• 13 Gennaio 2026 - Iran, testimonianze della repressione: "Sparano sulla folla, internet bloccato"
    Le voci di due iraniane all'estero: "Non sentiamo le nostre famiglie da giorni, il regime spara con armi pesanti e taglia corrente e acqua"

    Da giorni non hanno più notizie di mamme e papà, degli amici, di tutte le persone che sono scese in piazza per protestare contro il regime. “Sono molto preoccupata”, racconta la regista Somayeh Haghnegahdar in Italia dal 2022. “Nell’ultima chiamata di giovedì scorso i miei parenti mi raccontavano che c’era tantissima gente per strada e quasi tutti i negozi chiusi. Non sapevano cosa sarebbe potuto succedere”. Da quel momento, le comunicazioni si sono interrotte. Sarina, invece, parla sotto pseudonimo, è un dottoressa che vive in Europa e fino a inizio gennaio era in Iran: “Prima di salire sull’aereo ho detto a mamma: ‘Ti chiamo quando arrivo’. A quel punto ci siamo guardate negli occhi: sapevamo non sarebbe stato possibile”. L’ultimo accesso su Whatsapp è di martedì 6 gennaio. Da allora fissa il cellulare in attesa di un segnale. “È successo anche durante le proteste per la morte di Mahsa Amini: non avevamo internet dalle 17 alle 21 ogni giorno”. Ora, se possibile, la situazione è peggiore: “Nei primi giorni di mobilitazione, nemmeno le telefonate funzionavano. Ho sentito di persone colpite alla testa che non hanno potuto chiamare un’ambulanza. Molte vite sono state perse”. E nel silenzio la repressione continua: “Un amico chirurgo venerdì mattina mi ha detto che stanno sparando con munizioni vere e armi pesanti. Tantissimi ventenni sono morti, o sono rimasti paralizzati perché colpiti alla spina dorsale. Da questo non si torna indietro. Le persone sono più arrabbiate che mai”. Per Somayeh Haghnegahdar e Sarina, l’importante ora “è non lasciare soli i manifestanti” e continuare a parlarne. Entrambe ricordano il “coraggio” di chi sta rischiando la propria vita: “Noi, da qui, vorremmo fare la nostra parte”, dicono.
    “Le persone nonostante i morti vanno in piazza a manifestare. Forse ci sarà un cambiamento”

    Regista e montatrice, Haghnegahdar ha lasciato l’Iran dopo essere stata segnalata per il suo lavoro: “Da quel momento ho capito che dovevo partire”, dice. E da quel momento ha iniziato a far sentire la sua voce: è stata portavoce della Iranian Independent Filmmakers Association (che in questi giorni sta lanciando un appello in difesa dei manifestanti) e tra le attiviste in prima linea per il movimento “Donna vita libertà”. Il suo sguardo è sempre stato rivolto verso casa. “La situazione economica è diventata insostenibile. Negli ultimi giorni la moneta è crollata ed è stata una scintilla che ha acceso le proteste”, racconta. “Le persone non vedono un futuro, né economico né culturale. Lo Stato ha distrutto tutto. Non hanno niente da perdere: se deve continuare così, pensano, tanto vale lottare e morire”. Queste le testimonianze raccolte da chi, fino a pochi giorni fa, era in contatto costante con i manifestanti. “Siamo in una situazione in cui i negozianti, il giorno dopo, non possono comprare quello che vendono oggi. Inoltre il regime ha tagliato la corrente elettrica e l’acqua in molte zone. Stanno facendo contro il loro popolo quello che Israele ha fatto a Gaza”. E nonostante la dura repressione e le violenze, secondo Haghnegahdar, “ora è diverso”: “Negli ultimi anni abbiamo avuto tante proteste e sempre hanno sparato sulla gente: quando è così si torna a casa, ma non stavolta. Tutti coloro con cui ho parlato mi hanno detto: forse ci sarà un grande cambiamento, perché tutti siamo scontenti. E ho visto che nonostante i morti sono andati in piazza”. Proprio le immagini delle bare e delle persone che vanno a cercare i propri cari sono state fatte circolare dal regime: “Una scelta diversa dal solito: la tv di Stato ha mostrato le immagini dei cadaveri, accusando Usa e Israele. Si è parlato di terroristi facinorosi. E poi hanno dichiarato tre giorni di lutto. Ma a sparare sono stati loro”.
    “Io ero in piazza per Mahsa Amini, sparavano in faccia alle persone. Anche oggi i manifestanti avanzano disarmati”

    Sarina è una dottoressa e, dice, “non avevo mai pianificato di emigrare”: “Amo il mio popolo, i miei amici e la mia famiglia. Ma dopo il collasso economico e dopo aver capito che potevo essere uccisa semplicemente per aver rifiutato di indossare l’hijab, ho deciso di andarmene, come tanti miei amici”. Oggi segue le proteste da lontano. “In Iran le persone sono esauste. Le proteste non sono una novità. Ricordo quando ero bambina e Ahmadinejad vinse le elezioni con i brogli. Ricordo le foto dei manifestanti affisse nelle scuole, e insegnanti e perfino bambini che venivano interrogati per sapere se li riconoscessero per poterli arrestare. Era quasi vent’anni fa: chissà cosa possono fare ora con il riconoscimento facciale”. Sarina ricorda le ultime proteste del 2022: “I miei amici e io abbiamo protestato con grande cautela, eppure abbiamo comunque affrontato conseguenze gravissime. Ricordo un momento in cui eravamo tantissimi per strada, ma nessuno osava nemmeno gridare. C’erano repressori ovunque: pochi, ma con ordini di uccidere, accecare o arrestare. Sparavano direttamente al volto delle persone. Tantissime persone sono rimaste cieche. Allora in tanti abbiamo capito che a mani nude in strada non possiamo fare quasi nulla. Anche se uscissimo tutti, non avrebbero alcuna esitazione a portare i carri armati e uccidere. Nessuno li ferma”. Lo stesso vale per le proteste degli ultimi giorni: “Si vedono persone che avanzano verso la polizia che spara contro di loro mentre sono completamente disarmate. Quando le famiglie ricevono i corpi dei loro cari, non piangono in silenzio, ma urlano ‘Ucciderò chi ha ucciso mio fratello’”. C’è una spinta diversa oggi? “Le parole di Trump e ciò che è successo in Venezuela con Maduro hanno dato alle persone una strana sensazione di speranza. Credo sia uno dei motivi per cui si lotta in modo più aggressivo”.
    “Le ingerenze di Usa e Israele? Non basterebbero per provocare queste proteste. Reza Pahlavi? Non ci sono alternative”

