• Crans-Montana, “condanna raramente adeguata alle attese” - RSI
    Il presidente dell’Ordine degli avvocati vallesani afferma che sarà difficile spiegare alle vittime le valutazioni della giustizia - Nessuna restrizione al numero di avvocati coinvolti, ormai un centinaio...
    https://www.rsi.ch/info/svizzera/Crans-Montana-%E2%80%9Ccondanna-raramente-adeguata-alle-attese%E2%80%9D--3729696.html
    Crans-Montana, “condanna raramente adeguata alle attese” - RSI Il presidente dell’Ordine degli avvocati vallesani afferma che sarà difficile spiegare alle vittime le valutazioni della giustizia - Nessuna restrizione al numero di avvocati coinvolti, ormai un centinaio... https://www.rsi.ch/info/svizzera/Crans-Montana-%E2%80%9Ccondanna-raramente-adeguata-alle-attese%E2%80%9D--3729696.html
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    Crans-Montana, “condanna raramente adeguata alle attese” - RSI
    Il presidente dell’Ordine degli avvocati vallesani afferma che sarà difficile spiegare alle vittime le valutazioni della giustizia - Nessuna restrizione al numero di avvocati coinvolti, ormai un centinaio
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  • Amal Khalil, voce della verità il ricordo e la ricerca di giustizia

    La testimonianza di Zainab racconta la vita privata e il coraggio della giornalista uccisa nel sud del Libano, tra impegno familiare, minacce ricevute e l’eredità lasciata

    di Piero De Ruvo

    Dietro ogni grande cronista che rischia la vita al fronte c’è un mondo fatto di affetti, quotidianità e silenziose dedizioni che spesso restano nell’ombra. Amal Khalil non era solo una giornalista coraggiosa. Oltre al giubbotto antiproiettile e la telecamera puntata sulle macerie, per la sua famiglia, Amal era il punto di riferimento fondamentale, colei che si prendeva cura di tutti, dai più piccoli alla madre malata, trovando sempre una soluzione ai problemi di ciascuno. Oggi, mentre la sua voce professionale si è spenta in un tragico e forse deliberato attacco da parte dell'esercito israeliano, che ha colpito non solo lei e i suoi colleghi, ma persino ostacolato i soccorsi della Croce Rossa, resta la sua eredità umana e civile. L’eredità di una donna che ha fatto della ricerca della verità un atto di coraggio e umanità, diventando un simbolo per chi vede nel giornalismo uno strumento di giustizia. Amal ha vissuto senza mostrare paura, nemmeno di fronte alle minacce ricevute, spinta dal desiderio viscerale di documentare la realtà del Libano meridionale e di dare testimonianza delle sofferenze della sua gente. In questa intervista, sua sorella Zainab, ci apre le porte di quel mondo privato, raccontandoci la donna che si nascondeva dietro l’obiettivo, una “voce della verità e dell’umanità” che credeva fermamente che il giornalismo non potesse mai essere considerato un crimine. Le sue parole non sono solo un ricordo, ma un grido di giustizia e un invito a non lasciare che il sacrificio di Amal resti vano.

    Chi era Amal nella vita privata, oltre al suo lavoro di giornalista, e cosa la spingeva a raccontare ciò che accadeva sul campo?

    Amal era il punto di riferimento per tutti in famiglia, dai più grandi ai più piccoli. Si prendeva cura di tutti e cercava di risolvere i problemi di ciascuno: quando qualcuno aveva bisogno di qualcosa, si rivolgeva a lei. Si occupava anche della madre malata. Amal era il punto di riferimento per tutti. La sua passione per il lavoro ha avuto un grande impatto su ciò che voleva realizzare nella sua carriera. Aveva un messaggio da trasmettere a tutti sul Libano meridionale e sugli effetti dell'occupazione, ed è questo che l’ha spinta a essere sul campo. Inoltre, voleva documentare, con parole e video, ciò che gli israeliani stanno facendo nel sud: dalla distruzione all’uccisione delle persone, fino all’occupazione del territorio.

    Amal aveva mai espresso timori per la sua sicurezza o raccontato episodi di minacce legate al suo lavoro?

    Amal ha ricevuto minacce anonime nel 2024, prima che la guerra avesse inizio in quel periodo; tuttavia, non le rese pubbliche finché non fu certa delle fonti delle minacce, e, nonostante ciò, non espresse mai alcun tipo di paura a nessuno.

    Cosa chiedete oggi alla comunità internazionale e alle istituzioni affinché venga fatta piena luce sulla sua morte?
    La comunità e le istituzioni internazionali hanno un ruolo importante da svolgere e devono agire contro i crimini di guerra, avviando indagini, in particolare sulla sua morte attribuita al nemico israeliano. Questo perché l’attacco sarebbe stato compiuto con premeditazione e intenzionalità: sono stati bombardati i suoi colleghi che si trovavano davanti alla sua auto, la sua stessa auto e la casa in cui aveva trovato rifugio; inoltre è stata presa di mira anche la Croce Rossa, intervenuta per soccorrerla e recuperare i corpi dei suoi colleghi. Per questo motivo, tutte le comunità e le istituzioni internazionali devono intraprendere azioni serie e avviare indagini approfondite su questo caso.

