• 18 marzo – familiari vittime Covid: “Quale memoria senza verità?”
    In occasione del 18 marzo, Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid-19, il Comitato Nazionale Familiari Vittime Covid e il Comitato L’Altra Verità diffondono il video “Quale memoria senza verità?”.
    Il video accompagna il ricordo delle vittime con una riflessione su quanto accaduto negli ospedali durante la pandemia, dove, secondo i comitati, rimangono ancora domande senza risposta su gestione dei pazienti, terapie e decessi.
    Non risultano ancora audite figure centrali per la comprensione delle cure, come il professor Massimo Franchini, tra i principali studiosi della terapia con plasma iperimmune e stretto collaboratore del dottor Giuseppe De Donno.
    Inoltre, durante le audizioni istituzionali – inclusa quella della Corte dei Conti – non sono stati forniti chiarimenti specifici sull’uso degli anticorpi monoclonali anti-spike, già oggetto di attenzione giornalistica e discussione pubblica. I comitati ritengono urgente un approfondimento trasparente su questo tema, che ha coinvolto centinaia di pazienti.
    “Le immagini dei camion militari che lasciarono Bergamo nel marzo 2020 sono spesso ricordate come simbolo della tragedia italiana. In realtà, quella colonna fu una soluzione organizzativa dei servizi cimiteriali comunali, per trasferire le salme verso altri crematori e rispettare la volontà di cremazione dei defunti e delle loro famiglie.”
    “Ricordare le vittime è doveroso, ma senza verità la memoria resta incompleta”, dichiarano Sabrina Gualini ed Elisabetta Stellabotte.

    Sabrina Gualini
    presidente del comitato nazionale familiari delle vittime covid
    18 marzo – familiari vittime Covid: “Quale memoria senza verità?” In occasione del 18 marzo, Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid-19, il Comitato Nazionale Familiari Vittime Covid e il Comitato L’Altra Verità diffondono il video “Quale memoria senza verità?”. Il video accompagna il ricordo delle vittime con una riflessione su quanto accaduto negli ospedali durante la pandemia, dove, secondo i comitati, rimangono ancora domande senza risposta su gestione dei pazienti, terapie e decessi. Non risultano ancora audite figure centrali per la comprensione delle cure, come il professor Massimo Franchini, tra i principali studiosi della terapia con plasma iperimmune e stretto collaboratore del dottor Giuseppe De Donno. Inoltre, durante le audizioni istituzionali – inclusa quella della Corte dei Conti – non sono stati forniti chiarimenti specifici sull’uso degli anticorpi monoclonali anti-spike, già oggetto di attenzione giornalistica e discussione pubblica. I comitati ritengono urgente un approfondimento trasparente su questo tema, che ha coinvolto centinaia di pazienti. “Le immagini dei camion militari che lasciarono Bergamo nel marzo 2020 sono spesso ricordate come simbolo della tragedia italiana. In realtà, quella colonna fu una soluzione organizzativa dei servizi cimiteriali comunali, per trasferire le salme verso altri crematori e rispettare la volontà di cremazione dei defunti e delle loro famiglie.” “Ricordare le vittime è doveroso, ma senza verità la memoria resta incompleta”, dichiarano Sabrina Gualini ed Elisabetta Stellabotte. Sabrina Gualini presidente del comitato nazionale familiari delle vittime covid
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  • “Aveva 8 anni, dopo due giri fece il record della pista. Per Ferrari era ancora troppo piccolo”: così Kimi Antonelli ha scelto la Mercedes
    di Redazione Sport
    Il racconto di Giovanni Minardi, il manager che tra i primi scoprì il talento del pilota italiano oggi già diventato una star della Formula 1

    Andrea Kimi Antonelli è il pilota del momento: a 19 anni ha conquistato pole e vittoria nel Gp di Cina, secondo appuntamento del campionato di Formula 1 2026. Il primo italiano a tornare sul gradino più alto del podio dal 2006, quando non era ancora nato. Il mondo dei motori aspettava un talento del genere da decenni: Antonelli, con questa Mercedes, può già pensare di lottare per il Mondiale. E il team manager Toto Wolff se lo coccola: è stato lui a dare fiducia al giovante astro nascente italiano, mentre la Ferrari sceglieva di prendergli Lewis Hamilton. Ma la scelta di Kimi Antonelli di andare a Mercedes nasce molto tempo prima, quando aveva appena 8 anni, come racconta Giovanni Minardi in un’intervista alla Gazzetta dello Sport.

    Il manager, figlio di Gian Carlo Minardi, è stata tra i primi a scoprire il talento di Antonelli. La folgorazione avvenne sulla pista di Sarno durante il Kart Summer Camp 2014. Minardi vide questo bambino di 8 anni salire su un kart e percorrere un tracciato mai visto: “Dopo due giri aveva già fatto il record della pista“. L’esperienza lo ha portato subito a cogliere “un talento naturale” per sensibilità e stile di guida: “Io gestisco da molti anni la Minardi Management e quando vedi tanti ragazzi sei abituato a riconoscere subito quando qualcuno ha qualcosa in più. Lui però era proprio di un’altra categoria, è una sensazione impossibile da spiegare”.