    Il grande interrogativo riguarda cosa potrebbe succedere dopo, se il regime dovesse davvero cadere. “Il regime islamico”, dice Somayeh Haghnegahdar, “è come una malattia da estirpare. Prima ci vogliono i sacrifici e poi servirà un referendum per capire come andare avanti. Siamo un popolo di intellettuali e gli esperti esistono. Siamo stanchi: prima il Paese era una prigione per scrittori, artisti e giornalisti, ora riguarda tutti. Nessuno può vivere in questa situazione”. E in questa incertezza, il timore delle ingerenze straniere resta. “Non dimentichiamo però”, continua Haghnegahdar, “che l’Iran non è un Paese piccolo. Sono tantissime le persone per strada, quanto avrebbero dovuto essere organizzati per provocare queste manifestazioni? Il regime vuole farci credere che dietro le proteste c’è la manipolazione degli americani e degli israeliani. Ma è una truffa”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/13/iran-testimonianze-repressione-internet-blackout-non-sentiamo-le-nostre-famiglie-spari-folla-niente-da-perdere-notizie/8253530/
    13 Gennaio 2026 - Iran, testimonianze della repressione: "Sparano sulla folla, internet bloccato" Le voci di due iraniane all'estero: "Non sentiamo le nostre famiglie da giorni, il regime spara con armi pesanti e taglia corrente e acqua" Da giorni non hanno più notizie di mamme e papà, degli amici, di tutte le persone che sono scese in piazza per protestare contro il regime. “Sono molto preoccupata”, racconta la regista Somayeh Haghnegahdar in Italia dal 2022. “Nell’ultima chiamata di giovedì scorso i miei parenti mi raccontavano che c’era tantissima gente per strada e quasi tutti i negozi chiusi. Non sapevano cosa sarebbe potuto succedere”. Da quel momento, le comunicazioni si sono interrotte. Sarina, invece, parla sotto pseudonimo, è un dottoressa che vive in Europa e fino a inizio gennaio era in Iran: “Prima di salire sull’aereo ho detto a mamma: ‘Ti chiamo quando arrivo’. A quel punto ci siamo guardate negli occhi: sapevamo non sarebbe stato possibile”. L’ultimo accesso su Whatsapp è di martedì 6 gennaio. Da allora fissa il cellulare in attesa di un segnale. “È successo anche durante le proteste per la morte di Mahsa Amini: non avevamo internet dalle 17 alle 21 ogni giorno”. Ora, se possibile, la situazione è peggiore: “Nei primi giorni di mobilitazione, nemmeno le telefonate funzionavano. Ho sentito di persone colpite alla testa che non hanno potuto chiamare un’ambulanza. Molte vite sono state perse”. E nel silenzio la repressione continua: “Un amico chirurgo venerdì mattina mi ha detto che stanno sparando con munizioni vere e armi pesanti. Tantissimi ventenni sono morti, o sono rimasti paralizzati perché colpiti alla spina dorsale. Da questo non si torna indietro. Le persone sono più arrabbiate che mai”. Per Somayeh Haghnegahdar e Sarina, l’importante ora “è non lasciare soli i manifestanti” e continuare a parlarne. Entrambe ricordano il “coraggio” di chi sta rischiando la propria vita: “Noi, da qui, vorremmo fare la nostra parte”, dicono. “Le persone nonostante i morti vanno in piazza a manifestare. Forse ci sarà un cambiamento” Regista e montatrice, Haghnegahdar ha lasciato l’Iran dopo essere stata segnalata per il suo lavoro: “Da quel momento ho capito che dovevo partire”, dice. E da quel momento ha iniziato a far sentire la sua voce: è stata portavoce della Iranian Independent Filmmakers Association (che in questi giorni sta lanciando un appello in difesa dei manifestanti) e tra le attiviste in prima linea per il movimento “Donna vita libertà”. Il suo sguardo è sempre stato rivolto verso casa. “La situazione economica è diventata insostenibile. Negli ultimi giorni la moneta è crollata ed è stata una scintilla che ha acceso le proteste”, racconta. “Le persone non vedono un futuro, né economico né culturale. Lo Stato ha distrutto tutto. Non hanno niente da perdere: se deve continuare così, pensano, tanto vale lottare e morire”. Queste le testimonianze raccolte da chi, fino a pochi giorni fa, era in contatto costante con i manifestanti. “Siamo in una situazione in cui i negozianti, il giorno dopo, non possono comprare quello che vendono oggi. Inoltre il regime ha tagliato la corrente elettrica e l’acqua in molte zone. Stanno facendo contro il loro popolo quello che Israele ha fatto a Gaza”. E nonostante la dura repressione e le violenze, secondo Haghnegahdar, “ora è diverso”: “Negli ultimi anni abbiamo avuto tante proteste e sempre hanno sparato sulla gente: quando è così si torna a casa, ma non stavolta. Tutti coloro con cui ho parlato mi hanno detto: forse ci sarà un grande cambiamento, perché tutti siamo scontenti. E ho visto che nonostante i morti sono andati in piazza”. Proprio le immagini delle bare e delle persone che vanno a cercare i propri cari sono state fatte circolare dal regime: “Una scelta diversa dal solito: la tv di Stato ha mostrato le immagini dei cadaveri, accusando Usa e Israele. Si è parlato di terroristi facinorosi. E poi hanno dichiarato tre giorni di lutto. Ma a sparare sono stati loro”. “Io ero in piazza per Mahsa Amini, sparavano in faccia alle persone. Anche oggi i manifestanti avanzano disarmati” Sarina è una dottoressa e, dice, “non avevo mai pianificato di emigrare”: “Amo il mio popolo, i miei amici e la mia famiglia. Ma dopo il collasso economico e dopo aver capito che potevo essere uccisa semplicemente per aver rifiutato di indossare l’hijab, ho deciso di andarmene, come tanti miei amici”. Oggi segue le proteste da lontano. “In Iran le persone sono esauste. Le proteste non sono una novità. Ricordo quando ero bambina e Ahmadinejad vinse le elezioni con i brogli. Ricordo le foto dei manifestanti affisse nelle scuole, e insegnanti e perfino bambini che venivano interrogati per sapere se li riconoscessero per poterli arrestare. Era quasi vent’anni fa: chissà cosa possono fare ora con il riconoscimento facciale”. Sarina ricorda le ultime proteste del 2022: “I miei amici e io abbiamo protestato con grande cautela, eppure abbiamo comunque affrontato conseguenze gravissime. Ricordo un momento in cui eravamo tantissimi per strada, ma nessuno osava nemmeno gridare. C’erano repressori ovunque: pochi, ma con ordini di uccidere, accecare o arrestare. Sparavano direttamente al volto delle persone. Tantissime persone sono rimaste cieche. Allora in tanti abbiamo capito che a mani nude in strada non possiamo fare quasi nulla. Anche se uscissimo tutti, non avrebbero alcuna esitazione a portare i carri armati e uccidere. Nessuno li ferma”. Lo stesso vale per le proteste degli ultimi giorni: “Si vedono persone che avanzano verso la polizia che spara contro di loro mentre sono completamente disarmate. Quando le famiglie ricevono i corpi dei loro cari, non piangono in silenzio, ma urlano ‘Ucciderò chi ha ucciso mio fratello’”. C’è una spinta diversa oggi? “Le parole di Trump e ciò che è successo in Venezuela con Maduro hanno dato alle persone una strana sensazione di speranza. Credo sia uno dei motivi per cui si lotta in modo più aggressivo”. “Le ingerenze di Usa e Israele? Non basterebbero per provocare queste proteste. Reza Pahlavi? Non ci sono alternative” Il grande interrogativo riguarda cosa potrebbe succedere dopo, se il regime dovesse davvero cadere. “Il regime islamico”, dice Somayeh Haghnegahdar, “è come una malattia da estirpare. Prima ci vogliono i sacrifici e poi servirà un referendum per capire come andare avanti. Siamo un popolo di intellettuali e gli esperti esistono. Siamo stanchi: prima il Paese era una prigione per scrittori, artisti e giornalisti, ora riguarda tutti. Nessuno può vivere in questa situazione”. E in questa incertezza, il timore delle ingerenze straniere resta. “Non dimentichiamo però”, continua Haghnegahdar, “che l’Iran non è un Paese piccolo. Sono tantissime le persone per strada, quanto avrebbero dovuto essere organizzati per provocare queste manifestazioni? Il regime vuole farci credere che dietro le proteste c’è la manipolazione degli americani e degli israeliani. Ma è una truffa”. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/13/iran-testimonianze-repressione-internet-blackout-non-sentiamo-le-nostre-famiglie-spari-folla-niente-da-perdere-notizie/8253530/
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    Iran, testimonianze della repressione: "Sparano sulla folla, internet bloccato"
    Le voci di due iraniane all'estero: "Non sentiamo le nostre famiglie da giorni, il regime spara con armi pesanti e taglia corrente e acqua"
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  • «In Iran una situazione tragica, migliaia di morti e nessuno si interessa» - 13 Feb 2026

    di Emanuele Paccher
    Il racconto di uno studente iraniano che ora vive in Trentino: «Ho perso due amici, la mia famiglia è ancora lì»

    Dal 28 dicembre 2025 in Iran sono scoppiate le proteste contro il regime della Repubblica Islamica, guidato dalla guida suprema Ali Khamenei. Le manifestazioni nelle piazze, cominciate per motivi economici – inflazione dei prezzi, svalutazione della moneta, crisi economica –, sono ben presto esplose e tramutate in motivi politici. Ciò che gran parte della popolazione sogna, infatti, è un cambio di regime. Le manifestazioni pacifiche hanno, però, avuto vita breve: dopo aver bloccato l’accesso a internet e ai servizi telefonici, tra l’8 e il 9 gennaio 2026 il regime iraniano ha compiuto un vero e proprio massacro verso i propri cittadini. Le stime sono discordanti, ma variano dalle tremila persone uccise (come dichiarato da Teheran) a più di trentamila. Anche il numero dei feriti non è certo, ma sembra attestarsi tra i 300.000 e i 360.000. Molti di questi sarebbero stati accecati dalle forze di sicurezza. Le reazioni globali non sono mancate. Di recente l’Unione Europea, per il tramite del Consiglio Affari Esteri, ha inserito il Corpo delle Guardie della rivoluzione iraniana (i cosiddetti Pasdaran) nella lista dei terroristi. Ancora più forte è stata la reazione degli Stati Uniti. A parole il presidente Donald Trump ha minacciato a più riprese un intervento armato, nei fatti ha aumentato – e in modo notevole – la presenza militare statunitense nella regione. La popolazione iraniana come sta vivendo tutto questo? Com’è visto realmente il regime di Khamenei? Queste domande le abbiamo poste a un giovane studente iraniano attualmente in Trentino, che per motivi di sicurezza teniamo anonimo. Per agevolare la lettura, lo chiameremo Ali Mohammadi. La visione del giovane iraniano è netta: non può esistere un futuro di libertà finché la Repubblica Islamica rimarrà al potere. E un cambio di regime, purtroppo, non può prescindere da un intervento armato straniero. Per questo, la popolazione iraniana sta aspettando, con speranza, l’intervento degli Stati Uniti d’America.

