoNosEscuche #DenunciaQueDuele #CubaGrita #ElBloqueoEsCrimen #ViralizaLaVerdad #PatriaOMuerte #Venceremos
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  • Vannacci scuote l’Europa: nel mirino i finanziamenti di Big Pharma, mercati in allarme

    Quella che viene descritta come una semplice richiesta di trasparenza sta assumendo i contorni di un caso politico internazionale. Roberto Vannacci avrebbe sollecitato lo stop ai finanziamenti dei grandi gruppi farmaceutici verso media e strutture pubbliche, parlando di una possibile strategia coordinata per orientare scelte sanitarie e consenso.

    Secondo le ricostruzioni, i documenti citati delineano un flusso di risorse enorme, utilizzato per sostenere campagne e programmi sanitari presentati come inevitabili. Una dinamica che, se confermata, solleverebbe interrogativi pesanti su indipendenza, conflitti di interesse e responsabilità politiche.

    L’intervento ha avuto un effetto immediato: reazioni nervose sui mercati, prese di posizione contrastanti e un’attenzione mediatica crescente. C’è chi parla di resa dei conti, chi di operazione destinata a dividere profondamente l’opinione pubblica.

    Una cosa è certa: il tema non può più essere ignorato. E quello che accadrà nelle prossime settimane potrebbe cambiare il rapporto tra politica, sanità e grandi interessi economici.

    Tutti i dettagli e le analisi più controverse sono nel primo commento
    Vannacci scuote l’Europa: nel mirino i finanziamenti di Big Pharma, mercati in allarme Quella che viene descritta come una semplice richiesta di trasparenza sta assumendo i contorni di un caso politico internazionale. Roberto Vannacci avrebbe sollecitato lo stop ai finanziamenti dei grandi gruppi farmaceutici verso media e strutture pubbliche, parlando di una possibile strategia coordinata per orientare scelte sanitarie e consenso. Secondo le ricostruzioni, i documenti citati delineano un flusso di risorse enorme, utilizzato per sostenere campagne e programmi sanitari presentati come inevitabili. Una dinamica che, se confermata, solleverebbe interrogativi pesanti su indipendenza, conflitti di interesse e responsabilità politiche. L’intervento ha avuto un effetto immediato: reazioni nervose sui mercati, prese di posizione contrastanti e un’attenzione mediatica crescente. C’è chi parla di resa dei conti, chi di operazione destinata a dividere profondamente l’opinione pubblica. Una cosa è certa: il tema non può più essere ignorato. E quello che accadrà nelle prossime settimane potrebbe cambiare il rapporto tra politica, sanità e grandi interessi economici. πŸ‘‡ Tutti i dettagli e le analisi più controverse sono nel primo commento πŸ‘‡
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