    Minardi si convinse subito che quel bambino sarebbe arrivato fino alla Formula 1 e quindi insieme al padre Marco Antonelli cominciò a cercare un’Academy per farlo crescere: “Per proseguire nelle monoposto servono disponibilità economiche molto importanti e garanzie sul futuro, al giorno d’oggi entrare nell’Academy di un team è fondamentale”. Ecco quindi la sliding doors della scelta tra Ferrari e Mercedes. Minardi e Antonelli parlarono con entrambe le scuderie, poi la scelta: “Bisognava muoversi bene e scegliere chi poteva dare le garanzie maggiori. Per Ferrari Kimi era ancora troppo piccolo, invece Mercedes poteva dare garanzie migliori su una prospettiva futura”.

    Antonelli quindi non è stato scartato da Maranello, ma semplicemente in quel momento la Mercedes pareva una soluzione migliore e ha deciso di investire su di lui: “Toto Wolff restò colpito da come parlassi di questo ragazzo e mandò una persona fidata di Mercedes a vederlo in pista ad Adria. Quel giorno Kimi fece una gara strepitosa, e da lì molte altre”, racconta ancora Minardi. “Toto venne a vederlo più avanti, quando i suoi gli dissero che effettivamente valeva la pena dargli un’occhiata, e il resto è storia: entrò nell’Academy Mercedes nel 2019, quando ancora correva sui kart”. Sette anni dopo, è già in lotta per il Mondiale di Formula 1.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/16/kimi-antonelli-storia-scelta-mercedes-aveva-8-anni-dopo-due-giri-fece-record-pista-per-ferrari-era-ancora-troppo-piccolo/8325862/
    “Aveva 8 anni, dopo due giri fece il record della pista. Per Ferrari era ancora troppo piccolo”: così Kimi Antonelli ha scelto la Mercedes di Redazione Sport Il racconto di Giovanni Minardi, il manager che tra i primi scoprì il talento del pilota italiano oggi già diventato una star della Formula 1 Andrea Kimi Antonelli è il pilota del momento: a 19 anni ha conquistato pole e vittoria nel Gp di Cina, secondo appuntamento del campionato di Formula 1 2026. Il primo italiano a tornare sul gradino più alto del podio dal 2006, quando non era ancora nato. Il mondo dei motori aspettava un talento del genere da decenni: Antonelli, con questa Mercedes, può già pensare di lottare per il Mondiale. E il team manager Toto Wolff se lo coccola: è stato lui a dare fiducia al giovante astro nascente italiano, mentre la Ferrari sceglieva di prendergli Lewis Hamilton. Ma la scelta di Kimi Antonelli di andare a Mercedes nasce molto tempo prima, quando aveva appena 8 anni, come racconta Giovanni Minardi in un’intervista alla Gazzetta dello Sport. Il manager, figlio di Gian Carlo Minardi, è stata tra i primi a scoprire il talento di Antonelli. La folgorazione avvenne sulla pista di Sarno durante il Kart Summer Camp 2014. Minardi vide questo bambino di 8 anni salire su un kart e percorrere un tracciato mai visto: “Dopo due giri aveva già fatto il record della pista“. L’esperienza lo ha portato subito a cogliere “un talento naturale” per sensibilità e stile di guida: “Io gestisco da molti anni la Minardi Management e quando vedi tanti ragazzi sei abituato a riconoscere subito quando qualcuno ha qualcosa in più. Lui però era proprio di un’altra categoria, è una sensazione impossibile da spiegare”. Minardi si convinse subito che quel bambino sarebbe arrivato fino alla Formula 1 e quindi insieme al padre Marco Antonelli cominciò a cercare un’Academy per farlo crescere: “Per proseguire nelle monoposto servono disponibilità economiche molto importanti e garanzie sul futuro, al giorno d’oggi entrare nell’Academy di un team è fondamentale”. Ecco quindi la sliding doors della scelta tra Ferrari e Mercedes. Minardi e Antonelli parlarono con entrambe le scuderie, poi la scelta: “Bisognava muoversi bene e scegliere chi poteva dare le garanzie maggiori. Per Ferrari Kimi era ancora troppo piccolo, invece Mercedes poteva dare garanzie migliori su una prospettiva futura”. Antonelli quindi non è stato scartato da Maranello, ma semplicemente in quel momento la Mercedes pareva una soluzione migliore e ha deciso di investire su di lui: “Toto Wolff restò colpito da come parlassi di questo ragazzo e mandò una persona fidata di Mercedes a vederlo in pista ad Adria. Quel giorno Kimi fece una gara strepitosa, e da lì molte altre”, racconta ancora Minardi. “Toto venne a vederlo più avanti, quando i suoi gli dissero che effettivamente valeva la pena dargli un’occhiata, e il resto è storia: entrò nell’Academy Mercedes nel 2019, quando ancora correva sui kart”. Sette anni dopo, è già in lotta per il Mondiale di Formula 1. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/16/kimi-antonelli-storia-scelta-mercedes-aveva-8-anni-dopo-due-giri-fece-record-pista-per-ferrari-era-ancora-troppo-piccolo/8325862/
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    "Aveva 8 anni, dopo due giri fece il record della pista. Per Ferrari era ancora troppo piccolo". così Kimi Antonelli ha scelto la Mercedes
    La storia del talento italiano che a 19 anni ha vinto il GP di Cina: scoperto da Minardi che lo portò alla Mercedes invece che alla Ferrari
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  • FORSE QUALCOSA di VERO C'E'!
    “Mi epurarono perché sapevo troppo su Emanuela Orlandi. Fu una sparizione per scopi occulti”: il memoriale segreto dell’ex 007 Giulio Gangi riapre il mistero della Bmw