    Quale eredità pensate che Amal lasci al giornalismo e a chi continua a raccontare i conflitti in condizioni così pericolose?
    Il giornalismo non è un crimine. Amal ne era profondamente convinta, credeva nel diritto dei giornalisti a essere protetti da ogni minaccia e violazione, ha lasciato un segno forte e duraturo nel mondo dell’informazione, diventando fonte di ispirazione per molti, spingendoli a cercare la verità senza compromessi. La sua voce, autentica e coraggiosa, resta un simbolo di umanità e giustizia. Oggi, chi continua a lavorare sul campo ne raccoglie l’eredità, portando avanti il suo impegno con la stessa determinazione.
    Amal Khalil, voce della verità il ricordo e la ricerca di giustizia La testimonianza di Zainab racconta la vita privata e il coraggio della giornalista uccisa nel sud del Libano, tra impegno familiare, minacce ricevute e l’eredità lasciata di Piero De Ruvo Dietro ogni grande cronista che rischia la vita al fronte c’è un mondo fatto di affetti, quotidianità e silenziose dedizioni che spesso restano nell’ombra. Amal Khalil non era solo una giornalista coraggiosa. Oltre al giubbotto antiproiettile e la telecamera puntata sulle macerie, per la sua famiglia, Amal era il punto di riferimento fondamentale, colei che si prendeva cura di tutti, dai più piccoli alla madre malata, trovando sempre una soluzione ai problemi di ciascuno. Oggi, mentre la sua voce professionale si è spenta in un tragico e forse deliberato attacco da parte dell'esercito israeliano, che ha colpito non solo lei e i suoi colleghi, ma persino ostacolato i soccorsi della Croce Rossa, resta la sua eredità umana e civile. L’eredità di una donna che ha fatto della ricerca della verità un atto di coraggio e umanità, diventando un simbolo per chi vede nel giornalismo uno strumento di giustizia. Amal ha vissuto senza mostrare paura, nemmeno di fronte alle minacce ricevute, spinta dal desiderio viscerale di documentare la realtà del Libano meridionale e di dare testimonianza delle sofferenze della sua gente. In questa intervista, sua sorella Zainab, ci apre le porte di quel mondo privato, raccontandoci la donna che si nascondeva dietro l’obiettivo, una “voce della verità e dell’umanità” che credeva fermamente che il giornalismo non potesse mai essere considerato un crimine. Le sue parole non sono solo un ricordo, ma un grido di giustizia e un invito a non lasciare che il sacrificio di Amal resti vano. Chi era Amal nella vita privata, oltre al suo lavoro di giornalista, e cosa la spingeva a raccontare ciò che accadeva sul campo? Amal era il punto di riferimento per tutti in famiglia, dai più grandi ai più piccoli. Si prendeva cura di tutti e cercava di risolvere i problemi di ciascuno: quando qualcuno aveva bisogno di qualcosa, si rivolgeva a lei. Si occupava anche della madre malata. Amal era il punto di riferimento per tutti. La sua passione per il lavoro ha avuto un grande impatto su ciò che voleva realizzare nella sua carriera. Aveva un messaggio da trasmettere a tutti sul Libano meridionale e sugli effetti dell'occupazione, ed è questo che l’ha spinta a essere sul campo. Inoltre, voleva documentare, con parole e video, ciò che gli israeliani stanno facendo nel sud: dalla distruzione all’uccisione delle persone, fino all’occupazione del territorio. Amal aveva mai espresso timori per la sua sicurezza o raccontato episodi di minacce legate al suo lavoro? Amal ha ricevuto minacce anonime nel 2024, prima che la guerra avesse inizio in quel periodo; tuttavia, non le rese pubbliche finché non fu certa delle fonti delle minacce, e, nonostante ciò, non espresse mai alcun tipo di paura a nessuno. Cosa chiedete oggi alla comunità internazionale e alle istituzioni affinché venga fatta piena luce sulla sua morte? La comunità e le istituzioni internazionali hanno un ruolo importante da svolgere e devono agire contro i crimini di guerra, avviando indagini, in particolare sulla sua morte attribuita al nemico israeliano. Questo perché l’attacco sarebbe stato compiuto con premeditazione e intenzionalità: sono stati bombardati i suoi colleghi che si trovavano davanti alla sua auto, la sua stessa auto e la casa in cui aveva trovato rifugio; inoltre è stata presa di mira anche la Croce Rossa, intervenuta per soccorrerla e recuperare i corpi dei suoi colleghi. Per questo motivo, tutte le comunità e le istituzioni internazionali devono intraprendere azioni serie e avviare indagini approfondite su questo caso. Quale eredità pensate che Amal lasci al giornalismo e a chi continua a raccontare i conflitti in condizioni così pericolose? Il giornalismo non è un crimine. Amal ne era profondamente convinta, credeva nel diritto dei giornalisti a essere protetti da ogni minaccia e violazione, ha lasciato un segno forte e duraturo nel mondo dell’informazione, diventando fonte di ispirazione per molti, spingendoli a cercare la verità senza compromessi. La sua voce, autentica e coraggiosa, resta un simbolo di umanità e giustizia. Oggi, chi continua a lavorare sul campo ne raccoglie l’eredità, portando avanti il suo impegno con la stessa determinazione.
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  • Mosca e il “Giorno della Vittoria”: si riapre lo scontro sulla memoria

    Tra celebrazioni e nuove tensioni con l’Europa, il 9 maggio torna a mettere al centro il ruolo dell’Urss nella sconfitta del nazismo e la disputa su simboli e memoria sovietica

    di Piero De Ruvo

    Mentre Mosca, con misure di sicurezza eccezionali, celebra il trionfo sul nazismo, emerge con forza il ricordo di un contributo umano senza eguali che l’Europa, sembra, oggi voler ridimensionare. Ma proprio su questo terreno si innesta una frattura sempre più evidente tra memorie storiche divergenti.

    Il 9 maggio il cuore di Mosca batte al ritmo del “Den’ Pobedy”, il Giorno della Vittoria. Non è solo una parata militare sulla Piazza Rossa; è la rievocazione di quello che la storiografia russa definisce il contributo decisivo dell’Unione Sovietica nella sconfitta di Hitler. Mentre gran parte del mondo occidentale commemora la fine del conflitto, la Russia rivendica il suo ruolo centrale celebrando la resa tedesca firmata davanti al maresciallo Georgij Žukov a Berlino.

    Questo orgoglio affonda le radici in un dato tragico e inoppugnabile: l’Unione Sovietica ha pagato sul campo di battaglia il prezzo più alto della storia, sacrificando per l’Europa circa 28 milioni di vite. Nelle scuole e nella percezione comune russa, la “Grande Guerra Patriottica” non è solo un capitolo della Seconda Guerra Mondiale, ma lo scontro esistenziale che ha salvato il continente.

