FUORI SEDE : Figli della Democrazia o figli di nessuno?

Da una parte, lo ammetto, non vedo l’ora che si consumi questo supplizio nazionale del 22 e 23 marzo. Una botta e via. Poi torneremo ad occuparci di questioni forse ancora più urgenti: quando le nostre reali terga sono appoggiate su una bomba atomica geopolitica, quando nelle città il costo della vita cresce a doppia cifra e fare un pieno di benzina in alcune tratte italiane sfiora ormai i 2 euro al litro, come se fosse una bottiglia di Dom Pérignon.

Non sono qui a lanciare slogan pro Sì o pro No.
Ma è evidente che la questione non è più soltanto tecnica o referendaria: è diventata politica. E allora che politica sia.
Non servono grandi teorie strategiche. Basta osservare la scena, come nei migliori gialli: quando gli indizi diventano molti, smettono di essere coincidenze.
E l’indizio più evidente riguarda una decisione tanto limitante quanto rivelatrice: anche per questo referendum non è previsto il voto per i fuori sede.

Nel 2026.

In un Paese in cui si stimano oltre 4 milioni di cittadini fuori sede tra studenti universitari, lavoratori e giovani professionisti che vivono lontano dal comune di residenza.
In un Paese in cui uno studente che deve rientrare per votare può spendere tra i 120 e i 250 euro per un viaggio di andata e ritorno tra treno, bus o aereo — spesso per poche ore.
È qui che la questione diventa inevitabilmente politica.

Perché se davvero non si temesse l’esito di una consultazione popolare, perché rendere più difficile l’espressione del voto a una fetta così ampia di elettorato?

Da amante dei sistemi di partecipazione e delle consultazioni pubbliche, faccio fatica ad accettare che nel 2026 le regole del gioco possano ancora nascere già sbilanciate.
La democrazia non è tale solo quando si vota.
Lo è quando tutti hanno realisticamente la possibilità di farlo.
Altrimenti la consultazione non diventa più un confronto tra due posizioni. Diventa soltanto una strategia di campo, con un dibattito ridotto a scontro politico permanente.
È già successo.

Nel 2016, con protagonisti diversi e maggioranze diverse. Ma con lo stesso problema: quando si parla di partecipazione, la sensibilità verso l’elettore sembra sempre latitare.
E così, in questo Paese, tutto ciò che riguarda il voto e la partecipazione viene spesso limitato, filtrato o complicato all’origine. Quasi fosse una trattenuta inevitabile in busta paga.
Al di là di qualunque capriccio ideologico — di destra o di sinistra — resta una domanda semplice:
se vogliamo davvero continuare a definirci uno Stato democratico, possiamo accettare che milioni di cittadini vengano di fatto esclusi dal voto?

Perché quando la partecipazione viene compressa, l’astensione smette di essere solo disinteresse.
Diventa, per molti, un atto di legittima difesa democratica.

#Referendum2026 #FuoriSede #DirittoDiVoto #Democrazia
FUORI SEDE : Figli della Democrazia o figli di nessuno? Da una parte, lo ammetto, non vedo l’ora che si consumi questo supplizio nazionale del 22 e 23 marzo. Una botta e via. Poi torneremo ad occuparci di questioni forse ancora più urgenti: quando le nostre reali terga sono appoggiate su una bomba atomica geopolitica, quando nelle città il costo della vita cresce a doppia cifra e fare un pieno di benzina in alcune tratte italiane sfiora ormai i 2 euro al litro, come se fosse una bottiglia di Dom Pérignon. Non sono qui a lanciare slogan pro Sì o pro No. Ma è evidente che la questione non è più soltanto tecnica o referendaria: è diventata politica. E allora che politica sia. Non servono grandi teorie strategiche. Basta osservare la scena, come nei migliori gialli: quando gli indizi diventano molti, smettono di essere coincidenze. E l’indizio più evidente riguarda una decisione tanto limitante quanto rivelatrice: anche per questo referendum non è previsto il voto per i fuori sede. Nel 2026. In un Paese in cui si stimano oltre 4 milioni di cittadini fuori sede tra studenti universitari, lavoratori e giovani professionisti che vivono lontano dal comune di residenza. In un Paese in cui uno studente che deve rientrare per votare può spendere tra i 120 e i 250 euro per un viaggio di andata e ritorno tra treno, bus o aereo — spesso per poche ore. È qui che la questione diventa inevitabilmente politica. 👉Perché se davvero non si temesse l’esito di una consultazione popolare, perché rendere più difficile l’espressione del voto a una fetta così ampia di elettorato? Da amante dei sistemi di partecipazione e delle consultazioni pubbliche, faccio fatica ad accettare che nel 2026 le regole del gioco possano ancora nascere già sbilanciate. La democrazia non è tale solo quando si vota. Lo è quando tutti hanno realisticamente la possibilità di farlo. Altrimenti la consultazione non diventa più un confronto tra due posizioni. Diventa soltanto una strategia di campo, con un dibattito ridotto a scontro politico permanente. È già successo. Nel 2016, con protagonisti diversi e maggioranze diverse. Ma con lo stesso problema: quando si parla di partecipazione, la sensibilità verso l’elettore sembra sempre latitare. E così, in questo Paese, tutto ciò che riguarda il voto e la partecipazione viene spesso limitato, filtrato o complicato all’origine. Quasi fosse una trattenuta inevitabile in busta paga. Al di là di qualunque capriccio ideologico — di destra o di sinistra — resta una domanda semplice: se vogliamo davvero continuare a definirci uno Stato democratico, possiamo accettare che milioni di cittadini vengano di fatto esclusi dal voto? Perché quando la partecipazione viene compressa, l’astensione smette di essere solo disinteresse. Diventa, per molti, un atto di legittima difesa democratica. #Referendum2026 #FuoriSede #DirittoDiVoto #Democrazia
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