    Ali Mohammadi, può dirci quali sono i suoi legami con l’Iran?

    «Sono nato in Iran e lì ci sono rimasto finché sono giunto in Italia per studiare. Attualmente in Iran ho entrambi i genitori, precisamente nella città di Tabriz, mentre mia sorella si trova a Teheran. Ora che la connessione internet è tornata, seppure in modo non stabile, ci sentiamo tutti i giorni. In Iran tutti i social più noti, come Instagram, YouTube, Twitter sono inaccessibili. Per connetterci è necessario utilizzare la Vpn, impostando un indirizzo IP da un Paese europeo o dagli Stati Uniti».

    Com’è visto il regime di Khamenei dalla popolazione iraniana?

    «Premetto che, secondo me, il regime della Repubblica Islamica non è da considerare legittimo e neppure iraniano. Perché gli iraniani che uccidono la loro stessa gente non sono considerabili iraniani. È come se, in Italia, Giorgia Meloni facesse uccidere 50.000 italiani in due giorni. La considerereste la legittima rappresentante degli italiani? No, la considerereste come un animale. Io, come tutti gli iraniani, siamo sconcertati da ciò che ha posto in essere il regime della Repubblica Islamica. Le proteste delle persone erano pacifiche e sono state soppresse con il sangue. La mia percezione è che più del 90% della popolazione vorrebbe un cambiamento radicale nel Paese. Nella Repubblica attuale le votazioni sono quasi una mera formalità, perché chi comanda è il leader supremo, non eleggibile dalla popolazione».

    La risposta del regime alle proteste è stata disumana. Oltre ai morti e ai feriti, numerose persone sono detenute illegalmente. Com’è la situazione da questo punto di vista?

    «La situazione è tragica. Molte persone sono detenute e sottoposte a torture. Anche per i morti non c’è pace: il governo chiede denaro alle famiglie per poter riavere i corpi indietro. Stanno vendendo i corpi chiedendo oltretutto alle famiglie di dichiarare che erano dei sostenitori del governo. Ti ricattano: se vuoi riavere il corpo indietro, paga e dichiara questo. Poi molti corpi vengono restituiti mutilati. Alle donne viene estratto l’utero per non lasciare traccia delle violenze a cui sono state sottoposte».

    Come pensa che potrebbero cambiare le cose?

    «L’unico scenario possibile per sovvertire la Repubblica Islamica è un intervento militare dall’esterno. So che questo può suonare come strano, perché chi è che vorrebbe una guerra nel proprio Paese? Ma la triste realtà è che non c’è altra soluzione. Un intervento militare esterno ci aiuterebbe moltissimo, perché cambiare il regime da soli, dall’interno, è quasi impossibile. Pensiamo al 1945, alla Germania soggiogata da Hitler: la popolazione come avrebbe potuto liberarsi del proprio dittatore senza un aiuto esterno? Era difficilissimo. E onestamente non ci sono differenze tra Hitler e la Repubblica Islamica. Anzi, per me la Repubblica Islamica è molto peggiore: Hitler non uccideva i tedeschi con questa intensità».

    Pensa che un intervento militare degli Stati Uniti, magari coordinato con Israele, sarebbe accolto favorevolmente dalla popolazione?

    «Sì, le persone lo stanno sperando, anche se tutti gli iraniani sanno che né Trump né Netanyahu si interessano davvero delle persone che sono state uccise. Ciò di cui si interessano è del petrolio iraniano, del fatto che la Repubblica Islamica non si doti di armi nucleari e di missili balistici, della possibilità di eliminare i proxy della Repubblica Islamica in giro per il mondo. Ma noi, come iraniani, non abbiamo bisogno né di missili, né di armi nucleari, né di terroristi. Il nostro Paese è molto ricco: potremmo utilizzare le nostre risorse per costruire scuole, industrie. Armi nucleari, missili, terroristi: sono tutte cose che originano dall’ideologia malata della Repubblica Islamica. Per questo, gli iraniani sperano in un intervento congiunto di Stati Uniti e Israele. Se accadrà, le persone torneranno nelle piazze per ottenere il cambio di regime».

    Ha perso degli amici in queste proteste?

    «Purtroppo sì. Due miei amici iraniani che studiavano in Italia, uno all’Università di Bologna e un altro all’università di Messina, sono tornati in Iran per fare visita alle loro famiglie. In quei giorni sono scoppiate le proteste. Hanno deciso di scendere in piazza per la libertà del loro Paese. In risposta, gli hanno sparato nel petto».

    Qualcuno nelle piazze inneggiava al ritorno dello Shah, sperando in una transizione di potere guidata dal principe Reza Pahlavi, figlio di Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo Shah iraniano. Lo vede come uno scenario auspicabile?

    Personalmente è ciò che spero per il mio Paese. È vero che con lo Shah non c’era una democrazia, che anche con Mohammad Reza Pahlavi il Paese era autocratico, ma la Repubblica Islamica si pone su un livello totalmente differente. Attualmente in Iran sono presenti due corpi militari: quello ordinario, che è debole, e quello della Repubblica Islamica, ossia il Corpo delle Guardie della Rivoluzione. Quest’ultimo corpo è pensato unicamente per proteggere l’islam radicale. In questo scenario, la speranza di tanti iraniani è di ottenere una transizione del potere attraverso la guida dello Shah Reza Pahlavi. Il suo piano è quello di far votare la popolazione su diversi punti: per la monarchia o la repubblica, per il Parlamento, per la Costituzione».

    Com’è vista la situazione dell’intero Medio Oriente dalla prospettiva della popolazione iraniana?

    «Prendiamo come esempio il 7 ottobre 2023: cos’è successo? È accaduto che la Repubblica Islamica ha addestrato le persone di Hamas che hanno commesso il massacro. Se ciò non fosse accaduto, non sarebbe avvenuto tutto ciò che è accaduto a Gaza. La responsabilità principale è della Repubblica Islamica, che è un vero cancro non soltanto per l’Iran, non soltanto per il Medio Oriente, ma per tutto il mondo. Attualmente i proxy del regime iraniano sono diffusi: gli Houthi in Yemen, Hashd al-Shaabi in Iraq, Hamas in Palestina. Se riuscissimo a eradicare la Repubblica Islamica, il Medio Oriente potrebbe veramente svoltare pagina».

    Pensa che l’Italia e l’Unione europea intera stiano facendo abbastanza per l’Iran?

    «L’aver inserito il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica nella lista dei terroristi è stata sicuramente una cosa positiva. Ciò che auspico è che l’Italia recida tutte le relazioni con la Repubblica Islamica. In questo altri Paesi europei si sono mossi con più tempismo, mentre Giorgia Meloni sta attendendo».

    E il resto del mondo come sta reagendo?

    «L’Iran, rispetto a ciò che è avvenuto a Gaza, non ha ricevuto quasi nessun supporto dal mondo e dall’Onu. Non voglio degradare ciò che è accaduto a Gaza: prego per loro tutti i giorni. Ciò che voglio dire è che in due settimane la Repubblica Islamica ha ucciso più persone di quelle morte a Gaza in due anni. Questa carenza di attenzione internazionale è dovuta principalmente al fatto che le persone odiano Trump e Israele. A rimetterci, però, sono gli iraniani”.

