• "Giù le mani dalla Flotilla": le immagini della manifestazione a Bologna
    Centinaia in piazza a Bologna per la Global Sumud Flotilla, intercettata da Israele al largo di Creta...
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/30/flotilla-gaza-manifestazione-bologna-video-immagini/8372075/
    "Giù le mani dalla Flotilla": le immagini della manifestazione a Bologna Centinaia in piazza a Bologna per la Global Sumud Flotilla, intercettata da Israele al largo di Creta... https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/30/flotilla-gaza-manifestazione-bologna-video-immagini/8372075/
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    "Giù le mani dalla Flotilla": le immagini della manifestazione a Bologna
    Centinaia in piazza a Bologna per la Global Sumud Flotilla, intercettata da Israele al largo di Creta
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  • When the US bombed Hiroshima, it dropped 15,000 tons of bombs on an area of 900 square kilometers.

    "Israel" has dropped at least 150,000 tons of bombs on Gaza in a territory of 350 square kilometers.

    The Zionists have dropped 10 times more bombs on a territory 2.5 times smaller and there are studies that they may have killed more than 600,000 Palestinians.

    We are not aware to what degree of historical extermination the Zionist genocide against Gaza is taking place.
    When the US bombed Hiroshima, it dropped 15,000 tons of bombs on an area of 900 square kilometers. "Israel" has dropped at least 150,000 tons of bombs on Gaza in a territory of 350 square kilometers. The Zionists have dropped 10 times more bombs on a territory 2.5 times smaller and there are studies that they may have killed more than 600,000 Palestinians. We are not aware to what degree of historical extermination the Zionist genocide against Gaza is taking place.
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  • Quattro giorni fa Haaretz, unico giornale d’opposizione in Israele, ha pubblicato un articolo dal titolo “I Felt I Was a Monster” (17/04/2026). L’articolo parte dalla presentazione di un soldato israeliano psicologicamente tormentato e che afferma di temere più di tutto la vendetta. Nel corso dell’articolo vengono ricordati attraverso testimonianze o documenti alcuni fatti avvenuti durante la demolizione della striscia di Gaza (una goccia nel mare di quelli noti, ma comunque).

    Si parla di soldati che urinano su un detenuto legato e bendato, ridendo e scherzando. Si parla di interrogatori dove i detenuti vengono torturati stringendo fascette di plastica intorno ai loro genitali. Si parla di un ufficiale che giustizia un palestinese disarmato che si era arreso con le mani alzate, per poi insabbiare l’episodio facendo credere fosse un "terrorista armato". Si parla di un carro armato che spara e uccide cinque civili palestinesi che attraversano una linea, seguito da un bulldozer D9 che seppellisce i corpi nella sabbia. Si parla di innumerevoli casi di soldati dell’IDF che aprono il fuoco su civili disarmati, compresi coloro che cercano cibo durante la carestia causata dal blocco imposto dal governo israeliano. Si parla del saccheggio di case palestinesi, di interni bruciati, piscio sugli oggetti personali delle famiglie sfrattate, per il divertimento collettivo.

    La tesi di fondo che sostiene l’articolo è che i soldati israeliani stiano soffrendo di gravi traumi per ciò che hanno fatto o che hanno visto fare ai propri commilitoni.

    Due osservazioni mi paiono opportune.

    La prima deve partire dalla constatazione che le atrocità ricordate nell’articolo sono solo una piccola parte, e non la più ributtante, di quanto fatto dall’esercito israeliano. (Non mi risulta ci siano precedenti altrove nel mondo di stupri e sevizie sui prigionieri, accertati con filmati giunti al pubblico internazionale, e seguiti da un’assoluzione in tribunale dei torturatori.) Detto questo, comunque, gli eventi ricordati su Haaretz, sono parte di un repertorio che ricalca in maniera impressionante alcuni dei momenti più abietti del nazifascismo.

    E l’unico modo che Haaretz ha per presentare questi eventi al pubblico israeliano (all’esigua minoranza critica) è di presentarlo invocando la pietà umana per i soldati traumatizzati dallo schifo cui hanno partecipato. Ecco, già questo impianto narrativo ci dice come nella società israeliana si sia introiettata senza resti l’idea che l’unico soggetto umano del cui sguardo val la pena curarsi è un ebreo israeliano. Se tortura e uccide innocenti, la vittima resta fuori scena, mentre chiediamo compassione per le ripercussioni psicologiche sul carnefice. Questo, temo, sia il problema di fondo, da cui tutto il resto discende.

    La seconda osservazione deriva dallo scandalo suscitato recentemente dall’immagine di un soldato dell’IDF, nel sud del Libano, che distrugge a colpi di mazza una statua di Gesù Cristo in croce. L’immagine ha fatto il giro del mondo, ha suscitato reazioni politiche e ha persino costretto, credo per la prima volta, il primo ministro israeliano Netanyahu a prendere le distanze e a promettere un intervento sanzionatorio nei confronti del soldato.

    Ora, per chiunque abbia un’idea, anche limitata, del messaggio cristiano, non può che risultare incredibile che nessuna cancelleria europea si muova per migliaia di crimini di guerra documentati, stupri, torture, assassini a sangue freddo di cittadini inermi, fucilate sui bambini, bombardamenti incendiari sui campi profughi, ecc. (di cui molti ammessi e ripresi dai media israeliani), per poi sollevare rimostranze di fronte alla dissacrazione di un’immagine.

