SCHIAVI MODERNI NELLA ZONA FRANCA
Milano fra moderni schiavi e assuefazione
A Milano ci siamo abituati a tutto.
Ci siamo abituati alle colate di cemento vendute come rigenerazione urbana. Ci siamo abituati agli appalti che sollevano più domande che certezze. Ci siamo abituati alla violenza che cresce e ai comunicati che la raccontano come fosse meteo. Ci siamo abituati soprattutto a una pericolosa forma di anestesia collettiva.
Sappiamo bene che l'Italia vive da decenni dentro equilibri geopolitici dove il peso degli Stati Uniti è tutt'altro che marginale. Ma il punto non è questo. Il punto è chiedersi se consolati e ambasciate presenti sul nostro territorio debbano trasformarsi in una sorta di zona franca, dove certe dinamiche vengono tollerate con una leggerezza che altrove farebbe scattare ben altri allarmi.
Perché la vicenda del nuovo Consolato USA nell'area dell'ex Tiro a Segno di Piazzale Accursio racconta qualcosa che va oltre la cronaca giudiziaria. Un progetto da 200 milioni di dollari, centinaia di lavoratori impiegati, uno dei cantieri simbolo della Milano che cresce e si espande. Poi arrivano le accuse della Procura: operai reclutati in India attraverso intermediari senza scrupoli, migliaia di euro versati per ottenere un posto di lavoro, famiglie indebitate, salari trattenuti, minacce, turni massacranti e condizioni che gli inquirenti descrivono come una forma di para schiavismo.
Ed è qui che emerge la domanda più scomoda. Non come si interviene adesso, perché l'inchiesta sta facendo il suo corso. Ma come sia stato possibile arrivare fino a questo punto
Come sia stato possibile accettare determinati giochi e determinate imposizioni che, pur provenendo da soggetti esteri, si sviluppano comunque dentro il tessuto della nostra città e nel rapporto inevitabile con il Paese che li ospita.
Quali giustificazioni dovrebbero arrivare adesso? Quali controlli sono mancati? E soprattutto: davvero qualcuno pensa che il prestigio di un'opera o il peso di chi la commissiona possano rappresentare una deroga implicita ai principi di trasparenza e legalità
Per anni abbiamo guardato a città come Dubai come al simbolo di uno sviluppo che non guarda in faccia nessuno. Grattacieli scintillanti costruiti sulle spalle di lavoratori invisibili. Oggi scopriamo che certe logiche possono affacciarsi anche qui, nella Milano delle conferenze sulla sostenibilità, dei diritti e delle grandi narrazioni internazionali.
Adesso questo scenario è a Milano.
E allora la questione non è più politica, ideologica o propagandistica. È la realtà stessa che ci parla di una città dove troppo spesso la scorrettezza viene praticata alla luce del sole e metabolizzata con una rapidità disarmante.
Forse è arrivato il momento di costruire una risposta strutturale. Un presidio o meglio Assessorato permanente sulla trasparenza e sulla legalità delle grandi operazioni urbane. Un sistema che controlli tutto e tutti, senza differenze tra soggetti privati, multinazionali o istituzioni estere. Fosse anche Mr. Trump in persona a chiedere strada libera nel moderno Risiko delle città e delle economie da assoggettare.
Perché a tutto c'è un limite.
E il problema non è soltanto chi quel limite lo supera. Il problema è una città che, un pezzo alla volta, rischia di non accorgersene più.
La realtà ci sta chiedendo una nuova disciplina civile e istituzionale. Regole uguali per tutti. Senza eccezioni, senza sudditanze e senza zone franche.
Perché la dignità del lavoro non può diventare una voce negoziabile nel bilancio di nessuno.
#Milano #Legalità #Trasparenza #DirittiDeiLavoratori #PoliticaLocale
Milano fra moderni schiavi e assuefazione
A Milano ci siamo abituati a tutto.
Ci siamo abituati alle colate di cemento vendute come rigenerazione urbana. Ci siamo abituati agli appalti che sollevano più domande che certezze. Ci siamo abituati alla violenza che cresce e ai comunicati che la raccontano come fosse meteo. Ci siamo abituati soprattutto a una pericolosa forma di anestesia collettiva.
Sappiamo bene che l'Italia vive da decenni dentro equilibri geopolitici dove il peso degli Stati Uniti è tutt'altro che marginale. Ma il punto non è questo. Il punto è chiedersi se consolati e ambasciate presenti sul nostro territorio debbano trasformarsi in una sorta di zona franca, dove certe dinamiche vengono tollerate con una leggerezza che altrove farebbe scattare ben altri allarmi.
Perché la vicenda del nuovo Consolato USA nell'area dell'ex Tiro a Segno di Piazzale Accursio racconta qualcosa che va oltre la cronaca giudiziaria. Un progetto da 200 milioni di dollari, centinaia di lavoratori impiegati, uno dei cantieri simbolo della Milano che cresce e si espande. Poi arrivano le accuse della Procura: operai reclutati in India attraverso intermediari senza scrupoli, migliaia di euro versati per ottenere un posto di lavoro, famiglie indebitate, salari trattenuti, minacce, turni massacranti e condizioni che gli inquirenti descrivono come una forma di para schiavismo.
Ed è qui che emerge la domanda più scomoda. Non come si interviene adesso, perché l'inchiesta sta facendo il suo corso. Ma come sia stato possibile arrivare fino a questo punto
Come sia stato possibile accettare determinati giochi e determinate imposizioni che, pur provenendo da soggetti esteri, si sviluppano comunque dentro il tessuto della nostra città e nel rapporto inevitabile con il Paese che li ospita.
