• Hanno costretto i sanitari a vaccinarsi tutti, anche gli amministrativi e ora la Cassazione boccia la delibera . Non dovevano essere obbligati alla vaccinazione. Ma come e tutti i ragazzi? tutti gli insegnanti? tutti sono stati costretti a vaccinarsi e ora per qualcuno si poteva fare eccezione? ENNESIMA RIVELAZIONE DELLA TRUFFA SANITARIA AI NOSTRI DANNI. Nessuno avrà più fiducia nel sistema sanitario. E ancora nessuno paga!!!

    Source: https://x.com/OrtigiaP/status/2064481919631331639?s=20
    Hanno costretto i sanitari a vaccinarsi tutti, anche gli amministrativi e ora la Cassazione boccia la delibera . Non dovevano essere obbligati alla vaccinazione. Ma come e tutti i ragazzi? tutti gli insegnanti? tutti sono stati costretti a vaccinarsi e ora per qualcuno si poteva fare eccezione? ENNESIMA RIVELAZIONE DELLA TRUFFA SANITARIA AI NOSTRI DANNI. Nessuno avrà più fiducia nel sistema sanitario. E ancora nessuno paga!!! Source: https://x.com/OrtigiaP/status/2064481919631331639?s=20
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  • La Metamorfosi delle Feste dell’Unità e della Sinistra Italiana

    Le Feste dell’Unità, da tradizionale simbolo della sinistra sociale, riflettono oggi una trasformazione culturale tra identità, diritti civili e distanza dall’elettorato storico

    di Piero De Ruvo

    Le Feste dell’Unità hanno rappresentato per decenni un "patrimonio" fondamentale per la sinistra italiana, un rito di passione politica basato sul lavoro volontario di migliaia di persone e sull’autofinanziamento pubblico. Storicamente, queste manifestazioni erano il fulcro della sinistra sociale, quella che metteva al centro la difesa del posto di lavoro, i salari, la difesa delle pensioni, la protezione sociale e la tutela dei ceti più fragili.

    Tuttavia, negli ultimi anni, il dibattito si è spostato prepotentemente verso una sinistra globalista e dei diritti civili, innescando una profonda frattura con l’elettorato tradizionale. A partire dagli anni Novanta, con l’avvento della globalizzazione, l’attenzione si è spostata dall’economia all’identità. Le grandi battaglie per i salari sono state progressivamente affiancate, e talvolta sostituite, da temi come l’inclusione, le minoranze e i nuovi modelli familiari allargati a due padri e due madri.

    Questo cambiamento è evidente nei programmi delle moderne Feste dell’Unità. Se un tempo il cuore degli eventi erano i dibattiti sulla sanità e il welfare, oggi trovano spazio manifestazioni legate al mondo LGBTQIA+. Nelle edizioni bolognesi, ad esempio, sono stati inseriti spettacoli come l’Asia Drag Queen Show e il Drag Marcella Show.

    La tradizione continua anche nel 2026.

    La FestUnità di Crevalcore, in programma dal 28 maggio al 22 giugno, si presenta come un connubio tra gastronomia tradizionale (ristorante di pesce e cucina tipica) e spazio eventi. Sebbene la programmazione specifica delle singole serate evolva, l’inserimento di spettacoli di intrattenimento variegato è ormai parte del format consolidato per attirare un pubblico eterogeneo e finanziare l’attività politica.

    Questa evoluzione non è priva di aspre critiche. Da un lato, c’è chi vede nel crescente focus sui diritti civili e sulle battaglie identitarie una distrazione rispetto ai problemi concreti che incidono sulla vita quotidiana di operai, pensionati, artigiani e famiglie, che con toni polemici e provocatori arrivano a sostenere che la sinistra abbia progressivamente abbandonato le tradizionali istanze sociali e del lavoro per concentrarsi su quelle che definisce sprezzantemente “cazzate”, temi percepiti come lontani dalle preoccupazioni reali della maggioranza dei cittadini.

    Secondo questa lettura, tale impostazione avrebbe contribuito ad allontanare il cosiddetto “popolo” dai partiti progressisti, alimentando sfiducia, disaffezione e un crescente senso di distanza tra la classe politica e le fasce popolari che storicamente costituivano il loro principale bacino elettorale.

