• La Metamorfosi delle Feste dell’Unità e della Sinistra Italiana

    Le Feste dell’Unità, da tradizionale simbolo della sinistra sociale, riflettono oggi una trasformazione culturale tra identità, diritti civili e distanza dall’elettorato storico

    di Piero De Ruvo

    Le Feste dell’Unità hanno rappresentato per decenni un "patrimonio" fondamentale per la sinistra italiana, un rito di passione politica basato sul lavoro volontario di migliaia di persone e sull’autofinanziamento pubblico. Storicamente, queste manifestazioni erano il fulcro della sinistra sociale, quella che metteva al centro la difesa del posto di lavoro, i salari, la difesa delle pensioni, la protezione sociale e la tutela dei ceti più fragili.

    Tuttavia, negli ultimi anni, il dibattito si è spostato prepotentemente verso una sinistra globalista e dei diritti civili, innescando una profonda frattura con l’elettorato tradizionale. A partire dagli anni Novanta, con l’avvento della globalizzazione, l’attenzione si è spostata dall’economia all’identità. Le grandi battaglie per i salari sono state progressivamente affiancate, e talvolta sostituite, da temi come l’inclusione, le minoranze e i nuovi modelli familiari allargati a due padri e due madri.

    Questo cambiamento è evidente nei programmi delle moderne Feste dell’Unità. Se un tempo il cuore degli eventi erano i dibattiti sulla sanità e il welfare, oggi trovano spazio manifestazioni legate al mondo LGBTQIA+. Nelle edizioni bolognesi, ad esempio, sono stati inseriti spettacoli come l’Asia Drag Queen Show e il Drag Marcella Show.

    La tradizione continua anche nel 2026.

    La FestUnità di Crevalcore, in programma dal 28 maggio al 22 giugno, si presenta come un connubio tra gastronomia tradizionale (ristorante di pesce e cucina tipica) e spazio eventi. Sebbene la programmazione specifica delle singole serate evolva, l’inserimento di spettacoli di intrattenimento variegato è ormai parte del format consolidato per attirare un pubblico eterogeneo e finanziare l’attività politica.

    Questa evoluzione non è priva di aspre critiche. Da un lato, c’è chi vede nel crescente focus sui diritti civili e sulle battaglie identitarie una distrazione rispetto ai problemi concreti che incidono sulla vita quotidiana di operai, pensionati, artigiani e famiglie, che con toni polemici e provocatori arrivano a sostenere che la sinistra abbia progressivamente abbandonato le tradizionali istanze sociali e del lavoro per concentrarsi su quelle che definisce sprezzantemente “cazzate”, temi percepiti come lontani dalle preoccupazioni reali della maggioranza dei cittadini.

    Secondo questa lettura, tale impostazione avrebbe contribuito ad allontanare il cosiddetto “popolo” dai partiti progressisti, alimentando sfiducia, disaffezione e un crescente senso di distanza tra la classe politica e le fasce popolari che storicamente costituivano il loro principale bacino elettorale.

    Un “totalitarismo della dissoluzione”, che ha abbandonato la lotta contro il capitale per diventare un “Partito Radicale di massa” funzionale alla grande finanza. In questa prospettiva, l’ideologia LGBT diventerebbe l’asse centrale per “atomizzare il corpo sociale” e privarlo di senso etico tradizionale.

    La presenza di artisti drag negli spazi pubblici ha generato conflitti anche a livello amministrativo. Un caso emblematico è avvenuto a Montegalda (Padova), dove il Comune ha revocato il permesso per una festa che prevedeva lo spettacolo di una drag queen in una piazza dedicata ai Caduti, invocando ragioni di “decoro” e rispetto per la sensibilità dei cittadini.

    L’episodio ha scatenato accuse di omofobia, evidenziando quanto il travestimento artistico sia ancora un tema divisivo quando esce dagli “spazi chiusi” per occupare il suolo pubblico.

    Le Feste dell’Unità del 2026 continuano a essere luoghi di socialità, incontro, impegno e leggerezza. Tuttavia, la trasformazione della loro offerta culturale sembra riflettere la più ampia crisi d’identità di una sinistra che fatica a conciliare le proprie radici popolari e operaie con le nuove battaglie legate ai diritti e alle identità contemporanee.

    Per i critici, questa evoluzione risponderebbe anche all’esigenza di intercettare nuovi segmenti di elettorato indispensabili per mantenere un peso politico e parlamentare significativo. Il rischio, però, è quello di apparire agli occhi di una parte del proprio storico bacino elettorale sempre più distante dalle difficoltà quotidiane delle periferie, del lavoro e delle fasce sociali più fragili.

    Una percezione che, alimentata dal crescente distacco tra rappresentanza politica e bisogni concreti, rischia di diventare ogni giorno più evidente.
    La Metamorfosi delle Feste dell’Unità e della Sinistra Italiana Le Feste dell’Unità, da tradizionale simbolo della sinistra sociale, riflettono oggi una trasformazione culturale tra identità, diritti civili e distanza dall’elettorato storico di Piero De Ruvo Le Feste dell’Unità hanno rappresentato per decenni un "patrimonio" fondamentale per la sinistra italiana, un rito di passione politica basato sul lavoro volontario di migliaia di persone e sull’autofinanziamento pubblico. Storicamente, queste manifestazioni erano il fulcro della sinistra sociale, quella che metteva al centro la difesa del posto di lavoro, i salari, la difesa delle pensioni, la protezione sociale e la tutela dei ceti più fragili. Tuttavia, negli ultimi anni, il dibattito si è spostato prepotentemente verso una sinistra globalista e dei diritti civili, innescando una profonda frattura con l’elettorato tradizionale. A partire dagli anni Novanta, con l’avvento della globalizzazione, l’attenzione si è spostata dall’economia all’identità. Le grandi battaglie per i salari sono state progressivamente affiancate, e talvolta sostituite, da temi come l’inclusione, le minoranze e i nuovi modelli familiari allargati a due padri e due madri. Questo cambiamento è evidente nei programmi delle moderne Feste dell’Unità. Se un tempo il cuore degli eventi erano i dibattiti sulla sanità e il welfare, oggi trovano spazio manifestazioni legate al mondo LGBTQIA+. Nelle edizioni bolognesi, ad esempio, sono stati inseriti spettacoli come l’Asia Drag Queen Show e il Drag Marcella Show. La tradizione continua anche nel 2026. La FestUnità di Crevalcore, in programma dal 28 maggio al 22 giugno, si presenta come un connubio tra gastronomia tradizionale (ristorante di pesce e cucina tipica) e spazio eventi. Sebbene la programmazione specifica delle singole serate evolva, l’inserimento di spettacoli di intrattenimento variegato è ormai parte del format consolidato per attirare un pubblico eterogeneo e finanziare l’attività politica. Questa evoluzione non è priva di aspre critiche. Da un lato, c’è chi vede nel crescente focus sui diritti civili e sulle battaglie identitarie una distrazione rispetto ai problemi concreti che incidono sulla vita quotidiana di operai, pensionati, artigiani e famiglie, che con toni polemici e provocatori arrivano a sostenere che la sinistra abbia progressivamente abbandonato le tradizionali istanze sociali e del lavoro per concentrarsi su quelle che definisce sprezzantemente “cazzate”, temi percepiti come lontani dalle preoccupazioni reali della maggioranza dei cittadini. Secondo questa lettura, tale impostazione avrebbe contribuito ad allontanare il cosiddetto “popolo” dai partiti progressisti, alimentando sfiducia, disaffezione e un crescente senso di distanza tra la classe politica e le fasce popolari che storicamente costituivano il loro principale bacino elettorale. Un “totalitarismo della dissoluzione”, che ha abbandonato la lotta contro il capitale per diventare un “Partito Radicale di massa” funzionale alla grande finanza. In questa prospettiva, l’ideologia LGBT diventerebbe l’asse centrale per “atomizzare il corpo sociale” e privarlo di senso etico tradizionale. La presenza di artisti drag negli spazi pubblici ha generato conflitti anche a livello amministrativo. Un caso emblematico è avvenuto a Montegalda (Padova), dove il Comune ha revocato il permesso per una festa che prevedeva lo spettacolo di una drag queen in una piazza dedicata ai Caduti, invocando ragioni di “decoro” e rispetto per la sensibilità dei cittadini. L’episodio ha scatenato accuse di omofobia, evidenziando quanto il travestimento artistico sia ancora un tema divisivo quando esce dagli “spazi chiusi” per occupare il suolo pubblico. Le Feste dell’Unità del 2026 continuano a essere luoghi di socialità, incontro, impegno e leggerezza. Tuttavia, la trasformazione della loro offerta culturale sembra riflettere la più ampia crisi d’identità di una sinistra che fatica a conciliare le proprie radici popolari e operaie con le nuove battaglie legate ai diritti e alle identità contemporanee. Per i critici, questa evoluzione risponderebbe anche all’esigenza di intercettare nuovi segmenti di elettorato indispensabili per mantenere un peso politico e parlamentare significativo. Il rischio, però, è quello di apparire agli occhi di una parte del proprio storico bacino elettorale sempre più distante dalle difficoltà quotidiane delle periferie, del lavoro e delle fasce sociali più fragili. Una percezione che, alimentata dal crescente distacco tra rappresentanza politica e bisogni concreti, rischia di diventare ogni giorno più evidente.
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  • D'ISTRUZIONE PUBBLICA
    Sabato 6 giugno 2026 | Ore 18:00
    Villa Viva – Viale Affori 21, Milano