    Source: https://www.iltquotidiano.it/articoli/in-iran-una-situazione-tragica-migliaia-di-morti-e-nessuno-si-interessa/
    «In Iran una situazione tragica, migliaia di morti e nessuno si interessa» - 13 Feb 2026 di Emanuele Paccher Il racconto di uno studente iraniano che ora vive in Trentino: «Ho perso due amici, la mia famiglia è ancora lì» Dal 28 dicembre 2025 in Iran sono scoppiate le proteste contro il regime della Repubblica Islamica, guidato dalla guida suprema Ali Khamenei. Le manifestazioni nelle piazze, cominciate per motivi economici – inflazione dei prezzi, svalutazione della moneta, crisi economica –, sono ben presto esplose e tramutate in motivi politici. Ciò che gran parte della popolazione sogna, infatti, è un cambio di regime. Le manifestazioni pacifiche hanno, però, avuto vita breve: dopo aver bloccato l’accesso a internet e ai servizi telefonici, tra l’8 e il 9 gennaio 2026 il regime iraniano ha compiuto un vero e proprio massacro verso i propri cittadini. Le stime sono discordanti, ma variano dalle tremila persone uccise (come dichiarato da Teheran) a più di trentamila. Anche il numero dei feriti non è certo, ma sembra attestarsi tra i 300.000 e i 360.000. Molti di questi sarebbero stati accecati dalle forze di sicurezza. Le reazioni globali non sono mancate. Di recente l’Unione Europea, per il tramite del Consiglio Affari Esteri, ha inserito il Corpo delle Guardie della rivoluzione iraniana (i cosiddetti Pasdaran) nella lista dei terroristi. Ancora più forte è stata la reazione degli Stati Uniti. A parole il presidente Donald Trump ha minacciato a più riprese un intervento armato, nei fatti ha aumentato – e in modo notevole – la presenza militare statunitense nella regione. La popolazione iraniana come sta vivendo tutto questo? Com’è visto realmente il regime di Khamenei? Queste domande le abbiamo poste a un giovane studente iraniano attualmente in Trentino, che per motivi di sicurezza teniamo anonimo. Per agevolare la lettura, lo chiameremo Ali Mohammadi. La visione del giovane iraniano è netta: non può esistere un futuro di libertà finché la Repubblica Islamica rimarrà al potere. E un cambio di regime, purtroppo, non può prescindere da un intervento armato straniero. Per questo, la popolazione iraniana sta aspettando, con speranza, l’intervento degli Stati Uniti d’America. Ali Mohammadi, può dirci quali sono i suoi legami con l’Iran? «Sono nato in Iran e lì ci sono rimasto finché sono giunto in Italia per studiare. Attualmente in Iran ho entrambi i genitori, precisamente nella città di Tabriz, mentre mia sorella si trova a Teheran. Ora che la connessione internet è tornata, seppure in modo non stabile, ci sentiamo tutti i giorni. In Iran tutti i social più noti, come Instagram, YouTube, Twitter sono inaccessibili. Per connetterci è necessario utilizzare la Vpn, impostando un indirizzo IP da un Paese europeo o dagli Stati Uniti». Com’è visto il regime di Khamenei dalla popolazione iraniana? «Premetto che, secondo me, il regime della Repubblica Islamica non è da considerare legittimo e neppure iraniano. Perché gli iraniani che uccidono la loro stessa gente non sono considerabili iraniani. È come se, in Italia, Giorgia Meloni facesse uccidere 50.000 italiani in due giorni. La considerereste la legittima rappresentante degli italiani? No, la considerereste come un animale. Io, come tutti gli iraniani, siamo sconcertati da ciò che ha posto in essere il regime della Repubblica Islamica. Le proteste delle persone erano pacifiche e sono state soppresse con il sangue. La mia percezione è che più del 90% della popolazione vorrebbe un cambiamento radicale nel Paese. Nella Repubblica attuale le votazioni sono quasi una mera formalità, perché chi comanda è il leader supremo, non eleggibile dalla popolazione». La risposta del regime alle proteste è stata disumana. Oltre ai morti e ai feriti, numerose persone sono detenute illegalmente. Com’è la situazione da questo punto di vista? «La situazione è tragica. Molte persone sono detenute e sottoposte a torture. Anche per i morti non c’è pace: il governo chiede denaro alle famiglie per poter riavere i corpi indietro. Stanno vendendo i corpi chiedendo oltretutto alle famiglie di dichiarare che erano dei sostenitori del governo. Ti ricattano: se vuoi riavere il corpo indietro, paga e dichiara questo. Poi molti corpi vengono restituiti mutilati. Alle donne viene estratto l’utero per non lasciare traccia delle violenze a cui sono state sottoposte». Come pensa che potrebbero cambiare le cose? «L’unico scenario possibile per sovvertire la Repubblica Islamica è un intervento militare dall’esterno. So che questo può suonare come strano, perché chi è che vorrebbe una guerra nel proprio Paese? Ma la triste realtà è che non c’è altra soluzione. Un intervento militare esterno ci aiuterebbe moltissimo, perché cambiare il regime da soli, dall’interno, è quasi impossibile. Pensiamo al 1945, alla Germania soggiogata da Hitler: la popolazione come avrebbe potuto liberarsi del proprio dittatore senza un aiuto esterno? Era difficilissimo. E onestamente non ci sono differenze tra Hitler e la Repubblica Islamica. Anzi, per me la Repubblica Islamica è molto peggiore: Hitler non uccideva i tedeschi con questa intensità». Pensa che un intervento militare degli Stati Uniti, magari coordinato con Israele, sarebbe accolto favorevolmente dalla popolazione? «Sì, le persone lo stanno sperando, anche se tutti gli iraniani sanno che né Trump né Netanyahu si interessano davvero delle persone che sono state uccise. Ciò di cui si interessano è del petrolio iraniano, del fatto che la Repubblica Islamica non si doti di armi nucleari e di missili balistici, della possibilità di eliminare i proxy della Repubblica Islamica in giro per il mondo. Ma noi, come iraniani, non abbiamo bisogno né di missili, né di armi nucleari, né di terroristi. Il nostro Paese è molto ricco: potremmo utilizzare le nostre risorse per costruire scuole, industrie. Armi nucleari, missili, terroristi: sono tutte cose che originano dall’ideologia malata della Repubblica Islamica. Per questo, gli iraniani sperano in un intervento congiunto di Stati Uniti e Israele. Se accadrà, le persone torneranno nelle piazze per ottenere il cambio di regime». Ha perso degli amici in queste proteste? «Purtroppo sì. Due miei amici iraniani che studiavano in Italia, uno all’Università di Bologna e un altro all’università di Messina, sono tornati in Iran per fare visita alle loro famiglie. In quei giorni sono scoppiate le proteste. Hanno deciso di scendere in piazza per la libertà del loro Paese. In risposta, gli hanno sparato nel petto». Qualcuno nelle piazze inneggiava al ritorno dello Shah, sperando in una transizione di potere guidata dal principe Reza Pahlavi, figlio di Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo Shah iraniano. Lo vede come uno scenario auspicabile? Personalmente è ciò che spero per il mio Paese. È vero che con lo Shah non c’era una democrazia, che anche con Mohammad Reza Pahlavi il Paese era autocratico, ma la Repubblica Islamica si pone su un livello totalmente differente. Attualmente in Iran sono presenti due corpi militari: quello ordinario, che è debole, e quello della Repubblica Islamica, ossia il Corpo delle Guardie della Rivoluzione. Quest’ultimo corpo è pensato unicamente per proteggere l’islam radicale. In questo scenario, la speranza di tanti iraniani è di ottenere una transizione del potere attraverso la guida dello Shah Reza Pahlavi. Il suo piano è quello di far votare la popolazione su diversi punti: per la monarchia o la repubblica, per il Parlamento, per la Costituzione». Com’è vista la situazione dell’intero Medio Oriente dalla prospettiva della popolazione iraniana? «Prendiamo come esempio il 7 ottobre 2023: cos’è successo? È accaduto che la Repubblica Islamica ha addestrato le persone di Hamas che hanno commesso il massacro. Se ciò non fosse accaduto, non sarebbe avvenuto tutto ciò che è accaduto a Gaza. La responsabilità principale è della Repubblica Islamica, che è un vero cancro non soltanto per l’Iran, non soltanto per il Medio Oriente, ma per tutto il mondo. Attualmente i proxy del regime iraniano sono diffusi: gli Houthi in Yemen, Hashd al-Shaabi in Iraq, Hamas in Palestina. Se riuscissimo a eradicare la Repubblica Islamica, il Medio Oriente potrebbe veramente svoltare pagina». Pensa che l’Italia e l’Unione europea intera stiano facendo abbastanza per l’Iran? «L’aver inserito il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica nella lista dei terroristi è stata sicuramente una cosa positiva. Ciò che auspico è che l’Italia recida tutte le relazioni con la Repubblica Islamica. In questo altri Paesi europei si sono mossi con più tempismo, mentre Giorgia Meloni sta attendendo». E il resto del mondo come sta reagendo? «L’Iran, rispetto a ciò che è avvenuto a Gaza, non ha ricevuto quasi nessun supporto dal mondo e dall’Onu. Non voglio degradare ciò che è accaduto a Gaza: prego per loro tutti i giorni. Ciò che voglio dire è che in due settimane la Repubblica Islamica ha ucciso più persone di quelle morte a Gaza in due anni. Questa carenza di attenzione internazionale è dovuta principalmente al fatto che le persone odiano Trump e Israele. A rimetterci, però, sono gli iraniani”. Source: https://www.iltquotidiano.it/articoli/in-iran-una-situazione-tragica-migliaia-di-morti-e-nessuno-si-interessa/
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  • Mercato delle bevande analcoliche gassate: aumento del consumo on-the-go, innovazione nei gusti e tendenze delle bevande premium trainano la crescita

    Il mercato delle bevande analcoliche gassate continua a registrare una crescita costante, trainata dalla crescente domanda di bevande pronte da bere, dall'ampliamento del portfolio di gusti e dalla crescente preferenza dei consumatori per bevande rinfrescanti e funzionali. Le bevande analcoliche gassate rimangono una delle categorie di bevande più consumate al mondo, attraendo diverse fasce d'età grazie al loro gusto, alla convenienza e alla facile reperibilità. Dalle tradizionali cole alle bevande gassate alla frutta e funzionali, il mercato continua a evolversi con il cambiamento degli stili di vita e dei modelli di consumo.