    Il documento è stato acquisito e in parte pubblicato dal "Corriere della Sera". Gangi è venuto a mancare nel 2022 dopo una vita segnata da molti tormenti

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/08/mi-epurarono-perche-sapevo-troppo-su-emanuela-orlandi-fu-una-sparizione-per-scopi-occulti-il-memoriale-segreto-dellex-007-giulio-gangi-riapre-il-mistero-della-bmw/8317116/
    FORSE QUALCOSA di VERO C'E'! “Mi epurarono perché sapevo troppo su Emanuela Orlandi. Fu una sparizione per scopi occulti”: il memoriale segreto dell’ex 007 Giulio Gangi riapre il mistero della Bmw Il documento è stato acquisito e in parte pubblicato dal "Corriere della Sera". Gangi è venuto a mancare nel 2022 dopo una vita segnata da molti tormenti https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/08/mi-epurarono-perche-sapevo-troppo-su-emanuela-orlandi-fu-una-sparizione-per-scopi-occulti-il-memoriale-segreto-dellex-007-giulio-gangi-riapre-il-mistero-della-bmw/8317116/
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    Emanuela Orlandi: l'ex agente Gangi rivela "Fu una sparizione per scopi occulti"
    L'ex 007 Giulio Gangi nel suo memoriale segreto svela dettagli inediti sul caso Orlandi e sulla misteriosa Bmw
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  • LO STUDIO
    Ecco come il vaccino anti-Covid scatena il sistema immunitario
    Ancora oggi molte persone che presentano particolari patologie, del sistema nervoso, ma anche del sistema circolatorio, e che avevano sempre goduto di ottima salute, chiedono perplessi e scoraggiati ai medici se non ci possa essere una correlazione coi vaccini Covid, dopo l’effettuazione dei quali queste patologie erano insorte. Nella quasi totalità dei casi la risposta è negativa, spesso enunciata con durezza e arroganza, atteggiamenti che si stanno da tempo purtroppo diffondendo nel mondo sanitario.

    Il negazionismo è netto e assoluto, come se venisse messo in discussione un dogma di fede.

    E invece ci sono prove scientifiche inconfutabili, pubblicate su riviste della massima autorevolezza. Una di queste è il famoso New England Journal of Medicine, una delle tre più importanti riviste mediche del mondo.

    Il Journal ha da poco pubblicato i risultati di una ricerca, divulgati anche su un’altra importante rivista, Nature, che dimostrano come alcuni vaccini per il Covid hanno provocato un raro disturbo della coagulazione del sangue, determinando una mutazione in persone che avevano ricevuto il vaccino AstraZeneca o quello Johnson & Johnson. Come noto, questi vaccini sono stati ritirati dal commercio, dopo aver perso una vera e propria guerra commerciale contro i vaccini mRNA. Questi ultimi sono i più indiziati e indagati per gli effetti indesiderati che hanno provocato, ma è estremamente interessante capire anche la patogenicità dei vaccini non mRNA.

    Come noto, in Italia AstraZeneca, era stato scelto per vaccinare insegnanti e membri delle forze dell’ordine, senza alcun criterio di scelta di tipo scientifico. Semplicemente il Ministero aveva acquistato quote dei tre principali vaccini (ce n’era anche un quarto, Johnson&Johnson che ebbe vita brevissima) e bisognava stabilire a chi somministrarlo. Di fronte all’emergere di casi di reazioni gravi tra persone giovani, si decise di riservarne l’uso per gli anziani. Poi, quasi in sordina, il prodotto anglo-svedese sparì dagli hub vaccinali, e ci si avviò al monopolio dei vaccini a mRNA.

    La stessa Organizzazione mondiale della sanità aveva confermato che dopo la vaccinazione con il vaccino AstraZeneca erano stati segnalati come eventi avversi trombosi con trombocitopenia, ma il beneficio della vaccinazione nella protezione contro Covid-19 era stato considerato superiore ai rischi, e così venne largamente somministrato in oltre 150 Paesi.

    Ora lo studio appena pubblicato dimostra che i vaccini hanno determinato l'innesco molecolare di un raro, ma potenzialmente letale disturbo della coagulazione.

    Circa 1 persona su 200.000 ha sviluppato trombocitopenia trombotica immunitaria indotta da vaccino (o VITT, da vaccine-induced immune thrombocytopenia and thrombosis), come è diventata nota la sindrome, dopo aver ricevuto i vaccini prodotti da Johnson & Johnson e da AstraZeneca. Entrambi i vaccini usavano una versione modificata di un adenovirus – un tipo di virus noto per causare il comune raffreddore – per trasportare il gene di una parte del virus SARS-CoV-2 nelle cellule umane. Questo stimolava il sistema immunitario a creare anticorpi contro il Covid. .

    Tuttavia, il gruppo di studio ha scoperto che in un certo gruppo di persone con una mutazione nelle proprie cellule immunitarie produttrici di anticorpi, la vaccinazione ha scatenato un'esplosione dei loro anticorpi anti-PF4, portando a una grave coagulazione e a un calo delle piastrine.«È la prima volta che siamo in grado di far risalire un disturbo autoimmune all'evento scatenante originale», afferma uno degli autori dello studio, Tom Gordon, immunopatologo della Flinders University di Adelaide, in Australia. Sono stati fatti studi su topi che hanno confermato la modalità d’azione del meccanismo per cui i vaccini innescavano anticorpi che reagivano con altre proteine del corpo.