    In questo senso, il sacrificio sovietico è visto come lo scudo che ha permesso all’Europa di sopravvivere alla tirannia nazista, difendendo di fatto la possibilità stessa di un futuro basato su valori di giustizia. Per i cittadini russi, la vittoria del 1945 è rimasta l’unica parte del XX secolo ad aver conservato un valore condiviso e universalmente riconosciuto, rappresentando un motivo di orgoglio nazionale che unisce il Paese in un sentimento di unità e appartenenza collettiva.

    Tuttavia, questa memoria si confronta oggi con un clima di crescente amarezza.

    Per la stragrande maggioranza dei russi, la Vittoria costituisce un momento fondativo di unità nazionale e di autostima collettiva difficilmente messo in discussione. In questo contesto, il progressivo distacco dell’Europa dalle celebrazioni di Mosca e la rimozione o la reinterpretazione di numerosi monumenti sovietici nel continente vengono spesso percepiti come un segnale di ingratitudine verso il sacrificio umano e il “mare di sangue” versato nella guerra contro il nazismo.

    L’eredità della vittoria sovietica non vive solo nei libri di storia o nelle cerimonie ufficiali, ma anche in una fitta rete di monumenti disseminati in tutta l’Europa orientale e centrale, ma anche a Milano, Torino, Serina (BG), Brescia, Novara, Emilia e diverse località montuose del Nord. Queste strutture, dai cippi ai monumenti imponenti e carichi di simbolismo, rappresentano per Mosca la materializzazione concreta del sacrificio dell’Armata Rossa.

    Tra i più emblematici vi è il Memoriale sovietico di Treptower Park, che si trova a Berlino, dove una statua monumentale di un soldato sovietico che tiene in braccio una bambina tedesca domina il paesaggio, simbolo di liberazione e protezione. A Parco della Vittoria, in Lettonia, invece, il complesso memoriale celebra la vittoria con una monumentalità che fonde memoria, orgoglio e identità nazionale.

    Tuttavia, proprio questi monumenti sono oggi al centro di accesi dibattiti: per alcuni rappresentano la liberazione, per altri segnano l’inizio di una nuova forma di dominio politico. Negli ultimi anni, diversi Paesi dell’Europa orientale hanno avviato politiche di rimozione o ricollocazione, interpretandoli non più come simboli di libertà, ma come eredità ingombranti di un passato sovietico percepito come oppressivo.

    Questo processo ha accentuato la frattura simbolica tra la memoria russa e quella europea: per Mosca, la loro rimozione è letta come un tentativo di riscrivere la storia e cancellare il sacrificio di milioni di soldati sovietici, ma anche come un attacco a una verità storica che Mosca ritiene di dover difendere, persino a costo di restare isolata nella propria narrazione.
    Mosca e il “Giorno della Vittoria”: si riapre lo scontro sulla memoria Tra celebrazioni e nuove tensioni con l’Europa, il 9 maggio torna a mettere al centro il ruolo dell’Urss nella sconfitta del nazismo e la disputa su simboli e memoria sovietica di Piero De Ruvo Mentre Mosca, con misure di sicurezza eccezionali, celebra il trionfo sul nazismo, emerge con forza il ricordo di un contributo umano senza eguali che l’Europa, sembra, oggi voler ridimensionare. Ma proprio su questo terreno si innesta una frattura sempre più evidente tra memorie storiche divergenti. Il 9 maggio il cuore di Mosca batte al ritmo del “Den’ Pobedy”, il Giorno della Vittoria. Non è solo una parata militare sulla Piazza Rossa; è la rievocazione di quello che la storiografia russa definisce il contributo decisivo dell’Unione Sovietica nella sconfitta di Hitler. Mentre gran parte del mondo occidentale commemora la fine del conflitto, la Russia rivendica il suo ruolo centrale celebrando la resa tedesca firmata davanti al maresciallo Georgij Žukov a Berlino. Questo orgoglio affonda le radici in un dato tragico e inoppugnabile: l’Unione Sovietica ha pagato sul campo di battaglia il prezzo più alto della storia, sacrificando per l’Europa circa 28 milioni di vite. Nelle scuole e nella percezione comune russa, la “Grande Guerra Patriottica” non è solo un capitolo della Seconda Guerra Mondiale, ma lo scontro esistenziale che ha salvato il continente. In questo senso, il sacrificio sovietico è visto come lo scudo che ha permesso all’Europa di sopravvivere alla tirannia nazista, difendendo di fatto la possibilità stessa di un futuro basato su valori di giustizia. Per i cittadini russi, la vittoria del 1945 è rimasta l’unica parte del XX secolo ad aver conservato un valore condiviso e universalmente riconosciuto, rappresentando un motivo di orgoglio nazionale che unisce il Paese in un sentimento di unità e appartenenza collettiva. Tuttavia, questa memoria si confronta oggi con un clima di crescente amarezza. Per la stragrande maggioranza dei russi, la Vittoria costituisce un momento fondativo di unità nazionale e di autostima collettiva difficilmente messo in discussione. In questo contesto, il progressivo distacco dell’Europa dalle celebrazioni di Mosca e la rimozione o la reinterpretazione di numerosi monumenti sovietici nel continente vengono spesso percepiti come un segnale di ingratitudine verso il sacrificio umano e il “mare di sangue” versato nella guerra contro il nazismo. L’eredità della vittoria sovietica non vive solo nei libri di storia o nelle cerimonie ufficiali, ma anche in una fitta rete di monumenti disseminati in tutta l’Europa orientale e centrale, ma anche a Milano, Torino, Serina (BG), Brescia, Novara, Emilia e diverse località montuose del Nord. Queste strutture, dai cippi ai monumenti imponenti e carichi di simbolismo, rappresentano per Mosca la materializzazione concreta del sacrificio dell’Armata Rossa. Tra i più emblematici vi è il Memoriale sovietico di Treptower Park, che si trova a Berlino, dove una statua monumentale di un soldato sovietico che tiene in braccio una bambina tedesca domina il paesaggio, simbolo di liberazione e protezione. A Parco della Vittoria, in Lettonia, invece, il complesso memoriale celebra la vittoria con una monumentalità che fonde memoria, orgoglio e identità nazionale. Tuttavia, proprio questi monumenti sono oggi al centro di accesi dibattiti: per alcuni rappresentano la liberazione, per altri segnano l’inizio di una nuova forma di dominio politico. Negli ultimi anni, diversi Paesi dell’Europa orientale hanno avviato politiche di rimozione o ricollocazione, interpretandoli non più come simboli di libertà, ma come eredità ingombranti di un passato sovietico percepito come oppressivo. Questo processo ha accentuato la frattura simbolica tra la memoria russa e quella europea: per Mosca, la loro rimozione è letta come un tentativo di riscrivere la storia e cancellare il sacrificio di milioni di soldati sovietici, ma anche come un attacco a una verità storica che Mosca ritiene di dover difendere, persino a costo di restare isolata nella propria narrazione.
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  • https://toba60.com/la-farsa-di-norimberga-spiegata-a-chi-non-sa-ancora-come-funziona-la-giustizia-dei-vincitori/
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    La Farsa di Norimberga Spiegata a Chi Non Sa Ancora come Funziona la Giustizia dei Vincitori
    La guerra è irrazionale per natura e non dovrebbe essere per principio mai presa in considerazione e la presunzione degli esseri umani di stabilire in seno ad e
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  • Con 418 voti favorevoli e 207 contrari, il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione di attivare contro la Slovacchia la procedura di condizionalità sullo Stato di diritto. Formula tecnica, effetto politico chiarissimo: se Bratislava non si allinea su giustizia, media, guerra, sanzioni ed energia, Bruxelles può colpire dove fa più male, cioè sui fondi.