    Ci sono serate in cui il cinema smette di essere intrattenimento e diventa specchio — uno specchio che non puoi evitare di guardare.
    Sabato sarò a Milano per questo, insieme agli amici di Multipopolare e Meta-Educazione: la proiezione di D'Istruzione Pubblica, il film-inchiesta di Federico Greco e Mirko Melchiorre che racconta qualcosa che ci riguarda tutti, profondamente.

    La scuola pubblica. Il sapere come bene comune. E quello che rischiamo di perdere — o che stiamo già perdendo — quando la conoscenza diventa merce e l'istruzione si piega alle logiche del mercato.
    Il cinema, quando è davvero cinema, riesce a fare quello che i dati e le analisi spesso non riescono: ci fa sentire la realtà, ci mette dentro le cose, ci obbliga a stare con ciò che è scomodo. E in un paese che ha bisogno di essere rifondato dalle fondamenta — a partire proprio dalla cultura e dall'educazione — avere uno strumento come questo è già un atto politico.
    Vi aspetto lì. Per guardare, ascoltare, e poi parlarne insieme.

    Proiezione + aperitivo + dibattito con il regista Federico Greco

    Ingresso ad offerta libera
    multipopolaremilano@gmail.com

    "Perché la rivoluzione è il contrario della solitudine."
    — Federico Greco

    Ci vediamo sabato.

    #DistruzionePubblica #ScuolaPubblica #FedericoGreco #MultipopolareMilano #milanoeventi
    🎬 D'ISTRUZIONE PUBBLICA 📅 Sabato 6 giugno 2026 | 🕕 Ore 18:00 📍 Villa Viva – Viale Affori 21, Milano Ci sono serate in cui il cinema smette di essere intrattenimento e diventa specchio — uno specchio che non puoi evitare di guardare. Sabato sarò a Milano per questo, insieme agli amici di Multipopolare e Meta-Educazione: la proiezione di D'Istruzione Pubblica, il film-inchiesta di Federico Greco e Mirko Melchiorre che racconta qualcosa che ci riguarda tutti, profondamente. La scuola pubblica. Il sapere come bene comune. E quello che rischiamo di perdere — o che stiamo già perdendo — quando la conoscenza diventa merce e l'istruzione si piega alle logiche del mercato. Il cinema, quando è davvero cinema, riesce a fare quello che i dati e le analisi spesso non riescono: ci fa sentire la realtà, ci mette dentro le cose, ci obbliga a stare con ciò che è scomodo. E in un paese che ha bisogno di essere rifondato dalle fondamenta — a partire proprio dalla cultura e dall'educazione — avere uno strumento come questo è già un atto politico. Vi aspetto lì. Per guardare, ascoltare, e poi parlarne insieme. Proiezione + aperitivo + dibattito con il regista Federico Greco 🎟️ Ingresso ad offerta libera 📩 multipopolaremilano@gmail.com "Perché la rivoluzione è il contrario della solitudine." — Federico Greco Ci vediamo sabato. 🙏 #DistruzionePubblica #ScuolaPubblica #FedericoGreco #MultipopolareMilano #milanoeventi
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  • RES PUBLICA
    (La traduzione più comune è "Repubblica". Quella più corretta, forse, è: ciò che riguarda tutti).

    Oggi celebriamo la Festa della Repubblica e, come accade per molte ricorrenze, il rischio è che il significato della giornata finisca per essere assorbito dalla dimensione più pratica: un giorno di pausa, un'occasione per partire, per concedersi un ponte o semplicemente per staccare dalla routine quotidiana. E non c'è nulla di sbagliato in questo. Anzi, buon viaggio a chi è in partenza. Ma, mentre ci prepariamo a vivere questa giornata, mi viene spontaneo augurare anche un buon viaggio all'Italia.

    Perché rispetto a quel 2 giugno del 1946 sono cambiate molte cose. Alcune in meglio, altre meno. E forse il punto non è nemmeno fare un bilancio tra ciò che funziona e ciò che non funziona. Quello che mi interessa davvero è chiedermi se sia rimasto vivo lo spirito che rese possibile quella scelta. Non tanto la scelta tra monarchia e repubblica, quanto il coraggio di assumersi una responsabilità collettiva e di immaginare un futuro diverso da quello che si aveva davanti.

    Per questo, più che guardare a ciò che accadde allora, mi piace chiedermi una cosa diversa: se la Repubblica dovesse essere votata oggi, vincerebbe ancora?

    Non intendo come forma di Stato. Quella è una questione ormai consegnata alla storia. Mi riferisco alla Repubblica come progetto comune, come idea che esista qualcosa che ci riguarda tutti e che meriti il nostro impegno. Vincerebbe ancora la convinzione che una comunità possa essere più della somma dei singoli interessi? Vincerebbe ancora l'idea che partecipare sia meglio che limitarsi a osservare? Vincerebbe ancora la fiducia che, pur nelle differenze, esista un destino condiviso?