    Un “totalitarismo della dissoluzione”, che ha abbandonato la lotta contro il capitale per diventare un “Partito Radicale di massa” funzionale alla grande finanza. In questa prospettiva, l’ideologia LGBT diventerebbe l’asse centrale per “atomizzare il corpo sociale” e privarlo di senso etico tradizionale.

    La presenza di artisti drag negli spazi pubblici ha generato conflitti anche a livello amministrativo. Un caso emblematico è avvenuto a Montegalda (Padova), dove il Comune ha revocato il permesso per una festa che prevedeva lo spettacolo di una drag queen in una piazza dedicata ai Caduti, invocando ragioni di “decoro” e rispetto per la sensibilità dei cittadini.

    L’episodio ha scatenato accuse di omofobia, evidenziando quanto il travestimento artistico sia ancora un tema divisivo quando esce dagli “spazi chiusi” per occupare il suolo pubblico.

    Le Feste dell’Unità del 2026 continuano a essere luoghi di socialità, incontro, impegno e leggerezza. Tuttavia, la trasformazione della loro offerta culturale sembra riflettere la più ampia crisi d’identità di una sinistra che fatica a conciliare le proprie radici popolari e operaie con le nuove battaglie legate ai diritti e alle identità contemporanee.

    Per i critici, questa evoluzione risponderebbe anche all’esigenza di intercettare nuovi segmenti di elettorato indispensabili per mantenere un peso politico e parlamentare significativo. Il rischio, però, è quello di apparire agli occhi di una parte del proprio storico bacino elettorale sempre più distante dalle difficoltà quotidiane delle periferie, del lavoro e delle fasce sociali più fragili.

    Una percezione che, alimentata dal crescente distacco tra rappresentanza politica e bisogni concreti, rischia di diventare ogni giorno più evidente.
    La Metamorfosi delle Feste dell’Unità e della Sinistra Italiana Le Feste dell’Unità, da tradizionale simbolo della sinistra sociale, riflettono oggi una trasformazione culturale tra identità, diritti civili e distanza dall’elettorato storico di Piero De Ruvo Le Feste dell’Unità hanno rappresentato per decenni un "patrimonio" fondamentale per la sinistra italiana, un rito di passione politica basato sul lavoro volontario di migliaia di persone e sull’autofinanziamento pubblico. Storicamente, queste manifestazioni erano il fulcro della sinistra sociale, quella che metteva al centro la difesa del posto di lavoro, i salari, la difesa delle pensioni, la protezione sociale e la tutela dei ceti più fragili. Tuttavia, negli ultimi anni, il dibattito si è spostato prepotentemente verso una sinistra globalista e dei diritti civili, innescando una profonda frattura con l’elettorato tradizionale. A partire dagli anni Novanta, con l’avvento della globalizzazione, l’attenzione si è spostata dall’economia all’identità. Le grandi battaglie per i salari sono state progressivamente affiancate, e talvolta sostituite, da temi come l’inclusione, le minoranze e i nuovi modelli familiari allargati a due padri e due madri. Questo cambiamento è evidente nei programmi delle moderne Feste dell’Unità. Se un tempo il cuore degli eventi erano i dibattiti sulla sanità e il welfare, oggi trovano spazio manifestazioni legate al mondo LGBTQIA+. Nelle edizioni bolognesi, ad esempio, sono stati inseriti spettacoli come l’Asia Drag Queen Show e il Drag Marcella Show. La tradizione continua anche nel 2026. La FestUnità di Crevalcore, in programma dal 28 maggio al 22 giugno, si presenta come un connubio tra gastronomia tradizionale (ristorante di pesce e cucina tipica) e spazio eventi. Sebbene la programmazione specifica delle singole serate evolva, l’inserimento di spettacoli di intrattenimento variegato è ormai parte del format consolidato per attirare un pubblico eterogeneo e finanziare l’attività politica. Questa evoluzione non è priva di aspre critiche. Da un lato, c’è chi vede nel crescente focus sui diritti civili e sulle battaglie identitarie una distrazione rispetto ai problemi concreti che incidono sulla vita quotidiana di operai, pensionati, artigiani e famiglie, che con toni polemici e provocatori arrivano a sostenere che la sinistra abbia progressivamente abbandonato le tradizionali istanze sociali e del lavoro per concentrarsi su quelle che definisce sprezzantemente “cazzate”, temi percepiti come lontani dalle preoccupazioni reali della maggioranza dei cittadini. Secondo questa lettura, tale impostazione avrebbe contribuito ad allontanare il cosiddetto “popolo” dai partiti progressisti, alimentando sfiducia, disaffezione e un crescente senso di distanza tra la classe politica e le fasce popolari che storicamente costituivano il loro principale bacino elettorale. Un “totalitarismo della dissoluzione”, che ha abbandonato la lotta contro il capitale per diventare un “Partito Radicale di massa” funzionale alla grande finanza. In questa prospettiva, l’ideologia LGBT diventerebbe l’asse centrale per “atomizzare il corpo sociale” e privarlo di senso etico tradizionale. La presenza di artisti drag negli spazi pubblici ha generato conflitti anche a livello amministrativo. Un caso emblematico è avvenuto a Montegalda (Padova), dove il Comune ha revocato il permesso per una festa che prevedeva lo spettacolo di una drag queen in una piazza dedicata ai Caduti, invocando ragioni di “decoro” e rispetto per la sensibilità dei cittadini. L’episodio ha scatenato accuse di omofobia, evidenziando quanto il travestimento artistico sia ancora un tema divisivo quando esce dagli “spazi chiusi” per occupare il suolo pubblico. Le Feste dell’Unità del 2026 continuano a essere luoghi di socialità, incontro, impegno e leggerezza. Tuttavia, la trasformazione della loro offerta culturale sembra riflettere la più ampia crisi d’identità di una sinistra che fatica a conciliare le proprie radici popolari e operaie con le nuove battaglie legate ai diritti e alle identità contemporanee. Per i critici, questa evoluzione risponderebbe anche all’esigenza di intercettare nuovi segmenti di elettorato indispensabili per mantenere un peso politico e parlamentare significativo. Il rischio, però, è quello di apparire agli occhi di una parte del proprio storico bacino elettorale sempre più distante dalle difficoltà quotidiane delle periferie, del lavoro e delle fasce sociali più fragili. Una percezione che, alimentata dal crescente distacco tra rappresentanza politica e bisogni concreti, rischia di diventare ogni giorno più evidente.
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  • Comprare Tadalafil