    Robert Fico diventa così il nuovo governo da mettere sotto pressione. Le accuse riguardano riforme giudiziarie, anticorruzione, segnalanti, media e autorità pubbliche. Materia delicata, certo. Ma il doppio standard resta enorme: quando interviene Fico è deriva democratica; quando Bruxelles accentra poteri, condiziona fondi, sorveglia l’informazione e trasforma ogni emergenza in comando, diventa tutela dei valori.

    Il punto politico è ancora più scoperto. Fico ha criticato le sanzioni contro Mosca, frenato sugli aiuti militari a Kiev, difeso gli interessi energetici slovacchi, contestato la dipendenza dal GNL americano e chiesto canali diplomatici con la Russia. In un’Unione che ha trasformato l’allineamento sulla guerra in certificato di buona condotta, questo pesa più di qualunque relazione tecnica sullo Stato di diritto.

    Il nodo energetico rende la pressione ancora più concreta. La Slovacchia resta legata al petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba. Le tensioni sui flussi, i rapporti con Kiev, il pacchetto europeo da 90 miliardi di euro per l’Ucraina e la pressione sull’Europa centrale mostrano che energia, guerra, prestiti e procedure UE viaggiano ormai nello stesso circuito.

    Chi controlla rubinetti, fondi e autorizzazioni controlla anche il margine politico degli Stati membri.

    Congelare fondi non significa punire solo un governo. Significa colpire amministrazioni locali, imprese, territori, beneficiari e consenso interno. È pressione politica con carta intestata istituzionale. Si presenta come difesa dei contribuenti europei, ma il conto arriva alla popolazione.

    Fico è politicamente esposto. Non ha una maggioranza blindata, non dispone di un sistema interno inattaccabile e le elezioni slovacche del 2027 sono già sullo sfondo. Una procedura europea, un possibile congelamento di fondi e mesi di pressione economica possono spaccare il Paese, alimentare l’opposizione e indebolire il governo. Tutto nel nome della democrazia, naturalmente.

    La questione non è assolvere Fico. La questione è vedere il meccanismo. Lo Stato di diritto diventa elastico: rigidissimo con i governi sgraditi, morbidissimo quando il potere si concentra a Bruxelles. La sovranità nazionale resta buona per cerimonie e bandierine. Quando produce governi che disturbano la linea comune, viene messa sotto revisione amministrativa.
    Con 418 voti favorevoli e 207 contrari, il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione di attivare contro la Slovacchia la procedura di condizionalità sullo Stato di diritto. Formula tecnica, effetto politico chiarissimo: se Bratislava non si allinea su giustizia, media, guerra, sanzioni ed energia, Bruxelles può colpire dove fa più male, cioè sui fondi. Robert Fico diventa così il nuovo governo da mettere sotto pressione. Le accuse riguardano riforme giudiziarie, anticorruzione, segnalanti, media e autorità pubbliche. Materia delicata, certo. Ma il doppio standard resta enorme: quando interviene Fico è deriva democratica; quando Bruxelles accentra poteri, condiziona fondi, sorveglia l’informazione e trasforma ogni emergenza in comando, diventa tutela dei valori. Il punto politico è ancora più scoperto. Fico ha criticato le sanzioni contro Mosca, frenato sugli aiuti militari a Kiev, difeso gli interessi energetici slovacchi, contestato la dipendenza dal GNL americano e chiesto canali diplomatici con la Russia. In un’Unione che ha trasformato l’allineamento sulla guerra in certificato di buona condotta, questo pesa più di qualunque relazione tecnica sullo Stato di diritto. Il nodo energetico rende la pressione ancora più concreta. La Slovacchia resta legata al petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba. Le tensioni sui flussi, i rapporti con Kiev, il pacchetto europeo da 90 miliardi di euro per l’Ucraina e la pressione sull’Europa centrale mostrano che energia, guerra, prestiti e procedure UE viaggiano ormai nello stesso circuito. Chi controlla rubinetti, fondi e autorizzazioni controlla anche il margine politico degli Stati membri. Congelare fondi non significa punire solo un governo. Significa colpire amministrazioni locali, imprese, territori, beneficiari e consenso interno. È pressione politica con carta intestata istituzionale. Si presenta come difesa dei contribuenti europei, ma il conto arriva alla popolazione. Fico è politicamente esposto. Non ha una maggioranza blindata, non dispone di un sistema interno inattaccabile e le elezioni slovacche del 2027 sono già sullo sfondo. Una procedura europea, un possibile congelamento di fondi e mesi di pressione economica possono spaccare il Paese, alimentare l’opposizione e indebolire il governo. Tutto nel nome della democrazia, naturalmente. La questione non è assolvere Fico. La questione è vedere il meccanismo. Lo Stato di diritto diventa elastico: rigidissimo con i governi sgraditi, morbidissimo quando il potere si concentra a Bruxelles. La sovranità nazionale resta buona per cerimonie e bandierine. Quando produce governi che disturbano la linea comune, viene messa sotto revisione amministrativa.
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  • AVETE FIRMATO?