    Ho l'impressione che negli ultimi anni sia diventato sempre più facile rifugiarsi nel proprio spazio personale, concentrarsi sulle proprie priorità, proteggere il proprio piccolo perimetro di certezze. Ed è comprensibile. Viviamo in un tempo che spesso premia l'individualismo e alimenta la sensazione che ognuno debba cavarsela da solo.

    Eppure una Repubblica esiste proprio per ricordarci che ci sono questioni che non possono essere affrontate individualmente e che il "bene comune" non è una formula astratta buona per i libri di educazione civica.

    La Repubblica non vive nelle celebrazioni ufficiali, nelle parate o nella scritta impressa su un passaporto. Vive nella qualità dei nostri comportamenti quotidiani, nella capacità di rispettare ciò che è pubblico come se fosse davvero nostro, nella disponibilità ad ascoltare chi la pensa diversamente, nel senso di responsabilità che mettiamo nelle scelte di ogni giorno.

    Vive quando smettiamo di considerare i problemi del Paese come qualcosa che riguarda sempre qualcun altro.
    Per questo credo che il modo migliore per onorare il 2 giugno non sia guardare al passato con nostalgia o limitarci a ricordare una decisione presa quasi ottant'anni fa. Credo sia chiederci quale contributo siamo disposti a dare oggi, nel nostro piccolo, per rendere più forte la comunità di cui facciamo parte.

    Perché le grandi trasformazioni raramente iniziano dai grandi proclami: molto più spesso nascono da ciò che accade nei luoghi che frequentiamo ogni giorno, nelle relazioni che costruiamo e nelle responsabilità che scegliamo di assumerci.
    E forse, alla fine, il senso più autentico della cittadinanza sta proprio qui: nella consapevolezza che non basta appartenere a una Repubblica per farla esistere davvero.

    Come scriveva Antonio Gramsci:
    "Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza."

    Parole scritte in un'altra epoca, ma che continuano a ricordarci che il futuro di una comunità non dipende soltanto dalle istituzioni. Dipende anche da ciò che ciascuno di noi decide di fare, ogni giorno, nel proprio metro quadrato di realtà.

    #ResPublica
    RES PUBLICA (La traduzione più comune è "Repubblica". Quella più corretta, forse, è: ciò che riguarda tutti). Oggi celebriamo la Festa della Repubblica e, come accade per molte ricorrenze, il rischio è che il significato della giornata finisca per essere assorbito dalla dimensione più pratica: un giorno di pausa, un'occasione per partire, per concedersi un ponte o semplicemente per staccare dalla routine quotidiana. E non c'è nulla di sbagliato in questo. Anzi, buon viaggio a chi è in partenza. Ma, mentre ci prepariamo a vivere questa giornata, mi viene spontaneo augurare anche un buon viaggio all'Italia. Perché rispetto a quel 2 giugno del 1946 sono cambiate molte cose. Alcune in meglio, altre meno. E forse il punto non è nemmeno fare un bilancio tra ciò che funziona e ciò che non funziona. Quello che mi interessa davvero è chiedermi se sia rimasto vivo lo spirito che rese possibile quella scelta. Non tanto la scelta tra monarchia e repubblica, quanto il coraggio di assumersi una responsabilità collettiva e di immaginare un futuro diverso da quello che si aveva davanti. Per questo, più che guardare a ciò che accadde allora, mi piace chiedermi una cosa diversa: se la Repubblica dovesse essere votata oggi, vincerebbe ancora? Non intendo come forma di Stato. Quella è una questione ormai consegnata alla storia. Mi riferisco alla Repubblica come progetto comune, come idea che esista qualcosa che ci riguarda tutti e che meriti il nostro impegno. Vincerebbe ancora la convinzione che una comunità possa essere più della somma dei singoli interessi? Vincerebbe ancora l'idea che partecipare sia meglio che limitarsi a osservare? Vincerebbe ancora la fiducia che, pur nelle differenze, esista un destino condiviso? Ho l'impressione che negli ultimi anni sia diventato sempre più facile rifugiarsi nel proprio spazio personale, concentrarsi sulle proprie priorità, proteggere il proprio piccolo perimetro di certezze. Ed è comprensibile. Viviamo in un tempo che spesso premia l'individualismo e alimenta la sensazione che ognuno debba cavarsela da solo. Eppure una Repubblica esiste proprio per ricordarci che ci sono questioni che non possono essere affrontate individualmente e che il "bene comune" non è una formula astratta buona per i libri di educazione civica. La Repubblica non vive nelle celebrazioni ufficiali, nelle parate o nella scritta impressa su un passaporto. Vive nella qualità dei nostri comportamenti quotidiani, nella capacità di rispettare ciò che è pubblico come se fosse davvero nostro, nella disponibilità ad ascoltare chi la pensa diversamente, nel senso di responsabilità che mettiamo nelle scelte di ogni giorno. Vive quando smettiamo di considerare i problemi del Paese come qualcosa che riguarda sempre qualcun altro. Per questo credo che il modo migliore per onorare il 2 giugno non sia guardare al passato con nostalgia o limitarci a ricordare una decisione presa quasi ottant'anni fa. Credo sia chiederci quale contributo siamo disposti a dare oggi, nel nostro piccolo, per rendere più forte la comunità di cui facciamo parte. Perché le grandi trasformazioni raramente iniziano dai grandi proclami: molto più spesso nascono da ciò che accade nei luoghi che frequentiamo ogni giorno, nelle relazioni che costruiamo e nelle responsabilità che scegliamo di assumerci. E forse, alla fine, il senso più autentico della cittadinanza sta proprio qui: nella consapevolezza che non basta appartenere a una Repubblica per farla esistere davvero. Come scriveva Antonio Gramsci: "Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza." Parole scritte in un'altra epoca, ma che continuano a ricordarci che il futuro di una comunità non dipende soltanto dalle istituzioni. Dipende anche da ciò che ciascuno di noi decide di fare, ogni giorno, nel proprio metro quadrato di realtà. #ResPublica
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  • ASCOLTATE BENE ROY De VITA sul Remdesivir. FAUCI MERITA il CARCERE a VITA. ASSASSINO!
    MASSIMA DIFFUSIONE!

    REMDESIVIR: IL VELENO DI FAUCI
    di Roy De Vita

    Quanti «Io credo nella scienza» pronunciato con saccenza abbiamo dovuto sentire… e ne sentiremo ancora… Nella scienza non si crede, non è una fede, è un metodo e i metodi possono essere corrotti, anche in 24 ore, con 3000 dollari a paziente. Ascoltate.

    «Novembre 2020. Ero ricoverato allo Spallanzani. Mi hanno somministrato il “farmaco miracoloso” di Anthony Fauci. (l’immunologo statunitense, ex consigliere medico della Casa Bianca e responsabile della gestione della pandemia di Covid n.d.r.), I miei parametri epatici e renali sono andati alle stelle. Sono guarito nonostante il Remdesivir.
    Lo studio usato per promuoverlo l’ACTT-1 era finanziato dal NIAID (The National Institute of Allergy and Infectious Diseases), l’istituto diretto da Fauci stesso. Controllore e promotore. La stessa persona.
    Il 30 aprile 2020 Fauci annuncia alla Casa Bianca i risultati prima ancora della pubblicazione scientifica. Il giorno dopo l’ente regolatore, la FDA emette l’autorizzazione d’emergenza. 3.120 dollari per ciclo.
    3 miliardi di dollari nel primo anno.
    L’OMS nel frattempo conduceva il trial Solidarity. 14.000 pazienti, 35 paesi. Risultato: zero beneficio significativo sulla mortalità.
    Su 1.600 pazienti trattati: il 19% ha sviluppato danni al fegato. Io ero tra loro.
    Il Remdesivir non è stato un errore medico. È stata un’operazione finanziaria condotta sotto copertura scientifica. Io ero lì».