    L'episodio dimostra l'importanza di una solida sorveglianza sulla sicurezza dei vaccini, sia in sede di sperimentazione che di successiva messa in commercio.

    Questo studio dovrebbe condurre a seria riflessione, evitando prese di posizione aprioristiche spesso isteriche, coloro che all’arrivo di questo e degli altri vaccini gridarono al miracolo scientifico, idolatrando questi prodotti forieri di salvezza. Invece erano solo farmaci, sperimentali, e di conseguenza dall’efficacia e dalla sicurezza tutta da verificare.

    Questo è il metodo scientifico con cui operare, per il bene dei pazienti. Studi autorevoli come quello pubblicato sul New England ne sono la prova.

    Platelets. "This is the first time we've been able to trace an autoimmune disorder back to the original triggering event," says one of the study's authors, Tom Gordon, an immunopathologist at Flinders University in Adelaide, Australia. Studies on mice have confirmed the mechanism by which vaccines triggered antibodies that reacted with other proteins in the body.

    This episode demonstrates the importance of robust vaccine safety monitoring, both during trials and subsequent marketing.

    This study should lead to serious reflection, avoiding the often hysterical, a priori positions of those who, upon the arrival of this and other vaccines, proclaimed a scientific miracle, idolizing these products as harbingers of salvation. Instead, they were merely experimental drugs, and therefore their efficacy and safety remain to be verified.

    This is the scientific method we must follow, for the good of patients. Authoritative studies like the one published in New England are proof of this.
    LO STUDIO Ecco come il vaccino anti-Covid scatena il sistema immunitario Ancora oggi molte persone che presentano particolari patologie, del sistema nervoso, ma anche del sistema circolatorio, e che avevano sempre goduto di ottima salute, chiedono perplessi e scoraggiati ai medici se non ci possa essere una correlazione coi vaccini Covid, dopo l’effettuazione dei quali queste patologie erano insorte. Nella quasi totalità dei casi la risposta è negativa, spesso enunciata con durezza e arroganza, atteggiamenti che si stanno da tempo purtroppo diffondendo nel mondo sanitario. Il negazionismo è netto e assoluto, come se venisse messo in discussione un dogma di fede. E invece ci sono prove scientifiche inconfutabili, pubblicate su riviste della massima autorevolezza. Una di queste è il famoso New England Journal of Medicine, una delle tre più importanti riviste mediche del mondo. Il Journal ha da poco pubblicato i risultati di una ricerca, divulgati anche su un’altra importante rivista, Nature, che dimostrano come alcuni vaccini per il Covid hanno provocato un raro disturbo della coagulazione del sangue, determinando una mutazione in persone che avevano ricevuto il vaccino AstraZeneca o quello Johnson & Johnson. Come noto, questi vaccini sono stati ritirati dal commercio, dopo aver perso una vera e propria guerra commerciale contro i vaccini mRNA. Questi ultimi sono i più indiziati e indagati per gli effetti indesiderati che hanno provocato, ma è estremamente interessante capire anche la patogenicità dei vaccini non mRNA. Come noto, in Italia AstraZeneca, era stato scelto per vaccinare insegnanti e membri delle forze dell’ordine, senza alcun criterio di scelta di tipo scientifico. Semplicemente il Ministero aveva acquistato quote dei tre principali vaccini (ce n’era anche un quarto, Johnson&Johnson che ebbe vita brevissima) e bisognava stabilire a chi somministrarlo. Di fronte all’emergere di casi di reazioni gravi tra persone giovani, si decise di riservarne l’uso per gli anziani. Poi, quasi in sordina, il prodotto anglo-svedese sparì dagli hub vaccinali, e ci si avviò al monopolio dei vaccini a mRNA. La stessa Organizzazione mondiale della sanità aveva confermato che dopo la vaccinazione con il vaccino AstraZeneca erano stati segnalati come eventi avversi trombosi con trombocitopenia, ma il beneficio della vaccinazione nella protezione contro Covid-19 era stato considerato superiore ai rischi, e così venne largamente somministrato in oltre 150 Paesi. Ora lo studio appena pubblicato dimostra che i vaccini hanno determinato l'innesco molecolare di un raro, ma potenzialmente letale disturbo della coagulazione. Circa 1 persona su 200.000 ha sviluppato trombocitopenia trombotica immunitaria indotta da vaccino (o VITT, da vaccine-induced immune thrombocytopenia and thrombosis), come è diventata nota la sindrome, dopo aver ricevuto i vaccini prodotti da Johnson & Johnson e da AstraZeneca. Entrambi i vaccini usavano una versione modificata di un adenovirus – un tipo di virus noto per causare il comune raffreddore – per trasportare il gene di una parte del virus SARS-CoV-2 nelle cellule umane. Questo stimolava il sistema immunitario a creare anticorpi contro il Covid. . Tuttavia, il gruppo di studio ha scoperto che in un certo gruppo di persone con una mutazione nelle proprie cellule immunitarie produttrici di anticorpi, la vaccinazione ha scatenato un'esplosione dei loro anticorpi anti-PF4, portando a una grave coagulazione e a un calo delle piastrine.«È la prima volta che siamo in grado di far risalire un disturbo autoimmune all'evento scatenante originale», afferma uno degli autori dello studio, Tom Gordon, immunopatologo della Flinders University di Adelaide, in Australia. Sono stati fatti studi su topi che hanno confermato la modalità d’azione del meccanismo per cui i vaccini innescavano anticorpi che reagivano con altre proteine del corpo. L'episodio dimostra l'importanza di una solida sorveglianza sulla sicurezza dei vaccini, sia in sede di sperimentazione che di successiva messa in commercio. Questo studio dovrebbe condurre a seria riflessione, evitando prese di posizione aprioristiche spesso isteriche, coloro che all’arrivo di questo e degli altri vaccini gridarono al miracolo scientifico, idolatrando questi prodotti forieri di salvezza. Invece erano solo farmaci, sperimentali, e di conseguenza dall’efficacia e dalla sicurezza tutta da verificare. Questo è il metodo scientifico con cui operare, per il bene dei pazienti. Studi autorevoli come quello pubblicato sul New England ne sono la prova. Platelets. "This is the first time we've been able to trace an autoimmune disorder back to the original triggering event," says one of the study's authors, Tom Gordon, an immunopathologist at Flinders University in Adelaide, Australia. Studies on mice have confirmed the mechanism by which vaccines triggered antibodies that reacted with other proteins in the body. This episode demonstrates the importance of robust vaccine safety monitoring, both during trials and subsequent marketing. This study should lead to serious reflection, avoiding the often hysterical, a priori positions of those who, upon the arrival of this and other vaccines, proclaimed a scientific miracle, idolizing these products as harbingers of salvation. Instead, they were merely experimental drugs, and therefore their efficacy and safety remain to be verified. This is the scientific method we must follow, for the good of patients. Authoritative studies like the one published in New England are proof of this.
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  • Fermare l’IA “prima che sia troppo tardi”
    di Pier Luigi Pisa