    La battaglia per liberare il mondo dell'informazione è appena iniziata, impugnate la vostra arma più potente: la possibilità di firmare online e chiedere di togliere il finanziamento pubblico ai giornali.

    Io sono stanco di mantenere questa congerie di finti giornalisti e direttori di finti giornali, che con i nostri soldi fanno la bella vita rimbalzando da uno studio televisivo all'altro. Dove passano il tempo a mentire, diffamare, denigrare, manipolare e distrarre l'opinione pubblica dalla realtà dei fatti.

    Il tutto, con i nostri soldi.

    Come se non bastasse, denigrano pure quei cittadini italiani che essendo sotto la soglia di povertà (in Italia sono attorno ai 6milioni), sopravvivevano grazie al reddito di cittadinanza. Questi signori hanno fatto una durissima campagna per abolirlo, come poi ha fatto questo governo.

    Il tutto, coi nostri soldi.

    Sono decenni che passano il tempo a proteggere i privilegi e le poltrone di questo o quel politico, mentendo spudoratamente agli italiani. Generazioni di finti "giornalisti" e "editori" che fanno la bella vita prendendoci in giro e raccontandoci come si vive, chi sono i "buoni" e i "cattivi", per compiacere politici corrotti e lobby,

    Il tutto, coi nostri soldi.

    Il sottoscritto e l'Associazione @AllertaMedia sanno bene da che parte stare e si uniscono con ferma convinzione a questa importante e storica iniziativa.

    Vi invito tutti a firmare e unirvi alla campagna per la raccolta firme sin da ora: la battaglia per cambiare in modo radicale il mondo dell'informazione in Italia è appena iniziata. I media stanno oscurando l'iniziativa, nonostante i numeri record delle prime ore e il tam tam online sui social: ora c'è davvero bisogno di far sentire più forte il nostro #AllertaMedia e di supportare assieme questa storica battaglia.

    #IoFirmo: e tu che aspetti?
    https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6200004

    [Video di Luca Di Giuseppe]

    #IlCattivoFirma #StopAlRedditoDiGiornalanza
    👉 AVETE FIRMATO? 🖊️🖊️🖊️ La battaglia per liberare il mondo dell'informazione è appena iniziata, impugnate la vostra arma più potente: la possibilità di firmare online e chiedere di togliere il finanziamento pubblico ai giornali. Io sono stanco di mantenere questa congerie di finti giornalisti e direttori di finti giornali, che con i nostri soldi fanno la bella vita rimbalzando da uno studio televisivo all'altro. Dove passano il tempo a mentire, diffamare, denigrare, manipolare e distrarre l'opinione pubblica dalla realtà dei fatti. Il tutto, con i nostri soldi. Come se non bastasse, denigrano pure quei cittadini italiani che essendo sotto la soglia di povertà (in Italia sono attorno ai 6milioni), sopravvivevano grazie al reddito di cittadinanza. Questi signori hanno fatto una durissima campagna per abolirlo, come poi ha fatto questo governo. Il tutto, coi nostri soldi. Sono decenni che passano il tempo a proteggere i privilegi e le poltrone di questo o quel politico, mentendo spudoratamente agli italiani. Generazioni di finti "giornalisti" e "editori" che fanno la bella vita prendendoci in giro e raccontandoci come si vive, chi sono i "buoni" e i "cattivi", per compiacere politici corrotti e lobby, Il tutto, coi nostri soldi. Il sottoscritto e l'Associazione @AllertaMedia sanno bene da che parte stare e si uniscono con ferma convinzione a questa importante e storica iniziativa. Vi invito tutti a firmare e unirvi alla campagna per la raccolta firme sin da ora: la battaglia per cambiare in modo radicale il mondo dell'informazione in Italia è appena iniziata. I media stanno oscurando l'iniziativa, nonostante i numeri record delle prime ore e il tam tam online sui social: ora c'è davvero bisogno di far sentire più forte il nostro #AllertaMedia e di supportare assieme questa storica battaglia. #IoFirmo: e tu che aspetti? https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6200004 [Video di Luca Di Giuseppe] #IlCattivoFirma #StopAlRedditoDiGiornalanza
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  • A inizio aprile, una notizia ha scosso le istituzioni: Nicole Minetti ha ricevuto la grazia dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un provvedimento che solleva interrogativi profondi: perché concedere la clemenza per una condanna a 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali? Ma soprattutto, cosa accadrebbe se i presupposti del decreto, firmato a febbraio 2026, si rivelassero non corretti? L’inchiesta del Fatto Quotidiano sulla presunta “doppia vita” in Uruguay dell’ex consigliera ha trasformato un atto di clemenza in un caso nazionale.

    L’Analisi Giuridica: Il potere del Colle e l’annullamento
    Il professor Daniele Trabucco, costituzionalista, chiarisce che la grazia, secondo l’articolo 87 della Costituzione, è un atto esclusivo del Capo dello Stato. Tuttavia, la questione della sua “irrevocabilità” non è così assoluta come appare. Spiega Trabucco:

    “La grazia è un atto formalmente e sostanzialmente presidenziale, ma qualora emergesse che il decreto si è basato su presupposti falsi o gravemente erronei, il Presidente non procederebbe a una revoca, bensì a un atto di rimozione o annullamento per vizio originario”.

    Questo scenario aprirebbe una fase delicatissima:

    “Sarebbe necessaria una nuova istruttoria da parte del Ministro Nordio per verificare se l’indagine giornalistica ha un fondamento; solo allora il Presidente potrebbe ritirare il provvedimento precedente”.