    Guardate il video.
    https://www.facebook.com/reel/1548869446569009

    Il remdesivir è un principio attivo antivirale approvato per la terapia dei pazienti Covid-19. E’ il primo farmaco antivirale ad aver ottenuto l’ autorizzazione dall’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) con indicazione specifica per il trattamento della malattia COVID-19 causata dal virus SARS-CoV-2 (anche noto come "nuovo Coronavirus") negli adulti e negli adolescenti (di età pari o superiore a 12 anni e peso pari ad almeno 40 kg) con polmonite che richiede ossigenoterapia supplementare.
    L'utilizzo del remdesivir è riservato al solo ambito ospedaliero, poiché va somministrato per via endovenosa da personale sanitario specializzato. Nel nostro Paese si trova all'interno di una specialità medicinale avente nome commerciale Veklury®.
    NOTA BENE: il medicinale a base di remdesivir è stato sottoposto a "monitoraggio addizionale" per permettere la rapida identificazione di nuove informazioni sulla sicurezza. A questo proposito, le segnalazioni degli stessi pazienti e del personale sanitario possono rivelarsi molto utili. I pazienti fungevano sostanzialmente da cavia...

    https://www.aifa.gov.it/-/disponibilit%C3%A0-molnupiravir-e-remdesivir-trattamento-pazienti-non-ospedalizzati-covid-19-1

    #remdesivir #covid #fauci #scienza #roydevitamethod

    E pensare che una terapia precoce con i comuni antinfiammatori (FANS) avrebbe potuto ridurre i ricoveri fino al 90% !!!!!


    COVID, TERAPIA PRECOCE CON ANTINFIAMMATORI RIDUCE LE OSPEDALIZZAZIONI DEL 90%

    Secondo uno studio pubblicato su Lancet Infectious Diseases, condotto dall’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri e dall’Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo, le terapie a base di antinfiammatori (in particolare non steroidei, i Fans), avviate all’inizio dei sintomi, riducono il rischio di ospedalizzazione per COVID-19 dell’85-90%. I risultati della ricerca, pubblicati il 26 agosto 2022 dal Corriere della Sera, mostrerebbero l’efficacia dei Fans nel trattamento delle infezione quando i sintomi sono «lievi e moderati»: «gli accessi al pronto soccorso e le ospedalizzazioni scendono dell’80% (dato accorpato), le sole ospedalizzazioni dell’85-90%, il tempo di risoluzione dei sintomi si accorcia dell’80% e la necessità di supplementazione di ossigeno del 100%». Nello studio, dal titolo La casa come nuova frontiera per il trattamento di COVID-19: il caso degli antinfiammatori, vengono presi in esame specialmente i farmaci «inibitori relativamente selettivi della Cox-2 (ciclossigenasi), un enzima coinvolto in diversi processi fisiologici e patologici». Tra i medicamenti si citano Celecoxib e Nimesulide, considerati particolarmente efficaci contro la COVID-19, ma anche quelli contenenti ibuprofene e l’aspirina. I Fans, si legge ancora sul Corsera, «inibiscono, oltre alla Cox-2, anche un altro enzima, simile ma non identico, la Cox-1, meno implicata nell’infiammazione e collegata invece al rischio di effetti collaterali a livello gastrointestinale, che si verificano in particolare se gli antinfiammatori vengono assunti in alte dosi per più di 3-4 giorni». Dopo oltre due anni di pandemia la comunità scientifica concorda sul fatto che sia l’infiammazione (flogosi) a causare la morte nei malati COVID, piuttosto che il virus in sé. L’uso dei Fans permettrebbe dunque di spegnerla precocemente e ridurre il rischio di finire in ospedale. Lo studio smonta inoltre le numerose fake news, circolatate soprattutto a inizio pandemia, secondo cui gli antinfiammatori non steroidei, come l'ibuprofene, peggiorerebbero l’infiammazione nei malati COVID.

    Perico N, Cortinovis M, Suter F et al.
    Home as the new frontier for the treatment of COVID-19: the case for anti-inflammatory agents
    The Lancet Infectious Diseases, 2022; 23, e22-e33
    https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(22)00433-9/fulltext
    https://www.corriere.it/salute/malattie_infettive/22_agosto_26/covid-terapia-precoce-antinfiammatori-riduce-ospedalizzazioni-4cb3b68c-24ae-11ed-9477-8142972fc587.shtml