    Infatti, se c’è una cosa per cui il messaggio cristiano si erge in contrasto polemico fortissimo verso la precedente tradizione ebraica è proprio il rigetto del formalismo, del legalismo, del culto dell’apparenza esteriore rispetto alla pietà umana.
    “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità.” (Matteo, 23, 27-28)
    Quattro giorni fa Haaretz, unico giornale d’opposizione in Israele, ha pubblicato un articolo dal titolo “I Felt I Was a Monster” (17/04/2026). L’articolo parte dalla presentazione di un soldato israeliano psicologicamente tormentato e che afferma di temere più di tutto la vendetta. Nel corso dell’articolo vengono ricordati attraverso testimonianze o documenti alcuni fatti avvenuti durante la demolizione della striscia di Gaza (una goccia nel mare di quelli noti, ma comunque). Si parla di soldati che urinano su un detenuto legato e bendato, ridendo e scherzando. Si parla di interrogatori dove i detenuti vengono torturati stringendo fascette di plastica intorno ai loro genitali. Si parla di un ufficiale che giustizia un palestinese disarmato che si era arreso con le mani alzate, per poi insabbiare l’episodio facendo credere fosse un "terrorista armato". Si parla di un carro armato che spara e uccide cinque civili palestinesi che attraversano una linea, seguito da un bulldozer D9 che seppellisce i corpi nella sabbia. Si parla di innumerevoli casi di soldati dell’IDF che aprono il fuoco su civili disarmati, compresi coloro che cercano cibo durante la carestia causata dal blocco imposto dal governo israeliano. Si parla del saccheggio di case palestinesi, di interni bruciati, piscio sugli oggetti personali delle famiglie sfrattate, per il divertimento collettivo. La tesi di fondo che sostiene l’articolo è che i soldati israeliani stiano soffrendo di gravi traumi per ciò che hanno fatto o che hanno visto fare ai propri commilitoni. Due osservazioni mi paiono opportune. La prima deve partire dalla constatazione che le atrocità ricordate nell’articolo sono solo una piccola parte, e non la più ributtante, di quanto fatto dall’esercito israeliano. (Non mi risulta ci siano precedenti altrove nel mondo di stupri e sevizie sui prigionieri, accertati con filmati giunti al pubblico internazionale, e seguiti da un’assoluzione in tribunale dei torturatori.) Detto questo, comunque, gli eventi ricordati su Haaretz, sono parte di un repertorio che ricalca in maniera impressionante alcuni dei momenti più abietti del nazifascismo. E l’unico modo che Haaretz ha per presentare questi eventi al pubblico israeliano (all’esigua minoranza critica) è di presentarlo invocando la pietà umana per i soldati traumatizzati dallo schifo cui hanno partecipato. Ecco, già questo impianto narrativo ci dice come nella società israeliana si sia introiettata senza resti l’idea che l’unico soggetto umano del cui sguardo val la pena curarsi è un ebreo israeliano. Se tortura e uccide innocenti, la vittima resta fuori scena, mentre chiediamo compassione per le ripercussioni psicologiche sul carnefice. Questo, temo, sia il problema di fondo, da cui tutto il resto discende. La seconda osservazione deriva dallo scandalo suscitato recentemente dall’immagine di un soldato dell’IDF, nel sud del Libano, che distrugge a colpi di mazza una statua di Gesù Cristo in croce. L’immagine ha fatto il giro del mondo, ha suscitato reazioni politiche e ha persino costretto, credo per la prima volta, il primo ministro israeliano Netanyahu a prendere le distanze e a promettere un intervento sanzionatorio nei confronti del soldato. Ora, per chiunque abbia un’idea, anche limitata, del messaggio cristiano, non può che risultare incredibile che nessuna cancelleria europea si muova per migliaia di crimini di guerra documentati, stupri, torture, assassini a sangue freddo di cittadini inermi, fucilate sui bambini, bombardamenti incendiari sui campi profughi, ecc. (di cui molti ammessi e ripresi dai media israeliani), per poi sollevare rimostranze di fronte alla dissacrazione di un’immagine. Infatti, se c’è una cosa per cui il messaggio cristiano si erge in contrasto polemico fortissimo verso la precedente tradizione ebraica è proprio il rigetto del formalismo, del legalismo, del culto dell’apparenza esteriore rispetto alla pietà umana. “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità.” (Matteo, 23, 27-28)
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  • Tra le macerie di Tallet al-Khayat, a Beirut, l'8 aprile 2026, è stato ritrovato il corpo della poetessa libanese Khatun Salma, insieme a quello del marito Muhammad Karasht. Non lontano da loro, una copia sfregiata di Ventiquattro ore nella vita di una donna di Stefan Zweig.

    Qualcuno ha visto. Qualcuno ha capito subito. E ha diffuso le due immagini insieme - il corpo e il libro strappato - come si diffonde una verità che non ha bisogno di didascalie.

    Khatun Salma aveva scritto:
    قد أكون الضحيّة / الشهيدة إن شاؤوا
    في الصدع فأس / في الصدر جرح
    أمدّ يدي اليمنى / تليها اليسرى / ربّما معاً ننجو
    Potrei essere la vittima / la martire, se così vogliono
    nella fessura un'ascia / nel petto una ferita
    tendo la mano destra / poi la sinistra / forse insieme sopravviviamo

    Non sono sopravvissuti insieme.

    Forse stava leggendo Zweig quella sera. Forse cercava in quelle pagine una chiave per capire l'oscurità del fascismo di ieri e riconoscere meglio quella di oggi. Il fascismo l'ha raggiunta mentre leggeva. È entrato in casa sua senza chiedere il permesso, come fa sempre, come ha sempre fatto.