    Leggi il rapporto sul mercato delle bevande analcoliche gassate oggi stesso: https://www.skyquestt.com/report/carbonated-soft-drinks-market
    Mercato delle bevande analcoliche gassate: aumento del consumo on-the-go, innovazione nei gusti e tendenze delle bevande premium trainano la crescita Il mercato delle bevande analcoliche gassate continua a registrare una crescita costante, trainata dalla crescente domanda di bevande pronte da bere, dall'ampliamento del portfolio di gusti e dalla crescente preferenza dei consumatori per bevande rinfrescanti e funzionali. Le bevande analcoliche gassate rimangono una delle categorie di bevande più consumate al mondo, attraendo diverse fasce d'età grazie al loro gusto, alla convenienza e alla facile reperibilità. Dalle tradizionali cole alle bevande gassate alla frutta e funzionali, il mercato continua a evolversi con il cambiamento degli stili di vita e dei modelli di consumo. Leggi il rapporto sul mercato delle bevande analcoliche gassate oggi stesso: https://www.skyquestt.com/report/carbonated-soft-drinks-market
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    Carbonated Soft Drinks Market Forecast & Revenue Analysis 2033
    Carbonated Soft Drinks Market forecast indicates steady expansion from $449.54 billion (2025) to $654.12 billion (2033), CAGR 4.8%.
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  • Panoramica sul mercato del riso: approfondimenti aziendali e opportunità di investimento

    Il mercato globale del riso, pilastro dell'economia alimentare e agricola mondiale, continua a dimostrare resilienza nonostante i cambiamenti nei modelli di consumo, le interruzioni della catena di approvvigionamento, la variabilità climatica e le riforme politiche. Essendo uno degli alimenti di base più consumati a livello globale, il riso svolge un ruolo fondamentale per la sicurezza alimentare, le bilance commerciali e i mezzi di sussistenza agricoli, in particolare in Asia, Africa e America Latina. La domanda è influenzata dalla crescita demografica, dall'urbanizzazione, dal cambiamento delle abitudini alimentari e dall'aumento del reddito pro capite, mentre l'offerta è sottoposta alle pressioni dei cambiamenti climatici, della scarsità d'acqua e dei vincoli di manodopera. Allo stesso tempo, le innovazioni tecnologiche in agricoltura, lavorazione e stoccaggio, unite agli interventi governativi, stanno ridefinendo le dinamiche di mercato.

    Leggi il rapporto sul mercato del riso oggi stesso - https://www.skyquestt.com/report/rice-market

    #MercatoRiso #RisoGlobale #Agribusiness #IndustriaAlimentare #MercatoCereali #AgricolturaSostenibile #ESG #InvestmentInsights #AlimentareDiBase
    Panoramica sul mercato del riso: approfondimenti aziendali e opportunità di investimento Il mercato globale del riso, pilastro dell'economia alimentare e agricola mondiale, continua a dimostrare resilienza nonostante i cambiamenti nei modelli di consumo, le interruzioni della catena di approvvigionamento, la variabilità climatica e le riforme politiche. Essendo uno degli alimenti di base più consumati a livello globale, il riso svolge un ruolo fondamentale per la sicurezza alimentare, le bilance commerciali e i mezzi di sussistenza agricoli, in particolare in Asia, Africa e America Latina. La domanda è influenzata dalla crescita demografica, dall'urbanizzazione, dal cambiamento delle abitudini alimentari e dall'aumento del reddito pro capite, mentre l'offerta è sottoposta alle pressioni dei cambiamenti climatici, della scarsità d'acqua e dei vincoli di manodopera. Allo stesso tempo, le innovazioni tecnologiche in agricoltura, lavorazione e stoccaggio, unite agli interventi governativi, stanno ridefinendo le dinamiche di mercato. Leggi il rapporto sul mercato del riso oggi stesso - https://www.skyquestt.com/report/rice-market #MercatoRiso #RisoGlobale #Agribusiness #IndustriaAlimentare #MercatoCereali #AgricolturaSostenibile #ESG #InvestmentInsights #AlimentareDiBase
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    Rice Market Global Report 2033
    Rice Market in 2025 is worth $309.26 billion, projected to reach $379.75 billion by 2033 with a CAGR of 2.6%.
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  • MILANO – MOLTO DA DIRE E DA DARE

    Ogni avventura collettiva, come ogni storia, ha bisogno di una sceneggiatura solida alla sua base. Un programma costruito non solo sulle condizioni che vivviamo, ma soprattutto sulle persone che abitano e attraversano ogni giorno un contesto metropolitano complesso come il nostro.

    Al pari delle tante difficoltà e insidie, penso che Milano abbia ancora molto da dire e da dare. Spetta a noi trovare il coraggio e la volontà di superare quella pigrizia mentale che ci porta a pensare che nulla possa cambiare.

    Per questo vi invito a leggere le intenzioni di un nuovo percorso nato poche settimane fa: un programma chiaro, condiviso, avviato da un gruppo di persone che hanno deciso di mettersi in gioco. Un progetto che rimane aperto alle vostre proposte, alle vostre visioni, al vostro contributo. Un vero work in progress che può diventare realtà, se lo vogliamo davvero.
    Se vi stiamo rubando del tempo o sentite che vi stiamo dando fastidio, vi chiediamo scusa. Ma se pensate che questa riflessione possa avere un senso, allora dedicate qualche minuto alla pagina del portale.
    C’è l’inizio di una storia. E questa volta puoi esserne parte anche tu

    Leggi il programma e partecipa al cambiamento:

    https://www.milanolibera.eu/programma/

    #MilanoLibera #Milano2027 #partecipazioneattiva
    MILANO – MOLTO DA DIRE E DA DARE 🏙️✨ Ogni avventura collettiva, come ogni storia, ha bisogno di una sceneggiatura solida alla sua base. Un programma costruito non solo sulle condizioni che vivviamo, ma soprattutto sulle persone che abitano e attraversano ogni giorno un contesto metropolitano complesso come il nostro. Al pari delle tante difficoltà e insidie, penso che Milano abbia ancora molto da dire e da dare. Spetta a noi trovare il coraggio e la volontà di superare quella pigrizia mentale che ci porta a pensare che nulla possa cambiare. Per questo vi invito a leggere le intenzioni di un nuovo percorso nato poche settimane fa: un programma chiaro, condiviso, avviato da un gruppo di persone che hanno deciso di mettersi in gioco. Un progetto che rimane aperto alle vostre proposte, alle vostre visioni, al vostro contributo. Un vero work in progress che può diventare realtà, se lo vogliamo davvero. Se vi stiamo rubando del tempo o sentite che vi stiamo dando fastidio, vi chiediamo scusa. Ma se pensate che questa riflessione possa avere un senso, allora dedicate qualche minuto alla pagina del portale. C’è l’inizio di una storia. E questa volta puoi esserne parte anche tu 🤝 👉 Leggi il programma e partecipa al cambiamento: https://www.milanolibera.eu/programma/ #MilanoLibera #Milano2027 #partecipazioneattiva
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  • La riforma Nordio-Meloni

    La separazione delle carriere di fatto esiste già, essendo lo 0.5 per cento dei magistrati ad esercitare tale possibilità; sono 28 magistrati su un totale di 9662. Oltretutto con la riforma Cartabia adesso possono farlo una sola volta invece di quattro, e solo nei primi dieci anni di servizio.

    Ma di quale urgenza catastrofica, che giustifichi un cambiamento della Costituzione, stiamo parlando? È abbastanza evidente che la separazione delle carriere è una "bella scusa" per coprire il vero intento del governo; non dimentichiamo che la riforma è frutto di una proposta governativa che è stata "blindata" fin dall'inizio, impedendo la presentazione degli emendamenti dell'opposizione e perfino della maggioranza. Il Parlamento ha dovuto votare o SI o NO a scatola chiusa, senza alcuna possibilità di modificare il testo e nemmeno di discuterlo.