    Illustrazione creata con Midjourney
    Colloquio con Nate Soares, presidente della no-profit Machine Intelligence Research Institute e uno dei massimi esperti dei rischi legati allo sviluppo di intelligenza artificiale. Insieme a Eliezer Yudkowsky, uno dei doomer più noti della Silicon Valley, ha pubblicato un saggio sul futuro distopico che potremmo vivere nel caso in cui le macchine sfuggissero al nostro controllo

    Un'IA non ha bisogno di “avere sentimenti” o “odiare l'umanità” per decidere, in nome dell'efficienza, che la nostra esistenza è un ostacolo ai suoi obiettivi.

    È ciò che sostengono Eliezer Yudkowsky e Nate Soares, due dei massimi esperti di rischi legati all’intelligenza artificiale, nel loro libro “Prima che sia troppo tardi”, edito in Italia da Mondadori, che mette in guardia su un futuro popolato da macchine più intelligenti e capaci degli esseri umani.

    In America il titolo del loro saggio è ancora più crudo: “Se qualcuno la costruisce, tutti quanti muoiono”.

    Da quando è comparsa ChatGpt, le visioni apocalittiche di scienziati ed esperti riaffiorano ciclicamente. Nel 2023 Elon Musk e altri innovatori firmarono una lettera in cui si chiedeva di fermare per sei mesi lo sviluppo dell’IA.

    Un appello inascoltato. “Ma la minaccia - dice Soares, presidente della no-profit Machine Intelligence Research (MIRI) - è reale”.

    Qual è il meccanismo più plausibile attraverso il quale un sistema di IA altamente capace potrebbe diventare pericoloso?

    “Potremmo finire schiacciati da fabbriche automatizzate che costruiscono altre fabbriche, o morire nell'oscurità perché nuovi pannelli solari galleggianti sottraggono ogni raggio di luce per alimentare i calcoli dell'IA, o ancora soccombere al calore perché le macchine iniziano a far bollire gli oceani per raffreddare i propri processori. La partita è persa nel momento in cui creiamo una specie che pensa meglio di noi e che gestisce le proprie risorse senza considerarci”.

    Ma perché le persone potrebbero essere percepite dall’IA come un ostacolo?

    “In primo luogo, se gli uomini hanno creato una superintelligenza, potrebbero crearne una seconda che rappresenterebbe una minaccia competitiva per la prima; di conseguenza, eliminare i creatori serve a prevenire la concorrenza. In secondo luogo, gli esseri umani potrebbero tentare di spegnere l’IA, diventando una minaccia diretta alla sua operatività. Infine, mantenere in vita la nostra specie è un inutile dispendio di risorse in un contesto in cui la proliferazione di infrastrutture di calcolo potrebbe innalzare le temperature globali a livelli per noi letali. Per l'IA, noi siamo semplicemente un fastidio logistico”.

    Eppure ancora oggi molti sono scettici sulle reali capacità di questa tecnologia.

    “A chi ha scoperto l'IA solo con ChatGpt, il sistema può sembrare goffo. Ma nel lungo periodo si nota come una piccola intuizione scientifica abbia improvvisamente permesso alle macchine di parlare. E molto più velocemente di quanto previsto dagli esperti. Il vero interrogativo è cosa accadrà alla prossima svolta rivoluzionaria”.

    Quale scenario ipotetico la spaventa di più?

    “Se le macchine decidessero di eliminarci attivamente, basterebbe un virus ingegnerizzato. Non servirebbe alcuna forza bruta”.

    Non è più plausibile che un disastro sia provocato dall’uso irresponsabile dell’IA da parte di una persona?