    Coronavirus Lo studio COVID: «Gli antifiammatori riducono i ricoveri del 90%»
    Secondo la ricerca, pubblicata su Lancet Infectious Diseases, i Fans ridurrebbero il rischio ospedalizzazione se presi quando i sintomi sono lievi o moderati
    Corriere del Ticino 27 agosto 2022 14:08
    https://www.cdt.ch/news/mondo/lo-studio-covid-gli-antifiammatori-riducono-i-ricoveri-del-90-291872
    ASCOLTATE BENE ROY De VITA sul Remdesivir. FAUCI MERITA il CARCERE a VITA. ASSASSINO! MASSIMA DIFFUSIONE! REMDESIVIR: IL VELENO DI FAUCI di Roy De Vita Quanti «Io credo nella scienza» pronunciato con saccenza abbiamo dovuto sentire… e ne sentiremo ancora… Nella scienza non si crede, non è una fede, è un metodo e i metodi possono essere corrotti, anche in 24 ore, con 3000 dollari a paziente. Ascoltate. «Novembre 2020. Ero ricoverato allo Spallanzani. Mi hanno somministrato il “farmaco miracoloso” di Anthony Fauci. (l’immunologo statunitense, ex consigliere medico della Casa Bianca e responsabile della gestione della pandemia di Covid n.d.r.), I miei parametri epatici e renali sono andati alle stelle. Sono guarito nonostante il Remdesivir. Lo studio usato per promuoverlo l’ACTT-1 era finanziato dal NIAID (The National Institute of Allergy and Infectious Diseases), l’istituto diretto da Fauci stesso. Controllore e promotore. La stessa persona. Il 30 aprile 2020 Fauci annuncia alla Casa Bianca i risultati prima ancora della pubblicazione scientifica. Il giorno dopo l’ente regolatore, la FDA emette l’autorizzazione d’emergenza. 3.120 dollari per ciclo. 3 miliardi di dollari nel primo anno. L’OMS nel frattempo conduceva il trial Solidarity. 14.000 pazienti, 35 paesi. Risultato: zero beneficio significativo sulla mortalità. Su 1.600 pazienti trattati: il 19% ha sviluppato danni al fegato. Io ero tra loro. Il Remdesivir non è stato un errore medico. È stata un’operazione finanziaria condotta sotto copertura scientifica. Io ero lì». 👇 Guardate il video. https://www.facebook.com/reel/1548869446569009 Il remdesivir è un principio attivo antivirale approvato per la terapia dei pazienti Covid-19. E’ il primo farmaco antivirale ad aver ottenuto l’ autorizzazione dall’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) con indicazione specifica per il trattamento della malattia COVID-19 causata dal virus SARS-CoV-2 (anche noto come "nuovo Coronavirus") negli adulti e negli adolescenti (di età pari o superiore a 12 anni e peso pari ad almeno 40 kg) con polmonite che richiede ossigenoterapia supplementare. L'utilizzo del remdesivir è riservato al solo ambito ospedaliero, poiché va somministrato per via endovenosa da personale sanitario specializzato. Nel nostro Paese si trova all'interno di una specialità medicinale avente nome commerciale Veklury®. NOTA BENE: il medicinale a base di remdesivir è stato sottoposto a "monitoraggio addizionale" per permettere la rapida identificazione di nuove informazioni sulla sicurezza. A questo proposito, le segnalazioni degli stessi pazienti e del personale sanitario possono rivelarsi molto utili. I pazienti fungevano sostanzialmente da cavia... 👇 https://www.aifa.gov.it/-/disponibilit%C3%A0-molnupiravir-e-remdesivir-trattamento-pazienti-non-ospedalizzati-covid-19-1 #remdesivir #covid #fauci #scienza #roydevitamethod 📌 E pensare che una terapia precoce con i comuni antinfiammatori (FANS) avrebbe potuto ridurre i ricoveri fino al 90% !!!!! 👇 COVID, TERAPIA PRECOCE CON ANTINFIAMMATORI RIDUCE LE OSPEDALIZZAZIONI DEL 90% Secondo uno studio pubblicato su Lancet Infectious Diseases, condotto dall’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri e dall’Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo, le terapie a base di antinfiammatori (in particolare non steroidei, i Fans), avviate all’inizio dei sintomi, riducono il rischio di ospedalizzazione per COVID-19 dell’85-90%. I risultati della ricerca, pubblicati il 26 agosto 2022 dal Corriere della Sera, mostrerebbero l’efficacia dei Fans nel trattamento delle infezione quando i sintomi sono «lievi e moderati»: «gli accessi al pronto soccorso e le ospedalizzazioni scendono dell’80% (dato accorpato), le sole ospedalizzazioni dell’85-90%, il tempo di risoluzione dei sintomi si accorcia dell’80% e la necessità di supplementazione di ossigeno del 100%». Nello studio, dal titolo La casa come nuova frontiera per il trattamento di COVID-19: il caso degli antinfiammatori, vengono presi in esame specialmente i farmaci «inibitori relativamente selettivi della Cox-2 (ciclossigenasi), un enzima coinvolto in diversi processi fisiologici e patologici». Tra i medicamenti si citano Celecoxib e Nimesulide, considerati particolarmente efficaci contro la COVID-19, ma anche quelli contenenti ibuprofene e l’aspirina. I Fans, si legge ancora sul Corsera, «inibiscono, oltre alla Cox-2, anche un altro enzima, simile ma non identico, la Cox-1, meno implicata nell’infiammazione e collegata invece al rischio di effetti collaterali a livello gastrointestinale, che si verificano in particolare se gli antinfiammatori vengono assunti in alte dosi per più di 3-4 giorni». Dopo oltre due anni di pandemia la comunità scientifica concorda sul fatto che sia l’infiammazione (flogosi) a causare la morte nei malati COVID, piuttosto che il virus in sé. L’uso dei Fans permettrebbe dunque di spegnerla precocemente e ridurre il rischio di finire in ospedale. Lo studio smonta inoltre le numerose fake news, circolatate soprattutto a inizio pandemia, secondo cui gli antinfiammatori non steroidei, come l'ibuprofene, peggiorerebbero l’infiammazione nei malati COVID. Perico N, Cortinovis M, Suter F et al. Home as the new frontier for the treatment of COVID-19: the case for anti-inflammatory agents The Lancet Infectious Diseases, 2022; 23, e22-e33 https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(22)00433-9/fulltext https://www.corriere.it/salute/malattie_infettive/22_agosto_26/covid-terapia-precoce-antinfiammatori-riduce-ospedalizzazioni-4cb3b68c-24ae-11ed-9477-8142972fc587.shtml Coronavirus Lo studio COVID: «Gli antifiammatori riducono i ricoveri del 90%» Secondo la ricerca, pubblicata su Lancet Infectious Diseases, i Fans ridurrebbero il rischio ospedalizzazione se presi quando i sintomi sono lievi o moderati Corriere del Ticino 27 agosto 2022 14:08 https://www.cdt.ch/news/mondo/lo-studio-covid-gli-antifiammatori-riducono-i-ricoveri-del-90-291872
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  • SCHIAVI MODERNI NELLA ZONA FRANCA
    Milano fra moderni schiavi e assuefazione

    A Milano ci siamo abituati a tutto.
    Ci siamo abituati alle colate di cemento vendute come rigenerazione urbana. Ci siamo abituati agli appalti che sollevano più domande che certezze. Ci siamo abituati alla violenza che cresce e ai comunicati che la raccontano come fosse meteo. Ci siamo abituati soprattutto a una pericolosa forma di anestesia collettiva.

    Sappiamo bene che l'Italia vive da decenni dentro equilibri geopolitici dove il peso degli Stati Uniti è tutt'altro che marginale. Ma il punto non è questo. Il punto è chiedersi se consolati e ambasciate presenti sul nostro territorio debbano trasformarsi in una sorta di zona franca, dove certe dinamiche vengono tollerate con una leggerezza che altrove farebbe scattare ben altri allarmi.

    Perché la vicenda del nuovo Consolato USA nell'area dell'ex Tiro a Segno di Piazzale Accursio racconta qualcosa che va oltre la cronaca giudiziaria. Un progetto da 200 milioni di dollari, centinaia di lavoratori impiegati, uno dei cantieri simbolo della Milano che cresce e si espande. Poi arrivano le accuse della Procura: operai reclutati in India attraverso intermediari senza scrupoli, migliaia di euro versati per ottenere un posto di lavoro, famiglie indebitate, salari trattenuti, minacce, turni massacranti e condizioni che gli inquirenti descrivono come una forma di para schiavismo.

    Ed è qui che emerge la domanda più scomoda. Non come si interviene adesso, perché l'inchiesta sta facendo il suo corso. Ma come sia stato possibile arrivare fino a questo punto
    Come sia stato possibile accettare determinati giochi e determinate imposizioni che, pur provenendo da soggetti esteri, si sviluppano comunque dentro il tessuto della nostra città e nel rapporto inevitabile con il Paese che li ospita.
    Quali giustificazioni dovrebbero arrivare adesso? Quali controlli sono mancati? E soprattutto: davvero qualcuno pensa che il prestigio di un'opera o il peso di chi la commissiona possano rappresentare una deroga implicita ai principi di trasparenza e legalità

    Per anni abbiamo guardato a città come Dubai come al simbolo di uno sviluppo che non guarda in faccia nessuno. Grattacieli scintillanti costruiti sulle spalle di lavoratori invisibili. Oggi scopriamo che certe logiche possono affacciarsi anche qui, nella Milano delle conferenze sulla sostenibilità, dei diritti e delle grandi narrazioni internazionali.