    Vogliamo ancora cercare di difendere questo governicchio che ricatta il Parlamento esattamente come i governi Draghi e Conte? Comunque l'intento di Nordio e Meloni, addirittura dichiarato, è quello di controllare la magistratura, anzitutto togliendo al CSM, che sarebbe sdoppiato, il potere di sanzionare i magistrati, e attribuendolo ad un' Alta Corte disciplinare. Tale Corte, organo assolutamente nuovo nella nostra Costituzione, sarebbe composto da 15 membri, di cui tre nominati dal PdR, sei estratti a sorte tra i giudici, tre estratti a sorte tra i pm e tre estratti a sorte dal Parlamento però non in modo "secco", bensì in una lista appositamente stilata da una commissione, al cui interno il governo avrebbe la maggioranza.

    Ah, dimenticavo, i due CSM, nella riforma, non hanno una composizione precisa, che viene rimandata alla legge ordinaria. Mi sembra di ricordare che era nello Statuto Albertino che il Parlamento poteva modificare la legge fondamentale dello Stato con una semplice legge ordinaria, e mi sembra di ricordare che il regime fascista, che aveva la maggioranza in Parlamento, poté farlo "legalmente".
    La riforma Nordio-Meloni La separazione delle carriere di fatto esiste già, essendo lo 0.5 per cento dei magistrati ad esercitare tale possibilità; sono 28 magistrati su un totale di 9662. Oltretutto con la riforma Cartabia adesso possono farlo una sola volta invece di quattro, e solo nei primi dieci anni di servizio. Ma di quale urgenza catastrofica, che giustifichi un cambiamento della Costituzione, stiamo parlando? È abbastanza evidente che la separazione delle carriere è una "bella scusa" per coprire il vero intento del governo; non dimentichiamo che la riforma è frutto di una proposta governativa che è stata "blindata" fin dall'inizio, impedendo la presentazione degli emendamenti dell'opposizione e perfino della maggioranza. Il Parlamento ha dovuto votare o SI o NO a scatola chiusa, senza alcuna possibilità di modificare il testo e nemmeno di discuterlo. Vogliamo ancora cercare di difendere questo governicchio che ricatta il Parlamento esattamente come i governi Draghi e Conte? Comunque l'intento di Nordio e Meloni, addirittura dichiarato, è quello di controllare la magistratura, anzitutto togliendo al CSM, che sarebbe sdoppiato, il potere di sanzionare i magistrati, e attribuendolo ad un' Alta Corte disciplinare. Tale Corte, organo assolutamente nuovo nella nostra Costituzione, sarebbe composto da 15 membri, di cui tre nominati dal PdR, sei estratti a sorte tra i giudici, tre estratti a sorte tra i pm e tre estratti a sorte dal Parlamento però non in modo "secco", bensì in una lista appositamente stilata da una commissione, al cui interno il governo avrebbe la maggioranza. Ah, dimenticavo, i due CSM, nella riforma, non hanno una composizione precisa, che viene rimandata alla legge ordinaria. Mi sembra di ricordare che era nello Statuto Albertino che il Parlamento poteva modificare la legge fondamentale dello Stato con una semplice legge ordinaria, e mi sembra di ricordare che il regime fascista, che aveva la maggioranza in Parlamento, poté farlo "legalmente".
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  • Corte dei Conti Ue boccia la riforma della Politica agricola comune
    Politica agricola comune, la Corte dei Conti Ue critica la proposta di Bruxelles: più complessità e incertezza sui fondi.

    La Corte dei Conti boccia su tutta la linea la proposta presentata nel 2025 dalla Commissione europea per la nuova Politica Agricola Comune, che disciplinerà il settore dal 2028 al 2034. Più complessa, con meno fondi dedicati e, di conseguenza, per nulla incentrata sulla semplificazione. Secondo i magistrati contabili, infatti, le complicate modalità di programmazione e approvazione, combinate con un’architettura giuridica della Pac più complessa, rischiano di creare incertezza, rendendo i finanziamenti meno prevedibili per i beneficiari e ritardando l’erogazione dei fondi. Non solo. Nella proposta presentata da Bruxelles con un obiettivo dichiarato di “semplificazione”, la Corte dei Conti sottolinea che, tutti gli aspetti critici indicati, potrebbero compromettere proprio questo obiettivo. Molto critico, dunque, il parere fornito al Parlamento europeo e al Consiglio dell’Ue relative alla Pac e all’organizzazione comune dei mercati (Ocm). Una posizione che trova l’accordo delle associazioni di categoria, sul piede di guerra da mesi contro alcune modifiche storiche di una Politica agricola comune che, però, in qualche modo va modificata se finora ha portato nei Paesi membri alla perdita, tra il 2007 e il 2022, di quasi due milioni di aziende agricole di piccole dimensioni, con un calo del 44%. La Pac, finora, ha aiutato più le grandi realtà e l’agroindustria ma, di fatto, questa volta rischia di non accontentare nessuno. Come dimostrano le proteste dei trattori in tutta Europa, anche contro il Mercosur.
    La proposta di modifica che toglie il fondo specifico all’agricoltura

    All’interno del progetto di bilancio dell’Ue per il 2028-2034, ossia del Quadro finanziario pluriennale (QFP), per un ammontare complessivo di 2mila miliardi di euro, il Fondo europeo costituirebbe la componente maggiore, con una dotazione finanziaria di circa 865 miliardi di euro. La Politica agricola comune, che è attualmente il più grande programma di spesa agricola dell’Ue, sarebbe finanziata da questo nuovo Fondo unico sulla base di piani nazionali. È la prima volta, dalla creazione della Pac nel 1962, che non verrebbe istituito un fondo specifico per l’agricoltura. La proposta della Commissione segna inoltre un notevole cambiamento strutturale, in quanto elimina il tradizionale sostegno a due pilastri della Pac: uno diretto per gli agricoltori e il settore agroalimentare e l’altro per lo sviluppo rurale. Secondo la Corte, però, per come è stata disegnata la struttura della Pac è più complessa, tanto da rendere i finanziamenti meno prevedibili per i beneficiari, con il rischio di ritardi nell’erogazione dei fondi. Passando alle cifre, la Pac riceverebbe la dotazione di bilancio minima di 293,7 miliardi di euro per il sostegno al reddito degli agricoltori (importo “riservato”), mentre altre misure – come il programma di sviluppo rurale Leader, il sostegno alle regioni ultraperiferiche e il programma dell’Ue destinato alle scuole – sarebbero finanziati dall’importo “non riservato”. Un accordo interistituzionale suggerisce un “obiettivo rurale” del 10 % dell’importo non riservato (almeno 48,7 miliardi di euro a prezzi correnti). Inoltre, nell’ambito dell’accordo UE-Mercosur, la Commissione ha proposto che i paesi dell’Ue abbiano accesso anche a circa 45 miliardi di euro dell’importo di flessibilità a partire dal 2028, per rispondere alle esigenze degli agricoltori e delle comunità rurali.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/10/corte-conti-ue-boccia-riforma-pac-notizie/8286596/
    Corte dei Conti Ue boccia la riforma della Politica agricola comune Politica agricola comune, la Corte dei Conti Ue critica la proposta di Bruxelles: più complessità e incertezza sui fondi. La Corte dei Conti boccia su tutta la linea la proposta presentata nel 2025 dalla Commissione europea per la nuova Politica Agricola Comune, che disciplinerà il settore dal 2028 al 2034. Più complessa, con meno fondi dedicati e, di conseguenza, per nulla incentrata sulla semplificazione. Secondo i magistrati contabili, infatti, le complicate modalità di programmazione e approvazione, combinate con un’architettura giuridica della Pac più complessa, rischiano di creare incertezza, rendendo i finanziamenti meno prevedibili per i beneficiari e ritardando l’erogazione dei fondi. Non solo. Nella proposta presentata da Bruxelles con un obiettivo dichiarato di “semplificazione”, la Corte dei Conti sottolinea che, tutti gli aspetti critici indicati, potrebbero compromettere proprio questo obiettivo. Molto critico, dunque, il parere fornito al Parlamento europeo e al Consiglio dell’Ue relative alla Pac e all’organizzazione comune dei mercati (Ocm). Una posizione che trova l’accordo delle associazioni di categoria, sul piede di guerra da mesi contro alcune modifiche storiche di una Politica agricola comune che, però, in qualche modo va modificata se finora ha portato nei Paesi membri alla perdita, tra il 2007 e il 2022, di quasi due milioni di aziende agricole di piccole dimensioni, con un calo del 44%. La Pac, finora, ha aiutato più le grandi realtà e l’agroindustria ma, di fatto, questa volta rischia di non accontentare nessuno. Come dimostrano le proteste dei trattori in tutta Europa, anche contro il Mercosur. La proposta di modifica che toglie il fondo specifico all’agricoltura All’interno del progetto di bilancio dell’Ue per il 2028-2034, ossia del Quadro finanziario pluriennale (QFP), per un ammontare complessivo di 2mila miliardi di euro, il Fondo europeo costituirebbe la componente maggiore, con una dotazione finanziaria di circa 865 miliardi di euro. La Politica agricola comune, che è attualmente il più grande programma di spesa agricola dell’Ue, sarebbe finanziata da questo nuovo Fondo unico sulla base di piani nazionali. È la prima volta, dalla creazione della Pac nel 1962, che non verrebbe istituito un fondo specifico per l’agricoltura. La proposta della Commissione segna inoltre un notevole cambiamento strutturale, in quanto elimina il tradizionale sostegno a due pilastri della Pac: uno diretto per gli agricoltori e il settore agroalimentare e l’altro per lo sviluppo rurale. Secondo la Corte, però, per come è stata disegnata la struttura della Pac è più complessa, tanto da rendere i finanziamenti meno prevedibili per i beneficiari, con il rischio di ritardi nell’erogazione dei fondi. Passando alle cifre, la Pac riceverebbe la dotazione di bilancio minima di 293,7 miliardi di euro per il sostegno al reddito degli agricoltori (importo “riservato”), mentre altre misure – come il programma di sviluppo rurale Leader, il sostegno alle regioni ultraperiferiche e il programma dell’Ue destinato alle scuole – sarebbero finanziati dall’importo “non riservato”. Un accordo interistituzionale suggerisce un “obiettivo rurale” del 10 % dell’importo non riservato (almeno 48,7 miliardi di euro a prezzi correnti). Inoltre, nell’ambito dell’accordo UE-Mercosur, la Commissione ha proposto che i paesi dell’Ue abbiano accesso anche a circa 45 miliardi di euro dell’importo di flessibilità a partire dal 2028, per rispondere alle esigenze degli agricoltori e delle comunità rurali. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/10/corte-conti-ue-boccia-riforma-pac-notizie/8286596/
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    Corte dei Conti Ue boccia la riforma della Politica agricola comune
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  • Panoramica del mercato delle biciclette: tendenze, fattori trainanti della domanda e prospettive di crescita