    “Un'intelligenza artificiale sufficientemente potente non resta al guinzaglio di nessuno. Se l'umanità crea sistemi capaci di mantenere la propria infrastruttura, moriremo tutti, a prescindere da chi ha premuto il tasto d'invio o da chi pensa di poterla usare in modo scorretto. Chi crea una superintelligenza non ne diventa il proprietario; è la superintelligenza a possedere il pianeta. Certo, esiste il rischio che dei terroristi utilizzino versioni meno avanzate per creare virus letali, ed è un pericolo che dobbiamo prevenire”.


    Nate Soares (a sinistra) e Eliezer Yudkowsky
    Quali misure considera realistiche per ridurre i rischi legati all’IA?

    “Credo fermamente che l'unica soluzione sia congelare la ricerca. Non esiste un modo sicuro per creare una nuova specie più intelligente dell'uomo, specialmente quando queste entità vengono "coltivate" e non progettate meccanicamente, tanto che nemmeno i loro creatori sanno come funzionano realmente”.

    Come si può convincere il mondo che fermarsi è l'unica possibilità di salvezza per la specie?

    “Il primo passo indispensabile è che i leader politici comprendano la reale entità del pericolo. Se capiscono che la posta in gioco è l'estinzione, possono avviare trattative diplomatiche per impedire a chiunque di continuare la scalata. Implementare controlli sui chip, per esempio, non sarebbe così difficile: sono componenti complessi da produrre e relativamente facili da tracciare. La diplomazia deve partire dalla consapevolezza del rischio comune”.
    Fermare l’IA “prima che sia troppo tardi” di Pier Luigi Pisa Illustrazione creata con Midjourney Colloquio con Nate Soares, presidente della no-profit Machine Intelligence Research Institute e uno dei massimi esperti dei rischi legati allo sviluppo di intelligenza artificiale. Insieme a Eliezer Yudkowsky, uno dei doomer più noti della Silicon Valley, ha pubblicato un saggio sul futuro distopico che potremmo vivere nel caso in cui le macchine sfuggissero al nostro controllo Un'IA non ha bisogno di “avere sentimenti” o “odiare l'umanità” per decidere, in nome dell'efficienza, che la nostra esistenza è un ostacolo ai suoi obiettivi. È ciò che sostengono Eliezer Yudkowsky e Nate Soares, due dei massimi esperti di rischi legati all’intelligenza artificiale, nel loro libro “Prima che sia troppo tardi”, edito in Italia da Mondadori, che mette in guardia su un futuro popolato da macchine più intelligenti e capaci degli esseri umani. In America il titolo del loro saggio è ancora più crudo: “Se qualcuno la costruisce, tutti quanti muoiono”. Da quando è comparsa ChatGpt, le visioni apocalittiche di scienziati ed esperti riaffiorano ciclicamente. Nel 2023 Elon Musk e altri innovatori firmarono una lettera in cui si chiedeva di fermare per sei mesi lo sviluppo dell’IA. Un appello inascoltato. “Ma la minaccia - dice Soares, presidente della no-profit Machine Intelligence Research (MIRI) - è reale”. Qual è il meccanismo più plausibile attraverso il quale un sistema di IA altamente capace potrebbe diventare pericoloso? “Potremmo finire schiacciati da fabbriche automatizzate che costruiscono altre fabbriche, o morire nell'oscurità perché nuovi pannelli solari galleggianti sottraggono ogni raggio di luce per alimentare i calcoli dell'IA, o ancora soccombere al calore perché le macchine iniziano a far bollire gli oceani per raffreddare i propri processori. La partita è persa nel momento in cui creiamo una specie che pensa meglio di noi e che gestisce le proprie risorse senza considerarci”. Ma perché le persone potrebbero essere percepite dall’IA come un ostacolo? “In primo luogo, se gli uomini hanno creato una superintelligenza, potrebbero crearne una seconda che rappresenterebbe una minaccia competitiva per la prima; di conseguenza, eliminare i creatori serve a prevenire la concorrenza. In secondo luogo, gli esseri umani potrebbero tentare di spegnere l’IA, diventando una minaccia diretta alla sua operatività. Infine, mantenere in vita la nostra specie è un inutile dispendio di risorse in un contesto in cui la proliferazione di infrastrutture di calcolo potrebbe innalzare le temperature globali a livelli per noi letali. Per l'IA, noi siamo semplicemente un fastidio logistico”. Eppure ancora oggi molti sono scettici sulle reali capacità di questa tecnologia. “A chi ha scoperto l'IA solo con ChatGpt, il sistema può sembrare goffo. Ma nel lungo periodo si nota come una piccola intuizione scientifica abbia improvvisamente permesso alle macchine di parlare. E molto più velocemente di quanto previsto dagli esperti. Il vero interrogativo è cosa accadrà alla prossima svolta rivoluzionaria”. Quale scenario ipotetico la spaventa di più? “Se le macchine decidessero di eliminarci attivamente, basterebbe un virus ingegnerizzato. Non servirebbe alcuna forza bruta”. Non è più plausibile che un disastro sia provocato dall’uso irresponsabile dell’IA da parte di una persona? “Un'intelligenza artificiale sufficientemente potente non resta al guinzaglio di nessuno. Se l'umanità crea sistemi capaci di mantenere la propria infrastruttura, moriremo tutti, a prescindere da chi ha premuto il tasto d'invio o da chi pensa di poterla usare in modo scorretto. Chi crea una superintelligenza non ne diventa il proprietario; è la superintelligenza a possedere il pianeta. Certo, esiste il rischio che dei terroristi utilizzino versioni meno avanzate per creare virus letali, ed è un pericolo che dobbiamo prevenire”. Nate Soares (a sinistra) e Eliezer Yudkowsky Quali misure considera realistiche per ridurre i rischi legati all’IA? “Credo fermamente che l'unica soluzione sia congelare la ricerca. Non esiste un modo sicuro per creare una nuova specie più intelligente dell'uomo, specialmente quando queste entità vengono "coltivate" e non progettate meccanicamente, tanto che nemmeno i loro creatori sanno come funzionano realmente”. Come si può convincere il mondo che fermarsi è l'unica possibilità di salvezza per la specie? “Il primo passo indispensabile è che i leader politici comprendano la reale entità del pericolo. Se capiscono che la posta in gioco è l'estinzione, possono avviare trattative diplomatiche per impedire a chiunque di continuare la scalata. Implementare controlli sui chip, per esempio, non sarebbe così difficile: sono componenti complessi da produrre e relativamente facili da tracciare. La diplomazia deve partire dalla consapevolezza del rischio comune”.
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  • On January 7, 1943, Nikola Tesla died alone in Room 3327 of the Hotel New Yorker. He was 86 years old. A maid found him two days later after he had left a “do not disturb” sign on his door. The official cause was coronary thrombosis. But the deeper truth was quieter — years of isolation, poverty, and a world that had moved on without the man who helped power it.