    L'operazione si chiama “Oscurità Eterna”. Cinquanta caccia, centosessanta bombe, cento obiettivi, dieci minuti. Nessuno cercava lei in particolare. Non serve cercare un poeta per ucciderlo, basta decidere che lo spazio in cui vive è sacrificabile. Con tutto ciò che contiene: corpi, voci, libri, versi.

    Zweig si era suicidato in Brasile nel febbraio del 1942, in fuga da un'Europa che aveva smesso di essere abitabile per chi pensava e scriveva. Ottant'anni dopo, i libanesi che hanno diffuso quelle due immagini stavano facendo la stessa cosa che faceva lui: cercare di dare un nome a ciò che li sta distruggendo. Con gli stessi strumenti culturali che vengono distrutti insieme a loro.

    Non è la prima volta. A Gaza, il 6 dicembre 2023, Israele ha bombardato chirurgicamente l'appartamento in cui si trovava il poeta Refaat Alareer, uccidendo lui, suo fratello, sua sorella e tre nipoti. Poche settimane prima aveva scritto: “Se devo morire, che sia un racconto”. Con lui sono stati uccisi la poetessa Heba Abu Nada, il romanziere Omar Abu Shawish, la pittrice Heba Zaqout, la scrittrice Halima Al Kahlout e decine di altri artisti e intellettuali di cui i nomi rischiano di restare sepolti sotto le statistiche. Prima di loro, nel 1972, Ghassan Kanafani - scrittore, drammaturgo, voce della resistenza palestinese - era stato assassinato a Beirut da un'autobomba del Mossad.

    C'è una linea che attraversa i decenni. Il fascismo, in tutte le sue forme, ha sempre saputo che i poeti sono pericolosi non perché imbracciano armi, ma perché nominano le cose. E nominare le cose è il primo atto di resistenza. Per questo li cerca, li bombarda, li seppellisce sotto le macerie con o senza nome.

    “Se devo morire, che sia un racconto”, aveva scritto Alareer.

    Khatun Salma è diventata un racconto. Come Refaat. Come tutti quelli che il fascismo vuole ridurre a numero e riesce invece a trasformare in voce.

    Di Tahar Lamri

    On April 8, 2026, the body of Lebanese poet Khatun Salma was found in the rubble of Tallet al-Khayat, Beirut, along with that of her husband Muhammad Karasht. Not far from them was a defaced copy of Stefan Zweig's Twenty-Four Hours in the Life of a Woman.

    Someone saw. Someone understood immediately. And they shared the two images together—the body and the torn book—like a truth that needs no caption.

    Khatun Salma had written:
    قد أكون الضحيّة / الشهيدة إن شاؤوا
    في الصدع فأس / في الصدر جرح
    أمدّ يدي اليمنى / تليها اليسرى / ربّما معاً ننجو
    I could be the victim/martyr if they so choose
    in the crack an ax / in the chest a wound
    I hold out my right hand / then my left / maybe together We survive

    They didn't survive together.

    Perhaps she was reading Zweig that evening. Perhaps she was searching in those pages for a key to understanding the darkness of fascism yesterday and better recognizing that of today. Fascism caught up with her while she was reading. It entered her home without asking permission, as it always does, as it always has.

    The operation is called "Eternal Darkness." Fifty fighters, one hundred and sixty bombs, one hundred targets, ten minutes. No one was looking for her in particular. There's no need to look for a poet to kill him, just decide that the space she lives in is expendable. With everything it contains: bodies, voices, books, verses.

    Zweig committed suicide in Brazil in February 1942, fleeing a Europe that had ceased to be habitable for those who thought and wrote. Eighty years later, the Lebanese who spread those two images were doing the same thing he was doing: trying to give a name to what is destroying them. With the same cultural tools that are being destroyed along with them.

    It's not the first time. In Gaza, on December 6, 2023, Israel surgically bombed the apartment where poet Refaat Alareer was staying, killing him, his brother, his sister, and three nephews. A few weeks earlier, he had written: "If I must die, let it be a story." Killed along with him were poet Heba Abu Nada, novelist Omar Abu Shawish, painter Heba Zaqout, writer Halima Al Kahlout, and dozens of other artists and intellectuals whose names risk being buried under statistics. Before them, in 1972, Ghassan Kanafani—writer, playwright, voice of the Palestinian resistance—was assassinated in Beirut by a Mossad car bomb.

    There's a line that runs through the decades. Fascism, in all its forms, has always known that poets are dangerous not because they bear arms, but because they name things. And naming things is the first act of resistance. That's why it seeks them out, bombs them, buries them under rubble, with or without a name.

    "If I must die, let it be a story," Alareer wrote.

    Khatun Salma has become a story. Like Refaat. Like all those whom fascism seeks to reduce to a number and instead succeeds in transforming into a voice.