    Il mercato delle biciclette rimane un segmento dinamico e in continua evoluzione del settore globale della mobilità e dello stile di vita dei consumatori, sostenuto dall'urbanizzazione, dalle iniziative a favore della sostenibilità e dal cambiamento delle preferenze verso mezzi di trasporto sani ed ecocompatibili. Un tempo considerate principalmente un prodotto per il tempo libero o il fitness, le biciclette si stanno affermando sempre più come soluzioni pratiche per la mobilità urbana, suscitando un forte interesse da parte di produttori, investitori e urbanisti.

    Leggi il rapporto sul mercato delle biciclette oggi stesso - https://www.skyquestt.com/report/bicycle-market

    #MercatoDelleBiciclette #IndustriaCiclistica #EBike #TrasportoSostenibile #AnalisiDiMercato #ApprofondimentiDiBusiness #TendenzeDeiConsumatori #MobilitàIntelligente #MercatiGlobali
    Panoramica del mercato delle biciclette: tendenze, fattori trainanti della domanda e prospettive di crescita Il mercato delle biciclette rimane un segmento dinamico e in continua evoluzione del settore globale della mobilità e dello stile di vita dei consumatori, sostenuto dall'urbanizzazione, dalle iniziative a favore della sostenibilità e dal cambiamento delle preferenze verso mezzi di trasporto sani ed ecocompatibili. Un tempo considerate principalmente un prodotto per il tempo libero o il fitness, le biciclette si stanno affermando sempre più come soluzioni pratiche per la mobilità urbana, suscitando un forte interesse da parte di produttori, investitori e urbanisti. Leggi il rapporto sul mercato delle biciclette oggi stesso - https://www.skyquestt.com/report/bicycle-market #MercatoDelleBiciclette #IndustriaCiclistica #EBike #TrasportoSostenibile #AnalisiDiMercato #ApprofondimentiDiBusiness #TendenzeDeiConsumatori #MobilitàIntelligente #MercatiGlobali
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    Bicycle Market Size, Share | Forecast Report [2032]
    Bicycle Market size in 2024 ($70894.39 million) will reach $148117.16 million by 2032, CAGR 9.7%.
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  • Hai mai sentito parlare del Dr. Hiromi Shinya e della sua visione unica sul benessere? In questo video esploriamo idee e riflessioni che hanno ispirato milioni di persone in tutto il mondo. #BenessereNaturale #Consapevolezza

    Scoprirai come piccoli cambiamenti nello stile di vita possano influenzare positivamente l’energia quotidiana e il modo in cui ci prendiamo cura di noi stessi. Non si tratta di promesse, ma di nuove prospettive. #VitaSana #CrescitaPersonale

    Resta fino alla fine per comprendere meglio il legame tra alimentazione, abitudini e qualità della vita. A volte sono proprio le cose più semplici a generare le trasformazioni più profonde. #Equilibrio #Ispirazione

    Se questo contenuto ti è utile, lascia un like, condividi e iscriviti al canale per continuare questo percorso di scoperta. Il cambiamento nasce dalla conoscenza. #Motivazione #Benessere
    https://youtu.be/FlpchZT1fvg?si=UPAZ0ZGhgynXiN-a
    Hai mai sentito parlare del Dr. Hiromi Shinya e della sua visione unica sul benessere? 🌿 In questo video esploriamo idee e riflessioni che hanno ispirato milioni di persone in tutto il mondo. #BenessereNaturale #Consapevolezza Scoprirai come piccoli cambiamenti nello stile di vita possano influenzare positivamente l’energia quotidiana e il modo in cui ci prendiamo cura di noi stessi. ✨ Non si tratta di promesse, ma di nuove prospettive. #VitaSana #CrescitaPersonale Resta fino alla fine per comprendere meglio il legame tra alimentazione, abitudini e qualità della vita. 🍃 A volte sono proprio le cose più semplici a generare le trasformazioni più profonde. #Equilibrio #Ispirazione Se questo contenuto ti è utile, lascia un like, condividi e iscriviti al canale per continuare questo percorso di scoperta. 💚 Il cambiamento nasce dalla conoscenza. #Motivazione #Benessere https://youtu.be/FlpchZT1fvg?si=UPAZ0ZGhgynXiN-a
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  • Estratto dal discorso di Papa Leone XIV al corpo diplomatico. 16- Maggio 2025-https://share.google/ZYJFegd9cEXlErptd
    Nel nostro dialogo vorrei che tenessimo presente tre parole-chiave, ( pace, giustizia, verità n.d.r.) che costituiscono i pilastri dell’azione missionaria della Chiesa e del lavoro della diplomazia della Santa Sede.

    La prima parola è pace. Troppe volte la consideriamo una parola “negativa”, ossia come mera assenza di guerra e di conflitto, poiché la contrapposizione è parte della natura umana e ci accompagna sempre, spingendoci troppo spesso a vivere in un costante “stato di conflitto”: in casa, al lavoro, nella società. La pace allora sembra una semplice tregua, un momento di riposo tra una contesa e l’altra, poiché, per quanto ci si sforzi, le tensioni sono sempre presenti, un po’ come la brace che cova sotto la cenere, pronta a riaccendersi in ogni momento.

    Nella prospettiva cristiana — come anche in quella di altre esperienze religiose — la pace è anzitutto un dono: il primo dono di Cristo: «Vi do la mia pace» (Gv 14, 27). Essa è però un dono attivo, coinvolgente, che interessa e impegna ciascuno di noi, indipendentemente dalla provenienza culturale e dall’appartenenza religiosa, e che esige anzitutto un lavoro su sé stessi. La pace si costruisce nel cuore e a partire dal cuore, sradicando l’orgoglio e le rivendicazioni, e misurando il linguaggio, poiché si può ferire e uccidere anche con le parole, non solo con le armi.

    In quest’ottica, ritengo fondamentale il contributo che le religioni e il dialogo interreligioso possono svolgere per favorire contesti di pace. Ciò naturalmente esige il pieno rispetto della libertà religiosa in ogni Paese, poiché l’esperienza religiosa è una dimensione fondamentale della persona umana, tralasciando la quale è difficile, se non impossibile, compiere quella purificazione del cuore necessaria per costruire relazioni di pace.

    A partire da questo lavoro, che tutti siamo chiamati a fare, si possono sradicare le premesse di ogni conflitto e di ogni distruttiva volontà di conquista. Ciò esige anche una sincera volontà di dialogo, animata dal desiderio di incontrarsi più che di scontrarsi. In questa prospettiva è necessario ridare respiro alla diplomazia multilaterale e a quelle istituzioni internazionali che sono state volute e pensate anzitutto per porre rimedio alle contese che potessero insorgere in seno alla Comunità internazionale. Certo, occorre anche la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte, poiché, come ricordava Papa Francesco nel suo ultimo Messaggio Urbi et Orbi, «nessuna pace è possibile senza un vero disarmo [e] l’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo» (1).