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  • RES PUBLICA
    (La traduzione più comune è "Repubblica". Quella più corretta, forse, è: ciò che riguarda tutti).

    Oggi celebriamo la Festa della Repubblica e, come accade per molte ricorrenze, il rischio è che il significato della giornata finisca per essere assorbito dalla dimensione più pratica: un giorno di pausa, un'occasione per partire, per concedersi un ponte o semplicemente per staccare dalla routine quotidiana. E non c'è nulla di sbagliato in questo. Anzi, buon viaggio a chi è in partenza. Ma, mentre ci prepariamo a vivere questa giornata, mi viene spontaneo augurare anche un buon viaggio all'Italia.

    Perché rispetto a quel 2 giugno del 1946 sono cambiate molte cose. Alcune in meglio, altre meno. E forse il punto non è nemmeno fare un bilancio tra ciò che funziona e ciò che non funziona. Quello che mi interessa davvero è chiedermi se sia rimasto vivo lo spirito che rese possibile quella scelta. Non tanto la scelta tra monarchia e repubblica, quanto il coraggio di assumersi una responsabilità collettiva e di immaginare un futuro diverso da quello che si aveva davanti.

    Per questo, più che guardare a ciò che accadde allora, mi piace chiedermi una cosa diversa: se la Repubblica dovesse essere votata oggi, vincerebbe ancora?

    Non intendo come forma di Stato. Quella è una questione ormai consegnata alla storia. Mi riferisco alla Repubblica come progetto comune, come idea che esista qualcosa che ci riguarda tutti e che meriti il nostro impegno. Vincerebbe ancora la convinzione che una comunità possa essere più della somma dei singoli interessi? Vincerebbe ancora l'idea che partecipare sia meglio che limitarsi a osservare? Vincerebbe ancora la fiducia che, pur nelle differenze, esista un destino condiviso?

    Ho l'impressione che negli ultimi anni sia diventato sempre più facile rifugiarsi nel proprio spazio personale, concentrarsi sulle proprie priorità, proteggere il proprio piccolo perimetro di certezze. Ed è comprensibile. Viviamo in un tempo che spesso premia l'individualismo e alimenta la sensazione che ognuno debba cavarsela da solo.