    Adesso questo scenario è a Milano.
    E allora la questione non è più politica, ideologica o propagandistica. È la realtà stessa che ci parla di una città dove troppo spesso la scorrettezza viene praticata alla luce del sole e metabolizzata con una rapidità disarmante.

    Forse è arrivato il momento di costruire una risposta strutturale. Un presidio o meglio Assessorato permanente sulla trasparenza e sulla legalità delle grandi operazioni urbane. Un sistema che controlli tutto e tutti, senza differenze tra soggetti privati, multinazionali o istituzioni estere. Fosse anche Mr. Trump in persona a chiedere strada libera nel moderno Risiko delle città e delle economie da assoggettare.

    Perché a tutto c'è un limite.
    E il problema non è soltanto chi quel limite lo supera. Il problema è una città che, un pezzo alla volta, rischia di non accorgersene più.
    La realtà ci sta chiedendo una nuova disciplina civile e istituzionale. Regole uguali per tutti. Senza eccezioni, senza sudditanze e senza zone franche.

    Perché la dignità del lavoro non può diventare una voce negoziabile nel bilancio di nessuno.

    #Milano #Legalità #Trasparenza #DirittiDeiLavoratori #PoliticaLocale
    SCHIAVI MODERNI NELLA ZONA FRANCA Milano fra moderni schiavi e assuefazione A Milano ci siamo abituati a tutto. Ci siamo abituati alle colate di cemento vendute come rigenerazione urbana. Ci siamo abituati agli appalti che sollevano più domande che certezze. Ci siamo abituati alla violenza che cresce e ai comunicati che la raccontano come fosse meteo. Ci siamo abituati soprattutto a una pericolosa forma di anestesia collettiva. Sappiamo bene che l'Italia vive da decenni dentro equilibri geopolitici dove il peso degli Stati Uniti è tutt'altro che marginale. Ma il punto non è questo. Il punto è chiedersi se consolati e ambasciate presenti sul nostro territorio debbano trasformarsi in una sorta di zona franca, dove certe dinamiche vengono tollerate con una leggerezza che altrove farebbe scattare ben altri allarmi. Perché la vicenda del nuovo Consolato USA nell'area dell'ex Tiro a Segno di Piazzale Accursio racconta qualcosa che va oltre la cronaca giudiziaria. Un progetto da 200 milioni di dollari, centinaia di lavoratori impiegati, uno dei cantieri simbolo della Milano che cresce e si espande. Poi arrivano le accuse della Procura: operai reclutati in India attraverso intermediari senza scrupoli, migliaia di euro versati per ottenere un posto di lavoro, famiglie indebitate, salari trattenuti, minacce, turni massacranti e condizioni che gli inquirenti descrivono come una forma di para schiavismo. 👉Ed è qui che emerge la domanda più scomoda. Non come si interviene adesso, perché l'inchiesta sta facendo il suo corso. Ma come sia stato possibile arrivare fino a questo punto⁉️ Come sia stato possibile accettare determinati giochi e determinate imposizioni che, pur provenendo da soggetti esteri, si sviluppano comunque dentro il tessuto della nostra città e nel rapporto inevitabile con il Paese che li ospita. Quali giustificazioni dovrebbero arrivare adesso? Quali controlli sono mancati? E soprattutto: davvero qualcuno pensa che il prestigio di un'opera o il peso di chi la commissiona possano rappresentare una deroga implicita ai principi di trasparenza e legalità⁉️ Per anni abbiamo guardato a città come Dubai come al simbolo di uno sviluppo che non guarda in faccia nessuno. Grattacieli scintillanti costruiti sulle spalle di lavoratori invisibili. Oggi scopriamo che certe logiche possono affacciarsi anche qui, nella Milano delle conferenze sulla sostenibilità, dei diritti e delle grandi narrazioni internazionali. Adesso questo scenario è a Milano. E allora la questione non è più politica, ideologica o propagandistica. È la realtà stessa che ci parla di una città dove troppo spesso la scorrettezza viene praticata alla luce del sole e metabolizzata con una rapidità disarmante. Forse è arrivato il momento di costruire una risposta strutturale. Un presidio o meglio Assessorato permanente sulla trasparenza e sulla legalità delle grandi operazioni urbane. Un sistema che controlli tutto e tutti, senza differenze tra soggetti privati, multinazionali o istituzioni estere. Fosse anche Mr. Trump in persona a chiedere strada libera nel moderno Risiko delle città e delle economie da assoggettare. Perché a tutto c'è un limite. E il problema non è soltanto chi quel limite lo supera. Il problema è una città che, un pezzo alla volta, rischia di non accorgersene più. La realtà ci sta chiedendo una nuova disciplina civile e istituzionale. Regole uguali per tutti. Senza eccezioni, senza sudditanze e senza zone franche. Perché la dignità del lavoro non può diventare una voce negoziabile nel bilancio di nessuno. #Milano #Legalità #Trasparenza #DirittiDeiLavoratori #PoliticaLocale
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  • GRANDE ENRICO. TUTTA la MIA STIMA! APPLAUSI!
    Caso De Gregori, Enrico Ruggeri rivendica le sue posizioni sul Covid e dice: "Schierarsi significa rischiare grosso, voi volete che gli artisti lo facciano, ma ripetendo ciò che pensate voi"
    Ruggeri risponde alle critiche: "Volete che gli artisti si scherano, ma solo se dicono quello che volete sentire"...
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/05/29/caso-de-gregori-enrico-ruggeri-rivendica-le-sue-posizioni-sul-covid-e-dice-schierarsi-significa-rischiare-grosso-voi-volete-che-gli-artisti-lo-facciano-ma-ripetendo-cio-che-pensate-voi/8402833/
    GRANDE ENRICO. TUTTA la MIA STIMA! APPLAUSI! Caso De Gregori, Enrico Ruggeri rivendica le sue posizioni sul Covid e dice: "Schierarsi significa rischiare grosso, voi volete che gli artisti lo facciano, ma ripetendo ciò che pensate voi" Ruggeri risponde alle critiche: "Volete che gli artisti si scherano, ma solo se dicono quello che volete sentire"... https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/05/29/caso-de-gregori-enrico-ruggeri-rivendica-le-sue-posizioni-sul-covid-e-dice-schierarsi-significa-rischiare-grosso-voi-volete-che-gli-artisti-lo-facciano-ma-ripetendo-cio-che-pensate-voi/8402833/
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  • «SOSTANZE TOSSICHE DEI VACCINI mRNA
    "MASCHERATE" DA PFIZER». Studio Shock
    del Biochimico Segalla su ALC-0315
    delle Nanoparticelle Infiammatorie a rischio Cancerogeno