    By Tahar Lamri
    Tra le macerie di Tallet al-Khayat, a Beirut, l'8 aprile 2026, è stato ritrovato il corpo della poetessa libanese Khatun Salma, insieme a quello del marito Muhammad Karasht. Non lontano da loro, una copia sfregiata di Ventiquattro ore nella vita di una donna di Stefan Zweig. Qualcuno ha visto. Qualcuno ha capito subito. E ha diffuso le due immagini insieme - il corpo e il libro strappato - come si diffonde una verità che non ha bisogno di didascalie. Khatun Salma aveva scritto: قد أكون الضحيّة / الشهيدة إن شاؤوا في الصدع فأس / في الصدر جرح أمدّ يدي اليمنى / تليها اليسرى / ربّما معاً ننجو Potrei essere la vittima / la martire, se così vogliono nella fessura un'ascia / nel petto una ferita tendo la mano destra / poi la sinistra / forse insieme sopravviviamo Non sono sopravvissuti insieme. Forse stava leggendo Zweig quella sera. Forse cercava in quelle pagine una chiave per capire l'oscurità del fascismo di ieri e riconoscere meglio quella di oggi. Il fascismo l'ha raggiunta mentre leggeva. È entrato in casa sua senza chiedere il permesso, come fa sempre, come ha sempre fatto. L'operazione si chiama “Oscurità Eterna”. Cinquanta caccia, centosessanta bombe, cento obiettivi, dieci minuti. Nessuno cercava lei in particolare. Non serve cercare un poeta per ucciderlo, basta decidere che lo spazio in cui vive è sacrificabile. Con tutto ciò che contiene: corpi, voci, libri, versi. Zweig si era suicidato in Brasile nel febbraio del 1942, in fuga da un'Europa che aveva smesso di essere abitabile per chi pensava e scriveva. Ottant'anni dopo, i libanesi che hanno diffuso quelle due immagini stavano facendo la stessa cosa che faceva lui: cercare di dare un nome a ciò che li sta distruggendo. Con gli stessi strumenti culturali che vengono distrutti insieme a loro. Non è la prima volta. A Gaza, il 6 dicembre 2023, Israele ha bombardato chirurgicamente l'appartamento in cui si trovava il poeta Refaat Alareer, uccidendo lui, suo fratello, sua sorella e tre nipoti. Poche settimane prima aveva scritto: “Se devo morire, che sia un racconto”. Con lui sono stati uccisi la poetessa Heba Abu Nada, il romanziere Omar Abu Shawish, la pittrice Heba Zaqout, la scrittrice Halima Al Kahlout e decine di altri artisti e intellettuali di cui i nomi rischiano di restare sepolti sotto le statistiche. Prima di loro, nel 1972, Ghassan Kanafani - scrittore, drammaturgo, voce della resistenza palestinese - era stato assassinato a Beirut da un'autobomba del Mossad. C'è una linea che attraversa i decenni. Il fascismo, in tutte le sue forme, ha sempre saputo che i poeti sono pericolosi non perché imbracciano armi, ma perché nominano le cose. E nominare le cose è il primo atto di resistenza. Per questo li cerca, li bombarda, li seppellisce sotto le macerie con o senza nome. “Se devo morire, che sia un racconto”, aveva scritto Alareer. Khatun Salma è diventata un racconto. Come Refaat. Come tutti quelli che il fascismo vuole ridurre a numero e riesce invece a trasformare in voce. Di Tahar Lamri On April 8, 2026, the body of Lebanese poet Khatun Salma was found in the rubble of Tallet al-Khayat, Beirut, along with that of her husband Muhammad Karasht. Not far from them was a defaced copy of Stefan Zweig's Twenty-Four Hours in the Life of a Woman. Someone saw. Someone understood immediately. And they shared the two images together—the body and the torn book—like a truth that needs no caption. Khatun Salma had written: قد أكون الضحيّة / الشهيدة إن شاؤوا في الصدع فأس / في الصدر جرح أمدّ يدي اليمنى / تليها اليسرى / ربّما معاً ننجو I could be the victim/martyr if they so choose in the crack an ax / in the chest a wound I hold out my right hand / then my left / maybe together We survive They didn't survive together. Perhaps she was reading Zweig that evening. Perhaps she was searching in those pages for a key to understanding the darkness of fascism yesterday and better recognizing that of today. Fascism caught up with her while she was reading. It entered her home without asking permission, as it always does, as it always has. The operation is called "Eternal Darkness." Fifty fighters, one hundred and sixty bombs, one hundred targets, ten minutes. No one was looking for her in particular. There's no need to look for a poet to kill him, just decide that the space she lives in is expendable. With everything it contains: bodies, voices, books, verses. Zweig committed suicide in Brazil in February 1942, fleeing a Europe that had ceased to be habitable for those who thought and wrote. Eighty years later, the Lebanese who spread those two images were doing the same thing he was doing: trying to give a name to what is destroying them. With the same cultural tools that are being destroyed along with them. It's not the first time. In Gaza, on December 6, 2023, Israel surgically bombed the apartment where poet Refaat Alareer was staying, killing him, his brother, his sister, and three nephews. A few weeks earlier, he had written: "If I must die, let it be a story." Killed along with him were poet Heba Abu Nada, novelist Omar Abu Shawish, painter Heba Zaqout, writer Halima Al Kahlout, and dozens of other artists and intellectuals whose names risk being buried under statistics. Before them, in 1972, Ghassan Kanafani—writer, playwright, voice of the Palestinian resistance—was assassinated in Beirut by a Mossad car bomb. There's a line that runs through the decades. Fascism, in all its forms, has always known that poets are dangerous not because they bear arms, but because they name things. And naming things is the first act of resistance. That's why it seeks them out, bombs them, buries them under rubble, with or without a name. "If I must die, let it be a story," Alareer wrote. Khatun Salma has become a story. Like Refaat. Like all those whom fascism seeks to reduce to a number and instead succeeds in transforming into a voice. By Tahar Lamri
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  • I SIONISTI non DEMORDONO!
    Israele demolisce i villaggi del sud Libano e applica il "modello Gaza"
    L'esercito israeliano ha definito una zona cuscinetto nel sud del Libano, demolendo oltre 50 villaggi e impedendo il ritorno di 600mila sfollati
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/20/israele-demolizione-villaggi-libano-news/8360729/
    I SIONISTI non DEMORDONO! Israele demolisce i villaggi del sud Libano e applica il "modello Gaza" L'esercito israeliano ha definito una zona cuscinetto nel sud del Libano, demolendo oltre 50 villaggi e impedendo il ritorno di 600mila sfollati https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/20/israele-demolizione-villaggi-libano-news/8360729/
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    L'esercito israeliano ha definito una zona cuscinetto nel sud del Libano, demolendo oltre 50 villaggi e impedendo il ritorno di 600mila sfollati
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  • Amnesty International mercoledì ha detto che tutti devono agire per liberare il medico tenuto prigioniero dall'occupazione, Hossam Abu Safiya.
    L'organizzazione per i diritti umani ha avvertito che è stato sottoposto a torture fisiche e psicologiche.
    È gravemente malato nelle carceri di occupazione, la sua salute sta peggiorando e le sue condizioni restano critiche.
    Amnesty chiede il suo rilascio immediato e incondizionato.