    Il Nodo Politico: Un “trappolone” per Via Arenula
    Spostandosi sul piano filosofico e politico, il professor Paolo Becchi intravede dietro questa vicenda uno scontro di potere molto più ampio, nato dalle ceneri del referendum sulla giustizia. Per Becchi, Carlo Nordio sarebbe finito in una rete tesa da chi non ha gradito le sue posizioni passate. E attacca:

    “Siamo di fronte a un vero trappolone orchestrato dai magistrati. L’istruttoria è stata trasmessa al Ministro che, forse con ingenuità, l’ha girata al Quirinale senza supplementi d’indagine. Nordio è caduto in una trappola che ora mette in imbarazzo anche il Presidente della Repubblica”.

    Il professore punta il dito sulla responsabilità politica:

    “Dopo aver perso il referendum sulla giustizia, il Ministro avrebbe dovuto fare un passo indietro; ora le conseguenze di quel mancato rimpasto ricadono su un atto di clemenza che presenta troppi lati oscuri”.

    Verso il corto circuito
    Il caso Minetti non è più solo la storia di una condanna estinta, ma un test di tenuta per i rapporti tra Ministero, Magistratura e Quirinale. Se l’istruttoria dovesse essere riaperta, saremmo di fronte a un corto circuito istituzionale senza precedenti: un atto del Presidente della Repubblica messo in discussione dai fatti emersi a migliaia di chilometri di distanza, nella dolce vita sudamericana dell’igienista dentale del Signor B..

    Articolo 87 Costituzione byoblu Byoblu24 carlo nordio Caso Minetti Caso Ruby Costituzione Italiana Daniele Trabucco Giuseppe Cipriani giustizia italiana Grazia Presidenziale il fatto quotidiano magistratura nicole minetti paolo becchi Politica Italiana Punta del Este Revoca Grazia Scandalo Minetti Sergio Mattarella silvio berlusconi uruguay

    https://youtu.be/mh_w1U0EHsI?si=b9YcRgxWlUEgNgON
    A inizio aprile, una notizia ha scosso le istituzioni: Nicole Minetti ha ricevuto la grazia dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un provvedimento che solleva interrogativi profondi: perché concedere la clemenza per una condanna a 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali? Ma soprattutto, cosa accadrebbe se i presupposti del decreto, firmato a febbraio 2026, si rivelassero non corretti? L’inchiesta del Fatto Quotidiano sulla presunta “doppia vita” in Uruguay dell’ex consigliera ha trasformato un atto di clemenza in un caso nazionale. L’Analisi Giuridica: Il potere del Colle e l’annullamento Il professor Daniele Trabucco, costituzionalista, chiarisce che la grazia, secondo l’articolo 87 della Costituzione, è un atto esclusivo del Capo dello Stato. Tuttavia, la questione della sua “irrevocabilità” non è così assoluta come appare. Spiega Trabucco: “La grazia è un atto formalmente e sostanzialmente presidenziale, ma qualora emergesse che il decreto si è basato su presupposti falsi o gravemente erronei, il Presidente non procederebbe a una revoca, bensì a un atto di rimozione o annullamento per vizio originario”. Questo scenario aprirebbe una fase delicatissima: “Sarebbe necessaria una nuova istruttoria da parte del Ministro Nordio per verificare se l’indagine giornalistica ha un fondamento; solo allora il Presidente potrebbe ritirare il provvedimento precedente”. Il Nodo Politico: Un “trappolone” per Via Arenula Spostandosi sul piano filosofico e politico, il professor Paolo Becchi intravede dietro questa vicenda uno scontro di potere molto più ampio, nato dalle ceneri del referendum sulla giustizia. Per Becchi, Carlo Nordio sarebbe finito in una rete tesa da chi non ha gradito le sue posizioni passate. E attacca: “Siamo di fronte a un vero trappolone orchestrato dai magistrati. L’istruttoria è stata trasmessa al Ministro che, forse con ingenuità, l’ha girata al Quirinale senza supplementi d’indagine. Nordio è caduto in una trappola che ora mette in imbarazzo anche il Presidente della Repubblica”. Il professore punta il dito sulla responsabilità politica: “Dopo aver perso il referendum sulla giustizia, il Ministro avrebbe dovuto fare un passo indietro; ora le conseguenze di quel mancato rimpasto ricadono su un atto di clemenza che presenta troppi lati oscuri”. Verso il corto circuito Il caso Minetti non è più solo la storia di una condanna estinta, ma un test di tenuta per i rapporti tra Ministero, Magistratura e Quirinale. Se l’istruttoria dovesse essere riaperta, saremmo di fronte a un corto circuito istituzionale senza precedenti: un atto del Presidente della Repubblica messo in discussione dai fatti emersi a migliaia di chilometri di distanza, nella dolce vita sudamericana dell’igienista dentale del Signor B.. Articolo 87 Costituzione byoblu Byoblu24 carlo nordio Caso Minetti Caso Ruby Costituzione Italiana Daniele Trabucco Giuseppe Cipriani giustizia italiana Grazia Presidenziale il fatto quotidiano magistratura nicole minetti paolo becchi Politica Italiana Punta del Este Revoca Grazia Scandalo Minetti Sergio Mattarella silvio berlusconi uruguay https://youtu.be/mh_w1U0EHsI?si=b9YcRgxWlUEgNgON
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  • L’ora della sera
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    Attualità

    STORIA CONTEMPORANEA

    Bruciati vivi: massacro a Odessa, ferita aperta nella storia ucraina

    Il rogo della Casa dei Sindacati, le 48 vittime e le indagini contestate
    Odessa resta simbolo delle profonde fratture ucraine

    di Piero De Ruvo

    Il 2 maggio 2014 resta una delle pagine più oscure e controverse della storia recente dell’Ucraina. Nel clima incendiario seguito all’Euromaidan e all’annessione della Crimea, Odessa si trasformò nel teatro di una violenza brutale che ancora oggi solleva interrogativi inquietanti.