    Eppure una Repubblica esiste proprio per ricordarci che ci sono questioni che non possono essere affrontate individualmente e che il "bene comune" non è una formula astratta buona per i libri di educazione civica.

    La Repubblica non vive nelle celebrazioni ufficiali, nelle parate o nella scritta impressa su un passaporto. Vive nella qualità dei nostri comportamenti quotidiani, nella capacità di rispettare ciò che è pubblico come se fosse davvero nostro, nella disponibilità ad ascoltare chi la pensa diversamente, nel senso di responsabilità che mettiamo nelle scelte di ogni giorno.

    Vive quando smettiamo di considerare i problemi del Paese come qualcosa che riguarda sempre qualcun altro.
    Per questo credo che il modo migliore per onorare il 2 giugno non sia guardare al passato con nostalgia o limitarci a ricordare una decisione presa quasi ottant'anni fa. Credo sia chiederci quale contributo siamo disposti a dare oggi, nel nostro piccolo, per rendere più forte la comunità di cui facciamo parte.

    Perché le grandi trasformazioni raramente iniziano dai grandi proclami: molto più spesso nascono da ciò che accade nei luoghi che frequentiamo ogni giorno, nelle relazioni che costruiamo e nelle responsabilità che scegliamo di assumerci.
    E forse, alla fine, il senso più autentico della cittadinanza sta proprio qui: nella consapevolezza che non basta appartenere a una Repubblica per farla esistere davvero.

    Come scriveva Antonio Gramsci:
    "Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza."

    Parole scritte in un'altra epoca, ma che continuano a ricordarci che il futuro di una comunità non dipende soltanto dalle istituzioni. Dipende anche da ciò che ciascuno di noi decide di fare, ogni giorno, nel proprio metro quadrato di realtà.

    #ResPublica
    RES PUBLICA (La traduzione più comune è "Repubblica". Quella più corretta, forse, è: ciò che riguarda tutti). Oggi celebriamo la Festa della Repubblica e, come accade per molte ricorrenze, il rischio è che il significato della giornata finisca per essere assorbito dalla dimensione più pratica: un giorno di pausa, un'occasione per partire, per concedersi un ponte o semplicemente per staccare dalla routine quotidiana. E non c'è nulla di sbagliato in questo. Anzi, buon viaggio a chi è in partenza. Ma, mentre ci prepariamo a vivere questa giornata, mi viene spontaneo augurare anche un buon viaggio all'Italia. Perché rispetto a quel 2 giugno del 1946 sono cambiate molte cose. Alcune in meglio, altre meno. E forse il punto non è nemmeno fare un bilancio tra ciò che funziona e ciò che non funziona. Quello che mi interessa davvero è chiedermi se sia rimasto vivo lo spirito che rese possibile quella scelta. Non tanto la scelta tra monarchia e repubblica, quanto il coraggio di assumersi una responsabilità collettiva e di immaginare un futuro diverso da quello che si aveva davanti. Per questo, più che guardare a ciò che accadde allora, mi piace chiedermi una cosa diversa: se la Repubblica dovesse essere votata oggi, vincerebbe ancora? Non intendo come forma di Stato. Quella è una questione ormai consegnata alla storia. Mi riferisco alla Repubblica come progetto comune, come idea che esista qualcosa che ci riguarda tutti e che meriti il nostro impegno. Vincerebbe ancora la convinzione che una comunità possa essere più della somma dei singoli interessi? Vincerebbe ancora l'idea che partecipare sia meglio che limitarsi a osservare? Vincerebbe ancora la fiducia che, pur nelle differenze, esista un destino condiviso? Ho l'impressione che negli ultimi anni sia diventato sempre più facile rifugiarsi nel proprio spazio personale, concentrarsi sulle proprie priorità, proteggere il proprio piccolo perimetro di certezze. Ed è comprensibile. Viviamo in un tempo che spesso premia l'individualismo e alimenta la sensazione che ognuno debba cavarsela da solo. Eppure una Repubblica esiste proprio per ricordarci che ci sono questioni che non possono essere affrontate individualmente e che il "bene comune" non è una formula astratta buona per i libri di educazione civica. La Repubblica non vive nelle celebrazioni ufficiali, nelle parate o nella scritta impressa su un passaporto. Vive nella qualità dei nostri comportamenti quotidiani, nella capacità di rispettare ciò che è pubblico come se fosse davvero nostro, nella disponibilità ad ascoltare chi la pensa diversamente, nel senso di responsabilità che mettiamo nelle scelte di ogni giorno. Vive quando smettiamo di considerare i problemi del Paese come qualcosa che riguarda sempre qualcun altro. Per questo credo che il modo migliore per onorare il 2 giugno non sia guardare al passato con nostalgia o limitarci a ricordare una decisione presa quasi ottant'anni fa. Credo sia chiederci quale contributo siamo disposti a dare oggi, nel nostro piccolo, per rendere più forte la comunità di cui facciamo parte. Perché le grandi trasformazioni raramente iniziano dai grandi proclami: molto più spesso nascono da ciò che accade nei luoghi che frequentiamo ogni giorno, nelle relazioni che costruiamo e nelle responsabilità che scegliamo di assumerci. E forse, alla fine, il senso più autentico della cittadinanza sta proprio qui: nella consapevolezza che non basta appartenere a una Repubblica per farla esistere davvero. Come scriveva Antonio Gramsci: "Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza." Parole scritte in un'altra epoca, ma che continuano a ricordarci che il futuro di una comunità non dipende soltanto dalle istituzioni. Dipende anche da ciò che ciascuno di noi decide di fare, ogni giorno, nel proprio metro quadrato di realtà. #ResPublica
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  • VITAMINA E(go)