    "Non possiamo farcela da soli", dice, e ha lanciato sul suo sito ufficiale una campagna per raccogliere firme per chiedere il rilascio immediato di Abu Safiya.

    Bisogna salvare anche tutte le migliaia di innocenti, anche bambini di 12 anni, condannati a morte dalla legge appena votata dal paese che occupa territori non suoi da decenni, che ha legalizzato il genocidio aggiungendo la pena di morte riservata solo ai palestinesi.
    Una legge criminale e razziale, che coinvolge persone innocenti come il medico di Gaza Abu Saiyfa.

    (tra i quasi 10mila prigionieri palestinesi, 3.400 sono in “detenzione amministrativa”: a tempo indeterminato, senza processo)

    Uniamoci tutt3 ad Amnesty, e in fretta, per impedire questo ulteriore scempio umano.

    Fate girare questo appello ovunque

    https://www.amnesty.it/appelli/gaza-liberta-per-il-dottor-hussam-abu-safiya/

    https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSehXYcIaeniRmvDxzfp3H9iaJ-Ur2wrnlBtQScMyc-k8srqkw/viewform
    Amnesty International mercoledì ha detto che tutti devono agire per liberare il medico tenuto prigioniero dall'occupazione, Hossam Abu Safiya. L'organizzazione per i diritti umani ha avvertito che è stato sottoposto a torture fisiche e psicologiche. È gravemente malato nelle carceri di occupazione, la sua salute sta peggiorando e le sue condizioni restano critiche. Amnesty chiede il suo rilascio immediato e incondizionato. "Non possiamo farcela da soli", dice, e ha lanciato sul suo sito ufficiale una campagna per raccogliere firme per chiedere il rilascio immediato di Abu Safiya. Bisogna salvare anche tutte le migliaia di innocenti, anche bambini di 12 anni, condannati a morte dalla legge appena votata dal paese che occupa territori non suoi da decenni, che ha legalizzato il genocidio aggiungendo la pena di morte riservata solo ai palestinesi. Una legge criminale e razziale, che coinvolge persone innocenti come il medico di Gaza Abu Saiyfa. (tra i quasi 10mila prigionieri palestinesi, 3.400 sono in “detenzione amministrativa”: a tempo indeterminato, senza processo) Uniamoci tutt3 ad Amnesty, e in fretta, per impedire questo ulteriore scempio umano. Fate girare questo appello ovunque https://www.amnesty.it/appelli/gaza-liberta-per-il-dottor-hussam-abu-safiya/ https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSehXYcIaeniRmvDxzfp3H9iaJ-Ur2wrnlBtQScMyc-k8srqkw/viewform
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  • SPERO CHE QUESTI ASSASSINI PAGHINO PRESTO!
    Difunde, por Dios, una escena que duele el corazón para que el mundo conozca lo que le pasa a la gente de #Gaza
    Per favore, condividete questa scena straziante affinché il mondo sappia cosa sta succedendo alla popolazione di #Gaza
    #Gaza_Tsghith
    #GazaGenocide‌
    #GazaStarving
    #PalestiniansforPalestinians
    #PalestineWillBeFree

    Source: https://x.com/i/status/2041933658525733158
    SPERO CHE QUESTI ASSASSINI PAGHINO PRESTO! Difunde, por Dios, una escena que duele el corazón💔 para que el mundo conozca lo que le pasa a la gente de #Gaza Per favore, condividete questa scena straziante affinché il mondo sappia cosa sta succedendo alla popolazione di #Gaza #Gaza_Tsghith #GazaGenocide‌ #GazaStarving #PalestiniansforPalestinians #PalestineWillBeFree Source: https://x.com/i/status/2041933658525733158
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  • FANNO di TUTTO per far naufragare i negoziati di pace!!!
    STANNO RIDUCENDO BEIRUT CONE GAZA!
    Israele oscura l'accordo con l'Iran e bombarda il Libano: centinaia di vittime civili
    Attacchi devastanti su Beirut e altre zone del Libano: 160 bombe in 10 minuti mentre l'accordo tra USA e Iran viene messo in ombra
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/08/israele-bombardamenti-libano-morti-civili-oggi/8349317/
    FANNO di TUTTO per far naufragare i negoziati di pace!!! STANNO RIDUCENDO BEIRUT CONE GAZA! Israele oscura l'accordo con l'Iran e bombarda il Libano: centinaia di vittime civili Attacchi devastanti su Beirut e altre zone del Libano: 160 bombe in 10 minuti mentre l'accordo tra USA e Iran viene messo in ombra https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/08/israele-bombardamenti-libano-morti-civili-oggi/8349317/
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    Israele oscura l'accordo con l'Iran e bombarda il Libano: centinaia di vittime civili
    Attacchi devastanti su Beirut e altre zone del Libano: 160 bombe in 10 minuti mentre l'accordo tra USA e Iran viene messo in ombra
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  • «Il Libano alla mercè di Israele, sarà ridotto come Gaza»

    Sono circa 400 le vittime accertate di una settimana di bombardamenti israeliani sul Libano; centinaia di migliaia gli sfollati, che mancano di tutto. E torna il rischio di guerra civile. La testimonianza di padre Abdo Raad.