    Quella giornata iniziò con scontri tra manifestanti favorevoli all’unità del Paese — tra cui attivisti pro-Maidan e gruppi ultranazionalisti — e sostenitori del fronte anti-Maidan. Le violenze esplosero rapidamente, lungo via Grecheskaya si registrarono i primi morti, mentre la situazione degenerava tra armi da fuoco, molotov e aggressioni diffuse. Nel corso delle ore, i manifestanti anti-Maidan, progressivamente sopraffatti, furono costretti a ritirarsi verso piazza Kulikove Pole, cercando rifugio nella Casa dei Sindacati, fino a che la tragedia li raggiunse ai suoi apici: l’edificio venne circondato e colpito con bottiglie incendiarie, il rogo si propagò con estrema rapidità trasformando gli interni in una trappola mortale. Le fiamme e il fumo invasero ogni spazio. Decine di persone morirono soffocate o arse vive, mentre altre, nel tentativo disperato di salvarsi, si lanciarono dalle finestre. Il bilancio ufficiale fu di 48 morti e circa 250 feriti, testimonianze e ricostruzioni successive hanno inoltre riferito di violenze contro alcuni sopravvissuti, alimentando ulteriormente indignazione e sospetti. Le responsabilità di quanto accaduto restano uno dei punti più controversi. Diverse analisi hanno evidenziato il ruolo attivo di frange radicali pro-Maidan nella dinamica degli scontri e nell’assedio dell’edificio, allo stesso tempo, gravi interrogativi riguardano l’operato delle autorità ucraine, la gestione dell’ordine pubblico, il ritardo dei soccorsi e la mancata prevenzione dell’escalation appaiono, per molti osservatori, segnali di una responsabilità almeno indiretta, se non di una colpevole negligenza. Il capitolo giudiziario ha ulteriormente aggravato il quadro.

    Le indagini sono state ripetutamente criticate per lentezza, inefficacia e presunta parzialità. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Ucraina per le gravi carenze investigative e per non aver garantito adeguatamente la tutela del diritto alla vita, rafforzando la percezione di un sistema incapace — o non disposto — a fare piena luce sui fatti. Accanto ai fatti accertati, negli anni sono emerse anche ipotesi e accuse più ampie, comprese quelle che evocano possibili influenze o interessi esterni nella gestione della crisi ucraina. Si tratta tuttavia di ricostruzioni controverse e non dimostrate, che riflettono il clima di sfiducia e la guerra di narrazioni che ha accompagnato l’intero conflitto. Per una parte dell’opinione pubblica, soprattutto nelle regioni orientali e in Russia, Odessa è diventata il simbolo di una repressione violenta e della frattura insanabile all’interno del Paese e nei mesi successivi l’episodio contribuì ad alimentare la radicalizzazione e l’escalation della guerra nel Donbass. A distanza di anni, mentre ombre pesanti, indagini incomplete, prove disperse, nessuna piena attribuzione di responsabilità e l’assenza di una giustizia condivisa ha consolidato narrazioni contrapposte e diffidenze profonde, lasciando il massacro di Odessa come una ferita ancora aperta. Più che un episodio isolato, quella giornata rappresenta uno spartiacque, il momento in cui le divisioni interne ucraine si trasformarono definitivamente in un conflitto aperto, destinato a segnare gli anni successivi e a influenzare profondamente gli equilibri geopolitici dell’intera regione.
    L’ora della sera www.oranotizie.com Attualità STORIA CONTEMPORANEA Bruciati vivi: massacro a Odessa, ferita aperta nella storia ucraina Il rogo della Casa dei Sindacati, le 48 vittime e le indagini contestate Odessa resta simbolo delle profonde fratture ucraine di Piero De Ruvo Il 2 maggio 2014 resta una delle pagine più oscure e controverse della storia recente dell’Ucraina. Nel clima incendiario seguito all’Euromaidan e all’annessione della Crimea, Odessa si trasformò nel teatro di una violenza brutale che ancora oggi solleva interrogativi inquietanti. Quella giornata iniziò con scontri tra manifestanti favorevoli all’unità del Paese — tra cui attivisti pro-Maidan e gruppi ultranazionalisti — e sostenitori del fronte anti-Maidan. Le violenze esplosero rapidamente, lungo via Grecheskaya si registrarono i primi morti, mentre la situazione degenerava tra armi da fuoco, molotov e aggressioni diffuse. Nel corso delle ore, i manifestanti anti-Maidan, progressivamente sopraffatti, furono costretti a ritirarsi verso piazza Kulikove Pole, cercando rifugio nella Casa dei Sindacati, fino a che la tragedia li raggiunse ai suoi apici: l’edificio venne circondato e colpito con bottiglie incendiarie, il rogo si propagò con estrema rapidità trasformando gli interni in una trappola mortale. Le fiamme e il fumo invasero ogni spazio. Decine di persone morirono soffocate o arse vive, mentre altre, nel tentativo disperato di salvarsi, si lanciarono dalle finestre. Il bilancio ufficiale fu di 48 morti e circa 250 feriti, testimonianze e ricostruzioni successive hanno inoltre riferito di violenze contro alcuni sopravvissuti, alimentando ulteriormente indignazione e sospetti. Le responsabilità di quanto accaduto restano uno dei punti più controversi. Diverse analisi hanno evidenziato il ruolo attivo di frange radicali pro-Maidan nella dinamica degli scontri e nell’assedio dell’edificio, allo stesso tempo, gravi interrogativi riguardano l’operato delle autorità ucraine, la gestione dell’ordine pubblico, il ritardo dei soccorsi e la mancata prevenzione dell’escalation appaiono, per molti osservatori, segnali di una responsabilità almeno indiretta, se non di una colpevole negligenza. Il capitolo giudiziario ha ulteriormente aggravato il quadro. Le indagini sono state ripetutamente criticate per lentezza, inefficacia e presunta parzialità. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Ucraina per le gravi carenze investigative e per non aver garantito adeguatamente la tutela del diritto alla vita, rafforzando la percezione di un sistema incapace — o non disposto — a fare piena luce sui fatti. Accanto ai fatti accertati, negli anni sono emerse anche ipotesi e accuse più ampie, comprese quelle che evocano possibili influenze o interessi esterni nella gestione della crisi ucraina. Si tratta tuttavia di ricostruzioni controverse e non dimostrate, che riflettono il clima di sfiducia e la guerra di narrazioni che ha accompagnato l’intero conflitto. Per una parte dell’opinione pubblica, soprattutto nelle regioni orientali e in Russia, Odessa è diventata il simbolo di una repressione violenta e della frattura insanabile all’interno del Paese e nei mesi successivi l’episodio contribuì ad alimentare la radicalizzazione e l’escalation della guerra nel Donbass. A distanza di anni, mentre ombre pesanti, indagini incomplete, prove disperse, nessuna piena attribuzione di responsabilità e l’assenza di una giustizia condivisa ha consolidato narrazioni contrapposte e diffidenze profonde, lasciando il massacro di Odessa come una ferita ancora aperta. Più che un episodio isolato, quella giornata rappresenta uno spartiacque, il momento in cui le divisioni interne ucraine si trasformarono definitivamente in un conflitto aperto, destinato a segnare gli anni successivi e a influenzare profondamente gli equilibri geopolitici dell’intera regione.
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  • Ciao a tutti,
    finalmente si parte. Da ora si può firmare per abolire il finanziamento pubblico ai giornali.