    Ci sono sere in cui i pensieri non bussano alla porta. Entrano. Si siedono accanto a noi e pretendono ascolto.
    Sono quelle notti in cui ci si interroga sul senso delle cose che stiamo costruendo, sulle persone che incontriamo lungo il cammino e, soprattutto, su ciò che ciascuno di noi porta dentro.
    La politica, in fondo, non è tutta la vita. Ma è una parte importante della vita. È uno dei luoghi in cui le persone si rivelano, si mettono a nudo, mostrano il meglio e talvolta il peggio di sé. E forse è proprio questo che continua a sorprendermi.
    A 48 anni posso dire di non avere grosse paure. Di schifezze ne ho viste già abbastanza per sentirmi "sverginato" ma c'è una forza che forse mi inquieta più di tutte e che non è controllabile da nessun sistema elettorale o regolamento esistente.

    Una forza che nessuna norma può davvero governare. Si chiama natura umana. E spesso prende la forma dell'ego.
    Per molto tempo ho pensato che l'ego fosse soltanto una zavorra. Una palla al piede che rallenta il cammino comune. Oggi non la vedo più così.
    Oggi penso che l'ego sia una vitamina.
    Serve.
    È quella scintilla che ci fa alzare dal letto quando tutto sembra complicato. È la fiducia che ci permette di affrontare le sconfitte, di sopportare i pesi, di credere nelle nostre capacità quando il dubbio vorrebbe paralizzarci.
    Senza un po' di ego, probabilmente, non avremmo il coraggio di iniziare nulla.

    Ma le vitamine, per definizione, funzionano soltanto nelle giuste dosi.
    Quando diventano eccessive smettono di nutrire e iniziano a intossicare.

    Accade allora qualcosa di sottile. L'io diventa più importante dell'obiettivo. Il riconoscimento più importante del risultato. La visibilità più importante del servizio.
    E senza quasi accorgercene smettiamo di vedere chi ci cammina accanto.
    L'ego eccessivo è una lente deformante: ingrandisce noi stessi e rimpicciolisce il resto del mondo.
    Così il compagno di viaggio diventa un concorrente. La differenza diventa una minaccia. Il successo collettivo perde valore se non porta anche una gratificazione personale.

    Eppure le cose più belle che ho visto nascere non sono mai state il frutto di un singolo protagonista.
    Sono nate quando più persone hanno scelto di mettere il proprio talento al servizio di qualcosa di più grande.
    Quando tanti "io" hanno accettato di diventare un "NOI".

    Forse è questa la sfida più difficile. Non vincere una competizione. Non conquistare una posizione. Ma costruire un equilibrio.
    Allora se è rimasto ancora un motivo valido per cui soffrire e spendersi in una competizione politica, non è quello di raggiungere il gradino più alto del podio , internamente o esternamente ma raggiungere quel senso di rispetto e di equilibrio all'interno di un gruppo dove sappiamo che tutti e tutte siamo speciali e importanti solo per il fatto di esistere e poterci parlare con i nostri pregi, manie , difetti e le nostre stranezze...

