Per 18 anni ha vissuto tra annunci di partenze, valigie che scorrevano e volti sempre nuovi.
Senza passaporto.
Senza un Paese.
E senza la possibilità di uscire.
Mehran Karimi Nasseri trasformò una sala d’attesa dell’Aeroporto Charles de Gaulle di Parigi nella sua casa.
La sua vicenda è così incredibile da aver ispirato il film The Terminal (2004), con Tom Hanks.
Ma la realtà, come spesso accade, era molto più complessa della finzione.
Era un uomo intrappolato tra confini invisibili, sospeso in un luogo di passaggio per eccellenza: uno spazio dove tutti transitano, ma nessuno resta.
Lui invece rimase. Per diciotto lunghi anni.
Dormiva su una panchina.
Si lavava nei bagni dell’aeroporto.
Scriveva ogni giorno il suo diario.
Sopravviveva grazie ai buoni pasto donati da piloti, dipendenti e viaggiatori.
Quando finalmente gli venne riconosciuto lo status di rifugiato, accadde l’impensabile: decise di non andarsene.
Quel limbo, nato per caso, era diventato la sua casa.
L’unico luogo che sentiva davvero suo.
Morì nel 2022, a 77 anni.
Pochi giorni prima, come in un cerchio che si chiude, era tornato ancora una volta in aeroporto.
Senza passaporto.
Senza un Paese.
E senza la possibilità di uscire.
Mehran Karimi Nasseri trasformò una sala d’attesa dell’Aeroporto Charles de Gaulle di Parigi nella sua casa.
La sua vicenda è così incredibile da aver ispirato il film The Terminal (2004), con Tom Hanks.
Ma la realtà, come spesso accade, era molto più complessa della finzione.
Era un uomo intrappolato tra confini invisibili, sospeso in un luogo di passaggio per eccellenza: uno spazio dove tutti transitano, ma nessuno resta.
Lui invece rimase. Per diciotto lunghi anni.
Dormiva su una panchina.
Si lavava nei bagni dell’aeroporto.
Scriveva ogni giorno il suo diario.
Sopravviveva grazie ai buoni pasto donati da piloti, dipendenti e viaggiatori.
Quando finalmente gli venne riconosciuto lo status di rifugiato, accadde l’impensabile: decise di non andarsene.
Quel limbo, nato per caso, era diventato la sua casa.
L’unico luogo che sentiva davvero suo.
Morì nel 2022, a 77 anni.
Pochi giorni prima, come in un cerchio che si chiude, era tornato ancora una volta in aeroporto.
Per 18 anni ha vissuto tra annunci di partenze, valigie che scorrevano e volti sempre nuovi.
Senza passaporto.
Senza un Paese.
E senza la possibilità di uscire.
Mehran Karimi Nasseri trasformò una sala d’attesa dell’Aeroporto Charles de Gaulle di Parigi nella sua casa.
La sua vicenda è così incredibile da aver ispirato il film The Terminal (2004), con Tom Hanks.
Ma la realtà, come spesso accade, era molto più complessa della finzione.
Era un uomo intrappolato tra confini invisibili, sospeso in un luogo di passaggio per eccellenza: uno spazio dove tutti transitano, ma nessuno resta.
Lui invece rimase. Per diciotto lunghi anni.
Dormiva su una panchina.
Si lavava nei bagni dell’aeroporto.
Scriveva ogni giorno il suo diario.
Sopravviveva grazie ai buoni pasto donati da piloti, dipendenti e viaggiatori.
Quando finalmente gli venne riconosciuto lo status di rifugiato, accadde l’impensabile: decise di non andarsene.
Quel limbo, nato per caso, era diventato la sua casa.
L’unico luogo che sentiva davvero suo.
Morì nel 2022, a 77 anni.
Pochi giorni prima, come in un cerchio che si chiude, era tornato ancora una volta in aeroporto.