    https://gospanews.net/2026/05/27/sostanze-tossiche-dei-vaccini-mrna-mascherate-da-pfizer-studio-shock-del-biochimico-segalla-su-alc-0315-delle-nanoparticelle-infiammatorie-a-rischio-cancerogeno/
    «SOSTANZE TOSSICHE DEI VACCINI mRNA "MASCHERATE" DA PFIZER». Studio Shock del Biochimico Segalla su ALC-0315 delle Nanoparticelle Infiammatorie a rischio Cancerogeno https://gospanews.net/2026/05/27/sostanze-tossiche-dei-vaccini-mrna-mascherate-da-pfizer-studio-shock-del-biochimico-segalla-su-alc-0315-delle-nanoparticelle-infiammatorie-a-rischio-cancerogeno/
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    «SOSTANZE TOSSICHE DEI VACCINI mRNA “MASCHERATE” DA PFIZER». Studio Shock del Biochimico Segalla su ALC-0315 delle Nanoparticelle Infiammatorie a rischio Cancerogeno
    di Fabio Giuseppe Carlo CarisioL'Ultimo Studio del Famoso Biochimico Italiano sul Vaccino mRNA Pfizer«L’ALC-0315, il lipide cationico ionizzabile che abilita la piattaforma LNP del vaccino Comirnaty di Pfizer, è presentato nei dossier regolatori come se il suo destino metabolico fosse line
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  • 𝐋𝐚 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐚𝐫𝐢 𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐫𝐢𝐜𝐚 è uno degli esempi più interessanti di ciò che succede quando un brand rischia di dimenticare cosa rappresenta davvero nella testa delle persone.

    Perché il punto non è “l’elettrico sì” o “l’elettrico no”, l'innovazione, la ricerca e tutto il resto.

    Quello è il dibattito superficiale per chi guarda il mercato solo dal punto di vista tecnico o ideologico.

    Il punto vero è un altro: 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐢 𝐯𝐞𝐧𝐝𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨?

    Ferrari non vende automobili, non le ha mai vendute.

    Ferrari vende rumore.
    Vibrazione.
    Odore.
    Status.
    Sogno.
    Infanzia.
    Poster in camera.

    Un certo modo quasi irrazionale di sentirsi vivi.

    Una Ferrari non è mai stata una scelta logica, è sempre stata una scelta emotiva. Sempre, sempre, sempre.

    Ed è qui che nasce il problema.

    Quando un brand costruisce per un secolo il proprio valore attorno a sensazioni visceralmente analogiche, meccaniche e istintive, non può pensare di spostarsi improvvisamente verso una narrativa fredda, silenziosa e “responsabile” senza pagare un prezzo percettivo enorme.

    Il rischio non è vendere meno auto.
    Il rischio è smettere di essere Ferrari.

    Ed è esattamente il motivo per cui moltissimi brand oggi si stanno schiantando contro la stessa parete: inseguono narrative sociali, politiche o culturali pensando che basti “adattarsi ai tempi”, senza chiedersi se quell’adattamento sia coerente con il posizionamento costruito nella mente delle persone.

    Un brand forte non può permettersi di sembrare confuso.

    Quando un brand diventa confuso, il mercato smette di desiderarlo e comincia semplicemente a valutarlo.

    Nel momento in cui vieni valutato razionalmente, comparato razionalmente e giudicato razionalmente… perdi gran parte del tuo potere.

    La verità è che quello che chiamano marketing moderno sta facendo danni enormi proprio perché troppi manager hanno smesso di capire una cosa fondamentale:

    I 𝐛𝐫𝐚𝐧𝐝 𝐧𝐨𝐧 𝐯𝐢𝐯𝐨𝐧𝐨 𝐧𝐞𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐨𝐭𝐭𝐢.
    𝐕𝐢𝐯𝐨𝐧𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞.

    E se tradisci troppo violentemente quell’immagine mentale, puoi anche avere la tecnologia migliore del mondo.

    Ma rischi di distruggere il motivo per cui le persone ti desideravano.

    Hey, @Ferrari! Poi non dite che non vi avevo avvertito.
    𝐋𝐚 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐚𝐫𝐢 𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐫𝐢𝐜𝐚 è uno degli esempi più interessanti di ciò che succede quando un brand rischia di dimenticare cosa rappresenta davvero nella testa delle persone. Perché il punto non è “l’elettrico sì” o “l’elettrico no”, l'innovazione, la ricerca e tutto il resto. Quello è il dibattito superficiale per chi guarda il mercato solo dal punto di vista tecnico o ideologico. Il punto vero è un altro: 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐢 𝐯𝐞𝐧𝐝𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨? Ferrari non vende automobili, non le ha mai vendute. Ferrari vende rumore. Vibrazione. Odore. Status. Sogno. Infanzia. Poster in camera. Un certo modo quasi irrazionale di sentirsi vivi. Una Ferrari non è mai stata una scelta logica, è sempre stata una scelta emotiva. Sempre, sempre, sempre. Ed è qui che nasce il problema. Quando un brand costruisce per un secolo il proprio valore attorno a sensazioni visceralmente analogiche, meccaniche e istintive, non può pensare di spostarsi improvvisamente verso una narrativa fredda, silenziosa e “responsabile” senza pagare un prezzo percettivo enorme. Il rischio non è vendere meno auto. Il rischio è smettere di essere Ferrari. Ed è esattamente il motivo per cui moltissimi brand oggi si stanno schiantando contro la stessa parete: inseguono narrative sociali, politiche o culturali pensando che basti “adattarsi ai tempi”, senza chiedersi se quell’adattamento sia coerente con il posizionamento costruito nella mente delle persone. Un brand forte non può permettersi di sembrare confuso. Quando un brand diventa confuso, il mercato smette di desiderarlo e comincia semplicemente a valutarlo. Nel momento in cui vieni valutato razionalmente, comparato razionalmente e giudicato razionalmente… perdi gran parte del tuo potere. La verità è che quello che chiamano marketing moderno sta facendo danni enormi proprio perché troppi manager hanno smesso di capire una cosa fondamentale: I 𝐛𝐫𝐚𝐧𝐝 𝐧𝐨𝐧 𝐯𝐢𝐯𝐨𝐧𝐨 𝐧𝐞𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐨𝐭𝐭𝐢. 𝐕𝐢𝐯𝐨𝐧𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞. E se tradisci troppo violentemente quell’immagine mentale, puoi anche avere la tecnologia migliore del mondo. Ma rischi di distruggere il motivo per cui le persone ti desideravano. Hey, @Ferrari! Poi non dite che non vi avevo avvertito.
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  • QUESTO È GRAVISSIMO!

    Per favore, se avete voglia e potete, condividete questo post ovunque sui vostri canali social, TUTTI DEVONO ESSERE MESSI AL CORRENTE.
    Grazie a chi lo farà

    Ecco cosa ci hanno preprarato, questi luridi criminali.
    Leggete, leggete

    LA CASSAZIONE RISCRIVE IL REATO DI EPIDEMIA: basta violare la quarantena o non fare un tampone

    Le Sezioni Unite della Cassazione penale introducono il reato di epidemia colposa in forma omissiva. I rischi connessi alla recente sentenza delle S.U. di cui nessuno parla.