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    «Il Libano alla mercè di Israele, sarà ridotto come Gaza» Sono circa 400 le vittime accertate di una settimana di bombardamenti israeliani sul Libano; centinaia di migliaia gli sfollati, che mancano di tutto. E torna il rischio di guerra civile. La testimonianza di padre Abdo Raad. »🗞https://lanuovabq.it/it/il-libano-alla-merce-di-israele-sara-ridotto-come-gaza » 📢 @lanuovabussolaquotidiana
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    «Il Libano alla mercè di Israele, sarà ridotto come Gaza»
    Sono circa 400 le vittime accertate di una settimana di bombardamenti israeliani sul Libano; centinaia di migliaia gli sfollati, che mancano di tutto. E torna il rischio di guerra civile. La testimonianza di padre Abdo Raad.
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  • 13 Gennaio 2026 - Iran, testimonianze della repressione: "Sparano sulla folla, internet bloccato"
    Le voci di due iraniane all'estero: "Non sentiamo le nostre famiglie da giorni, il regime spara con armi pesanti e taglia corrente e acqua"

    Da giorni non hanno più notizie di mamme e papà, degli amici, di tutte le persone che sono scese in piazza per protestare contro il regime. “Sono molto preoccupata”, racconta la regista Somayeh Haghnegahdar in Italia dal 2022. “Nell’ultima chiamata di giovedì scorso i miei parenti mi raccontavano che c’era tantissima gente per strada e quasi tutti i negozi chiusi. Non sapevano cosa sarebbe potuto succedere”. Da quel momento, le comunicazioni si sono interrotte. Sarina, invece, parla sotto pseudonimo, è un dottoressa che vive in Europa e fino a inizio gennaio era in Iran: “Prima di salire sull’aereo ho detto a mamma: ‘Ti chiamo quando arrivo’. A quel punto ci siamo guardate negli occhi: sapevamo non sarebbe stato possibile”. L’ultimo accesso su Whatsapp è di martedì 6 gennaio. Da allora fissa il cellulare in attesa di un segnale. “È successo anche durante le proteste per la morte di Mahsa Amini: non avevamo internet dalle 17 alle 21 ogni giorno”. Ora, se possibile, la situazione è peggiore: “Nei primi giorni di mobilitazione, nemmeno le telefonate funzionavano. Ho sentito di persone colpite alla testa che non hanno potuto chiamare un’ambulanza. Molte vite sono state perse”. E nel silenzio la repressione continua: “Un amico chirurgo venerdì mattina mi ha detto che stanno sparando con munizioni vere e armi pesanti. Tantissimi ventenni sono morti, o sono rimasti paralizzati perché colpiti alla spina dorsale. Da questo non si torna indietro. Le persone sono più arrabbiate che mai”. Per Somayeh Haghnegahdar e Sarina, l’importante ora “è non lasciare soli i manifestanti” e continuare a parlarne. Entrambe ricordano il “coraggio” di chi sta rischiando la propria vita: “Noi, da qui, vorremmo fare la nostra parte”, dicono.
    “Le persone nonostante i morti vanno in piazza a manifestare. Forse ci sarà un cambiamento”

    Regista e montatrice, Haghnegahdar ha lasciato l’Iran dopo essere stata segnalata per il suo lavoro: “Da quel momento ho capito che dovevo partire”, dice. E da quel momento ha iniziato a far sentire la sua voce: è stata portavoce della Iranian Independent Filmmakers Association (che in questi giorni sta lanciando un appello in difesa dei manifestanti) e tra le attiviste in prima linea per il movimento “Donna vita libertà”. Il suo sguardo è sempre stato rivolto verso casa. “La situazione economica è diventata insostenibile. Negli ultimi giorni la moneta è crollata ed è stata una scintilla che ha acceso le proteste”, racconta. “Le persone non vedono un futuro, né economico né culturale. Lo Stato ha distrutto tutto. Non hanno niente da perdere: se deve continuare così, pensano, tanto vale lottare e morire”. Queste le testimonianze raccolte da chi, fino a pochi giorni fa, era in contatto costante con i manifestanti. “Siamo in una situazione in cui i negozianti, il giorno dopo, non possono comprare quello che vendono oggi. Inoltre il regime ha tagliato la corrente elettrica e l’acqua in molte zone. Stanno facendo contro il loro popolo quello che Israele ha fatto a Gaza”. E nonostante la dura repressione e le violenze, secondo Haghnegahdar, “ora è diverso”: “Negli ultimi anni abbiamo avuto tante proteste e sempre hanno sparato sulla gente: quando è così si torna a casa, ma non stavolta. Tutti coloro con cui ho parlato mi hanno detto: forse ci sarà un grande cambiamento, perché tutti siamo scontenti. E ho visto che nonostante i morti sono andati in piazza”. Proprio le immagini delle bare e delle persone che vanno a cercare i propri cari sono state fatte circolare dal regime: “Una scelta diversa dal solito: la tv di Stato ha mostrato le immagini dei cadaveri, accusando Usa e Israele. Si è parlato di terroristi facinorosi. E poi hanno dichiarato tre giorni di lutto. Ma a sparare sono stati loro”.
    “Io ero in piazza per Mahsa Amini, sparavano in faccia alle persone. Anche oggi i manifestanti avanzano disarmati”