    Firmate il prima possibile. Ecco il link: https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6200004

    Condividete il link per firmare con tutte le persone che conoscete. Sfruttiamo il potere del passaparola!

    Possiamo farcela.
    In bocca al lupo a tutti noi!
    Ciao a tutti, finalmente si parte. Da ora si può firmare per abolire il finanziamento pubblico ai giornali. Firmate il prima possibile. Ecco il link: https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6200004 Condividete il link per firmare con tutte le persone che conoscete. Sfruttiamo il potere del passaparola! Possiamo farcela. In bocca al lupo a tutti noi!
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  • COVID-19, LA VERITÀ NEGATA: EX CEO PFIZER ROMPE IL SILENZIO

    VACCINO COVID, EX CEO PFIZER MICHAEL YEADON AMMETTE:
    “NON C’ERA LA PANDEMIA E IL SIERO CONTIENE MATERIALI TOSSICI, È DANNOSO”


    I NUMERI DELLA “PANDEMIA” CHE NON C’ERA -

    NESSUNA EPIDEMIA
    I dati ufficiali non dimostrano una pandemia globale

    VACCINI SPERIMENTALI
    Autorizzati in emergenza senza studi a lungo termine

    MATERIALI TOSSICI
    L’ex CEO Pfizer: “I vaccini contengono materiali pericolosi”

    MALORI IMPROVVISI
    Aumento anomalo di eventi avversi e morti improvvise

    MILIONI DI DANNIATI
    Segnalazioni ignorate e censura sistematica dei medici


    MICHAEL YEADON - Ex Vice Presidente e Chief Scientific Officer Pfizer

    Il CEO ed ex dirigente di Pfizer Michael Yeadon dichiara che la pandemia non è mai esistita e che i vaccini Covid contengono materiali tossici.

    Tale dichiarazione va a sostegno della tesi secondo la quale i “malori improvvisi”, spesso con esito mortale, sono causati proprio dai sieri inoculati durante il “periodo pandemico”.

    Secondo Yeadon, i governi e le istituzioni sanitarie hanno mentito alla popolazione mondiale, imponendo misure liberticide e inoculi sperimentali senza informare sui reali rischi.

    È ora di pretendere verità, giustizia e trasparenza.
    Le vite umane vengono prima del profitto.


    I DETTAGLI DELL’INCHIESTA

    Documenti interni
    Email e report interni Pfizer confermerebbero la conoscenza dei rischi
    Studi manipolati
    Dati alterati per nascondere effetti collaterali

    LE REAZIONI

    Popolazione indignata
    Fiducia nelle istituzioni ai minimi storici
    Silenzio dei media


    Quante vite ancora devono essere sacrificate per conoscere la verità?

    Source: https://t.me/robertoforcione](https://t.me/robertoforcione
    COVID-19, LA VERITÀ NEGATA: EX CEO PFIZER ROMPE IL SILENZIO VACCINO COVID, EX CEO PFIZER MICHAEL YEADON AMMETTE: “NON C’ERA LA PANDEMIA E IL SIERO CONTIENE MATERIALI TOSSICI, È DANNOSO” I NUMERI DELLA “PANDEMIA” CHE NON C’ERA - NESSUNA EPIDEMIA I dati ufficiali non dimostrano una pandemia globale VACCINI SPERIMENTALI Autorizzati in emergenza senza studi a lungo termine MATERIALI TOSSICI L’ex CEO Pfizer: “I vaccini contengono materiali pericolosi” MALORI IMPROVVISI Aumento anomalo di eventi avversi e morti improvvise MILIONI DI DANNIATI Segnalazioni ignorate e censura sistematica dei medici MICHAEL YEADON - Ex Vice Presidente e Chief Scientific Officer Pfizer Il CEO ed ex dirigente di Pfizer Michael Yeadon dichiara che la pandemia non è mai esistita e che i vaccini Covid contengono materiali tossici. Tale dichiarazione va a sostegno della tesi secondo la quale i “malori improvvisi”, spesso con esito mortale, sono causati proprio dai sieri inoculati durante il “periodo pandemico”. Secondo Yeadon, i governi e le istituzioni sanitarie hanno mentito alla popolazione mondiale, imponendo misure liberticide e inoculi sperimentali senza informare sui reali rischi. È ora di pretendere verità, giustizia e trasparenza. Le vite umane vengono prima del profitto. I DETTAGLI DELL’INCHIESTA Documenti interni Email e report interni Pfizer confermerebbero la conoscenza dei rischi Studi manipolati Dati alterati per nascondere effetti collaterali LE REAZIONI Popolazione indignata Fiducia nelle istituzioni ai minimi storici Silenzio dei media Quante vite ancora devono essere sacrificate per conoscere la verità? Source: https://t.me/robertoforcione](https://t.me/robertoforcione
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