    Domani avrò un altro quesito e richiesta da rivolgere a qualcuno di superiore e non riguarda sicuramente il denaro né la vanità, che di per sé dura il tempo di un battito di ciglia.
    Ma è il miracolo di assistere e contribuire alla creazione di un gruppo coeso dove la voce di tanti IO si fonde a quella più ampia di un NOI.
    E dove tanti ego controllati sanno ritrovarsi nella forza più elevata di un collettivo dove c'è spazio per la sapienza e la peculiarità di ognuno.

    Se sapremo superare il muro del solo Ego allora avremo già fatto un passo importante verso la prossima fase. Quella chiamata comunità.
    Ci credo. Ci spero. Per l'ennesima volta.
    E mentre cerco risposte nel mondo, questa sera ricomincio da una domanda più semplice.
    Quella che rivolgo a me stesso...

    #ego #noi #rispetto #comunità
    VITAMINA E(go) Ci sono sere in cui i pensieri non bussano alla porta. Entrano. Si siedono accanto a noi e pretendono ascolto. Sono quelle notti in cui ci si interroga sul senso delle cose che stiamo costruendo, sulle persone che incontriamo lungo il cammino e, soprattutto, su ciò che ciascuno di noi porta dentro. La politica, in fondo, non è tutta la vita. Ma è una parte importante della vita. È uno dei luoghi in cui le persone si rivelano, si mettono a nudo, mostrano il meglio e talvolta il peggio di sé. E forse è proprio questo che continua a sorprendermi. A 48 anni posso dire di non avere grosse paure. Di schifezze ne ho viste già abbastanza per sentirmi "sverginato" ma c'è una forza che forse mi inquieta più di tutte e che non è controllabile da nessun sistema elettorale o regolamento esistente. Una forza che nessuna norma può davvero governare. Si chiama natura umana. E spesso prende la forma dell'ego. Per molto tempo ho pensato che l'ego fosse soltanto una zavorra. Una palla al piede che rallenta il cammino comune. Oggi non la vedo più così. Oggi penso che l'ego sia una vitamina. Serve. È quella scintilla che ci fa alzare dal letto quando tutto sembra complicato. È la fiducia che ci permette di affrontare le sconfitte, di sopportare i pesi, di credere nelle nostre capacità quando il dubbio vorrebbe paralizzarci. Senza un po' di ego, probabilmente, non avremmo il coraggio di iniziare nulla. Ma le vitamine, per definizione, funzionano soltanto nelle giuste dosi. Quando diventano eccessive smettono di nutrire e iniziano a intossicare. Accade allora qualcosa di sottile. L'io diventa più importante dell'obiettivo. Il riconoscimento più importante del risultato. La visibilità più importante del servizio. E senza quasi accorgercene smettiamo di vedere chi ci cammina accanto. L'ego eccessivo è una lente deformante: ingrandisce noi stessi e rimpicciolisce il resto del mondo. Così il compagno di viaggio diventa un concorrente. La differenza diventa una minaccia. Il successo collettivo perde valore se non porta anche una gratificazione personale. Eppure le cose più belle che ho visto nascere non sono mai state il frutto di un singolo protagonista. Sono nate quando più persone hanno scelto di mettere il proprio talento al servizio di qualcosa di più grande. Quando tanti "io" hanno accettato di diventare un "NOI". Forse è questa la sfida più difficile. Non vincere una competizione. Non conquistare una posizione. Ma costruire un equilibrio. Allora se è rimasto ancora un motivo valido per cui soffrire e spendersi in una competizione politica, non è quello di raggiungere il gradino più alto del podio , internamente o esternamente ma raggiungere quel senso di rispetto e di equilibrio all'interno di un gruppo dove sappiamo che tutti e tutte siamo speciali e importanti solo per il fatto di esistere e poterci parlare con i nostri pregi, manie , difetti e le nostre stranezze... Domani avrò un altro quesito e richiesta da rivolgere a qualcuno di superiore e non riguarda sicuramente il denaro né la vanità, che di per sé dura il tempo di un battito di ciglia. Ma è il miracolo di assistere e contribuire alla creazione di un gruppo coeso dove la voce di tanti IO si fonde a quella più ampia di un NOI. E dove tanti ego controllati sanno ritrovarsi nella forza più elevata di un collettivo dove c'è spazio per la sapienza e la peculiarità di ognuno. Se sapremo superare il muro del solo Ego allora avremo già fatto un passo importante verso la prossima fase. Quella chiamata comunità. Ci credo. Ci spero. Per l'ennesima volta. E mentre cerco risposte nel mondo, questa sera ricomincio da una domanda più semplice. Quella che rivolgo a me stesso... #ego #noi #rispetto #comunità
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  • Comprare Isotretinoina