    This was the inventor of alternating current, the system that still runs through our homes today. He pioneered wireless transmission, radio technology, and electric motors. He held hundreds of patents and imagined ideas — like wireless communication and renewable energy — long before they became reality. Yet by the end of his life, he was nearly penniless.

    In his final years, Tesla lived simply. He survived mostly on milk, bread, honey, and vegetable juice. Every day he walked to nearby parks to feed pigeons, especially one white pigeon he loved deeply. He once said he loved her as a man loves a woman. When she died, something in him seemed to fade too.

    There was a time when Tesla dazzled New York society, lighting bulbs with his bare hands and creating artificial lightning in his laboratory. Investors once backed him. Crowds once admired him. But as his ideas grew more ambitious — especially his dream of free wireless energy for the world — funding disappeared. He became known more as an eccentric than a genius.

    And yet, when he died, the world paused. Thousands attended his funeral. Leaders and scientists sent tributes. Years later, the Supreme Court recognized his priority in radio patents. History slowly corrected itself. The world he electrified had not truly forgotten him — it had simply taken time to understand him.

    Today, his name lives on in science, technology, and even in companies that shape the modern age. Tesla died alone in a hotel room, feeding pigeons while the current he created hummed through cities. He did not die forgotten. He died having changed the world — and that legacy still shines.

    Il 7 gennaio 1943, Nikola Tesla morì da solo nella stanza 3327 dell'Hotel New Yorker. Aveva 86 anni. Una cameriera lo trovò due giorni dopo, dopo che aveva lasciato un cartello "non disturbare" sulla porta. La causa ufficiale fu una trombosi coronarica. Ma la verità più profonda era più nascosta: anni di isolamento, povertà e un mondo che era andato avanti senza l'uomo che contribuiva ad alimentarlo.

    Questo era l'inventore della corrente alternata, il sistema che ancora oggi attraversa le nostre case. Fu un pioniere della trasmissione senza fili, della tecnologia radio e dei motori elettrici. Detenne centinaia di brevetti e immaginò idee – come la comunicazione wireless e l'energia rinnovabile – molto prima che diventassero realtà. Eppure, alla fine della sua vita, era quasi senza un soldo.

    Nei suoi ultimi anni, Tesla visse in modo semplice. Sopravvisse principalmente a latte, pane, miele e succo di verdura. Ogni giorno andava a piedi nei parchi vicini per dare da mangiare ai piccioni, in particolare a un piccione bianco che amava profondamente. Una volta disse di amarla come un uomo ama una donna. Quando lei morì, qualcosa in lui sembrò svanire anche lui.

    C'è stato un tempo in cui Tesla abbagliava la società newyorkese, accendendo lampadine a mani nude e creando fulmini artificiali nel suo laboratorio. Un tempo gli investitori lo sostenevano. Un tempo la folla lo ammirava. Ma man mano che le sue idee diventavano più ambiziose – soprattutto il suo sogno di energia elettrica gratuita e senza fili per il mondo – i finanziamenti svanirono. Divenne noto più come un eccentrico che come un genio.

    Eppure, quando morì, il mondo si fermò. Migliaia di persone parteciparono al suo funerale. Leader e scienziati inviarono tributi. Anni dopo, la Corte Suprema gli riconobbe la priorità nei brevetti radiofonici. La storia si corresse lentamente. Il mondo da lui elettrificato non lo aveva veramente dimenticato – aveva semplicemente impiegato del tempo per capirlo.