Quali giustificazioni dovrebbero arrivare adesso? Quali controlli sono mancati? E soprattutto: davvero qualcuno pensa che il prestigio di un'opera o il peso di chi la commissiona possano rappresentare una deroga implicita ai principi di trasparenza e legalità
Per anni abbiamo guardato a città come Dubai come al simbolo di uno sviluppo che non guarda in faccia nessuno. Grattacieli scintillanti costruiti sulle spalle di lavoratori invisibili. Oggi scopriamo che certe logiche possono affacciarsi anche qui, nella Milano delle conferenze sulla sostenibilità, dei diritti e delle grandi narrazioni internazionali.
Adesso questo scenario è a Milano.
E allora la questione non è più politica, ideologica o propagandistica. È la realtà stessa che ci parla di una città dove troppo spesso la scorrettezza viene praticata alla luce del sole e metabolizzata con una rapidità disarmante.
Forse è arrivato il momento di costruire una risposta strutturale. Un presidio o meglio Assessorato permanente sulla trasparenza e sulla legalità delle grandi operazioni urbane. Un sistema che controlli tutto e tutti, senza differenze tra soggetti privati, multinazionali o istituzioni estere. Fosse anche Mr. Trump in persona a chiedere strada libera nel moderno Risiko delle città e delle economie da assoggettare.
Perché a tutto c'è un limite.
E il problema non è soltanto chi quel limite lo supera. Il problema è una città che, un pezzo alla volta, rischia di non accorgersene più.
La realtà ci sta chiedendo una nuova disciplina civile e istituzionale. Regole uguali per tutti. Senza eccezioni, senza sudditanze e senza zone franche.
Perché la dignità del lavoro non può diventare una voce negoziabile nel bilancio di nessuno.
#Milano #Legalità #Trasparenza #DirittiDeiLavoratori #PoliticaLocale
SCHIAVI MODERNI NELLA ZONA FRANCA
Milano fra moderni schiavi e assuefazione
A Milano ci siamo abituati a tutto.
Ci siamo abituati alle colate di cemento vendute come rigenerazione urbana. Ci siamo abituati agli appalti che sollevano più domande che certezze. Ci siamo abituati alla violenza che cresce e ai comunicati che la raccontano come fosse meteo. Ci siamo abituati soprattutto a una pericolosa forma di anestesia collettiva.
Sappiamo bene che l'Italia vive da decenni dentro equilibri geopolitici dove il peso degli Stati Uniti è tutt'altro che marginale. Ma il punto non è questo. Il punto è chiedersi se consolati e ambasciate presenti sul nostro territorio debbano trasformarsi in una sorta di zona franca, dove certe dinamiche vengono tollerate con una leggerezza che altrove farebbe scattare ben altri allarmi.
Perché la vicenda del nuovo Consolato USA nell'area dell'ex Tiro a Segno di Piazzale Accursio racconta qualcosa che va oltre la cronaca giudiziaria. Un progetto da 200 milioni di dollari, centinaia di lavoratori impiegati, uno dei cantieri simbolo della Milano che cresce e si espande. Poi arrivano le accuse della Procura: operai reclutati in India attraverso intermediari senza scrupoli, migliaia di euro versati per ottenere un posto di lavoro, famiglie indebitate, salari trattenuti, minacce, turni massacranti e condizioni che gli inquirenti descrivono come una forma di para schiavismo.
👉Ed è qui che emerge la domanda più scomoda. Non come si interviene adesso, perché l'inchiesta sta facendo il suo corso. Ma come sia stato possibile arrivare fino a questo punto⁉️
Come sia stato possibile accettare determinati giochi e determinate imposizioni che, pur provenendo da soggetti esteri, si sviluppano comunque dentro il tessuto della nostra città e nel rapporto inevitabile con il Paese che li ospita.
Quali giustificazioni dovrebbero arrivare adesso? Quali controlli sono mancati? E soprattutto: davvero qualcuno pensa che il prestigio di un'opera o il peso di chi la commissiona possano rappresentare una deroga implicita ai principi di trasparenza e legalità⁉️
Per anni abbiamo guardato a città come Dubai come al simbolo di uno sviluppo che non guarda in faccia nessuno. Grattacieli scintillanti costruiti sulle spalle di lavoratori invisibili. Oggi scopriamo che certe logiche possono affacciarsi anche qui, nella Milano delle conferenze sulla sostenibilità, dei diritti e delle grandi narrazioni internazionali.
Adesso questo scenario è a Milano.
E allora la questione non è più politica, ideologica o propagandistica. È la realtà stessa che ci parla di una città dove troppo spesso la scorrettezza viene praticata alla luce del sole e metabolizzata con una rapidità disarmante.
Forse è arrivato il momento di costruire una risposta strutturale. Un presidio o meglio Assessorato permanente sulla trasparenza e sulla legalità delle grandi operazioni urbane. Un sistema che controlli tutto e tutti, senza differenze tra soggetti privati, multinazionali o istituzioni estere. Fosse anche Mr. Trump in persona a chiedere strada libera nel moderno Risiko delle città e delle economie da assoggettare.
Perché a tutto c'è un limite.
E il problema non è soltanto chi quel limite lo supera. Il problema è una città che, un pezzo alla volta, rischia di non accorgersene più.
La realtà ci sta chiedendo una nuova disciplina civile e istituzionale. Regole uguali per tutti. Senza eccezioni, senza sudditanze e senza zone franche.
Perché la dignità del lavoro non può diventare una voce negoziabile nel bilancio di nessuno.
#Milano #Legalità #Trasparenza #DirittiDeiLavoratori #PoliticaLocale
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