Il regime iraniano ha ucciso in piazza un suo campione nazionale di lotta libera. Aveva 19 anni. Li aveva compiuti una settimana fa. Si chiamava Saleh Mohammadi, faceva parte della nazionale, aveva vinto un bronzo internazionale in Russia.
L'accusa è "moharebeh": guerra contro Dio. Te lo spiego semplice. In Iran il governo parla a nome di Dio. Se protesti contro il governo, stai facendo guerra a Dio. Non è un abuso del sistema: è il sistema. Quando chi ti governa è il rappresentante dell'Onnipotente, ogni dissenso è eresia per costruzione. E l'eresia la paghi con la vita.
Le telecamere di Qom non hanno mai ripreso la sua faccia sulla scena del crimine. La famiglia dice che era a casa dello zio. L'unica prova era una confessione estorta con la forza, e Amnesty International l'ha scritto chiaro: processo farsa, nessun avvocato indipendente, confessione forzata. Ma in una teocrazia non serve provare che hai fatto del male a qualcuno. Basta provare che hai alzato la voce.
E sai perché colpiscono i lottatori? Perché in Iran la lotta è lo sport nazionale, come il calcio da noi. Un lottatore ha un volto e un nome che la gente conosce. Se lo fai sparire in piazza, il messaggio arriva a tutti. I regimi non temono le folle anonime. Temono i simboli. E li spezzano in pubblico proprio perché nessuno se li dimentichi.
Questa storia è già successa. Navid Afkari, lottatore, 27 anni, stesso copione identico: proteste, accusa fabbricata, prove inesistenti, confessione forzata. Lo fecero sparire nel 2020. Trump chiese clemenza. Il CIO si dichiarò addolorato. Il mondo disse "mai più."
Sei anni dopo: un altro lottatore, un altro processo farsa, un'altra condanna. Solo che stavolta l'hanno fatto in piazza, davanti alla folla. Non si nascondono più.
L'Iran ha tolto la vita a millecinquecento persone solo nel 2025, centinaia di detenuti delle proteste di gennaio rischiano la stessa fine, e noi continuiamo, *****, a trattare come interlocutore legittimo un regime dove protestare è teologicamente un reato che si paga con la vita.
L'ultimo post di Saleh su Instagram era un video in palestra dopo un infortunio. Aveva scritto: "Abbiamo resistito oltre ogni cosa che avremmo immaginato per noi stessi." Quella resistenza adesso non respira più.
Source: https://www.facebook.com/MalEdizioniOfficial/posts/pfbid02s7P1yzof5XBifqcC7EPpRs9Jc7JiPB1rZnypsXCYAewrvnaYXbHLgYbs1Tpqhzzel
L'accusa è "moharebeh": guerra contro Dio. Te lo spiego semplice. In Iran il governo parla a nome di Dio. Se protesti contro il governo, stai facendo guerra a Dio. Non è un abuso del sistema: è il sistema. Quando chi ti governa è il rappresentante dell'Onnipotente, ogni dissenso è eresia per costruzione. E l'eresia la paghi con la vita.
Le telecamere di Qom non hanno mai ripreso la sua faccia sulla scena del crimine. La famiglia dice che era a casa dello zio. L'unica prova era una confessione estorta con la forza, e Amnesty International l'ha scritto chiaro: processo farsa, nessun avvocato indipendente, confessione forzata. Ma in una teocrazia non serve provare che hai fatto del male a qualcuno. Basta provare che hai alzato la voce.
E sai perché colpiscono i lottatori? Perché in Iran la lotta è lo sport nazionale, come il calcio da noi. Un lottatore ha un volto e un nome che la gente conosce. Se lo fai sparire in piazza, il messaggio arriva a tutti. I regimi non temono le folle anonime. Temono i simboli. E li spezzano in pubblico proprio perché nessuno se li dimentichi.