    La seconda parola è giustizia. Perseguire la pace esige di praticare la giustizia. Come ho già avuto modo di accennare, ho scelto il mio nome pensando anzitutto a Leone XIII, il Papa della prima grande enciclica sociale, la Rerum novarum. Nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, la Santa Sede non può esimersi dal far sentire la propria voce dinanzi ai numerosi squilibri e alle ingiustizie che conducono, tra l’altro, a condizioni indegne di lavoro e a società sempre più frammentate e conflittuali. Occorre peraltro adoperarsi per porre rimedio alle disparità globali, che vedono opulenza e indigenza tracciare solchi profondi tra continenti, Paesi e anche all’interno di singole società.

    È compito di chi ha responsabilità di governo adoperarsi per costruire società civili armoniche e pacificate. Ciò può essere fatto anzitutto investendo sulla famiglia, fondata sull’unione stabile tra uomo e donna, «società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società» (2). Inoltre, nessuno può esimersi dal favorire contesti in cui sia tutelata la dignità di ogni persona, specialmente di quelle più fragili e indifese, dal nascituro all’anziano, dal malato al disoccupato, sia esso cittadino o immigrato.

    La mia stessa storia è quella di un cittadino, discendente di immigrati, a sua volta emigrato. Ciascuno di noi, nel corso della vita, si può ritrovare sano o malato, occupato o disoccupato, in patria o in terra straniera: la sua dignità però rimane sempre la stessa, quella di creatura voluta e amata da Dio.

    La terza parola è verità. Non si possono costruire relazioni veramente pacifiche, anche in seno alla Comunità internazionale, senza verità. Laddove le parole assumono connotati ambigui e ambivalenti e il mondo virtuale, con la sua mutata percezione del reale, prende il sopravvento senza controllo, è arduo costruire rapporti autentici, poiché vengono meno le premesse oggettive e reali della comunicazione.

    Da parte sua, la Chiesa non può mai esimersi dal dire la verità sull’uomo e sul mondo, ricorrendo quando necessario anche ad un linguaggio schietto, che può suscitare qualche iniziale incomprensione. La verità però non è mai disgiunta dalla carità, che alla radice ha sempre la preoccupazione per la vita e il bene di ogni uomo e donna. D’altronde, nella prospettiva cristiana, la verità non è l’affermazione di principi astratti e disincarnati, ma l’incontro con la persona stessa di Cristo, che vive nella comunità dei credenti. Così la verità non ci allontana, anzi ci consente di affrontare con miglior vigore le sfide del nostro tempo, come le migrazioni, l’uso etico dell’intelligenza artificiale e la salvaguardia della nostra amata Terra. Sono sfide che richiedono l’impegno e la collaborazione di tutti, poiché nessuno può pensare di affrontarle da solo.
    Estratto dal discorso di Papa Leone XIV al corpo diplomatico. 16- Maggio 2025-https://share.google/ZYJFegd9cEXlErptd Nel nostro dialogo vorrei che tenessimo presente tre parole-chiave, ( pace, giustizia, verità n.d.r.) che costituiscono i pilastri dell’azione missionaria della Chiesa e del lavoro della diplomazia della Santa Sede. La prima parola è pace. Troppe volte la consideriamo una parola “negativa”, ossia come mera assenza di guerra e di conflitto, poiché la contrapposizione è parte della natura umana e ci accompagna sempre, spingendoci troppo spesso a vivere in un costante “stato di conflitto”: in casa, al lavoro, nella società. La pace allora sembra una semplice tregua, un momento di riposo tra una contesa e l’altra, poiché, per quanto ci si sforzi, le tensioni sono sempre presenti, un po’ come la brace che cova sotto la cenere, pronta a riaccendersi in ogni momento. Nella prospettiva cristiana — come anche in quella di altre esperienze religiose — la pace è anzitutto un dono: il primo dono di Cristo: «Vi do la mia pace» (Gv 14, 27). Essa è però un dono attivo, coinvolgente, che interessa e impegna ciascuno di noi, indipendentemente dalla provenienza culturale e dall’appartenenza religiosa, e che esige anzitutto un lavoro su sé stessi. La pace si costruisce nel cuore e a partire dal cuore, sradicando l’orgoglio e le rivendicazioni, e misurando il linguaggio, poiché si può ferire e uccidere anche con le parole, non solo con le armi. In quest’ottica, ritengo fondamentale il contributo che le religioni e il dialogo interreligioso possono svolgere per favorire contesti di pace. Ciò naturalmente esige il pieno rispetto della libertà religiosa in ogni Paese, poiché l’esperienza religiosa è una dimensione fondamentale della persona umana, tralasciando la quale è difficile, se non impossibile, compiere quella purificazione del cuore necessaria per costruire relazioni di pace. A partire da questo lavoro, che tutti siamo chiamati a fare, si possono sradicare le premesse di ogni conflitto e di ogni distruttiva volontà di conquista. Ciò esige anche una sincera volontà di dialogo, animata dal desiderio di incontrarsi più che di scontrarsi. In questa prospettiva è necessario ridare respiro alla diplomazia multilaterale e a quelle istituzioni internazionali che sono state volute e pensate anzitutto per porre rimedio alle contese che potessero insorgere in seno alla Comunità internazionale. Certo, occorre anche la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte, poiché, come ricordava Papa Francesco nel suo ultimo Messaggio Urbi et Orbi, «nessuna pace è possibile senza un vero disarmo [e] l’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo» (1). La seconda parola è giustizia. Perseguire la pace esige di praticare la giustizia. Come ho già avuto modo di accennare, ho scelto il mio nome pensando anzitutto a Leone XIII, il Papa della prima grande enciclica sociale, la Rerum novarum. Nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, la Santa Sede non può esimersi dal far sentire la propria voce dinanzi ai numerosi squilibri e alle ingiustizie che conducono, tra l’altro, a condizioni indegne di lavoro e a società sempre più frammentate e conflittuali. Occorre peraltro adoperarsi per porre rimedio alle disparità globali, che vedono opulenza e indigenza tracciare solchi profondi tra continenti, Paesi e anche all’interno di singole società. È compito di chi ha responsabilità di governo adoperarsi per costruire società civili armoniche e pacificate. Ciò può essere fatto anzitutto investendo sulla famiglia, fondata sull’unione stabile tra uomo e donna, «società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società» (2). Inoltre, nessuno può esimersi dal favorire contesti in cui sia tutelata la dignità di ogni persona, specialmente di quelle più fragili e indifese, dal nascituro all’anziano, dal malato al disoccupato, sia esso cittadino o immigrato. La mia stessa storia è quella di un cittadino, discendente di immigrati, a sua volta emigrato. Ciascuno di noi, nel corso della vita, si può ritrovare sano o malato, occupato o disoccupato, in patria o in terra straniera: la sua dignità però rimane sempre la stessa, quella di creatura voluta e amata da Dio. La terza parola è verità. Non si possono costruire relazioni veramente pacifiche, anche in seno alla Comunità internazionale, senza verità. Laddove le parole assumono connotati ambigui e ambivalenti e il mondo virtuale, con la sua mutata percezione del reale, prende il sopravvento senza controllo, è arduo costruire rapporti autentici, poiché vengono meno le premesse oggettive e reali della comunicazione. Da parte sua, la Chiesa non può mai esimersi dal dire la verità sull’uomo e sul mondo, ricorrendo quando necessario anche ad un linguaggio schietto, che può suscitare qualche iniziale incomprensione. La verità però non è mai disgiunta dalla carità, che alla radice ha sempre la preoccupazione per la vita e il bene di ogni uomo e donna. D’altronde, nella prospettiva cristiana, la verità non è l’affermazione di principi astratti e disincarnati, ma l’incontro con la persona stessa di Cristo, che vive nella comunità dei credenti. Così la verità non ci allontana, anzi ci consente di affrontare con miglior vigore le sfide del nostro tempo, come le migrazioni, l’uso etico dell’intelligenza artificiale e la salvaguardia della nostra amata Terra. Sono sfide che richiedono l’impegno e la collaborazione di tutti, poiché nessuno può pensare di affrontarle da solo.
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    Papa Leone XIV incontra il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede - Pace Giustizia Verità - L'Osservatore Romano
    Pace, giustizia e verità: sono «i pilastri dell’azione missionaria della Chiesa e del lavoro della diplomazia della Santa Sede» ricordati da Papa Leone XIV stamani, venerdì 16 maggio, nell’udienza al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ricevuto nella Sala Clementina. Il Pontefice ha anche sottolineato che è tempo di lasciare alle spalle le contese e cominciare un cammino nuovo di speranza a partire dai contesti più provati come l’Ucraina e la Terra Santa - il discorso del Papa
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