    Qui la sentenza
    https://giurisprudenzapenale.com/2025/07/28/depositata-la-sentenza-delle-sezioni-unite-n-27515-2025-sulla-configurabilita-dellepidemia-colposa-in-forma-omissiva/?fbclid=IwdGRjcAMc1TFjbGNrAxzVKWV4dG4DYWVtAjExAAEeMIarfjunVqFCA3pT1wIhZwXWkpeL2wDQ4Md9hyM-XQ4wEE4evixqLKT7oqQ_aem_UVUqx7Y3SkoBDAIvez5zxg

    La sentenza ha una portata gravemente dirompente, in quanto ripudia l’assunto
    (finora ritenuto valido) che la “diffusione di germi patogeni” si potesse verificare solo per effetto di un loro spargimento ad opera del soggetto agente e che, quindi, non potesse costituire un reato l'epidemia causata dal contagio di altre persone ad opera di un soggetto che fosse egli stesso fisicamente portatore dell'agente patogeno, in quanto contagiato.

    Tra le argomentazioni utilizzate per sostenere questo stravolgimento di prospettiva, le Sezioni Unite hanno invocato il legislatore dell’emergenza Covid-19, avendo questi contemplato la possibile configurabilità del reato di epidemia in riferimento all’ipotesi di condotta di colui che, risultato positivo al virus, violava l’obbligo di confinamento nella propria abitazione (in particolare il richiamo è alla clausola di riserva contenuta nell'art. 2 comma 3 DL n.33/2020 “salvo che il fatto costituisca reato punibile ai sensi dell’art. 452 cp o comunque più grave reato”).

    Oltre a questo, l'estensione applicativa del reato di epidemia colposa alla forma omissiva spalanca le porte ad ogni sorta di autoritarismo da parte del futuro legislatore, il quale, in caso di asserita emergenza sanitaria, potrà imporre qualsiasi tipo di obbligazione, forte della sanzione penale d'ora in avanti applicabile in caso di inosservanza da parte dei cittadini rappresentata dalla massima misura afflittiva possibile, ovvero l'arresto e finanche l'ergastolo.

    In altre parole, la condotta dissenziente di un cittadino che violi il lockdown o la quarantena imposti dal legislatore, che rifiuti di indossare la mascherina o che rifiuti di ottemperare ad una qualsiasi imposizione sanitaria, potrà essere qualificata come reato, sulla base di una indimostrabile o quanto meno incerta diffusione di un contagio astrattamente in grado di causare una presunta epidemia.

    E' evidente che questa sentenza si spinge laddove neanche il legislatore dell’emergenza aveva osato negli ultimi anni, gettando, di fatto, le basi per un possibile futuro totalitarismo sanitario da parte del potere politico e per la conseguente definitiva distruzione di qualsiasi libertà e diritto costituzionalmente tutelato dei cittadini.

    https://giurisprudenzapenale.com/wp-content/uploads/2025/07/27515_07_2025_pen_noindex.pdf

    Avv. Olga Milanese

    👇🏻👇🏻👇🏻
    QUESTO È GRAVISSIMO! Per favore, se avete voglia e potete, condividete questo post ovunque sui vostri canali social, TUTTI DEVONO ESSERE MESSI AL CORRENTE. Grazie a chi lo farà 🌹 Ecco cosa ci hanno preprarato, questi luridi criminali. Leggete, leggete ⤵️ LA CASSAZIONE RISCRIVE IL REATO DI EPIDEMIA: basta violare la quarantena o non fare un tampone Le Sezioni Unite della Cassazione penale introducono il reato di epidemia colposa in forma omissiva. I rischi connessi alla recente sentenza delle S.U. di cui nessuno parla. Qui la sentenza⤵️ https://giurisprudenzapenale.com/2025/07/28/depositata-la-sentenza-delle-sezioni-unite-n-27515-2025-sulla-configurabilita-dellepidemia-colposa-in-forma-omissiva/?fbclid=IwdGRjcAMc1TFjbGNrAxzVKWV4dG4DYWVtAjExAAEeMIarfjunVqFCA3pT1wIhZwXWkpeL2wDQ4Md9hyM-XQ4wEE4evixqLKT7oqQ_aem_UVUqx7Y3SkoBDAIvez5zxg La sentenza ha una portata gravemente dirompente, in quanto ripudia l’assunto (finora ritenuto valido) che la “diffusione di germi patogeni” si potesse verificare solo per effetto di un loro spargimento ad opera del soggetto agente e che, quindi, non potesse costituire un reato l'epidemia causata dal contagio di altre persone ad opera di un soggetto che fosse egli stesso fisicamente portatore dell'agente patogeno, in quanto contagiato. Tra le argomentazioni utilizzate per sostenere questo stravolgimento di prospettiva, le Sezioni Unite hanno invocato il legislatore dell’emergenza Covid-19, avendo questi contemplato la possibile configurabilità del reato di epidemia in riferimento all’ipotesi di condotta di colui che, risultato positivo al virus, violava l’obbligo di confinamento nella propria abitazione (in particolare il richiamo è alla clausola di riserva contenuta nell'art. 2 comma 3 DL n.33/2020 “salvo che il fatto costituisca reato punibile ai sensi dell’art. 452 cp o comunque più grave reato”). Oltre a questo, l'estensione applicativa del reato di epidemia colposa alla forma omissiva spalanca le porte ad ogni sorta di autoritarismo da parte del futuro legislatore, il quale, in caso di asserita emergenza sanitaria, potrà imporre qualsiasi tipo di obbligazione, forte della sanzione penale d'ora in avanti applicabile in caso di inosservanza da parte dei cittadini rappresentata dalla massima misura afflittiva possibile, ovvero l'arresto e finanche l'ergastolo. In altre parole, la condotta dissenziente di un cittadino che violi il lockdown o la quarantena imposti dal legislatore, che rifiuti di indossare la mascherina o che rifiuti di ottemperare ad una qualsiasi imposizione sanitaria, potrà essere qualificata come reato, sulla base di una indimostrabile o quanto meno incerta diffusione di un contagio astrattamente in grado di causare una presunta epidemia. E' evidente che questa sentenza si spinge laddove neanche il legislatore dell’emergenza aveva osato negli ultimi anni, gettando, di fatto, le basi per un possibile futuro totalitarismo sanitario da parte del potere politico e per la conseguente definitiva distruzione di qualsiasi libertà e diritto costituzionalmente tutelato dei cittadini. https://giurisprudenzapenale.com/wp-content/uploads/2025/07/27515_07_2025_pen_noindex.pdf Avv. Olga Milanese 👇🏻👇🏻👇🏻
    GIURISPRUDENZAPENALE.COM
    Depositata la sentenza delle Sezioni Unite (n. 27515/2025) sulla configurabilità dell’epidemia colposa in forma omissiva - Giurisprudenza penale
    Cassazione Penale, Sezioni Unite, 28 luglio 2025 (ud. 10 aprile 2025), sentenza n. 27515 Presidente Cassano, Relatore Andreazza Come avevamo
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  • L'Ia Claude Mythos fa tremare anche la Banca centrale europea
    Convocata una riunione contro i rischi del nuovo sistema di Anthropic
    https://amp.tgcom24.mediaset.it/tgcom24/article/112524336
    L'Ia Claude Mythos fa tremare anche la Banca centrale europea Convocata una riunione contro i rischi del nuovo sistema di Anthropic https://amp.tgcom24.mediaset.it/tgcom24/article/112524336
    L'Ia Claude Mythos fa tremare anche la Banca centrale europea
    Convocata una riunione contro i rischi del nuovo sistema di Anthropic.
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