Questa storia è già successa. Navid Afkari, lottatore, 27 anni, stesso copione identico: proteste, accusa fabbricata, prove inesistenti, confessione forzata. Lo fecero sparire nel 2020. Trump chiese clemenza. Il CIO si dichiarò addolorato. Il mondo disse "mai più."
Sei anni dopo: un altro lottatore, un altro processo farsa, un'altra condanna. Solo che stavolta l'hanno fatto in piazza, davanti alla folla. Non si nascondono più.
L'Iran ha tolto la vita a millecinquecento persone solo nel 2025, centinaia di detenuti delle proteste di gennaio rischiano la stessa fine, e noi continuiamo, *****, a trattare come interlocutore legittimo un regime dove protestare è teologicamente un reato che si paga con la vita.
L'ultimo post di Saleh su Instagram era un video in palestra dopo un infortunio. Aveva scritto: "Abbiamo resistito oltre ogni cosa che avremmo immaginato per noi stessi." Quella resistenza adesso non respira più.
Source: https://www.facebook.com/MalEdizioniOfficial/posts/pfbid02s7P1yzof5XBifqcC7EPpRs9Jc7JiPB1rZnypsXCYAewrvnaYXbHLgYbs1Tpqhzzel
Il regime iraniano ha ucciso in piazza un suo campione nazionale di lotta libera. Aveva 19 anni. Li aveva compiuti una settimana fa. Si chiamava Saleh Mohammadi, faceva parte della nazionale, aveva vinto un bronzo internazionale in Russia.
L'accusa è "moharebeh": guerra contro Dio. Te lo spiego semplice. In Iran il governo parla a nome di Dio. Se protesti contro il governo, stai facendo guerra a Dio. Non è un abuso del sistema: è il sistema. Quando chi ti governa è il rappresentante dell'Onnipotente, ogni dissenso è eresia per costruzione. E l'eresia la paghi con la vita.
Le telecamere di Qom non hanno mai ripreso la sua faccia sulla scena del crimine. La famiglia dice che era a casa dello zio. L'unica prova era una confessione estorta con la forza, e Amnesty International l'ha scritto chiaro: processo farsa, nessun avvocato indipendente, confessione forzata. Ma in una teocrazia non serve provare che hai fatto del male a qualcuno. Basta provare che hai alzato la voce.
E sai perché colpiscono i lottatori? Perché in Iran la lotta è lo sport nazionale, come il calcio da noi. Un lottatore ha un volto e un nome che la gente conosce. Se lo fai sparire in piazza, il messaggio arriva a tutti. I regimi non temono le folle anonime. Temono i simboli. E li spezzano in pubblico proprio perché nessuno se li dimentichi.
Questa storia è già successa. Navid Afkari, lottatore, 27 anni, stesso copione identico: proteste, accusa fabbricata, prove inesistenti, confessione forzata. Lo fecero sparire nel 2020. Trump chiese clemenza. Il CIO si dichiarò addolorato. Il mondo disse "mai più."
Sei anni dopo: un altro lottatore, un altro processo farsa, un'altra condanna. Solo che stavolta l'hanno fatto in piazza, davanti alla folla. Non si nascondono più.
L'Iran ha tolto la vita a millecinquecento persone solo nel 2025, centinaia di detenuti delle proteste di gennaio rischiano la stessa fine, e noi continuiamo, cazzo, a trattare come interlocutore legittimo un regime dove protestare è teologicamente un reato che si paga con la vita.
L'ultimo post di Saleh su Instagram era un video in palestra dopo un infortunio. Aveva scritto: "Abbiamo resistito oltre ogni cosa che avremmo immaginato per noi stessi." Quella resistenza adesso non respira più.
Source: https://www.facebook.com/MalEdizioniOfficial/posts/pfbid02s7P1yzof5XBifqcC7EPpRs9Jc7JiPB1rZnypsXCYAewrvnaYXbHLgYbs1Tpqhzzel