    Sarina è una dottoressa e, dice, “non avevo mai pianificato di emigrare”: “Amo il mio popolo, i miei amici e la mia famiglia. Ma dopo il collasso economico e dopo aver capito che potevo essere uccisa semplicemente per aver rifiutato di indossare l’hijab, ho deciso di andarmene, come tanti miei amici”. Oggi segue le proteste da lontano. “In Iran le persone sono esauste. Le proteste non sono una novità. Ricordo quando ero bambina e Ahmadinejad vinse le elezioni con i brogli. Ricordo le foto dei manifestanti affisse nelle scuole, e insegnanti e perfino bambini che venivano interrogati per sapere se li riconoscessero per poterli arrestare. Era quasi vent’anni fa: chissà cosa possono fare ora con il riconoscimento facciale”. Sarina ricorda le ultime proteste del 2022: “I miei amici e io abbiamo protestato con grande cautela, eppure abbiamo comunque affrontato conseguenze gravissime. Ricordo un momento in cui eravamo tantissimi per strada, ma nessuno osava nemmeno gridare. C’erano repressori ovunque: pochi, ma con ordini di uccidere, accecare o arrestare. Sparavano direttamente al volto delle persone. Tantissime persone sono rimaste cieche. Allora in tanti abbiamo capito che a mani nude in strada non possiamo fare quasi nulla. Anche se uscissimo tutti, non avrebbero alcuna esitazione a portare i carri armati e uccidere. Nessuno li ferma”. Lo stesso vale per le proteste degli ultimi giorni: “Si vedono persone che avanzano verso la polizia che spara contro di loro mentre sono completamente disarmate. Quando le famiglie ricevono i corpi dei loro cari, non piangono in silenzio, ma urlano ‘Ucciderò chi ha ucciso mio fratello’”. C’è una spinta diversa oggi? “Le parole di Trump e ciò che è successo in Venezuela con Maduro hanno dato alle persone una strana sensazione di speranza. Credo sia uno dei motivi per cui si lotta in modo più aggressivo”.
    “Le ingerenze di Usa e Israele? Non basterebbero per provocare queste proteste. Reza Pahlavi? Non ci sono alternative”