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    https://www.rxitalia.net/accutane.html
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  • Il tuo primo ATV dovrebbe essere semplice, divertente e sicuro da guidare.

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  • PRESA DI COSCIENZA (a giochi fatti)

    Sono passati 34 anni da una strage che non è facile dimenticare. E forse non sarebbe nemmeno giusto farlo.
    Quello che personalmente continua a colpirmi è comprendere come certi valori, certe lezioni profondamente morali, riescano a passare solo attraverso il dolore e la perdita di qualcuno.

    In questo caso Giovanni Falcone. E, appena poche settimane dopo, Paolo Borsellino.
    Nel 1992 probabilmente non avevo ancora gli strumenti per capire fino in fondo cosa rappresentasse davvero la strage di Capaci. Con il tempo si cresce, si cambia — spero in meglio — e arriva una presa di coscienza più netta: esistono parametri enormi che legano l’attività politica alla nostra vita quotidiana. A come esci di casa, vai al lavoro, fai la spesa o ti siedi a bere una birra con gli amici.

    Quei parametri fondamentali, per me, restano due. Sono forse i più difficili da praticare davvero, ma anche gli unici che possono rendere una società giusta, credibile e persino più serena. Si chiamano Trasparenza e Legalità.
    Due parole spesso abusate, svuotate o ridotte a slogan, ma che dovrebbero invece convergere dentro un’unica cornice: la Giustizia.

    Sono valori che questo Paese, negli anni, ha progressivamente indebolito. Ed è anche per questo che troppo spesso l’Italia sembra diventare più una destinazione da cartolina che una patria in cui costruire futuro, fiducia e senso di appartenenza.

    La lezione di Capaci però non è stata dimenticata. E credo sia giusto riconoscere il lavoro di tante associazioni, comitati, realtà civiche e cittadini che in ogni parte del Paese hanno continuato a difendere questi principi, andando oltre il semplice rito commemorativo o il memoriale annuale.

    Eppure penso che oggi serva un passo ulteriore. Perché altrimenti continueremo ogni anno a indignarci, a commuoverci, a ripetere parole giuste senza però trasformarle in pratica quotidiana.

    La cultura della legalità non può esistere solo nelle celebrazioni istituzionali. Deve partire dal proprio metro quadrato di responsabilità.
    Dalla fila rispettata in un ufficio pubblico. Dal rapporto corretto tra colleghi. Dal modo in cui si gestiscono ruoli, incarichi, risorse e denaro. Dalla capacità di pretendere chiarezza amministrativa, controlli reali, valutazione dei risultati e un rapporto diretto tra istituzioni e cittadini.

    La politica, se vuole recuperare credibilità, deve ripartire proprio da qui: da processi trasparenti, dalla prevenzione della corruzione, dall’ascolto continuo delle persone, dalla rendicontazione pubblica delle scelte e dalla capacità di confrontarsi con le migliori pratiche adottate altrove, senza arroganza e senza autoreferenzialità.

    Per queste ragioni ho deciso ancora una volta di rimettermi in gioco, insieme ad altre persone che credono in un’idea precisa di amministrazione e di impegno civico. Non penso esistano programmi perfetti o salvatori della patria. Ma credo esistano pilastri etici che fanno la differenza nel modo in cui si governa una città, un quartiere, una comunità.

    È sempre duro prendere coscienza “a giochi fatti”. Ma penso che nella vita conti soprattutto capire che c’è ancora tempo per invertire una rotta sbagliata e provare a ricostruire le regole del vivere comune con una dose equilibrata di realismo e idealismo.
    Quello che basta per continuare a immaginare qualcosa di migliore per sé stessi e per gli altri.