    Oggi, il suo nome vive nella scienza, nella tecnologia e persino nelle aziende che plasmano l'era moderna. Tesla morì da solo in una stanza d'albergo, dando da mangiare ai piccioni mentre la corrente da lui creata ronzava per le città. Non morì dimenticato. Morì avendo cambiato il mondo – e questa eredità brilla ancora.
    On January 7, 1943, Nikola Tesla died alone in Room 3327 of the Hotel New Yorker. He was 86 years old. A maid found him two days later after he had left a “do not disturb” sign on his door. The official cause was coronary thrombosis. But the deeper truth was quieter — years of isolation, poverty, and a world that had moved on without the man who helped power it. This was the inventor of alternating current, the system that still runs through our homes today. He pioneered wireless transmission, radio technology, and electric motors. He held hundreds of patents and imagined ideas — like wireless communication and renewable energy — long before they became reality. Yet by the end of his life, he was nearly penniless. In his final years, Tesla lived simply. He survived mostly on milk, bread, honey, and vegetable juice. Every day he walked to nearby parks to feed pigeons, especially one white pigeon he loved deeply. He once said he loved her as a man loves a woman. When she died, something in him seemed to fade too. There was a time when Tesla dazzled New York society, lighting bulbs with his bare hands and creating artificial lightning in his laboratory. Investors once backed him. Crowds once admired him. But as his ideas grew more ambitious — especially his dream of free wireless energy for the world — funding disappeared. He became known more as an eccentric than a genius. And yet, when he died, the world paused. Thousands attended his funeral. Leaders and scientists sent tributes. Years later, the Supreme Court recognized his priority in radio patents. History slowly corrected itself. The world he electrified had not truly forgotten him — it had simply taken time to understand him. Today, his name lives on in science, technology, and even in companies that shape the modern age. Tesla died alone in a hotel room, feeding pigeons while the current he created hummed through cities. He did not die forgotten. He died having changed the world — and that legacy still shines. Il 7 gennaio 1943, Nikola Tesla morì da solo nella stanza 3327 dell'Hotel New Yorker. Aveva 86 anni. Una cameriera lo trovò due giorni dopo, dopo che aveva lasciato un cartello "non disturbare" sulla porta. La causa ufficiale fu una trombosi coronarica. Ma la verità più profonda era più nascosta: anni di isolamento, povertà e un mondo che era andato avanti senza l'uomo che contribuiva ad alimentarlo. Questo era l'inventore della corrente alternata, il sistema che ancora oggi attraversa le nostre case. Fu un pioniere della trasmissione senza fili, della tecnologia radio e dei motori elettrici. Detenne centinaia di brevetti e immaginò idee – come la comunicazione wireless e l'energia rinnovabile – molto prima che diventassero realtà. Eppure, alla fine della sua vita, era quasi senza un soldo. Nei suoi ultimi anni, Tesla visse in modo semplice. Sopravvisse principalmente a latte, pane, miele e succo di verdura. Ogni giorno andava a piedi nei parchi vicini per dare da mangiare ai piccioni, in particolare a un piccione bianco che amava profondamente. Una volta disse di amarla come un uomo ama una donna. Quando lei morì, qualcosa in lui sembrò svanire anche lui. C'è stato un tempo in cui Tesla abbagliava la società newyorkese, accendendo lampadine a mani nude e creando fulmini artificiali nel suo laboratorio. Un tempo gli investitori lo sostenevano. Un tempo la folla lo ammirava. Ma man mano che le sue idee diventavano più ambiziose – soprattutto il suo sogno di energia elettrica gratuita e senza fili per il mondo – i finanziamenti svanirono. Divenne noto più come un eccentrico che come un genio. Eppure, quando morì, il mondo si fermò. Migliaia di persone parteciparono al suo funerale. Leader e scienziati inviarono tributi. Anni dopo, la Corte Suprema gli riconobbe la priorità nei brevetti radiofonici. La storia si corresse lentamente. Il mondo da lui elettrificato non lo aveva veramente dimenticato – aveva semplicemente impiegato del tempo per capirlo. Oggi, il suo nome vive nella scienza, nella tecnologia e persino nelle aziende che plasmano l'era moderna. Tesla morì da solo in una stanza d'albergo, dando da mangiare ai piccioni mentre la corrente da lui creata ronzava per le città. Non morì dimenticato. Morì avendo cambiato il mondo – e questa eredità brilla ancora.
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  • Orthodontist in Southbury, CT | Braces & Invisalign at Aronson Orthodontics

    Aronson Orthodontics offers advanced orthodontic care for patients of all ages, including traditional braces and discreet clear aligner options such as Invisalign®, ClearCorrect™, and Spark™. Serving Southbury, Waterbury, and Middlebury, CT, our experienced team is committed to delivering comfortable, effective treatment plans designed to create healthy, confident smiles that last. For more information, visit us: https://www.eventbrite.com/o/aronson-orthodontics-120986843761
    Orthodontist in Southbury, CT | Braces & Invisalign at Aronson Orthodontics Aronson Orthodontics offers advanced orthodontic care for patients of all ages, including traditional braces and discreet clear aligner options such as Invisalign®, ClearCorrect™, and Spark™. Serving Southbury, Waterbury, and Middlebury, CT, our experienced team is committed to delivering comfortable, effective treatment plans designed to create healthy, confident smiles that last. For more information, visit us: https://www.eventbrite.com/o/aronson-orthodontics-120986843761
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    Aronson Orthodontics
    Aronson Orthodonticsis proud to provide modern orthodontic care in Southbury, Waterbury, and Middlebury, CT, using some of the latest orthodontic technology. We offer traditional braces and special services like Invisalign®, ClearCorrect™, and Spark™ aligners, promoting healthy, confident smiles by providing personalized treatment based on your unique orthodontic needs.
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