    Il grande interrogativo riguarda cosa potrebbe succedere dopo, se il regime dovesse davvero cadere. “Il regime islamico”, dice Somayeh Haghnegahdar, “è come una malattia da estirpare. Prima ci vogliono i sacrifici e poi servirà un referendum per capire come andare avanti. Siamo un popolo di intellettuali e gli esperti esistono. Siamo stanchi: prima il Paese era una prigione per scrittori, artisti e giornalisti, ora riguarda tutti. Nessuno può vivere in questa situazione”. E in questa incertezza, il timore delle ingerenze straniere resta. “Non dimentichiamo però”, continua Haghnegahdar, “che l’Iran non è un Paese piccolo. Sono tantissime le persone per strada, quanto avrebbero dovuto essere organizzati per provocare queste manifestazioni? Il regime vuole farci credere che dietro le proteste c’è la manipolazione degli americani e degli israeliani. Ma è una truffa”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/13/iran-testimonianze-repressione-internet-blackout-non-sentiamo-le-nostre-famiglie-spari-folla-niente-da-perdere-notizie/8253530/
    13 Gennaio 2026 - Iran, testimonianze della repressione: "Sparano sulla folla, internet bloccato" Le voci di due iraniane all'estero: "Non sentiamo le nostre famiglie da giorni, il regime spara con armi pesanti e taglia corrente e acqua" Da giorni non hanno più notizie di mamme e papà, degli amici, di tutte le persone che sono scese in piazza per protestare contro il regime. “Sono molto preoccupata”, racconta la regista Somayeh Haghnegahdar in Italia dal 2022. “Nell’ultima chiamata di giovedì scorso i miei parenti mi raccontavano che c’era tantissima gente per strada e quasi tutti i negozi chiusi. Non sapevano cosa sarebbe potuto succedere”. Da quel momento, le comunicazioni si sono interrotte. Sarina, invece, parla sotto pseudonimo, è un dottoressa che vive in Europa e fino a inizio gennaio era in Iran: “Prima di salire sull’aereo ho detto a mamma: ‘Ti chiamo quando arrivo’. A quel punto ci siamo guardate negli occhi: sapevamo non sarebbe stato possibile”. L’ultimo accesso su Whatsapp è di martedì 6 gennaio. Da allora fissa il cellulare in attesa di un segnale. “È successo anche durante le proteste per la morte di Mahsa Amini: non avevamo internet dalle 17 alle 21 ogni giorno”. Ora, se possibile, la situazione è peggiore: “Nei primi giorni di mobilitazione, nemmeno le telefonate funzionavano. Ho sentito di persone colpite alla testa che non hanno potuto chiamare un’ambulanza. Molte vite sono state perse”. E nel silenzio la repressione continua: “Un amico chirurgo venerdì mattina mi ha detto che stanno sparando con munizioni vere e armi pesanti. Tantissimi ventenni sono morti, o sono rimasti paralizzati perché colpiti alla spina dorsale. Da questo non si torna indietro. Le persone sono più arrabbiate che mai”. Per Somayeh Haghnegahdar e Sarina, l’importante ora “è non lasciare soli i manifestanti” e continuare a parlarne. Entrambe ricordano il “coraggio” di chi sta rischiando la propria vita: “Noi, da qui, vorremmo fare la nostra parte”, dicono. “Le persone nonostante i morti vanno in piazza a manifestare. Forse ci sarà un cambiamento” Regista e montatrice, Haghnegahdar ha lasciato l’Iran dopo essere stata segnalata per il suo lavoro: “Da quel momento ho capito che dovevo partire”, dice. E da quel momento ha iniziato a far sentire la sua voce: è stata portavoce della Iranian Independent Filmmakers Association (che in questi giorni sta lanciando un appello in difesa dei manifestanti) e tra le attiviste in prima linea per il movimento “Donna vita libertà”. Il suo sguardo è sempre stato rivolto verso casa. “La situazione economica è diventata insostenibile. Negli ultimi giorni la moneta è crollata ed è stata una scintilla che ha acceso le proteste”, racconta. “Le persone non vedono un futuro, né economico né culturale. Lo Stato ha distrutto tutto. Non hanno niente da perdere: se deve continuare così, pensano, tanto vale lottare e morire”. Queste le testimonianze raccolte da chi, fino a pochi giorni fa, era in contatto costante con i manifestanti. “Siamo in una situazione in cui i negozianti, il giorno dopo, non possono comprare quello che vendono oggi. Inoltre il regime ha tagliato la corrente elettrica e l’acqua in molte zone. Stanno facendo contro il loro popolo quello che Israele ha fatto a Gaza”. E nonostante la dura repressione e le violenze, secondo Haghnegahdar, “ora è diverso”: “Negli ultimi anni abbiamo avuto tante proteste e sempre hanno sparato sulla gente: quando è così si torna a casa, ma non stavolta. Tutti coloro con cui ho parlato mi hanno detto: forse ci sarà un grande cambiamento, perché tutti siamo scontenti. E ho visto che nonostante i morti sono andati in piazza”. Proprio le immagini delle bare e delle persone che vanno a cercare i propri cari sono state fatte circolare dal regime: “Una scelta diversa dal solito: la tv di Stato ha mostrato le immagini dei cadaveri, accusando Usa e Israele. Si è parlato di terroristi facinorosi. E poi hanno dichiarato tre giorni di lutto. Ma a sparare sono stati loro”. “Io ero in piazza per Mahsa Amini, sparavano in faccia alle persone. Anche oggi i manifestanti avanzano disarmati” Sarina è una dottoressa e, dice, “non avevo mai pianificato di emigrare”: “Amo il mio popolo, i miei amici e la mia famiglia. Ma dopo il collasso economico e dopo aver capito che potevo essere uccisa semplicemente per aver rifiutato di indossare l’hijab, ho deciso di andarmene, come tanti miei amici”. Oggi segue le proteste da lontano. “In Iran le persone sono esauste. Le proteste non sono una novità. Ricordo quando ero bambina e Ahmadinejad vinse le elezioni con i brogli. Ricordo le foto dei manifestanti affisse nelle scuole, e insegnanti e perfino bambini che venivano interrogati per sapere se li riconoscessero per poterli arrestare. Era quasi vent’anni fa: chissà cosa possono fare ora con il riconoscimento facciale”. Sarina ricorda le ultime proteste del 2022: “I miei amici e io abbiamo protestato con grande cautela, eppure abbiamo comunque affrontato conseguenze gravissime. Ricordo un momento in cui eravamo tantissimi per strada, ma nessuno osava nemmeno gridare. C’erano repressori ovunque: pochi, ma con ordini di uccidere, accecare o arrestare. Sparavano direttamente al volto delle persone. Tantissime persone sono rimaste cieche. Allora in tanti abbiamo capito che a mani nude in strada non possiamo fare quasi nulla. Anche se uscissimo tutti, non avrebbero alcuna esitazione a portare i carri armati e uccidere. Nessuno li ferma”. Lo stesso vale per le proteste degli ultimi giorni: “Si vedono persone che avanzano verso la polizia che spara contro di loro mentre sono completamente disarmate. Quando le famiglie ricevono i corpi dei loro cari, non piangono in silenzio, ma urlano ‘Ucciderò chi ha ucciso mio fratello’”. C’è una spinta diversa oggi? “Le parole di Trump e ciò che è successo in Venezuela con Maduro hanno dato alle persone una strana sensazione di speranza. Credo sia uno dei motivi per cui si lotta in modo più aggressivo”. “Le ingerenze di Usa e Israele? Non basterebbero per provocare queste proteste. Reza Pahlavi? Non ci sono alternative” Il grande interrogativo riguarda cosa potrebbe succedere dopo, se il regime dovesse davvero cadere. “Il regime islamico”, dice Somayeh Haghnegahdar, “è come una malattia da estirpare. Prima ci vogliono i sacrifici e poi servirà un referendum per capire come andare avanti. Siamo un popolo di intellettuali e gli esperti esistono. Siamo stanchi: prima il Paese era una prigione per scrittori, artisti e giornalisti, ora riguarda tutti. Nessuno può vivere in questa situazione”. E in questa incertezza, il timore delle ingerenze straniere resta. “Non dimentichiamo però”, continua Haghnegahdar, “che l’Iran non è un Paese piccolo. Sono tantissime le persone per strada, quanto avrebbero dovuto essere organizzati per provocare queste manifestazioni? Il regime vuole farci credere che dietro le proteste c’è la manipolazione degli americani e degli israeliani. Ma è una truffa”. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/13/iran-testimonianze-repressione-internet-blackout-non-sentiamo-le-nostre-famiglie-spari-folla-niente-da-perdere-notizie/8253530/
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    Le voci di due iraniane all'estero: "Non sentiamo le nostre famiglie da giorni, il regime spara con armi pesanti e taglia corrente e acqua"
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