    Ci stiamo provando. Con piccoli passi, ma concreti.
    E non per propaganda, ma per una scelta di vita e per un’idea chiara di impegno politico.
    Altrimenti resteremo sempre soltanto quelli bravi a ricordare.
    Forse è arrivato il momento di affiancare alle parole “scegliere” e “ricordare” anche un’altra parola: “agire”.

    #GiovanniFalcone #PaoloBorsellino #Legalità #Trasparenza #ImpegnoCivico
    PRESA DI COSCIENZA (a giochi fatti) Sono passati 34 anni da una strage che non è facile dimenticare. E forse non sarebbe nemmeno giusto farlo. Quello che personalmente continua a colpirmi è comprendere come certi valori, certe lezioni profondamente morali, riescano a passare solo attraverso il dolore e la perdita di qualcuno. In questo caso Giovanni Falcone. E, appena poche settimane dopo, Paolo Borsellino. Nel 1992 probabilmente non avevo ancora gli strumenti per capire fino in fondo cosa rappresentasse davvero la strage di Capaci. Con il tempo si cresce, si cambia — spero in meglio — e arriva una presa di coscienza più netta: esistono parametri enormi che legano l’attività politica alla nostra vita quotidiana. A come esci di casa, vai al lavoro, fai la spesa o ti siedi a bere una birra con gli amici. Quei parametri fondamentali, per me, restano due. Sono forse i più difficili da praticare davvero, ma anche gli unici che possono rendere una società giusta, credibile e persino più serena. Si chiamano Trasparenza e Legalità. Due parole spesso abusate, svuotate o ridotte a slogan, ma che dovrebbero invece convergere dentro un’unica cornice: la Giustizia. Sono valori che questo Paese, negli anni, ha progressivamente indebolito. Ed è anche per questo che troppo spesso l’Italia sembra diventare più una destinazione da cartolina che una patria in cui costruire futuro, fiducia e senso di appartenenza. La lezione di Capaci però non è stata dimenticata. E credo sia giusto riconoscere il lavoro di tante associazioni, comitati, realtà civiche e cittadini che in ogni parte del Paese hanno continuato a difendere questi principi, andando oltre il semplice rito commemorativo o il memoriale annuale. 🙏 Eppure penso che oggi serva un passo ulteriore. Perché altrimenti continueremo ogni anno a indignarci, a commuoverci, a ripetere parole giuste senza però trasformarle in pratica quotidiana. La cultura della legalità non può esistere solo nelle celebrazioni istituzionali. Deve partire dal proprio metro quadrato di responsabilità. Dalla fila rispettata in un ufficio pubblico. Dal rapporto corretto tra colleghi. Dal modo in cui si gestiscono ruoli, incarichi, risorse e denaro. Dalla capacità di pretendere chiarezza amministrativa, controlli reali, valutazione dei risultati e un rapporto diretto tra istituzioni e cittadini. La politica, se vuole recuperare credibilità, deve ripartire proprio da qui: da processi trasparenti, dalla prevenzione della corruzione, dall’ascolto continuo delle persone, dalla rendicontazione pubblica delle scelte e dalla capacità di confrontarsi con le migliori pratiche adottate altrove, senza arroganza e senza autoreferenzialità. Per queste ragioni ho deciso ancora una volta di rimettermi in gioco, insieme ad altre persone che credono in un’idea precisa di amministrazione e di impegno civico. Non penso esistano programmi perfetti o salvatori della patria. Ma credo esistano pilastri etici che fanno la differenza nel modo in cui si governa una città, un quartiere, una comunità. È sempre duro prendere coscienza “a giochi fatti”. Ma penso che nella vita conti soprattutto capire che c’è ancora tempo per invertire una rotta sbagliata e provare a ricostruire le regole del vivere comune con una dose equilibrata di realismo e idealismo. Quello che basta per continuare a immaginare qualcosa di migliore per sé stessi e per gli altri. Ci stiamo provando. Con piccoli passi, ma concreti. E non per propaganda, ma per una scelta di vita e per un’idea chiara di impegno politico. Altrimenti resteremo sempre soltanto quelli bravi a ricordare. Forse è arrivato il momento di affiancare alle parole “scegliere” e “ricordare” anche un’altra parola: “agire”. ⚖️ #GiovanniFalcone #PaoloBorsellino #Legalità #Trasparenza #ImpegnoCivico
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